L'Innocente
Gabriele d'Annunzio
Gabriele d'Annunzio
I ROMANZI DELLA ROSA
L'INNOCENTE
-Nono migliaio.-
MILANO--FRATELLI TREVES, EDITORI--MILANO
Via Palermo, 2, e Galleria Vittorio Emanuele, 64 e 66.
ROMA: Corso, 383.--NAPOLI; Via Roma (già Toledo), 34.
BOLOGNA: presso la Libreria Treves, di L. Beltrami, angolo Via Farini.
TRIESTE: presso Giuseppe Schubart.
LIPSIA, VIENNA e BERLINO: presso A. F. Brockhaus.
PARIGI: presso J. Boyveau et Chevillet, 22, rue de la Banque.
[Occhiello]
L'INNOCENTE.
[Retro]
-OPERE di GABRIELE D'ANNUNZIO-
I ROMANZI DELLA ROSA:
=Il Piacere= L. 5--
=L'Innocente=4 --
=Trionfo della Morte= 5 --
I ROMANZI DEL GIGLIO:
I. =Le Vergini delle Rocce= 5 --
II. =La Grazia= *.
III. =L'Annunziazione= *.
I ROMANZI DEL MELAGRANO:
=Il Fuoco= -(di prossima pubblicazione)-.
=Il Dittatore= *.
=Trionfo della Vita= *.
POESIE:
=Canto novo; Intermezzo= 4 --
=L'Isottéo=; =la Chimera=4 --
Poema paradisiaco; Odi navali 4 --
* Laudi del Cielo, del Mare, della Terra e degli Eroi.
MISTERI:
=Persefone= *. =Adone= *. =Orfeo= *.
DRAMI:
=La Città morta=4 --
I Sogni delle Stagioni
Sogno d'un mattino di primavera 2 --
* Sogno d'un meriggio d'estate.
Sogno d'un tramonto d'autunno 2 --
* Sogno d'una notte d'inverno.
La Gioconda }
} di prossima pubblicazione.
La Tragedia della Folla }
=Frate Sole= *.
[Frontespizio]
Gabriele d'Annunzio
-I ROMANZI DELLA ROSA-
L'INNOCENTE
-Nono migliaio-
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1899.
[Verso]
PROPRIETÀ LETTERARIA
-Riservati tutti i diritti.-
Tip. Fratelli Treves.
ALLA CONTESSA
MARIA ANGUISSOLA
GRAVINA CRUYLLAS DI RAMACCA
QUESTO LIBRO
È DEDICATO.
-Napoli, 11 marzo 1892.-
L'INNOCENTE
-Beati immaculati....-
Andare d'avanti al giudice, dirgli: "Ho commesso un delitto. Quella
povera creatura non sarebbe morta se io non l'avessi uccisa. Io Tullio
Hermil, io stesso l'ho uccisa. Ho premeditato l'assassinio, nella mia
casa. L'ho compiuto con una perfetta lucidità di conscienza,
esattamente, nella massima sicurezza. Poi ho seguitato a vivere col
mio segreto nella mia casa, un anno intero, fino ad oggi. Oggi è
l'anniversario. Eccomi nelle vostre mani. Ascoltatemi. Giudicatemi."
Posso andare d'avanti al giudice, posso parlargli così?
Non posso né voglio. La giustizia degli uomini non mi tocca. Nessun
tribunale della terra saprebbe giudicarmi.
E pure bisogna che io mi accusi, che io mi confessi. Bisogna che io
riveli il mio segreto a qualcuno.
A CHI?
I.
Il primo ricordo è questo.
Era di aprile. Eravamo in provincia, da alcuni giorni, io e Giuliana e
le nostre due bambine Maria e Natalia, per le feste di Pasqua, in casa
di mia madre, in una grande e vecchia casa di campagna, detta La
Badiola. Correva il settimo anno dal matrimonio.
Ed erano già corsi tre anni da un'altra Pasqua che veramente m'era
parsa una festa di perdono, di pace e d'amore, in quella villa bianca
e solinga come un monasterio, profumata di violacciocche; quando
Natalia, la seconda delle mie figliuole tentava i primi passi, uscita
allora allora dalle fasce come un fiore dall'invoglio, e Giuliana si
mostrava per me piena d'indulgenza, se bene con un sorriso un po'
malinconico. Io era tornato a lei, pentito e sommesso, dopo la prima
grave infedeltà. Mia madre, inconsapevole, con le sue care mani aveva
posto un ramoscello d'olivo a capo del nostro letto e aveva riempita
la piccola acquasantiera d'argento che pendeva dalla parete.
Ma ora, in tre anni, quante cose mutate! Tra me e Giuliana era
avvenuto un distacco definitivo, irreparabile. I miei torti verso di
lei s'erano andati accumulando. Io l'aveva offesa nei modi più
crudeli, senza riguardo, senza ritegno, trascinato dalla mia avidità
di piacere, dalla rapidità delle mie passioni, dalla curiosità del mio
spirito corrotto. Ero stato l'amante di due tra le sue amiche intime.
Avevo passato alcune settimane a Firenze con Teresa Raffo,
imprudentemente. Avevo avuto col falso conte Raffo un duello in cui il
mio disgraziato avversario s'era coperto di ridicolo, per talune
circostanze bizzarre. E nessuna di queste cose era rimasta ignota a
Giuliana. Ed ella aveva sofferto, ma con molta fierezza, quasi in
silenzio.
C'erano stati pochissimi dialoghi tra noi, e brevi, in proposito; nei
quali io non avevo mai mentito, credendo con la mia sincerità
diminuire la mia colpa agli occhi di quella dolce e nobile donna che
io sapevo intellettuale.
Anche sapevo che ella riconosceva la superiorità della mia
intelligenza e che scusava in parte i disordini della mia vita con le
teorie speciose da me esposte più d'una volta in presenza di lei a
danno delle dottrine morali professate apparentemente dalla
maggioranza degli uomini. La certezza di non essere giudicato da lei
come un uomo comune alleggeriva nella mia conscienza il peso dei miei
errori. "Anch'ella dunque--io pensavo--comprende che, essendo io
diverso dagli altri ed avendo un diverso concetto della vita, posso
giustamente sottrarmi ai doveri che gli altri vorrebbero impormi,
posso giustamente disprezzare l'opinione altrui e vivere nella
assoluta sincerità della mia natura eletta."
Io era convinto di essere non pure uno spirito eletto ma uno spirito
-raro-; e credevo che la -rarità- delle mie sensazioni e dei miei
sentimenti nobilitasse, -distinguesse- qualunque mio atto. Orgoglioso
e curioso di questa mia rarità, io non sapevo concepire un sacrificio,
un'abnegazione di me stesso, come non sapevo rinunciare a
un'espressione, a una manifestazione del mio desiderio. Ma in fondo a
tutte queste mie sottigliezze non c'era se non un terribile egoismo;
poiché, trascurando gli obblighi, io accettavo i benefizi del mio
stato.
A poco a poco, in fatti, di abuso in abuso, io era giunto a
riconquistare la mia primitiva libertà col consenso di Giuliana, senza
ipocrisie, senza sotterfugi, senza menzogne degradanti. Io mettevo il
mio studio nell'esser leale, a qualunque costo, come altri nel
fingere. Cercavo di confermare in tutte le occasioni, tra me e
Giuliana, il nuovo patto di fraternità, di amicizia pura. Ella doveva
essere la mia sorella, la mia migliore amica.
Una mia sorella, l'unica, Costanza, era morta a nove anni lasciandomi
in cuore un rimpianto senza fine. Io pensavo spesso, con una profonda
malinconia, a quella piccola anima che non aveva potuto offrirmi il
tesoro della sua tenerezza, un tesoro da me sognato inesauribile. Fra
tutti gli affetti umani, fra tutti gli amori della terra, quello
-sororale- m'era sempre parso il più alto e il più consolante. Io
pensavo spesso alla grande consolazione perduta, con un dolore che la
irrevocabilità della morte rendeva quasi mistico. Dove trovare, su la
terra, un'altra sorella?
Spontaneamente, questa aspirazione sentimentale si volse verso
Giuliana.
Sdegnosa di mescolanze, ella aveva già rinunziato ad ogni carezza, a
qualunque abbandono. Io già da tempo non provavo più né pur l'ombra
d'un turbamento sensuale, standole accanto; sentendo il suo alito,
aspirando il suo profumo, guardando il piccolo segno bruno ch'ella
aveva sul collo, io rimanevo nella più pura frigidità. Non mi pareva
possibile che quella fosse la donna medesima che un giorno io aveva
veduto impallidire e mancare sotto la violenza del mio ardore.
Io le offersi dunque la mia fraternità; ed ella accettò,
semplicemente. Se ella era triste, io era più triste ancora, pensando
che noi avevamo sepolto il nostro amore per sempre, senza speranza di
resurrezione; pensando che le nostre labbra non si sarebbero forse
unite mai più, mai più. E, nella cecità del mio egoismo, mi parve che
ella dovesse in cuor suo essermi grata di quella mia tristezza che io
già sentivo immedicabile, e mi parve che ella dovesse anche esserne
paga e consolarsene come d'un riflesso del lontano amore.
Ambedue un tempo avevamo sognato non pur l'amore ma la passione fino
alla morte, -usque ad mortem-. Ambedue avevamo creduto al nostro sogno
e avevamo proferito più d'una volta, nell'ebrezza, le due grandi
parole illusorie: -Sempre! Mai!- Avevamo perfino creduto all'affinità
della nostra carne, a quell'affinità rarissima e misteriosa che lega
due creature umane col tremendo legame del desiderio insaziabile; ci
avevamo creduto perchè l'acutezza delle nostre sensazioni non era
diminuita nè pure dopo che, avendo noi procreato un nuovo essere,
l'oscuro Genio della specie aveva raggiunto per mezzo di noi il suo
unico intento.
L'illusione era caduta; ogni fiamma era spenta. La mia anima (lo
giuro) aveva pianto sinceramente su la ruina. Ma come opporsi a un
fenomeno necessario? Come evitare l'inevitabile?
Era dunque gran ventura che, morto l'amore per le necessità fatali dei
fenomeni e quindi senza colpa di alcuno, noi potessimo ancora vivere
nella stessa casa tenuti da un sentimento nuovo, forse non meno
profondo dell'antico, certo più elevato e più singolare. Era gran
ventura che una nuova illusione potesse succedere all'antica e
stabilire tra le nostre anime uno scambio di affetti puri, di
commozioni delicate, di squisite tristezze.
Ma, in realtà, questa specie di retorica platonica a qual fine
tendeva? Ad ottenere che una vittima si lasciasse sacrificare
sorridendo.
In realtà, la nuova vita, non più conjugale ma fraterna, si basava
tutta su un presupposto: su l'assoluta abnegazione della -sorella-. Io
riconquistavo la mia libertà, potevo andare in cerca delle sensazioni
acute di cui avevano bisogno i miei nervi, potevo appassionarmi per
un'altra donna, vivere fuori della mia casa e trovare -la sorella- ad
aspettarmi, trovare nelle mie stanze la traccia visibile delle sue
cure, trovare sul mio tavolo in una coppa le rose disposte dalle sue
mani, trovare da per tutto l'ordine e l'eleganza e il nitore come in
un luogo abitato da una Grazia. Questa mia condizione non era
invidiabile? E non era straordinariamente preziosa la donna che
consentiva a sacrificarmi la sua giovinezza, paga soltanto di essere
baciata con gratitudine e quasi con religione su la fronte altera e
dolce?
La mia gratitudine talvolta diveniva così calda che si espandeva in
una infinità di delicatezze, di premure affettuose. Io sapevo essere
il migliore dei fratelli. Quando ero assente, scrivevo a Giuliana
lunghe lettere malinconiche e tenere che spesso partivano insieme con
quelle dirette alla mia amante; e la mia amante non avrebbe potuto
esserne gelosa, allo stesso modo che non poteva esser gelosa della mia
adorazione per la memoria di Costanza.
Ma, se bene assorto nell'intensità della mia vita particolare, io non
sfuggivo alle interrogazioni che di tratto in tratto mi sorgevano
dentro. Perchè Giuliana persistesse in quella meravigliosa forza di
sacrificio, bisognava ch'ella mi amasse d'un sovrano amore; e,
amandomi e non potendo essere se non la mia -sorella-, doveva portar
chiusa in sè una disperazione mortale.--Non era dunque un forsennato
l'uomo che immolava, senza rimorso, ad altri amori torbidi e vani
quella creatura così dolorosamente sorridente, così semplice, così
coraggiosa?--Mi ricordo (e la perversione mia di quel tempo mi
stupisce), mi ricordo che tra le ragioni che io dissi a me stesso per
acquietarmi, questa fu la più forte: "La grandezza morale risultando
dalla violenza dei dolori superati, perchè ella avesse occasione
d'essere eroica era necessario ch'ella soffrisse quel ch'io le ho
fatto soffrire."
Ma un giorno io m'avvidi ch'ella soffriva anche nella sua salute;
m'avvidi che il suo pallore diveniva più cupo e talvolta si empiva
come di ombre livide. Più d'una volta sorpresi nella sua faccia le
contrazioni d'uno spasimo represso; più d'una volta ella fu assalita,
in mia presenza, da un tremito infrenabile che la scoteva tutta e le
faceva battere i denti come nel ribrezzo di una febbre subitanea. Una
sera, da una stanza lontana mi giunse un grido di lei, lacerante; e io
corsi, e la trovai in piedi, addossata a un armario, convulsa, che si
torceva come se avesse inghiottito un veleno. Mi afferrò una mano e me
la tenne stretta come in una morsa.
--Tullio, Tullio, che cosa orribile! Ah, che cosa orribile!
Ella mi guardava, da presso; teneva fissi nei miei occhi i suoi occhi
dilatati, che mi parvero nella penombra straordinariamente larghi. E
io vedevo in quei larghi occhi passare, come a onde, la sofferenza
sconosciuta; e quello sguardo continuo, intollerabile, mi suscitò d'un
tratto un terrore folle. Era di sera, era il crepuscolo, e la finestra
era spalancata, e le tende si gonfiavano sbattendo, e una candela
ardeva su un tavolo, contro uno specchio; e, non so perchè, lo
sbattito delle tende, l'agitazione disperata di quella fiammella, che
lo specchio pallido rifletteva, presero nel mio spirito un significato
sinistro, aumentarono il mio terrore. Il pensiero del veleno mi
balenò; e in quell'attimo ella non potè frenare un altro grido; e,
fuori di sè per lo spasimo, si gittò sul mio petto perdutamente.
--Oh Tullio, Tullio, aiutami! aiutami!
Agghiacciato dal terrore io rimasi un minuto senza poter proferire una
parola, senza poter muovere le braccia.
--Che hai fatto? Che hai fatto? Giuliana! Parla, parla.... Che hai
fatto?
Sorpresa dalla profonda alterazione della mia voce, ella si ritrasse
un poco e mi guardò. Io dovevo avere la faccia più bianca e più
sconvolta della sua, perchè ella mi disse rapidamente, smarritamente:
--Nulla, nulla. Tullio, non ti spaventare. Non è nulla, vedi.... Sono
i miei soliti dolori.... Sai, è è una delle solite crisi.... che
passano. Càlmati.
Ma io, invasato dal terribile sospetto, dubitai delle sue parole. Mi
pareva che tutte le cose intorno a me rivelassero l'avvenimento
tragico e che una voce interna mi accertasse: "-Per te, per te ha
voluto morire. Tu, tu l'hai spinta a morire.-" E io le presi le mani e
sentii che erano fredde, e vidi scendere dalla sua fronte una goccia
di sudore....
--No, no, tu m'inganni--proruppi--tu m'inganni. Per pietà, Giuliana,
anima mia, parla, parla! Dimmi: che hai.... Dimmi, per pietà: che
hai.... -bevuto-?
E i miei occhi esterrefatti cercarono in torno, su i mobili, sul
tappeto, dovunque, un indizio.
Allora ella comprese. Si lasciò cadere di nuovo sul mio petto e disse,
rabbrividendo e facendomi rabbrividire, disse con la bocca contro la
mia spalla (mai, mai dimenticherò l'accento indefinibile), disse:
--No, no, no, Tullio; no.
Ah, che cosa nell'universo può uguagliare l'accelerazione vertiginosa
della nostra vita interiore? Noi rimanemmo in quell'atto, nel mezzo
della stanza, muti; e un mondo inconcepibilmente vasto di sentimenti e
di pensieri si agitò dentro di me, in un sol punto, con una lucidità
spaventevole. "-E se fosse stato vero?-" chiedeva la voce. "-Se fosse
stato vero?-"
Un sussulto incessante scoteva Giuliana, contro il mio petto; ed ella
ancora teneva celata la faccia; ed io sapeva che ella, pur soffrendo
ancora nella sua povera carne, non ad altro pensava che alla
-possibilità- del fatto da me sospettato, non ad altro pensava che al
mio folle terrore.
Una domanda mi salì alle labbra: "Hai tu mai avuta -la tentazione?-" E
poi un'altra: "Potrebbe essere che tu cedessi -alla tentazione?-" Nè
l'una nè l'altra proferii; e pure mi parve ch'ella intendesse. Ambedue
oramai eravamo dominati da quel pensiero di morte, da quell'imagine di
morte; ambedue eravamo entrati in una specie di esaltazione tragica,
dimenticando l'equivoco che l'aveva generata, smarrendo la conscienza
della realtà. Ed ella a un tratto si mise a singhiozzare; e il suo
pianto chiamò il mio pianto; e mescolammo le nostre lacrime, ahi me!,
che erano così calde e che non potevano mutare il nostro destino.
Seppi, dopo, che già da alcuni mesi la travagliavano malattie
complicate della matrice e dell'ovaia, quelle terribili malattie
nascoste che turbano in una donna tutte le funzioni della vita. Il
dottore, col quale volli avere un colloquio, mi fece intendere che per
un lungo periodo io doveva rinunziare a qualunque contatto con la
malata, anche alla più lieve delle carezze; e mi dichiarò che un nuovo
parto avrebbe potuto esserle fatale.
Queste cose, pure affliggendomi, mi alleggerirono di due inquietudini:
mi persuasero che io non avevo colpa nello sfiorire di Giuliana e mi
diedero un modo semplice di poter giustificare d'avanti a mia madre la
separazione di letto e gli altri mutamenti avvenuti nella mia vita
domestica. Mia madre a punto era per arrivare a Roma dalla provincia,
dove ella, dopo la morte di mio padre, passava la maggior parte
dell'anno con mio fratello Federico.
Mia madre amava molto la giovine nuora. Giuliana era veramente per lei
la sposa ideale, la compagna -sognata- pel suo figliuolo. Ella non
riconosceva al mondo una donna più bella, più dolce, più nobile di
Giuliana. Ella non concepiva che io potessi desiderare altre donne,
abbandonarmi in altre braccia, dormire su altri cuori. Essendo stata
amata per venti anni da un uomo, sempre con la stessa devozione, con
la stessa fede, -sino alla morte-, ella ignorava la stanchezza, il
disgusto, il tradimento, tutte le miserie e tutte le ignominie che si
covano nel talamo. Ella ignorava lo strazio che io avevo fatto e
facevo di quella cara anima immeritevole. Ingannata dalla
dissimulazione generosa di Giuliana, credeva ancora nella nostra
felicità. Guai s'ella avesse saputo!
Io era ancora in quell'epoca sotto il dominio di Teresa Raffo, della
violenta avvelenatrice che mi dava imagine dell'amasia di Menippo.
Ricordate? Ricordate le parole di Apollonio a Menippo nel poema
inebriante? "-O beau jeune homme, tu caresses un serpent; un serpent
te caresse!-"
Il caso mi favorì. Per la morte d'una zia, Teresa fu costretta ad
allontanarsi da Roma e a rimanere assente qualche tempo. Io potei con
una insolita assiduità presso mia moglie riempire il gran vuoto che la
"Biondissima" partendo lasciava nelle mie giornate. E non era ancora
svanito in me il turbamento di quella sera; e qualche cosa di nuovo,
indefinibile, da qualche sera ondeggiava tra me e Giuliana.
Poiché le sofferenze fisiche di lei aumentavano, io e mia madre
potemmo con molta fatica ottenere che ella si sottoponesse
all'operazione chirurgica richiesta dal suo stato. L'operazione
portava per séguito trenta o quaranta giorni di assoluto riposo nel
letto e una convalescenza prudente. Già la povera malata aveva i nervi
estremamente indeboliti ed irritabili. I preparativi lunghi e
fastidiosi la estenuarono e la esasperarono al punto che ella più
d'una volta tentò di gittarsi giù dal letto, di ribellarsi, di
sottrarsi a quel supplizio brutale che la violava, che l'umiliava, che
l'avviliva....
--Di'--mi chiese un giorno, con la bocca amara--se tu ci pensi, non
hai ribrezzo di me? Ah, che brutta cosa!
E fece un atto di disgusto su sé medesima; e s'accigliò, e si
ammutolì.
Un altro giorno, mentre io entravo nella sua stanza, ella si accorse
che un odore mi aveva ferito. Gridò, fuori di sé, pallida come la sua
camicia:
--Vattene, vattene, Tullio. Ti prego! Parti. Ritornerai quando sarò
guarita. Se tu rimarrai qui, mi prenderai in odio. Sono odiosa così;
sono odiosa.... Non mi guardare.
E i singhiozzi la soffocarono. Poi, in quello stesso giorno, dopo
qualche ora, mentre io tacevo credendo ch'ella fosse per assopirsi,
uscì in queste parole oscure, con l'accento strano di chi parla in
sogno:
---Ah, se davvero l'avessi fatto! Era un buon suggerimento-....
--Che dici, Giuliana?
Ella non rispose.
--A che pensi, Giuliana?
Non rispose se non con un atto della bocca, che voleva essere un
sorriso e non poté.
Mi parve di comprendere. E un'onda tumultuosa di rammarico, di
tenerezza e di pietà mi assalse. E tutto avrei dato perché ella avesse
potuto leggermi l'anima, in quel momento, perché ella avesse potuto
raccogliere intera la mia commozione irrivelabile, inesprimibile e
quindi vana. "Perdonami, perdonami. Dimmi quello che io debbo fare
perché tu mi perdoni, perché tu dimentichi tutte le cattive cose....
Io tornerò a te, non sarò d'altri che di te, per sempre. Te sola
veramente io ho amata, nella vita; amo te sola. Sempre la mia anima si
volge a te, e ti cerca, e ti rimpiange. Te lo giuro: lontano da te,
non ho provato mai nessuna gioia sincera, non ho avuto mai un attimo
di pieno oblio; mai, mai: te lo giuro. Tu sola, al mondo, hai la bontà
e la dolcezza. Tu sei la più buona e la più dolce creatura che io
abbia mai sognata: sei l'Unica. E ho potuto offenderti, ho potuto
farti soffrire, ho potuto farti pensare alla morte come a una cosa
desiderabile! Ah, tu mi perdonerai, ma io non potrò mai perdonarmi; tu
dimenticherai, ma io non dimenticherò. Sempre mi parrà d'essere
indegno; né pure con la devozione di tutta la mia vita mi parrà di
averti compensata. Da ora innanzi, come un tempo, tu sarai la mia
amante, la mia amica, la mia sorella; come un tempo, tu sarai la mia
custode, la mia consigliera. Io ti dirò tutto, ti svelerò tutto. Sarai
la mia anima. E guarirai. Io, io ti guarirò. Tu vedrai di quali
tenerezze io sarò capace per medicarti.... Ah, tu le conosci.
Ricòrdati! Ricòrdati! Anche allora tu fosti malata e me solo volesti
per medicarti; e io non mi mossi mai dal tuo capezzale, né di giorno,
né di notte. E tu dicevi:--Sempre Giuliana -se ne ricorderà-,
sempre.--E tu avevi le lacrime negli occhi, e io te le bevevo
tremando.--Santa! Santa!--Ricordati. E quando ti leverai, quando sarai
convalescente, andremo laggiù, torneremo a Villalilla. Tu sarai ancora
un poco debole, ma ti sentirai tanto bene. E io ritroverò la mia
gaiezza d'una volta, e ti farò sorridere, ti farò ridere. Tu
ritroverai quelle tue belle risa che mi rinfrescavano il cuore; tu
ritroverai quelle tue arie di fanciulla deliziose, e porterai ancora
la treccia giù per le spalle come mi piaceva. Siamo giovani.
Riconquisteremo la felicità, se tu vorrai. Vivremo, vivremo...." Così,
dentro di me, le parlavo; e le parole non uscivano dalle mie labbra.
Pur essendo commosso e avendo gli occhi umidi, io sapevo che la
commozione era passeggera e che quelle promesse erano fallaci. E anche
sapevo che Giuliana non si sarebbe illusa e che mi avrebbe risposto
con quel suo tenue sorriso sfiduciato, già altre volte comparsole su
le labbra. Quel sorriso significava: "Sì, io so che tu sei buono e che
vorresti non farmi soffrire; ma tu non sei padrone di te, non puoi
resistere alle fatalità che ti trascinano. Perché vuoi tu che io
m'illuda?"
Tacqui, in quel giorno; e nei giorni che seguirono, pur ricadendo più
volte nella stessa confusa agitazione di ravvedimenti e di propositi e
di sogni vaghi, non osai parlare: "Per tornare a lei, tu devi
abbandonare le cose in cui ti compiaci, la donna che ti corrompe. Ne
avrai la forza?" Io rispondevo a me stesso: "Chi sa!" E aspettavo di
giorno in giorno questa forza che non veniva; aspettavo di giorno in
giorno un evento (non sapevo quale) che provocasse la mia risoluzione,
che me la rendesse inevitabile. E m'indugiavo a imaginare, a sognare la
nostra vita nuova, la lenta rifioritura del nostro amore legittimo, il
sapore strano di certe sensazioni rinnovate. "Noi andremmo dunque
laggiù, a Villalilla, nella casa che conserva le nostre più belle
memorie; e saremmo noi due soltanto, perchè lasceremmo Maria e Natalia
con mia madre alla Badiola. E la stagione sarebbe mite; e la
convalescente si appoggerebbe sempre al mio braccio, pei sentieri
conosciuti, dove ogni nostro passo risveglierebbe una memoria. Ed io
vedrei di tratto in tratto sul suo pallore diffondersi qualche lieve
fiamma subitanea; ed ambedue saremmo, l'uno verso l'altra, un poco
timidi; sembreremmo qualche volta pensierosi; eviteremmo qualche volta
di guardarci negli occhi. Perchè? E un giorno, sentendo più forte la
suggestione dei luoghi, io ardirei parlarle delle nostre più folli
ebrezze di quei primi tempi.--Ti ricordi? Ti ricordi? Ti ricordi?--E a
poco a poco ambedue sentiremmo in noi il turbamento crescere, divenire
insostenibile; e ambedue, nel tempo medesimo, perdutamente, ci
stringeremmo, ci baceremmo in bocca, crederemmo venir meno. Ella, ella
sì verrebbe meno; e io la sosterrei nelle mie braccia chiamandola con
nomi suggeriti da una tenerezza suprema. Ella riaprirebbe gli occhi,
leverebbe tutto il velo del suo sguardo, fisserebbe un istante su me la
sua stessa anima; mi parrebbe trasfigurata. E così saremmo ripresi
dall'antico ardore, rientreremmo nella grande illusione. Ambedue saremmo
tenuti da un pensiero unico, assiduo; saremmo agitati da un'ansietà
inconfessabile. Io le chiederei tremando:---Sei guarita?---Ed ella dal
suono della mia voce comprenderebbe la domanda celata in quella domanda.
E risponderebbe, senza potermi nascondere il brivido:---Non ancora!---E
la sera, dividendoci, rientrando nelle nostre stanze separate, ci
sentiremmo morire d'angoscia. Ma una mattina, con uno sguardo
impreveduto, i suoi occhi mi direbbero:---Oggi, oggi....---Ed ella,
paventando quel divino e terribile momento, con qualche pretesto puerile
mi sfuggirebbe, protrarrebbe la nostra tortura. Direbbe ella:--Usciamo;
usciamo....--Usciremmo: in un pomeriggio velato, tutto bianco, un poco
snervante, un poco soffocante. Cammineremmo a fatica. Comincerebbero a
cadere, su le nostre mani, sul nostro viso, gocce di pioggia tiepide
come lacrime. Io direi, con la voce alterata:--Rientriamo.--E, presso la
soglia, all'improvviso, la prenderei su le mie braccia, la sentirei
abbandonarsi come esanime, la porterei su per le scale senza avvertire
alcun peso.--Dopo tanto! Dopo tanto!--La violenza del desiderio sarebbe
in me attenuata dalla paura di farle male, di strapparle un grido di
dolore.--Dopo tanto!--E i nostri esseri, all'urto di una sensazione
divina e terribile, non provata né imaginata mai, si struggerebbero. Ed
ella, dopo, mi parrebbe quasi morente, con la faccia tutta molle di
pianto, pallida come il suo guanciale."
Ah, così mi parve, morente mi parve, quella mattina, quando i dottori
l'addormentavano col cloroformio ed ella, sentendosi sprofondare
nell'insensibilità della morte, due o tre volte tentò di alzare le
braccia verso di me, tentò di chiamarmi. Io uscii dalla stanza,
sconvolto; e intravidi i ferri chirurgici, una specie di cucchiaio
tagliente, e la garza e il cotone e il ghiaccio e le altre cose
preparate su un tavolo. Due lunghe ore, interminabili ore, aspettai,
esacerbando la mia sofferenza con l'eccesso delle imaginazioni. E una
disperata pietà strinse le mie viscere d'uomo, per quella creatura che
i ferri del chirurgo violavano non soltanto nella carne miserabile ma
nell'intimo dell'anima, nel sentimento più delicato che una donna
possa custodire:--una pietà per quella e per le altre, agitate da
aspirazioni indefinite verso le idealità dell'amore, illuse dal sogno
capzioso di cui il desiderio maschile le avvolge, smanianti
d'inalzarsi, e così deboli, così malsane, così imperfette, uguagliate
alle femmine brute dalle leggi inabolibili della Natura; che impone a
loro il diritto della specie, sforza le loro matrici, le travaglia di
morbi orrendi, le lascia esposte a tutte le degenerazioni. E in quella
e nelle altre, rabbrividendo per ogni fibra, io vidi allora, con una
lucidità spaventevole, vidi la piaga originale, la turpe ferita sempre
aperta "che sanguina e che pute"....
Quando rientrai nella stanza di Giuliana, ella era ancora sotto
l'azione dell'anestetico, senza conoscenza, senza parola: ancora
simile a una morente. Mia madre era ancora pallidissima e convulsa. Ma
pareva che l'operazione fosse riuscita bene; i dottori parevano
soddisfatti. L'odore del jodoformio impregnava l'aria. In un canto, la
monaca inglese empiva di ghiaccio una vescica; l'assistente ravvolgeva
una fascia. Le cose tornavano nell'ordine e nella calma, a poco a
poco.
L'inferma rimase a lungo in quel sopore; la febbre comparve
leggerissima. Nella notte però ella fu presa da spasimi allo stomaco e
da un vomito infrenabile. Il laudano non la calmava. E io, fuori di
me, allo spettacolo di quello strazio inumano, credendo ch'ella
dovesse morire, non so più che dissi, non so più che feci. Agonizzai
con lei.
Nel giorno seguente, lo stato dell'inferma migliorò; e poi, di giorno
in giorno, andò ancora migliorando. Le forze lentissimamente
tornavano.
Io fui assiduo al capezzale. Mettevo una certa ostentazione nel
ricordare a lei, con i miei atti, l'infermiere d'una volta; ma il
sentimento era diverso, era sempre -fraterno-. Spesso io avevo lo
spirito preoccupato da qualche frase d'una lettera della amante
lontana, mentre leggevo a lei qualche pagina d'un libro preferito.
L'Assente era indimenticabile. Talora però, quando nel rispondere a
una lettera mi sentivo un po' svogliato e quasi tediato, in certe
strane pause che nella lontananza ha anche una passione forte, io
credevo questo un indizio di disamore; e ripetevo a me stesso: "Chi
sa!"
Un giorno, mia madre disse a Giuliana, in mia presenza:
--Quando ti leverai, quando ti potrai muovere, andremo tutti insieme
alla Badiola. Non è vero, Tullio?
Giuliana mi guardò.
--Sì, mamma--risposi, senza esitare, senza riflettere.--Anzi, io e
Giuliana andremo a Villalilla.
Ed ella di nuovo mi guardò; e sorrise, d'un sorriso impreveduto,
indescrivibile, che aveva una espressione di credulità quasi
infantile, che somigliava un poco a quello d'un bambino malato a cui
sia fatta una grande insperata promessa. Ed abbassò le palpebre; e
continuò a sorridere, con gli occhi socchiusi che vedevano qualche
cosa lontana, molto lontana. E il sorriso s'attenuava, s'attenuava,
senza estinguersi.
Quanto mi piacque! Come l'adorai, in quel momento! Come sentii che
nulla al mondo vale la semplice commozione della bontà!
Una bontà infinita emanava da quella creatura e mi penetrava tutto
l'essere, mi colmava il cuore. Ella stava nel letto supina, rialzata
da due o tre guanciali; e la sua faccia dall'abbondanza dei capelli
castagni un poco rilasciati acquistava una finezza estrema, una specie
d'immaterialità apparente. Aveva una camicia chiusa intorno al collo,
chiusa intorno ai polsi; e le sue mani posavano sul lenzuolo, prone,
così pallide che soltanto le vene azzurre le distinguevano dal lino.
Presi una di quelle mani (mia madre era già uscita dalla stanza); e
dissi sotto voce:
--Torneremo dunque.... a Villalilla.
La convalescente disse:
--Sì.
E tacemmo, per prolungare la nostra commozione, per conservare la
nostra illusione. Sapevamo ambedue il significato profondo che
nascondevano quelle poche parole scambiate sotto voce. Un acuto
istinto ci avvertiva di non insistere, di non definire, di non andare
oltre. Se avessimo parlato ancora, ci saremmo trovati d'avanti alle
realtà inconciliabili con l'illusione in cui le nostre anime
respiravano e a poco a poco s'intorpidivano deliziosamente.
Quel torpore favoriva i sogni, favoriva gli oblii. Passammo un intero
pomeriggio quasi sempre soli, leggendo a intervalli, chinandoci
insieme su la stessa pagina, seguendo con gli occhi la stessa riga.
Avevamo là qualche libro di poesia; e noi davamo ai versi una
intensità di significato, che non avevano. Muti, ci parlavamo per la
bocca di quel poeta affabile. Io segnavo con l'unghia le strofe che
parevano rispondere al mio sentimento non rivelato.
Je veux, guidé par vous, beaux yeux aux flammes douces,
Par toi conduit, o main où tremblera ma main,
Marcher droit, que ce soit par des sentiers de mousses
Ou que rocs et cailloux encombrent le chemin,
Oui, je veux marcher droit et calme dans la Vie....
Ed ella, dopo aver letto, si riabbandonava per un poco su i guanciali,
chiudendo gli occhi, con un sorriso quasi impercettibile.
Toi la bonté, toi le sourire,
N'es tu pas le conseil aussi,
Le bon conseil loyal et brave....
Ma io vedevo sul suo petto la camicia secondare il ritmo del respiro
con una mollezza che incominciava a turbarmi come il fievole profumo
di ireos esalato dai lenzuoli e dai guanciali. Desiderai ed aspettai
che ella, sorpresa da un subitaneo languore, mi cingesse il collo con
un braccio e congiungesse la sua guancia alla mia così ch'io sentissi
sfiorarmi dall'angolo della sua bocca. Ella pose l'indice affilato su
la pagina e segnò con l'unghia il margine, guidando la mia lettura
commossa.
La voix vous fut connue (et chère?)
Mais à présent elle est voilée
Comme une veuve désolée....
Elle dit, la voix reconnue,
que la bonté c'est notre vie....
Elle parle aussi de la gloire
D'être simple sans plus attendre,
Et de noces d'or et du tendre
Bonheur d'une paix sans victoire.
Accueillez la voix qui persiste
Dans son naïf épithalame.
Allez, rien n'est meilleur à l'âme
Que de faire une âme moins triste!
Io le presi il polso; e chinando il capo lentamente, fino a porre le
labbra nel cavo della sua mano, mormorai:
--Tu.... potresti dimenticare?
Ella mi chiuse la bocca e pronunziò la sua gran parola:
--Silenzio.
Entrò mia madre annunziando la visita della signora Tàlice, in quel
punto. Io lessi nel volto di Giuliana il fastidio, e anch'io fui preso
da un'irritazione sorda contro l'importuna. Giuliana sospirò:
--Oh mio Dio!
--Dille che Giuliana riposa--io suggerii a mia madre con un accento
quasi supplichevole.
Ella mi accennò che la visitatrice aspettava nella stanza contigua.
Bisognò riceverla.
Questa signora Tàlice era d'una loquacità maligna e stucchevole. Mi
guardava di tratto in tratto con un'aria curiosa. Come mia madre per
caso, nel corso della conversazione, disse ch'io tenevo compagnia alla
convalescente dalla mattina alla sera quasi di continuo, la signora
Tàlice esclamò con un tono d'ironia manifesta, guardandomi:
--Che marito perfetto!
La mia irritazione crebbe così che mi risolsi, con un pretesto
qualunque, ad andarmene.
Uscii di casa. Incontrai per le scale Maria e Natalia che tornavano
accompagnate dalla governante. Mi assalirono secondo il solito, con
un'infinità di moine; e Maria, la maggiore, mi diede alcune lettere
che aveva prese dal portiere. Tra queste riconobbi subito la lettera
dell'Assente. E allora mi sottrassi alle moine, quasi con impazienza.
Giunto su la strada, mi soffermai per leggere.
Era una lettera breve ma appassionata, con due o tre frasi d'una
eccessiva acutezza, quali sapeva trovare Teresa per agitarmi. Ella mi
faceva sapere che sarebbe stata a Firenze tra il 20 e il 25 del mese e
che avrebbe voluto incontrarmi là "come l'altra volta." Mi prometteva
notizie più esatte pel convegno.
Tutti i fantasmi delle illusioni e delle commozioni recenti
abbandonarono a un tratto il mio spirito, come i fiori d'un albero
scosso da una folata gagliarda. E come i fiori caduti sono per
l'albero irrecuperabili, così furono per me quelle cose dell'anima: mi
divennero estranee. Feci uno sforzo, tentai di raccogliermi; non
riuscii a nulla. Mi misi a girare per le strade, senza scopo; entrai
da un pasticciere, entrai da un libraio; comprai dolci e libri
macchinalmente. Scendeva il crepuscolo; s'accendevano i fanali; i
marciapiedi erano affollati; due o tre signore dalle loro carrozze
risposero al mio saluto; passò un amico a fianco della sua amante che
portava tra le mani un mazzo di rose, camminando presto e parlando e
ridendo. Il soffio malefico della vita cittadina m'investì; risuscitò
le mie curiosità, le mie cupidige, le mie invidie. Arricchito in
quelle settimane di continenza, il mio sangue ebbe come un'accensione
subitanea. Alcune imagini mi balenarono lucidissime dentro. L'Assente
mi riafferrò con le parole della sua lettera. E tutto il mio desiderio
andò verso di lei, senza freno.
Ma quando il primo tumulto si fu placato, mentre risalivo le scale
della mia casa, compresi tutta la gravità di quel che era accaduto, di
quel che avevo fatto; compresi che veramente, poche ore prima, avevo
riallacciato un legame, avevo obbligata la mia fede, avevo data una
promessa, una promessa tacita ma solenne a una creatura ancora debole
e inferma; compresi che non avrei potuto senza infamia ritrarmi. E
allora io mi rammaricai di non aver diffidato di quella commozione
ingannevole, mi rammaricai di essermi troppo indugiato in quel
languore sentimentale! Esaminai minutamente i miei atti e i miei detti
di quel giorno, con la fredda sottigliezza d'un mercante subdolo il
quale cerchi un appiglio per sottrarsi alla stipulazione di un
contratto già concordato. Ah, le mie ultime parole erano state troppo
gravi. Quel "Tu potresti dimenticare?" pronunziato con quell'accento,
dopo la lettura di quei versi, aveva avuto il valore di una conferma
definitiva. E quel "Silenzio" di Giuliana era stato come un suggello.
"Ma" io pensai "questa volta ha ella proprio creduto al mio
ravvedimento? Non è ella stata sempre un poco scettica a riguardo dei
miei buoni moti?" E rividi quel suo tenue sorriso sfiduciato, già
altre volte comparsole sulle labbra. "Se ella dentro di sé non avesse
creduto, se anche la sua illusione fosse caduta subitamente, allora
forse la mia ritirata non avrebbe molta gravità, non la ferirebbe né
la sdegnerebbe troppo; e l'episodio rimarrebbe senza conseguenza, e io
rimarrei libero come prima. Villalilla rimarrebbe nel suo sogno." E
rividi l'altro sorriso, il sorriso nuovo, impreveduto, credulo, che le
era comparso su le labbra al nome di Villalilla. "Che fare? Che
risolvere? Come contenermi?" La lettera di Teresa Raffo mi bruciava
forte.
Quando rientrai nella stanza di Giuliana, m'accorsi al primo sguardo
che ella -mi aspettava-. Mi parve lieta, con gli occhi lucidi, con un
pallore più animato, più fresco.
--Tullio, dove sei stato?--mi domandò ridendo.
Io risposi:
--Mi ha messo in fuga la signora Tàlice.
Ella seguitò a ridere, d'un limpido riso giovenile che la
trasfigurava. Io le porsi i libri e la scatola delle confetture.
--Per me?--esclamò, tutta contenta, come una bambina golosa; e si
affrettò ad aprire la scatola, con piccoli gesti di grazia, che
risollevavano nel mio spirito lembi di ricordi lontani.
--Per me?
Prese un -bonbon-, fece l'atto di portarlo alla bocca, esitò un poco,
lo lasciò ricadere, allontanò la scatola; e disse:
--Poi, poi....
--Sai, Tullio--m'avvertì mia madre--non ha ancora mangiato nulla. Ha
voluto aspettarti.
--Ah, non t'ho ancora detto....--proruppe Giuliana, divenuta
rosea--non t'ho ancora detto che c'è stato il dottore, mentre eri
fuori. Mi ha trovata molto meglio. Potrò alzarmi giovedì. Capisci,
Tullio? Potrò alzarmi giovedì....
Soggiunse:
--Fra dieci, fra quindici giorni al più, potrò anche mettermi in
treno.
Soggiunse, dopo una pausa pensosa, con un tono minore:
--Villalilla!
Ella non aveva dunque pensato ad altro, non aveva sognato altro. Ella
-aveva creduto-; -credeva-. Io duravo fatica a dissimulare la mia
angoscia. Mi occupavo, con soverchia premura, forse, dei preparativi
pel suo piccolo pranzo. Io medesimo le misi su le ginocchia la
tavoletta.
Ella seguiva tutti i miei movimenti con uno sguardo carezzevole che mi
faceva male. "Ah, se ella potesse indovinare!" D'un tratto, mia madre
esclamò, candidamente:
--Come sei bella stasera, Giuliana!
In fatti, un'animazione straordinaria le avvivava le linee del volto,
le accendeva gli occhi, la ringiovaniva tutta quanta. All'esclamazione
di mia madre, ella arrossì; e un'ombra di quel rossore le rimase per
tutta la sera su le gote.
--Giovedì mi alzerò--ripeteva.--Giovedì, fra tre giorni! Non saprò più
camminare....
Insisteva col discorso su la sua guarigione, su la nostra partenza
prossima. Chiese a mia madre alcune notizie su lo stato attuale della
villa, sul giardino.
--Io piantai un ramo di salice vicino alla peschiera, l'ultima volta
che ci fummo. Ti ricordi, Tullio? Chi sa se ce lo ritroverò....
--Sì sì--interruppe mia madre, raggiante--ce lo ritroverai; è
cresciuto; è un albero. Domandalo a Federico.
--Davvero? Davvero? Dimmi dunque, mamma...
Pareva che quella piccola particolarità in quel momento avesse per lei
un'importanza incalcolabile. Ella divenne loquace. Io mi meravigliavo
ch'ella fosse così a dentro nell'illusione, mi meravigliavo ch'ella
fosse così trasfigurata dal suo sogno. "Perché, perché questa volta
ella -ha creduto-? Come mai si lascia così trasportare? Chi le dà
questa insolita fede?" E il pensiero della mia infamia prossima, forse
inevitabile, mi agghiacciava. "Perché inevitabile? Non saprò dunque
mai liberarmi? Io -debbo-, io -debbo- mantenere la mia promessa. Mia
madre è testimone della mia promessa. A qualunque costo, la manterrò."
E con uno sforzo interiore, quasi direi con una scossa della
conscienza, io uscii dal tumulto delle incertezze; e mi rivolsi a
Giuliana, per un moto dell'anima quasi violento.
Ella mi piacque ancora, eccitata com'era, vivace, giovine. Mi
rammentava la Giuliana d'un tempo, che tante volte in mezzo alla
tranquillità della vita famigliare io aveva sollevata d'improvviso su
le mie braccia, come preso da una follia repentina, e portata di corsa
nell'alcova.
--No, no, mamma; non mi far più bere--ella pregò, trattenendo mia
madre che le versava il vino.--Già ho bevuto troppo, senza
accorgermene. Ah questo Chablis! Ti ricordi, Tullio?
E rise, guardandomi dentro le pupille, nell'evocare il ricordo d'amore
su cui ondeggiava il fumo di quel delicato vino amaretto e biondo
ch'ella prediligeva.
--Mi ricordo--io risposi.
Ella socchiuse le palpebre, con un leggero tremolio dei cigli. Disse
poi:
--Fa caldo qui. È vero? Ho gli orecchi che mi scottano.
E si strinse la testa fra le palme, per sentire il bruciore. Il lume,
che ardeva a lato del letto, rischiarava intensamente la lunga linea
del viso; faceva rilucere tra il folto de' capelli castagni alcuni
fili d'oro chiaro, ove l'orecchio piccolo e fine, acceso alla sommità,
traspariva.
A un punto, mentre io aiutavo a sparecchiare (mia madre era uscita, e
la cameriera anche, per un momento, e stavano nella stanza attigua),
ella chiamò sotto voce:
--Tullio!
E, con un gesto furtivo attirandomi, mi baciò su una gota.
Ora, non doveva ella con quel bacio riprendermi interamente, anima e
corpo, per sempre? Quell'atto, in lei così sdegnosa e così fiera, non
significava che ella voleva tutto obliare, che aveva già tutto obliato
per rivivere con me una vita nuova? Avrebbe potuto ella riabbandonarsi
al mio amore con più grazia, con maggior confidenza? La sorella
ridiventava l'amante a un tratto. La sorella impeccabile aveva
conservato nel sangue, nelle più segrete vene, la memoria delle mie
carezze, quella memoria organica delle sensazioni, così viva nella
donna e così tenace. Ripensando, quando mi ritrovai solo, ebbi
interrottamente alcune visioni di giorni lontani, di sere lontane. "Un
crepuscolo di giugno, caldo, tutto roseo, navigato da misteriosi
profumi, terribile ai solitarii, a coloro che rimpiangono o che
desiderano. Io entro nella stanza. Ella è seduta presso alla finestra,
con un libro sulle ginocchia, tutta languida, pallidissima,
nell'attitudine di chi sia per venir meno.--Giuliana!--Ella si scuote,
si risolleva.--Che fai?--Risponde:--Nulla. E un'alterazione
indefinibile, come una violenza di cose soffocate, passa nei suoi
occhi troppo neri." Quante volte, dal giorno della triste rinunzia,
ella aveva patito nella sua povera carne quelle torture? Il mio
pensiero s'indugiò intorno alle imagini suscitate dal piccolo fatto
recente. La singolare eccitazione mostrata da Giuliana mi rammentò
certi esempi della sua sensibilità fisica straordinariamente acuta. La
malattia, forse, aveva aumentata, esasperata quella sensibilità. Ed io
pensai, curioso e perverso, che avrei veduto la debole vita della
convalescente ardere e struggersi sotto la mia carezza; e pensai che
la voluttà avrebbe avuto quasi un sapore di incesto. "Se ella ne
morisse?" pensai. Certe parole del chirurgo mi tornavano alla memoria,
sinistre. E, per quella crudeltà che è in fondo a tutti gli uomini
sensuali, il pericolo non mi spaventò ma mi attrasse. Io m'indugiai ad
esaminare il mio sentimento con quella specie di amara compiacenza,
mista di disgusto, che portavo nell'analisi di tutte le manifestazioni
interiori le quali mi paressero fornire una prova della malvagità
fondamentale umana. "Perchè l'uomo ha nella sua natura questa orribile
facoltà di godere con maggiore acutezza quando è consapevole di
nuocere alla creatura da cui prende il godimento? Perchè un germe
della tanto esecrata perversione sàdica è in ciascun uomo che ama e
che desidera?"
Questi pensieri, più che il primitivo spontaneo sentimento di bontà e
di pietà, questi pensieri obliqui mi condussero in quella notte a
raffermare il mio proposito in favore della illusa. L'Assente mi
avvelenava anche di lontano. Per vincere la resistenza del mio
egoismo, ebbi bisogno di contrapporre all'imagine della deliziosa
depravazione di quella donna l'imagine di una nuova rarissima
depravazione che io mi promettevo di coltivar con lentezza nella
onesta securità della mia casa. Allora, con quell'arte quasi direi
alchimistica che io aveva nel combinare i varii -prodotti- del mio
spirito, analizzai la serie degli "stati d'animo" speciali in me
determinati da Giuliana nelle diverse epoche della nostra vita comune,
e ne trassi alcuni elementi i quali mi servirono a construrre un nuovo
stato, fittizio, singolarmente adatto ad accrescere l'intensità di
quelle sensazioni che io voleva esperimentare. Così, per esempio, allo
scopo di rendere più acre quel "sapore d'incesto" che m'attraeva
eccitando la mia fantasia scellerata, io cercai di rappresentarmi i
momenti in cui più profondo era stato in me il "sentimento fraterno" e
più schietta mi era parsa l'attitudine di sorella in Giuliana.
E chi s'indugiava in queste miserabili sottigliezze di maniaco era
l'uomo medesimo che poche ore innanzi aveva sentito il suo cuore
tremare nella semplice commozione della bontà, al lume di un sorriso
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