FRANCESCA DONI.
Sì, l'ho incontrato. Mi ha detto....
SILVIA SETTALA.
Parla dunque!
FRANCESCA DONI.
Andò da lei ieri, verso le tre. Si fece annunziare. Fu ricevuto subito.
Ella aveva l'aria sorridente; s'inchinò, non disse una parola, restò in
piedi, aspettò che il vecchio parlasse; l'ascoltò con rispetto,
tranquilla. Tu imagini quel che egli potè dire per persuaderla a
restituire la chiave, a smettere ogni altro tentativo, a non voler più
turbare una pace ricuperata col sangue, e con quanto dolore! Ella non
gli chiese alla fine se non questo: "È Lucio Settala che vi manda a me?"
Alla risposta negativa, soggiunse con un tono fermissimo: "Vogliate
perdonarmi, ma io non posso riconoscere se non a lui il diritto di
chiedere quel che voi mi chiedete."
SILVIA SETTALA, =impallidendo ed ergendosi come per affrontare la lotta.=
Ah, è la sua ultima parola? Ebbene, c'è un'altra persona che ha un
diritto eguale e lo farà valere. Vedremo.
FRANCESCA DONI, =sbigottita.=
Che pensi di fare, Silvia?
SILVIA SETTALA.
Quel che è necessario.
FRANCESCA DONI.
Che, dunque?
SILVIA SETTALA.
Vederla, mettermi di fronte a lei nel luogo stesso dov'ella è
un'intrusa. Intendi?
FRANCESCA DONI.
Tu vuoi andare là!
SILVIA SETTALA.
Sì, voglio andare là. So la sua ora. Tu stessa la sai. L'aspetterò. Ella
verrà. Finalmente ci guarderemo in viso.
FRANCESCA DONI.
Ma non farai questo.
SILVIA SETTALA.
Come no? Credi tu che mi manchi il coraggio?
FRANCESCA DONI.
Ti supplico, Silvia!
SILVIA SETTALA.
Credi tu che io tremi?
FRANCESCA DONI.
Ti supplico!
SILVIA SETTALA.
Oh, sii pur sicura che non io abbasserò gli occhi, non io verrò meno. Tu
dovresti conoscermi omai, per più d'una prova.
FRANCESCA DONI.
Lo so, lo so. Nulla ti vince. Ma pensa: trovarti là dopo tanto, nel
luogo stesso dove avvenne l'orribile cosa, là, sola, di fronte a quella
donna che ti ha fatto tanto male....
SILVIA SETTALA.
Ebbene? Che importa? Ho forse una volta sola--una volta sola,
Francesca!--evitato di compiere quel che m'è parso necessario? Di' tu:
m'hai veduta rifiutare qualche peso? A quale tortura mi sono io
sottratta? Ben altre pene ho guardate in faccia; e tu lo sai. Tu temi
che mi manchi il cuore di porre il piede là dov'egli cadde.... Ma io
ebbi cuore di vederlo allora, per la fessura dell'uscio, disteso sul suo
letto di morte, e nessuno era dietro di me a sorreggermi; e, prima che
mi fosse permesso di accostarmi al suo capezzale, passarono per le mie
mani i ferri del chirurgo e le fasce macchiate di sangue.
FRANCESCA DONI.
Sì, sì, è vero: la tua forza è grande. Nulla ti vince. Ma pensa: non è
la stessa cosa.... Non è la stessa cosa trovarsi là, all'improvviso, di
fronte a una donna che non conosci, capace di tutto come quella,
ostinata, impudente....
SILVIA SETTALA.
Non temo di lei. Quel che ella fa è basso. Perchè mi crede sommessa e
debole, ella si mostra così audace; perchè tanto tempo sono rimasta in
silenzio e in disparte, ella pensa di potermi sopraffare anche una
volta. Ma s'inganna. Allora il mio bene era perduto, ogni difesa era
inutile. Ora l'ho ricuperato, e lo difendo.
FRANCESCA DONI.
Mio Dio! Tu ti getti in una lotta a corpo a corpo. E se ella resiste?
SILVIA SETTALA.
Resiste come? Ho il mio diritto. Saprò scacciarla.
FRANCESCA DONI.
Silvia, Silvia, sorella mia, ti supplico: indugia ancora qualche giorno,
rifletti ancora un poco, prima di far questo! Non precipitare!
SILVIA SETTALA.
Ah, parli bene tu, tu che sei felice, tu che sei sicura, tu che hai la
vita serena e nessuna minaccia su la tua pace. Indugiare, riflettere! Ma
sai tu a quale estremità io mi ritrovi oggi? Sai tu per quale difesa io
mi batta? Per il mio capo e per quello di Beata, per l'esistenza, per la
luce degli occhi. Intendi? Non si ricomincia un supplizio dove già tutti
i nervi furono lacerati, dove già furono sperimentati tutti gli strazii.
Ho dato al dolore tutto quel che potevo dare: ho sentito il ferro duro
su la mia nuca e ai miei polsi; alla fine della mia giornata il mio
sonno era preso dall'orrore della giornata seguente in cui bisognava pur
vivere e, per vivere, seguitare a spremere il cuore che pareva esausto.
Ah tu parli bene, tu! Quando tu sorridi nella tua casa, il tuo sorriso
medesimo ritorna a te in cento raggi come se tu vivessi nel cristallo.
Per me il sorriso era una pena di più; sotto, i denti si serravano; ma
Beata non ha visto una mia lacrima. Per mantenere la promessa che è nel
suo nome, quando non v'era fibra in me che non si torcesse, le mie mani
verso di lei avevano sempre qualche fiore.... Non saprei più
ricominciare. Vorrei piuttosto andarmene, alla mia volta: trovare
laggiù un po' di spiaggia deserta e coricarmi con Beata perchè il mare
ci prendesse.
FRANCESCA DONI, =gettando le braccia al collo della sorella, baciandola
in viso.=
Che dici? Che dici? Tu non devi più temere di nulla. Non ti ama? Non hai
riavuto tutto il suo amore? Questo soltanto vale; e il resto è nulla.
=SILVIA chiude gli occhi per alcuni istanti, e l'illusione le illumina la
faccia.=
SILVIA SETTALA.
Sì, sì, ho riavuto il suo amore.... Sembra.... Come potrei dubitare di
quella voce? Quando non sono là, mi chiama, mi cerca; ha bisogno di me;
sembra che io debba guidare i suoi passi....
=Si scuote; si scioglie dalle braccia della sorella; è ripresa
dall'ansietà.=
Ma oggi.... L'hai veduto? l'hai guardato?... Oggi non è più come ieri; è
diverso.... Un mutamento subitaneo.... L'hai guardato tu quando egli era
là alla finestra, chino sul davanzale? Hai udito il suono delle sue
parole? Hai veduto come gli tremava il braccio quando l'ha steso fuori?
Ah dimmi che anche tu hai sentito che qualche cosa accade, che qualche
cosa lo sconvolge.
FRANCESCA DONI.
È convalescente ancora. Pensa: un nulla può turbarlo, l'aria, il
tempo...
SILVIA SETTALA.
No, no; non è questo. E non hai veduto? Anche Cosimo Dalbo pareva che
facesse uno sforzo per nascondere un'ombra.... I miei occhi non
fallano.
FRANCESCA DONI.
No, non pareva. Ha parlato con me.
SILVIA SETTALA, =sempre più agitata.=
Ma Lucio è disceso ad accompagnarlo e non è risalito ancora. O forse è
passato dall'altra parte.
=Va alla finestra, spia tra le cortine.=
Ah, è ancora là, al cancello, che parla, che parla... Sembra fuori di
sè....
=Alza gli occhi al nuvolo.=
Ora vien giù lo scroscio.
=Spia di nuovo, intentissima.=
FRANCESCA DONI.
Chiamalo!
SILVIA SETTALA, =volgendosi, come incalzata da un pensiero terribile.=
Certo è così, certo è così.
FRANCESCA DONI.
Che pensi, ora?
SILVIA SETTALA, =fermandosi, pronunziando le parole nettamente, risoluta
ma pallidissima.=
Lucio sa che colei lo aspetta.
FRANCESCA DONI.
Lo sa? Come?
SILVIA SETTALA.
Non v'è dubbio, non v'è dubbio.
FRANCESCA DONI.
Tu l'imagini.
SILVIA SETTALA.
Lo sento; ne sono certa.
FRANCESCA DONI.
Ma come?
SILVIA SETTALA.
Ma bisognava pure che questo avvenisse; bisognava pure che un giorno
ella trovasse il modo. Come? Forse una lettera.... Egli ha ricevuto una
lettera.
FRANCESCA DONI.
E tu non vigili!
SILVIA SETTALA, =con un atto di disdegno.=
Anche questo?
FRANCESCA DONI.
Ma forse t'inganni.
SILVIA SETTALA.
Non m'inganno. Dopo la visita del vecchio, ella ha scritto. L'indugio
omai non è più possibile, neppure d'un giorno, neppure d'un'ora. Tu
comprendi il pericolo. Sia anche tornato a me con tutta l'anima sua, si
sia anche distaccato da lei interamente, si sia anche volto a un'altra
vita, a un altro bene, non senti tu quale possa ancora essere il fascino
di una donna che gli dice, ostinata e sicura: "Sono qui; aspetto?"
Sapere ch'ella è là, che non un giorno manca alla sua attesa, che nulla
può sconfidarla.... Comprendi il pericolo? Se Lucio ha saputo stamani
ch'ella lo aspetta, bisogna ch'egli sappia stasera--e dalla mia bocca
medesima--ch'ella non lo aspetta più.
=Un'energia indomabile afforza ed eleva tutta la sua persona =.
Questo saprà stasera; glie lo prometto.
=Ella tende la mano verso la finestra, col gesto di chi giura.=
Vuoi accompagnarmi?
FRANCESCA DONI, =sbigottita, supplichevole=.
Silvia, Silvia, rifletti ancora un minuto! Pensa a quel che fai!
SILVIA SETTALA.
Non ti chiedo aiuto. Ti chiedo che tu m'accompagni soltanto fino alla
porta. Per il resto, basto io sola; è necessario anzi che io rimanga
sola. Vuoi? Che ora è?
=Si volge per guardar l'ora; va verso la tavola.=
FRANCESCA DONI, =arrestandola=.
Ti supplico! Dammi ascolto, Silvia! Il cuore mi dice che non può venir
bene da quel che vuoi fare. Dà ascolto alla tua sorella! Ti supplico!
SILVIA SETTALA, =con un gesto d'insofferenza=.
Ma non hai dunque ancora compreso quel ch'io gioco in questo momento?
Lasciami. Vado sola.
=Si china su la tavola, guarda l'ora.=
Sono le quattro. Non ho un minuto da perdere. Hai una vettura, giù?
=La pioggia scroscia subitamente su gli alberi del giardino.=
FRANCESCA DONI.
Non senti che rovescio d'acqua? Non uscire! Rimanda tutto a domani.
Vieni, ascolta.
=Cerca di attirarla.=
Aspetta almeno che spiova.
SILVIA SETTALA.
Non ho un minuto da perdere. Bisogna che io sia là, prima di lei;
bisogna ch'ella mi trovi là come nella mia casa. Intendi? Lasciami.
Sùbito il cappello, il mantello, i guanti... Giovanna!
=Ella passa nella stanza attigua chiamando la sua donna. FRANCESCA DONI,
presa dallo sgomento, va verso la finestra dove scroscia la pioggia.=
FRANCESCA DONI.
Mio Dio! Mio Dio!
=Guarda nel giardino; chiama.=
Lucio! Lucio!
=Torna verso la porta d'ond'è scomparsa la sorella=.
SILVIA SETTALA, =riapparendo, ansante.=
Eccomi pronta. Ho lasciato là Beata che piange. Voleva uscire con me. Tu
rimani, ti prego: va a consolarla. Io esco sola. Prendo la tua vettura.
A rivederci.
=Fa l'atto di baciare la sorella.=
FRANCESCA DONI.
Tu vai, dunque? È risoluto?
SILVIA SETTALA.
Vado.
FRANCESCA DONI.
T'accompagno.
SILVIA SETTALA.
Andiamo.
=Involontariamente, ella si sofferma e volge gli occhi in giro come per
abbracciare con uno sguardo tutte le cose predilette. Le cortine
palpitano; la pioggia scroscia. Ella aspira la fragranza umida che entra
per le finestre. Solo per un attimo, l'arco teso della sua volontà si
allenta.=
L'odore della terra...
=Trasale vedendo apparire d'improvviso, su la soglia ond'ella sta per
uscire, Lucio febricitante, a capo scoperto, con i capelli e gli abiti
molli di pioggia. Si guardano. Un intervallo di silenzio gravissimo.=
LUCIO SETTALA, =con la voce rotta.=
Tu esci?
SILVIA SETTALA.
Sì, esco.
LUCIO SETTALA.
Come sei pallida!
SILVIA =si passa una mano su la gota.=
Dove vai? S'è aperto il cielo.
=Egli si tocca i capelli stillanti.=
SILVIA SETTALA.
Bisogna ch'io esca. Non tarderò molto a ritornare. C'è Beata di là, che
piange perché voleva venire con me. Va a consolarla; dille che le
porterò forse una cosa bella.
LUCIO =con un atto repentino la prende per le mani e la guarda fissamente
negli occhi.=
SILVIA SETTALA, =padrona della sua forza, con un accento chiaro e fermo.=
Che hai, Lucio?
=Egli abbassa le palpebre. Ella libera le mani,
scotendole forte come per un saluto. La tempra della sua volontà squilla
nella sua voce vivida.=
A rivederci! Andiamo, Francesca. È ora.
=Esce rapidamente, seguita dalla sorella. LUCIO SETTALA rimane a capo
chino, vacillante, sotto un pensiero che lo folgora.=
ATTO TERZO.
=Una stanza alta e spaziosa, illuminata da un lucernario, coperta di
tappezzerie cupe. Nella parete del fondo è un'apertura rettangolare,
assai più larga di una porta, che mette nello studio attiguo dello
scultore. Su l'architrave sono fissi alcuni frammenti del fregio fidiaco
delle Panatenaiche; contro i due stipiti sono erette due grandi figure
alate "vestite di vento": la Nike di Samotracia e quella scolpita da
Pæonios per il tempio dorico di Olimpia consacrato a Zeus; occupa il
vano una cortina rossa.=
=Nella parete destra, una porta è nascosta da una portiera pesante e
ricca; nella sinistra, un uscioletto a muro è dissimulato dalla
tappezzeria. Amplissimi divani, coperti di drappi e di cuscini,
ricorrono in torno. Le figure sono disposte ad arte, per secondare la
meditazione e il sogno: un fascio di spighe in un raso di rame sta
innanzi al bassorilievo eleusino di Demeter; un piccolo Pegaso di bronzo
su uno stelo di verde antico sta innanzi alla Medusa Ludovisia.=
=Il sentimento espresso dall'aspetto del luogo è diversissimo da quello
che addolcisce la stanza dell'altra casa in vista del poggio mistico. La
scelta e le analogie di tutte le forme rivelano qui l'aspirazione verso
una vita carnale, vittoriosa e creatrice. Le due Messaggere divine
sembrano agitare e ampliare incessantemente l'aria chiusa con la foga
del loro volo immenso.=
SCENA PRIMA.
SILVIA SETTALA =è nel mezzo della stanza, in piedi, avendo già deposto il
cappello, il mantello, i guanti. Sembra ch'ella cerchi di riconoscere le
cose, quasi di rendersele novamente familiari, di ristabilire una
comunione con esse, di non sentirsi estranea. Ella domina la sua
angoscia, sotto gli occhi della sorella. FRANCESCA DONI s'è seduta,
perché le ginocchia le tremano e il cuore le batte troppo forte.=
SILVIA SETTALA, =guardando intorno.=
È strano: sembra più grande....
FRANCESCA DONI.
Che cosa?
SILVIA SETTALA.
La stanza. Non sembra più la stessa....
=Ella guarda intorno, con l'aspetto di chi respiri un'aria insolita. Un
intervallo di silenzio.=
FRANCESCA DONI, =vigilante.=
Hai chiusa la porta?
SILVIA SETTALA.
Sì, l'ho chiusa.
FRANCESCA DONI.
Si sentirà aprire....
SILVIA SETTALA.
Hai paura? Non è l'ora. Fra un minuto, vattene.
FRANCESCA DONI.
Dove?
SILVIA SETTALA.
Vuoi aspettarmi nella vettura? su la strada?
FRANCESCA DONI.
No, è impossibile. Vorrei rimaner qui, stare più vicina... Se potessi
nascondermi!
SILVIA SETTALA.
Nasconderti, qui? No. Bisogna ch'io sia sola.
FRANCESCA DONI.
Abbi pietà di me! Morrei d'ambascia.
SILVIA SETTALA.
Attendi. Ci dev'essere là un'uscita segreta.
=Seguendo il ricordo, va verso il muro dov'è l'uscio dissimulato; cerca,
trova, apre. Un'onda di luce la investe.=
Vedi? Si passa di qui nella stanza dei modelli, poi in un corridoio. In
fondo al corridoio v'è una porta che mette sul Mugnone. Vuoi passare di
qui?
FRANCESCA DONI.
Sì; ma lascia chi'io rimanga nella stanza o nel corridoio, ad aspettare.
Aspetterò che tu mi chiami.
SILVIA SETTALA.
Certo, aspetterai ch'io ti chiami?
FRANCESCA DONI.
Sì, te lo prometto.
SILVIA SETTALA.
Non aver paura. Vedi? C'è il sole su le vetrate.
=Entrambe guardano per l'uscio semiaperto. Il chiarore interno illumina i
loro volti. Una striscia luminosa si allunga sul pavimento.=
FRANCESCA DONI.
Non piove più. Guarda quante primavere su l'argine!
SILVIA SETTALA.
Va ad aspettarmi su l'argine, all'aria aperta; va.
FRANCESCA DONI.
C'è un povero cavallo malato, con le gambe nell'acqua. Vedi? E le
rondini volano rasente... Penso una cosa.
=Ella trasale e si volge subitamente indietro spiando le pieghe immobili
della portiera.=
SILVIA SETTALA.
Che hai?
FRANCESCA DONI.
Mi pareva d'aver sentito...
=Entrambe tendono l'orecchio.=
SILVIA SETTALA.
No, t'inganni. È ancora presto. E poi, la porta della scala fa un gran
rumore quando si richiude... Non hai sentito dianzi? Le mura tremavano.
FRANCESCA DONI, =implorando.=
Silvia!
SILVIA SETTALA.
Che hai, ora?
FRANCESCA DONI.
Ascoltami. Sei ancora in tempo. Vieni via, vieni via, almeno per oggi!
Fa una prova, almeno. Ella saprà che tu sei stata qui. Parleremo di
nuovo col custode. Tu dovresti anzi lasciar qui qualche segno,
dimenticare un guanto, per esempio.... Ella comprenderà, non tornerà
più.
SILVIA SETTALA.
Basterà un guanto? Ah come tutto è facile pel tuo cuore!
=Ella guarda novamente in giro con una segreta disperazione.=
Non c'è più nulla di me, qui
=La sorella rimane presso l'uscio semichiuso, con la persona illuminata a
metà dal riflesso vivo. SILVIA dà qualche passo nella stanza. Un
intervallo di silenzio.=
Tutto sembra più grande, più alto, più oscuro...
FRANCESCA DONI.
È l'ombra che t'illude. C'è poca luce. Bisogna tirare la tenda del
lucernario.
SILVIA SETTALA.
No; meglio così.
=Ella seguita a guardare per ogni angolo, come cercando una traccia.=
Dimmi...
=L'emozione le tronca la voce.=
Quella sera ti vennero a chiamare, tu accorresti. Tu ti trovasti qui,
nella prima ora...
=Esita.=
Dove fu? Ti ricordi in che posto?
FRANCESCA DONI.
Di là, nello studio, sotto la statua.... No, non andare!
=SILVIA si volge verso la cortina rossa che pende tra le due Vittorie. Ai
suoi piedi, come una linea divisiva, si allunga la sottile zona di sole.=
SILVIA SETTALA, =sommessamente.=
La statua è là.
FRANCESCA DONI.
Non andare!
=Silvia rimane per alcuni attimi immobile e muta davanti alla cortina
chiusa, da cui la separa la zona lucente.=
Non andare!
=SILVIA fa un passo, di là dai raggi, quasi con impeto, come per varcare
un ostacolo; con un gesto rapido solleva un lembo, s'insinua tra le
pieghe, sparisce. La cortina si richiude dietro di lei, grave e folta.
Alcuni attimi di silenzio, in cui non s'ode se non il respiro affannato
della sorella. D'improvviso, per entro al cupo colore di porpora,
riappare la faccia pallidissima dell'eroina, che sembra irradiata dal
lume dell'opera sovrana. Anche le sue mani ignude, che separano i lembi,
sembrano risplendere sul cupo colore. I suoi occhi restano intenti,
allargati dalla meraviglia, abbagliati non da una visione di morte ma da
una imagine di vita perfetta. Trema nelle orbite l'indizio d'un'onda
saliente. Due meravigliose lacrime si formano a poco a poco nel cavo,
brillano, sgorgano, solcano le gote. Prima che giungano alla bocca, ella
le arresta con le dita, le diffonde su la faccia, quasi per lavarsene
come d'una rugiada lustrale; poichè non dal ricordo o dalla traccia del
sanguinoso fatto umano ella è commossa ma dall'apparizione dell'opera
bella, immune e sola. Ella ha ricevuto il benefizio sommo della
Bellezza: la tregua della sua angoscia, la pausa dei suoi timori. La
folgore sublime della gioia ha traversata la sua anima sanandola per
qualche attimo, rendendola cristallina come le lacrime. Non sono queste
sue lacrime se non l'offerta ardente e muta dell'anima al CAPOLAVORO.=
Silvia, Silvia, tu piangi!
SILVIA SETTALA, =sommessamente, col segno del silenzio.=
Taci.
=Ella si distacca dalla cortina. Interroga sommessamente.=
L'hai veduta? L'hai veduta?
FRANCESCA DONI, =frantendendo, con un sussulto.=
Chi? lei? È là?
SILVIA SETTALA.
No; la statua....
=La sorella accenna di sì. Ella fa un gesto che esprime il suo
abbagliamento. S'ode il rumore d'una porta pesante che si richiude.
Entrambe sobbalzano.=
Eccola! Vattene, vattene.
FRANCESCA DONI, =tendendo le braccia verso di lei con un'ultima
implorazione angosciosa.=
Oh, sorella mia!
=Silvia Settala, ritrovando l'energia primitiva.=
Vattene! Non temere.
=Ella sospinge la sorella per l'apertura; richiude l'uscio. La zona di
sole sparisce; la stanza torna nell'ombra eguale.=
SCENA SECONDA.
SILVIA SETTALA =si tiene in piedi, con la faccia rivolta verso la porta,
con lo sguardo fisso, quasi irrigidita nell'aspettazione. In mezzo
all'alto silenzio s'ode distintamente stridere la chiave che apre.
L'aspettante non muta attitudine. Una mano solleva la portiera. Entra
GIOCONDA DIANTI, richiudendo la porta dietro di sè. Da prima, ella non
scorge l'avversaria, poichè viene dalla luce nell'ombra e un velo denso
le nasconde tutto il viso. Quando la scorge, s'arresta con un grido
soffocato. Entrambe rimangono per alcuni attimi l'una di fronte
all'altra, senza parlare.=
SILVIA SETTALA, =con un accento fermo e chiaro, ma scevro di risentimento
o di minaccia.=
Io sono Silvia Settala.
=La rivale tace, sempre velata. Una pausa.=
Voi?
GIOCONDA DIANTI, =a voce bassa.=
Non lo sapete, signora?
SILVIA SETTALA, =sempre contenendosi.=
So soltanto che voi siete entrata qui come in un luogo che vi
appartenga. Mi trovate qui sicura come nella mia casa. Una di noi due
usurpa, dunque, il diritto dell'altra; una di noi due è l'intrusa.
Quale?
=Una pausa.=
Io, forse?
GIOCONDA DIANTI, =sempre chiusa nel velo e a voce bassa, come per
attenuare la sua audacia.=
Forse.
=SILVIA SETTALA si fa anche più pallida e vacilla un poco, come chi
riceva un colpo a dentro.=
SILVIA SETTALA, =risollevandosi, vibrante di sdegno.=
Ebbene, v'è una donna che ha attirato un uomo nella sua rete con le
peggiori lusinghe; che lo ha strappato alla pace della casa, alla
nobiltà dell'arte, alla gentilezza di un sogno da lui nutrito per anni
col fiore della sua forza; che lo ha travolto in un delirio torbido e
violento dov'egli ha smarrito ogni senso di bontà e di giustizia; che
gli ha inflitto i tormenti più acuti che possa mai inventare la crudeltà
d'un carnefice malato di tedio; che lo ha esausto e inaridito tenendogli
accesa di continuo nelle vene una febbre perversa; che gli ha resa
intollerabile la vita, che gli ha armata la mano, che lo ha spinto a
uccidersi; che infine lo ha saputo moribondo per giorni e giorni sopra
un letto lontano, intorno a cui si combatteva una lotta senza tregua
contro la morte; e che non ha avuto rimorso, non pietà, non vergogna,
ma è rientrata nel luogo sinistro prima che il sangue fosse lavato,
meditando di riattaccarsi alla preda, aspettandola di nuovo al varco,
calcolando a uno a uno gli effetti della sua temerità e della sua
tenacia, promettendosi il piacere di una nuova ruina. V'è una donna che
ha fatto questo; che ha detto:--Una forte e nobile vita fioriva
liberamente nel mondo: io l'ho abbrancata, l'ho piegata, l'ho abbassata,
poi l'ho troncata d'un colpo. Ho creduto di averla distrutta per sempre.
Ed ecco che essa rigermoglia, si rinnova, si rialza, può rifiorire! Ecco
che intorno a lei le ferite si chiudono, il dolore si calma, la speranza
risorge, può sorridere la gioia! Patirò io un tal sopruso? Mi lascerò
io così deludere? No. Io ricomincerò, ritenterò, avrò ragione d'ogni
resistenza, sarò implacabile.--V'è una donna che ha promesso questo a sè
medesima, che ha impugnata la sua volontà come una scure, che è pronta a
vibrare i nuovi colpi sorridendo. La conoscete voi? Ella è entrata qui
col viso coperto, ha parlato con una voce sorda, ha proferito dianzi una
parola gelida, calcolando pur sempre su la sua audacia e su l'altrui
remissione. La conoscete?
GIOCONDA DIANTI, =senza mutare il modo.=
Quella che io conosco è diversa. Soltanto perchè è triste dinanzi a voi,
ella parla a voce bassa. Rispetta il grande e doloroso amore che vi fa
vivere; ammira la virtù che v'inalza. Mentre parlavate, comprendeva
bene che soltanto per consolare un'indicibile disperazione la vostra
parola figurava un'imagine così diversa della persona vera. Non v'è
nulla d'implacabile in lei; ma ella stessa obbedisce a una potenza che
può essere implacabile.
SILVIA SETTALA, =amara e altiera.=
So che siete esperta in tutti i linguaggi.
GIOCONDA DIANTI.
Che giova questa durezza? Le vostre prime parole avevano un altro suono;
e pareva, quando voi mi avete rivolta una domanda, che voleste conoscere
semplicemente la verità.
SILVIA SETTALA.
E quale è dunque la vostra verità?
GIOCONDA DIANTI.
La verità che vale, dinanzi a noi, è una sola: verità d'amore. Voi lo
sapete. Ma temo di ferire.
SILVIA SETTALA.
Non temete di ferire.
GIOCONDA DIANTI.
La donna, a cui faceste tante accuse, fu ardentemente amata e--soffrite
ch'io lo dica!--d'un glorioso amore. Ella non abbassò ma esaltò una vita
forte. E poichè l'ultima voce ch'ella udì, poche ore prima che si
compiesse l'atto terribile, l'ultima fu di amore, ella crede d'essere
ancora amata. E questa è la verità che vale.
SILVIA SETTALA, =perdutamente.=
S'inganna, s'inganna.... V'ingannate! Egli non vi ama più, non vi ama
più; forse non vi ha amata mai. Non fu amore il suo ma attossicazione,
ma servitù atroce, demenza e arsura. Quando egli soffriva sul suo
guanciale, il ricordo gli passava di tratto in tratto negli occhi come
un baleno di terrore. Piangendo ai miei piedi, egli ha benedetto il
sangue che è valso a riscattarlo.... Non vi ama, non vi ama!
GIOCONDA DIANTI.
Il vostro amore grida come un naufrago.
SILVIA SETTALA.
Non vi ama! Siete stata per lui come l'assillo, l'avete reso furente,
l'avete spinto alla morte....
GIOCONDA DIANTI.
Non io, non io l'ho spinto alla morte; ma voi stessa. Sì, per
riscattarsi da un vincolo egli ha voluto morire, ma non da quello che mi
legava a lui: da un altro, dal vostro, da quello che gli imponeva la
vostra virtù o la vostra legge e che lo faceva soffrire
intollerabilmente.
SILVIA SETTALA.
Ah, non v'è nulla che voi non osiate travolgere! Da lui, dalla sua
bocca, in un'ora in cui tutta la sua anima era alzata nella luce, da lui
io l'ho udito:--Se la violenza è valsa a spezzare un giogo, sia
benedetta!--Da lui io l'ho udito, quando tutta la sua anima si riapriva
nella verità.
GIOCONDA DIANTI.
Ma qui, poche ore prima ch'egli cedesse all'orribile pensiero,
qui--tutte queste cose ne sono testimoni--egli mi parlò le più ardenti
e le più dolci parole ch'ebbe il suo amore; qui mi chiamò anche una
volta vita della sua vita; qui mi disse anche una volta il suo sogno
d'oblio, di libertà, di arte, di gioia. E qui mi disse la sua
insofferenza del legame, il peso inevitabile della bontà, più crudele
d'ogni altro, e l'orrore del supplizio cotidiano, la ripugnanza a
rientrare nella casa del silenzio e delle lacrime, la ripugnanza omai
divenuta invincibile....
SILVIA SETTALA.
No, no! Mentite.
GIOCONDA DIANTI.
Per sfuggire a quell'angoscia, una sera che tutto gli parve più triste e
più muto, egli cercò la morte....
SILVIA SETTALA.
Mentite! Mentite! Io ero lontana.
GIOCONDA DIANTI.
E voi mi accusate d'avergli inflitto un tormento infame, d'essere stata
il suo carnefice! Ah, le vostre mani soltanto, le vostre mani di bontà e
di perdono, gli preparavano ogni sera un letto di spine ove egli non
volle più distendersi. Ma, quando egli entrava qui dove io l'attendeva
come si attende il dio che crea, era trasfigurato. Egli ritrovava
dinanzi alla sua opera la forza, la gioia, la fede. Sì, una febbre
continua gli ardeva il sangue, tenuta accesa da me (e questo è tutto il
mio orgoglio); ma al fuoco di quella febbre egli ha foggiato un
capolavoro.
=Indica col gesto la sua statua che la cortina nasconde.=
SILVIA SETTALA.
Non è il primo; non sarà l'ultimo.
GIOCONDA DIANTI.
Certo, non sarà l'ultimo; poichè un altro è pronto a balzare dal suo
viluppo di creta, un altro ha palpitato già sotto il pollice animatore,
un altro è là semivivo, e attende d'attimo in attimo che il miracolo
dell'arte lo tragga intero alla luce. Ah voi non potete comprendere
questa impazienza della materia a cui fu promesso il dono della vita
perfetta!
=SILVIA SETTALA si volge verso la cortina; fa qualche passo, lentamente,
con l'apparenza d'un atto involontario, quasi che obbedisca a
un'attrazione misteriosa.=
È là; la creta è là. Quel primo spiracolo ch'egli vi aveva infuso, io
l'ho conservato di giorno in giorno come si bagna il solco dov'è il seme
profondo. Non l'ho lasciato perire. L'impronta è là, intatta. L'ultimo
tocco, che vi pose la sua mano febrile nell'ultima ora, è là visibile,
energico e fresco come di ieri, tanto potente che la mia speranza in
mezzo alla frenesia del dolore vi si affisò come a un suggello di vita e
ne prese forza.
=SILVIA SETTALA s'arresta dinanzi alla cortina, come la prima volta; e vi
rimane immobile e muta.=
Sì, è vero, voi eravate intanto al capezzale del moribondo, protesa in
una lotta senza tregua per strapparlo alla morte; e per questo foste
invidiata, e per questo siate lodata in eterno. Voi avevate la lotta,
l'agitazione, lo sforzo: avevate da compiere qualche cosa che vi pareva
sovrumana e che vi dava l'ebrezza. Io, sotto il divieto, nella
lontananza e nella solitudine, non potevo se non raccogliere e
stringere--con tutta la volontà contratta--il mio dolore in un vóto. La
mia fede era pari alla vostra; certo, si collegò con la vostra contro la
morte. L'ultima favilla creatrice partita dal suo genio, dal fuoco
divino che è in lui, io non l'ho lasciata estinguere, io l'ho tenuta
sempre viva, con una vigilanza religiosa e ininterrotta.... Ah, chi può
dire fin dove sia giunta la forza preservatrice di un tal vóto?
=SILVIA SETTALA fa l'atto di volgersi con violenza, come per rispondere;
ma si trattiene.=
Lo so, lo so: è ben semplice e facile quel che io ho fatto; lo so: non
è uno sforzo eroico, è l'umile cómpito di un manovale. Ma non è l'atto
quel che importa. Quel che importa è lo spirito con cui l'atto si
compie; quel che solo importa è il fervore. Nulla è più sacro dell'opera
che comincia a vivere. Se il sentimento con cui io l'ho custodita può
rivelarsi alla vostra anima, andate e guardate! Perchè l'opera séguiti a
vivere è necessaria la mia presenza visibile. Riconoscendo questa
necessità, voi comprenderete come io nel rispondere "forse" a una vostra
domanda ho voluto rispettare un dubbio che poteva essere in voi ma che
non era in me, che non è in me. Voi non potete sentirvi sicura qui come
nella vostra casa. Questa non è una casa. Gli affetti familiari non
hanno qui la loro sede; le virtù domestiche non hanno qui il loro
sacrario. Questo è un luogo fuori delle leggi e fuori dei diritti
comuni. Qui uno scultore fa le sue statue. Vi sta egli solo con gli
strumenti della sua arte. Ora io non sono se non uno strumento dell'arte
sua. La Natura mi ha mandato verso di lui per portargli un messaggio e
per servirlo. Obbedisco; lo attendo per servirlo ancora. S'egli ora
entrasse, potrebbe riprendere l'opera interrotta che aveva incominciato
a vivere sotto le sue dita. Andate e guardate!
=SILVIA SETTALA è rimasta dinanzi alla cortina, senza avanzare. Un
tremito sempre più forte le scuote la persona, indizio della grande
agitazione interiore; mentre le parole della rivale si fanno sempre più
pronte e stringenti, divenendo alla fine limpide e ostili. D'improvviso
ella si volge, anelante, impetuosa, risoluta alle difese estreme.=
SILVIA SETTALA.
No. È inutile. Troppo abili parole. Voi siete esperta in tutti i
linguaggi. Trasfigurate in un atto di amore e di fede quel che non è se
non un accorgimento e un'insidia. L'opera che fu interrotta doveva
perdersi. Con la mano medesima che aveva impresso nella creta il segno
di vita, con la mano medesima egli strinse l'arma e la rivolse contro il
suo cuore. Egli non dubitò di mettere tra sè e la sua opera il più
oscuro degli abissi. La morte è passata di là, e ha reciso ogni legame.
Quel che fu interrotto sarà perduto. Ora egli è rinato, è un uomo nuovo,
aspira ad altre conquiste. Nei suoi occhi si è fatta una nuova luce; la
sua forza è impaziente di creare altre forme. Tutto quel che è dietro
di lui, tutto quel che è di là dall'ombra, non ha più alcun potere e
alcun pregio. Che mai gli importa che una vecchia creta cada in polvere?
Egli l'ha dimenticata. Ne troverà della più recente per infondervi il
soffio della sua rinascenza, per modellarla a imagine dell'idea che oggi
l'infiamma. Giù, la vecchia creta! Come potete voi mostrarvi convinta
d'esser necessaria alla sua arte? Nessuno è necessario all'uomo che
crea. Tutto converge in lui. Dite che la Natura vi ha mandato verso di
lui per portargli un messaggio. Ebbene egli lo ha accolto, lo ha
compreso ed ha risposto con una espressione sublime. Che altro potrebbe
egli trarre da voi? Che altro potreste voi dargli? Non è concesso
toccare due volte il medesimo vertice, compiere due volte il medesimo
prodigio. Voi siete rimasta di là, di là dall'ombra, lontana, sola, su
la vecchia terra. Egli va ora verso le terre nuove, dove riceverà altri
messaggi. La sua forza sembra vergine, e la bellezza del mondo è
infinita.
=GIOCONDA DIANTI, sconvolta da quell'inatteso impeto che la respinge,
divenendo più acre, esaltando il suo orgoglio, assumendo un'aria di
sfida.=
Io sono viva e sono presente; ed egli ha trovato in me più d'un aspetto,
e mi inebriano ancora le parole ch'egli diceva per significare la sua
visione diversa ogni mattina quando gli riapparivo. Fino a ieri, certo,
egli ha ignorata la mia attesa; e la sua inconsapevolezza vi ha illusa.
Ma oggi egli sa. Comprendete? Egli sa che io sono qui, che io l'attendo.
Stamani una lettera glie lo ha rivelato, una lettera che è giunta nelle
sue mani, ch'egli ha letta. E io sono sicura, comprendete?, sono sicura
ch'egli verrà. Forse è in cammino, forse è presso la porta. Volete che
lo attendiamo?
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