della spiaggia pisana e della Versilia verdebionda e della val di Magra,
quella intiera ch'essi ogni giorno sorvolavano con l'ali di lino e
fiutavano nella sua vastità concentrata dal volo come si fiuta un
sacchetto di nardo, quella medesima odorava per lui nella pelle
calorosa. E una stilla di quel sudore bastava a dissolvere tutti i
pensieri, tutti i disegni, tutti i rimpianti, tutte le inquietudini. E
nessuno dei paesi ch'egli aveva percorsi era profondo come quel corpo
sensibile. Ed egli sapeva l'ebrezza di chi entra in una gola di monti e
al termine del valico possiede d'improvviso con uno sguardo l'inopinata
magnificenza d'una terra senza confine; ma quanto più acre ebrezza era
il penetrare perdutamente in quel mistero che due braccia potevano
scuotere!
Placata, stropicciata d'essenza ristoratrice per tutti i muscoli,
avvolta in un doppio cafetano di mussolina senza maniche, Isabella
godeva il vento serale che soffiava a traverso le pinete ancor tiepide.
Il tintinno dei sistri taceva, in quell'angolo della terrazza, sotto il
quadro di seta. Ed ella sorrise e disse:
-- Aini, ti piaceva la musica della mia danza? Ma non sai ancóra quel che
c'è, là sotto.
-- Una stregheria.
-- Una malinconia.
Ella si levò, prese la cosa nascosta e la portò presso i cuscini.
Nell'aria, ch'ella aveva abbellita di tanta vita bella, ora l'alba
lunare si diffondeva per l'ombra composta d'una vena violetta e d'una
vena verdiccia che si mescevano tacitamente. Come taluno si china su un
tizzo fioco e col soffio ne suscita vive faville sonore, ella aveva
ravvivato e moltiplicato con l'agitazione dei suoi incanti le note
interrotte. Ora scopriva una piccola cosa morta, una specie di cassetta
funebre per Tiapa, per la bambola di Lunella.
-- Guarda.
Ci si vedeva ancóra. Ella aprì il coperchio. Egli si chinò a guardare da
presso. Era una vecchia scatola armonica, con l'anima di metallo
costrutta d'un pettine d'acciaio i cui denti vibravano al girare d'un
cilindro irto di punte.
-- Dove hai scavato questo scarabattolo?
-- Non scarabattolo ma scarabillo.
-- Sembra il modellino d'uno strumento di tortura.
-- Si chiama scarabillo, dall'infanzia.
Ella rise; poi velò di malinconia il suo riso parlato.
-- Vedi: il pettine è un poco rugginoso e al cilindro manca qualche
punta. Se tu sapessi quante volte m'insanguinavo le dita contro queste
punte, quando il cilindro s'incantava! Avevo sei anni quando trovai
questa scatola in un ripostiglio. Doveva esser là dal tempo di Nonna
Diana, fabbricata a Vienna verso il mille ottocento cinquanta. Chi può
dire perchè una vecchia cosa meccanica ci diventi amica, si leghi a
qualche fibra della nostra vita intima e non possiamo mai separarcene
senza temere di far morire un po' di noi stessi? Vedi: qui c'è una
specie di doppia aletta imperniata che, quando si carica, si mette a
girare vertiginosamente e fa quel ronzìo di vespaio, prima che la
sonatina incominci. Era l'aura dei miei sogni puerili. Anche ora non
posso udirla senza un certo ondeggiamento del cuore. Per nessuna cosa ho
avuto il sentimento della proprietà come per questo scarabillo (è il
nome che gli diedi, non so perché). L'ho difeso contro Vana, contro
Aldo, contro tutti. L'ho preferito a qualunque altro giocattolo. Tutta
la mia fanciullezza è stata cullata dalla sua voce tintinnante, che non
somiglia a nessun'altra voce. Chi ha composta la sua musica? Chi può
riconoscere una di queste piccole danze? Mi ricordo che sul coperchio
c'era ancóra un frammento del cartello che portava la lista delle
sonatine. S'è perduto. Ci rimase per qualche anno. Ci si leggeva
soltanto: -La pavane lacrymée-.
Ella si chinò, prese la chiave e caricò il cilindro ispido. S'udì il
ronzio del calabrone nell'orciuolo. Ella accostò la mano per sentire
l'aura della doppia aletta girante. Poi richiuse il coperchio, lo
ricoprì col quadro di seta ch'era un conopeo di ciborio.
-- L'ho portato sempre con me, il mio scarabillo. Qualche volta lo lascio
dormire in fondo a un baule o a un tiretto per mesi e mesi. Poi lo
risveglio. E m'incanta e mi culla ancóra. Mi ricordo che quando ero
bimba facevo gighe e volte e sarrabande, sola sola, intorno alla scatola
posata per terra. Ma come mai stasera lo scarabillo della mia innocenza
ha accompagnato la danza della mia perdizione, Aini?
Ella rigò d'un riso esiguo la sua malinconia; poi tacque, ascoltando la
voce piccola e infinita. Era un gran silenzio, con qualche fruscìo, con
qualche sciacquìo raro, con qualche pallido pianeta, con qualche
pipistrello aliante. Le cose cominciavano a segnare le ombre, sotto il
plenilunio, ma appena.
Erano a tavola, presso il balcone. La chioma d'un pino toccava
l'inferriata, movendosi nell'ombra con quel moto lento e animale che
hanno le piante subacquee.
-- Quanto mi piaci stasera, Aini! -- disse Isabella a bassa voce, nel fumo
e nel profumo della sigaretta, tenendo su la tovaglia i due gomiti nudi,
facendo intorno al suo viso continui gesti con le lunghe mani
senz'anelli. -- Ti prego, fa ancóra così.
Ella imitò un piccolo moto nervoso che gli era involontario: una rapida
contrattura che dalla radice del naso, ov'era incisa la grande ruga
verticale, scendeva a serrare le nari e a muovere il labbro superiore:
una specie di baleno muscolare, indefinibile, un nulla. Egli sorrise.
-- Ti burli di me?
Era tutto perduto in lei. La guardava, la divorava insaziabilmente,
s'affannava a possederla in tutti gli attimi, vigilava con un'acuità
assidua perché nulla di lei gli sfuggisse. Ben egli mille volte avrebbe
voluto ripetere quella parola: «Fa ancóra così!»
-- Chi può dire quel che più ci attragga nella creatura che amiamo? --
disse ella, guardando lui con lo stesso ardore avido. -- Un certo riso,
una piega lievissima della bocca, un modo di socchiudere le ciglia, un
nulla; ed è tutto. In quel non so che guizzo che ti passa ogni tanto sul
viso senza che tu te n'avveda, sei tutto tu.
-- Ah, ma chi dirà come sei?
Ella allungò verso di lui le braccia più lisce e più fredde delle
porcellane che rilucevano su la mensa.
-- Come sono? Come sono?
-- Dove hai preso quest'odore di gelsomino? Stordisce.
-- Non sai che io ho un giardino di gelsomini, tra due sepolcreti?
-- A Volterra?
-- Un giardino chiuso in quattro muri folti di gelsomini, e non so se più
odori quello di levante o quello di mezzodì. Senti!
Inchinandosi, ella strisciò la bocca di lui prima con l'un braccio poi
con l'altro, mollemente, dal polso al cavo della piegatura glauco
d'arterie, dal gomito all'ascella ove pochi fili d'oro s'inanellavano.
-- Senti, -- diceva ella con quella voce che attenuandosi creava
l'increato -- sono freschi? Piove piano su i gelsomini, contro il muro
che conserva il calore del sole. Una gocciola basta a riempire il cuore
d'ogni fioretto bianco; e non è più una gocciola di pioggia ma
d'essenza, d'essenza forte come quella che i profumieri estraggono in
Chiraz, in Ispahan, nei paesi che tu hai veduti, che tu hai in fondo a
questi occhi che per ciò sono come due turchesi, due turchesi malate di
me, ora, molto malate di me, povero Aini!
Egli entrava come in un torpore magnetico, in cui il profumo la voce e
la carne erano una cosa sola.
-- Senti, senti! La pioggia cresce. È ancóra una carezza per le rose, ma
i gelsomini sono troppo delicati. Un rametto cade a terra. Chi dice che
somiglia a un uccellino disteso, con le zampe rotte? Il poeta del
-Divano-, che Aldo mi legge. Pensa! Ho un giardino cantato a gara da
Nizami, da Dschami, da Hafiz, fra due sepolcreti etruschi, sopra un
colle volterrano, poco discosto dalla Reggia della Follia. E ho anche
una gazzella.
Era scivolata quasi su le ginocchia di lui, con quell'arte di aderire e
di avviluppare ch'era istintiva nelle sue membra come nei viticci del
tralcio.
-- Conosci gli amori di Leila e di Madschnun? Madschnun significa il
Folle, folle in estasi di passione. Vuoi che ti chiami così? Una
gazzella s'era impigliata nelle reti. Madschnun la vide, accorse, la
coprì di baci, le medicò le ferite, la trasse dai lacci, la accarezzò
dal capo ai piedi, perché lo sguardo di quei grandi occhi teneri gli
suscitava l'imagine di Leila; e le diede la libertà. Ora l'ho io,
proprio la stessa, ma trasfigurata in Vergine da un pittore senese che
si chiama Priamo di Piero. Te la mostrerò. Guarda con gli stessi occhi
con cui ella guardava Madschnun. Ha un collo lungo lungo, un viso fine
fine, un mento stretto come il muso del suo tempo selvaggio, le mani
come le mie, con le dita disgiunte. Ma certo mi vince in gambe; perché,
se si alza dal trono, chi sa dove batte l'aureola, quell'aureola d'oro
che è come la beatitudine che il cielo persiano le poneva un tempo fra
le due corna in forma di piccola lira. E porta una veste orientale,
rossa broccata a garofani d'oro, che dev'essere una veste di Leila.
Ancóra una volta con la musica delle sue imaginazioni ella faceva un
incanto che era una follia artificiata. Pareva ch'egli non l'ascoltasse
con gli orecchi ma con le labbra, con le labbra premute sul collo.
-- Che mi fai, Madschnun?
Ella gli guizzò, gli scivolò di su le ginocchia; si ritrasse su la sua
sedia. Accese un'altra sigaretta, sorridendo. Aveva sul collo una
macchia rosea.
-- Non hai mai fumato l'oppio o la foglia di canape, laggiù, in qualche
porto oleoso?
-- Non amo i veleni.
-- E me, dunque?
-- Te soltanto.
Ella stette per qualche attimo assorta, con quel sorriso sospeso che
pareva interrompere la vita esterna su l'intimo spettacolo. E la mensa
era sparsa di frutti, di confetture, di vini chiari, di cristalli, di
argenti. La cenere e un rimasuglio di tabacco biondo galleggiavano in
una coppa, e il vino vi ferveva intorno senza spuma.
-- L'anima è il veleno più potente -- ella disse.
I piccoli paralumi gialli in cima ai candelieri la coloravano d'un lume
dorato. Qualche farfalla notturna aliava intorno alle fiammelle. A
quando a quando, pel vano del balcone, il pino susurrava sotto la luna.
Ella disse, all'improvviso, lacerando l'incanto.
-- Sapete, Paolo, che noi siamo fidanzati?
Egli la interrogò, attonito.
-- Oh, non abbiate paura. Fidanzati per ridere, o per piangere.
-- Non comprendo.
-- Omai, dopo i nostri voli, il segreto non è più chiuso tra queste mura.
Credo che viaggi pel mondo mondano e che sia entrato nella città degli
Inghirami, per la porta più solenne, per la Porta all'Arco. Non pensate
che io tema d'essermi compromessa. Ma è utile che noi giochiamo il gioco
dei promessi sposi, utile non tanto per le solite convenienze quanto
perché io vi possa condurre nel giardino dei gelsomini.
-- Il gioco solo? -- disse egli turbato, dubitante, con una intenzione di
rammarico e di rimprovero gentile, incertamente espressa.
-- Paolo, Paolo, il vostro impaccio è delizioso! -- gridò ella in uno
scoppio d'ilarità. -- Sono sicura che temete un tranello.
Egli protestava.
-- Sono sicura che pensate ch'io vi abbia detto questo per tastarvi il
polso. Ma no, ma no! È un fidanzamento non di sequestro ma di comodità.
Morirò vedova, morirò Isabella Inghirami, morirò nel mio doppio I su cui
non ho mai messo il punto. Lo metto ora, su l'uno e su l'altro, ecco.
C'è un benedetto codicillo nel testamento maritale. Se mi lasciassi
sposare da voi, perderei il giardino dei gelsomini con la gazzella e con
tutto il resto. Non mi rimarrebbe che lo scarabillo. Codicillo,
scarabillo! È troppo crudele.
Turbato, egli protestava ancora, non senza un'ombra di gofferia.
-- Via, Paolo. Vi dispenso da ogni onesta dichiarazione. Resteremo
promessi sposi in eterno, se volete. Ma sarà più facile trovare un
pretesto per rompere, molto più facile, ahimè!
Cessò di ridere. Riprese tra le labbra la sigaretta, e con qualche
boccata si velò tutta di fumo. Egli era in un malessere che non trovava
posa.
-- Bisogna che io ritorni a Volterra, almeno per un po' di tempo -- ella
disse. -- Non posso più lasciare le mie sorelle e mio fratello lassù,
abbandonati, dimenticati. Ho già annunziato il mio ritorno e il nostro
fidanzamento. È necessario che io sembri in regola, o quasi, davanti a
Aldo, a Vana. Voglio che tu mi accompagni.
Egli ripugnava a quella finzione penosa. Rivedeva in sé la faccia
febrile della vergine olivastra, se la sentiva piangere contro il petto;
riviveva l'angoscia della veglia funebre. E le maniere ambigue
dell'adolescente gli riapparivano.
-- Non posso -- disse.
E guardò con ansia le labbra dell'amata, temendo le parole ch'erano per
uscirne.
-- Perché?
Ella aveva parlato con una voce bassa, coperta d'ombra. Ora aveva il suo
viso di dèmone, la sua più perigliosa bellezza, quella emanata dalla sua
più nociva alchìmia.
Gettò nella coppa la sigaretta accesa che spegnendosi frisse. Prese uno
dei grandi garofani color d'ardesia che ornavano la mensa, e lo gualcì
fra palma e palma. Pareva che le occhiaie le divenissero più larghe e
più cave, piene di un azzurro violetto simile a quello del cielo sul
pino, ove le pupille fosforeggiavano come quando l'anima era per
divenirle «il veleno più potente».
-- Per Vana?
Egli non rispose. Non aveva mai avuto paura di maneggiare francamente
anche le armi ignote, ma sentiva una repulsione invincibile contro le
schermaglie di parole. Attese, con lo sguardo diritto. Elia ben gli
conosceva quell'attitudine, quell'armatura di silenzio, ed era anche
abile ed acre nell'arte di smagliarla.
-- Che cosa c'è, o almeno che cosa ci fu fra te e Vana?
-- Nulla più di quel che sai.
-- Non so nulla. So che Vana è perdutamente innamorata di te.
-- Credo che t'inganni, spero che t'inganni.
-- Sono certa. Parlami con franchezza. Non sono gelosa: voglio dire che
la mia gelosia non è tale che tu possa comprenderla. Nei primi giorni,
quando eri assiduo presso di lei, avevi una più o meno vaga intenzione
di un più o meno lontano matrimonio? Confessa.
-- Isabella, non so a che giovi questo interrogatorio inopportuno.
Stanotte voglio andare con l'Àrdea su le mura di Lucca, risalendo il
Serchio, voglio passare su la torre dei Guinigi.
-- Non le parlasti mai d'amore in quei primi giorni? Qualche volta
rimanevate soli. Non una parola tinta d'amore? nulla?
-- Non ricominciare il tuo gioco perverso, Isabella.
-- Sì, qualcosa ci fu. Se no, come sarebbe così accesa di te? Lo sai, che
t'ama. Dimmi che lo sai e che ci pensi.
-- Sei folle.
-- Non ti ricordi, a Mantova, quando apparve su la porta mentre mi
baciavi? Era come una morta.
Entrambi la rividero livida ma respirante, appoggiata contro lo stipite
come chi sia per stramazzare, aperta gli occhi come chi non possa più
serrarli.
-- Forse era già là da qualche tempo, e teneva que' suoi occhi fissi su
noi mentre tu mi bevevi, mentre io gemevo: «Non più!», mentre tu
rispondevi: «Ancóra!»
-- Ah, perché sei così?
-- Non la udimmo. Io non la udii, ché gli orecchi mi rombavano. Ma certo
era là, e vide. Io non ci vedevo; avevo la vista annebbiata, quando mi
distaccai. Ma mi parve che dietro di me ci fosse un fantasma, e mi
volsi. E avevo la bocca tutta gonfia di quel bacio così lungo e così
feroce. E Vana mi vide quella bocca.
Ella parlava basso con un crescente ànsito che le sollevava il seno
bianco a traverso l'oro della trina, con una specie di voluttà nemica
che le contraeva i muscoli del viso, che le atteggiava di nuovo le
labbra a quella gonfiezza.
-- Ti ricordi? Ti ricordi? E Aldo sopravvenne. E Aldo mi scoperse il
sangue nei denti, il piccolo taglio nel labbro. Ah, perché allora tutto
il desiderio mi rifluì nelle vene, mentre chinandomi cercavo di far
ombra sul mio viso che temevo mi s'accendesse non di pudore ma di
ardore?
Come con un tizzo ella lo affocava col suo viso sfrontato e convulso,
ove l'impudicizia dell'anima ardeva come un'insana tristezza, ove gli
occhi sembravano perdere i cigli e soffrire d'essere così nudati, ove il
respiro era come un'esalazione morbosa che attossicasse e decomponesse i
pensieri.
-- Ti ricordi? E cercavo il fazzoletto per coprirmi la bocca, e Vana a un
tratto mi disse: «Tieni». Vana mi diede il suo, con una mano secca, con
una mano di febbre e di rancore. La rivedi come io la rivedo? E
m'asciugai quel poco sangue del bacio. La prima volta premetti e poi
guardai: c'era la macchiolina rossa. Poi premetti ancóra. Tu eri
attento? Di tutto mi ricordo, e non di questo: c'è una pausa nella mia
memoria. Le resi il fazzoletto? Ella me lo riprese? Puoi dirmelo?
Egli scosse il capo,
-- Neanche tu lo sai? Per quanto io ci pensi, non riesco a rammentarmene.
Era un piccolo fazzoletto color lilla, profumato di gelsomino, del
gelsomino di Volterra. Certo, quando entrammo nel Paradiso, io non
l'avevo più. Forse Vana me l'aveva ripreso nel momento in cui tutti
eravamo con gli occhi levati verso il Labirinto. Forse che sì forse che
no....
Come la corrente del riscontro agitò la leggera tenda indiana su la
porta, ella si volse con uno strano sussulto. L'imagine della sorella
era così viva in lei ch'ella credeva fosse per apparirle un'altra volta
all'improvviso come nella camera di Vincenzo Gonzaga. Abbassò ancor più
la voce, le diede una torbida intimità, la fece calda ascosa e acre come
l'ascella.
-- Ora so. L'ha serbato, con la macchiolina di sangue; l'ha nascosto, e
non osa ritrovarlo. O forse l'ha inzuppato di lacrime, l'ha lavato col
pianto.
Egli l'ascoltava, con sordi tonfi nel petto, con una repulsione che
bruciava come un desiderio, con un desiderio che si torceva come una
repulsione.
-- Tu non sei ardito quando voli dentro di te come quando voli nell'aria.
Ci sono cose che tu non comprendi, che tu aborri.... Il tuo amore è
ancor quello a cui tu davi occhi tanto puri e tanto severi che io non
avrei potuto guardarlo senza vergognarmi?
Ella si abbandonò indietro, su la spalliera della sedia. Tenendo nella
mano il gambo del garofano gualcito, percoteva col fiore la sponda della
mensa; e, con tutto il volto dorato dal riflesso dei candelieri,
sogguardava l'uomo.
-- Eppure tu serri tanti istinti atroci in te, puoi essere tanto crudele,
e sai come la voluttà non sia se non un martirio divino che urla con
urli di belva.... Ma quel tuo amore, quello che non ero degna di
rimirare, è un pastore decrepito che conduce le solite coppie timidette
al solito pascolo della moderazione. Ti sembra che passi qualche sera,
là sotto la terrazza, e ti richiami?
Ella lo irrise con la luce nei denti, rovesciando indietro il piccolo
capo stretto ermeticamente fra le trecce dense così come si lega e si
salda la chiusura d'una fiala piena d'essenza volatile.
-- Saresti capace di rispondere arditamente se io ti domandassi di
ravvivare in te una sensazione oscura e fuggevole?
Egli sentiva il suo malessere incupirsi e fasciargli le tempie come una
cattiva ebrezza. Guardava la mano lunga della tentatrice percuotere col
garofano l'orlo della tavola, e s'attendeva che la corolla si spiccasse
dallo stelo. Come se un vento interrotto gli attraversasse lo spirito,
egli riudiva lembi della voce di Vana: «Ah no, non farete questo! Vi
supplico, vi supplico, per quel capo spezzato, per quel viso senza
sangue.... Io non son nulla, non sono nulla per voi.... Ascoltatemi! Ho
l'orrore dentro di me». Rivedeva lo spavento di quella povera faccia
estenuata. Rivedeva sé medesimo sotto la tettoia, laggiù, nella
brughiera deserta, dinanzi al cadavere del compagno composto sul letto
da campo, avvolto nella rascia rossa del guidone; e quel vegliatore,
chiuso nel suo lutto come nel diamante, non gli somigliava più. Egli era
separato da lui per un'infinita notte.
-- Ti ricordi -- gli diceva la tentatrice; con un'espressione di ardore
così folle che sembrava un rapimento -- ti ricordi quando nella prima
stanza del Paradiso io era presso il davanzale e mio fratello mi cingeva
col braccio la cintura su la pietra calda, e io chiamai te, chiamai
Vana, e vi avvicinaste, e restammo tutt'e quattro nel vano della
finestra, e Vana fremeva contro il mio petto, e io lasciai passare sul
suo capo il mio sguardo che ti versò nel cuore la mia voluttà nuova?
-- Ah, taci!
-- Sono orribile?
Ella aveva ancóra quel viso sfrontato e convulso, quello sguardo nudato,
quel respiro bruciante; e in tutta la sua carne triste quella sensuale
attesa del martirio, ch'era quasi luce.
-- Mi ricordo -- disse egli con una voce sorda che a lei parve minacciosa
-- mi ricordo quando tremavi in quella stanza occupata dall'ombra di un
letto, quando tremavi di paura vedendo verso noi venire due figure in
silenzio....
-- Aldo e Vana!
-- Noi stessi, nello specchio cupo
-- Aldo e Vana e noi stessi.
-- E la follìa.
-- Ciascuno in uno specchio ha una follìa che l'atterrisce e l'attira.
Vuoi andartene da me? Vuoi che ci separiamo domani? Vuoi che non ci
rivediamo più?
Uno spavento repentino turbinò dentro di lui e lo vuotò d'ogni forza.
Ella parve entrare tutta quanta in quel vuoto, sola e nuda pesarvi con
tutto il suo peso carnale.
-- Domani risalgo a Volterra.
Correvano su la rossa macchina precipitosa, nel pomeriggio d'agosto,
come in quel già tanto lontano vespro di giugno per la via di Mantova.
Correvano verso l'inferno di Volterra.
Non gli argini verdi, non le pallide vie diritte, non i canali molli,
non i filari di salci di pioppi di gelsi; non acque, non ombre, non arte
agreste di festoni e di ghirlande; ma una terra senza dolcezza, un paese
di sterilità e di sete, una landa malvagia, un deserto di cenere.
-- Vedi? vedi? -- ella diceva al suo compagno disperato, chinandoglisi
contro la gota scarna.
-- Sono io così, dentro di te? è così la tua arsura?
Fenditure innumerevoli, arsicci labbri anelanti, per ovunque s'aprivano
nelle crete sitibonde. Qua e là nei campi abbandonati rosseggiava il
gabbro, d'un rosso di fegato; le pietre laminose rilucevano come
frantumi di spade; tanto brillavano gli schisti che parevano quasi
crepitare come le stoppie in fiamme.
-- È così la tua passione? Tutto è riarso in te?
I crepacci di color d'ocra intersecati erano simili a una immensa rete
di corda falba, dalle maglie larghe e ineguali, distesa per insidia su
le biancane di mattaione cinericcio.
-- Vedi dove io ti trascino?
Letti aridi di torrenti, ghiare calcinate come le carcasse dei cammelli
su le vie delle caravane, splendevano d'una bianchezza acuta come un
grido breve. Splendevano, dileguavano.
-- Come farai tu, come faremo noi per essere pari a questo ardore? come
faremo per superarlo?
Qualche casale appariva, tristo come i tufi, circondato da mucchi di
paglia simili a torri mozze, con un solo cipresso a guardia, con un solo
cipresso nero in tanta pallidezza, ritto su la sua ombra corta.
-- Non mi ami ancóra. Forse anch'io non ti amo ancóra. Ancóra non soffri
assai di me; non soffro ancóra di te come voglio. Che l'amore mi sia
come questa desolazione! Vedi? Vedi? Una desolazione che nessuna
abondanza eguaglia. Tutto il resto è fiacco. Che sono dietro di noi le
foreste di résina, le sabbie marine, i falaschi degli stagni? Guarda le
mie crete!
Ella parlava in una specie di delirio solare. Egli si ricordava delle
sue febbri tropicali, delle grandi allucinazioni luminose. In quei
luoghi onde la vita era esclusa, entrambi sentivano la loro vita
moltiplicarsi.
-- Guarda!
Il fuoco del solleone sembrava piovere a dilatate falde come sopra il
sabbione ove Dante vide star supini e immobili i rei di violenza contro
Dio, di continuo correre le greggi delle anime nude, la tresca delle
misere mani senza riposo scuotere le vampe, e solo giacere senza cura
dell'incendio quel grande. Come l'arena dello spazzo infernale, la creta
s'accendeva «a doppiar lo dolore», si faceva brace, si risolveva in
cenere. L'infinito riverbero trascolorava il cielo, struggeva l'azzurro.
Negli zolloni di tufo i nicchi scintillavano come il diamante. Qua e là,
su pei dossi, su pei gibbi, la fioritura salina luceva come il tritume
del vetro, come la limatura del ferro. A quando a quando tutto l'ardore
ripalpitava e si rinfocava nel vento. Un lungo e cupo compianto si
diffondeva per la solitudine dolorosa come se ogni crepa esalasse un
sospiro o un gemito.
-- Ah, Paolo, su questa via non c'è il carro carico di tronchi né tu mi
minacci di schiacciarmi contro un mucchio di sassi; ma facciamo un
viaggio ben più dubbio. Lo sai? Eppure io posso ancóra ripetere: «Non
temo». E tu?
Egli non rispondeva. Con i pugni al volano, con gli occhi fissi alla via
sparsa di selci taglienti, egli pativa in sé un'angoscia ben più fiera
di quella che aveva patito. Gli accadeva ciò che un tempo gli sarebbe
parso impossibile come il respirare senza polmoni. Egli si sentiva
disarmato della sua volontà, in balia a una forza estranea ch'era per
trascinarlo verso eventi cui già la sua infausta veggenza dava gli
aspetti del vizio, del delitto e della tortura. Aveva ceduto
all'imposizione dell'amante insensata; ma già così intimamente l'aveva
corrotto il contagio, che in fondo alla sua riluttanza era l'ansietà
d'esperimentare il nuovo, era una curiosità amara e ardente della colpa
arcana, della promiscua pena, era il fascino dell'inferno.
-- «Se un giorno voi non poteste più dormire né sorridere né piangere!»
Ti ricordi di queste parole? Che mai valevano in quella campagna molle?
Ma allora io pensai al mio deserto di cenere. Guarda!
La desolazione si faceva sempre più tremenda. A destra, a manca,
dinanzi, ovunque appariva tutta la terra ondeggiata come un immenso
deposito risecco d'alluvioni bibliche le quali avessero trasportato
quivi le braci delle città maledette, i residui degli incendii
espiatorii, la polvere delle tribù punite. Le sorti annunziate dai
Profeti erano quivi compiute. La parola pronunziata dal Signore era
adempita: «Ecco, io accendo in te un fuoco, che consumerà in te ogni
albero verde, ed ogni albero secco; la fiamma del suo incendio non si
spegnerà, e ogni faccia ne sarà divampata, dal Mezzodì fino al
Settentrione». Tutta la terra era come il ceneraccio che rimane nella
conca del ranno. Non v'era albero, né verde né secco; né pur le spine e
i pruni d'Isaìa vi crescevano. Soltanto qua e là qualche tamerice
assetata e scolorata vi languiva, abbandonata anche dalla sua propria
ombra.
-- Mi ami? mi ami? -- chiese ella, chinandosi ancor più verso la gota
scarna, assalita da uno sgomento subitaneo al pensiero di quell'altro
amore che ardeva lassù, nella Città di vento e di macigno, e che poteva
vincere il suo.
-- Mi ami? Sei bruciato così anche tu? Non c'è più nulla in te se non il
tuo desiderio? Diménticati, diménticati dei nostri giorni e delle nostre
notti; diménticati dei nostri rantoli e delle nostre grida; diménticati
che cento volte abbiamo agonizzato l'uno nell'altra, che cento volte
abbiamo domandato pietà senza ottenerla. Diménticati d'ogni carezza e
d'ogni violenza; perché lassù non ci toccheremo neppure con lo sguardo,
patiremo una sete peggiore di questa, saremo com'eravamo prima del bacio
sanguinoso.
Inspirata da un istinto profondo ella sopprimeva la voluttà, sottraeva
la sua carne, riprendeva il dono del suo corpo, imponeva di nuovo il
divieto crudo; ché ella sentiva qual forza fosse l'essere intatta, per
colei che lassù era sola col suo amore e col suo dolore. Un profondo
istinto la inspirava a eguagliare la condizione di colei, a ridivenire
un giardino chiuso, più desiderabile forse per chi ne fu espulso che per
chi non mai vi penetrò. Ed ella ben sapeva come facilmente e rapidamente
la donna, pur dopo la più lasciva mescolanza, possa ridivenire lontana
ed estranea agli occhi dell'uomo. Ella conosceva quell'attitudine
feminile che sembra all'improvviso togliere ogni realità alla più supina
dedizione e, con quelle dita stesse che rinfrescano le pieghe gualcite
della gonna, creare il distacco insuperabile. «Diménticati!» ella
diceva; e si sentiva già ridivenuta l'Isabella dell'indugio perverso,
ch'era per donarsi e si ratteneva, ch'era per concedersi e si negava. Ma
ora non più una volontà di gioco, sì bene una volontà di martirio
imperversava nel suo corpo ancor maculato dall'orgia. Raffigurandosi le
lividure su la sua pelle intrisa di gelsomino, ella già pregustava il
supplizio dell'astinenza come una voluttà più acre d'ogni altra. E
imaginava con ansia la sua prima notte nella villa volterrana piena
d'insonnio in ascolto.
-- Volterra!
Dietro una calva collina di marna gessosa, su la sommità del monte come
su l'orlo d'un girone dantesco, all'improvviso era apparso il lungo
lineamento murato e turrito. Entrambi vi s'affisarono, rallentando la
corsa. La macchina rombò, ansò. Tre cavalli neri, impastoiati, con
lunghe code, con lunghe chiome, saltabellavano su per un pascolo di
sterpi, rilucendo nel sole, mentre il galestro si sfaldava sotto gli
zoccoli. E la città disparve.
Vana era salita sul ripiano del Castello, dietro il Leccione, e dal
parapetto guardava verso la valle, spiava la via terribile? Ora Isabella
ne creava in sé l'imagine viva, e si rappresentava il tristo luogo della
vedetta: quel prato solitario su cui s'allunga l'ombra del Mastio che
emerge dalla cintola in su dominando il cammino di ronda fra i due
torrioni angolari, e l'albero degli Inghirami che di quivi appare senza
tronco, simile a una cupola posata su l'erba, vasta come quella del
Battistero a riscontro emergente di là dal tetto del palagio, di là
dalle banderuole di ferro che in perpetuo stridono portando l'Aquila su
la Ruota; e sotto il parapetto la perpetua tempesta degli elci
abbarbicati nell'erta, l'incessante mugghio che affatica la fronda
bruna.
Non era forse là in quell'ora, china a scoprire una nube di polvere, la
stretta faccia olivigna? Non era là sotto il sole, con tutta la sua vita
d'odio e d'amore protesa verso la via bianca, la piccola sorella
indomabile? Quale era su la tempesta degli elci la tempesta di quella
vita?
Ed ella tremò di sgomento per tutte le ossa pensando che quella passione
poteva essere più grande e più selvaggia della sua passione. Di quelle
settimane d'assenza e d'attesa ella ignorava tutto, e la fantasia le si
sollevava su quella ignoranza. Vedeva sé nella dolce marina pisana, sé
distesa nei cuscini dei piaceri, sé voluttuosa e obliosa; e l'altra, la
creatura chiusa e tenace, audace e nascosta, lassù, nella Città di vento
e di macigno, tra spettacoli di duolo e di morte, col suo canto e col
suo amore intenta di continuo a esaltare la sua disperazione. E la
invidiò, e la temette; e la imaginò carica di forze accumulate, pronta a
combattere, pronta a morire.
«Torniamo indietro, torniamo indietro!» voleva pregare, sopraffatta
dall'ansietà. E, udendo il fragore della macchina sforzata all'assalto
dell'erta, desiderò che qualcosa scoppiasse, che qualcosa si spezzasse.
Una greggia era ammassata sul cocuzzolo d'un poggio nudo, appesa
tristamente come a una mammella arida, smorticcia come il mattaione ove
qua e là lustravano gli ammassi di testàcei e le làmine di talco. Su una
pendice del monte di Caporciano, arrossato dai filoni di gabbro che
serrano la vena del rame, Montecatini di Val di Cecina mostrò il
torrione quadrangolare dei Belforti. Un astore cinerino come le crete
roteò nell'aria incandescente. L'esecrazione d'Isaìa divorò la terra
etrusca. Tutto nel crudele riverbero delle biancane moriva. Dagli
squarci, dalle crepe, dalle rosure, dalle frane, dai botri, dall'immoto
travaglio della sterilità esalava la doglia non mitigabile. E la
lamentazione del vento cominciò, d'altura in altura, ad elevarsi.
-- Vedi? vedi dove ho relegato mia sorella, mio fratello, la mia tenera
Lunella? Come hanno vissuto? che leggerò nei loro occhi? Imagini tu quel
che questa terra può fare d'un'anima? Guarda le Balze!
Su dal riverbero di tanta cenere rovente sorgeva il monte lunato con le
corna volte a Borea, scosceso di dirupi, irto di ronchioni e di schegge,
levando contro il torrido biancore del cielo una città di ferro
rugginoso escita dall'istessa fucina ond'escì quella a cui Flegiàs
tragittò l'Etrusco pellegrino e il duca suo.
-- Dove ti attiro? dove porto il mio amore? Non alla felicità, non alla
felicità; ma a qualche cosa di più terribile. Lo so. E perché faccio
questo? Una demenza è in me, più antica di me, che non mi dà requie. La
sento, la soffro, e non la conosco. Credi che io potrei diventar folle?
M'è parso di leggere questo timore ne' tuoi occhi, qualche volta.
Rispondimi!
Ora la terra era tutta occupata da tumuli in forma di quelli ch'ella
aveva intraveduti nella selva pisana, simili ai monimenti del castigo
«più e men caldi». Sul culmine d'un poggio cretoso tre cipressi eran
fitti come i tre patiboli sul Calvario. Il vento era come l'agitazione
sonora d'un immenso vampo.
-- Ah, voglio tornare indietro.
Il pànico le afferrava la vita, su quell'erta spaventosa, e la
rivoltava. Un terrore cieco e subitaneo la faceva più bianca delle
biancane sterili. Ed ella voleva dire: «Contro un muro scialbo le pazze
sono sedute a cucire i ferzi delle lenzuola; e intorno gracidano le
oche. I dottori hanno lunghi càmici, e l'aria indifferente.... Bisogna
passare di là. Prima di giungere sul sagrato di San Girolamo si vede la
Casa, di là dalla rete di ferro. Invece del cancello, c'è un telaio di
legno, dipinto di rosso, con la rete di ferro, come davanti a un
pollaio. Ah, tutto m'è presente. Poi s'entra fra due muri, e di là dal
muro si rivede la Casa, si rivede il tetto.... E poi San Girolamo, la
loggia, il convento, la mia cappella, la cappella degli Inghirami,
quella del mio sposalizio. Le mie mani sono nella tavola di Benvenuto,
lunghe, con un piccolo libro rosso. Ma Santa Caterina non è quella che
somiglia alla malinconia di Vana, no: ha il manto rosso, e la ruota del
martirio le è caduta ai piedi.... Fabbricano, fabbricano sempre, essi
stessi; perché non c'è più posto. Il numero cresce ogni anno. Essi
stessi portano la calcina, portano le pietre. S'intravede un muro fresco
che s'alza. C'è l'odore di quella cosa nell'aria. Qualche volta
s'incontra per un sentiere, tra gli ulivi, uno che si ferma a guardarti
e ride ride, sotto un povero berretto bianco, con un'aria dolce.... E il
giardino dei gelsomini è là, sul poggio di sotto, nascosto dietro i
cipressi, dietro i lecci. È chiuso, è tutto murato, con una porta
stretta....» Imagini le balenavano incoerenti sul sangue congesto; ma
parevano scoppiare come bolle, all'altezza del cervello, prima di
formarsi nella parola.
-- Voglio tornare indietro.
-- Vuoi? -- disse il compagno, strozzato dall'ambascia, con la mano su
l'impugnatura della leva, senza riflettere, tanto la voce della donna lo
aveva toccato a dentro.
-- Voglio tornare indietro. Arresta!
Egli frenò inconsideratamente su l'erta troppo ripida, e sentì che le
ruote arrestate cominciavano a retrocedere. L'aria non più rotta divenne
un'afa soffocante; l'alito di mille fornaci s'addensò nel riverbero. Con
una manovra energica egli contrastò il pericolo. La macchina possente
riassaltò l'erta, con un fragore di collera, con l'acredine di tutti i
suoi gas aperti, in un nembo di fetore e di polvere.
-- È impossibile arrestarsi qui, impossibile voltare -- disse egli
affrontando la tortuosità repente. -- Bisogna andare avanti.
-- Sì, andiamo, andiamo. Che terrore m'ha presa? Sono stata vile.
Andiamo. È destino.
Intorno era un mare di fango inaridito, giallastro, qua e là
trasfigurato dalla luce in onde di velluto lionato, in ombre d'un
azzurro acqueo, così misteriose che somigliavano gli inganni della Fata
Morgana.
-- Vedi la cortina della Rocca? vedi l'ultimo torrione a ponente? Vedi,
accanto, una macchia nera di lecci su la scarpata? Quelli sono i miei
lecci, sotto lo spiazzo del Castello. Dal parapetto, in alto, si scopre
tutta la distesa fino al mare e la strada con tutte le sue svolte. Son
certa che Vana è là, e spia. Ti trema il cuore? Tutto arde, e sono certa
che nessuna cosa arde come lei. Pensa! Fra poco la prenderò fra le mie
braccia.
Smilzi cipressi intristiti, pagliai nerastri, fornaci di laterizii,
cumuli di mattoni crudi, mucchi di fascine secche, miseri olivi contorti
accompagnavano il cammino. Tutto pareva prossimo a incendiarsi nel vento
come una stoppia di maremma, a divampare in un attimo, a consumarsi in
un attimo, a disperdersi per la desolazione, fuoco nel fuoco, cenere su
la cenere.
E la notte era venuta.
Le forze inverisimili della vita avevano giocato un gioco di maschere
meraviglioso. Le passioni ebre di dolore di vendetta di bramosìa e
d'annientamento avevano sorriso negli occhi chiari. Soltanto le bocche,
le vive bocche troppo nude, avevano tradito a quando a quando la volontà
dissimulatrice: eran parse talora piagare i volti, muovere la suprema
contrattura d'uno spasimo in mezzo ai muscoli dominati.
Ed era alfine venuta la notte. Ciascuno ora si ritrovava solo con sé
stesso e col suo dèmone, nella stanza quieta, dinanzi al letto ignavo.
-- Parla piano, non far rumore, che la bimba non si svegli -- diceva
Isabella a Chiaretta che la svestiva.
Ella aveva disposto che la stanza di Lunella fosse attigua alla sua. E
l'uscio comune era aperto. Ma non giungeva di quel sonno alcun segno,
non s'udiva respiro. Tutto era silenzio nella villa murata. Per la
finestra aperta saliva l'odore dei gelsomini, l'odore delle tuberose,
l'umidore del grande vivaio. A quando a quando la ventarola gemeva sul
colmigno, per un soffio improvviso, e seguiva il gemito quel lungo
mugolìo che sempre ha il vento nella campagna di Volterra, come se si
generasse dai sepolcreti.
-- È la notte di San Lorenzo -- sussurrò Chiaretta, sfuggendole di tra le
dita l'uncinello, a un sobbalzo della signora.
Nel vano della finestra, una stella fatua aveva solcato l'azzurro d'un
solco abbagliante.
-- Faceva un bel pensiero?
Senza rispondere Isabella s'accostò al davanzale, seguitando la donna a
spogliarla. Guardò il cielo, ricevette il fresco su le sue braccia nude,
su le sue spalle, sul suo petto. Laggiù, di là dall'Era, su i Monti
Pisani, lampeggiava senza tuono. Nuvole come gramaglie lacere qua e là
velavano la Via Lattea. Una lacrima di fuoco bianco sgorgò e colò su la
faccia della notte; e poi un'altra, e un'altra ancóra. Il fiato notturno
dei gelsomini struggeva l'anima frale. Ignote forze si precipitavano
dall'alto sopra di lei come per predarla.
-- Sbrìgati: sono stanca -- disse.
Le ginocchia non la reggevano. Si volse; sedette dinanzi allo specchio e
diede nelle mani della cameriera le sue trecce strette come i torticci
dei marinai.
-- Lascia, un momento. M'è parso di udire un sospiro. Forse Lunella....
Ascoltò, inclinata verso l'uscio aperto. S'udì soltanto il ferro
stridere sul colmigno, e poi nulla più. Le mani silenziose la
pettinarono. La sua anima inquieta entrò in uno stato d'indefinito
ricordo. Le pareva che quella notte fosse incominciata chi sa quando;
chi sa quando, come in una favola confusa. I suoi capelli scorrevano,
scorrevano come un'acqua lenta, e con essi mille cose della sua vita
informi, oscure, labili, tra oblio e ritorno. E a un tratto, sopra quel
fluire, sembrava che le pareti si serrassero, massicce, minacciose,
inesorabili. E la realtà era in loro come il mattone, come il cemento.
Ed ella sentiva vivere nella casa le creature che soffrivano di lei, che
soffrivano per lei. Sentiva su sé tutta la casa pesante come una nube
d'angoscia. E si chiedeva: «Perché ho fatto questo?» E, mentre cercava
dentro di sé la risposta, tutto ancóra si difformava, si dissolveva,
fluiva. Il passaggio iterato del pettine nella massa dei suoi capelli
era come un incantesimo che da tempo durasse, che fosse per continuare
senza fine. Il suo viso in fondo allo specchio s'allontanava
s'allontanava senza lineamento, poi si ravvicinava ritornando dal fondo,
e non era più il suo viso.
Ella si levò, sbigottita.
-- Ho ancóra da annodare il nastro -- disse Chiaretta.
-- Non importa. Lascia così. Dammi la veste da camera. Puoi andare.
-- E domattina?
-- Chiamerò.
Rimasta sola, ella fu presa da un'agitazione così violenta che si
premette il pugno su la bocca per reprimere le grida. Temendo di far
rumore, camminava sul tappeto scalza, da un angolo all'altro della
grande stanza; e la sua ombra s'inalzava e s'allargava su le pareti.
S'arrestò, soffocata dal cuore, presso il limitare della stanza attigua.
E si chiedeva: «Perché ho fatto questo?» E dal suo male non le veniva la
risposta, ma un male ancora più sordo. Contenne l'ansito, fece un passo.
Vide il lettino bianco, e sul guanciale la macchia fosca della
capellatura. S'appressò, a poco a poco, temendo di svegliare la
sorellina col suo palpito. Alla luce fievole della lampada, la scorgeva
supina.
Si chinò a guardare la sua dolce dormente. Sussultò. Lunella aveva gli
occhi spalancati.
-- Piccola, non dormi?
-- Non ho sonno.
-- T'ho svegliata io?
-- No. Stavo così.
-- Da quando?
-- Ho sentito che tu hai detto a Chiaretta: «Parla piano».
-- Ma da quando sei sveglia?
-- Da sempre.
-- Non hai dormito punto?
-- Punto.
-- E perché?
-- Perché sono infelice.
-- Oh, no, no, no, piccola mia!
Ella la prese fra le sue braccia, la strinse contro il suo petto
lacerato. La gravità di quella voce infantile, che senza pianto
proferiva quella parola di donna, le diede un rimorso intollerabile. Ora
ella credeva d'esser pronta a ogni sacrificio, purché la sorellina
sorridesse.
-- No, piccola. Che hai detto? Perché sei infelice?
-- Perché tu sei tanto cattiva.
-- Cattiva?
-- Ah sì.
-- Che ho fatto?
-- Non vuoi più bene a Forbicicchia.
-- Sei la mia tenerezza.
-- E neppure a Morìccica.
-- Come puoi dirlo?
-- E neppure a Duccio. A nessuno più.
-- Come puoi dir questo? che ho fatto?
-- Nessuno lo sa.
-- Dio mio! Sono stata per qualche giorno lontana. Non volevi?
-- Certo, hai fatto una cosa brutta contro Vanina.
-- Io?
Ella avrebbe voluto volgere a riso e a gioco il corruccio puerile,
cacciarlo con le carezze e con le parolette; ma il cuore le tremava
profondamente sotto quello sguardo tanto severo, quasi torvo, in quel
viso di tristezza precoce. A ogni accusa, ella sentiva in sé un tonfo
sordo, come se le piombasse giù un gomitolo di sangue.
-- La fai piangere.
-- Come lo sai? Raccontami.
Stretta dall'angoscia, ella sollevò sul letto la sorellina, la pose a
sedere sul capezzale, contro la testiera. Qualcosa cadde sul pavimento.
-- È caduta Tiapa -- gridò Lunella sporgendosi, inquieta.
-- Eccola, eccola. Non è nulla, cara -- disse Isabella raccogliendo la
bambola, che aperse gli occhi.
La bimba la prese, la cullò un poco su le sue braccia, tastandole la
gambina sbilenca; poi la riadagiò al suo fianco, con infinita cautela,
come se omai al mondo non avesse altro bene. Ella comunicava una strana
vita a quella figuretta di porcellana, di legno e di cencio.
-- Raccontami. Vanina ha pianto?
-- Ah sì.
-- Davanti a te?
-- Sempre si nascondeva ma io lo sapevo. Però stamani....
-- Stamani? Racconta.
-- Stamani è venuta prima che Miss Imogen mi facesse il bagno. S'è seduta
accanto; ed era come quando mi racconta una novella, perché diceva:
«Forbicicchia, povera Forbicicchia, sai che ci mandano via? sai che non
possiamo più stare con Isa? Bisogna andare andare, prendere Tiapa e le
forbici e un foglio bianco e niente altro, e mettersi in cammino, e
andare coi nostri piedi, chi sa dove....» Era come una novella, e non
pareva che dovesse finire in pianto. Ma a un tratto m'ha serrata forte,
e ha gridato: «No, non posso, non posso. Ti porto via, ti porto via.» E
singhiozzava, e mi bagnava i capelli, la faccia....
L'affanno serrò la gola della creatura; e il tremito scoteva tutta la
sua gracilità penosa; e la pena nel suo tenue petto era come l'uragano
su la canna, come il torrente sul vimine. Una forza precoce di sogno e
di dolore giaceva in fondo a quel delicato e selvaggio essere, pronta
sempre a prorompere e a travolgere.
-- Isa, Isa, mandalo via, mandalo via! -- gridò gettandosi perdutamente al
collo della sorella e stringendola in una stretta convulsa che la
soffocava, come atterrita dall'apparizione subitanea d'un fantasma.
-- Chi? Chi?
-- L'uomo.
-- Chi?
-- Quello, quello che è venuto con te. Mandalo via!
Al primo urto, Isabella sgomenta aveva volto gli occhi per scorgere chi
fosse apparito, ché qualcosa d'imprevedibile era sempre imminente alla
sua inquietudine. Ma quel brivido d'incerto terrore, suscitatogli dal
grido e dall'atto, accompagnò l'imagine dell'amante evocata dalle altre
parole di Lunella. E l'ombra della sciagura le scese sul cuore in
tumulto.
-- Càlmati, piccola! Càlmati! Perché sei così agitata? Vana t'ha messo
nella testina qualche brutto pensiero?
La bimba scoteva la sua fosca foresta; e gli aneliti le rompevano il
petto.
-- Quello è un amico, un buon amico, che ti vuol bene.
Ostinata, la bimba scoteva la chioma intorno al suo viso indurito dal
rancore.
-- Anche tu gli vorrai bene se gli t'accosti, se non fuggi come oggi.
Ostinata la bimba diniegava, con la bocca gonfia di violenza.
-- Prendilo! Tienilo! -- proruppe, dislacciandosi dalla sorella,
respingendola. -- Mandaci via, manda via noi.
Si rivoltò bocconi sul letto, contratta, singhiozzando, col viso in
lacrime accanto a quello di Tiapa.
-- Ce n'andremo, ce n'andremo, laggiù, laggiù, chi sa dove, soli, coi
nostri piedi....
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