d'un tremito nuovo, d'un tremito che per la prima volta moveva l'essere umano. Non rotava egli entro l'ultimo cerchio toccato dal compagno nel volo? Gli tremò il cuore profondo. Abbandonò il timone d'altura. Le ali si librarono senza più salire. L'Ombra gli stette a viso a viso, gli respirò nel respiro, fu più viva di tutte le cose che vivevano nel combattuto silenzio, fu più viva del suo proprio dolore. «Non è questo il tuo punto? Ancóra tu volevi ascendere, ancóra più in alto volevi portare il fiore della tua ebrezza, quando il colpo tacito ti spezzò l'impeto e t'oscurò l'ardire. Non mi chiamasti? Non mi cercasti con gli occhi pel vuoto? Ecco, ora sono con te dove tu fosti solo». E il cuore gli tremò perché v'era nato il pensiero d'andare più oltre. «Tu vuoi? Tu vuoi?» Il desiderio eroico aveva assunto l'aspetto dell'Ombra, ed egli l'interrogava. E con una meravigliosa ansietà attendeva la risposta del suo desiderio larvato. E certo non avrebbe egli voluto andare più oltre se gli fosse riapparsa l'imagine del corpo disteso sul letto, del corpo rinchiuso tra le assi inchiodate; non avrebbe egli voluto strappar la vittoria al supino. Ma egli sentiva sopra sé la presenza raggiante, una immortalità incitatrice. «Tu vuoi?» E il cuore gli tremò perché dentro vi cresceva il pensiero d'andare più oltre. E, mentre egli rotava nel limite librandosi su le ali adeguate, scorse un fantasma celeste, una tenue larva lucente, una labile apparenza spettrale che si colorava di sangue, d'oro, di viola, «È il tuo segno?» E lo spettro s'incurvò, s'ingigantì, abbracciò lo spazio tra nube e nube, incoronò il nembo, arco di trionfo brillò di sette zone. Era l'Iride. E il superstite, portando su la cima del suo coraggio l'immortalità del dolore, salì di là dalla vittoria. LIBRO SECONDO -- O Lunella, mia Lunella, oggi di che ti sovviene? Che dài tu alla sorella che ti fa la cantilena? Che le dài per la sua pena? Qual de' sogni tuoi le porti, che ti nevicano dal cuore? Oh raccontami le tue storie con le forbici tue lucenti, fin che tu ti rammenti, fin che io non mi scordi! Lunella accompagnava col cenno del capo chiomoso la rimatrice improvvisa, mentre gli occhi cigliuti color di nocciòla le rimanevano serii e il sorriso le schiudeva appena appena la bella bocca imbronciata come quella di Antinoo. Aveva in mano un foglio di carta bianca, e dentro v'intagliava figure con un par di forbici sottili. Ella era seduta sul murello tondo che cerchiava il tronco del leccio patriarcale, nel giardino degli Inghirami; e Vana le stava da presso, inginocchiata su l'erba sparsa di piccole ghiande vaie, con lo sguardo fisso all'opera incantevole. Di là dal tetto del palagio, di là dai vecchi embrici chiazzati di gromma, sorgevano le torri fulve e bige di Volterra nell'ardore di luglio. I balestrucci a stormi tessevano e ritessevano l'azzurro tra il Duomo e la Rocca. -- Se tu mi canti ancóra, ti fo una gatta coi suoi gattini -- disse la bimba distaccando con la punta delle forbici la figura intagliata nella carta e lasciandola cadere nel grembo di Vana. -- Se no, smetto. -- O Lunella, o tirannella, aquiletta senz'artiglio, se tu sémini il bianco io raccoglierò il vermiglio. Se tu sei come il giglio, sarò come l'amaranto. Accompagnami il mio canto coi tuoi bianchi sogni lenti, coi tuoi torvi occhi assorti, fin che tu ti rammenti, fin che io non mi scordi! Così Vana giocava con la sua pena ritrosa e con la sua sorellina scontrosa, ginocchioni su l'erba, facendo balzare come le murielle dalla palma sul dorso della mano e dal dorso nella palma le piccole ghiande lucide sgusciate fuori delle lor cupole secche. Dalla punta delle forbici caddero intagliate in profilo le minuscole imagini con disegno così scaltro e così netto che parevano condotte non di memoria ma su l'ombra del vero. -- Oh, come sei brava! -- esclamò Vana prendendole fra le sue dita e ammirandole sul fondo dell'erba corta. La grazia dell'infanzia felina v'era colta in contorni e scorci d'un'arditezza e d'una giustezza degne di mano maestra, proprie a quei vecchi pittori dell'Estremo Oriente che con l'esile pennello volante traducevano su i lunghi rotoli di carta serica i più freschi movimenti della vita animale. -- Se tu mi canti ancóra, -- disse la salvatichetta ponendo la punta delle sue forbici magiche all'orlo d'una carta vergine -- ti fo la Chioccia d'oro coi suoi tredici pulcini, che è in fondo al Monte Voltraio ma nessuno l'ha mai veduta. Se no, più niente. -- Tirannella, tirannella, fammi un'ala per volare, ch'io m'involi da Volterra, dalle Balze fino al mare! Ma se l'ala non puoi fare, fammi un altro incantamento con le tue dita di fata, per la pallida contrada ch'io somigli ai dolci Morti, fin che tu ti rammenti, fin che io non mi scordi! L'artefice puerile ancóra seguiva l'assonanza col lieve cenno del capo, ma era tutta intenta alla chioccia del Monte Voltraio, un poco aggrottando gli occhi che Vana aveva chiamati torvi, serrando la bocca broncia, tutta nell'ombra della capelliera ch'era sciolta e folta come quella d'un angelo del Melozzo, violetta come un penzolo d'uva rinaldesca. Sopra lei stormiva il Leccione al maestrale del pomeriggio, movendo la fronda cupa su le nove braccia nodose e rugose che si protendevano dal tronco intégro. I nocchi, le giunture, le screpolature, le cicatrici delle potature e degli schianti, tutti i segni dell'alta età e della lunga guerra facevano venerando l'albero come lo stipite d'una gente indomita. Tanto pervicace era il suo vigore a traverso i secoli, che il suo fogliame appariva in rigoglio come quel d'un giovine lecceto maremmano sul cocuzzolo d'un poggio; ma la sua corteccia era ferrigna come il più vecchio masso etrusco esposto a settentrione e il suo aspetto civico faceva pensare che al suo pedano potesse arrotar le zanne solo il cinghiale del Popolo, sporgente su la mensola rozza dalla Torre del Podestà. -- Se tu mi canti ancóra.... -- riprese a dire Lunella. -- Ah, non più. -- Perché? -- Non so più. -- Perché? -- Non trovo più le mie rime sghembe. -- Perché? -- Perché me le beccano a volo i balestrucci. -- Non è vero. -- Ora lascia cantare il Leccione. Ascolta. Il vento, che investiva quella magnanima vecchiezza, era passato su le maligne piagge grige, su le crete gibbose e scagliose, su le immense biancane senz'ombra, su le rotte lacche, su le bolge discoscese, su tutta la desolazione della terra sterile che isolava la città murata, sotto il segno canicolare. Pareva che a quando a quando la polvere dell'alabastro funebre biancheggiasse in lui. Pareva ch'egli seco recasse l'alta malinconia del viaggio ultimo, dell'estremo congedo, quale effondono le figure delle urne raccolte negli ipogei. Vana rivedeva quel giovine cavaliere che cavalca agli Inferi tutto chiuso nel suo mantello, coperto dal lembo la bocca ammutolita, e il Genio alato gli è presso alle briglie, e incontro gli vengono i Mani. -- Isa quando ritorna? -- chiese malcontenta Lunella. -- Non so. -- Dov'è andata? -- Non me l'ha detto. -- Tu certo lo sai, Morìccica. -- Ti dico che non so. -- Quest'anno non ci conduce al mare? -- Sembra. -- Rimarremo qui tutta l'estate? -- Forse. -- Ma non sai nulla? -- Non so. -- S'è corrucciata con te. -- T'inganni. -- S'è fatta cattiva, molto cattiva. -- Credi? -- Ecco la chioccia di Monte Voltraio! E Lunella dalle dita di fata lasciò cadere nelle palme di Vana l'imaginetta compiuta: una falda di neve su l'ardore. Chi le aveva infuso quell'arte? Quale istinto misterioso guidava la punta delle sue forbici esatte su la linea di vita? Qual virtù di divinazione era in quegli occhi limpidi, che talvolta parevano tanto severi? quasi torvi talvolta, come gli occhi del divino Infante che a un tratto scorge l'ombra della Croce trastullandosi nella bottega del legnaiuolo di Nazaret. -- Oggi fai meraviglie -- disse Vana. -- Le metto nel libro. Aveva un libro di pagine nere ove disponeva quelle imagini bianche, un libro bianco e nero come la faccia del Battistero, come gli archetti di San Michele, come lo zoccolo di Sant'Agostino, come l'avorio e l'ebano della tastiera, come il suo cuor folle, come il giorno e la notte. Era tardi. Era sorta la luna logora dietro il Mastio mediceo. La magnolia, solitaria nel cortiletto inverdito di muschi, insaporava del suo profumo il silenzio notturno, possente di mollezza nella notte contro il grand'elce austero, tutta molle della sua cerea carne. Già nel palagio tacevano le opere dei servi. Già Volterra, muta come i suoi sepolcreti, dormiva respirando l'immensità dalle sue bocche di macigno. «Chi sa come gli usignuoli cantano, alla porta di Docciòla!» pensava Morìccica, presso il davanzale, svogliata di coricarsi, disperata di respirare, soffocata come se col respiro dovesse sollevare le mura della sua stanza. «Chi sa come cantano alla fonte di Mandringa, alla Badia!» Imaginò sotto la Badia le smisurate masse delle ombre per entro agli scheggioni delle Balze, il luccichio del filo d'acqua che sbava nel fondo della bolgia spaventosa, le biancane nell'albore lunare simili alla crosta d'un pianeta estinto. «Che farà laggiù Attinia, che non ho riveduta ancóra? Culla il suo bambino? Dorme in pace?» Si raffigurava la contadina battezzata nel nome della dolce martire, la placida custode della Badia diroccata; e s'incamminava in sogno per visitarla, passava per lo stretto sentiero battuto che divide il pratello come uno spartimento fatto col pettine; volgeva a sinistra giù per il ciglio erboso che declina sotto il muro ove s'affacciano gli elci schiantati e torti, rimasti nani sotto l'oppressura dei venti, simili ai mendicanti monchi e storpii che si pongono in fila allo svolto d'una via per l'elemosina; s'addossava al muro, e guardava la voragine; e vedeva tremare su l'orlo i tristi fiori gialli, cari all'umiltà di Santa Greciniana e di Santa Agatinia, delle due vergini sorelle in Cristo e in supplizio. L'agghiacciava il fàscino; ed ella rabbrividendo si ritraeva a tentoni lungo il muro scabro. «Com'è strano! Quei lecci monchi li ho dentro di me, quel muro lebbroso l'ho dentro di me. Lo toccavo or ora, sentivo il freddo della pietra. Ho sognato a occhi aperti? Chiudere gli occhi, intessere le mani dietro la schiena, inchinarsi un poco.... Dopo quanto i piccoli fiori udrebbero il tonfo sordo? Dopo un tempo infinito. Si cade, si cade per un'eternità, sino al cuore della terra.... Ah, se lo facessi!» Impeti di vendetta insorgevano all'improvviso dal fondo e disperdevano la ragione. Ella cercava un qualunque mezzo per dare una pena a quelli che la penavano; e voleva porre contro di loro la sua propria morte per separarli. «Non varrebbe, neppur questo varrebbe. Quanto è durato il lutto per l'amico indimenticabile! Non si sono essi cercati dopo cinque giorni, appena chiuso il sepolcro? Non dimenticano tutto, non calpestano tutto?» L'amarezza le torceva l'anima. E, come udì giungere dalla Rocca il suono fioco della campana che tien dèste le sentinelle sul cammino di ronda, eguagliò la sua sorte a quella dei reclusi. Non era anch'ella una trista prigioniera? Non era una ignobile schiavitù anche la sua? Condannati all'ozio invece che al lavoro, ella e Aldo e Lunella in quella casa estranea non erano come in un ergastolo addolcito? Dopo la morte della madre, dopo che il loro padre Curzio Lunati era passato in seconde nozze con la concubina, la sorella maggiore rimasta vedova di Marcello Inghirami ed unica erede d'una larga fortuna li aveva raccolti tutt'e tre dal disagio e sottratti all'umiliazione del nuovo giogo familiare. Ridotti quasi in povertà dalla turpe dissipatezza paterna, ora non vivevano se non di lei e senza angustia vivevano ma in una specie di sottomissione larvata ché ogni atto libero e ogni libera parola potevan sembrare un disconoscimento del benefizio, provocarne e il raffaccio e il peso. Nessuno di loro aveva altra risorsa, altro rifugio. Tutt'e tre eran legati alla vita della sorella, ai suoi casi, alle sue sorti. Ovunque e sempre ella li ospitava e li provvedeva; ma se taluno di loro avesse voluto distaccarsene, avrebbe dovuto discendere nella strada spietata o tentare di battere alla porta odiosa col dubbio di non vederla aprire. Ora una minaccia soprastava ardente; e bisognava aspettarla senza scampo, come quei forzati all'ombra del Mastio, costretti di bruciare nella galera se invasa dal fuoco. «Intessere le mani dietro la schiena come quando canto in piedi al pianoforte, chiudere gli occhi, inchinare la persona, cadere cadere all'infinito come quando sogno dormendo a sinistra sopra il cuore.... Domattina voglio andare alla Badia, a rivedere Attinia, a rivedere anche il mio muro; voglio cogliere sul margine i fiori gialli, le céppite, come li chiama la Volterrana. Le rose di Madura, le céppite delle Balze! Non io le porterò questa volta; le porterà un'altra messaggera....» Cantando lontano un assiolo -- dove? su le mura della Rocca vecchia? più lontano, laggiù, verso la Porta all'Arco? -- Vana stava per rompere in pianto, contro il davanzale; quando udì qualcuno battere all'uscio della stanza. Sobbalzò. -- Chi è? -- Sono io, Morìccica. Sei già a letto? -- Non ancóra. -- Posso entrare? -- Entra, Aldo. Era il fratello. Entrò come uno spirito, senza rumore. Aveva già il suo vestito da notte, di seta leggera, e i piedi nudi nei sandali di sparto. Esalava l'odore della sigaretta oppiata e dell'abluzione recente. -- Anche tu non hai sonno. Che facevi, Morìccica? -- Nulla. Stavo alla finestra. -- Non ho voglia di andare a letto. Ho ancóra voglia di musica. -- Ancóra? -- Come hai cantato oggi! -- Bene? -- Non come un bene ma come un male. Non posso guarirne. Egli si gettò sopra un piccolo divano basso ch'era accanto a una tavola ingombra di libri. La sua mano pallida e nervosa ne prese qualcuno, poi lo lasciò. -- Ogni nota aveva il valore d'un grido nel silenzio. Certe volte, quando tu canti, mi fai rammentare di quella sera che cadesti, all'Alberigna, e ti rompesti il braccio. Eravamo bambini. Te ne ricordi? Per tutta la strada non facesti che gridare in tal maniera che, con quel petto di cardellino, pareva tu riempissi del tuo spavento il mondo. Ogni grido pareva l'ultimo, e non era. Certe volte, ora, canti così. Ella tentò di ridere. -- Un vero strazio, povero Aldo! E pensare che io m'illudevo d'avere appreso un poco d'arte! -- Non mostrare di frantendere. Tu hai capito quel che volevo dire. Hai cantato quel tremendo -Vom Tode- di Beethoven come se, abbandonando la carne, tu dicessi le novissime parole all'anima tua e a tutte le anime in ascolto. La tua voce era sopra un abisso. Stavo pensando a quel che potrebbe essere il -Säume nicht, denn Eins ist Noth- se tu lo cantassi sul ciglione delle Balze in una notte stellata. Chi sa chi ti risponderebbe di giù! Ella si sedette su una sedia, accanto alla tavola; poggiò ambo i gomiti, e tra le dita congiunte e inflesse mostrò il suo viso più misterioso di quelle urne etrusche che hanno le due mani rituali all'estremità del coperchio fastigiato. Anch'ella era piena di cenere e di ori funebri. -- Forse io stessa a me. Il fratello la guardò fisamente, con quell'amore della bellezza patetica, che tanto gli rendeva profondi i giovani occhi. Egli immerse il suo male in quella disperazione ammirabile. E lo assalì un bisogno imperioso di scoprire la piaga nascosta, di toccarla, di farla sanguinare e di macchiarsene. Ma troppo gli tremava il cuore. -- Che viso hai fatto, Morìccica! -- disse, dandole quel nomignolo di selvatico sapore ch'egli aveva inventato per vezzo. -- Non eri ancóra compiuta. C'è qualcuno che ci scolpisce da dentro. Colui in questi giorni ha dato gli ultimi colpi alla tua figura. Tu mi commuovi ogni volta che ti guardo. Egli aveva un accento caldo e pieno che dissimulava il tremito ma non così che non si rivelasse in qualche sillaba; e quell'ardita inspezione che dava una novità impreveduta alla sua cotidiana domestichezza. -- Non mi turbare, Aldo. Sono senza difesa -- disse ella abbassando le palpebre come per nascondere tutto il volto sotto l'ombra dei cigli. Egli distolse lo sguardo. -- Quanti libri su la tua tavola, confusi! C'è un dolore che ammucchia intorno a sé i libri come lo strame per giacervi. Lo conosco. Egli toccava i libri, li alzava, li mutava di posto, li ordinava, li tralasciava; ma quel movimento visibile rispondeva al sentimento di colui che voglia afferrare qualcosa di difficile presa e la volti e la rivolti e la tenti da ogni parte e studii il modo utile. -- Oh, il più infiammato libro d'amore! Le poesie spirituali di Jacopone. Dove hai preso questo? Con un gesto involontario ella allungò la mano e la sovrappose alla vecchia pergamena gualcita che legava il volume del Pazzo di Cristo. -- L'ho trovato nella biblioteca d'Isabella. -- Lasciami vedere. -- No, Aldo. -- Perché? -- Non so: perché sono sciocca. Ella tentava ancóra di ridere; e rideva come se potesse il suo riso essere un soffio fresco che le spegnesse su la faccia la vampa del rossore. -- Quando Messer Jaco accorse a disseppellire la sua donna dalle rovine del solaio crollato nel festino e la cavò mezza morta, voleva dislacciarla; ma quella, con le poche forze che le rimanevano, resistette finché spirò. Allora, aperta la vesta, le fu ritrovato il cilicio segreto alle carni. -- Resisto per il cilicio? -- Non so. -- Ho per questo libro una predilezione di cantatrice. Nessun poeta canta a tutta gola come questo frate minore. Se è pazzo, è pazzo come l'allodola. Egli le carezzava la mano, che cedette. Aveva ora un viso velato di dolcezza; ma i sobbalzi del cuore lo soffocavano, mentre egli dislacciava i legàccioli di sovatto che serravano il volume dal taglio rossastro ove qua e là l'oro finiva di morire. Le ruote e le aquile degli Inghirami erano impresse nella cartapecora, e v'era questo distico: -Dal folle sapientia- -E da la spina, rosa.- -- Ci vedrai nelle pagine tanti trifogli a quattro foglie -- diceva Morìccica con quella modulazione di flauto ch'ella aveva quando ridiveniva la fanciulla docile e incantevole. -- Ne ho trovati nel campo della Piscina, quasi ogni giorno, con Lunella. Quegli altri segni sono di ricordi musicali. C'è una strofa che si potrebbe cantare su la melodia di Hugo Wolf per le parole di Fortunato -Iesu benigne A cuius igne-.... Ella s'affrettava s'affrettava a parlare, col sentimento medesimo di chi batta forte le palpebre per dissipare un'allucinazione che si formi. Le pareva che un fantasma inoppugnabile stesse per sorgere da quel libro appena aperto. S'era alzata; e china strisciava intorno alla tavola, s'appressava al fratello, aveva già la sua gota presso la gota di lui. E l'una e l'altro avevano nell'orecchio lo stesso romore di tumulto. -- Questo l'hai trovato oggi stesso. -- Sì. Era un grande trifoglio della buona sorte, ancor fresco, che copriva la prima strofa della prima satira. -Udite nova pazzia- -Che mi viene in fantasia.- -Viemmi voglia d'esser morto...- -- Morìccica, Morìccica, -- disse Aldo posando il libro e prendendo la sorella fra le sue braccia -- pensi molto alla morte? -- Oh no! -- Oggi l'hai veduta da per tutto. -- L'ho veduta cantando. -- Era bella. -- Sì, era bella. -- Due cose belle ha il mondo. -- Due cose belle. -- E una sola importa. -- -Eins ist Noth.- -- Io so quale. -- Anch'io so. Ella aveva socchiuso gli occhi ma vedeva per la lunga fenditura il bellissimo viso dell'adolescente inebriato di dolore. E dall'una giovinezza s'apprendeva all'altra il fascino del Buio, e ciascuna sentiva ingigantirsi la sua infelicità non confessata; e li accomunava entrambi il contagio letale; e la melodia ammonitrice li cerchiava del suo cerchio elastico come la pulsazione delle loro tempie. E intorno, presso e lontano, sentivano essi quel medesimo orrore che avevan sentito nella ruina irremeabile della Reggia estense quando s'erano stretti senza parlare e senza guardarsi; ché gli stessi fati facevano terribile la notte della Città di vento e di macigno sospesa su la sua bolgia tra le mura della Rocca piene di colpa e le case di San Girolamo piene di demenza. -- Ma dimmi che non andrai sola. -- Tu vuoi venire con me? -- Giurami che me lo dirai. -- Vuoi venire con me? -- Giurami, Vana. -- Soffri molto? -- Sì. -- Da non poter più resistere? -- Sì. -- E di che, Aldo? Parlavano sommessi, smorti, come due feriti nella stessa barella i quali s'interroghino a vicenda sul loro patire mescolando il nero sangue che cola dalle ferite ch'essi non sanno. -- Di che? -- ripeté Vana con la voce strozzata da una commozione nuova, che le prendeva, le infime radici dell'essere e tuttavia non si rivelava alla sua coscienza. Egli allentò le braccia, le lasciò cadere; si distaccò da lei, si ritrasse, con uno sgomento che gli mozzava il respiro. E si guardò intorno come per accertarsi che la cosa mostruosa non era uscita da lui; perché egli l'aveva sentita a un tratto esternata, vivente, palpitante, con un fiato, con un calore, con un odore. -- Di che? -- ripeté Vana per la terza volta. -- Ah, non dimandare. Non ti vale sapere di me. Ma tu? ma tu? Schermendosi, egli l'assaliva. -- Ti confidi a questo libro, non al tuo fratello. Egli riaperse il libro del Pazzo di Cristo. -- Li cogli sotto i cipressi i tuoi trifogli di fortuna? Eccone un altro. Che dice il cantico quinto? Ella lo guardava sbigottita, a quella improvvisa violenza. Egli lesse: -O Amore muto,- -Che non vuoi parlare,- -Che non sie conosciuto.- Le parole ch'era per dire gli scottavano le labbra. Le doveva dire, non poteva trattenerle. Una specie di delirio era entrato in lui, una strana voglia di tormento. I colpi profondi del cuore precedevano le sillabe. -- Isabella è con Paolo Tarsis. Non è vero? Crudamente i due nomi erano congiunti, i due amanti erano commisti. Una materia umana era presa là, con i due pugni, e posta innanzi; e bisognava mirarla. Una visione inevitabile era alzata in mezzo alla notte, una visione di voluttà in mezzo all'odore della notte. -- Aldo, perché dici questo a me, in questo modo? -- balbettò la creatura smorta, come se il fratello a un tratto l'avesse percossa. -- Non merito che tu mi risparmii? -- V'è qualcosa di meglio da risparmiare in te, che non il tuo candore o il tuo rossore, Vana. Vuoi che viviamo nella dissimulazione perpetua? Vuoi che viviamo qui, ciascuno nella sua cella ferrata, come i nostri vicini dell'Ergastolo? -- Perché domandi a me, se sai? -- Sento la tempesta fra te e l'altra. Prima del commiato palese, che vi diceste, là, nella stanza di Andronica? Passavo dinanzi alla porta, e udii le vostre voci nemiche. -- T'ingannasti. -- A me fu mentito. A te fu detta la verità? -- Perché mi torturi? -- Tarsis l'aspettava a Cècina. -- Ah, taci! Non è meglio che io ignori tutto questo? Aldo, perché mi torturi? -- Vuoi ignorarlo! Ma non ne muori? Ella si gettò contro il fratello selvaggiamente; nascose la faccia nel petto di lui, udì il battito terribile. Ambedue ansavano come se avessero lottato. Il vento notturno gonfiava le tende della finestra, entrava nella stanza, prendeva le loro anime dalle cento pupille e le portava lontano; le trascinava laggiù, nel luogo ignoto, perché vedessero, perché guardassero. -- Te l'ha tolto? -- chiese egli, senza ritegno, con la gola disseccata. Erano come due fanciulli, tremavano come due fanciulli smarriti; eppure pareva che la vita feroce imperversasse entro di loro sommovendo una fosca esperienza accumulata. Parevano entrambi già pieni del male umano. L'adolescente aveva le parole che pesano e che stroncano, già pieno di amarezza e di perdizione; e il suo terrore sembrava audacia, e il suo furore sembrava possanza, e il suo dolore sembrava bontà. -- Non ci furono giorni in cui tu lo credesti tuo? Ella era curva, annodata in sé stessa. -- Non era nato un sogno in te? Ella vedeva sé inchiodata allo stipite della porta nella stanza del Labirinto. -- Avevi udito una parola d'amore? Ella sentiva su sé la macchia del sangue voluttuoso. -- Speravi; è vero? Speravi. Ella sentiva su sé le lagrime della veglia fùnebre. -- Te l'ha tolto Ella si sentiva pronta a balzare, armata d'artigli. -- Leva il viso. Guardami. Parla. Non avere onta. Ella gli rispondeva senza parole: «Parlami tu ancóra, parlami di lui. Muovimi il coltello nella piaga. Tormentami. Vuoi che io la odii? La odio. Vuoi che t'aiuti a odiarla?» Egli le si chinò fin su i capelli, abbassò ancor più la voce. -- Credi ch'io non sappia che quella notte andasti su la brughiera, sola? Ella sussultò, ma non levò il capo. -- Non parli. Ah s'io potessi vendicarti! Una collera sorda lo strinse. «Perché dei due compagni la sorte ha abbattuto quello inoffensivo? Perché non ha spezzata la schiena all'altro?» L'imagine maschia lo urtò nel mezzo del petto come quando là, sul poggiuolo in vista della palude mantovana, egli aveva veduto tra i denti forti il filo di sangue. Risospinse la sorella, si levò; camminò per la stanza portando un viluppo enorme di mostri sul passo elastico dei suoi piedi nudi nei sandali di sparto. S'appressò al davanzale, si sporse, bevve la frescura, l'ombra violetta, il profumo della magnolia. Nella valle biancheggiavano le crete lunari come un'adunazione di mausolei; laggiù, perfidamente luccicava la Cécina serpigna; laggiù laggiù, fra Montescudaio e Guardistallo, il suol marino era una profondità eterea come la dimora dei Mani. Dov'erano gli amanti, nella notte d'estate? Sul mare? su una terrazza bianca ornata di oleandri? coricati nel bosco su un rosso letto d'aghi di pino? S'inebriavano di musica. Esaltavano la passione disperata nella vertigine sonora. Trascorsero i pomeriggi, le sere, le notti nei colloquii degli strumenti, nei soliloquii del canto, nei concerti a quattro mani, seduti dinanzi alla tastiera, col gomito presso il gomito, con la gota presso la gota, intenti alla duplice pagina, nel volgerla incontrandosi con le dita febrili, sentendola vivere d'una vita arida ed elettrica come quella carta lignea che nei giorni secchi uscendo tesa di sotto i cilindri delle cartiere scoppietta di scintille. La sala non era nel palagio edificato da Gherardo Silvani, ma nella parte vecchia, in quella delle bugne e delle bifore: vasta, parata di damasco, con alte portiere, con altissime tende, con una volta a botte ove il michelangiolesco Daniele da Volterra aveva dipinto una storia grandiosa dell'Antico Testamento. Un braccio piegato del Leccione giungeva a una delle finestre; e appariva pel vano il tronco titanico. Due soli quadri pendevano dalle pareti a riscontro, insigni: il ritratto di Fedra Inghirami, opera purpurea del Sanzio, e la Deposizione di quel Rosso fiorentino che il Vasari dice «bonissimo musico», «ricco d'animo e di grandezza». Il luogo era fatto pel grido lirico e per la meditazione appassionata. V'entrava la luce della foresta e del giardino. La massa cupa del lungo pianoforte orizontale vi riluceva polita come un'arca costrutta col marmo notturno della Palmària. Quando Aldo sollevava il coperchio, vedeva due mani esangui escire dal buio; ed erano le sue proprie mani riflesse dall'ebano come da un nero specchio. Vana gli stava al fianco alzata, per cantare, nella sua attitudine immutabile come quella d'una statua, con le dita intessute dietro il dorso, con il peso del corpo su la gamba destra, con la sinistra un poco innanzi, piegato lievemente il ginocchio, protratta oltre l'orlo della gonna la punta del piede mosso a quando a quando dall'urto ritmico. Ella gettava le grandi note rovesciando indietro il capo; e per un attimo i suoi lineamenti sembravano sparire come sotto una vampa che li cancellasse. Ella si consumava nel canto come se accendesse di sé un rogo per ogni canzone. Talvolta, quando terminava rimanendo fissa, pareva che nel silenzio musicale si formasse su la sua persona quella falda di cenere onde si coprono i tizzi tratti dal focolare. -- Ripetiamo ancóra questo! -- pregava Aldo, insaziato di gaudio e di strazio. Era il sospiro d'un'arietta, era il gorgheggio d'una di quelle antiche villanelle italiane che sembrano accompagnare il Cupìdo sbracato che danza su le serpi o la Grazia discinta che compone la ghirlanda con le mani trafitte. Era un arioso, era un lamento, una monodìa di Cristoforo Gluck, simile a una pura nudità dolorante nel suo proprio fulgore. Era una confessione improvvisa di Roberto Schumann in un rotto singhiozzo, in un grido irrevocabile, con una bocca severa, con uno sguardo forsennato. -- Non posso -- rispondeva ella talvolta. -- Ho dato tutto. Faceva qualche passo; andava verso la Deposizione, chiudendosi gli occhi con le palme. Li riapriva dinanzi al quadro, considerava la muta tragedia; poi si sedeva in disparte, senza distogliere lo sguardo. -- Ti sembra di crearlo ogni volta; è vero? -- le diceva il fratello. -- Nacque dalla musica; rinasce dalla musica. E forse tu sei quel giovinetto bruno come l'oliva, che regge lo scalèo con le sue due braccia nude e guarda la capellatura della Maddalena, attorta come un groppo di rettili decapitati. Senti come grida la Peccatrice? Senti come singhiozza il Prediletto? Veramente la rossa veste della donna prona alle ginocchia della Santa Madre era come il grido della passione ancor tumida di torbo sangue. Gli sbattimenti interrotti della luce sul mantello giallastro del Discepolo erano come i singhiozzi dell'anima percossa. Gli uomini su gli scalèi erano come presi nella violenza d'un vento fatale. La forza s'agitava nei loro muscoli come un'angoscia. In quel corpo, ch'eglino traevano giù dalla croce, pesava il prezzo del mondo. Invano Giuseppe d'Arimatea aveva comprata la sindone, invano Nicodemo aveva recata la miscela di mirra e d'aloe. Già il vento della Resurrezione soffiava intorno al legno sublime. Ma tutta l'ombra era in basso, tutta l'ombra sepolcrale era sopra una sola carne, era sopra la Madre oscurata, sopra il ventre che aveva portato il frutto di dolore. «La luce m'è sparita» aveva detto ella nell'antico lamento. Fra Maria di Cleopa e Salome, tra le due femmine ignare e caduche, ella era già come un lembo della notte eterna. -- Ricordi la ventesima delle variazioni beethoveniane sul tema del Diabelli dedicate ad Antonia Brentano? -- diceva Aldo, svegliando nella profondità della nera cassa quegli accordi in cui per una miracolosa trasfigurazione il tema primitivo è irriconoscibile. -- Non sembra armonizzata su quel fondo ove la croce le scale i corpi i singhiozzi le grida gli aneliti la luce non pènetrano? Ascolta; e guarda quell'azzurro opaco, sordo, eguale, senza raggio, senza nube, di là da cui spazia forse quella regione della vita ove «una sola cosa importa». Era Vana allora, che pregava: -- Da capo! Ricomincia! Annegavano nell'infinito i loro mali. La loro infelicità superava i duri lidi entro cui doveva agitarsi, e si placava dilatandosi su tutte le cose, confluendo nella doglia universa. -- Due cose belle ha il mondo -- diceva l'adolescente -- ma una terza è la loro divina sorella. -- Ah non dire due e una, non separarle! -- rispondeva la cantatrice. -- Sono due sole; e quella che ti sembra la terza non è se non la sostanza di cui le due sono fatte. -- È vero. Ma io pensavo alle tre Sirene dell'urna, sedute su gli scogli dinanzi alla nave d'Ulisse. Andarono a rivederle, lassù, nelle piccole sale rosse e nere del Museo. -- Guarda -- diceva l'adolescente pieno di sogni. -- Guarda. Tutt'e tre sonavano istrumenti, facevano concerto. Ma la prima ha perduto il suo doppio flauto, e soltanto lo spazio per la stretta è tra le due braccia in atto di tendersi. La terza forse toccava la lira; ed ora è senza lira e senza effigie, divenuta simile al suo scoglio, simile a un sasso scolpito di pieghe sterili. Fra l'una e l'altra è quella che soffia i suoi spiriti nelle sette canne di Pan disposte in forma d'ala d'uccello. Guardala: è intatta. -- Ma vedi? -- rispondeva la cantatrice. -- Due sono le ombre dietro di loro, due sole. Infatti sul campo liscio dell'alabastro le figure rilevate ponevano due sole ombre. Così essi dovunque con occhi intentissimi scoprivano indizii del lor proprio destino, imagini manifeste dei lor più segreti pensieri. -- Vana, credi tu che Ulisse sia legato all'albero? Ha le mani dietro il dosso, come tu suoli quando canti; ma un eroe non può essere legato come uno schiavo. Se in tutta la sua vita travagliosa egli ha inseguito quelle tentatrici per tutti i mari, come può temere di ascoltarle? Non ha vincoli: le mani incallite nelle opere e nelle lotte egli le cela per inutili, poiché vive d'una vita in cui l'azione non ha significato alcuno. Ora comprendo. Un istinto misterioso, quando tu canti, quando tu sali alla tua vita vera, ti compone nella medesima attitudine. -- Forse -- ella mormorò vedendo sé stessa intessere le mani dietro la schiena, chiudere gli occhi, inclinare la persona verso la voragine. E tralasciavano d'osservare su le urne i miti scolpiti di Tebe e di Troia per contemplare il viaggio agli Inferi, non più la nave del Laertiade ma quella dalla vela ammainata, ove s'imbarca colui che deve trapassare, e il commiato è senza lacrime. -- Che alto silenzio in così piccole stanze! -- diceva il fratello camminando con cautela sul pavimento di marmo a bande bianche e nere. -- Chi parte, non piange; chi resta, non piange. Si guardano fissi, con la mano nella mano; si accomiatano senza parole, presso il limite sepolcrale. E il testimone alato non è se non la divina Tristezza; perché la Tristezza è la musa etrusca, è quella che accompagnerà per le vie dell'esilio e dell'inferno un grande Etrusco colorato dalla bile atra. Non hai mai pensato che Dante ha ripreso l'arte dei dipintori di vasi e l'ha ingigantita col suo polso strapotente? Quasi tutta la prima cantica non è di figure rosse su fondo nero, di figure nere su fondo rosso? Taluni suoi versi non li vedi rilucere di quel nero metallico che hanno certi fìttili? E le sue Ombre non sono simili ai Vivi, come i Mani scolpiti in questi alabastri? I Mani, a piedi, a cavallo, venivano incontro ai viaggianti in carpento, in lettiga, in quadriga. I corsieri aggiogati ai carri chinavano il collo così che la criniera toccava la terra, come quella del Sauro d'Achille nel presagio di morte. Un giovine cavaliere cavalcava tutto avvolto nel mantello, con la bocca nascosta dal lembo, pel lungo cammino senza ritorno. -- Non è questa l'imagine mia? -- diceva l'adolescente, indugiandosi. -- Fra tutti i viaggi agli Inferi mi piace l'equestre. S'indugiavano presso l'urna, immoti nella loro visione, posseduti dallo stesso genio. E intorno, adagiate su i coperchi quadrilunghi, poggiate sul cubito manco, le figure obese dei defunti dal grosso labbro semiaperto erano in pace, con nella destra la patera, il flabello, le tavolette. Ma tutte quelle mani sinistre poste su i cuscini nell'attitudine immutabile, rozzamente tagliate, enormi talune, talune corrose, talune monche, davano a entrambi una vaga angoscia come se le sentissero premere su i loro cuori. -- Uno lo tentò prima di me: quel Volterrano che di notte spinse il suo cavallo sopra le Balze, alla Guerruccia; e il cavallo sul ciglione s'arrestò netto, rinculò, fece il voltafaccia; né gli speroni valsero a ricacciarlo innanzi, verso il baratro. Credi che Caracalla si rifiuterebbe? -- E Pergolese? -- Pergolese ha poco cuore. -- Ma quando il compagno gli fa la strada, non c'è caso che ricusi. -- C'è poco spazio alla Guerruccia per spingere a fondo un cavallo; e ora il terreno è solcato. -- In prossimità della Guardiola conosco una specie di varco nella muraglia, che somiglia a una maceria franata della Campagna romana. Ma i rottami del macigno nascondono il vuoto. Se la bestia è spinta con risolutezza come a un ostacolo comune, certo s'inganna e salta.... Parlavano a bassa voce, come nella notte del contagio, con una mutua eccitazione d'energia, lacerato il velo dei sogni, rimessa a nudo la bruciatura intollerabile. -- Andremo a esplorare, domani. Vuoi? -- Voglio. -- Prima ch'ella torni, sarà. -- Sì, prima che torni. -- Oggi è il decimo giorno. -- E non una parola! -- La credevi tu tanto feroce? Il giardino del Museo era dinanzi a loro, coi suoi cippi in forma di pigne, con le sue urne di tufo senza coperchio divenute nerastre come il basalte, coi suoi avanzi di calidario dai doccioni di terra cotta inverditi, con la sua pergola di pampini al sole trasparenti, con i rari suoi rosai che somigliavano i rosai del giardino mantovano, coi suoi gelsomini di Spagna che rendevano un odore folto come l'odore vaporato dei turìboli. -- Dove sono? dove sono? Gli amanti erano su la marina pisana, in una villa solitaria fra la pineta e la prateria salmastra. Una terrazza scialbata di calcina e lastricata di maiolica vi si sporgeva dal fianco verso il Tirreno, simile a quella sognata da Aldo nel Paradiso della principessa Estense, ove i sogni delle città brune e bionde colorano le lunette e presso Ulma che in arnese cavalca il Danubio azzurro è Algeri che porta un cipresso per piuma al suo turbante bianco. Ma così forte la batteva il sole che le ciocche nate al mattino su gli oleandri vi languivano già tinte di fulvo in sul mezzogiorno e riarse innanzi sera vi morivano. Soltanto lungo il muro maestro, dove s'apriva la porta, un tendaletto rigato come la gandura d'una Mzabita faceva ombra sul tappeto ricoperto di cuscini ove gli amanti passavano gran parte delle ore diurne e notturne accarezzandosi. -- Dove siamo? -- diceva Isabella respirando l'odore della salsedine e della resina con un respiro che sembrava arieggiarle tutto il corpo dalla gola al pollice del piede scalzo. -- A El-Bahadja? E quella è la bocca dell'Arrach? e quelle laggiù sono le montagne della Cabilia? e tutto quel turchino quel verde quel bianco è il Sahel? Guarda i cammelli che brucano l'erba salina su quella lama di sabbia! Erano i cammelli di San Rossore, che venivano dal Gombo su la spiaggia sottile ove l'onda dispone le alghe secondo la sua propria curva in guisa di mezze ghirlande. -- Ah, Paolo, bisogna che stasera tu salga fino al crocicchio di Si-Mohammed-el-Scheriff, sai?, dalla parte della Kasbah. Là, quasi dirimpetto alla fontana delle abluzioni, è il caffé moresco che frequenta il sonatore di flauto Amar. Bisogna che tu mi cerchi Amar e me lo conduca; perché stasera voglio danzare per te, Aini. Egli non guardava le spiagge né i boschi né le montagne; non sentiva l'odore della resina e della salsedine. Non poteva né volgere il capo né distogliere gli occhi; non poteva se non aspirare l'aria che vibrava intorno a quel corpo quasi nudo in una mussolina così leggera che dava imagine di certe garze chiamate dagli Indiani «acque correnti». -- Non puoi sbagliare. Alla porta della bottega c'è un usignuolo che canta, in una gabbia costrutta coi lunghi pungiglioni dell'istrice. Forse Amar è seduto sotto la gabbia, su la panchettina bassa. Lo riconoscerai. Quando faceva il suo digiuno, era un poco più pallido dell'ambra chiara e aveva un po' più di languore sotto le palpebre dipinte. Porta sempre un fiore dietro l'orecchio, che gli pende su la gota. Oggi avrà certo un fiore di melograno. È sempre vestito di colori delicatissimi, con una predilezione pel grigio di perla e pel roseo di pesco su i larghi pantaloni bianchi a mille pieghe immacolate. Ah come suona il suo flauto di canna quando è in vena! Anch'ella faceva musica con la sua voce e col suo ricordo; e faceva uno dei suoi incanti consueti a sé stessa e al suo amico. E, come il suo amico pareva intento a levigarle le gambe con le labbra, ella dalla pressione viva e perfino dal mutamento di calore e dai più lievi sussulti sentiva come il silenzioso fosse bruciato dalle parole. Per ciò le rendeva più ambigue. -- Gli Arabi dicono di lui: «Ha le labbra tanto dolci che saprebbe poppare le leonesse». Mentre suona, le sue braccia ondeggiano e tutto il suo corpo ondeggia come nel principio della danza. A poco a poco s'accende. Le sue palpebre dipinte si riempiono di passione e di voluttà. È l'emulo dell'usignuolo prigioniero nella gabbia d'aculei: grida e si spegne, gorgheggia e sospira, ha una gola di ruscello e un cuore di fiamma. Nessuno più fiata intorno. Le tazze restano piene e fumano. Sotto l'arco della porta le stelle sono così larghe che sembra si sieno appressate per ascoltarlo.... Ah, va, cercalo, e conducimelo, Aini! Danzerò per te. Egli aveva fermata la carezza sul fùsolo della gamba, senza più scorrere; ché il suo piacere s'avvelenava. Il suo amore era aizzato come la fiera nel serraglio, con la punta rovente. Il suo desiderio gli faceva male come se una malvagia droga glie lo eccitasse affocandogli le reni. Egli ora sentiva l'immensità dello spazio intorno, la purità del vento, l'incenso dei boschi salubri, tutta la forza dell'Estate; ed era come un uomo infermo su un inquieto guanciale i cui orli angusti gli limitavano il mondo. Egli posò il capo su le ginocchia distese della sua tormentatrice; e sorrise. L'odio insorto in lui diceva: «L'ora era deliziosa, l'ora del tuo breve sopore quando tu ti lasci addormentare dalla mia carezza cauta, quando fingi di non svegliarti se ardisco di più. Perché a un tratto mi scrolli? È vero, tu fai uno dei tuoi giuochi puerili, sogni uno dei tuoi sogni colorati. Ma conosco omai la tua arte. So come con l'angolo della bocca avveleni la parola che hai scelta. È come se una piccola bolla di saliva vi apparisca. Vuoi ch'io pensi che l'effeminato dalle palpebre dipinte una notte ti piacque? Vuoi ch'io imagini che lasciasti toccare senza disgusto dalle sue mani profumate di muschio questa pelle ch'io bacio? Vuoi ch'io mi precipiti sopra di te come sopra una meretrice a cui tutto fu lecito e nulla e ignoto?». Ma egli, come soleva, andò incontro al tormento. Disse, disinvolto: -- Quando fosti in Algeri? con chi? -- L'anno scorso, dal settembre al novembre, con Giacinta Cesi, con Maud Hamilton, con altri loro amici e miei, e con mio fratello, in comitiva. Come vorrei tornarci con te e abitare su un colle una casa bianca fra due giardini! I miei piedi sono d'avorio oggi. Vedi. Allora avevo preso l'abitudine di farmeli miniare con l'henné; e i calcagni arrossati dal minio somigliavano due mandarini. Poveri piedi tristi! -- Chi te li tingeva? -- Yasmina, la mia negretta, una creatura adorabile, che sempre rimpiango: svelta e pieghevole come un giunco marino, tutta riso, tutta un riso abbagliante che le fendeva sino a mezzo delle gote un volto funebre come quello di Proserpina. La mandavo sempre vestita di verde e di nero, acconciata all'egiziana, coi bottoni d'argento e di smalto sul corsetto sanguigno. Era di forme così vive che, quando camminava, anche sotto il largo futa i muscoli le si palesavano come sotto un lino 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000