fu fatto dal solitario e le vicende per cui scese a traverso i secoli
nelle mani del buon copto, sarebbe troppo lungo. Certo, non ve n'è in
tutto l'Egitto uno più virtuoso. Eccolo. Ve l'offro; l'offro a entrambi.
=Egli presenta l'amuleto a= SILVIA, =che l'osserva attentamente e poi lo
porge a= LUCIO, =con un baleno negli occhi.=
SILVIA SETTALA.
Com'è azzurro! È più splendido d'una turchese. Guarda.
COSIMO DALBO.
Il copto mi disse: "Piccolo come una gemma, grande come un destino!"
LUCIO =volge la pietra mistica tra le dita che gli tremano un poco,
smarritamente.=
E addio, a domani. Bene vi sia! Felice sera!
SILVIA SETTALA, =scegliendo dal mazzo una rosa e offrendogliela.=
Ecco una rosa fresca in cambio dell'amuleto. Portatela a vostra madre.
COSIMO DALBO.
Grazie. A domani.
=Rinnovati i saluti, esce.=
SCENA QUARTA.
=LUCIO SETTALA sorride con timidezza, volgendo ancora fra le dita lo
scarabeo; mentre SILVIA mette le rose in una coppa. Entrambi, nel
silenzio, sentono palpitare i loro cuori ansiosi. Il sole declinante
indora la stanza. Pel vano delle finestre appare il cielo impallidito;
San Miniato splende su l'altura; l'aria è dolce, senza mutamento.=
LUCIO SETTALA, =guardando all'aria, in ascolto, sommesso.=
C'è un'ape nella stanza.
SILVIA SETTALA, =sollevando la faccia.=
Un'ape?
LUCIO SETTALA.
Sì. Non senti?
=Entrambi tendono l'orecchio al murmure.=
SILVIA SETTALA.
È vero.
LUCIO SETTALA.
Forse l'hai portata tu, con le rose.
SILVIA SETTALA.
Queste le ha colte Beata....
LUCIO SETTALA.
L'ho sentita ridere dianzi, giù nel giardino.
SILVIA SETTALA.
Com'è felice d'essere ritornata nella sua casa!
LUCIO SETTALA.
Fu bene allontanarla allora....
SILVIA SETTALA.
S'è fatta più bella e più forte, per aver respirato l'odore dei pini.
Come dev'esser buona la primavera a Bocca d'Arno! Non vorresti andare
là, un poco?
LUCIO SETTALA.
Là, al mare.... Ti piacerebbe?
=La voce d'entrambi è alterata da un lieve tremito.=
SILVIA SETTALA.
Passare là una primavera, è stato sempre il mio sogno.
LUCIO SETTALA, =soffocato dalla commozione.=
Il tuo sogno è il mio, Silvia.
=L'amuleto gli cade dalle mani.=
SILVIA SETTALA, =chinandosi vivamente a raccoglierlo.=
Ah, l'hai lasciato cadere! Si direbbe un cattivo presagio.... Guarda. Lo
metto sul capo di Beata. "Piccolo come una gemma, grande come un
destino!"
=Ella depone l'amuleto sul mazzo di rose, delicatamente.=
LUCIO SETTALA, =tendendo le mani verso di lei, come ad implorare.=
Silvia! Silvia!
SILVIA SETTALA, =accorrendo.=
Ti senti male? Diventi più pallido.... Ah, ti sei troppo affaticato
oggi, sei troppo stanco. Siedi qui, siedi. Vuoi un sorso di
quell'elisire? Ti senti venir meno? Di'!
LUCIO SETTALA, =prendendole le mani, con un impeto di amore.=
No, no, Silvia; non mi sono mai sentito così bene.... Tu, tu siedi,
siedi qui; e io ai tuoi piedi, finalmente, con tutta l'anima mia, per
adorarti, per adorarti!
=Ella si lascia cadere sul divano ed egli in ginocchio dinanzi a lei.
Ella è tutta sconvolta e tremante, e pone le mani su le labbra di lui
come per impedirgli di parlare. Le passano così tra le dita l'alito e le
parole.=
Finalmente! Era come una piena che veniva di lontano, una piena di tutte
le cose belle e di tutte le cose buone che tu hai versate su la mia vita
da che mi ami; e n'avevo il cuore gonfio, ah così gonfio che dianzi
vacillavo sotto il peso e mancavo e morivo d'ambascia e di dolcezza,
perchè non osavo dire....
SILVIA SETTALA, =bianca in viso, con la voce spenta.=
Non dire, non dir più!
LUCIO SETTALA.
Ascoltami, ascoltami. Tutte le pene che hai sofferte, le ferite che hai
ricevute senza un grido, le lacrime che nascondesti perchè io non avessi
onta e rimorso, i sorrisi di cui velavi le tue agonie, l'infinita pietà
pel mio errore, il coraggio invincibile dinanzi alla morte, la lotta
affannosa per la mia vita, la speranza tenuta sempre accesa al mio
capezzale, le veglie, le cure, l'incessante palpito, l'attesa, il
silenzio, la gioia, tutto quel che v'è di profondo, tutto quel che v'è
di dolce e d'eroico in te, tutto io conosco, tutto io so, cara, cara
anima; e, se la violenza è valsa a spezzare un giogo, se il sangue è
valso a riscattarmi, (oh, lasciami dire!) io benedico la sera e l'ora
che mi portarono moribondo in questa casa del tuo martirio e della tua
fede per ricevere un'altra volta dalle tue mani,--da queste divine mani
che tremano,--il dono della vita.
=Egli preme la sua bocca convulsa nelle palme di lei; ed ella lo guarda a
traverso il pianto che le impregna le ciglia, trasfigurata dalla
felicità improvvisa.=
SILVIA SETTALA, =con la voce spenta e rotta.=
Non dire, non dir più! Il cuore non regge.... Tu mi soffochi di
gioia.... Una sola parola io attendeva da te, una sola, null'altro; e a
un tratto tu m'inondi d'amore, tu mi riempii tutte le vene, tu mi
sollevi oltre la speranza, tu trapassi il mio sogno, tu mi dài la
felicità che è sopra ogni attesa.... Ah che dicevi tu delle mie pene?
Che è mai il dolore patito, che è mai il silenzio costretto, e che è una
lacrima, e che è un sorriso, al confronto di questa piena che mi
trasporta? Sento che più tardi, per te, per te, mi rammaricherò di non
avere a bastanza sofferto.... Forse non ho toccato il fondo del dolore,
ma so che ho toccato ora la cima della felicità.
=Ella accarezza perdutamente il capo di lui che è abbandonato su le sue
ginocchia.=
Àlzati! Àlzati! Vieni più vicino al mio cuore, ripòsati sopra di me,
abbandónati alla mia tenerezza, premi le mie mani su le tue palpebre,
taci, sogna, raccogli le forze profonde della tua vita. Ah non me
soltanto tu dovresti amare, non me soltanto, ma l'amore che io ho per
te: amare questo mio amore! Io non sono bella, non sono degna dei tuoi
occhi, sono una umile creatura nell'ombra; ma il mio amore è
meraviglioso, è in alto in alto, è solo, è sicuro come il giorno, è più
forte della morte, è capace d'un prodigio: ti darà quel che gli
chiederai. Tu potrai chiedergli anche quel che non fu sperato mai.
=Ella lo attira verso il suo cuore sollevandogli il capo. Egli tiene gli
occhi chiusi e le labbra strette, pallidissimo, inebriato, estenuato.=
Àlzati! Àlzati! Vieni più vicino al mio cuore; riposati sopra di me. Non
senti che puoi abbandonarti? che nulla al mondo è più sicuro del mio
petto? che sempre lo troverai? Ah, io ho pensato qualche volta che
questa certezza potesse inebriarti come la gloria....
=Standole egli dinanzi col volto levato, ella con ambe le mani gli solca
i capelli per discoprirgli la fronte intiera.=
Bella fronte possente, segnata, benedetta! Che tutti i germi della
Primavera s'aprano nei tuoi pensieri nuovi!
=Tremante ella vi preme le labbra. Muto egli tende le braccia verso
l'invocatrice. Il tramonto sembra un'aurora.=
ATTO SECONDO.
=La medesima stanza, la medesima ora. Appare per le finestre un cielo
ingombro e mutevole.=
SCENA PRIMA.
=COSIMO DALBO è seduto presso una tavola su cui poggia il gomito
sostenendo con la palma la tempia, grave e pensieroso. LUCIO SETTALA è
in piedi, irrequieto, sconvolto: si muove incertamente per la stanza,
cedendo all'angoscia che lo preme.=
LUCIO SETTALA.
Sì, voglio dirtelo.... Perchè dovrei nascondere la verità? A te! M'è
giunta una lettera, l'ho aperta, l'ho letta....
COSIMO DALBO.
Della Gioconda?
LUCIO SETTALA.
Di lei.
COSIMO DALBO.
D'amore?
LUCIO SETTALA.
Mi bruciava le dita....
COSIMO DALBO.
Ebbene?
=Esita. L'emozione gli altera la voce.=
Tu l'ami ancora?
LUCIO SETTALA, =con un sussulto di paura.=
No, no, no....
COSIMO DALBO, =guardandolo in fondo agli occhi.=
Non l'ami più?
LUCIO SETTALA, =supplichevole.=
Oh, non mi torturare! Soffro.
COSIMO DALBO.
Ma che cosa dunque ti turba?
=Una pausa.=
LUCIO SETTALA.
Ogni giorno, all'ora ch'io so, ella m'attende là, a piè della statua,
sola.
=Un'altra pausa. I due uomini sembra che considerino davanti a loro
qualche cosa di vivente e di forte, una Volontà, evocata da quelle
parole brevi.=
COSIMO DALBO.
Ella ti attende! Dove? Nel tuo studio! Come può entrarvi?
LUCIO SETTALA.
Ha una chiave: quella di allora.
COSIMO DALBO.
Ti attende! Crede, vuole dunque che tu le appartenga ancora.
LUCIO SETTALA.
Tu lo dici.
COSIMO DALBO.
E che farai?
LUCIO SETTALA.
Che farò?
=Una pausa.=
COSIMO DALBO.
Tu vibri come una fiamma.
LUCIO SETTALA.
Soffro.
COSIMO DALBO.
Ardi.
LUCIO SETTALA, =con veemenza.=
No.
COSIMO DALBO.
Ascolta. Ella è terribile. Non si lotta contro di lei se non da
lontano. Per ciò io volevo trascinarti meco, oltremare. Tu preferisti
al mare la morte. Un'altra (tu sai chi, e il cuore ti si fende) un'altra
ti ha strappato alla morte. E tu non puoi vivere omai se non per questa.
LUCIO SETTALA.
È vero.
COSIMO DALBO.
Bisogna partire, fuggire.
LUCIO SETTALA.
Per sempre?
COSIMO DALBO.
Per qualche tempo.
LUCIO SETTALA.
Ella mi aspetterà.
COSIMO DALBO.
Tu sarai più forte.
LUCIO SETTALA.
Il suo potere sarà cresciuto. Ella avrà più profondamente impregnato di
sè il luogo che m'è caro per l'opera che vi fu compita. Io la vedrò di
lontano come la custode di una statua ove passò il più vivo baleno
dell'anima mia.
COSIMO DALBO.
Tu l'ami!
LUCIO SETTALA., =disperato.=
No, non l'amo. Ma pensa: ella sarà sempre la più forte; ella sa quel che
mi vince e quel che mi lega; ella s'è armata d'un fascino a cui io non
potrò sottrarre la mia anima se non strappandola dal mio cuore. Debbo io
tentare un'altra volta?
COSIMO DALBO.
Ah, tu deliri!
LUCIO SETTALA.
Il luogo dove ho sognato, dove ho lavorato, dove ho pianto di gioia,
dove ho chiamata la gloria, dove ho veduta la morte, è la sua conquista.
Ella sa che io non potrò starne lontano o rinunziarvi, che la parte più
preziosa della mia sostanza è là diffusa; ed ella m'attende, sicura.
COSIMO DALBO.
Ma esercita dunque ella un diritto inviolabile? Nessuno potrà vietarle
quella soglia?
LUCIO SETTALA., =con una emozione profonda.=
Farla scacciare?
COSIMO DALBO.
No; ma vi può essere un modo meno duro, il più semplice: richiederle
quella chiave ch'ella non ha alcun diritto di conservare.
LUCIO SETTALA.
E chi la richiederebbe?
COSIMO DALBO.
Qualcuno di noi, io stesso, rispettosamente, in nome della necessità.
LUCIO SETTALA.
Ella rifiuterà, considerandoti come un estraneo.
COSIMO DALBO.
Tu stesso, allora.
LUCIO SETTALA.
Io? Andando dinanzi a lei?
COSIMO DALBO.
No; scrivendole.
=Una pausa.=
LUCIO SETTALA, =con l'accento dell'assoluta impossibilità.=
Non posso. E tutto sarebbe vano.
COSIMO DALBO.
Ma v'è un altro modo: abbandonare quella casa, sgomberarla, vuotarla di
tutto, trasportare tutto altrove. Tu eviterai così anche la tristezza
intollerabile del ricordo.... Come non senti che il cambiamento è
necessario, se la tua vita si rinnova, perchè la compagna che hai
ritrovata possa assistere al tuo lavoro? Soffriresti tu ch'ella si
sedesse là dove l'altra si distese? ch'ella avesse di continuo negli
occhi la visione dell'orribile sera?
LUCIO SETTALA, =sorridendo scorato e amaro.=
Ebbene sì, hai ragione: cambieremo, andremo altrove, sceglieremo un bel
luogo solitario, toglieremo la polvere dalle vecchie cose, apriremo
tutte le finestre, faremo entrare l'aria pura, avremo un cumulo di
creta, un blocco di marmo, alzeremo un monumento alla Libertà.
=S'interrompe. La sua voce si fa singolarmente calma.=
Una mattina la Gioconda batterà alla nuova porta; io le aprirò; ella
entrerà; senza meraviglia io le dirò: Benvenuta.
=Egli non contiene più l'amarezza.=
Ah, ma tu sembri un fanciullo! Tutto per te si riduce a una chiave.
Chiama dunque un fabbro, fa mutare la toppa; e m'avrai salvato.
COSIMO DALBO, =con dolcezza e tristezza.=
Non t'adirare. Da principio credevo che tu dovessi soltanto liberarti
d'una importuna. Riconosco, ora, che il mio consiglio era puerile.
LUCIO SETTALA, =implorando.=
Cosimo, amico mio, fa di comprendere!
COSIMO DALBO.
Comprendo; ma tu neghi.
LUCIO SETTALA, =lasciandosi di nuovo trasportare.=
Non nego, non nego. Vuoi tu ch'io ti gridi che l'amo?
=Si smarrisce, si guarda d'intorno sbigottito. Si passa una mano su la
fronte, con un gesto di sofferenza. Abbassa la voce.=
Bisognava lasciarmi morire. Pensa: se io che ero ebro di vita, se io che
ero frenetico di forza e d'orgoglio, se io volli morire, è certo che
riconobbi una necessità ineluttabile. Non potendo vivere nè con lei nè
senza di lei, risolsi di partirmi dal mondo. Pensa: io che consideravo
il mondo come il mio giardino e che avevo tutte le avidità dinanzi a
tutte le bellezze! È certo dunque che riconobbi una necessità
ineluttabile, un fato di ferro. Bisognava lasciarmi morire.
COSIMO DALBO.
Tu disconosci ora la santità d'un miracolo, crudelmente.
LUCIO SETTALA.
Non sono crudele. Per orrore delle crudeltà a cui mi trascinava la
violenza del male, per non calpestare una virtù che mi pareva più che
umana, per non poter sostenere la dolcezza d'una piccola voce
inconsapevole che interrogava, per impedire a me stesso il peggio,
comprendi?, per questo mi risolsi. E per orrore di ricominciare io mi
rammarico, perché oggi io sono come un disperato che abbia preso un
narcotico e si svegli dopo un sonno profondo e ritrovi al suo capezzale
la stessa disperazione.
COSIMO DALBO.
La stessa! Ed ho ancora negli orecchi le tue prime parole: "Non so più
nulla; non mi ricordo, non voglio ricordarmi più..." Tu sembravi
immemore di tutto, proteso verso un altro bene. Ho ancora negli orecchi
il suono della tua voce, quando chiamasti la madre di Beata, levandoti a
un tratto, impaziente, come per un ardore che non consentisse indugio.
Vedo ancora il tuo sguardo su lei, quando entrò palpitante come una
Speranza. E, certo, quella sera tu dovesti inginocchiarti ed ella
dovette piangere ed entrambi doveste sentire la bontà della vita.
LUCIO SETTALA.
Sì, sì, così fu: l'adorazione! Tutta l'anima mia si prostrò ai suoi
piedi, riconobbe quel che è divino in lei, con una ebrezza di umiltà,
con un fervore di riconoscenza indicibili. Fu un rapimento. Tu avevi
parlato di un'estasi della luce; io la provai in quegli attimi. Ogni
macchia parve cancellata; ogni ombra distrutta. La vita ebbe un nuovo
splendore. Io credetti d'essere salvo per sempre....
=S'interrompe.=
COSIMO DALBO.
Ma poi?
LUCIO SETTALA.
Poi riconobbi che v'era qualche altra cosa da abolire in me: questa
forza che affluisce alle mie dita incessantemente per riprodurre....
COSIMO DALBO.
Che intendi?
LUCIO SETTALA.
Intendo che forse sarei salvo, se avessi dimenticato anche l'arte. In
certi giorni, là nel mio letto, guardandomi le mani indebolite, mi
pareva incredibile che potessero ancora creare; mi pareva che avessero
perduto ogni virtù. Mi sentivo interamente estraneo a quel mondo di
forme in cui avevo vissuto.... -prima di morire-. Pensavo: "Lucio
Settala, lo statuario, è trapassato." E imaginavo di farmi giardiniere
d'un piccolo giardino.
=Egli si siede, come placato, socchiudendo le palpebre, con un'aria di
stanchezza, con un sorriso d'ironia appena visibile.=
Potare i rosai, annaffiarli, liberarli dai bruchi, agguagliare il
bossolo con le cesoie, guidare l'edera su pei muricciuoli, in un
giardinetto inclinato verso il fiume dell'Oblío; e non più rammaricarmi
di aver lasciato su l'altra riva un glorioso parco popolato di lauri, di
cipressi, di mirti, di marmi e di sogni.... Tu mi vedi là, felice, con
le cesoie lucenti, vestito di bordatino!
COSIMO DALBO.
Non ti vedo.
LUCIO SETTALA.
Peccato, amico mio.
COSIMO DALBO.
Ma chi ti vieta il grande parco? Tu vi rientri pel viale dei cipressi, e
trovi sul limite il tuo genio tutelare.
LUCIO SETTALA, =levandosi di scatto, come uno che perda di continuo la
padronanza di sè.=
Tutelare! Ah, mi sembra che tu pieghi una parola su l'altra, come fasce
su filaccie, per la paura di sentir pulsare la vita. Hai tu mai premuto
il dito su un'arteria messa a nudo, su un tendine lacerato?
COSIMO DALBO.
Lucio, tu ti adiri ogni momento. V'è in te qualche cosa di acre e di
convulso, una specie di esasperazione che t'impedisce di esser giusto.
Tu non sei ancora escito di convalescenza, non sei guarito ancora. Un
urto improvviso è venuto a turbare l'opera dolce che la Natura compiva
in te. Le tue forze che rinascevano si sono inasprite. Se il mio
consiglio valesse, io vorrei che tu andassi per ora a Bocca d'Arno, come
avevi disegnato. Là, tra il bosco e il mare, tu ritroverai un po' di
calma per considerare quale debba essere la tua attitudine; e ritroverai
anche la bontà che ti darà lume...
LUCIO SETTALA.
La bontà! La bontà! Credi tu dunque che il lume debba venirmi dalla
bontà e non da quell'istinto profondo che volge e precipita il mio
spirito verso le più superbe apparizioni della vita? Io sono nato per
fare le statue. Quando una forma sostanziale è uscita dalle mie mani con
l'impronta della bellezza, l'officio assegnatomi dalla Natura è per me
compiuto. Io sono nella mia legge, sia pure di là dal Bene. Non è forse
vero? Me lo concedi?
COSIMO DALBO.
Continua.
LUCIO SETTALA, =abbassando la voce.=
Il gioco dell'illusione mi ha congiunto a una creatura che non m'era
destinata. Ella è un'anima d'un pregio inestimabile, dinanzi a cui mi
prostro e adoro. Ma io non scolpisco le anime. Ella non m'era destinata.
Quando mi apparve l'altra, io pensai a tutti i blocchi di marmo
contenuti nelle cave delle montagne lontane, per la volontà di fermare
in ciascuno un suo gesto.
COSIMO DALBO.
Ma tu hai già obbedito al comandamento della Natura, generando il
capolavoro. Quando vidi la tua statua, pensai ch'ella ti fosse
liberatrice. Tu hai perpetuato in tipo ideale e incorruttibile un
esemplare caduco della specie. Non sei dunque pago?
LUCIO SETTALA, =accendendosi.=
Mille statue, non una! Ella è sempre diversa, come una nuvola che ti
appare mutata d'attimo in attimo senza che tu la veda mutare. Ogni moto
del suo corpo distrugge un'armonia e ne crea un'altra più bella. Tu la
preghi che si arresti, che rimanga immobile; e a traverso tutta la sua
immobilità passa un torrente di forze oscure come i pensieri passano
negli occhi. Comprendi? Comprendi? La vita degli occhi è lo sguardo,
questa cosa indicibile, più espressiva d'ogni parola, d'ogni suono,
infinitamente profonda e pure istantanea come il baleno, più rapida
ancora del baleno, innumerevole, onnipossente: insomma -lo sguardo-. Ora
imagina diffusa su tutto il corpo di lei la vita dello sguardo.
Comprendi? Un battito di palpebre ti trasfigura un viso umano e ti
esprime una immensità di gioia o di dolore. Le ciglia della creatura che
ami si abbassano: l'ombra ti cerchia come un fiume un'isola; si
sollevano: l'incendio dell'estate brucia il mondo. Un battito ancora: la
tua anima si dissolve come una goccia; ancora: tu ti credi il re
dell'Universo. Imagina questo mistero su tutto il suo corpo! Imagina per
tutte le sue membra, dalla fronte al tallone, questo apparire di vite
fulminee! Potrai tu scolpire lo sguardo? Gli Antichi accecarono le
statue. Ora--imagina--tutto il corpo di lei è come lo sguardo.
=Una pausa. Egli si guarda intorno sospettoso, per tema d'essere udito.
Si accosta anche di più all'amico, che lo ascolta con una emozione
crescente.=
Te l'ho detto: mille statue, non una. La sua bellezza vive in tutti i
marmi. Questo sentii, con un'ansietà fatta di rammarico e di fervore,
un giorno a Carrara, mentre ella m'era accanto e guardavamo discendere
dall'alpe quei grandi buoi aggiogati che trascinano giù le carra dei
marmi. Un aspetto della sua perfezione era chiuso per me in ciascuno di
quei massi informi. Mi pareva che si partissero da lei verso il minerale
bruto mille faville animatrici come da una torcia scossa. Dovevamo
scegliere un blocco. Ricordo: era una giornata serena. I marmi deposti
risplendevano al sole come le nevi eterne. Udivamo di tratto in tratto
il rombo delle mine che squarciavano le viscere alla montagna taciturna.
Non dimenticherei quell'ora, anche se morissi un'altra volta... Ella si
mise per mezzo a quell'adunazione di cubi bianchi, soffermandosi
dinanzi a ciascuno. Si chinava, osservava attentamente la grana,
sembrava esplorarne le vene interiori, esitava, sorrideva, passava
oltre. Ai miei occhi la sua veste non la copriva. Una specie di affinità
divina era tra la sua carne e il marmo che chinandosi ella sfiorava con
l'alito. Un'aspirazione confusa pareva salire verso di lei da quella
bianchezza inerte. Il vento, il sole, la grandiosità dei monti, le
lunghe file dei buoi aggiogati, e la curva antica dei gioghi, e lo
stridore dei carri, e la nuvola che saliva dal Tirreno, e il volo
altissimo di un'aquila, tutte le apparenze esaltavano il mio spirito in
una poesia senza confini, lo inebriavano d'un sogno che non ebbe mai
l'eguale in me.... Ah, Cosimo, Cosimo, io ho osato gettare una vita su
cui riluce la gloria d'un tal ricordo! Quando ella tese la mano sul
marmo che aveva scelto e volgendosi mi disse: "Questo", tutta l'alpe
dalle radici alle cime aspirò alla bellezza.
=Un fervore straordinario riscalda la sua voce e avviva il suo gesto.
Colui che lo ascolta ne è sedotto, e ne dà segno.=
Ah, ora tu comprendi! Tu non mi chiederai più se io sia pago. Ora tu sai
come debba essere furiosa la mia impazienza se penso che in questo
momento ella è là, sola, a piè della Sfinge, che mi aspetta. Pensa: la
sua statua è alzata sopra di lei, immobile, immutabile, immune d'ogni
miseria; ed ella è là affannata, e la sua vita fluisce, e qualche cosa
di lei perisce di continuo nel tempo. L'indugio è la morte.... Ma tu
non sai, tu non sai....
=Ha l'accento di chi confida un segreto.=
COSIMO DALBO.
Che cosa?
LUCIO SETTALA.
Tu non sai che io avevo già cominciata un'altra statua....
COSIMO DALBO.
Un'altra?
LUCIO SETTALA.
Sì: rimasta interrotta, abbozzata nella creta. La creta si dissecca,
tutto si perde.
COSIMO DALBO.
Ebbene?
LUCIO SETTALA.
La credevo perduta.
=Un sorriso irresistibile gli brilla negli occhi. La sua voce trema.=
Non è perduta: è ancora viva. L'ultimo tocco di pollice è là, ancora
vivo!
=Egli fa l'atto di plasmare, istintivamente.=
COSIMO DALBO.
E come?
LUCIO SETTALA.
Ella sa le cose dell'arte, sa in che modo la creta si mantenga molle.
M'aiutava, un tempo. Ella stessa bagnava le tele...
COSIMO DALBO.
Dunque ella pensava a tenere umida la creta, mentre tu morivi!
LUCIO SETTALA.
Non era forse anche quello un modo di contrastare la morte? Non era
anche quello un atto di fede, ammirabile? Ella conservava la mia
opera...
COSIMO DALBO.
Mentre l'altra conservava la tua vita.
LUCIO SETTALA, =oscurandosi, tenendo la fronte bassa, senza guardare
l'amico, con una voce quasi dura.=
Quale delle due cose ha maggior pregio? La vita m'è intollerabile, se mi
fu resa gravata d'un divieto. Te l'ho detto: bisognava lasciarmi morire.
Quale rinunzia può eguagliare quella che io avevo fatta? Soltanto la
morte poteva arrestare l'impeto del desiderio che conduce fatalmente il
mio essere verso il suo bene. Ora io rivivo: riconosco in me il medesimo
uomo, la medesima forza. Chi mi giudicherà, se proseguo il mio destino?
COSIMO DALBO, =sgomentato, prendendolo per le braccia, come per
trattenerlo.=
Ma che farai dunque? Hai già risoluto?
=Percosso dallo sgomento subitaneo che è nella voce e nell'atto
dell'amico, Lucio si smarrisce, vacilla.=
LUCIO SETTALA, =mettendosi nei capelli le mani febrili.=
Che farò? Che farò? Conosci tu una tortura più crudele? Io ho la
vertigine; comprendi? Se penso ch'ella è là, e m'attende, e le ore
passano, e la mia forza si perde, e il mio ardore si consuma, la
vertigine mi afferra l'anima, ed ho paura d'essere trascinato, forse
stasera, forse domani. Sai tu che sia la vertigine? Ah, se potessi
riaprirmi la ferita che mi fu chiusa!
COSIMO DALBO, =cercando di trarlo verso la finestra.=
Càlmati, càlmati, Lucio! Taci! M'è parso di sentire la voce....
LUCIO SETTALA, =trasalendo.=
Di Silvia?
=Si copre d'un pallore mortale.=
COSIMO DALBO.
Sì. Càlmati! Hai la febbre.
=Gli tocca la fronte. Lucio si appoggia al davanzale, quasi che le forze
lo abbandonino.=
SCENA SECONDA.
=Entra SILVIA SETTALA con FRANCESCA DONI. Questa tiene un braccio intorno
alla cintura della sorella.=
SILVIA SETTALA.
Oh, Dalbo, siete ancora qui?
=Ella non vede il viso di LUCIO, che è rivolto all'aria aperta.=
COSIMO DALBO, =ricomponendosi, salutando Francesca.=
Lucio mi ha trattenuto....
SILVIA SETTALA.
Aveva molte cose da dirvi?
COSIMO DALBO.
Ha sempre molte cose da dire, troppe forse. E si stanca.
SILVIA SETTALA.
Vi ha detto che sabato andremo a Bocca d'Arno?
COSIMO DALBO.
Sì, lo so.
FRANCESCA DONI.
Non siete mai stato a Bocca d'Arno?
COSIMO DALBO.
No, mai. Conosco la campagna pisana, San Rossore, il Gombo, San Pietro
in Grado; ma non mi sono mai spinto sino alla foce. So che la spiaggia è
bellissima.
=SILVIA ha lo sguardo fisso al marito che rimane abbandonato sul
davanzale, immobile.=
FRANCESCA DONI.
Deliziosa in questa stagione: una spiaggia aperta, bassa, di sabbia
fina; il mare, il fiume, il bosco; l'odore delle alghe, l'odore della
ragia; i gabbiani, gli usignuoli.... Dovreste fare molte visite a Lucio,
mentre è là.
COSIMO DALBO.
Certo.
SILVIA SETTALA.
Potremo ospitarvi.
=Ella si stacca dalla sorella e va verso il marito, col suo passo
leggero.=
FRANCESCA DONI.
Nostra madre ha là una casa molto modesta, ma grande: una casa bianca di
dentro e di fuori, in una macchia d'oleandri e di tamerici; e c'è una
vecchia spinetta dell'Impero, appartenuta--imaginate a chi!--a una
sorella di Napoleone, alla duchessa di Lucca, a quella terribile e
ossuta Elisa Baciocchi: una spinetta che qualche volte si sveglia e
piange sotto le dita di Silvia; e c'è anche una barca, se il ricordo
napoleonico non vi seduce, una bella barca, bianca come la casa.
=SILVIA si sofferma in silenzio alle spalle di LUCIO, come sospesa. Egli
resta assorto.=
COSIMO DALBO.
Vivere in una barca, su l'acqua, alla ventura: non v'è nulla che riposi
di più. Per settimane e settimane ho vissuto così.
FRANCESCA DONI.
Bisogna mettere il convalescente in una barca e affidarlo al buon mare.
SILVIA SETTALA, =toccando con un gesto lievissimo la spalla del marito.=
Lucio!
=Egli trasale e si volge.=
Che fai? Siamo qui. C'è Francesca.
=Egli guarda in viso la moglie, titubante; poi tenta di sorridere.=
LUCIO SETTALA.
Sta per venir giù un rovescio d'acqua. Aspettavo le prime gocciole:
l'odore della terra....
=Egli si inclina ancora verso la finestra e tende all'aria la mano
aperta; che gli trema visibilmente.=
FRANCESCA DONI.
Aprile or piange or ride.
LUCIO SETTALA.
Oh, Francesca, come state?
FRANCESCA DONI.
Bene. E voi, Lucio?
LUCIO SETTALA.
Bene, bene.
FRANCESCA DONI.
Si parte dunque sabato?
LUCIO SETTALA, =guardando la moglie, trasognato.=
Per dove?
FRANCESCA DONI.
Come! Per Bocca d'Arno.
LUCIO SETTALA.
Ah sì, è vero. Ho il capo svanito.
SILVIA SETTALA.
Non ti senti bene, oggi?
LUCIO SETTALA.
Sì, sì, bene. Il tempo un poco m'uggisce; ma mi sento bene, assai bene.
=Nell'accento con cui pronunzia le semplici parole egli pone un eccesso
di dissimulazione che le rende strane come quelle d'un uomo folle. È
palese che l'attenzione dei tre astanti gli è divenuta intollerabile.=
Tu vai via, Cosimo?
COSIMO DALBO.
Sì, vado. È ora.
=Egli s'accinge ad uscire.=
LUCIO SETTALA.
T'accompagno fino al cancello.
=Si muove dalla finestra verso la porta, sollecito.=
SILVIA SETTALA.
Così, a capo scoperto?
LUCIO SETTALA.
Sì, ho caldo. Non senti che aria gravosa?
=Si sofferma su la soglia aspettando l'amico. Un'acuta pena d'improvviso
punge i cuori, ammutolisce le labbra.=
COSIMO DALBO.
A rivederci.
=Saluta turbato; esce con LUCIO. SILVIA china il capo, con le ciglia
contratte, come chi consideri per risolvere. Poi sembra che un'onda
subitanea di energia le sollevi la persona.=
FRANCESCA DONI.
Hai veduto il Gaddi?
SILVIA SETTALA.
Non ancora. Oggi non è venuto.
FRANCESCA DONI.
Allora non sai....
SILVIA SETTALA.
Che cosa?
FRANCESCA DONI.
Quel che ha fatto.
SILVIA SETTALA.
No.
FRANCESCA DONI.
È andato dalla Dianti.
SILVIA SETTALA, =con una emozione contenuta.=
Da colei! Quando?
FRANCESCA DONI.
Ieri.
SILVIA SETTALA.
E tu l'hai veduto?
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