del fuoco e del sangue nel giuoco eroico aveva esaltato anche le più
umili vite. Indelebile rimaneva nella memoria l'imagine del cadavere
avvolto nella fiamma rossa dei segnali e trasportato su la barella fra
il popolo taciturno, per la triste landa, sotto l'albore crepuscolare
inciso dal novilunio.
Ora su tutte le strade era l'inferno del fuoco e del ferro. I veicoli
fragorosi, furenti di rapidità contenuta, fatti d'ombra informe e di
splendore accecante, s'incalzavano, s'accalcavano. Fra gli scoppii e gli
sprazzi, gli squilli rauchi delle trombe e gli ululi lùgubri delle
sirene si rispondevano come le voci del pericolo e dell'allarme. Il fumo
e la polvere turbinavano in zone di luce violenta; un odore acre
avvelenava l'afa; le figure umane apparivano e sparivano come larve,
quasi perdute su i mostri ruinanti.
-- Ah, orribile, troppo orribile! -- lamentò Isabella Inghirami, tutta
chiusa nel mantello e nel velo, stringendosi addosso a Vana che batteva
i denti come nel ribrezzo della febbre. -- Non s'arriva mai. Aldo, passa
innanzi, passa, passa!
Un'impazienza irosa sibilava nelle sue parole. La sosta, nel fragore e
nell'orrore, pareva senza termine.
-- C'è il fosso a destra.
-- Non importa!
-- Ecco, si va.
La macchina avanzava per breve tratto, coi fanali contro il serbatoio di
quella precedente; poi s'arrestava, pulsando, sussultando. Le sirene
ulularono. Un cane latrò sul ciglio del fosso: colpiti dai raggi, gli
occhi gli sfavillarono d'un bagliore demoniaco, più verdi degli smeraldi
contro il sole.
-- Vana, batti i denti?
-- Ho freddo.
-- Tanto freddo?
-- Sì.
-- Hai forse un poco di febbre?
-- Non so.
Entrambe erano velate, e neppure intravedevano i loro volti. La sera di
giugno era umida ed elettrica. Lampeggiava, laggiù, verso il Garda. Vana
teneva su le ginocchia le rose della sua cintura, per preservarle. Tutto
era oltranza audacia e constrizione, dentro di lei.
-- Ti senti ancóra svenire?
-- No.
-- Farò sapere a Giacinta Cesi che non andremo a pranzo.
-- Sì. Ma tu puoi andare, forse.
Vana aveva già il suo proposito occulto.
-- Credi?
Entrambe, oscure l'una per l'altra, sentivano soffrire le loro voci come
si sente soffrire una mano bruciata, una caviglia distorta. Chiuse nella
dissimulazione, caute, si palpavano con le loro voci come con qualcosa
di dolente a cui ogni più lieve tocco sia un urto che l'offenda e
strazii. Dall'ora di Mantova, separate all'improvviso per uno di quei
piccoli fatti che sono come un colpo di cesoie in un filo teso, si
spiavano, si esploravano. Sotto le apparenze della loro vita comune
covavano i loro istinti di dolore, di menzogna e di lotta, l'una
facendosi forte della pazienza terribile ch'era in fondo alla sua furia
vitale, l'altra consumandosi negli eccessi nelle contraddizioni nei
languori della sua verginità sospesa fra tanta inconsapevolezza e tanto
conoscimento. Talvolta una bontà subitanea le ammolliva; e le assaliva
un bisogno quasi carnale di stringersi l'una contro l'altra, di
schiacciare fra l'uno e l'altro petto la pena inconfessata. Strette,
mute, rievocavano intorno alle loro anime il torpore delle loro culle,
il calore della protezione materna, lungamente immobili come il malato
che teme di risvegliare lo spasimo assopito; ma sentivano a poco a poco
nel silenzio riformarsi, con la materia stessa delle vene delle ossa dei
polmoni del cuore fusa in una massa cieca, riformarsi e dilatarsi quel
che le faceva soffrire e nascondere.
-- Ah, Vana, non battere i denti così!
-- Scusa. È un freddo nervoso. Non posso vincerlo.
Ella prese fra i denti il suo velo; e prese la sua ragione e la tenne
ferma, come si prende fra le mani il capo che duole e vacilla. Ma le
sfuggiva, pareva disgregarsi, decomporsi in imagini rilevate come le
cose reali e brutali. Ora rivedeva i denti di Giulio Cambiaso, i denti
minuti e candidi, il sorriso smarrito dell'uomo che non era più, il
movimento delle labbra nel proferire le parole del sogno: «Una rosa le
cadde giù pel suo panno azzurro, su le lastre che riflettevano i suoi
piedi nudi». Anche negli occhi che li aveva guardati c'era un poco di
morte; anche quello sguardo, che s'era piaciuto di quel sorriso, era
morto; quel freddo, ch'ella ora pativa, le veniva da quel cadavere, «È
la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede che sia leggero?
Forse pesa quanto un doppio destino. Lo porterò in alto, in alto....»
Non era egli stato ucciso da quella rosa? dalla rosa di Madura?
Ella sobbalzò sul sedile, in un violento sussulto.
-- Mio Dio! Che hai? che hai, Vana? Come ti sei sbigottita! Càlmati.
-- Abbi pazienza. Isabella. Mi calmerò. Non badare ai miei nervi scossi.
-- Mi fai troppa pena, povera povera Vanina!
Ora la semplice tenerezza parlava nella voce, senza cautela. La sorella
maggiore attirò a sé la minore, come per cullarla. Un arresto repentino
della macchina le scrollò, le gettò l'una contro l'altra. Vana s'accorse
che il braccio d'Isabella le girava intorno alla cintura. Il groppo
dentro le si sciolse per singhiozzi brevi e sordi. In quel punto ella
non sentì se non la sua disperazione e la sciagura sospesa nella notte
funesta. Singhiozzò pianamente, all'ombra della ghirlanda di rose
gialle.
-- Povera povera piccola!
E già quella compassione indefinita pesava al suo orgoglio selvaggio.
S'era appena allentato il nodo, e già si restringeva, si raddoppiava,
ridiveniva durissimo. «Mi compiangi? per quale cagione? Sai tu forse di
che io soffra? Non sai nulla, né quel che ho fatto né quel che farò. Mi
compiangi perché mi schiacci, perché mi vinci, perché m'impedisci di
vivere? Vedrai, vedrai».
Nell'inferno del ferro e del fuoco le sirene ululavano come per le sere
di nebbia in vicinanza dei porti irraggiati dai fari e appestati dal
lezzo delle sentine. L'acredine era irrespirabile.
-- Vana, Vana, coraggio! Siamo in città, finalmente! Ti veglierò, ti
addormenterò.
Le sirene tacevano. Squillavano le trombe. Una fanfara guerresca
traversava le vie ondeggianti di bandiere, folte di popolo. Un grido
sinistro s'iterava nel fragore: «La morte! La morte!» Da lungi, da
presso un altro grido rispondeva: «La vittoria! La vittoria!» Uomini
scapigliati, curvi da una banda come storpii pel cumulo di carta che
gravava il braccio, correvano a gara gridando il nome della vittima e il
nome del vittorioso, sventolando il foglio ancor umido d'inchiostro,
ignobili, sozzi di schiuma, fetidi di vino. Ma la torre della Pallata,
la Loggia, il Broletto, la Mirabella, i baluardi del Castello visconteo,
le vecchie pietre del Comune e della Signoria, ardevano di luminarie
nell'assalito cielo. E tutta la città prode, come al tempo dei Consoli e
dei Tiranni, era piena di fragore, di ardore, di morte e di vittoria.
-- Aldo, -- disse Isabella sommessamente, con una commozione grave nella
parola, dopo una lunga pausa occupata dal giro tormentoso della profonda
ruota a cui le vite segrete delle tre creature erano avvinte -- Aldo, tu
dovresti tornare a Montichiari stanotte, per vedere Paolo Tarsis, per
chiedergli se abbia bisogno di te....
-- Bisogno di me?
-- Per dirgli che siamo con lui, che siamo col suo dolore.
-- Credi che questo lo consolerebbe?
-- Non so se lo consolerebbe, ma mi sembra che tu debba fare questo
passo.
-- Che gli importa di me? che gli importa del mondo intero? Già tu m'hai
mandato una volta. Se tu lo avessi veduto, ora penseresti che è meglio
lasciarlo solo.
Un aspro affanno travagliava l'adolescente, una sorta d'invidia ascetica
verso la potenza di quel dolore, un'aspirazione tumultuosa verso
l'inaccessibile solitudine di quello spirito. Egli voleva tutto dalla
vita. Tutto era dovuto alla sua giovinezza dalla bella fronte. Ogni
spettacolo dell'altrui passione o dell'altrui piacere gli suscitava il
rancore come per un privilegio che gli fosse tolto. Egli soffriva di
ritrovarsi in quella vecchia stanza d'albergo ingombra di bauli, piena
dell'odore languido emanato dalle vesti femminili sparse per ovunque,
dai veli, dalle piume, dai guanti, dalle tante squisite cose vane;
mentre laggiù, nella brughiera selvaggia, sotto il nudo ricovero, un
vincitore vegliava il cadavere del suo compagno avvolto nel vessillo
della gara e disteso sul letto da campo, con un dolore magnanimo che
agguagliava quella tettoia d'abete e di ferro alla trabacca d'abete e di
paglia costrutta dai Mirmìdoni, ove portarono gli Achei la spoglia di
Patroclo Actòride.
-- Vuol esser solo. Ha congedato quelli che s'erano offerti di far la
veglia d'onore per turno. Ha dato ordini brevi ai suoi meccanici. Ha
fatto calare la barra. Quando io gli parlavo, mi guardava come se non
m'avesse mai conosciuto.
Né egli stesso l'aveva mai conosciuto. Né mai gli era apparso tanto
estraneo, tanto diverso, d'una razza tanto distante dalla sua, d'una
statura tanto più fiera. Né mai aveva egli mirato da presso un dolore
umano che somigliasse a quello, che ingrandisse così straordinariamente
un mortale, che fosse non un affetto palpitante ma qualcosa di fermo e
d'impenetrabile, una sorta di armatura senza fallo, una mole solida e
intera scolpita in effigie d'uomo.
-- Se m'accompagni, io vado -- disse repente la donna, guardando negli
occhi il fratello con uno spasimato ardire.
Il cuore di Vana balzò. Ella era distesa sul letto, supina, con le
palpebre socchiuse, con gli orecchi intenti; e lo sforzo dei suoi
pensieri sollevava pesi enormi che le ripiombavano sopra.
-- Sei pazza -- rispose Aldo con una pronta asprezza. -- Credi ch'egli
abbia bisogno di te?
-- E se io avessi bisogno di lui? -- disse Isabella con una voce sommessa
e pure imperiosa, ch'era come un colpo coperto.
Il fratello impallidì. Ella gittò un'occhiata al letto occupato dalla
forma bianca e immobile. L'amore turbinò dentro di lei, travolse tutto,
esasperato dall'impedimento, infiammato da una gelosia insana contro
quel grande dolore che usurpava il suo dominio. Perché Paolo non l'aveva
cercata? non aveva tentato di vederla almeno per un minuto? non le aveva
dato alcun segno? E perché egli aveva tenuta quasi nascosta
quell'amicizia, s'era sempre studiato di non parlare dell'amico e di non
mostrarlo, come per una diffidenza oscura, come per una precauzione
istintiva contro un pericolo o un maleficio? Quella gli era forse più
cara del suo amore? E l'amore era vinto dal lutto? forse offerto in
sacrifizio all'Ombra fraterna?
La voluttà e la crudeltà di Mantova le rifluirono nelle vene. Ed ella
riudì le parole ambigue da lei dette nella stanza delle tarsie, nella
cassa dorata del clavicembalo, quando Vana aveva chiesto il significato
del numero XXVII; riebbe sotto le pàlpebre lo sguardo che aveva imposto
la nuova attesa, consentito il termine memorabile.
«Domani, domani!» ella pensava sconvolta come se a un tratto, dopo aver
sì crudelmente indugiato, non volesse più attendere. «Potrei fargli
dimenticare il suo dolore? Conosce la mia bocca. Che farà egli? Partirà?
accompagnerà la salma del suo amico? non mi tornerà più? o quando?»
Ora ella lo amava con tutte le forze della sua vita, perdutamente; e
implorava dal suo amore una potenza senza limiti, una virtù d'incanti.
«Entraste, come chi apre una porta e comanda a un estraneo: -- Lascia
tutto e vieni con me. -- E non dubita dell'obbedienza». Le si
riaccendevano nella memoria le parole di Paolo dette su la via della
morte, dopo la corsa folle contro il carro carico di tronchi. E
raccontava al suo cuore divenuto puerile: «Ecco, ora vado al campo;
m'accosto alla sua tettoia; separo le cortine e sporgo il viso. Egli è
seduto accanto al letto funebre. Mi sente, mi guarda, si alza, cammina
come un sonnambulo, si lascia prendere per la mano, dimentica tutto,
viene con me, nella notte, nell'alba».
Il fratello non aveva risposto, non aveva più parlato. Facendo schermo
della mano agli occhi contro la luce delle lampade, di sotto la mano
guardava la sorella, considerava quel viso di delicata polpa che un
sentimento misterioso modulava come un'aria sempre eguale e sempre
diversa, quel viso d'anima e d'arte a cui un pensiero disegnava il mento
il sopracciglio la gota e un altro cancellava il disegno per rinnovarlo
con una curva più dolce, con un'ombra più eloquente, con un rilievo più
fiero. «Perché mi ferisci? Perché mi ardi?» Ora quello era il viso
stesso dell'amore, malato d'angoscia, simile a un fuoco che sotto la
pioggia svenga e non si spenga. Era il viso della passione e della
magìa, con quegli occhi socchiusi per attirar l'invisibile, di sopra e
di sotto vestiti dalle cupe viole delle palpebre che non velavano lo
sguardo, perché anch'esse guardavano come in certe imagini del Cristo
che, fisate lungamente, mutano l'ombra delle occhiaie in due pupille
indimenticabili. Era il viso della voluttà e della crudeltà, con quella
bocca atteggiata a mordere l'ambiguo dolore come uno di quei frutti
pallidi che l'innesto fa sanguigni. «Perché mi riapri la piaga?»
Egli già aveva attenuata di dubbii la subitanea divinazione del bacio
selvaggio; aveva persuaso a sé medesimo la possibilità d'essersi
ingannato; s'era acquetato nella continua vigilanza. Ed ecco, ella
confessava il suo amore, più con quel suo viso muto che con le inattese
parole; rompeva i ritegni; era pronta alla ventura. Gli ritornò
nell'anima il gemito che l'aveva accompagnato nelle ambagi della ruina.
«Addio! Addio!»
S'udiva a quando a quando lo squillo d'una tromba, il fragore d'una
ferrea corsa a traverso la notte, un fischio di richiamo, uno scoppio di
voci violente. La città era insonne.
-- È viva la madre di Giulio Cambiaso? -- domandò Isabella, con molta
dolcezza, perché pesavano anche a lei le ultime sue parole. -- Aldo, non
sai?
-- Non so.
-- Se vive, chi le dirà la sua sciagura?
-- Uno strillone brutale, sotto la sua finestra, all'alba, nel
dormiveglia. Prima frantenderà il nome; poi l'anima sola, più desta
della povera carne, ascolterà. Non crederà di avere inteso; ascolterà
ancóra quella voce più lontana, che sarà rauca d'acquavite.
Nell'intervallo udrà cantare la rondine sotto la gronda, come negli
altri mattini. Senza sangue, senza respiro, vuota di tutto, nel buio
della stanza, con gli occhi sbarrati, vedrà lo spavento del giorno
entrare per le fessure....
-- Ah, perché imagini quest'orrore?
Vana si levò a sedere sul letto, palpitante.
-- Vana, t'abbiamo svegliata? T'eri assopita?
-- Sì -- rispose la piccola sorella, dopo un indugio, simulando la voce
assonnata.
-- Sognavi?
-- Sognavo.
-- Non vuoi coricarti?
Vana si lasciò ricadere sul letto come ripresa dal sonno invincibile.
-- Lasciami dormire così ancóra! -- mormorò con un profondo sospiro.
-- Anch'io muoio di stanchezza e di tristezza. Ora ti mando Chiara a
spogliarti.
-- Dopo, dopo. Tu prima....
Mormorava interrottamente come affievolendosi nel sonno. Già pareva
dormire quando Isabella si accostò al letto col suo passo lieve. Sentì
ella il profumo delle rose bionde che erano là presso a ravvivarsi in un
vaso d'acqua. Si chinò, toccò appena con le labbra i capelli
addormentati. Si ritrasse.
-- Va, ripòsati anche tu, Aldo -- disse teneramente al fratello,
porgendogli la gota. -- Anche tu hai l'aria d'essere molto stanco.
Egli fece l'atto di baciarla ma non la giunse.
-- Il broncio? -- disse ella con un sorriso penoso.
Egli, ch'era per uscire, si volse e senza sorridere prese la testa di
lei fra le sue mani, con un gesto appassionato; la inchinò per guardare
perdutamente il viso stesso dell'amore.
-- Aldo! -- chiamò ella con la voce rotta da un colpo sordo del cuore
appesantito, sentendo il gelo delle mani fraterne.
Egli la lasciò, uscì fuggendo. Ella si soffermò ad ascoltare il respiro
della sorella. In quel punto la strada taceva, ma s'udiva un fragore
lontano di carri. Imagini incoerenti si avvicendavano nel suo spirito e
l'allucinavano. Quella del suo amico le riapparve difforme come nella
spera convessa del fanale, col mostruoso torace decapitato, col pugno
gigantesco nel guanto rossastro. Ben era sveglia, ma l'incubo premeva la
sua stanchezza come s'ella gli soggiacesse supina. Una nera paura la
occupò: le forze fatali della notte si precipitavano sopra di lei come
per predarla. Verso quel triste letto d'albergo, ove tanti passeggeri
sconosciuti avevano lasciato il calore e l'impronta, ella portò il suo
corpo carico di mille anime. Quando sedette dinanzi allo specchio e
diede nelle mani della cameriera le sue trecce strette come i torticci
dei marinai, mirò attonita la sua bellezza che le parve
meravigliosamente maturata in quei pochi attimi all'ardore dei suoi
mali. Quando i capelli sciolti la copersero contendendole la vista di
quel volto troppo nudo, ebbe un senso di sollievo e di refrigerio come
sotto un tremolìo di rivi.
Rimasta sola, Vana aveva spalancato gli occhi. Ora ascoltava, spiava.
Tutti i pensieri tutti gli affetti cedevano al risveglio dell'istinto
profondo: ella più non era intesa al suo dolore ma al suo gioco scaltro,
all'esito del suo accorgimento. Il fatto d'esser già riuscita a eludere
l'attenzione della sorella le dava, pur nell'angoscia, una specie
d'allegrezza felina. L'astuzia le era agevole come il respiro, le
sviluppava in tutto l'essere una energia facile e pronta. Ella era
simile a una giovine fiera che, avendo penosamente valicato un terreno
aspro e ignoto, rientri nel suo dominio di caccia, nella sua giungla o
nella sua pampa natale. Sottilmente, provava in sé le inflessioni
ingannevoli delle parole ch'ella era per dire, le particolarità degli
atti ch'ella era per compiere. Si guardava da ogni errore.
Aspettò, coricata sul fianco, rivolta verso il vaso delle rose, ch'era
accanto al capezzale: «E se Isabella fosse ripresa dalla smania di
andare? se ora si preparasse ad andar sola, o accompagnata da
Chiaretta?» L'ansia rimescolò tutte le doglie. Ella cercò in sé un modo
di opporsi a questo evento. Le pareva che ad ogni costo ella non dovesse
desistere dal proposito; il quale omai le era divenuto come un
comandamento dell'anima, a cui le fosse necessario obbedire sotto pena
di un'oscura punizione. Bisognava che in quella notte ella si ritrovasse
alla presenza di colui che aveva sognato con lei l'ultimo sogno;
bisognava ch'ella deponesse ai piedi del cadavere il fascio di rose
ancor vivo ond'aveva tolta quella del più alto volo. La febbre delle sue
imaginazioni aveva mutato in un legame misterioso le vaghe possibilità
ondeggianti su quel colloquio tanto recente e già tanto remoto. Il suo
vóto funebre era come il vóto d'una fidanzata segreta. Ella aveva
sorriso di sé dicendo a sé stessa, nella tettoia piena di rombo: «Ora
parte, ora vola; la rosa si sfoglia; e tutto finisce, tutto è
dimenticato....» Ma il genio della morte aveva raccolto lo stelo della
rosa sfogliata; che nelle mani inviolabili era divenuto come un pegno
fedele. Ella non sorrideva più ma persuadeva a sé stessa: «Io sono la
fidanzata segreta d'un'Ombra». Solo il compagno superstite vegliava la
spoglia sanguinosa; ma una sola creatura -- dopo colui e dopo la madre --
aveva diritto alla visitazione estrema: quella che per portare un fiore
aveva fatto tanto cammino. E il segreto favoriva il fervore del suo
sentimento straordinario; ché ella aveva nascosto a tutti lo strano
incontro, lo strano colloquio, aveva giustificata con un pretesto la sua
scomparsa, aveva serbato il silenzio come sotto il suggello del giuro.
E, nel punto dell'orribile schianto, era entrata anch'ella nel buio, era
caduta giù senza conoscenza, aveva smarrita l'anima: l'anima aveva
seguito il suo fidanzato segreto fino al limitare della morte. Non era
forse vero, questo? non era vero? Udendo Isabella nominare la madre
lontana, udendo l'atroce racconto di Aldo, col più tenero suo strazio
aveva pensato: «Chi le dirà la sua sciagura, se non io? Chi potrà
piangere con lei, se non io? Ho raccolto le ultime parole, l'ultimo
sorriso, l'ultima dolcezza. Il suo compagno era già in alto, allo
sforzo. Il destino m'ha mandato a portargli un segno che io non sapevo,
ch'egli non sapeva. M'ha riconosciuta. E ci siamo ricordati! Poteva
esser dolce, quando voleva? Non so. La madre lo sa, che gli aveva fatto
quei piccoli denti di fanciullo. Ma forse egli è stato così dolce
soltanto con me, in quel momento che per lui e per me non era simile ad
alcun altro. Cominciavo a provare un tal bene che non sapevo andarmene,
come se mi sentissi le pastoie d'argento alle caviglie, quelle della
piccola Indiana di Madura. Egli sorrideva, pareva un poco ebro o
smarrito; e forse quella gentilezza non era ancor mai apparsa sul suo
viso.... Ah, chi saprà parlare alla madre, se non io?» E s'era ridistesa
col suo segreto.
Ora poteva un qualunque caso impedirle di sciogliere il vóto? «Andrò a
piedi, sola; ritroverò la via; mi proteggerà la mia disperata volontà di
giungere. E che dirò a colui che veglia?» Tutto fu tumulto entro di lei,
ancóra una volta.
Chiara entrò pianamente, s'accostò al letto.
-- Vuole che La spogli?
Vana aveva gli occhi chiusi, il viso affondato nel guanciale. Si smosse
con un sospiro lungo come un gemito.
-- Sono io, sono Chiara. Vuole che La spogli?
Vana parve lottare contro un sopore invincibile.
-- Ah, sei tu, Chiaretta? Isabella s'è già coricata? -- chiese con una
voce fioca di bimba sonnacchiosa.
-- Sì, signorina.
-- L'hai spogliata?
-- Ho fatto tutto. Sono qui per Lei.
Vana non parlò più. Parve ripiombata nel sonno. Come sentì su la nuca la
mano leggera della donna che cercava di sganciarle il collaretto,
mormorò lamentosa:
-- No, lascia. Sono troppo insonnita. Lasciami così ancóra. Mi spoglierò
da me. Va a letto.
-- Rimanga pure distesa. Cercherò di spogliarLa senza che si levi.
-- No, no. Lasciami, lasciami.
Ella s'agitò infastidita; si rivoltò; riaffondò il viso nel guanciale,
fiottando. Chiara obbedì. Poco dopo, si fece un gran silenzio. Un'ora
dalla mezza notte era già passata. Bisognava osare senza indugio:
bisognava escire dalla stanza, scendere a svegliar Filippo il meccanico,
dare l'ordine in modo da ottenere l'obbedienza, partire con la vettura
non dalla porta dell'albergo ma dalla rimessa. La più piccola
contrarietà della sorte poteva compromettere l'esito. «Isabella dorme?
Aldo è forse andato fuori. Non è rientrato ancora? Se l'incontrassi per
le scale! Mi crederebbe impazzita?» Il rischio eccitava la sua audacia
febrile.
Fu pronta, col cappello, col mantello, col velo. Prese la cintura
azzurra e la tagliò alle estremità con due colpi di forbici: ne fece un
nastro, l'avvolse intorno agli steli delle rose.
Paolo Tarsis vegliava senza lacrime la salma del suo compagno, nella
notte breve: rotto il più ricco ramo della sua stessa vita, distrutta la
più generosa parte di sé, menomata per lui la bellezza della guerra.
Egli non doveva più vedere in quegli occhi raddoppiarsi l'ardore del suo
sforzo, la sicurezza della sua fede, la celerità della sua risoluzione.
Egli non doveva più conoscere le due più candide gioie d'un cuore
virile: il chiaro silenzio nell'assalto concorde, il dolce orgoglio nel
proteggere il riposo del suo pari. Egli non vegliava più il sonno della
stanchezza, sotto la tenda cento volte piantata nel bivio del tradimento
e dell'eccidio; ma aspettava la diana per chiudere in quattro assi un
misero corpo, spezzato e dissanguato, una spoglia più lacera che s'egli
l'avesse ritolta ai becchi ingordi degli avvoltoi.
Non aveva pianto, non piangeva. Il grande dolore è come una congelazione
repentina di tutto l'essere: comunica allo spirito la durezza e la
trasparenza del più alto ghiacciaio, e lo rischiara di quel lume
adamantino che solo s'inarca sul picco inespugnabile. Egli era lucido e
libero come non mai. Nulla d'estraneo rimaneva in lui; non lo turbava
alcun desiderio. Stava nel mondo come una forza funesta. Considerava gli
atti da compiere sospesi su la sua volontà come decreti.
A quando a quando si levava per guardare il buio, per indagare il piano
verso la Colonna, là dove era stata infissa un'asta a segnare il punto
della caduta. Vedeva talvolta rilucere le sciabole sguainate dei quattro
cavalieri che custodivano la Vittoria. Era una notte umida ed elettrica.
Lampeggiava senza tuono, dietro il Monte Baldo. Passavano soffii come
aneliti; nuvole passavano come criniere in cui s'impigliassero stelle;
gocciole cadevano larghe e tiepide come al principio d'uno scroscio, poi
cessavano. Gli assioli cantavano su i pioppi. Un cane uggiolava in un
casale. Cigolava un baroccio su la strada maestra. Era come una notte
nota che ritornasse nel giro degli anni, di molto molto lontano.
Egli si volgeva; e rivedeva il cadavere composto sul letto da campo,
avvolto nella rascia rossa del guidone, con intorno al capo il drappo
nero accomodato a celare il taglio della tempia, la frattura
dell'occipite. Rivedeva quell'alta sembianza di asceta avventuriere,
quell'ottima struttura ligure prodotta da una stirpe di navigatori e di
statuali, fine come certi ritratti gentileschi di Antonio van Dyck che
splendono nell'ombra dei palazzi genovesi, soffusa d'un oro fumoso che
già s'infoscava intorno alle narici e alle palpebre, ancor più nobile e
più fiera sotto il drappo lugubre che dava imagine della berretta di
panno quadrilatera dalle gronde pendenti, simile a quella portata dal
Doria, insegna degli antichi almiranti.
Quattro ceri, del duomo di Montichiari, ardevano agli angoli del letto.
Curava le fiammelle un marinaio addetto al servizio dei segnali, un
siciliano di Siracusa, che aveva già servito sotto gli ordini di Giulio
Cambiaso in una torpediniera d'alto mare. Questi medesimo, alcune ore
innanzi, aveva issato su l'albero il disco bianco della vittoria.
-- Chi viene? -- si domandò Paolo Tarsis, udendo lo squillo della cornetta
e il rombo energico approssimarsi.
Dalla tettoia attigua, a traverso le cortine, gli giungevano i rumori
discreti d'un lavorìo cauto e diligente. A un tratto l'ombra d'un
artiere s'ingigantiva su la tela, levando un braccio smisurato fino alle
travi col gesto di chi schiaccia; poi si rimpiccioliva, scompariva. I
sibili della pialla, gli stridori della lima, i colpi del martello
s'attenuavano nella reverenza della morte.
-- Chi viene a quest'ora? Va e vedi, Cingria -- disse egli, aspro, udendo
la vettura fermarsi davanti ai cancelli.
Come il marinaio uscì, gli balenò sul rigore dell'animo il pensiero che
potesse a un tratto apparirgli Isabella. E non ebbe se non la volontà
rude di vietarle il varco, d'impedire ch'ella ponesse il piede nel luogo
funebre. E ripensò il commiato ch'egli aveva dato al compagno nel
riconoscere di lontano il passo ondeggiante della tentatrice; ripensò il
rinnovato saluto e l'indugio esitante e le parole non proferite e la
misteriosa tristezza.
-- Una persona velata domanda di Lei -- disse a bassa voce il marinaio
rientrando.
«Isabella?» Egli le si fece incontro, all'aperto. Travide nell'oscurità
una forma feminea. Il cuore gli si contrasse. Ma, come più si appressò,
nell'aria il suo sangue prima di lui sentì che non era quella. Chi era?
Forse una creatura ignota che recava all'eroe una testimonianza d'amore
e di pietà? una donna gentile che di nascosto veniva a implorare la
grazia di rivederlo? Lo toccò il profumo delle rose nell'ombra.
-- Sono Paolo Tarsis, eccomi -- egli le disse inchinandosi, con quella
strana voce da cui ogni calore s'era ritratto. -- Che posso fare,
signora?
-- Perdonarmi, perdonarmi. Sono io, sono Vana.
Soffocatamente aveva parlato ella, sollevando il velo di sopra la faccia
come di sopra a una piaga viva; ché la vita batteva in quel poco di
nudità come là dove il male imperversa.
-- Voi, qui, sola? e come? Che mai accade?
Con gli occhi abituati all'oscurità nella corsa notturna, ella lo
scorgeva sul fondo illuminato delle tende chiuse, lo vedeva bene; lo
divorava, si saziava di lui come se fosse giunta ad essergli vicina dopo
un'attesa interminabile. Tutto quel che era dietro, nella notte, ora le
pareva sogno confuso; s'esalava il fervore del vóto; la volontà, tesa
così terribilmente fino a quel punto, s'allentava, s'annientava. Ella
aveva un desiderio mortale di prendergli le mani e di baciargliele, e
poi di lasciar cadere a terra le rose e sé stessa perché egli passasse
sopra.
-- Vi dirò.... Lasciatemi respirare.
Alenava come se fosse venuta trascinandosi per la via.
Che cosa era per dirgli? Tante parole gli erano nate nell'anima, durante
la corsa, ed ella le aveva custodite per proferirle. Ma non le
ritrovava.
-- Come siete venuta qui, sola? Qualcuno è là, che v'ha accompagnata?
-- No, nessuno: Filippo.
-- Ma che accade mai? Parlate dunque.
-- Vi dirò, vi dirò.
Ella voleva dirgli: «Sono venuta perché non potevo più vivere un'ora
senz'aver guardato quel che il dolore è nella vostra faccia». Ella cercò
le altre parole, quelle del sogno dileguato, quelle che bisognava
ritrovare e proferire, quelle che i fiori tra le sue mani sapevano e
volevano.
Ella ebbe una voce sconosciuta, come quei flutti del fondo che portano
al lido le cose obliate della Sirena scomparsa.
-- Io sono la fidanzata segreta di colui che è là, dietro quelle cortine,
senza vita.
Paolo sentì una vena di gelo salire nel suo gelo. Credette che quella
fosse la voce della follìa; e lo sgomento e la pietà lo strinsero. Egli
si chinò a guardare più da presso il povero viso insensato. Tutta la
notte gli parve piena di sciagura.
-- Queste rose bisogna che io le deponga su i suoi piedi congiunti. Per
ciò sono venuta.
Lampeggiava senza tuono dietro il Monte Baldo.
-- Oggi le avevo alla mia cintura. Sono entrata là, mentre mia sorella
era con voi; sono entrata all'improvviso, non so perché, nel vento
dell'elica.
Passavano soffii come aneliti.
-- Parlavamo di voi, ed egli mi ha detto quel che l'indovino di Madura
aveva presagito: a entrambi la stessa morte.
Nuvole passavano come criniere in cui s'impigliassero stelle.
-- E poi s'è ricordato di me, s'è ricordato della giovine Indiana ch'era
presso il banco del mercante e che si volse verso voi due, mentre
comperava la ghirlanda di rose gialle.
Gocciole cadevano larghe e tiepide, come al principio d'uno scroscio.
-- Ha detto che quella mi somigliava. È vero? Ha chiuso gli occhi per
rivederla viva; li ha riaperti per rivederla più viva. Io ero dinanzi ai
suoi occhi. E m'ha detto che, quando quella si mosse, una rosa le cadde
giù pel suo panno azzurro. È vero?
Le gocciole cessavano.
-- E m'ha detto ch'egli si chinò lesto per raccoglierla ma non riuscì.
«Eccola» io gli ho gridato allora, spiccando una rosa dalla mia cintola
azzurra.
Gli assioli cantavano su i pioppi.
-- Ed egli l'ha presa e m'ha detto: «Veramente viene di Madura? Ha fatto
tanto cammino? È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede che
sia leggero? Forse pesa quanto un doppio destino. Lo porterò in alto in
alto».
Un cane uggiolava in un casale.
-- E poi l'orrore, e poi la morte orrenda! Quando voi l'avete preso nelle
vostre braccia, portava ancóra sul petto insanguinato la rosa di Madura,
la mia rosa? Ditemi, ditemi!
Ella ora sentiva d'avere attirata a sé l'anima di quell'uomo con
quell'incantamento, ella ora lo vedeva ansioso e attonito. Ed ecco, il
fervore che s'era esalato, si riaccendeva in lei; il sogno che s'era
dileguato, la rioccupava tutta; ché quel fervore e quel sogno la
avvicinavano al cuore solitario più che una parola d'amore, la vestivano
di fatalità, la rendevano misteriosa e potente.
-- Ditemi, Paolo!
-- Non so, non ho veduto; non era possibile.
Un tremito nuovo entrava nella rigidezza del suo dolore, e ignote figure
nascevano dalla sua superstizione e scomparivano pei cammini dove egli
aveva camminato col suo fratello e per quelli ov'egli doveva camminar
solo. E straordinarii disegni si componevano dentro di lui, senza
ch'egli vi consentisse; e poi si dissolvevano. E un presentimento
ondeggiava nel fondo e non prendeva forma; e pareva a lui che, se avesse
potuto fermarlo e interpretarlo, avrebbe avuto la chiave della sua
sorte. Qualcuno in lui ascoltava tutti i rumori e li seguiva fino
all'estremo fondo della vita. Gli assioli cantavano su i pioppi. Un cane
uggiolava in un casale. Cigolava un baroccio su la strada maestra. Era
come una notte nota che ritornasse nel giro degli anni, di molto molto
lontano.
-- Almeno lo stelo è ancóra là, forse -- disse la vergine oscura
sommessamente. -- Chi sa chi primo ha messo le mani sopra lui!
E fece un passo verso la cortina soffusa d'un chiarore vacillante.
-- Volete entrare? -- le chiese il trasognato.
Ella sollevò nelle sue mani il fascio delle rose.
Camminarono l'una a fianco dell'altro. Come furono sul limite e Paolo
fece l'atto di scostare i lembi, ella si strinse contro di lui con un
sussulto di terrore. Egli la sorresse e la sospinse. Entrarono.
Allora ella vide davanti a sé vacillare le quattro fiammelle funeree in
un'ombra vacua. La tettoia, ch'ella ricordava occupata dall'apertura
delle ali bianche, le sembrò d'una vastità spaventosa e sotterranea come
quella d'una catacomba. -- Dov'era il grande angelo abbagliante che si
dibatteva sotto le travi? -- Chiuse gli occhi, vacillò come le fiammelle,
abbandonata dalla forza, incapace di dominare il suo sgomento. E sentiva
le mani di Paolo che la reggevano; e desiderava di non più rinvenire ma
di perdersi in lui.
-- Vana! Vana!
Egli la scoteva lievemente, la chiamava a bassa voce. Ed ella nell'udire
il suo nome, proferito così da quel dolore, fu compresa d'una dolcezza
tanto divina che cominciò a piangere senza singhiozzi. Ed egli ebbe care
quelle lacrime silenziose che bagnavano la sua aridità come se il pianto
fosse pianto dentro di lui. E da una lontananza infinita gli tornarono
nel cuore antiche parole, ben note, d'un compagno allo spettro d'un
altro compagno: «Ma più da presso mi vieni, ché un poco, abbracciandoci
insieme l'uno con l'altro, possiamo godere del pianto di morte!»
Allora anch'ella amò d'un amore sublime l'esanime perché egli lo amava;
e lo guardò a traverso le lacrime, e lo vide composto in una bellezza
ch'ella non aveva veduto sul volto vivente, e lo ricevette nella
profondità della memoria per custodirlo; e fu vedova dell'Ombra.
La forza era venuta in lei; che non era quella di lei fuggita, non era
la sua ma delle mani che la sorreggevano, del cuore che le stava da
presso. Fece qualche passo, tese il fascio dei fiori, lo depose su i
piedi congiunti e avvolti nella fiamma rossa. Ella sentiva che ogni sua
lacrima, ogni suo gesto erano dolci al dolore virile, e che la sua
verginità la faceva degna d'accostarsi alla morte.
Disse, estinguendo lo spirito della voce:
-- Sento che lo stelo della prima rosa è ancora là, sul suo petto.
L'uomo cessò di sorreggerla; s'avanzò verso il fianco della salma;
esitò. Ella rimase in piedi, rigida, udendo i colpi del suo cuore sotto
le sue calcagna; e vedeva tra le labbra livide dell'esanime i denti
piccoli e puri di fanciullo. Come la mano del compagno si levò tremante,
ella lo guardò; e le parve che i due volti in quel punto avessero il
medesimo pallore. E la paura del presagio la prese così forte ch'ella
appena contenne l'impeto cieco di gettarsi sopra il superstite per
trattenerlo con le sue braccia all'orlo dell'abisso. Udì sibilare la
pialla, stridere la lima, battere il martello, con un'attenuazione di
sogno, dietro la cortina stessa ch'ella aveva varcato nel vento
dell'elica.
La mano tremante scostò con infinita cautela il lembo del drappo che
copriva il petto immobile; trovò lo stelo e il calice sfogliato.
Allora tutto divenne misterioso come un rito. Vana cadde in ginocchio,
con la fronte contro il ferro del letto mortuario. La sua preghiera era
per il suo dio; ma la sua imaginazione poneva dietro le sue spalle,
laggiù, nell'angolo buio, dove biancheggiavano i rottami funesti, i due
idoli enormi di pietra sepolti sotto le offerte e l'indovino dalla testa
rasa che masticava le foglie di betel. Sinistri le giungevano i rumori
dell'opera invisibile, a traverso la cortina rischiarata su cui passava
a quando a quando l'ombra gigantesca d'un gesto ripetuto. Ella pensò che
i costruttori d'ali costruissero coi medesimi arnesi la cassa pel
cadavere. A un colpo più forte, sobbalzò, si levò.
-- Che fanno? -- chiese sbigottita, ravvicinandosi a Paolo ch'era assorto
nelle cose inesplicabili.
-- Riparano un'ala.
-- Quale?
-- La mia.
Poiché il marinaio s'era ritratto, le fiammelle dei torchi non vigilate
fumigavano e le gocciole della cera gocciolavano su le padelle dei
candelabri con un gemitìo sordo. L'aria si faceva più scura e più grave,
tra sbattimenti rossastri.
-- Perché la vostra?
-- L'ho rotta urtando col lato sinistro il terreno nella discesa troppo
rapida.
Egli trasse Vana verso la cortina, per il bisogno subitaneo d'un sorso
di luce. Ella bisbigliava, trepida.
-- Di qui mi sono intromessa, quando l'elica agitava la tela e la
polvere.
Si sporsero, in un barbaglio bianco. Una vita ardente ed esatta animava
la tettoia costellata dalle lampade elettriche. La grande Àrdea ferita
occupava tutto lo spazio. Gli artieri attendevano a riparare l'armatura
sostituendo le cèntine di frassino e i ferzi cuciti a sopraggitto.
Inserivano le verghe, tesavano i fili, imbullettavano i vivagni. Come la
remigante del rondone scorciata o rotta si racconcia e si raddrizza da
sé pel vigore elastico della sua stessa vita, così rapidamente l'ala
dell'uomo si ricostruiva per un prodigio di fervore operoso nella notte
breve.
-- E perché tanta febbre? Fanno la nottata perché? -- chiese Vana
guardando il vincitore doloroso con i suoi occhi inquieti e già
supplichevoli.
-- Per esser certi di riuscire in tempo, per esser pronti nella mattina.
S'erano rivolti insieme verso l'ombra squallida, verso le fiammelle
funeree, verso la vuota vastità ove biancheggiava a terra lo sfasciume
miserabile.
-- Perché? -- chiese ella con uno spavento che le stravolgeva tutta quella
povera faccia estenuata dalla passione e dalla stanchezza.
Gli occhi erano fisi in lui e nella risposta, con una intensità così
atroce che gli fendevano l'anima alle radici come già gli occhi aperti
del compagno ucciso; e, come per quelli, veniva alle sue mani l'atto
istintivo di chiuderli, di ricoprire con le palpebre e con le ciglia uno
sguardo che poteva essere eterno. Fece un gesto vago, ma non rispose
parola.
-- Perché? -- chiese ella ancóra, non creatura di carne ma spirito
d'angoscia disumanato, come distrutta dalla violenza del suo sentimento,
simile a quelle volute di sabbia sospese un istante su le spiagge
ventose.
Parlava con bassissima voce, là dove il silenzio era suggellato.
-- Non debbo io salire dov'egli è salito? rifare la sua via?
Così piano aveva parlato egli in altre notti di sosta, per non
risvegliarlo.
-- Ah, no, non farete questo! Vi supplico, vi supplico, per quel capo
spezzato, per quel viso senza sangue, per quelle labbra che non vi hanno
detto addio! Ah, giuratemi che non lo farete! Ascoltatemi! Io non son
nulla, non sono nulla per voi; ma la sorte ha voluto che io raccogliessi
l'ultimo suo sorriso, l'ultima sua dolcezza. Che questo mi valga, che
questo solo mi valga, non per esservi cara ma perché non vi sdegniate se
oso supplicarvi. Ascoltatemi! Ho l'orrore dentro di me.
L'orrore del presagio la riempiva di visioni e di grida; ma le grida
gridavano dentro di lei, e la sua voce non era se non un'ambascia appena
udibile. Tutta la riceveva egli nel profondo petto, la nascondeva quivi.
Le prese le mani, la trasse con lieve bontà verso l'aria aperta, verso
la notte già forse impallidita. Le parlava con l'accento persuasivo che
consola le pene puerili.
-- No, Vana, non bisogna sbigottirsi così. Nulla accade, nulla
accadrà.... Forse l'ala non sarà pronta, certo non sarà pronta.... Pace,
pace, piccola buona. Siete senza riposo. È l'ora di partire. Fra poco
albeggia. Come siete venuta? Qualcuno lo sa? vi aspetta?
Ella scoteva il capo, senza guardarlo; ché di sotto l'ambascia una
felicità sorgeva più difficile a portarsi che qualunque pena. Egli la
teneva per mano, la consolava, la chiamava «piccola buona»! Perché non
poteva ella nascere da quella parola, morire di quella parola? Perché
doveva tornare laggiù, rientrare di nascosto nell'orribile stanza,
trovare forse su la soglia quella ch'ella aveva elusa, ancóra lottare,
ancóra ingannare, ancóra vivere di fuoco e di veleno? «Ah, mio amore,
mio amore», diceva la sua felicità disperata «lasciatemi ancóra qui,
tenetemi con voi ancóra un poco, ancóra un poco! Ch'io resti qui
nell'ombra, nell'afa della cera e della morte, ch'io non vegga l'alba su
le colline, ch'io non mi separi da voi sotto l'ultime stelle, ch'io non
sappia che un altro giorno incomincia senza di voi, mio amore! Non ho
più forza, muoio di stanchezza. Lasciatemi qui, in un angolo, vicino a
quei rottami. Nessuno mi vedrà. Sarò come quegli stracci di tela,
quieta, senza respiro. Solo vi domando che mi ripetiate quella parola. E
metterò il braccio sotto il capo, e il braccio e il capo e tutta me
appoggerò su quella parola; e così chiuderò gli occhi chiari, che sono
chiari come i vostri; e mi addormenterò. E non mi sveglierò più, se voi
non mi svegliate, mio mio amore».
Prima di porre il piede fuor del luogo santo, prima ch'egli la
precedesse, ella si volse indietro a riguardare il rude letto da campo,
la pace scolpita nel viso altiero, il corpo rigido nella rascia
sanguigna, le rose posate su i piedi congiunti. E si chinò, e si fece il
segno della croce.
Ma, quando la tenda ricadde ed ella vide a un tratto la notte con tutte
le sue stelle tremolare sotto la prima onda argentina, la vena del
pianto si riaperse. Ella si soffermò nell'affanno. Le ginocchia le si
scioglievano, tutti i nodi in lei si disnodavano. Poiché il suo amore le
stava da presso, ella gli si piegò sul petto, senza singhiozzi
piangendo, quasi che l'intera sua vita si compisse in quell'atto, quasi
che quella vena dal fondo della sua culla scendesse a quella china. Ed
era come il rivo che fluisce sotto il macigno, senza farsi udire.
Paolo Tarsis aveva conosciuto le catene dei più ardui monti, i corsi
delle più vaste acque, e i deserti di sabbie i deserti di pietre i
deserti di sterpi; e l'ombra dei paesi ardenti che sembra nera e, quando
l'occhio vi penetra, è chiara come un'altra luce; e le più diverse
generazioni d'uomini su le più diverse vie con le loro some, con le loro
armi; e le razze intorpidite che vivono sonnecchiando addosso ai vecchi
muri, col mento su i ginocchi; e le dominatrici che vivono sempre in
piedi agitando il mondo con la frenesia della loro forza; e gli alti
fuochi vulcànii che creano i fiumi di ferro colante nelle città novelle,
e gli scarsi fuochi solitarii alimentati col fimo secco del bestiame; e
la polvere stupenda sollevata dai grandi movimenti umani, e le azioni
che dormono nei popoli come il feto rannicchiato nel conio materno.
Aveva veduto per ovunque nascere quelle strane figure di cui parla il
Mistico, quelle figure che si generano dagli eventi e dagli esseri sotto
la deità del Caso, misteriose come gli screzii nei marmi, i poliedri nei
cristalli, le stalattiti negli antri, i gruppi della limatura intorno al
magnete, i rapporti tra il numero degli stami e il numero dei petali nei
fiori.
Volontà militante, usa a maneggiare la materia e a possederla, egli
s'era anche avventurato in quei confini ov'essa par finire; e sapeva
quel che le labbra non possono esprimere, quel che gli occhi non possono
accennare. L'enigma delle Pause, inscritto nell'oro e nell'azzurro dello
scrigno estense, egli l'aveva letto su pareti di granito. Per ciò,
dispregiatore di tutte le abitudini, egli serbava quella del silenzio e
quella dell'attenzione.
Un giorno, nell'isola di Sulu, egli e il suo compagno erano a cavallo
con una torma di cavalieri americani. Ed ecco, di lontano videro
avanzarsi verso di loro un uomo vestito di bianco, che brandiva un lungo
coltello scintillante. Era uno di quei fanatici maomettani che gli
Spagnuoli chiamano -juramentados-, missionarii selvaggi che vengono a
traverso l'Asia partendosi dall'Arabia, dal Bokhara, dal Turkestan,
valicando tutta l'India a piedi e quindi il Malacca e quindi in piroghe
il mare fino all'isola di Borneo, invasati di passione feroce, ebri di
scongiurazione, non d'altro bramosi che di versare il sangue cristiano.
E colui s'avanzava per la gran piazza orrida di sole, incontro ai
cavalieri, col suo coltello in pugno, con in cuore la sua volontà di
uccidere. Una scarica di piombo lo investì. Non cadde, ma continuò ad
avanzare verso la vittima. E Paolo Tarsis vide che quelle pupille
inflessibili lo fisavano. Una palla colpì il demente nel cranio raso.
Prima di cadere egli scagliò il coltello contro il designato. Con atto
fulmineo due sproni entrarono nella pancia d'un cavallo che
s'intraversò, s'impennò, ricevette nel petto la lama acuta. Giulio
Cambiaso arcato in sella teneva la sua gota contro la criniera.
Ora, non nella memoria della mente ma in una memoria ben più profonda,
il superstite confondeva la testa rasa del pellegrino con quella
dell'indovino e, in un sentimento d'infinita lontananza, la fatalità del
coltello con quella della rosa. E tutto era comunione e legame, in un
luogo della sua vita inesplorato. E mistica nel supremo cerchio
dell'anima era l'eco di quella dimanda: «Ha fatto tanto cammino?»
L'atto ch'egli era per compiere al conspetto della folla era un atto di
silenzio, un atto religioso, comandato da una necessità interiore
ch'egli non indagava ma che nessuna forza di persuasione avrebbe potuto
abolire. Andava egli incontro al presagio? sfidava la morte? sperava
nella morte? Non v'era in lui né l'ansia del presentimento né
l'eccitazione della prodezza; sì v'era una pacata potenza di dolore e di
attesa come s'egli andasse a un alto colloquio desiderato dalla cara
Ombra fraterna. Egli sentiva in sé quello stupendo gelo che accompagna
la volontà di là dal limite noto, quando sembra che l'anima si muti in
un monte di rigido diamante e non lasci vivere sul suo culmine aguzzo se
non un solo pensiero aquilino.
Ma l'apparenza era semplice e netta, come un dovere soldatesco.
Inscritto nella gara, egli non si ritraeva. Resi gli onori funebri al
suo compagno, egli tornava sul campo. Compiuto il gioco, avrebbe nella
notte scortato la salma fino al Cimitero di Staglieno.
Quando l'Àrdea con l'ala ricostrutta escì dalla tettoia, la folla
ammutolì come il giorno innanzi: uno straordinario brivido la corse in
un attimo tutta quanta come un sol corpo vertebrato d'una sola spina.
Era un pomeriggio nemboso. La giovine Estate combatteva nel cielo come
un'Amazone maschia lanciando i suoi stalloni bianchi e leardi,
scagliando le sue saette d'argento e d'oro. Le nuvole si scomponevano e
si ricomponevano, si diradavano e s'incalzavano come nella zuffa le
torme della cavalleria peltata. All'improvviso una pioggia chiara e
sonora dardeggiava brevemente, tra sprazzi diritti di raggi. Il tuono
rimbombava cupo dietro una collina carica d'acqua plumbea. Uno squarcio
d'azzurro s'apriva come una tregua.
Bagnata dagli scrosci la Nike di bronzo su la svelta colonna era verde
come la fronda del lauro, glauca come la foglia dell'oleastro. Molte
corone pendevano intorno all'asta infissa nel terreno consacrato dal
corpo infranto dell'eroe icàrio; più altre, coprendo in giro l'erba che
aveva bevuto il buon sangue, formavano un'aiuola gloriosa.
L'elica rombò nel silenzio, come già quella funesta. Il volatore intese
l'orecchio all'unisono delle sette voci. Il tono era eguale e possente.
Rapita dalla veemenza l'Àrdea si levò nel nembo, piena di fato come
l'airone di cui portava il nome, sorto dal lutto della rocca in ruina.
Sùbito conquistò la solitudine, fu aerea nell'aria, lucida nella luce.
«Riconosco la sua via?» chiedeva a sé stesso il superstite credendo
sentire sparsa nello spazio la santità che gli s'adunava nel cuore.
«Riconosco il solco del suo fuoco?»
Non quando nelle sue mani intormentite dalla lunga fatica egli aveva
sollevato il capo del compagno già grave di grumi, non quando aveva
preso nelle sue braccia il corpo inerte sentendo le ossa cedere
orribilmente, non quando lo aveva avvolto nella ruvida porpora e
composto sul letto di guerra, né quando per tutta la notte aveva
contemplato in lui la bellezza abbattuta della sua propria vita, né
quando aveva ascoltato in sé stesso piangere il pianto della vergine
oscura, non mai non mai l'Ombra gli era stata presente come in
quell'ora. Egli la sentiva tra l'una e l'altra ala, simile a uno spirito
del vento, simile a un pilota invisibile che gli segnasse la rotta e gli
mostrasse l'altura.
Ma, quanto più egli saliva, quanto più egli lottava, tanto più gli si
rivelava quella presenza animosa, «Dove giungesti? dove fermasti il
volo? dove ti raggiunse il soffio mortale? ancóra più in alto? Tutto è
scomparso. La terra è una nuvola più opaca. È nostro il cielo». Vivido e
torbido come una gioventù impaziente era il cielo. Un riso indocile vi
correva, or sì or no, a scrosci, a sprazzi. Le righe della pioggia
v'eran tiepide come i raggi; gli sprazzi del sole v'eran freschi come la
pioggia, a volta a volta; i vapori vi si laceravano come gli orli delle
tuniche sotto i piedi che danzano. Il nembo danzava con proterva
allegrezza fra i tuoni. La nuvola immobile della terra era piena di
delirio, era piena d'un clamore che non s'udiva nel cielo. La potenza
eroica crosciava su la moltitudine remota come un nembo mille volte più
forte. Non la Nike soltanto ma tutta la gloria della stirpe era alzata
su la colonna di Roma. Ché le miriadi delle pupille avevano veduto anche
una volta su l'albero il segno del limite superato!
«Ancóra più in alto?» chiedeva l'eroe al suo pilota invisibile. Di là
dagli schermi di metallo guardò l'indice incerto. E il cuore gli tremò
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