pallido, mi davano un senso di vita così nuovo che io pensai tremando dentro di me: "Ma è possibile? Ma è possibile? Ma dunque, dopo tutto quel che è accaduto, dopo tutto quel che ho sofferto, dopo tante colpe, dopo tante vergogne, io posso ancora trovare nella vita questo sapore! Io posso ancora -sperare-, posso ancora avere il presentimento di una felicità! Chi dunque mi ha benedetto?" Pareva che tutto il mio essere si alleggerisse, espandendosi, dilatandosi oltre i suoi confini, con una vibrazione sottile, rapida e incessante. Nulla può dare un'idea di ciò che diveniva in me la sensazione minima prodotta da un capello che mi sfiorava la guancia. Rimanemmo alcuni minuti in quell'attitudine, senza parlare. Gli olmi stormivano. Il tremolio innumerevole dei fiori gialli e violacei, che ammantavano il muro sotto la finestra, incantava le mie pupille. Un profumo denso e caldo saliva nel sole, col ritmo di un alito. A un tratto, Giuliana si sollevò, si ritirò, smorta, con qualche cosa di torbido negli occhi, con la bocca sforzata come da una nausea, dicendo: --Quest'odore è terribile. Da il capogiro. Mamma, non fa male anche a te? E si volse per andarsene; diede qualche passo incerto, vacillante; poi si affrettò, uscì dalla stanza, seguita da mia madre. Io le guardai allontanarsi per la fuga delle porte, ancora tenuto da un resto della sensazione primitiva, trasognato. II. La mia confidenza nell'avvenire aumentava di giorno in giorno. Non mi ricordavo quasi più di nulla. La mia anima troppo affaticata si dimenticava di soffrire. In certe ore di completo abbandono tutto si dileguava, si distendeva, si fondeva, si immergeva nella fluidità originale, diveniva irriconoscibile. Poi, dopo questi strani dissolvimenti ulteriori, mi pareva che un altro principio di vita entrasse in me, che un'altra forza mi possedesse. Una moltitudine di sensazioni involontarie, spontanee, inconscienti, istintive componeva la mia esistenza reale. Tra l'esterno e l'interno si stabiliva un giuoco di minime azioni e di minime reazioni istantanee che fremevano in infinite ripercussioni; e ciascuna di queste ripercussioni incalcolabili si convertiva in un fenomeno psichico stupendo. Tutto il mio essere veniva alterato da ciò che passava nell'aria, da un soffio, da un'ombra, da un bagliore. Le grandi malattie dell'anima come quelle del corpo rinnovellano l'uomo; e le convalescenze spirituali non sono meno soavi e meno miracolose di quelle fisiche. D'avanti a un arbusto fiorito, d'avanti a un ramo coperto di minute gemme, d'avanti a un rampollo nato su un vecchio tronco quasi estinto, d'avanti alla più umile fra le grazie della terra, alla più modesta tra le trasfigurazioni della primavera, io mi soffermavo, semplice, candido, attonito! Uscivo spesso con mio fratello, al mattino. In quell'ora tutto era fresco, facile, libero. La compagnia di Federico mi purificava e mi fortificava come la buona brezza selvaggia. Aveva allora ventisette anni Federico; aveva vissuto quasi sempre nella campagna, d'una vita sobria e laboriosa; pareva portare in sè raccolta la mite sincerità terrestre. Egli possedeva la Regola. Leone Tolstoi, baciandolo su la bella fronte serena, lo avrebbe chiamato suo figliuolo. Andavamo per i campi senza meta, di rado ragionando. Egli lodava la fertilità dei nostri dominii, mi spiegava le innovazioni introdotte nelle culture, mi mostrava i miglioramenti. Le case dei nostri contadini erano larghe, ariose, linde. Le nostre stalle erano piene di un bestiame sano e ben pasciuto. Le nostre cascine erano in un ordine perfetto. Spesso, nel cammino, egli s'arrestava per osservare una pianta. Le sue mani virili erano di una delicatezza estrema quando toccavano le piccole foglie verdi in cima ai rametti novelli. Talvolta passavamo attraverso un frutteto. I peschi, i peri, i meli, i ciliegi, i prugni, gli albicocchi portavano su le loro braccia milioni di fiori; giù per la trasparenza dei petali rosei ed argentei, la luce si cangiava quasi direi in una umidità divina, in una cosa indescrivibilmente vaga e benigna; tra i minimi intervalli delle ghirlande leggere, il cielo aveva la vivente dolcezza di uno sguardo. Egli diceva, imaginando il pensile tesoro futuro, mentre io lodavo i fiori: --Vedrai, vedrai i frutti. "Io li vedrò" ripetevo dentro di me. "Vedrò cadere i fiori, nascere le foglie, crescere i frutti, colorirsi, maturarsi, distaccarsi." Questa assicurazione, già passata per la bocca di mio fratello, aveva per me un'importanza grave, come se si riferisse a non so quale felicità promessa e attesa, la quale a punto dovesse svolgersi in quel periodo del parto arboreo, nel tempo che corre tra il fiore e il frutto. "Prima che io abbia manifestato il mio proposito, a mio fratello par già naturale che io rimanga omai qui, nella campagna, con lui, con nostra madre; poiché egli dice che io vedrò i frutti dei suoi alberi. Egli è -sicuro- che io li vedrò! Dunque è proprio vero che è ricominciata una vita nuova per me, e che questo sentimento ch'io ho dentro di me non m'inganna. In fatti, tutto ora si compie con una facilità strana, insolita, con un'abbondanza d'amore. Come amo Federico! Non l'ho mai amato così." Tali erano i miei soliloquii interiori, un po' slegati, incoerenti, qualche volta puerili per una singolare disposizione d'animo che mi portava a vedere in qualunque fatto insignificante un segno favorevole, un pronostico benigno. Il gaudio mio più intenso era nel sapermi lontano dalle cose passate, lontano da certi luoghi, da certe persone, inaccessibile. Assaporavo talvolta la pace della campagna primaverile raffigurandomi lo spazio che mi divideva dal mondo oscuro dove io avevo tanto sofferto e di dolori tanto cattivi. Una paura indefinita mi stringeva ancora, talvolta, e mi faceva cercare con sollecitudine intorno a me le prove della sicurtà presente, mi spingeva a mettere il braccio sotto il braccio di mio fratello, a leggere negli occhi di lui l'affetto indubitabile e tutelare. Io confidavo in Federico, ciecamente. Avrei voluto essere da lui non soltanto amato ma dominato; avrei voluto cedere la primogenitura a lui più degno e star sommesso al suo consiglio, riguardarlo come la mia guida, obedirgli. Al suo fianco non avrei più corso il pericolo di smarrirmi, poiché egli conosceva la via diritta e camminava per quella con un passo infallibile; ed egli anche aveva il braccio possente e mi avrebbe difeso. Era l'uomo esemplare: buono, forte, sagace. Nulla per me uguagliava in nobiltà lo spettacolo di quella giovinezza devota alla religione del "conscientemente bene operare", dedicata all'amore della Terra. Parevano i suoi occhi aver assunto un limpido color vegetale dalla contemplazione assidua delle cose verdi. --Gesù della Gleba--io lo chiamai un giorno, sorridendo. Era un mattino pieno d'innocenza, uno di quei mattini che danno imagine delle albe primordiali nell'infanzia della Terra. Sul limite di un campo, mio fratello parlava a un gruppo di agricoltori. Parlava in piedi, avanzando di tutto il corpo gli astanti; e il suo gesto calmo dimostrava la semplicità delle sue parole. Uomini vecchi incanutiti nella saggezza, uomini maturi già prossimi al limitare della vecchiaia ascoltavano quel giovine. Tutti portavano su i loro corpi nodosi la traccia della grande comune opera. Poiché nessun albero era da presso, poiché il frumento era umile nei solchi, le loro attitudini apparivano integre nella santità della luce. Come mi vide muovere verso di lui, mio fratello licenziò i suoi uomini per venirmi incontro. Allora spontanea mi uscì dalle labbra la salutazione: --Gesù della Gleba, osanna! Egli aveva per tutti gli esseri vegetali una diligenza infinita. Nulla sfuggiva alle sue pupille acute, quasi onniveggenti. Nelle nostre corse mattutine, si soffermava ad ogni tratto per liberare da una chiocciola, da un bruco, da una formica una piccola foglia. Un giorno, senza badarci, camminando, battevo le erbe con la punta del bastone; e le teneri cime verdi recise ad ogni colpo s'involavano. Egli ne soffriva perchè mi tolse di mano il bastone ma con un gentile atto; ed arrossì, pensando forse che quella sua misericordia mi sarebbe parsa una esagerata morbidezza sentimentale. Oh quel rossore su quel volto così maschio! Un altro giorno, mentre spezzavo a un melo qualche ramo fiorito, sorpresi nelli occhi di Federico un'ombra di rammarico. Subito tralasciai, ritrassi le mani, dicendo: --Se ti dispiace..... Egli si mise a ridere forte. --Ma no, ma no.... Spoglia pure tutto l'albero. Intanto il ramo già rotto, ritenuto da alcune delle sue vive fibre, penzolava lungo il fusto; e, proprio, quella frattura umida di linfa aveva un aspetto di cosa dolente; e quei fiori esili, un po' carnicini, un po' bianchi, simili a ciocche di rose scempie, che portavano un germe omai condannato, avevano all'aria un tremolio incessante. Io dissi allora, come ad attenuare la crudezza di quella manomessione: --È per Giuliana. E, strappando le ultime fibrille vive, distaccai il ramo già rotto. III. Non quel ramo solo portai a Giuliana, ma molti altri. Tornavo alla Badiola sempre carico di doni floreali. Una mattina, avendo su le braccia un fascio di spine albe, incontrai nel vestibolo, mia madre. Ero un poco ansante, accaldato, agitato da una leggera ebrezza. Domandai: --Dov'è Giuliana? --Su, nelle sue stanze,--ella rispose, ridendo. Io feci di corsa le scale, attraversai il corridoio, entrai franco nell'appartamento, chiamai: --Giuliana, Giuliana! Dove sei? Maria e Natalia mi uscirono in contro con grandi feste, rallegrate alla vista dei fiori, irrequiete, folli. --Vieni, vieni,--mi gridarono--la mamma è qui, nella camera da letto. Vieni. E io varcai quella soglia palpitando più forte; mi trovai alla presenza di Giuliana sorridente e confusa: le gittai il fascio ai piedi. --Guarda! --Oh, che cosa bella!--esclamò, chinandosi sul fresco tesoro odorante. Portava una delle sue ampie tuniche preferite, d'un verde eguale al verde d'una foglia d'aloe. Non ancora pettinati, i suoi capelli erano mal trattenuti dalle forcine; le coprivano la nuca, le nascondevano gli orecchi, in dense matasse. L'effluvio della spina, un color misto di timo e di mandorla amara, la investiva tutta, si diffondeva per la camera. --Bada di non pungerti--io le dissi.--Guarda le mie mani. E le mostrai le scalfitture ancora sanguinanti, come per rendere più meritoria l'offerta. "Oh se ella ora mi prendesse le mani" pensai. E mi passò su lo spirito, vago, il ricordo di un giorno lontanissimo in cui ella mi aveva baciate le mani scalfite dalle spine e aveva voluto suggere le stille di sangue che spuntavano l'una dopo l'altra. "Se ella ora mi prendesse le mani e in questo solo atto mettesse tutto il suo perdono e tutto il suo abbandono!" Io avevo di continuo, in quei giorni, l'aspettazione d'un momento simile. Non sapevo veramente da che mi venisse una tal fiducia; ma ero sicuro che Giuliana si sarebbe ridonata a me, così, o prima o poi, con un solo semplice atto silenzioso in cui ella avrebbe saputo mettere "tutto il suo perdono e tutto il suo abbandono". Ella sorrise. Un'ombra di sofferenza apparve sul suo volto troppo bianco, ne' suoi occhi troppo incavati. --Non ti senti un poco meglio, da che sei qui?--le domandai accostandomi. --Sì, sì, meglio--ella rispose. Dopo una pausa: --E tu? --Oh, io sono già guarito. Non vedi? --Sì, è vero. Quando mi parlava, in quei giorni, mi parlava con una esitazione singolare che per me era piena di grazia ma che ora m'è impossibile definire. Pareva quasi ch'ella fosse di continuo occupata a trattenere la parola che le saliva alle labbra, per pronunziarne una diversa. Inoltre, la sua voce era, se si può dir così, più feminile; aveva perduta la primitiva fermezza e una parte di sonorità; s'era velata come quella d'uno strumento con la sordina. Ma, essendo ella dunque verso di me in tutte le sue espressioni tanto mite, che cosa ancora c'impediva di stringerci? Che cosa manteneva ancora tra lei e me quell'intervallo? In quel periodo che rimarrà nella storia della mia anima sempre misterioso, la mia nativa perspicacia sembrava interamente abolita. Tutte le mie terribili facoltà analitiche, quelle stesse che mi avevano dato tanti spasimi, sembravano esauste. La potenza delle facoltà inquiete pareva distrutta. Innumerevoli sensazioni, innumerevoli sentimenti di quel tempo mi riescono ora incomprensibili, inesplicabili, perché non ho alcuna guida per rintracciarne l'origine, per determinarne la natura. Una discontinuità, un difetto di fusione, è tra quel periodo della mia vita psichica e gli altri. Udii una volta raccontare, nel corso di una favola, che un giovine principe, dopo un lungo pellegrinaggio avventuroso, giunse infine al cospetto della donna che egli aveva con tanto ardore cercata. Tremava di speranza il giovine, mentre la donna gli sorrideva da vicino. Ma un velo rendeva intangibile la donna sorridente. Era un velo d'ignota materia, così tenue che si confondeva con l'aria; eppure il giovine non potè stringere l'amata a traverso un tal velo. Questa imaginazione mi aiuta un poco a rappresentarmi il singolare stato in cui mi trovavo allora, a riguardo di Giuliana. Io sentivo che qualche cosa, inconoscibile, manteneva ancora tra lei e me l'intervallo. Ma, nel tempo medesimo, confidavo nel "semplice atto silenzioso" che, o prima o poi, doveva distruggere l'ostacolo e rendermi felice. Come mi piaceva intanto la camera di Giuliana! Era tappezzata d'un tessuto chiaro, un po' invecchiato, a fiorami assai sbiaditi, e aveva un'alcova profonda. Come la profumavano le spine albe! Ella disse, troppo bianca: --È acuto questo odore. Dà alla testa. Non lo senti? E andò verso una finestra per aprirla. Poi soggiunse: --Maria, chiama miss Edith. La governante comparve. --Edith, vi prego, portate questi fiori nella stanza del pianoforte. Metteteli nei vasi. Badate di non pungervi. Maria e Natalia vollero portare una parte del fascio. Rimanemmo soli. Ella andò ancora verso la finestra; si appoggiò al davanzale, volgendo le spalle alla luce. Io dissi: --Hai qualche cosa da fare? Vuoi che me ne vada? --No, no. Resta pure. Siediti. Raccontami la tua passeggiata di stamani. Fin dove sei giunto? Ella pronunziò queste frasi con un po' di precipitazione. Come il parapetto era all'altezza delle reni, ella teneva sul davanzale i gomiti; e il suo busto s'inclinava indietro, entrando nel rettangolo della finestra. La faccia, rivolta verso di me in pieno, si empiva d'ombra, specialmente nel cavo degli occhi; ma i capelli, ricevendo in sommo la luce, formavano una esigua aureola; gli omeri anche in sommo si rischiaravano. Un piede, su cui più premeva il peso del corpo, avanzava l'estremità della veste, mostrando un po' della calza cinerina e la babbuccia brillante. Tutta la figura, in quell'attitudine, in quella luce, aveva una straordinaria forza di seduzione. Un lembo di paesaggio turchiniccio e voluttuoso, tra l'uno e l'altro stipite, sfondava pel vano, dietro quella testa. Allora fu che, d'improvviso, come per una rivelazione fulminea, io rividi in lei la donna desiderabile e nel mio sangue si riaccesero il ricordo e il desiderio delle carezze. Io le parlavo guardandola fissamente. Come più la guardavo, più mi sentivo turbare; ed ella certo doveva leggere nel mio sguardo, perché l'inquietudine in lei si fece palese. Io pensai con un'acuta ansietà ulteriore: "Se ardissi? Se m'avanzassi fino a lei e la prendessi fra le mie braccia?" Anche la franchezza apparente che io cercavo di mettere nei miei discorsi leggeri, m'abbandonò. Mi confusi. Quel disagio divenne insostenibile. Giungevano dalle stanze contigue le voci di Maria, di Natalia e di Edith, indistinte. Io mi levai, m'accostai alla finestra, mi misi a fianco di Giuliana, fui sul punto di chinarmi verso di lei per proferire al fine le parole già tante volte ripetute dentro di me in colloqui imaginarii. Ma il timore di una interruzione probabile mi trattenne. Pensai che quel momento era forse inopportuno, che non avrei avuto forse il tempo di dirle tutto, di aprirle tutto il mio cuore, di raccontarle la mia vita interna delle ultime settimane, la misteriosa convalescenza della mia anima, il risveglio delle mie fibre più tenere, la rifioritura de' miei sogni più gentili, la profondità del mio sentimento nuovo, la tenacità della mia speranza. Pensai che non avrei avuto il tempo di raccontarle i minuti episodii recenti, quelle piccole confessioni ingenue, deliziose all'orecchio della donna che ama, fresche di verità, più persuasive di qualunque eloquenza. Io dovevo infatti riuscire a persuaderla d'una grande e forse per lei incredibile cosa, dopo tante delusioni: riuscire a persuaderla che questo mio ritorno non era ingannevole, ma sincero, definitivo, necessitato da un bisogno vitale di tutto il mio essere. Ella, certo, diffidava ancora; certo, in questo suo diffidare stava la ragione del suo ritegno. Ancora fra noi s'intrapponeva l'ombra d'un atroce ricordo. Io dovevo scacciare quell'ombra, ricongiungere la mia anima a quella di lei così strettamente che nulla più potesse intrapporsi. E questo doveva accadere in un'ora favorevole, in un luogo segreto, silenzioso, abitato soltanto dalle memorie: a Villalilla. Noi tacevamo, intanto, ambedue nel vano della finestra, l'uno a fianco dell'altra. Giungevano dalle stanze contigue le voci di Maria, di Natalia e di Edith, indistinte. Il profumo delle spine albe era vanito. Le tende che pendevano dall'arco dell'alcova lasciavano intravedere il letto nel fondo, ove i miei occhi andavano spesso, curiosi della penombra, quasi cupidi. Giuliana aveva chinato il capo, perché sentiva anch'ella forse il peso dolce e angoscioso del silenzio. Il vento leggero le agitava su la tempia una ciocca libera. L'irrequietudine di quella ciocca scura, un po' lionata, ove anzi qualche filo alla luce diveniva oro su quella terapia pallida come un'ostia, mi faceva languire. E, guardando, io rividi sul collo il piccolo segno fosco da cui tante volte in altri tempi era partita la favilla della tentazione. Allora, non potendo più reggere, con un misto di temenza e di ardire, levai la mano per ravviare quella ciocca; e le mie dita tremanti di su i capelli sfiorarono l'orecchio, il collo, ma a pena a pena, con la più tenue delle carezze. --Che fai?--disse Giuliana, scossa da un sussulto, volgendomi uno sguardo smarrito, tremando più di me forse. E si scostò dalla finestra; sentendosi seguire, diede qualche passo come di fuga, perdutamente. --Ah perché, perché questo, Giuliana?--esclamai, fermandomi. Ma subito dopo: --É vero: non sono ancora degno. Perdonami! In quel punto le due campane della cappella incominciarono a squillare. E Maria e Natalia si precipitarono nella camera, verso la madre, gridando di gioia; e, l'una dopo l'altra, le s'appesero al collo e le coprirono il viso di baci; e dalla madre passarono a me, e io le sollevai, l'una dopo l'altra, nelle mie braccia. Le due campane squillavano a furia; tutta la Badiola pareva invasa dal fremito del bronzo. Era il Sabato Santo, l'ora della Risurrezione. IV. Nel pomeriggio di quel medesimo sabato, ebbi un accesso di tristezza singolare. Era giunta la posta alla Badiola; e io e mio fratello, nella sala del bigliardo, davamo una scorsa ai giornali. Per caso mi venne sotto gli occhi il nome di Filippo Arborio, citato in una cronaca. Un turbamento subitaneo s'impadronì di me. Così un lieve urto solleva il fondiglio in un vaso chiarito. Mi ricordo: era un pomeriggio nebuloso, illuminato come da uno stanco riverbero biancastro. Fuori, innanzi alla vetrata che dava su lo spiazzo, passarono Giuliana e mia madre, l'una a braccio dell'altra, conversando. Giuliana portava un libro; e camminava con un'aria stracca. Con la inconseguenza delle imagini che si svolgono nel sogno, si risollevarono nel mio spirito alcuni frammenti della vita passata: Giuliana avanti allo specchio, nel giorno di novembre; il mazzo dei crisantemi bianchi; la mia ansietà nell'udire l'aria di Orfeo; le parole scritte sul frontespizio del -Segreto-; il colore dell'abito di Giuliana; il mio dibattito alla finestra; il volto di Filippo Arborio, grondante di sudore; la scena dello spogliatoio, nella sala d'armi. Io pensai con un fremito di paura, come uno che si trovi d'improvviso inclinato su l'orlo di una voragine: "Potrei dunque non salvarmi?" Sopraffatto dall'ambascia, avendo bisogno d'esser solo per guardare dentro di me, per guardare in faccia la mia paura, io salutai mio fratello, uscii dalla sala, andai nelle mie stanze. Il mio turbamento era misto d'impazienza irosa. Io ero come uno che, in mezzo al benessere d'una guarigione illusoria, nella ricuperata sicurtà della vita, senta a un tratto il morso del male antico, si accorga di portare ancora nella sua carne il male inestirpabile e sia costretto ad osservarsi, a sorvegliarsi, per convincersi dell'orrenda verità. "Potrei dunque non salvarmi? E perché?" Nello strano oblio che tutte le cose passate aveva sommerso, in quella specie di oscuramento che pareva aver invaso un intero strato della mia conscienza, anche il dubbio contro Giuliana, l'odioso dubbio s'era perduto, s'era disciolto. Troppo grande bisogno aveva la mia anima di cullarsi nell'illusione, di credere e di sperare. La mano santa di mia madre, accarezzando i capelli di Giuliana, aveva per me riaccesa intorno a quel capo l'aureola. Per uno di quelli abbagli sentimentali frequenti nei periodi di debolezza, vedendo le due donne respirare nel medesimo cerchio con una concordia così dolce, io le avevo confuse in una medesima irradiazione di purità. Ora, un piccolo fatto casuale, un semplice nome letto per caso in un diario, il risveglio d'un ricordo torbido erano bastati a sconvolgermi, a sbigottirmi, a spalancarmi d'innanzi un abisso; nel quale io non osavo gittare uno sguardo risoluto e profondo, perché il mio sogno di felicità mi tratteneva, mi tirava in dietro, attaccato a me tenacemente. Ondeggiai prima in un'angoscia fosca, indefinibile, su cui passavano a quando a quando i bagliori temuti. "É possibile ch'ella non sia pura. E allora?--Filippo Arborio o un altro.... Chi sa!--Conoscendo la colpa potrei perdonare?--Che colpa? Che perdono? Tu non hai il diritto di giudicarla, tu non hai il diritto di alzare la voce. Troppe volte ella ha taciuto; questa volta dovresti tu tacere.--E la felicità?--Sogni tu la felicità tua o quella di entrambi? Quella di entrambi, certo, perché un semplice riflesso della -sua- tristezza oscurerebbe qualunque tua gioia. Tu supponi che, essendo tu contento, ella sarebbe anche contenta: tu col tuo passato di licenza continua, ella col suo passato di continuo martirio. La felicità che tu sogni riposa tutta su l'abolizione del passato. Perché dunque, se ella veramente non fosse pura, non potresti tu mettere il velo o la pietra su la sua colpa come su la tua? Perché dunque, volendo far dimenticare, non dimenticheresti? Perché dunque, volendo essere un uomo nuovo, disgiunto completamente dal passato, non potresti considerar lei come una donna nuova, nelle condizioni medesime? Una tale ineguaglianza sarebbe forse la peggiore delle tue ingiustizie.--Ma l'Ideale? Ma l'Ideale? La mia felicità sarebbe allora possibile quando io potessi riconoscere in Giuliana assolutamente una creatura superiore, impeccabile, degna di tutta l'adorazione; e nel sentimento intimo di questa superiorità, nella conscienza della sua propria grandezza morale ella a punto troverebbe la massima parte della felicità sua. Io non potrei astrarre dal mio passato né dal suo, perché questa particolare felicità non potrebbe essere senza la nequizia della mia vita anteriore e senza quell'eroismo invitto e quasi sovrumano d'avanti al cui fantasma la mia anima è rimasta sempre china.--Ma sai tu quanto ci sia d'egoismo in questo tuo sogno e quanto d'elevazione ideale? Meriti tu forse la felicità, questo alto premio? Per quale privilegio? Così dunque il tuo lungo errore ti avrebbe condotto non alla espiazione ma alla ricompensa...." Io mi scossi, per interrompere il dibattito. "In fine, non si tratta se non di un antico dubbio, assai vago, ora risorto per caso. Questo turbamento irragionevole si dileguerà. Io do consistenza a un'ombra. Fra due, fra tre giorni, dopo Pasqua, andremo a Villalilla; e là io saprò, io sentirò indubitabilmente il vero.--Ma quella profonda, inalterabile malinconia ch'ella porta negli occhi non è -sospetta-? Quella sua aria smarrita, quella nube d'un pensiero continuo che le pesa tra ciglio e ciglio, quella stanchezza immensa che rivelano certe sue attitudini, quell'ansietà ch'ella non riesce a dissimulare quando tu ti avvicini, non sono -sospette-?" Tali ambigue apparenze potevano anche spiegarsi in un senso favorevole. Però, sopraffatto da un'onda di dolore più violenta, io mi levai e andai verso la finestra col desiderio istintivo d'immergermi nello spettacolo esterno per trovarvi una rispondenza allo stato del mio spirito o una rivelazione o una pacificazione. Il cielo era tutto bianco, simile a una compagine di veli sovrapposti in mezzo a cui l'aria circolasse producendo larghe e mobili pieghe. Qualcuno di quei veli pareva a quando a quando distaccarsi, avvicinarsi alla terra, quasi radere la cima degli alberi, lacerarsi, ridursi in lembi cadenti, tremolare a fior del suolo, vanire. Le linee dalle alture si volgevano indeterminate verso il fondo, si scomponevano, si ricomponevano, in lontananze illusorie, come un paese in un sogno, senza realità. Un'ombra plumbea occupava la valle, e l'Assòro dalle rive invisibili l'animava de' suoi luccicori. Quel fiume tortuoso, luccicante in quel golfo d'ombra, sotto quel continuo dissolvimento lento del cielo, attirava lo sguardo, aveva per lo spirito il fascino delle cose simboliche, parendo portare in sé la significazione occulta di quello spettacolo indefinito. Il mio dolore perse a poco a poco l'acredine, divenne pacato, eguale. "Perché aspirare con tanta bramosia alla felicità, non essendone degno? Perché poggiare tutto l'edifizio de la vita futura su un'illusione? Perché credere con una fede così cieca in un privilegio inesistente? Forse tutti gli uomini, vivendo, incontrano un punto decisivo in cui ai più sagaci è dato di comprendere -quale dovrebbe essere la loro vita-. Tu già ti trovasti in quel punto. Ricòrdati dell'istante in cui la mano bianca e fedele, che portava l'amore, l'indulgenza, la pace, il sogno, l'oblio, tutte le cose belle e tutte le cose buone, tremò nell'aria verso di te -come per l'offerta suprema-...." Il rammarico mi gonfiò di lacrime il cuore. Appoggiai i gomiti sul davanzale, mi presi la testa fra le palme; guardando fiso il meandro del fiume in fondo alla valle plumbea, mentre la compagine del cielo si dissolveva senza posa, restai qualche minuto sotto la minaccia d'un castigo imminente, sentii sovra di me pendere una sventura ignota. Come mi giunse dalla stanza sottoposta il suono del pianoforte, inaspettato, la greve oppressione disparve a un tratto; e mi agitò un'ansia confusa in cui tutti i sogni, tutti i desiderii, tutte le speranze, tutti i rimpianti, tutti i rimorsi, tutti i terrori si rimescolarono con una rapidità inconcepibile, soffocantemente. Riconobbi la musica. Era una -Romanza senza parole- che Giuliana prediligeva e che miss Edith sonava spesso; era una di quelle melodie velate ma profonde in cui pare che l'Anima rivolga alla Vita con accenti sempre diversi una medesima domanda: "Perché hai delusa la mia aspettazione?" Cedendo a un impulso quasi istintivo, uscii sollecito, attraversai il corridoio, scesi le scale, mi fermai d'innanzi alla porta d'onde veniva il suono. La porta era socchiusa; m'insinuai senza far rumore; guardai per l'apertura delle tende. Giuliana era là?--I miei occhi non videro nulla, da prima impregnati di luce, finchè non s'adattarono alla penombra ma mi ferì il profumo acuto delle spine albe, quell'odor misto di timo e di mandorla amara, fresco come un latte selvaggio. Guardai. La stanza era a pena illuminata dal chiarore verdognolo che scendeva di tra le stecche delle gelosie. Miss Edith era sola, d'avanti alla tastiera; e seguitava la sua musica, senza accorgersi di me. La cassa dell'istrumento riluceva nella penombra; i rami delle spine biancheggiavano. In quella quiete raccolta, in quel profumo effuso da rami che mi ricordavano la buona ebrezza matutina e il sorriso di Giuliana e il mio tremito, la romanza mi parve sconsolata come non mai. Dov'era Giuliana? Era risalita? Era ancora fuori?--Mi ritrassi; discesi le altre scale; attraversai il vestibolo senza incontrare nessuno. Avevo un bisogno indomabile di cercarla, di vederla; pensavo che forse il suo solo aspetto mi avrebbe ridata la calma, mi avrebbe ridata la confidenza. Come uscii su lo spiazzo, scorsi Giuliana sotto gli olmi in compagnia di Federico. Ambedue mi sorrisero. Disse mio fratello, sorridendo, quando fui da presso: --Parlavamo di te. Giuliana crede che tu ti stancherai presto della Badiola.... E i nostri progetti, allora? --No, Giuliana -non sa---io risposi, sforzandomi di riprendere la mia disinvoltura consueta.--Ma tu vedrai. Sono, invece, così stanco di Roma.... e di tutto il resto! Guardavo Giuliana. E una mirabile mutazione avvenne nel mio interno, poichè le tristi cose, che fino a quel minuto mi avevano oppresso, ora precipitavano al fondo, si oscuravano, si dileguavano, cedevano il luogo al sentimento salutare che il solo aspetto di lei e di mio fratello bastava a suscitarmi. Ella era seduta, un po' abbandonata su sé stessa, tenendo su le ginocchia un libro che io riconobbi, il libro che io le avevo dato pochi giorni innanzi: -La Guerra e la Pace-. Tutto in lei, veramente, nell'attitudine e nello sguardo era dolce ed era buono. E nacque in me qualche cosa di simile al sentimento che avrei forse provato se io avessi veduto in quel medesimo luogo, sotto gli olmi famigliari che perdevano i loro fiori morti, Costanza adulta, la povera sorella, al fianco di Federico. Gli olmi piovevano i loro fiori innumerevoli, ad ogni fiato. Era, nella luce bianca, una discesa continua, lentissima di pellicole diafane, quasi impalpabili, che s'indugiavano nell'aria, esitavano, tremolavano come alette di libellule, tra verdognole e biondicce, dando alla vista per quella continuità e per quella labilità una sensazione quasi allucinante. Giuliana le riceveva su le ginocchia, su le spalle; di tratto in tratto faceva un debole gesto per toglierne qualcuna che rimaneva presa nei capelli delle tempie. --Ah, se Tullio rimarrà alla Badiola--diceva Federico rivolto a lei--faremo grandi cose. Promulgheremo le nuove leggi agrarie; gitteremo le basi della nuova constituzione agraria.... Sorridi? Avrai anche tu una parte nella nostra opera. Ti affideremo l'esercizio di due o tre precetti del nostro Decalogo. Anche tu lavorerai. A proposito, Tullio, quando cominceremo questo noviziato? Tu hai le mani troppo bianche. Eh, le punture di certe spine non bastano.... Parlava gaiamente, con quella sua voce limpida e forte che trasfondeva subito in chi l'udiva un senso di sicurtà e di fidanza. Parlava dei suoi disegni vecchi e nuovi, intorno alla interpretazione della legge cristiana primitiva sul lavoro alimentario, con una gravità di pensiero e di sentimento, temperata da quella gaiezza gioviale, che era come un velo di modestia spiegato da lui medesimo contro la meraviglia e l'elogio di chi l'udiva. Tutto in lui appariva semplice, facile, spontaneo. Questo giovine, per la sola forza del suo spirito illuminato dalla sua bontà nativa, già da alcuni anni aveva intuita la teoria sociale inspirata a Leone Tolstoi dal -moujik- Timoteo Bondareff. In quel tempo egli non conosceva neppure -La Guerra e la Pace-, il gran libro, apparso allora allora nell'Occidente. --Ecco un libro per te--io gli dissi, prendendo il volume di su le ginocchia di Giuliana. --Sì; tu me lo darai. Lo leggerò. --A te piace?--chiese a Giuliana. --Sì, molto. È triste e consolante, insieme. Amo già Maria Bolkonsky, e anche Pietro Besoukhow.... Io mi posi accanto a lei, sul sedile. Mi pareva di non pensare a nulla, di non avere pensieri ben definiti; ma la mia anima vigilava e meditava. Un contrasto palese era tra il sentimento dell'ora, delle cose circostanti, e il sentimento rappresentato dai discorsi di Federico, da quel libro, dai nomi dei personaggi che Giuliana amava. L'ora fluiva lenta e molle, quasi accidiosa, in quel confuso vapore biancastro dove gli olmi a poco a poco si disfioravano. Giungeva fioco il suono del pianoforte, e inintelligibile, aumentando la malinconia della luce, quasi cullando la sonnolenza dell'aria. Senza più ascoltare, assorto, io apersi quel libro, lo sfogliai qua e là, scorsi il principio di qualche pagina. M'avvidi che qualche pagina era piegata all'angolo, come per ricordo; qualche altra era solcata da un colpo d'unghia sul margine, secondo la nota consuetudine della lettrice. Volli leggere, allora, curioso, quasi ansioso. Nella scena tra Pietro Besoukhow e il vecchio incognito, alla posta di Torjok, molte frasi erano segnate. ".... La tua vista spirituale si ripieghi sul tuo essere interiore. Domanda a te stesso se tu sei contento di te stesso. A qual esito sei giunto avendo per unica guida il tuo intelletto! Voi siete giovine, voi siete ricco, voi siete intelligente. Che avete fatto di tutti questi doni? Siete contento di voi e della vostra esistenza? --No, l'aborro. --Se tu l'aborri, mutala, purificati; e, secondo che ti trasformerai, imparerai a conoscere la saggezza. Come l'avete voi trascorsa questa esistenza? In orgie, in bagordi, in depravazioni: ricevendo tutto dalla società e nulla dando. Come avete usati i beni di fortuna ricevuti? Che avete fatto pel vostro prossimo? Avete pensato alle vostre migliaia di servi? Li avete aiutati moralmente e materialmente? No; è vero? Avete profittato della loro fatica per vivere una vita corrotta. Avete cercato di adoperarvi a vantaggio del vostro prossimo? No. Avete vissuto nell'ozio. Poi, vi siete ammogliato: avete accettata la responsabilità di servire da guida a una donna giovine. E allora? Invece di aiutarla a trovare la via della verità, l'avete gittata nell'abisso della menzogna e della sciagura...." Di nuovo, l'insostenibile peso mi piombò sopra, mi schiacciò; e fu uno strazio più atroce di quello già sofferto, perché la vicinanza di Giuliana aumentava l'orgasmo. Il passo trascritto era indicato nella pagina con un solo segno. Certo, Giuliana lo aveva segnato pensando a me, ai miei errori. Ma anche l'ultima riga si riferiva a me, a noi? L'avevo io gittata, era ella caduta "nell'abisso della menzogna e della sciagura?" Io temevo che ella e Federico udissero i battiti del mio cuore. Un'altra pagina era piegata, portava un solco visibilissimo: quella su la morte della principessa Lisa a Lissy-Gory. "....Gli occhi della morta erano chiusi; ma il suo volto esile non era mutato. Ed ella pareva dire pur sempre:--Che avete voi fatto di me?--Il principe Andrea non piangeva; ma si senti lacerare il cuore, pensando ch'egli era colpevole di torti ormai irreparabili e indimenticabili. Il principe vecchio anche venne, e baciò una delle fragili mani di cera, che stavano incrociate l'una su l'altra. E parve che quel povero esile volto ripetesse anche a lui:--Che avete fatto di me?...." La dolce e terribile domanda mi ferì come un aculeo. "Che avete fatto di me?" Tenevo gli occhi fissi su la pagina, non osando di volgermi a guardare Giuliana e pur essendo ansioso di guardarla. E avevo paura che ella e Federico udissero i battiti del mio cuore e si volgessero essi a guardar me e scoprissero il mio turbamento. Così forte era il mio turbamento, ch'io credevo di avere il viso scomposto e di non potermi levare e di non poter proferire una sillaba. Un solo sguardo, rapido, obliquo, gittai a Giuliana; e il suo profilo mi s'impresse così che mi parve di continuare a vederlo su la pagina, accanto al "povero esile volto" della principessa morta. Era un profilo pensoso, reso più grave dall'attenzione, ombrato dai lunghi cigli; e le labbra serrate, un po' cadenti all'angolo, parevano involontariamente confessare una stanchezza e una tristezza estreme. Ella ascoltava mio fratello. E la voce di mio fratello mi sonava all'orecchio confusa, mi pareva remota se bene fosse tanto vicina; e tutti quei fiori degli olmi, che piovevano piovevano senza posa, tutti quei fiori morti, quasi irreali, quasi inesistenti, mi davano una sensazione inesprimibile, come se quella visione fisica mi si convertisse in uno strano fenomeno interno e io assistessi al passaggio continuo di quelle innumerevoli ombre impalpabili in un cielo intimo, nell'intimo dell'anima mia. "Che avete fatto di me?" ripetevano la morta e la vivente, ambedue senza muovere le labbra. "Che avete fatto di me?" --Ma che leggi, ora, Tullio?--disse Giuliana volgendosi, togliendomi il libro di tra le mani, chiudendolo, posandolo di nuovo su le sue ginocchia, con una specie d'impazienza nervosa. E subito dopo, senza alcuna pausa, come per rendere insignificante quel suo atto: --Perché non andiamo su, da miss Edith, a fare un po' di musica? Sentite? Sta sonando, mi pare, la -Marcia funebre per la morte di un Eroe-, quella che piace a te, Federico.... Ed ella tese l'orecchio, in ascolto. Tutt'e tre ascoltammo. Qualche gruppo di note giungeva fino a noi, nel silenzio. Ella non s'era ingannata. Soggiunse, levandosi: --Andiamo, dunque. Venite? Io fui l'ultimo ad alzarmi, per vederla d'innanzi a me. Ella non si curò di scuotere dalla sua veste i fiori dell'olmo; che sul terreno intorno avevano composto un tappeto soffice, seguitando a piovere, a piovere senza tregua. In piedi, rimase là qualche istante, a capo chino, a guardare lo strato dei fiori ch'ella scavava e ammonticchiava con la punta sottile della sua scarpetta, mentre anche su lei altri fiori altri fiori seguitavano a piovere a piovere senza tregua. Io non le vedevo la faccia. Era ella intenta a quell'atto ozioso o assorta in una perplessità? V. La mattina dopo, tra gli altri portatori di doni pasquali, venne alla Badiola Calisto, il vecchio Calisto, il guardiano di Villalilla, con un fascio enorme di fiori di lilla ancora freschissimi, fragranti. E volle egli stesso, con le sue proprie mani offrirlo a Giuliana, rammentandole i bei tempi del nostro soggiorno, pregandola di una visita, di una visita anche breve.--La signora pareva così allegra, così contenta laggiù! Perché non ci tornava? La casa era rimasta intatta, non era mutata in nulla. Il giardino era diventato più folto. Gli alberi di lilla, un bosco!, erano in piena fioritura. Non giungeva fino alla Badiola il profumo, verso sera? La casa, il giardino, proprio, aspettavano la visita. Tutti i vecchi nidi sotto le gronde erano pieni di rondinelle. Secondo il desiderio della signora, quei nidi erano stati rispettati sempre come cose sante. Ma, proprio, erano omai troppi. Bisognava ogni settimana adoperare la pala sui balconi, su i davanzali delle finestre. E che stridìo dall'alba al tramonto! Quando sarebbe dunque venuta, la signora? Presto? Io dissi a Giuliana: --Vuoi che andiamo martedì? Con un po' di esitazione, mentre reggeva a fatica il fascio smisurato che quasi le nascondeva il volto, ella rispose: --Andiamo pure, se vuoi, martedì. --Verremo martedì, dunque, Calisto--io dissi al vecchio, con un accento di allegrezza così vivace che io stesso ne fui sorpreso, tanto era stato spontaneo e subitaneo il moto dell'animo.--Aspettaci per martedì mattina. Porteremo con noi la colazione. Tu non preparare nulla; hai capito? Lascia la casa chiusa. Voglio aprire io stesso la porta; voglio aprire io stesso le finestre a una a una. Intendi? Una strana allegrezza, tutta irriflessiva, mi agitava, mi suggeriva atti e parole puerili, quasi folli, che stentavo a rattenere. Avrei voluto abbracciare Calisto, accarezzargli la bella barba bianca, prenderlo a braccio e parlare con lui di Villalilla, delle cose passate, dei "nostri tempi" abbondantemente, sotto quel gran sole di Pasqua, "Ecco ancora d'avanti a me un uomo semplice, sincero, tutto d'un pezzo: un cuore fedele!" io pensavo, guardandolo. E ancora una volta mi sentivo rassicurato, come se l'affetto di quel vecchio fosse per me un altro buon talismano contro la sorte. Ancora una volta, dopo la caduta del giorno innanzi, la mia anima si risollevava incitata dalla grande letizia ch'era nell'aria, che splendeva in tutti gli occhi, che emanava da tutte le cose. La Badiola in quella mattina pareva la meta di un pellegrinaggio. Nessuno del contado aveva mancato di portare il dono e l'augurio. Mia madre riceveva su le sue mani benedette baci innumerevoli, d'uomini, di donne, di fanciulli. Alla messa celebrata nella Cappella assisteva una turba densa che traboccava fuor della soglia dilatandosi per lo spiazzo, religiosa sotto il dòmo ceruleo. Le campane argentine squillavano con un accordo felice, quasi musicale, nell'aria senza mutamento. Su la torre l'inscrizione del quadrante solare diceva: -Hora est benefaciendi-. E in quella mattina di gloria, in cui pareva salire verso la dolce casa materna tutta la gratitudine dovuta al lungo benefizio, le tre parole cantavano. Come potevo io dunque conservare dentro di me la perfidia dei dubbi, dei sospetti, delle imagini impure, dei ricordi torbidi? Che potevo io temere, dopo aver veduto mia madre premere più volte le sue labbra su la fronte di Giuliana sorridente?, dopo aver veduto mio fratello stringere nella sua mano fiera e leale la gracile mano pallida di quella che era per lui come la seconda incarnazione di Costanza? VI. Il pensiero della gita a Villalilla mi occupò per tutto quel giorno e pel giorno seguente, di continuo. Non mai, credo, l'attesa dell'ora stabilita pel primo convegno con un'amante mi aveva data un'ansietà così fiera. "Cattivi sogni, cattivi sogni, soliti effetti dell'esser allucinato!" io giudicavo le angosce del sabato tristo: con una straordinaria leggerezza d'animo, con una volubilità obliosa, posseduto interamente dalla pervicace illusione che scacciata ritornava e distrutta rinasceva sempre. Lo stesso turbamento sensuale del desiderio concorreva ad oscurare la conscienza, a renderla ottusa. Io pensavo di riconquistare non l'anima sola di Giuliana ma anche il corpo; e nella mia ansietà entrava una parte di orgasmo fisico. Il nome di Villalilla suscitava in me ricordi voluttuosi: ricordi non di mite idilio ma di passione ardente, non di sospiri ma di gridi. Senza accorgermene, io avevo forse acuito e corrotto il mio desiderio con le imagini inevitabili generate dal dubbio; e portavo in me latente quel germe venefico. In fatti, sino allora in me era parsa predominante la commozione spirituale, ed io, aspettando il gran giorno, m'ero compiaciuto in puri colloquii fantastici con la donna da cui volevo ottenere il perdono. Ora in vece non tanto -vedevo- la scena patetica fra me e lei quanto la scena di voluttà, che doveva esserne conseguenza immediata. Il perdono si mutava in abbandono, il bacio trepido su la fronte in bacio cupido su la bocca--nel mio sogno. Il senso sopraffaceva lo spirito. E a poco a poco, per una eliminazione rapida e inarrestabile, una imagine escluse tutte le altre e m'occupò e mi signoreggiò, fissa, lucidissima, esatta nelle minime particolarità. "È dopo la colazione. Un piccolo bicchiere di Chablis è bastato a turbare Giuliana che è quasi un'astemia. Il pomeriggio si fa sempre più caldo; l'odore delle rose, dei giaggiòli, dei fiori di lilla si fa violento; le rondini passano e ripassano con un gran garrire assordante. E siamo soli, ambedue invasi da un tremito interiore insostenibile. E io le dico, a un tratto:--Vuoi che andiamo a rivedere la nostra stanza?--È l'antica stanza nuziale che ad arte io ho tralasciato di aprire nel nostro giro per la villa. Entriamo. C'è, là dentro, come un cupo rombo, lo stesso rombo che pare sia in fondo a certe conchiglie sinuose; e non altro è che il rumore delle mie vene. Ed ella anche forse ode quel rombo; e non altro è che il rumore delle sue vene. Tutto il resto è silenzio: pare che le rondini non garriscano più. Io voglio parlare; e, alla prima parola rauca, ella mi cade fra le braccia, quasi svenuta...." Questa rappresentazione fantastica si arricchiva di continuo, si faceva più complessa, simulava la realità, raggiungeva una evidenza incredibile. Io non riescivo a contenderle il dominio assoluto del mio spirito, pareva che risorgesse in me l'antico libertino, così profondo era il compiacimento che io provavo a contemplare e ad accarezzare l'imagine voluttuosa. La castità mantenuta per alcune settimane, in quella primavera così fervida, produceva ora i suoi effetti nel mio organismo ristorato. Un semplice fenomeno fisiologico mutava completamente il mio stato di conscienza, dava una piega completamente diversa ai miei pensieri, mi trasformava in un altro uomo. Maria e Natalia avevano mostrata la voglia di accompagnarci nella gita. Giuliana avrebbe voluto consentire. Io mi opposi; adoperai tutta la mia abilità e la mia grazia per raggiungere lo scopo. Federico aveva proposto:--Martedì io debbo andare a Casal Caldore. Vi accompagno in carrozza sino a Villalilla: voi vi fermate e io proseguo. Poi, la sera, ripassando, vi riprendo in carrozza; e torniamo insieme alla Badiola.--Giuliana, me presente, aveva accettato. Io pensavo che la compagnia di Federico, almeno nell'andata, non sarebbe stata inopportuna; mi avrebbe anzi tolto da una certa perplessità. In fatti: di che avremmo discorso, se fossimo stati soli, io e Giuliana, in quelle due o tre ore di viaggio? Quale attitudine avrei presa verso di lei? Avrei potuto anche guastare le cose, compromettere il buon esito, o almeno togliere la freschezza alla nostra commozione. Non avevo sognato io di ritrovarmi d'un tratto con lei a Villalilla, come per una magia, e di rivolgerle quivi la mia prima parola tenera e sommessa? La presenza di Federico mi avrebbe dato il modo di evitare i preliminari incerti, i lunghi silenzii tormentosi, le frasi proferite a bassa voce per riguardo agli orecchi del cocchiere, tutte insomma le piccole irritazioni e le piccole torture. Noi saremmo discesi a Villalilla, e là, soltanto là, ci saremmo ritrovati finalmente l'uno a fianco dell'altra, d'innanzi alla porta del paradiso perduto. VII. Così fu. M'è impossibile rappresentar con parole la sensazione ch'io provai nell'udire il tintinno delle sonagliere, lo strepito della carrozza che s'allontanava portando Federico verso Casal Caldore. Io dissi a Calisto, prendendo dalle sue mani le chiavi, con un'impazienza manifesta: --Ora, tu puoi andare. Ti chiamerò più tardi. E rinchiusi io stesso il cancello, dietro il vecchio che m'era parso un po' attonito e scontento di quel congedo quasi brusco. --Ci siamo, alla fine!--esclamai, quando io e Giuliana fummo soli. Tutta l'onda di felicità che m'aveva invaso passò nella mia voce. Io ero felice, felice, indicibilmente felice; ero posseduto come da una grande allucinazione di felicità inaspettata, insperata, che trasfigurava tutto il mio essere, suscitava e moltiplicava quanto di buono e di giovine era ancora rimasto in me, m'isolava dal mondo, concentrava a un tratto la mia vita nel cerchio delle mura che chiudevano quel giardino. Le parole mi s'affollavano alle labbra, senza nesso, improfferibili; la ragione mi si smarriva tra un balenio fulmineo di pensieri. Come poteva Giuliana non indovinare quel che avveniva in me? Come poteva non intendermi? Come poteva non esser colpita nel mezzo del cuore dal raggio violento della mia gioia? Ci guardammo. Vedo ancora l'espressione ansiosa di quel volto su cui errava un sorriso mal sicuro. Ella disse, con la sua voce velata, debole, sempre esitante di quella singolare esitazione già da me notata altre volte, che la faceva sembrare quasi di continuo attenta a trattenere la parola che le saliva alle labbra, per pronunziarne una diversa, disse: --Giriamo un poco pel giardino, prima di aprire la casa. Quanto tempo è che non lo rivedo così fiorito! L'ultima volta che ci venimmo fu tre anni fa, ti ricordi?, anche d'aprile, nei giorni di Pasqua.... Ella voleva forse dominare il suo turbamento, ma non poteva; voleva forse frenare l'effusione della tenerezza, ma non sapeva. Ella stessa, con le prime parole pronunziate in quel luogo, aveva incominciato ad evocare i ricordi. Si soffermò, dopo alcuni passi; e ci guardammo. Un'alterazione indefinibile, come una violenza di cose soffocate, passò ne' suoi occhi neri. --Giuliana!--io proruppi, non reggendo più, sentendomi sgorgare dall'intimo del cuore un flutto di parole appassionate e dolci, provando un bisogno folle d'inginocchiarmi d'avanti a lei su la ghiaia, e di abbracciarla alle ginocchia e di baciarle la veste, le mani, i polsi, furiosamente, senza fine. Ella m'accennò che tacessi, con un gesto supplichevole. E seguitò a internarsi pel viale, con un passo più celere. Portava un abito di panno grigio chiaro ornato di trine più oscure, un cappello di feltro grigio, un ombrellino di seta grigia a piccoli trifogli bianchi. Vedo ancora la sua persona elegante in quel colore fine e sobrio avanzarsi tra le folte masse degli alberi di lilla che s'inchinavano verso di lei carichi dei loro innumerevoli grappoli fra turchinicci e violetti. Mancava quasi un'ora al mezzogiorno. Era una mattina calda, d'un caldo precoce, azzurra ma navigata da qualche nuvola molle. I frutici deliziosi, che davano il nome alla villa, fiorivano per ogni dove, signoreggiavano tutto il giardino, facevano un bosco a pena interrotto qua e là da cespugli di rose gialle e da mucchi di giaggiòli. Qua e là le rose si arrampicavano su per i fusti, s'insinuavano tra i rami, ricadevano miste in catene, in ghirlande, in festoni, in corimbi; a piè dei fusti le iridi fiorentine elevavano di tra le foglie simili a lunghe spade glauche le forme ampie e nobili dei loro fiori; i tre profumi si mescevano in un accordo profondo che io -riconoscevo- perché dal tempo lontano era rimasto nella mia memoria distinto come un accordo musicale di tre note. Nel silenzio, non si udiva se non il garrire delle rondini. La casa a pena s'intravedeva tra i coni dei cipressi, e le rondini vi accorrevano innumerevoli come le api all'alveare. Dopo un poco, Giuliana rallentò il passo. Io le camminavo al fianco, così vicino che di tratto in tratto i nostri gomiti si toccavano. Ella guardava intorno a sé con occhi mobili e attenti, come temendo che le sfuggisse qualche cosa. Due o tre volte io sorpresi su le sue labbra l'atto di parlare: il principio di una parola vi si disegnava, senza suono. Io le chiesi a voce bassa, timido, come un amante: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000