pallido, mi davano un senso di vita così nuovo che io pensai tremando
dentro di me: "Ma è possibile? Ma è possibile? Ma dunque, dopo tutto
quel che è accaduto, dopo tutto quel che ho sofferto, dopo tante
colpe, dopo tante vergogne, io posso ancora trovare nella vita questo
sapore! Io posso ancora -sperare-, posso ancora avere il presentimento
di una felicità! Chi dunque mi ha benedetto?" Pareva che tutto il mio
essere si alleggerisse, espandendosi, dilatandosi oltre i suoi
confini, con una vibrazione sottile, rapida e incessante. Nulla può
dare un'idea di ciò che diveniva in me la sensazione minima prodotta
da un capello che mi sfiorava la guancia.
Rimanemmo alcuni minuti in quell'attitudine, senza parlare. Gli olmi
stormivano. Il tremolio innumerevole dei fiori gialli e violacei, che
ammantavano il muro sotto la finestra, incantava le mie pupille. Un
profumo denso e caldo saliva nel sole, col ritmo di un alito.
A un tratto, Giuliana si sollevò, si ritirò, smorta, con qualche cosa
di torbido negli occhi, con la bocca sforzata come da una nausea,
dicendo:
--Quest'odore è terribile. Da il capogiro. Mamma, non fa male anche a
te?
E si volse per andarsene; diede qualche passo incerto, vacillante; poi
si affrettò, uscì dalla stanza, seguita da mia madre.
Io le guardai allontanarsi per la fuga delle porte, ancora tenuto da
un resto della sensazione primitiva, trasognato.
II.
La mia confidenza nell'avvenire aumentava di giorno in giorno. Non mi
ricordavo quasi più di nulla. La mia anima troppo affaticata si
dimenticava di soffrire. In certe ore di completo abbandono tutto si
dileguava, si distendeva, si fondeva, si immergeva nella fluidità
originale, diveniva irriconoscibile. Poi, dopo questi strani
dissolvimenti ulteriori, mi pareva che un altro principio di vita
entrasse in me, che un'altra forza mi possedesse.
Una moltitudine di sensazioni involontarie, spontanee, inconscienti,
istintive componeva la mia esistenza reale. Tra l'esterno e l'interno
si stabiliva un giuoco di minime azioni e di minime reazioni
istantanee che fremevano in infinite ripercussioni; e ciascuna di
queste ripercussioni incalcolabili si convertiva in un fenomeno
psichico stupendo. Tutto il mio essere veniva alterato da ciò che
passava nell'aria, da un soffio, da un'ombra, da un bagliore.
Le grandi malattie dell'anima come quelle del corpo rinnovellano
l'uomo; e le convalescenze spirituali non sono meno soavi e meno
miracolose di quelle fisiche. D'avanti a un arbusto fiorito, d'avanti
a un ramo coperto di minute gemme, d'avanti a un rampollo nato su un
vecchio tronco quasi estinto, d'avanti alla più umile fra le grazie
della terra, alla più modesta tra le trasfigurazioni della primavera,
io mi soffermavo, semplice, candido, attonito!
Uscivo spesso con mio fratello, al mattino. In quell'ora tutto era
fresco, facile, libero. La compagnia di Federico mi purificava e mi
fortificava come la buona brezza selvaggia. Aveva allora ventisette
anni Federico; aveva vissuto quasi sempre nella campagna, d'una vita
sobria e laboriosa; pareva portare in sè raccolta la mite sincerità
terrestre. Egli possedeva la Regola. Leone Tolstoi, baciandolo su la
bella fronte serena, lo avrebbe chiamato suo figliuolo.
Andavamo per i campi senza meta, di rado ragionando. Egli lodava la
fertilità dei nostri dominii, mi spiegava le innovazioni introdotte
nelle culture, mi mostrava i miglioramenti. Le case dei nostri
contadini erano larghe, ariose, linde. Le nostre stalle erano piene di
un bestiame sano e ben pasciuto. Le nostre cascine erano in un ordine
perfetto. Spesso, nel cammino, egli s'arrestava per osservare una
pianta. Le sue mani virili erano di una delicatezza estrema quando
toccavano le piccole foglie verdi in cima ai rametti novelli. Talvolta
passavamo attraverso un frutteto. I peschi, i peri, i meli, i ciliegi,
i prugni, gli albicocchi portavano su le loro braccia milioni di
fiori; giù per la trasparenza dei petali rosei ed argentei, la luce si
cangiava quasi direi in una umidità divina, in una cosa
indescrivibilmente vaga e benigna; tra i minimi intervalli delle
ghirlande leggere, il cielo aveva la vivente dolcezza di uno sguardo.
Egli diceva, imaginando il pensile tesoro futuro, mentre io lodavo i
fiori:
--Vedrai, vedrai i frutti.
"Io li vedrò" ripetevo dentro di me. "Vedrò cadere i fiori, nascere le
foglie, crescere i frutti, colorirsi, maturarsi, distaccarsi." Questa
assicurazione, già passata per la bocca di mio fratello, aveva per me
un'importanza grave, come se si riferisse a non so quale felicità
promessa e attesa, la quale a punto dovesse svolgersi in quel periodo
del parto arboreo, nel tempo che corre tra il fiore e il frutto.
"Prima che io abbia manifestato il mio proposito, a mio fratello par
già naturale che io rimanga omai qui, nella campagna, con lui, con
nostra madre; poiché egli dice che io vedrò i frutti dei suoi alberi.
Egli è -sicuro- che io li vedrò! Dunque è proprio vero che è
ricominciata una vita nuova per me, e che questo sentimento ch'io ho
dentro di me non m'inganna. In fatti, tutto ora si compie con una
facilità strana, insolita, con un'abbondanza d'amore. Come amo
Federico! Non l'ho mai amato così." Tali erano i miei soliloquii
interiori, un po' slegati, incoerenti, qualche volta puerili per una
singolare disposizione d'animo che mi portava a vedere in qualunque
fatto insignificante un segno favorevole, un pronostico benigno.
Il gaudio mio più intenso era nel sapermi lontano dalle cose passate,
lontano da certi luoghi, da certe persone, inaccessibile. Assaporavo
talvolta la pace della campagna primaverile raffigurandomi lo spazio
che mi divideva dal mondo oscuro dove io avevo tanto sofferto e di
dolori tanto cattivi. Una paura indefinita mi stringeva ancora,
talvolta, e mi faceva cercare con sollecitudine intorno a me le prove
della sicurtà presente, mi spingeva a mettere il braccio sotto il
braccio di mio fratello, a leggere negli occhi di lui l'affetto
indubitabile e tutelare.
Io confidavo in Federico, ciecamente. Avrei voluto essere da lui non
soltanto amato ma dominato; avrei voluto cedere la primogenitura a lui
più degno e star sommesso al suo consiglio, riguardarlo come la mia
guida, obedirgli. Al suo fianco non avrei più corso il pericolo di
smarrirmi, poiché egli conosceva la via diritta e camminava per quella
con un passo infallibile; ed egli anche aveva il braccio possente e mi
avrebbe difeso. Era l'uomo esemplare: buono, forte, sagace. Nulla per
me uguagliava in nobiltà lo spettacolo di quella giovinezza devota
alla religione del "conscientemente bene operare", dedicata all'amore
della Terra. Parevano i suoi occhi aver assunto un limpido color
vegetale dalla contemplazione assidua delle cose verdi.
--Gesù della Gleba--io lo chiamai un giorno, sorridendo.
Era un mattino pieno d'innocenza, uno di quei mattini che danno
imagine delle albe primordiali nell'infanzia della Terra. Sul limite
di un campo, mio fratello parlava a un gruppo di agricoltori. Parlava
in piedi, avanzando di tutto il corpo gli astanti; e il suo gesto
calmo dimostrava la semplicità delle sue parole. Uomini vecchi
incanutiti nella saggezza, uomini maturi già prossimi al limitare
della vecchiaia ascoltavano quel giovine. Tutti portavano su i loro
corpi nodosi la traccia della grande comune opera. Poiché nessun
albero era da presso, poiché il frumento era umile nei solchi, le loro
attitudini apparivano integre nella santità della luce.
Come mi vide muovere verso di lui, mio fratello licenziò i suoi uomini
per venirmi incontro. Allora spontanea mi uscì dalle labbra la
salutazione:
--Gesù della Gleba, osanna!
Egli aveva per tutti gli esseri vegetali una diligenza infinita. Nulla
sfuggiva alle sue pupille acute, quasi onniveggenti. Nelle nostre
corse mattutine, si soffermava ad ogni tratto per liberare da una
chiocciola, da un bruco, da una formica una piccola foglia. Un giorno,
senza badarci, camminando, battevo le erbe con la punta del bastone; e
le teneri cime verdi recise ad ogni colpo s'involavano. Egli ne
soffriva perchè mi tolse di mano il bastone ma con un gentile atto; ed
arrossì, pensando forse che quella sua misericordia mi sarebbe parsa
una esagerata morbidezza sentimentale. Oh quel rossore su quel volto
così maschio!
Un altro giorno, mentre spezzavo a un melo qualche ramo fiorito,
sorpresi nelli occhi di Federico un'ombra di rammarico. Subito
tralasciai, ritrassi le mani, dicendo:
--Se ti dispiace.....
Egli si mise a ridere forte.
--Ma no, ma no.... Spoglia pure tutto l'albero.
Intanto il ramo già rotto, ritenuto da alcune delle sue vive fibre,
penzolava lungo il fusto; e, proprio, quella frattura umida di linfa
aveva un aspetto di cosa dolente; e quei fiori esili, un po'
carnicini, un po' bianchi, simili a ciocche di rose scempie, che
portavano un germe omai condannato, avevano all'aria un tremolio
incessante.
Io dissi allora, come ad attenuare la crudezza di quella manomessione:
--È per Giuliana.
E, strappando le ultime fibrille vive, distaccai il ramo già rotto.
III.
Non quel ramo solo portai a Giuliana, ma molti altri. Tornavo alla
Badiola sempre carico di doni floreali. Una mattina, avendo su le
braccia un fascio di spine albe, incontrai nel vestibolo, mia madre.
Ero un poco ansante, accaldato, agitato da una leggera ebrezza.
Domandai:
--Dov'è Giuliana?
--Su, nelle sue stanze,--ella rispose, ridendo.
Io feci di corsa le scale, attraversai il corridoio, entrai franco
nell'appartamento, chiamai:
--Giuliana, Giuliana! Dove sei?
Maria e Natalia mi uscirono in contro con grandi feste, rallegrate
alla vista dei fiori, irrequiete, folli.
--Vieni, vieni,--mi gridarono--la mamma è qui, nella camera da letto.
Vieni.
E io varcai quella soglia palpitando più forte; mi trovai alla
presenza di Giuliana sorridente e confusa: le gittai il fascio ai
piedi.
--Guarda!
--Oh, che cosa bella!--esclamò, chinandosi sul fresco tesoro odorante.
Portava una delle sue ampie tuniche preferite, d'un verde eguale al
verde d'una foglia d'aloe. Non ancora pettinati, i suoi capelli erano
mal trattenuti dalle forcine; le coprivano la nuca, le nascondevano
gli orecchi, in dense matasse. L'effluvio della spina, un color misto
di timo e di mandorla amara, la investiva tutta, si diffondeva per la
camera.
--Bada di non pungerti--io le dissi.--Guarda le mie mani.
E le mostrai le scalfitture ancora sanguinanti, come per rendere più
meritoria l'offerta. "Oh se ella ora mi prendesse le mani" pensai. E
mi passò su lo spirito, vago, il ricordo di un giorno lontanissimo in
cui ella mi aveva baciate le mani scalfite dalle spine e aveva voluto
suggere le stille di sangue che spuntavano l'una dopo l'altra. "Se
ella ora mi prendesse le mani e in questo solo atto mettesse tutto il
suo perdono e tutto il suo abbandono!"
Io avevo di continuo, in quei giorni, l'aspettazione d'un momento
simile. Non sapevo veramente da che mi venisse una tal fiducia; ma ero
sicuro che Giuliana si sarebbe ridonata a me, così, o prima o poi, con
un solo semplice atto silenzioso in cui ella avrebbe saputo mettere
"tutto il suo perdono e tutto il suo abbandono".
Ella sorrise. Un'ombra di sofferenza apparve sul suo volto troppo
bianco, ne' suoi occhi troppo incavati.
--Non ti senti un poco meglio, da che sei qui?--le domandai
accostandomi.
--Sì, sì, meglio--ella rispose. Dopo una pausa:
--E tu?
--Oh, io sono già guarito. Non vedi?
--Sì, è vero.
Quando mi parlava, in quei giorni, mi parlava con una esitazione
singolare che per me era piena di grazia ma che ora m'è impossibile
definire. Pareva quasi ch'ella fosse di continuo occupata a trattenere
la parola che le saliva alle labbra, per pronunziarne una diversa.
Inoltre, la sua voce era, se si può dir così, più feminile; aveva
perduta la primitiva fermezza e una parte di sonorità; s'era velata
come quella d'uno strumento con la sordina. Ma, essendo ella dunque
verso di me in tutte le sue espressioni tanto mite, che cosa ancora
c'impediva di stringerci? Che cosa manteneva ancora tra lei e me
quell'intervallo?
In quel periodo che rimarrà nella storia della mia anima sempre
misterioso, la mia nativa perspicacia sembrava interamente abolita.
Tutte le mie terribili facoltà analitiche, quelle stesse che mi
avevano dato tanti spasimi, sembravano esauste. La potenza delle
facoltà inquiete pareva distrutta. Innumerevoli sensazioni,
innumerevoli sentimenti di quel tempo mi riescono ora incomprensibili,
inesplicabili, perché non ho alcuna guida per rintracciarne l'origine,
per determinarne la natura. Una discontinuità, un difetto di fusione,
è tra quel periodo della mia vita psichica e gli altri.
Udii una volta raccontare, nel corso di una favola, che un giovine
principe, dopo un lungo pellegrinaggio avventuroso, giunse infine al
cospetto della donna che egli aveva con tanto ardore cercata. Tremava
di speranza il giovine, mentre la donna gli sorrideva da vicino. Ma un
velo rendeva intangibile la donna sorridente. Era un velo d'ignota
materia, così tenue che si confondeva con l'aria; eppure il giovine
non potè stringere l'amata a traverso un tal velo.
Questa imaginazione mi aiuta un poco a rappresentarmi il singolare
stato in cui mi trovavo allora, a riguardo di Giuliana. Io sentivo che
qualche cosa, inconoscibile, manteneva ancora tra lei e me
l'intervallo. Ma, nel tempo medesimo, confidavo nel "semplice atto
silenzioso" che, o prima o poi, doveva distruggere l'ostacolo e
rendermi felice.
Come mi piaceva intanto la camera di Giuliana! Era tappezzata d'un
tessuto chiaro, un po' invecchiato, a fiorami assai sbiaditi, e aveva
un'alcova profonda. Come la profumavano le spine albe!
Ella disse, troppo bianca:
--È acuto questo odore. Dà alla testa. Non lo senti?
E andò verso una finestra per aprirla. Poi soggiunse:
--Maria, chiama miss Edith.
La governante comparve.
--Edith, vi prego, portate questi fiori nella stanza del pianoforte.
Metteteli nei vasi. Badate di non pungervi.
Maria e Natalia vollero portare una parte del fascio. Rimanemmo soli.
Ella andò ancora verso la finestra; si appoggiò al davanzale, volgendo
le spalle alla luce.
Io dissi:
--Hai qualche cosa da fare? Vuoi che me ne vada?
--No, no. Resta pure. Siediti. Raccontami la tua passeggiata di
stamani. Fin dove sei giunto?
Ella pronunziò queste frasi con un po' di precipitazione. Come il
parapetto era all'altezza delle reni, ella teneva sul davanzale i
gomiti; e il suo busto s'inclinava indietro, entrando nel rettangolo
della finestra. La faccia, rivolta verso di me in pieno, si empiva
d'ombra, specialmente nel cavo degli occhi; ma i capelli, ricevendo in
sommo la luce, formavano una esigua aureola; gli omeri anche in sommo si
rischiaravano. Un piede, su cui più premeva il peso del corpo, avanzava
l'estremità della veste, mostrando un po' della calza cinerina e la
babbuccia brillante. Tutta la figura, in quell'attitudine, in quella
luce, aveva una straordinaria forza di seduzione. Un lembo di paesaggio
turchiniccio e voluttuoso, tra l'uno e l'altro stipite, sfondava pel
vano, dietro quella testa.
Allora fu che, d'improvviso, come per una rivelazione fulminea, io
rividi in lei la donna desiderabile e nel mio sangue si riaccesero il
ricordo e il desiderio delle carezze.
Io le parlavo guardandola fissamente. Come più la guardavo, più mi
sentivo turbare; ed ella certo doveva leggere nel mio sguardo, perché
l'inquietudine in lei si fece palese. Io pensai con un'acuta ansietà
ulteriore: "Se ardissi? Se m'avanzassi fino a lei e la prendessi fra
le mie braccia?" Anche la franchezza apparente che io cercavo di
mettere nei miei discorsi leggeri, m'abbandonò. Mi confusi. Quel
disagio divenne insostenibile.
Giungevano dalle stanze contigue le voci di Maria, di Natalia e di
Edith, indistinte.
Io mi levai, m'accostai alla finestra, mi misi a fianco di Giuliana,
fui sul punto di chinarmi verso di lei per proferire al fine le parole
già tante volte ripetute dentro di me in colloqui imaginarii. Ma il
timore di una interruzione probabile mi trattenne. Pensai che quel
momento era forse inopportuno, che non avrei avuto forse il tempo di
dirle tutto, di aprirle tutto il mio cuore, di raccontarle la mia vita
interna delle ultime settimane, la misteriosa convalescenza della mia
anima, il risveglio delle mie fibre più tenere, la rifioritura de'
miei sogni più gentili, la profondità del mio sentimento nuovo, la
tenacità della mia speranza. Pensai che non avrei avuto il tempo di
raccontarle i minuti episodii recenti, quelle piccole confessioni
ingenue, deliziose all'orecchio della donna che ama, fresche di
verità, più persuasive di qualunque eloquenza. Io dovevo infatti
riuscire a persuaderla d'una grande e forse per lei incredibile cosa,
dopo tante delusioni: riuscire a persuaderla che questo mio ritorno
non era ingannevole, ma sincero, definitivo, necessitato da un bisogno
vitale di tutto il mio essere. Ella, certo, diffidava ancora; certo,
in questo suo diffidare stava la ragione del suo ritegno. Ancora fra
noi s'intrapponeva l'ombra d'un atroce ricordo. Io dovevo scacciare
quell'ombra, ricongiungere la mia anima a quella di lei così
strettamente che nulla più potesse intrapporsi. E questo doveva
accadere in un'ora favorevole, in un luogo segreto, silenzioso,
abitato soltanto dalle memorie: a Villalilla.
Noi tacevamo, intanto, ambedue nel vano della finestra, l'uno a fianco
dell'altra. Giungevano dalle stanze contigue le voci di Maria, di
Natalia e di Edith, indistinte. Il profumo delle spine albe era
vanito. Le tende che pendevano dall'arco dell'alcova lasciavano
intravedere il letto nel fondo, ove i miei occhi andavano spesso,
curiosi della penombra, quasi cupidi.
Giuliana aveva chinato il capo, perché sentiva anch'ella forse il peso
dolce e angoscioso del silenzio. Il vento leggero le agitava su la
tempia una ciocca libera. L'irrequietudine di quella ciocca scura, un
po' lionata, ove anzi qualche filo alla luce diveniva oro su quella
terapia pallida come un'ostia, mi faceva languire. E, guardando, io
rividi sul collo il piccolo segno fosco da cui tante volte in altri
tempi era partita la favilla della tentazione.
Allora, non potendo più reggere, con un misto di temenza e di ardire,
levai la mano per ravviare quella ciocca; e le mie dita tremanti di su
i capelli sfiorarono l'orecchio, il collo, ma a pena a pena, con la
più tenue delle carezze.
--Che fai?--disse Giuliana, scossa da un sussulto, volgendomi uno
sguardo smarrito, tremando più di me forse.
E si scostò dalla finestra; sentendosi seguire, diede qualche passo
come di fuga, perdutamente.
--Ah perché, perché questo, Giuliana?--esclamai, fermandomi.
Ma subito dopo:
--É vero: non sono ancora degno. Perdonami!
In quel punto le due campane della cappella incominciarono a
squillare. E Maria e Natalia si precipitarono nella camera, verso la
madre, gridando di gioia; e, l'una dopo l'altra, le s'appesero al
collo e le coprirono il viso di baci; e dalla madre passarono a me, e
io le sollevai, l'una dopo l'altra, nelle mie braccia.
Le due campane squillavano a furia; tutta la Badiola pareva invasa dal
fremito del bronzo. Era il Sabato Santo, l'ora della Risurrezione.
IV.
Nel pomeriggio di quel medesimo sabato, ebbi un accesso di tristezza
singolare.
Era giunta la posta alla Badiola; e io e mio fratello, nella sala del
bigliardo, davamo una scorsa ai giornali. Per caso mi venne sotto gli
occhi il nome di Filippo Arborio, citato in una cronaca. Un turbamento
subitaneo s'impadronì di me. Così un lieve urto solleva il fondiglio
in un vaso chiarito.
Mi ricordo: era un pomeriggio nebuloso, illuminato come da uno stanco
riverbero biancastro. Fuori, innanzi alla vetrata che dava su lo
spiazzo, passarono Giuliana e mia madre, l'una a braccio dell'altra,
conversando. Giuliana portava un libro; e camminava con un'aria
stracca.
Con la inconseguenza delle imagini che si svolgono nel sogno, si
risollevarono nel mio spirito alcuni frammenti della vita passata:
Giuliana avanti allo specchio, nel giorno di novembre; il mazzo dei
crisantemi bianchi; la mia ansietà nell'udire l'aria di Orfeo; le
parole scritte sul frontespizio del -Segreto-; il colore dell'abito di
Giuliana; il mio dibattito alla finestra; il volto di Filippo Arborio,
grondante di sudore; la scena dello spogliatoio, nella sala d'armi. Io
pensai con un fremito di paura, come uno che si trovi d'improvviso
inclinato su l'orlo di una voragine: "Potrei dunque non salvarmi?"
Sopraffatto dall'ambascia, avendo bisogno d'esser solo per guardare
dentro di me, per guardare in faccia la mia paura, io salutai mio
fratello, uscii dalla sala, andai nelle mie stanze.
Il mio turbamento era misto d'impazienza irosa. Io ero come uno che,
in mezzo al benessere d'una guarigione illusoria, nella ricuperata
sicurtà della vita, senta a un tratto il morso del male antico, si
accorga di portare ancora nella sua carne il male inestirpabile e sia
costretto ad osservarsi, a sorvegliarsi, per convincersi dell'orrenda
verità. "Potrei dunque non salvarmi? E perché?"
Nello strano oblio che tutte le cose passate aveva sommerso, in quella
specie di oscuramento che pareva aver invaso un intero strato della
mia conscienza, anche il dubbio contro Giuliana, l'odioso dubbio s'era
perduto, s'era disciolto. Troppo grande bisogno aveva la mia anima di
cullarsi nell'illusione, di credere e di sperare. La mano santa di mia
madre, accarezzando i capelli di Giuliana, aveva per me riaccesa
intorno a quel capo l'aureola. Per uno di quelli abbagli sentimentali
frequenti nei periodi di debolezza, vedendo le due donne respirare nel
medesimo cerchio con una concordia così dolce, io le avevo confuse in
una medesima irradiazione di purità.
Ora, un piccolo fatto casuale, un semplice nome letto per caso in un
diario, il risveglio d'un ricordo torbido erano bastati a
sconvolgermi, a sbigottirmi, a spalancarmi d'innanzi un abisso; nel
quale io non osavo gittare uno sguardo risoluto e profondo, perché il
mio sogno di felicità mi tratteneva, mi tirava in dietro, attaccato a
me tenacemente. Ondeggiai prima in un'angoscia fosca, indefinibile, su
cui passavano a quando a quando i bagliori temuti. "É possibile
ch'ella non sia pura. E allora?--Filippo Arborio o un altro.... Chi
sa!--Conoscendo la colpa potrei perdonare?--Che colpa? Che perdono? Tu
non hai il diritto di giudicarla, tu non hai il diritto di alzare la
voce. Troppe volte ella ha taciuto; questa volta dovresti tu
tacere.--E la felicità?--Sogni tu la felicità tua o quella di
entrambi? Quella di entrambi, certo, perché un semplice riflesso della
-sua- tristezza oscurerebbe qualunque tua gioia. Tu supponi che,
essendo tu contento, ella sarebbe anche contenta: tu col tuo passato
di licenza continua, ella col suo passato di continuo martirio. La
felicità che tu sogni riposa tutta su l'abolizione del passato. Perché
dunque, se ella veramente non fosse pura, non potresti tu mettere il
velo o la pietra su la sua colpa come su la tua? Perché dunque,
volendo far dimenticare, non dimenticheresti? Perché dunque, volendo
essere un uomo nuovo, disgiunto completamente dal passato, non
potresti considerar lei come una donna nuova, nelle condizioni
medesime? Una tale ineguaglianza sarebbe forse la peggiore delle tue
ingiustizie.--Ma l'Ideale? Ma l'Ideale? La mia felicità sarebbe allora
possibile quando io potessi riconoscere in Giuliana assolutamente una
creatura superiore, impeccabile, degna di tutta l'adorazione; e nel
sentimento intimo di questa superiorità, nella conscienza della sua
propria grandezza morale ella a punto troverebbe la massima parte
della felicità sua. Io non potrei astrarre dal mio passato né dal suo,
perché questa particolare felicità non potrebbe essere senza la
nequizia della mia vita anteriore e senza quell'eroismo invitto e
quasi sovrumano d'avanti al cui fantasma la mia anima è rimasta sempre
china.--Ma sai tu quanto ci sia d'egoismo in questo tuo sogno e quanto
d'elevazione ideale? Meriti tu forse la felicità, questo alto premio?
Per quale privilegio? Così dunque il tuo lungo errore ti avrebbe
condotto non alla espiazione ma alla ricompensa...."
Io mi scossi, per interrompere il dibattito. "In fine, non si tratta
se non di un antico dubbio, assai vago, ora risorto per caso. Questo
turbamento irragionevole si dileguerà. Io do consistenza a un'ombra.
Fra due, fra tre giorni, dopo Pasqua, andremo a Villalilla; e là io
saprò, io sentirò indubitabilmente il vero.--Ma quella profonda,
inalterabile malinconia ch'ella porta negli occhi non è -sospetta-?
Quella sua aria smarrita, quella nube d'un pensiero continuo che le
pesa tra ciglio e ciglio, quella stanchezza immensa che rivelano certe
sue attitudini, quell'ansietà ch'ella non riesce a dissimulare quando
tu ti avvicini, non sono -sospette-?" Tali ambigue apparenze potevano
anche spiegarsi in un senso favorevole. Però, sopraffatto da un'onda
di dolore più violenta, io mi levai e andai verso la finestra col
desiderio istintivo d'immergermi nello spettacolo esterno per trovarvi
una rispondenza allo stato del mio spirito o una rivelazione o una
pacificazione.
Il cielo era tutto bianco, simile a una compagine di veli sovrapposti
in mezzo a cui l'aria circolasse producendo larghe e mobili pieghe.
Qualcuno di quei veli pareva a quando a quando distaccarsi,
avvicinarsi alla terra, quasi radere la cima degli alberi, lacerarsi,
ridursi in lembi cadenti, tremolare a fior del suolo, vanire. Le linee
dalle alture si volgevano indeterminate verso il fondo, si
scomponevano, si ricomponevano, in lontananze illusorie, come un paese
in un sogno, senza realità. Un'ombra plumbea occupava la valle, e
l'Assòro dalle rive invisibili l'animava de' suoi luccicori. Quel
fiume tortuoso, luccicante in quel golfo d'ombra, sotto quel continuo
dissolvimento lento del cielo, attirava lo sguardo, aveva per lo
spirito il fascino delle cose simboliche, parendo portare in sé la
significazione occulta di quello spettacolo indefinito.
Il mio dolore perse a poco a poco l'acredine, divenne pacato, eguale.
"Perché aspirare con tanta bramosia alla felicità, non essendone
degno? Perché poggiare tutto l'edifizio de la vita futura su
un'illusione? Perché credere con una fede così cieca in un privilegio
inesistente? Forse tutti gli uomini, vivendo, incontrano un punto
decisivo in cui ai più sagaci è dato di comprendere -quale dovrebbe
essere la loro vita-. Tu già ti trovasti in quel punto. Ricòrdati
dell'istante in cui la mano bianca e fedele, che portava l'amore,
l'indulgenza, la pace, il sogno, l'oblio, tutte le cose belle e tutte
le cose buone, tremò nell'aria verso di te -come per l'offerta
suprema-...."
Il rammarico mi gonfiò di lacrime il cuore. Appoggiai i gomiti sul
davanzale, mi presi la testa fra le palme; guardando fiso il meandro
del fiume in fondo alla valle plumbea, mentre la compagine del cielo
si dissolveva senza posa, restai qualche minuto sotto la minaccia d'un
castigo imminente, sentii sovra di me pendere una sventura ignota.
Come mi giunse dalla stanza sottoposta il suono del pianoforte,
inaspettato, la greve oppressione disparve a un tratto; e mi agitò
un'ansia confusa in cui tutti i sogni, tutti i desiderii, tutte le
speranze, tutti i rimpianti, tutti i rimorsi, tutti i terrori si
rimescolarono con una rapidità inconcepibile, soffocantemente.
Riconobbi la musica. Era una -Romanza senza parole- che Giuliana
prediligeva e che miss Edith sonava spesso; era una di quelle melodie
velate ma profonde in cui pare che l'Anima rivolga alla Vita con
accenti sempre diversi una medesima domanda: "Perché hai delusa la mia
aspettazione?"
Cedendo a un impulso quasi istintivo, uscii sollecito, attraversai il
corridoio, scesi le scale, mi fermai d'innanzi alla porta d'onde
veniva il suono. La porta era socchiusa; m'insinuai senza far rumore;
guardai per l'apertura delle tende. Giuliana era là?--I miei occhi non
videro nulla, da prima impregnati di luce, finchè non s'adattarono
alla penombra ma mi ferì il profumo acuto delle spine albe, quell'odor
misto di timo e di mandorla amara, fresco come un latte selvaggio.
Guardai. La stanza era a pena illuminata dal chiarore verdognolo che
scendeva di tra le stecche delle gelosie. Miss Edith era sola,
d'avanti alla tastiera; e seguitava la sua musica, senza accorgersi di
me. La cassa dell'istrumento riluceva nella penombra; i rami delle
spine biancheggiavano. In quella quiete raccolta, in quel profumo
effuso da rami che mi ricordavano la buona ebrezza matutina e il
sorriso di Giuliana e il mio tremito, la romanza mi parve sconsolata
come non mai.
Dov'era Giuliana? Era risalita? Era ancora fuori?--Mi ritrassi;
discesi le altre scale; attraversai il vestibolo senza incontrare
nessuno. Avevo un bisogno indomabile di cercarla, di vederla; pensavo
che forse il suo solo aspetto mi avrebbe ridata la calma, mi avrebbe
ridata la confidenza. Come uscii su lo spiazzo, scorsi Giuliana sotto
gli olmi in compagnia di Federico.
Ambedue mi sorrisero. Disse mio fratello, sorridendo, quando fui da
presso:
--Parlavamo di te. Giuliana crede che tu ti stancherai presto della
Badiola.... E i nostri progetti, allora?
--No, Giuliana -non sa---io risposi, sforzandomi di riprendere la mia
disinvoltura consueta.--Ma tu vedrai. Sono, invece, così stanco di
Roma.... e di tutto il resto!
Guardavo Giuliana. E una mirabile mutazione avvenne nel mio interno,
poichè le tristi cose, che fino a quel minuto mi avevano oppresso, ora
precipitavano al fondo, si oscuravano, si dileguavano, cedevano il
luogo al sentimento salutare che il solo aspetto di lei e di mio
fratello bastava a suscitarmi. Ella era seduta, un po' abbandonata su
sé stessa, tenendo su le ginocchia un libro che io riconobbi, il libro
che io le avevo dato pochi giorni innanzi: -La Guerra e la Pace-.
Tutto in lei, veramente, nell'attitudine e nello sguardo era dolce ed
era buono. E nacque in me qualche cosa di simile al sentimento che
avrei forse provato se io avessi veduto in quel medesimo luogo, sotto
gli olmi famigliari che perdevano i loro fiori morti, Costanza adulta,
la povera sorella, al fianco di Federico.
Gli olmi piovevano i loro fiori innumerevoli, ad ogni fiato. Era,
nella luce bianca, una discesa continua, lentissima di pellicole
diafane, quasi impalpabili, che s'indugiavano nell'aria, esitavano,
tremolavano come alette di libellule, tra verdognole e biondicce,
dando alla vista per quella continuità e per quella labilità una
sensazione quasi allucinante. Giuliana le riceveva su le ginocchia, su
le spalle; di tratto in tratto faceva un debole gesto per toglierne
qualcuna che rimaneva presa nei capelli delle tempie.
--Ah, se Tullio rimarrà alla Badiola--diceva Federico rivolto a
lei--faremo grandi cose. Promulgheremo le nuove leggi agrarie;
gitteremo le basi della nuova constituzione agraria.... Sorridi? Avrai
anche tu una parte nella nostra opera. Ti affideremo l'esercizio di
due o tre precetti del nostro Decalogo. Anche tu lavorerai. A
proposito, Tullio, quando cominceremo questo noviziato? Tu hai le mani
troppo bianche. Eh, le punture di certe spine non bastano....
Parlava gaiamente, con quella sua voce limpida e forte che trasfondeva
subito in chi l'udiva un senso di sicurtà e di fidanza. Parlava dei
suoi disegni vecchi e nuovi, intorno alla interpretazione della legge
cristiana primitiva sul lavoro alimentario, con una gravità di
pensiero e di sentimento, temperata da quella gaiezza gioviale, che
era come un velo di modestia spiegato da lui medesimo contro la
meraviglia e l'elogio di chi l'udiva. Tutto in lui appariva semplice,
facile, spontaneo. Questo giovine, per la sola forza del suo spirito
illuminato dalla sua bontà nativa, già da alcuni anni aveva intuita la
teoria sociale inspirata a Leone Tolstoi dal -moujik- Timoteo
Bondareff. In quel tempo egli non conosceva neppure -La Guerra e la
Pace-, il gran libro, apparso allora allora nell'Occidente.
--Ecco un libro per te--io gli dissi, prendendo il volume di su le
ginocchia di Giuliana.
--Sì; tu me lo darai. Lo leggerò.
--A te piace?--chiese a Giuliana.
--Sì, molto. È triste e consolante, insieme. Amo già Maria Bolkonsky,
e anche Pietro Besoukhow....
Io mi posi accanto a lei, sul sedile. Mi pareva di non pensare a
nulla, di non avere pensieri ben definiti; ma la mia anima vigilava e
meditava. Un contrasto palese era tra il sentimento dell'ora, delle
cose circostanti, e il sentimento rappresentato dai discorsi di
Federico, da quel libro, dai nomi dei personaggi che Giuliana amava.
L'ora fluiva lenta e molle, quasi accidiosa, in quel confuso vapore
biancastro dove gli olmi a poco a poco si disfioravano. Giungeva fioco
il suono del pianoforte, e inintelligibile, aumentando la malinconia
della luce, quasi cullando la sonnolenza dell'aria.
Senza più ascoltare, assorto, io apersi quel libro, lo sfogliai qua e
là, scorsi il principio di qualche pagina. M'avvidi che qualche pagina
era piegata all'angolo, come per ricordo; qualche altra era solcata da
un colpo d'unghia sul margine, secondo la nota consuetudine della
lettrice. Volli leggere, allora, curioso, quasi ansioso. Nella scena
tra Pietro Besoukhow e il vecchio incognito, alla posta di Torjok,
molte frasi erano segnate.
".... La tua vista spirituale si ripieghi sul tuo essere interiore.
Domanda a te stesso se tu sei contento di te stesso. A qual esito sei
giunto avendo per unica guida il tuo intelletto! Voi siete giovine,
voi siete ricco, voi siete intelligente. Che avete fatto di tutti
questi doni? Siete contento di voi e della vostra esistenza?
--No, l'aborro.
--Se tu l'aborri, mutala, purificati; e, secondo che ti trasformerai,
imparerai a conoscere la saggezza. Come l'avete voi trascorsa questa
esistenza? In orgie, in bagordi, in depravazioni: ricevendo tutto
dalla società e nulla dando. Come avete usati i beni di fortuna
ricevuti? Che avete fatto pel vostro prossimo? Avete pensato alle
vostre migliaia di servi? Li avete aiutati moralmente e materialmente?
No; è vero? Avete profittato della loro fatica per vivere una vita
corrotta. Avete cercato di adoperarvi a vantaggio del vostro prossimo?
No. Avete vissuto nell'ozio. Poi, vi siete ammogliato: avete accettata
la responsabilità di servire da guida a una donna giovine. E allora?
Invece di aiutarla a trovare la via della verità, l'avete gittata
nell'abisso della menzogna e della sciagura...."
Di nuovo, l'insostenibile peso mi piombò sopra, mi schiacciò; e fu uno
strazio più atroce di quello già sofferto, perché la vicinanza di
Giuliana aumentava l'orgasmo. Il passo trascritto era indicato nella
pagina con un solo segno. Certo, Giuliana lo aveva segnato pensando a
me, ai miei errori. Ma anche l'ultima riga si riferiva a me, a noi?
L'avevo io gittata, era ella caduta "nell'abisso della menzogna e
della sciagura?"
Io temevo che ella e Federico udissero i battiti del mio cuore.
Un'altra pagina era piegata, portava un solco visibilissimo: quella su
la morte della principessa Lisa a Lissy-Gory.
"....Gli occhi della morta erano chiusi; ma il suo volto esile non era
mutato. Ed ella pareva dire pur sempre:--Che avete voi fatto di
me?--Il principe Andrea non piangeva; ma si senti lacerare il cuore,
pensando ch'egli era colpevole di torti ormai irreparabili e
indimenticabili. Il principe vecchio anche venne, e baciò una delle
fragili mani di cera, che stavano incrociate l'una su l'altra. E parve
che quel povero esile volto ripetesse anche a lui:--Che avete fatto di
me?...."
La dolce e terribile domanda mi ferì come un aculeo. "Che avete fatto
di me?" Tenevo gli occhi fissi su la pagina, non osando di volgermi a
guardare Giuliana e pur essendo ansioso di guardarla. E avevo paura
che ella e Federico udissero i battiti del mio cuore e si volgessero
essi a guardar me e scoprissero il mio turbamento. Così forte era il
mio turbamento, ch'io credevo di avere il viso scomposto e di non
potermi levare e di non poter proferire una sillaba. Un solo sguardo,
rapido, obliquo, gittai a Giuliana; e il suo profilo mi s'impresse
così che mi parve di continuare a vederlo su la pagina, accanto al
"povero esile volto" della principessa morta. Era un profilo pensoso,
reso più grave dall'attenzione, ombrato dai lunghi cigli; e le labbra
serrate, un po' cadenti all'angolo, parevano involontariamente
confessare una stanchezza e una tristezza estreme. Ella ascoltava mio
fratello. E la voce di mio fratello mi sonava all'orecchio confusa, mi
pareva remota se bene fosse tanto vicina; e tutti quei fiori degli
olmi, che piovevano piovevano senza posa, tutti quei fiori morti,
quasi irreali, quasi inesistenti, mi davano una sensazione
inesprimibile, come se quella visione fisica mi si convertisse in uno
strano fenomeno interno e io assistessi al passaggio continuo di
quelle innumerevoli ombre impalpabili in un cielo intimo, nell'intimo
dell'anima mia. "Che avete fatto di me?" ripetevano la morta e la
vivente, ambedue senza muovere le labbra. "Che avete fatto di me?"
--Ma che leggi, ora, Tullio?--disse Giuliana volgendosi, togliendomi
il libro di tra le mani, chiudendolo, posandolo di nuovo su le sue
ginocchia, con una specie d'impazienza nervosa.
E subito dopo, senza alcuna pausa, come per rendere insignificante
quel suo atto:
--Perché non andiamo su, da miss Edith, a fare un po' di musica?
Sentite? Sta sonando, mi pare, la -Marcia funebre per la morte di un
Eroe-, quella che piace a te, Federico....
Ed ella tese l'orecchio, in ascolto. Tutt'e tre ascoltammo. Qualche
gruppo di note giungeva fino a noi, nel silenzio. Ella non s'era
ingannata. Soggiunse, levandosi:
--Andiamo, dunque. Venite?
Io fui l'ultimo ad alzarmi, per vederla d'innanzi a me. Ella non si
curò di scuotere dalla sua veste i fiori dell'olmo; che sul terreno
intorno avevano composto un tappeto soffice, seguitando a piovere, a
piovere senza tregua. In piedi, rimase là qualche istante, a capo
chino, a guardare lo strato dei fiori ch'ella scavava e ammonticchiava
con la punta sottile della sua scarpetta, mentre anche su lei altri
fiori altri fiori seguitavano a piovere a piovere senza tregua. Io non
le vedevo la faccia. Era ella intenta a quell'atto ozioso o assorta in
una perplessità?
V.
La mattina dopo, tra gli altri portatori di doni pasquali, venne alla
Badiola Calisto, il vecchio Calisto, il guardiano di Villalilla, con
un fascio enorme di fiori di lilla ancora freschissimi, fragranti. E
volle egli stesso, con le sue proprie mani offrirlo a Giuliana,
rammentandole i bei tempi del nostro soggiorno, pregandola di una
visita, di una visita anche breve.--La signora pareva così allegra,
così contenta laggiù! Perché non ci tornava? La casa era rimasta
intatta, non era mutata in nulla. Il giardino era diventato più folto.
Gli alberi di lilla, un bosco!, erano in piena fioritura. Non giungeva
fino alla Badiola il profumo, verso sera? La casa, il giardino,
proprio, aspettavano la visita. Tutti i vecchi nidi sotto le gronde
erano pieni di rondinelle. Secondo il desiderio della signora, quei
nidi erano stati rispettati sempre come cose sante. Ma, proprio, erano
omai troppi. Bisognava ogni settimana adoperare la pala sui balconi,
su i davanzali delle finestre. E che stridìo dall'alba al tramonto!
Quando sarebbe dunque venuta, la signora? Presto?
Io dissi a Giuliana:
--Vuoi che andiamo martedì?
Con un po' di esitazione, mentre reggeva a fatica il fascio smisurato
che quasi le nascondeva il volto, ella rispose:
--Andiamo pure, se vuoi, martedì.
--Verremo martedì, dunque, Calisto--io dissi al vecchio, con un
accento di allegrezza così vivace che io stesso ne fui sorpreso, tanto
era stato spontaneo e subitaneo il moto dell'animo.--Aspettaci per
martedì mattina. Porteremo con noi la colazione. Tu non preparare
nulla; hai capito? Lascia la casa chiusa. Voglio aprire io stesso la
porta; voglio aprire io stesso le finestre a una a una. Intendi?
Una strana allegrezza, tutta irriflessiva, mi agitava, mi suggeriva
atti e parole puerili, quasi folli, che stentavo a rattenere. Avrei
voluto abbracciare Calisto, accarezzargli la bella barba bianca,
prenderlo a braccio e parlare con lui di Villalilla, delle cose
passate, dei "nostri tempi" abbondantemente, sotto quel gran sole di
Pasqua, "Ecco ancora d'avanti a me un uomo semplice, sincero, tutto
d'un pezzo: un cuore fedele!" io pensavo, guardandolo. E ancora una
volta mi sentivo rassicurato, come se l'affetto di quel vecchio fosse
per me un altro buon talismano contro la sorte.
Ancora una volta, dopo la caduta del giorno innanzi, la mia anima si
risollevava incitata dalla grande letizia ch'era nell'aria, che
splendeva in tutti gli occhi, che emanava da tutte le cose. La Badiola
in quella mattina pareva la meta di un pellegrinaggio. Nessuno del
contado aveva mancato di portare il dono e l'augurio. Mia madre
riceveva su le sue mani benedette baci innumerevoli, d'uomini, di
donne, di fanciulli. Alla messa celebrata nella Cappella assisteva una
turba densa che traboccava fuor della soglia dilatandosi per lo
spiazzo, religiosa sotto il dòmo ceruleo. Le campane argentine
squillavano con un accordo felice, quasi musicale, nell'aria senza
mutamento. Su la torre l'inscrizione del quadrante solare diceva:
-Hora est benefaciendi-. E in quella mattina di gloria, in cui pareva
salire verso la dolce casa materna tutta la gratitudine dovuta al
lungo benefizio, le tre parole cantavano.
Come potevo io dunque conservare dentro di me la perfidia dei dubbi,
dei sospetti, delle imagini impure, dei ricordi torbidi? Che potevo io
temere, dopo aver veduto mia madre premere più volte le sue labbra su
la fronte di Giuliana sorridente?, dopo aver veduto mio fratello
stringere nella sua mano fiera e leale la gracile mano pallida di
quella che era per lui come la seconda incarnazione di Costanza?
VI.
Il pensiero della gita a Villalilla mi occupò per tutto quel giorno e
pel giorno seguente, di continuo. Non mai, credo, l'attesa dell'ora
stabilita pel primo convegno con un'amante mi aveva data un'ansietà
così fiera. "Cattivi sogni, cattivi sogni, soliti effetti dell'esser
allucinato!" io giudicavo le angosce del sabato tristo: con una
straordinaria leggerezza d'animo, con una volubilità obliosa,
posseduto interamente dalla pervicace illusione che scacciata
ritornava e distrutta rinasceva sempre.
Lo stesso turbamento sensuale del desiderio concorreva ad oscurare la
conscienza, a renderla ottusa. Io pensavo di riconquistare non l'anima
sola di Giuliana ma anche il corpo; e nella mia ansietà entrava una
parte di orgasmo fisico. Il nome di Villalilla suscitava in me ricordi
voluttuosi: ricordi non di mite idilio ma di passione ardente, non di
sospiri ma di gridi. Senza accorgermene, io avevo forse acuito e
corrotto il mio desiderio con le imagini inevitabili generate dal
dubbio; e portavo in me latente quel germe venefico. In fatti, sino
allora in me era parsa predominante la commozione spirituale, ed io,
aspettando il gran giorno, m'ero compiaciuto in puri colloquii
fantastici con la donna da cui volevo ottenere il perdono. Ora in vece
non tanto -vedevo- la scena patetica fra me e lei quanto la scena di
voluttà, che doveva esserne conseguenza immediata. Il perdono si
mutava in abbandono, il bacio trepido su la fronte in bacio cupido su
la bocca--nel mio sogno. Il senso sopraffaceva lo spirito. E a poco a
poco, per una eliminazione rapida e inarrestabile, una imagine escluse
tutte le altre e m'occupò e mi signoreggiò, fissa, lucidissima, esatta
nelle minime particolarità. "È dopo la colazione. Un piccolo bicchiere
di Chablis è bastato a turbare Giuliana che è quasi un'astemia. Il
pomeriggio si fa sempre più caldo; l'odore delle rose, dei giaggiòli,
dei fiori di lilla si fa violento; le rondini passano e ripassano con
un gran garrire assordante. E siamo soli, ambedue invasi da un tremito
interiore insostenibile. E io le dico, a un tratto:--Vuoi che andiamo
a rivedere la nostra stanza?--È l'antica stanza nuziale che ad arte io
ho tralasciato di aprire nel nostro giro per la villa. Entriamo. C'è,
là dentro, come un cupo rombo, lo stesso rombo che pare sia in fondo a
certe conchiglie sinuose; e non altro è che il rumore delle mie vene.
Ed ella anche forse ode quel rombo; e non altro è che il rumore delle
sue vene. Tutto il resto è silenzio: pare che le rondini non
garriscano più. Io voglio parlare; e, alla prima parola rauca, ella mi
cade fra le braccia, quasi svenuta...."
Questa rappresentazione fantastica si arricchiva di continuo, si
faceva più complessa, simulava la realità, raggiungeva una evidenza
incredibile. Io non riescivo a contenderle il dominio assoluto del mio
spirito, pareva che risorgesse in me l'antico libertino, così profondo
era il compiacimento che io provavo a contemplare e ad accarezzare
l'imagine voluttuosa. La castità mantenuta per alcune settimane, in
quella primavera così fervida, produceva ora i suoi effetti nel mio
organismo ristorato. Un semplice fenomeno fisiologico mutava
completamente il mio stato di conscienza, dava una piega completamente
diversa ai miei pensieri, mi trasformava in un altro uomo.
Maria e Natalia avevano mostrata la voglia di accompagnarci nella
gita. Giuliana avrebbe voluto consentire. Io mi opposi; adoperai tutta
la mia abilità e la mia grazia per raggiungere lo scopo.
Federico aveva proposto:--Martedì io debbo andare a Casal Caldore. Vi
accompagno in carrozza sino a Villalilla: voi vi fermate e io
proseguo. Poi, la sera, ripassando, vi riprendo in carrozza; e
torniamo insieme alla Badiola.--Giuliana, me presente, aveva
accettato.
Io pensavo che la compagnia di Federico, almeno nell'andata, non
sarebbe stata inopportuna; mi avrebbe anzi tolto da una certa
perplessità. In fatti: di che avremmo discorso, se fossimo stati soli,
io e Giuliana, in quelle due o tre ore di viaggio? Quale attitudine
avrei presa verso di lei? Avrei potuto anche guastare le cose,
compromettere il buon esito, o almeno togliere la freschezza alla
nostra commozione. Non avevo sognato io di ritrovarmi d'un tratto con
lei a Villalilla, come per una magia, e di rivolgerle quivi la mia
prima parola tenera e sommessa? La presenza di Federico mi avrebbe
dato il modo di evitare i preliminari incerti, i lunghi silenzii
tormentosi, le frasi proferite a bassa voce per riguardo agli orecchi
del cocchiere, tutte insomma le piccole irritazioni e le piccole
torture. Noi saremmo discesi a Villalilla, e là, soltanto là, ci
saremmo ritrovati finalmente l'uno a fianco dell'altra, d'innanzi alla
porta del paradiso perduto.
VII.
Così fu. M'è impossibile rappresentar con parole la sensazione ch'io
provai nell'udire il tintinno delle sonagliere, lo strepito della
carrozza che s'allontanava portando Federico verso Casal Caldore. Io
dissi a Calisto, prendendo dalle sue mani le chiavi, con un'impazienza
manifesta:
--Ora, tu puoi andare. Ti chiamerò più tardi.
E rinchiusi io stesso il cancello, dietro il vecchio che m'era parso
un po' attonito e scontento di quel congedo quasi brusco.
--Ci siamo, alla fine!--esclamai, quando io e Giuliana fummo soli.
Tutta l'onda di felicità che m'aveva invaso passò nella mia voce.
Io ero felice, felice, indicibilmente felice; ero posseduto come da
una grande allucinazione di felicità inaspettata, insperata, che
trasfigurava tutto il mio essere, suscitava e moltiplicava quanto di
buono e di giovine era ancora rimasto in me, m'isolava dal mondo,
concentrava a un tratto la mia vita nel cerchio delle mura che
chiudevano quel giardino. Le parole mi s'affollavano alle labbra,
senza nesso, improfferibili; la ragione mi si smarriva tra un balenio
fulmineo di pensieri.
Come poteva Giuliana non indovinare quel che avveniva in me? Come
poteva non intendermi? Come poteva non esser colpita nel mezzo del
cuore dal raggio violento della mia gioia?
Ci guardammo. Vedo ancora l'espressione ansiosa di quel volto su cui
errava un sorriso mal sicuro. Ella disse, con la sua voce velata,
debole, sempre esitante di quella singolare esitazione già da me
notata altre volte, che la faceva sembrare quasi di continuo attenta a
trattenere la parola che le saliva alle labbra, per pronunziarne una
diversa, disse:
--Giriamo un poco pel giardino, prima di aprire la casa. Quanto tempo
è che non lo rivedo così fiorito! L'ultima volta che ci venimmo fu tre
anni fa, ti ricordi?, anche d'aprile, nei giorni di Pasqua....
Ella voleva forse dominare il suo turbamento, ma non poteva; voleva
forse frenare l'effusione della tenerezza, ma non sapeva. Ella stessa,
con le prime parole pronunziate in quel luogo, aveva incominciato ad
evocare i ricordi. Si soffermò, dopo alcuni passi; e ci guardammo.
Un'alterazione indefinibile, come una violenza di cose soffocate,
passò ne' suoi occhi neri.
--Giuliana!--io proruppi, non reggendo più, sentendomi sgorgare
dall'intimo del cuore un flutto di parole appassionate e dolci,
provando un bisogno folle d'inginocchiarmi d'avanti a lei su la
ghiaia, e di abbracciarla alle ginocchia e di baciarle la veste, le
mani, i polsi, furiosamente, senza fine.
Ella m'accennò che tacessi, con un gesto supplichevole. E seguitò a
internarsi pel viale, con un passo più celere.
Portava un abito di panno grigio chiaro ornato di trine più oscure, un
cappello di feltro grigio, un ombrellino di seta grigia a piccoli
trifogli bianchi. Vedo ancora la sua persona elegante in quel colore
fine e sobrio avanzarsi tra le folte masse degli alberi di lilla che
s'inchinavano verso di lei carichi dei loro innumerevoli grappoli fra
turchinicci e violetti.
Mancava quasi un'ora al mezzogiorno. Era una mattina calda, d'un caldo
precoce, azzurra ma navigata da qualche nuvola molle. I frutici
deliziosi, che davano il nome alla villa, fiorivano per ogni dove,
signoreggiavano tutto il giardino, facevano un bosco a pena interrotto
qua e là da cespugli di rose gialle e da mucchi di giaggiòli. Qua e là
le rose si arrampicavano su per i fusti, s'insinuavano tra i rami,
ricadevano miste in catene, in ghirlande, in festoni, in corimbi; a
piè dei fusti le iridi fiorentine elevavano di tra le foglie simili a
lunghe spade glauche le forme ampie e nobili dei loro fiori; i tre
profumi si mescevano in un accordo profondo che io -riconoscevo-
perché dal tempo lontano era rimasto nella mia memoria distinto come
un accordo musicale di tre note. Nel silenzio, non si udiva se non il
garrire delle rondini. La casa a pena s'intravedeva tra i coni dei
cipressi, e le rondini vi accorrevano innumerevoli come le api
all'alveare.
Dopo un poco, Giuliana rallentò il passo. Io le camminavo al fianco,
così vicino che di tratto in tratto i nostri gomiti si toccavano. Ella
guardava intorno a sé con occhi mobili e attenti, come temendo che le
sfuggisse qualche cosa. Due o tre volte io sorpresi su le sue labbra
l'atto di parlare: il principio di una parola vi si disegnava, senza
suono. Io le chiesi a voce bassa, timido, come un amante:
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