L'Innocente Gabriele d'Annunzio Gabriele d'Annunzio I ROMANZI DELLA ROSA L'INNOCENTE -Nono migliaio.- MILANO--FRATELLI TREVES, EDITORI--MILANO Via Palermo, 2, e Galleria Vittorio Emanuele, 64 e 66. ROMA: Corso, 383.--NAPOLI; Via Roma (già Toledo), 34. BOLOGNA: presso la Libreria Treves, di L. Beltrami, angolo Via Farini. TRIESTE: presso Giuseppe Schubart. LIPSIA, VIENNA e BERLINO: presso A. F. Brockhaus. PARIGI: presso J. Boyveau et Chevillet, 22, rue de la Banque. [Occhiello] L'INNOCENTE. [Retro] -OPERE di GABRIELE D'ANNUNZIO- I ROMANZI DELLA ROSA: =Il Piacere= L. 5-- =L'Innocente=4 -- =Trionfo della Morte= 5 -- I ROMANZI DEL GIGLIO: I. =Le Vergini delle Rocce= 5 -- II. =La Grazia= *. III. =L'Annunziazione= *. I ROMANZI DEL MELAGRANO: =Il Fuoco= -(di prossima pubblicazione)-. =Il Dittatore= *. =Trionfo della Vita= *. POESIE: =Canto novo; Intermezzo= 4 -- =L'Isottéo=; =la Chimera=4 -- Poema paradisiaco; Odi navali 4 -- * Laudi del Cielo, del Mare, della Terra e degli Eroi. MISTERI: =Persefone= *. =Adone= *. =Orfeo= *. DRAMI: =La Città morta=4 -- I Sogni delle Stagioni Sogno d'un mattino di primavera 2 -- * Sogno d'un meriggio d'estate. Sogno d'un tramonto d'autunno 2 -- * Sogno d'una notte d'inverno. La Gioconda } } di prossima pubblicazione. La Tragedia della Folla } =Frate Sole= *. [Frontespizio] Gabriele d'Annunzio -I ROMANZI DELLA ROSA- L'INNOCENTE -Nono migliaio- MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1899. [Verso] PROPRIETÀ LETTERARIA -Riservati tutti i diritti.- Tip. Fratelli Treves. ALLA CONTESSA MARIA ANGUISSOLA GRAVINA CRUYLLAS DI RAMACCA QUESTO LIBRO È DEDICATO. -Napoli, 11 marzo 1892.- L'INNOCENTE -Beati immaculati....- Andare d'avanti al giudice, dirgli: "Ho commesso un delitto. Quella povera creatura non sarebbe morta se io non l'avessi uccisa. Io Tullio Hermil, io stesso l'ho uccisa. Ho premeditato l'assassinio, nella mia casa. L'ho compiuto con una perfetta lucidità di conscienza, esattamente, nella massima sicurezza. Poi ho seguitato a vivere col mio segreto nella mia casa, un anno intero, fino ad oggi. Oggi è l'anniversario. Eccomi nelle vostre mani. Ascoltatemi. Giudicatemi." Posso andare d'avanti al giudice, posso parlargli così? Non posso né voglio. La giustizia degli uomini non mi tocca. Nessun tribunale della terra saprebbe giudicarmi. E pure bisogna che io mi accusi, che io mi confessi. Bisogna che io riveli il mio segreto a qualcuno. A CHI? I. Il primo ricordo è questo. Era di aprile. Eravamo in provincia, da alcuni giorni, io e Giuliana e le nostre due bambine Maria e Natalia, per le feste di Pasqua, in casa di mia madre, in una grande e vecchia casa di campagna, detta La Badiola. Correva il settimo anno dal matrimonio. Ed erano già corsi tre anni da un'altra Pasqua che veramente m'era parsa una festa di perdono, di pace e d'amore, in quella villa bianca e solinga come un monasterio, profumata di violacciocche; quando Natalia, la seconda delle mie figliuole tentava i primi passi, uscita allora allora dalle fasce come un fiore dall'invoglio, e Giuliana si mostrava per me piena d'indulgenza, se bene con un sorriso un po' malinconico. Io era tornato a lei, pentito e sommesso, dopo la prima grave infedeltà. Mia madre, inconsapevole, con le sue care mani aveva posto un ramoscello d'olivo a capo del nostro letto e aveva riempita la piccola acquasantiera d'argento che pendeva dalla parete. Ma ora, in tre anni, quante cose mutate! Tra me e Giuliana era avvenuto un distacco definitivo, irreparabile. I miei torti verso di lei s'erano andati accumulando. Io l'aveva offesa nei modi più crudeli, senza riguardo, senza ritegno, trascinato dalla mia avidità di piacere, dalla rapidità delle mie passioni, dalla curiosità del mio spirito corrotto. Ero stato l'amante di due tra le sue amiche intime. Avevo passato alcune settimane a Firenze con Teresa Raffo, imprudentemente. Avevo avuto col falso conte Raffo un duello in cui il mio disgraziato avversario s'era coperto di ridicolo, per talune circostanze bizzarre. E nessuna di queste cose era rimasta ignota a Giuliana. Ed ella aveva sofferto, ma con molta fierezza, quasi in silenzio. C'erano stati pochissimi dialoghi tra noi, e brevi, in proposito; nei quali io non avevo mai mentito, credendo con la mia sincerità diminuire la mia colpa agli occhi di quella dolce e nobile donna che io sapevo intellettuale. Anche sapevo che ella riconosceva la superiorità della mia intelligenza e che scusava in parte i disordini della mia vita con le teorie speciose da me esposte più d'una volta in presenza di lei a danno delle dottrine morali professate apparentemente dalla maggioranza degli uomini. La certezza di non essere giudicato da lei come un uomo comune alleggeriva nella mia conscienza il peso dei miei errori. "Anch'ella dunque--io pensavo--comprende che, essendo io diverso dagli altri ed avendo un diverso concetto della vita, posso giustamente sottrarmi ai doveri che gli altri vorrebbero impormi, posso giustamente disprezzare l'opinione altrui e vivere nella assoluta sincerità della mia natura eletta." Io era convinto di essere non pure uno spirito eletto ma uno spirito -raro-; e credevo che la -rarità- delle mie sensazioni e dei miei sentimenti nobilitasse, -distinguesse- qualunque mio atto. Orgoglioso e curioso di questa mia rarità, io non sapevo concepire un sacrificio, un'abnegazione di me stesso, come non sapevo rinunciare a un'espressione, a una manifestazione del mio desiderio. Ma in fondo a tutte queste mie sottigliezze non c'era se non un terribile egoismo; poiché, trascurando gli obblighi, io accettavo i benefizi del mio stato. A poco a poco, in fatti, di abuso in abuso, io era giunto a riconquistare la mia primitiva libertà col consenso di Giuliana, senza ipocrisie, senza sotterfugi, senza menzogne degradanti. Io mettevo il mio studio nell'esser leale, a qualunque costo, come altri nel fingere. Cercavo di confermare in tutte le occasioni, tra me e Giuliana, il nuovo patto di fraternità, di amicizia pura. Ella doveva essere la mia sorella, la mia migliore amica. Una mia sorella, l'unica, Costanza, era morta a nove anni lasciandomi in cuore un rimpianto senza fine. Io pensavo spesso, con una profonda malinconia, a quella piccola anima che non aveva potuto offrirmi il tesoro della sua tenerezza, un tesoro da me sognato inesauribile. Fra tutti gli affetti umani, fra tutti gli amori della terra, quello -sororale- m'era sempre parso il più alto e il più consolante. Io pensavo spesso alla grande consolazione perduta, con un dolore che la irrevocabilità della morte rendeva quasi mistico. Dove trovare, su la terra, un'altra sorella? Spontaneamente, questa aspirazione sentimentale si volse verso Giuliana. Sdegnosa di mescolanze, ella aveva già rinunziato ad ogni carezza, a qualunque abbandono. Io già da tempo non provavo più né pur l'ombra d'un turbamento sensuale, standole accanto; sentendo il suo alito, aspirando il suo profumo, guardando il piccolo segno bruno ch'ella aveva sul collo, io rimanevo nella più pura frigidità. Non mi pareva possibile che quella fosse la donna medesima che un giorno io aveva veduto impallidire e mancare sotto la violenza del mio ardore. Io le offersi dunque la mia fraternità; ed ella accettò, semplicemente. Se ella era triste, io era più triste ancora, pensando che noi avevamo sepolto il nostro amore per sempre, senza speranza di resurrezione; pensando che le nostre labbra non si sarebbero forse unite mai più, mai più. E, nella cecità del mio egoismo, mi parve che ella dovesse in cuor suo essermi grata di quella mia tristezza che io già sentivo immedicabile, e mi parve che ella dovesse anche esserne paga e consolarsene come d'un riflesso del lontano amore. Ambedue un tempo avevamo sognato non pur l'amore ma la passione fino alla morte, -usque ad mortem-. Ambedue avevamo creduto al nostro sogno e avevamo proferito più d'una volta, nell'ebrezza, le due grandi parole illusorie: -Sempre! Mai!- Avevamo perfino creduto all'affinità della nostra carne, a quell'affinità rarissima e misteriosa che lega due creature umane col tremendo legame del desiderio insaziabile; ci avevamo creduto perchè l'acutezza delle nostre sensazioni non era diminuita nè pure dopo che, avendo noi procreato un nuovo essere, l'oscuro Genio della specie aveva raggiunto per mezzo di noi il suo unico intento. L'illusione era caduta; ogni fiamma era spenta. La mia anima (lo giuro) aveva pianto sinceramente su la ruina. Ma come opporsi a un fenomeno necessario? Come evitare l'inevitabile? Era dunque gran ventura che, morto l'amore per le necessità fatali dei fenomeni e quindi senza colpa di alcuno, noi potessimo ancora vivere nella stessa casa tenuti da un sentimento nuovo, forse non meno profondo dell'antico, certo più elevato e più singolare. Era gran ventura che una nuova illusione potesse succedere all'antica e stabilire tra le nostre anime uno scambio di affetti puri, di commozioni delicate, di squisite tristezze. Ma, in realtà, questa specie di retorica platonica a qual fine tendeva? Ad ottenere che una vittima si lasciasse sacrificare sorridendo. In realtà, la nuova vita, non più conjugale ma fraterna, si basava tutta su un presupposto: su l'assoluta abnegazione della -sorella-. Io riconquistavo la mia libertà, potevo andare in cerca delle sensazioni acute di cui avevano bisogno i miei nervi, potevo appassionarmi per un'altra donna, vivere fuori della mia casa e trovare -la sorella- ad aspettarmi, trovare nelle mie stanze la traccia visibile delle sue cure, trovare sul mio tavolo in una coppa le rose disposte dalle sue mani, trovare da per tutto l'ordine e l'eleganza e il nitore come in un luogo abitato da una Grazia. Questa mia condizione non era invidiabile? E non era straordinariamente preziosa la donna che consentiva a sacrificarmi la sua giovinezza, paga soltanto di essere baciata con gratitudine e quasi con religione su la fronte altera e dolce? La mia gratitudine talvolta diveniva così calda che si espandeva in una infinità di delicatezze, di premure affettuose. Io sapevo essere il migliore dei fratelli. Quando ero assente, scrivevo a Giuliana lunghe lettere malinconiche e tenere che spesso partivano insieme con quelle dirette alla mia amante; e la mia amante non avrebbe potuto esserne gelosa, allo stesso modo che non poteva esser gelosa della mia adorazione per la memoria di Costanza. Ma, se bene assorto nell'intensità della mia vita particolare, io non sfuggivo alle interrogazioni che di tratto in tratto mi sorgevano dentro. Perchè Giuliana persistesse in quella meravigliosa forza di sacrificio, bisognava ch'ella mi amasse d'un sovrano amore; e, amandomi e non potendo essere se non la mia -sorella-, doveva portar chiusa in sè una disperazione mortale.--Non era dunque un forsennato l'uomo che immolava, senza rimorso, ad altri amori torbidi e vani quella creatura così dolorosamente sorridente, così semplice, così coraggiosa?--Mi ricordo (e la perversione mia di quel tempo mi stupisce), mi ricordo che tra le ragioni che io dissi a me stesso per acquietarmi, questa fu la più forte: "La grandezza morale risultando dalla violenza dei dolori superati, perchè ella avesse occasione d'essere eroica era necessario ch'ella soffrisse quel ch'io le ho fatto soffrire." Ma un giorno io m'avvidi ch'ella soffriva anche nella sua salute; m'avvidi che il suo pallore diveniva più cupo e talvolta si empiva come di ombre livide. Più d'una volta sorpresi nella sua faccia le contrazioni d'uno spasimo represso; più d'una volta ella fu assalita, in mia presenza, da un tremito infrenabile che la scoteva tutta e le faceva battere i denti come nel ribrezzo di una febbre subitanea. Una sera, da una stanza lontana mi giunse un grido di lei, lacerante; e io corsi, e la trovai in piedi, addossata a un armario, convulsa, che si torceva come se avesse inghiottito un veleno. Mi afferrò una mano e me la tenne stretta come in una morsa. --Tullio, Tullio, che cosa orribile! Ah, che cosa orribile! Ella mi guardava, da presso; teneva fissi nei miei occhi i suoi occhi dilatati, che mi parvero nella penombra straordinariamente larghi. E io vedevo in quei larghi occhi passare, come a onde, la sofferenza sconosciuta; e quello sguardo continuo, intollerabile, mi suscitò d'un tratto un terrore folle. Era di sera, era il crepuscolo, e la finestra era spalancata, e le tende si gonfiavano sbattendo, e una candela ardeva su un tavolo, contro uno specchio; e, non so perchè, lo sbattito delle tende, l'agitazione disperata di quella fiammella, che lo specchio pallido rifletteva, presero nel mio spirito un significato sinistro, aumentarono il mio terrore. Il pensiero del veleno mi balenò; e in quell'attimo ella non potè frenare un altro grido; e, fuori di sè per lo spasimo, si gittò sul mio petto perdutamente. --Oh Tullio, Tullio, aiutami! aiutami! Agghiacciato dal terrore io rimasi un minuto senza poter proferire una parola, senza poter muovere le braccia. --Che hai fatto? Che hai fatto? Giuliana! Parla, parla.... Che hai fatto? Sorpresa dalla profonda alterazione della mia voce, ella si ritrasse un poco e mi guardò. Io dovevo avere la faccia più bianca e più sconvolta della sua, perchè ella mi disse rapidamente, smarritamente: --Nulla, nulla. Tullio, non ti spaventare. Non è nulla, vedi.... Sono i miei soliti dolori.... Sai, è è una delle solite crisi.... che passano. Càlmati. Ma io, invasato dal terribile sospetto, dubitai delle sue parole. Mi pareva che tutte le cose intorno a me rivelassero l'avvenimento tragico e che una voce interna mi accertasse: "-Per te, per te ha voluto morire. Tu, tu l'hai spinta a morire.-" E io le presi le mani e sentii che erano fredde, e vidi scendere dalla sua fronte una goccia di sudore.... --No, no, tu m'inganni--proruppi--tu m'inganni. Per pietà, Giuliana, anima mia, parla, parla! Dimmi: che hai.... Dimmi, per pietà: che hai.... -bevuto-? E i miei occhi esterrefatti cercarono in torno, su i mobili, sul tappeto, dovunque, un indizio. Allora ella comprese. Si lasciò cadere di nuovo sul mio petto e disse, rabbrividendo e facendomi rabbrividire, disse con la bocca contro la mia spalla (mai, mai dimenticherò l'accento indefinibile), disse: --No, no, no, Tullio; no. Ah, che cosa nell'universo può uguagliare l'accelerazione vertiginosa della nostra vita interiore? Noi rimanemmo in quell'atto, nel mezzo della stanza, muti; e un mondo inconcepibilmente vasto di sentimenti e di pensieri si agitò dentro di me, in un sol punto, con una lucidità spaventevole. "-E se fosse stato vero?-" chiedeva la voce. "-Se fosse stato vero?-" Un sussulto incessante scoteva Giuliana, contro il mio petto; ed ella ancora teneva celata la faccia; ed io sapeva che ella, pur soffrendo ancora nella sua povera carne, non ad altro pensava che alla -possibilità- del fatto da me sospettato, non ad altro pensava che al mio folle terrore. Una domanda mi salì alle labbra: "Hai tu mai avuta -la tentazione?-" E poi un'altra: "Potrebbe essere che tu cedessi -alla tentazione?-" Nè l'una nè l'altra proferii; e pure mi parve ch'ella intendesse. Ambedue oramai eravamo dominati da quel pensiero di morte, da quell'imagine di morte; ambedue eravamo entrati in una specie di esaltazione tragica, dimenticando l'equivoco che l'aveva generata, smarrendo la conscienza della realtà. Ed ella a un tratto si mise a singhiozzare; e il suo pianto chiamò il mio pianto; e mescolammo le nostre lacrime, ahi me!, che erano così calde e che non potevano mutare il nostro destino. Seppi, dopo, che già da alcuni mesi la travagliavano malattie complicate della matrice e dell'ovaia, quelle terribili malattie nascoste che turbano in una donna tutte le funzioni della vita. Il dottore, col quale volli avere un colloquio, mi fece intendere che per un lungo periodo io doveva rinunziare a qualunque contatto con la malata, anche alla più lieve delle carezze; e mi dichiarò che un nuovo parto avrebbe potuto esserle fatale. Queste cose, pure affliggendomi, mi alleggerirono di due inquietudini: mi persuasero che io non avevo colpa nello sfiorire di Giuliana e mi diedero un modo semplice di poter giustificare d'avanti a mia madre la separazione di letto e gli altri mutamenti avvenuti nella mia vita domestica. Mia madre a punto era per arrivare a Roma dalla provincia, dove ella, dopo la morte di mio padre, passava la maggior parte dell'anno con mio fratello Federico. Mia madre amava molto la giovine nuora. Giuliana era veramente per lei la sposa ideale, la compagna -sognata- pel suo figliuolo. Ella non riconosceva al mondo una donna più bella, più dolce, più nobile di Giuliana. Ella non concepiva che io potessi desiderare altre donne, abbandonarmi in altre braccia, dormire su altri cuori. Essendo stata amata per venti anni da un uomo, sempre con la stessa devozione, con la stessa fede, -sino alla morte-, ella ignorava la stanchezza, il disgusto, il tradimento, tutte le miserie e tutte le ignominie che si covano nel talamo. Ella ignorava lo strazio che io avevo fatto e facevo di quella cara anima immeritevole. Ingannata dalla dissimulazione generosa di Giuliana, credeva ancora nella nostra felicità. Guai s'ella avesse saputo! Io era ancora in quell'epoca sotto il dominio di Teresa Raffo, della violenta avvelenatrice che mi dava imagine dell'amasia di Menippo. Ricordate? Ricordate le parole di Apollonio a Menippo nel poema inebriante? "-O beau jeune homme, tu caresses un serpent; un serpent te caresse!-" Il caso mi favorì. Per la morte d'una zia, Teresa fu costretta ad allontanarsi da Roma e a rimanere assente qualche tempo. Io potei con una insolita assiduità presso mia moglie riempire il gran vuoto che la "Biondissima" partendo lasciava nelle mie giornate. E non era ancora svanito in me il turbamento di quella sera; e qualche cosa di nuovo, indefinibile, da qualche sera ondeggiava tra me e Giuliana. Poiché le sofferenze fisiche di lei aumentavano, io e mia madre potemmo con molta fatica ottenere che ella si sottoponesse all'operazione chirurgica richiesta dal suo stato. L'operazione portava per séguito trenta o quaranta giorni di assoluto riposo nel letto e una convalescenza prudente. Già la povera malata aveva i nervi estremamente indeboliti ed irritabili. I preparativi lunghi e fastidiosi la estenuarono e la esasperarono al punto che ella più d'una volta tentò di gittarsi giù dal letto, di ribellarsi, di sottrarsi a quel supplizio brutale che la violava, che l'umiliava, che l'avviliva.... --Di'--mi chiese un giorno, con la bocca amara--se tu ci pensi, non hai ribrezzo di me? Ah, che brutta cosa! E fece un atto di disgusto su sé medesima; e s'accigliò, e si ammutolì. Un altro giorno, mentre io entravo nella sua stanza, ella si accorse che un odore mi aveva ferito. Gridò, fuori di sé, pallida come la sua camicia: --Vattene, vattene, Tullio. Ti prego! Parti. Ritornerai quando sarò guarita. Se tu rimarrai qui, mi prenderai in odio. Sono odiosa così; sono odiosa.... Non mi guardare. E i singhiozzi la soffocarono. Poi, in quello stesso giorno, dopo qualche ora, mentre io tacevo credendo ch'ella fosse per assopirsi, uscì in queste parole oscure, con l'accento strano di chi parla in sogno: ---Ah, se davvero l'avessi fatto! Era un buon suggerimento-.... --Che dici, Giuliana? Ella non rispose. --A che pensi, Giuliana? Non rispose se non con un atto della bocca, che voleva essere un sorriso e non poté. Mi parve di comprendere. E un'onda tumultuosa di rammarico, di tenerezza e di pietà mi assalse. E tutto avrei dato perché ella avesse potuto leggermi l'anima, in quel momento, perché ella avesse potuto raccogliere intera la mia commozione irrivelabile, inesprimibile e quindi vana. "Perdonami, perdonami. Dimmi quello che io debbo fare perché tu mi perdoni, perché tu dimentichi tutte le cattive cose.... Io tornerò a te, non sarò d'altri che di te, per sempre. Te sola veramente io ho amata, nella vita; amo te sola. Sempre la mia anima si volge a te, e ti cerca, e ti rimpiange. Te lo giuro: lontano da te, non ho provato mai nessuna gioia sincera, non ho avuto mai un attimo di pieno oblio; mai, mai: te lo giuro. Tu sola, al mondo, hai la bontà e la dolcezza. Tu sei la più buona e la più dolce creatura che io abbia mai sognata: sei l'Unica. E ho potuto offenderti, ho potuto farti soffrire, ho potuto farti pensare alla morte come a una cosa desiderabile! Ah, tu mi perdonerai, ma io non potrò mai perdonarmi; tu dimenticherai, ma io non dimenticherò. Sempre mi parrà d'essere indegno; né pure con la devozione di tutta la mia vita mi parrà di averti compensata. Da ora innanzi, come un tempo, tu sarai la mia amante, la mia amica, la mia sorella; come un tempo, tu sarai la mia custode, la mia consigliera. Io ti dirò tutto, ti svelerò tutto. Sarai la mia anima. E guarirai. Io, io ti guarirò. Tu vedrai di quali tenerezze io sarò capace per medicarti.... Ah, tu le conosci. Ricòrdati! Ricòrdati! Anche allora tu fosti malata e me solo volesti per medicarti; e io non mi mossi mai dal tuo capezzale, né di giorno, né di notte. E tu dicevi:--Sempre Giuliana -se ne ricorderà-, sempre.--E tu avevi le lacrime negli occhi, e io te le bevevo tremando.--Santa! Santa!--Ricordati. E quando ti leverai, quando sarai convalescente, andremo laggiù, torneremo a Villalilla. Tu sarai ancora un poco debole, ma ti sentirai tanto bene. E io ritroverò la mia gaiezza d'una volta, e ti farò sorridere, ti farò ridere. Tu ritroverai quelle tue belle risa che mi rinfrescavano il cuore; tu ritroverai quelle tue arie di fanciulla deliziose, e porterai ancora la treccia giù per le spalle come mi piaceva. Siamo giovani. Riconquisteremo la felicità, se tu vorrai. Vivremo, vivremo...." Così, dentro di me, le parlavo; e le parole non uscivano dalle mie labbra. Pur essendo commosso e avendo gli occhi umidi, io sapevo che la commozione era passeggera e che quelle promesse erano fallaci. E anche sapevo che Giuliana non si sarebbe illusa e che mi avrebbe risposto con quel suo tenue sorriso sfiduciato, già altre volte comparsole su le labbra. Quel sorriso significava: "Sì, io so che tu sei buono e che vorresti non farmi soffrire; ma tu non sei padrone di te, non puoi resistere alle fatalità che ti trascinano. Perché vuoi tu che io m'illuda?" Tacqui, in quel giorno; e nei giorni che seguirono, pur ricadendo più volte nella stessa confusa agitazione di ravvedimenti e di propositi e di sogni vaghi, non osai parlare: "Per tornare a lei, tu devi abbandonare le cose in cui ti compiaci, la donna che ti corrompe. Ne avrai la forza?" Io rispondevo a me stesso: "Chi sa!" E aspettavo di giorno in giorno questa forza che non veniva; aspettavo di giorno in giorno un evento (non sapevo quale) che provocasse la mia risoluzione, che me la rendesse inevitabile. E m'indugiavo a imaginare, a sognare la nostra vita nuova, la lenta rifioritura del nostro amore legittimo, il sapore strano di certe sensazioni rinnovate. "Noi andremmo dunque laggiù, a Villalilla, nella casa che conserva le nostre più belle memorie; e saremmo noi due soltanto, perchè lasceremmo Maria e Natalia con mia madre alla Badiola. E la stagione sarebbe mite; e la convalescente si appoggerebbe sempre al mio braccio, pei sentieri conosciuti, dove ogni nostro passo risveglierebbe una memoria. Ed io vedrei di tratto in tratto sul suo pallore diffondersi qualche lieve fiamma subitanea; ed ambedue saremmo, l'uno verso l'altra, un poco timidi; sembreremmo qualche volta pensierosi; eviteremmo qualche volta di guardarci negli occhi. Perchè? E un giorno, sentendo più forte la suggestione dei luoghi, io ardirei parlarle delle nostre più folli ebrezze di quei primi tempi.--Ti ricordi? Ti ricordi? Ti ricordi?--E a poco a poco ambedue sentiremmo in noi il turbamento crescere, divenire insostenibile; e ambedue, nel tempo medesimo, perdutamente, ci stringeremmo, ci baceremmo in bocca, crederemmo venir meno. Ella, ella sì verrebbe meno; e io la sosterrei nelle mie braccia chiamandola con nomi suggeriti da una tenerezza suprema. Ella riaprirebbe gli occhi, leverebbe tutto il velo del suo sguardo, fisserebbe un istante su me la sua stessa anima; mi parrebbe trasfigurata. E così saremmo ripresi dall'antico ardore, rientreremmo nella grande illusione. Ambedue saremmo tenuti da un pensiero unico, assiduo; saremmo agitati da un'ansietà inconfessabile. Io le chiederei tremando:---Sei guarita?---Ed ella dal suono della mia voce comprenderebbe la domanda celata in quella domanda. E risponderebbe, senza potermi nascondere il brivido:---Non ancora!---E la sera, dividendoci, rientrando nelle nostre stanze separate, ci sentiremmo morire d'angoscia. Ma una mattina, con uno sguardo impreveduto, i suoi occhi mi direbbero:---Oggi, oggi....---Ed ella, paventando quel divino e terribile momento, con qualche pretesto puerile mi sfuggirebbe, protrarrebbe la nostra tortura. Direbbe ella:--Usciamo; usciamo....--Usciremmo: in un pomeriggio velato, tutto bianco, un poco snervante, un poco soffocante. Cammineremmo a fatica. Comincerebbero a cadere, su le nostre mani, sul nostro viso, gocce di pioggia tiepide come lacrime. Io direi, con la voce alterata:--Rientriamo.--E, presso la soglia, all'improvviso, la prenderei su le mie braccia, la sentirei abbandonarsi come esanime, la porterei su per le scale senza avvertire alcun peso.--Dopo tanto! Dopo tanto!--La violenza del desiderio sarebbe in me attenuata dalla paura di farle male, di strapparle un grido di dolore.--Dopo tanto!--E i nostri esseri, all'urto di una sensazione divina e terribile, non provata né imaginata mai, si struggerebbero. Ed ella, dopo, mi parrebbe quasi morente, con la faccia tutta molle di pianto, pallida come il suo guanciale." Ah, così mi parve, morente mi parve, quella mattina, quando i dottori l'addormentavano col cloroformio ed ella, sentendosi sprofondare nell'insensibilità della morte, due o tre volte tentò di alzare le braccia verso di me, tentò di chiamarmi. Io uscii dalla stanza, sconvolto; e intravidi i ferri chirurgici, una specie di cucchiaio tagliente, e la garza e il cotone e il ghiaccio e le altre cose preparate su un tavolo. Due lunghe ore, interminabili ore, aspettai, esacerbando la mia sofferenza con l'eccesso delle imaginazioni. E una disperata pietà strinse le mie viscere d'uomo, per quella creatura che i ferri del chirurgo violavano non soltanto nella carne miserabile ma nell'intimo dell'anima, nel sentimento più delicato che una donna possa custodire:--una pietà per quella e per le altre, agitate da aspirazioni indefinite verso le idealità dell'amore, illuse dal sogno capzioso di cui il desiderio maschile le avvolge, smanianti d'inalzarsi, e così deboli, così malsane, così imperfette, uguagliate alle femmine brute dalle leggi inabolibili della Natura; che impone a loro il diritto della specie, sforza le loro matrici, le travaglia di morbi orrendi, le lascia esposte a tutte le degenerazioni. E in quella e nelle altre, rabbrividendo per ogni fibra, io vidi allora, con una lucidità spaventevole, vidi la piaga originale, la turpe ferita sempre aperta "che sanguina e che pute".... Quando rientrai nella stanza di Giuliana, ella era ancora sotto l'azione dell'anestetico, senza conoscenza, senza parola: ancora simile a una morente. Mia madre era ancora pallidissima e convulsa. Ma pareva che l'operazione fosse riuscita bene; i dottori parevano soddisfatti. L'odore del jodoformio impregnava l'aria. In un canto, la monaca inglese empiva di ghiaccio una vescica; l'assistente ravvolgeva una fascia. Le cose tornavano nell'ordine e nella calma, a poco a poco. L'inferma rimase a lungo in quel sopore; la febbre comparve leggerissima. Nella notte però ella fu presa da spasimi allo stomaco e da un vomito infrenabile. Il laudano non la calmava. E io, fuori di me, allo spettacolo di quello strazio inumano, credendo ch'ella dovesse morire, non so più che dissi, non so più che feci. Agonizzai con lei. Nel giorno seguente, lo stato dell'inferma migliorò; e poi, di giorno in giorno, andò ancora migliorando. Le forze lentissimamente tornavano. Io fui assiduo al capezzale. Mettevo una certa ostentazione nel ricordare a lei, con i miei atti, l'infermiere d'una volta; ma il sentimento era diverso, era sempre -fraterno-. Spesso io avevo lo spirito preoccupato da qualche frase d'una lettera della amante lontana, mentre leggevo a lei qualche pagina d'un libro preferito. L'Assente era indimenticabile. Talora però, quando nel rispondere a una lettera mi sentivo un po' svogliato e quasi tediato, in certe strane pause che nella lontananza ha anche una passione forte, io credevo questo un indizio di disamore; e ripetevo a me stesso: "Chi sa!" Un giorno, mia madre disse a Giuliana, in mia presenza: --Quando ti leverai, quando ti potrai muovere, andremo tutti insieme alla Badiola. Non è vero, Tullio? Giuliana mi guardò. --Sì, mamma--risposi, senza esitare, senza riflettere.--Anzi, io e Giuliana andremo a Villalilla. Ed ella di nuovo mi guardò; e sorrise, d'un sorriso impreveduto, indescrivibile, che aveva una espressione di credulità quasi infantile, che somigliava un poco a quello d'un bambino malato a cui sia fatta una grande insperata promessa. Ed abbassò le palpebre; e continuò a sorridere, con gli occhi socchiusi che vedevano qualche cosa lontana, molto lontana. E il sorriso s'attenuava, s'attenuava, senza estinguersi. Quanto mi piacque! Come l'adorai, in quel momento! Come sentii che nulla al mondo vale la semplice commozione della bontà! Una bontà infinita emanava da quella creatura e mi penetrava tutto l'essere, mi colmava il cuore. Ella stava nel letto supina, rialzata da due o tre guanciali; e la sua faccia dall'abbondanza dei capelli castagni un poco rilasciati acquistava una finezza estrema, una specie d'immaterialità apparente. Aveva una camicia chiusa intorno al collo, chiusa intorno ai polsi; e le sue mani posavano sul lenzuolo, prone, così pallide che soltanto le vene azzurre le distinguevano dal lino. Presi una di quelle mani (mia madre era già uscita dalla stanza); e dissi sotto voce: --Torneremo dunque.... a Villalilla. La convalescente disse: --Sì. E tacemmo, per prolungare la nostra commozione, per conservare la nostra illusione. Sapevamo ambedue il significato profondo che nascondevano quelle poche parole scambiate sotto voce. Un acuto istinto ci avvertiva di non insistere, di non definire, di non andare oltre. Se avessimo parlato ancora, ci saremmo trovati d'avanti alle realtà inconciliabili con l'illusione in cui le nostre anime respiravano e a poco a poco s'intorpidivano deliziosamente. Quel torpore favoriva i sogni, favoriva gli oblii. Passammo un intero pomeriggio quasi sempre soli, leggendo a intervalli, chinandoci insieme su la stessa pagina, seguendo con gli occhi la stessa riga. Avevamo là qualche libro di poesia; e noi davamo ai versi una intensità di significato, che non avevano. Muti, ci parlavamo per la bocca di quel poeta affabile. Io segnavo con l'unghia le strofe che parevano rispondere al mio sentimento non rivelato. Je veux, guidé par vous, beaux yeux aux flammes douces, Par toi conduit, o main où tremblera ma main, Marcher droit, que ce soit par des sentiers de mousses Ou que rocs et cailloux encombrent le chemin, Oui, je veux marcher droit et calme dans la Vie.... Ed ella, dopo aver letto, si riabbandonava per un poco su i guanciali, chiudendo gli occhi, con un sorriso quasi impercettibile. Toi la bonté, toi le sourire, N'es tu pas le conseil aussi, Le bon conseil loyal et brave.... Ma io vedevo sul suo petto la camicia secondare il ritmo del respiro con una mollezza che incominciava a turbarmi come il fievole profumo di ireos esalato dai lenzuoli e dai guanciali. Desiderai ed aspettai che ella, sorpresa da un subitaneo languore, mi cingesse il collo con un braccio e congiungesse la sua guancia alla mia così ch'io sentissi sfiorarmi dall'angolo della sua bocca. Ella pose l'indice affilato su la pagina e segnò con l'unghia il margine, guidando la mia lettura commossa. La voix vous fut connue (et chère?) Mais à présent elle est voilée Comme une veuve désolée.... Elle dit, la voix reconnue, que la bonté c'est notre vie.... Elle parle aussi de la gloire D'être simple sans plus attendre, Et de noces d'or et du tendre Bonheur d'une paix sans victoire. Accueillez la voix qui persiste Dans son naïf épithalame. Allez, rien n'est meilleur à l'âme Que de faire une âme moins triste! Io le presi il polso; e chinando il capo lentamente, fino a porre le labbra nel cavo della sua mano, mormorai: --Tu.... potresti dimenticare? Ella mi chiuse la bocca e pronunziò la sua gran parola: --Silenzio. Entrò mia madre annunziando la visita della signora Tàlice, in quel punto. Io lessi nel volto di Giuliana il fastidio, e anch'io fui preso da un'irritazione sorda contro l'importuna. Giuliana sospirò: --Oh mio Dio! --Dille che Giuliana riposa--io suggerii a mia madre con un accento quasi supplichevole. Ella mi accennò che la visitatrice aspettava nella stanza contigua. Bisognò riceverla. Questa signora Tàlice era d'una loquacità maligna e stucchevole. Mi guardava di tratto in tratto con un'aria curiosa. Come mia madre per caso, nel corso della conversazione, disse ch'io tenevo compagnia alla convalescente dalla mattina alla sera quasi di continuo, la signora Tàlice esclamò con un tono d'ironia manifesta, guardandomi: --Che marito perfetto! La mia irritazione crebbe così che mi risolsi, con un pretesto qualunque, ad andarmene. Uscii di casa. Incontrai per le scale Maria e Natalia che tornavano accompagnate dalla governante. Mi assalirono secondo il solito, con un'infinità di moine; e Maria, la maggiore, mi diede alcune lettere che aveva prese dal portiere. Tra queste riconobbi subito la lettera dell'Assente. E allora mi sottrassi alle moine, quasi con impazienza. Giunto su la strada, mi soffermai per leggere. Era una lettera breve ma appassionata, con due o tre frasi d'una eccessiva acutezza, quali sapeva trovare Teresa per agitarmi. Ella mi faceva sapere che sarebbe stata a Firenze tra il 20 e il 25 del mese e che avrebbe voluto incontrarmi là "come l'altra volta." Mi prometteva notizie più esatte pel convegno. Tutti i fantasmi delle illusioni e delle commozioni recenti abbandonarono a un tratto il mio spirito, come i fiori d'un albero scosso da una folata gagliarda. E come i fiori caduti sono per l'albero irrecuperabili, così furono per me quelle cose dell'anima: mi divennero estranee. Feci uno sforzo, tentai di raccogliermi; non riuscii a nulla. Mi misi a girare per le strade, senza scopo; entrai da un pasticciere, entrai da un libraio; comprai dolci e libri macchinalmente. Scendeva il crepuscolo; s'accendevano i fanali; i marciapiedi erano affollati; due o tre signore dalle loro carrozze risposero al mio saluto; passò un amico a fianco della sua amante che portava tra le mani un mazzo di rose, camminando presto e parlando e ridendo. Il soffio malefico della vita cittadina m'investì; risuscitò le mie curiosità, le mie cupidige, le mie invidie. Arricchito in quelle settimane di continenza, il mio sangue ebbe come un'accensione subitanea. Alcune imagini mi balenarono lucidissime dentro. L'Assente mi riafferrò con le parole della sua lettera. E tutto il mio desiderio andò verso di lei, senza freno. Ma quando il primo tumulto si fu placato, mentre risalivo le scale della mia casa, compresi tutta la gravità di quel che era accaduto, di quel che avevo fatto; compresi che veramente, poche ore prima, avevo riallacciato un legame, avevo obbligata la mia fede, avevo data una promessa, una promessa tacita ma solenne a una creatura ancora debole e inferma; compresi che non avrei potuto senza infamia ritrarmi. E allora io mi rammaricai di non aver diffidato di quella commozione ingannevole, mi rammaricai di essermi troppo indugiato in quel languore sentimentale! Esaminai minutamente i miei atti e i miei detti di quel giorno, con la fredda sottigliezza d'un mercante subdolo il quale cerchi un appiglio per sottrarsi alla stipulazione di un contratto già concordato. Ah, le mie ultime parole erano state troppo gravi. Quel "Tu potresti dimenticare?" pronunziato con quell'accento, dopo la lettura di quei versi, aveva avuto il valore di una conferma definitiva. E quel "Silenzio" di Giuliana era stato come un suggello. "Ma" io pensai "questa volta ha ella proprio creduto al mio ravvedimento? Non è ella stata sempre un poco scettica a riguardo dei miei buoni moti?" E rividi quel suo tenue sorriso sfiduciato, già altre volte comparsole sulle labbra. "Se ella dentro di sé non avesse creduto, se anche la sua illusione fosse caduta subitamente, allora forse la mia ritirata non avrebbe molta gravità, non la ferirebbe né la sdegnerebbe troppo; e l'episodio rimarrebbe senza conseguenza, e io rimarrei libero come prima. Villalilla rimarrebbe nel suo sogno." E rividi l'altro sorriso, il sorriso nuovo, impreveduto, credulo, che le era comparso su le labbra al nome di Villalilla. "Che fare? Che risolvere? Come contenermi?" La lettera di Teresa Raffo mi bruciava forte. Quando rientrai nella stanza di Giuliana, m'accorsi al primo sguardo che ella -mi aspettava-. Mi parve lieta, con gli occhi lucidi, con un pallore più animato, più fresco. --Tullio, dove sei stato?--mi domandò ridendo. Io risposi: --Mi ha messo in fuga la signora Tàlice. Ella seguitò a ridere, d'un limpido riso giovenile che la trasfigurava. Io le porsi i libri e la scatola delle confetture. --Per me?--esclamò, tutta contenta, come una bambina golosa; e si affrettò ad aprire la scatola, con piccoli gesti di grazia, che risollevavano nel mio spirito lembi di ricordi lontani. --Per me? Prese un -bonbon-, fece l'atto di portarlo alla bocca, esitò un poco, lo lasciò ricadere, allontanò la scatola; e disse: --Poi, poi.... --Sai, Tullio--m'avvertì mia madre--non ha ancora mangiato nulla. Ha voluto aspettarti. --Ah, non t'ho ancora detto....--proruppe Giuliana, divenuta rosea--non t'ho ancora detto che c'è stato il dottore, mentre eri fuori. Mi ha trovata molto meglio. Potrò alzarmi giovedì. Capisci, Tullio? Potrò alzarmi giovedì.... Soggiunse: --Fra dieci, fra quindici giorni al più, potrò anche mettermi in treno. Soggiunse, dopo una pausa pensosa, con un tono minore: --Villalilla! Ella non aveva dunque pensato ad altro, non aveva sognato altro. Ella -aveva creduto-; -credeva-. Io duravo fatica a dissimulare la mia angoscia. Mi occupavo, con soverchia premura, forse, dei preparativi pel suo piccolo pranzo. Io medesimo le misi su le ginocchia la tavoletta. Ella seguiva tutti i miei movimenti con uno sguardo carezzevole che mi faceva male. "Ah, se ella potesse indovinare!" D'un tratto, mia madre esclamò, candidamente: --Come sei bella stasera, Giuliana! In fatti, un'animazione straordinaria le avvivava le linee del volto, le accendeva gli occhi, la ringiovaniva tutta quanta. All'esclamazione di mia madre, ella arrossì; e un'ombra di quel rossore le rimase per tutta la sera su le gote. --Giovedì mi alzerò--ripeteva.--Giovedì, fra tre giorni! Non saprò più camminare.... Insisteva col discorso su la sua guarigione, su la nostra partenza prossima. Chiese a mia madre alcune notizie su lo stato attuale della villa, sul giardino. --Io piantai un ramo di salice vicino alla peschiera, l'ultima volta che ci fummo. Ti ricordi, Tullio? Chi sa se ce lo ritroverò.... --Sì sì--interruppe mia madre, raggiante--ce lo ritroverai; è cresciuto; è un albero. Domandalo a Federico. --Davvero? Davvero? Dimmi dunque, mamma... Pareva che quella piccola particolarità in quel momento avesse per lei un'importanza incalcolabile. Ella divenne loquace. Io mi meravigliavo ch'ella fosse così a dentro nell'illusione, mi meravigliavo ch'ella fosse così trasfigurata dal suo sogno. "Perché, perché questa volta ella -ha creduto-? Come mai si lascia così trasportare? Chi le dà questa insolita fede?" E il pensiero della mia infamia prossima, forse inevitabile, mi agghiacciava. "Perché inevitabile? Non saprò dunque mai liberarmi? Io -debbo-, io -debbo- mantenere la mia promessa. Mia madre è testimone della mia promessa. A qualunque costo, la manterrò." E con uno sforzo interiore, quasi direi con una scossa della conscienza, io uscii dal tumulto delle incertezze; e mi rivolsi a Giuliana, per un moto dell'anima quasi violento. Ella mi piacque ancora, eccitata com'era, vivace, giovine. Mi rammentava la Giuliana d'un tempo, che tante volte in mezzo alla tranquillità della vita famigliare io aveva sollevata d'improvviso su le mie braccia, come preso da una follia repentina, e portata di corsa nell'alcova. --No, no, mamma; non mi far più bere--ella pregò, trattenendo mia madre che le versava il vino.--Già ho bevuto troppo, senza accorgermene. Ah questo Chablis! Ti ricordi, Tullio? E rise, guardandomi dentro le pupille, nell'evocare il ricordo d'amore su cui ondeggiava il fumo di quel delicato vino amaretto e biondo ch'ella prediligeva. --Mi ricordo--io risposi. Ella socchiuse le palpebre, con un leggero tremolio dei cigli. Disse poi: --Fa caldo qui. È vero? Ho gli orecchi che mi scottano. E si strinse la testa fra le palme, per sentire il bruciore. Il lume, che ardeva a lato del letto, rischiarava intensamente la lunga linea del viso; faceva rilucere tra il folto de' capelli castagni alcuni fili d'oro chiaro, ove l'orecchio piccolo e fine, acceso alla sommità, traspariva. A un punto, mentre io aiutavo a sparecchiare (mia madre era uscita, e la cameriera anche, per un momento, e stavano nella stanza attigua), ella chiamò sotto voce: --Tullio! E, con un gesto furtivo attirandomi, mi baciò su una gota. Ora, non doveva ella con quel bacio riprendermi interamente, anima e corpo, per sempre? Quell'atto, in lei così sdegnosa e così fiera, non significava che ella voleva tutto obliare, che aveva già tutto obliato per rivivere con me una vita nuova? Avrebbe potuto ella riabbandonarsi al mio amore con più grazia, con maggior confidenza? La sorella ridiventava l'amante a un tratto. La sorella impeccabile aveva conservato nel sangue, nelle più segrete vene, la memoria delle mie carezze, quella memoria organica delle sensazioni, così viva nella donna e così tenace. Ripensando, quando mi ritrovai solo, ebbi interrottamente alcune visioni di giorni lontani, di sere lontane. "Un crepuscolo di giugno, caldo, tutto roseo, navigato da misteriosi profumi, terribile ai solitarii, a coloro che rimpiangono o che desiderano. Io entro nella stanza. Ella è seduta presso alla finestra, con un libro sulle ginocchia, tutta languida, pallidissima, nell'attitudine di chi sia per venir meno.--Giuliana!--Ella si scuote, si risolleva.--Che fai?--Risponde:--Nulla. E un'alterazione indefinibile, come una violenza di cose soffocate, passa nei suoi occhi troppo neri." Quante volte, dal giorno della triste rinunzia, ella aveva patito nella sua povera carne quelle torture? Il mio pensiero s'indugiò intorno alle imagini suscitate dal piccolo fatto recente. La singolare eccitazione mostrata da Giuliana mi rammentò certi esempi della sua sensibilità fisica straordinariamente acuta. La malattia, forse, aveva aumentata, esasperata quella sensibilità. Ed io pensai, curioso e perverso, che avrei veduto la debole vita della convalescente ardere e struggersi sotto la mia carezza; e pensai che la voluttà avrebbe avuto quasi un sapore di incesto. "Se ella ne morisse?" pensai. Certe parole del chirurgo mi tornavano alla memoria, sinistre. E, per quella crudeltà che è in fondo a tutti gli uomini sensuali, il pericolo non mi spaventò ma mi attrasse. Io m'indugiai ad esaminare il mio sentimento con quella specie di amara compiacenza, mista di disgusto, che portavo nell'analisi di tutte le manifestazioni interiori le quali mi paressero fornire una prova della malvagità fondamentale umana. "Perchè l'uomo ha nella sua natura questa orribile facoltà di godere con maggiore acutezza quando è consapevole di nuocere alla creatura da cui prende il godimento? Perchè un germe della tanto esecrata perversione sàdica è in ciascun uomo che ama e che desidera?" Questi pensieri, più che il primitivo spontaneo sentimento di bontà e di pietà, questi pensieri obliqui mi condussero in quella notte a raffermare il mio proposito in favore della illusa. L'Assente mi avvelenava anche di lontano. Per vincere la resistenza del mio egoismo, ebbi bisogno di contrapporre all'imagine della deliziosa depravazione di quella donna l'imagine di una nuova rarissima depravazione che io mi promettevo di coltivar con lentezza nella onesta securità della mia casa. Allora, con quell'arte quasi direi alchimistica che io aveva nel combinare i varii -prodotti- del mio spirito, analizzai la serie degli "stati d'animo" speciali in me determinati da Giuliana nelle diverse epoche della nostra vita comune, e ne trassi alcuni elementi i quali mi servirono a construrre un nuovo stato, fittizio, singolarmente adatto ad accrescere l'intensità di quelle sensazioni che io voleva esperimentare. Così, per esempio, allo scopo di rendere più acre quel "sapore d'incesto" che m'attraeva eccitando la mia fantasia scellerata, io cercai di rappresentarmi i momenti in cui più profondo era stato in me il "sentimento fraterno" e più schietta mi era parsa l'attitudine di sorella in Giuliana. E chi s'indugiava in queste miserabili sottigliezze di maniaco era l'uomo medesimo che poche ore innanzi aveva sentito il suo cuore tremare nella semplice commozione della bontà, al lume di un sorriso 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000