voglio vedere il Paradiso, e nulla più.
Quando per la scaletta di tredici gradini il custode li condusse agli
scrigni della principessa estense, quando riudirono la rondine stridere
nella perla sospesa del giorno, la potenza chimerica della vita li
percosse tutti nel mezzo del cuore, quivi fece più crudamente dolere i
mali e i sogni inconfessabili. E l'uomo nel rigoglio della virilità
esperto d'ogni rischio e d'ogni mèta, immune da ogni paura e da ogni
abitudine, armato di diffidenza e di dispregio, che aveva conosciuto
giorni innumerevoli in cui la disciplina della sua virtù piantata su le
due calcagna gli bastava a vivere, guardò il meraviglioso ingombro del
corpo omai promesso e oppose al presentimento della sciagura l'imagine
dell'orgia liberatrice, memore del marinaio disceso nel porto per
ripartir più leggero domani verso l'Oceano; e gli gonfiò le vene
l'impazienza di saziarsi. Non ignara del piacere e bisognosa di gioire
soffrendo, smaniosa di sporgersi all'orlo delle tentazioni più
terribili, con un cuore timido e temerario, soave e spietato, la donna
aspirava intorno a sé l'ardore delle anime simile all'odore sulfureo
dell'uragano; e non formava alcun disegno, non si preparava contro
l'impreveduto; pesava sul ritmo de' suoi ginocchi la divina bestialità
del suo corpo, covava la sua astuzia e la sua lussuria nel suo calore
più profondo. Ma la vergine e l'adolescente non avevano difesa contro lo
strazio, non contro il profumo della magnolia, non contro la pallidezza
della palude, né contro l'estasi dell'aria, pieni entrambi di forze
discordi che facevano un cupo tumulto disperdendosi e risollevandosi a
ogni soffio intorno un'ombra che forse aveva una sembianza da non poter
essere guardata fisamente senza terrore.
-- Ecco il mio giardino -- disse Isabella piegandosi sul davanzale, con
l'accento medesimo ond'ella avrebbe detto all'inizio d'una confessione
impetuosa: «Ecco la mia colpa, ecco la mia gloria».
Un'ebrezza perversa si partiva da lei, mista di spontaneità e
d'artifizio, espressa ora col viso nudo ora con la maschera, ora con
l'affettazione dell'attrice sapiente ora con la più ignara grazia
animale.
-- Te l'imaginavi così, Aldo?
Al fianco di lei si piegava il fratello, cingendole col braccio la
cintura, su la pietra calda.
-- Guarda, Morìccica. Guardate, Tarsis.
Vana e Paolo s'appressarono; ed ella si scansò perché giungessero a
scoprire i rosai. Attirò Vana contro sé per sentirla fremere; e sul capo
chino di lei fece passare il suo sguardo verso l'amante, uno sguardo che
non era un baleno ma qualcosa che pesava, che colava come una materia
fusa. E stavano là tutt'e quattro in un gruppo, nel calore, nell'odore,
invasi da un intorpidimento leggero che somigliava il principio di un
incantesimo.
Anche il giardino era intorpidito, quasi imbiutato d'un silenzio pingue
come il miele come la cera come la gomma. Era un abbandono e una
tristezza che si consumavano in profumo tardo. Gli spiriti dell'olio si
sprigionavano dal cociore dello spigo e del rosmarino; le albicocche
pendevano mézze nella fronda floscia, qualcuna sfatta, aperta sul
nòcciolo, stillante; i rosai non potati avevano sprocchi tanto lunghi e
teneri che s'incurvavano sotto una rosa scempia; e la pallida palude
vergiliana appariva di là dagli alti gigli tanto ricchi di pòlline che
n'eran lordi.
-- Quando io vivevo -- disse piano l'incantatrice, col volto quasi
vaporato dalla squisitezza del sorriso -- il mio giardino era pieno di
pecchie e di camaleonti.
Un'ape entrò, sonora. Gli occhi dell'adolescente la seguirono con una
meraviglia che rese straordinario il volo. Tutt'e quattro, raccolti
nello strombo della finestra, ascoltarono il lungo errante ronzo. Poi si
guardarono tra loro fuggevolmente, e videro che tutt'e quattro avevano
gli occhi chiari ma diversi, attoniti come se questa simiglianza
dissimile scoprissero per la prima volta.
-- Ah come sapevo vivere! -- soggiunse Isabella affascinata dal suo gioco
stesso. -- Nelle mie piccole stanze, sul margine dei miei stagni pigri,
possedevo i sogni delle città famose. Vedete, vedete: quelle del
settentrione e quelle del mezzogiorno, le brune e le bionde, le grige e
le bianche....
E apparivano nelle lunette le piante dipinte delle città circondate di
mura e di torri, bagnate dal mare, attraversate dal fiume, fondate sul
monte: Parise e Gerusalemme, Ulma e Lisbona, Berna e Marsilia; e quelle
che sono per le imaginazioni degli uomini come gli aromi gli ozii le
febbri i filtri le danze: Algeri, Toledo, Messina, Malta, l'egizia
Alessandria.
-- Isa, Isa, -- sospirava l'adolescente -- perché non siamo stanotte nella
vecchia Algeri, su una terrazza bianca, vestiti di seta, con molti
cuscini, con molte bevande, con qualcuno che ci canti qualche lunga
storia che noi s'ascolti e non s'intenda!
-- Taci, taci -- ella disse con l'indice su la bocca, avanzandosi
lievemente verso l'altra soglia. -- Ascolta l'ape.
L'artefice studiosa era passata nella saletta contigua; e il bombo
pareva cambiar tono, farsi più sonoro, come moltiplicato da una tavola
armonica, simulando il vibrare della corda bassa.
-- Ascolta, che musica!
-- Suona la viola bordona -- disse Aldo, sommesso, appressandosi in punta
di piedi, tratto dall'istinto mimico dell'adorazione a imitare i modi
della sorella.
Si sporse dalla soglia l'incantatrice, poggiando le mani all'uno e
all'altro stipite; guardò intorno, guardò in alto; poi senza parlare
volse la faccia irradiata dal riflesso del tesoro scoperto. E tutti gli
occhi chiari intorno ricevettero il grande bagliore.
Entravano nella cassa dorata d'un clavicembalo? entravano in una teca
votiva lavorata dal principe degli orafi per custodire gli avorii
miracolosi dell'arpa di Santa Cecilia? Il bombo dell'ape era come la
vibrazione della corda sotto la penna di corvo in una cadenza allungata;
ma il silenzio era come il silenzio che vive dentro i reliquiarii.
-- Isabella! Isabella! -- ripeteva l'adolescente, abbagliato, leggendo per
ovunque il nome della divina Estense.
E la sorella con un sorriso di felicità infantile guardava attorno
interrogando lo stupore di ognuno, come per una foggia della sua
eleganza, come quando metteva una bella veste nuova e chiedeva: «Ti
piace? Vi piace? È tutta mia l'invenzione».
-- Quando io vivevo -- disse piano -- qui si faceva musica, verso
quest'ora. Te ne ricordi, Vanina?
-- Io me ne ricordo -- disse Aldo, movendo a vuoto le dita della sinistra
come usava lungo il manico del suo violoncello. -- Forse la mia viola da
gamba è ancora chiusa là, in quello stipo.
Più delicata della filigrana era l'opera del soffitto, intorno all'arme
delle due aquile e dei tre gigli d'oro. Alle pareti erano gli stipi per
gli strumenti e per le intavolature, e nel legno figurati a tarsia il
dolzemele il buonaccordo la viola la virginale l'arpa, e miste alle
figure musicali erano strane imagini di palagi e di verzieri come per
significare i luoghi inesistenti a cui sul fiume della melodia l'anima
anela pur dal più lieto dei soggiorni. E, quivi anche, sopra uno
stendardetto era intarsiato il nome soave.
-- Certo è là, la tua viola -- assentì l'incantatrice, con gli occhi
fissi. -- La vedo bene, Aldo. Ho sempre invidiato quel suo colore
rossobruno, pei miei capelli. Ah, se tu potessi mai cavare una nota che
gli somigli! E quelle chiazze giallastre della vernice sul fianco, più
trasparenti dell'ambra! E dietro, nel mezzo della cassa, quella doratura
a strisce di zebra, ricca e dolce come la gola di un uccello tropicale!
Il dosso del manico è pallido, levigato dalla tua mano.
-- Morìccica, e che bel liuto avevi tu per cantare! -- disse l'adolescente
inebriandosi. -- La cassa era costruita come la carena dei navigli a
liste di legno alterne, chiare e scure, ma più leggera d'un guscio di
noce. E la rosa era traforata così sottilmente che appena appena ci
passava un raggio di sole quando la mettevi contro luce perché si
leggesse in fondo il nome del famoso liutaio.
Stavano essi addossati agli stipi, come immemori, indugiandosi nella
misteriosa tregua. Pareva che tutto divenisse musica, per cui la stanza
angusta abitata dall'antica anima era congiunta alla lontananza
immensurabile. Non il suono delle campane faceva biancheggiare il cielo
esausto d'aver sì lungamente risplenduto? S'udiva nelle pause dalla
palude salire il primo coro delle rane; e, quasi illuse dalla
rispondenza, n'eran bianche le acque. E tutto era bianchezza e lentezza:
ancóra i veli della sera vegnente per quella fiumana d'oblio erano
indistinti, se bene i salici avessero già nelle capellature un poco
d'ombra.
-- Questo cielo, Aldo, mi fa ripensare a quella parola che mi mostrasti
in una dedica d'un Libro di Cantate, forse dedicato a me quando vivevo.
Te ne ricordi?
-- Me ne ricordo. «Il cielo stesso come Autore della Musica sia
testimonio....»
-- Autore della Musica!
-- Era un libro di Cantate a voce sola, del Mazzaferrata. E ce n'era una
per oggi, una per quest'ora: «-Ove con pié d'argento-». Era rilegato in
pergamena impressa, lucida come i cofanetti di pastiglia; e sul rovescio
della legatura era scritto a mano: «Doppio ardor mi consuma». E la carta
era fragile, molle, consunta nei margini: cominciava a morire per le
estremità come le foglie d'autunno. Te ne ricordi? Anche il libro
dev'essere nello stipo.
Isabella consentiva alla fantasia dell'adolescente con quel suo sorriso
durevole, sospeso su la piccola ferita del labbro.
-- Vanina, -- ella disse -- perchè non prendi il tuo liuto e non ci canti
sotto voce una canzone?
-- La canzone di Thibaut de Champagne roy de Navarre: «-Amors me fait
commencier Une chanson novelle-....» -- disse Aldo. -- Oppure quella
d'Inghilterra, così dolce, su le parole di Ben Jonson il Tragico, quella
che finisce: «-O so vhyte, o so soft, o so sweet, so sweet, so sweet is
shee!-» A che pensi?
Vana esitò, quasi temendo di non aver più la sua voce primiera, quasi
credendo di dover parlare per la prima volta con la mutata voce. Poi
rispose:
-- Mi domandate di cantare, e io pensavo alle parole di quell'altro tuo
poeta. «O rondine, sorella rondine, io non so come tu abbia cuore di
cantare.... Ti prego di non cantare, almeno per un poco!» Domandiamo una
pausa alle rondini, intanto.
-- È vero -- disse Isabella.
Veramente i gridi delle rondini laceravano l'estasi del più lungo
giorno. A tratti, gli stormi passavano dinanzi la finestra come
saettamenti disperati.
-- Quanto mi piace oggi, Vana, la tua malinconia! -- disse Aldo.
-- Anche a me -- disse Isabella.
Addossata allo stipo, con la testa appoggiata alle tarsie, con le mani
senza guanti abbandonate in giù, con le lunghe ciglia brune socchiuse
sopra lo smalto luminoso, Vana aveva il volto di chi sentendosi venir
meno rattenga tra i denti la sua propria anima e la gusti. La sua bocca
era lievemente convulsa da un sapore simile a quello di certe erbe che
masticate forzano i muscoli del sorriso.
-- Isa, ti ricordi di quella tavoletta di Cesare da Sesto in quella bella
cornice sdorata, che vedemmo a Francoforte? -- disse Aldo. -- È una Santa
Caterina d'Alessandria, in un paese di boschi di acque di monti, vestita
di verde, elle posa le mani su la ruota dentata del suo martirio. Le
estremità delle sue dita smorte sono presso i denti di ferro crudeli. Ma
lo spirito musicale di quella pittura ci entrò in cuore. Mi ricordo che
tu dicesti: «Le sue dita si posano su la ruota così dolcemente che
sembra tócchino i tasti d'un arpicordo».
-- È vero.
-- Così è Vana oggi.
Paolo Tarsis taciturno ascoltava il dialogo fantastico; e l'aspetto e la
voce dell'adolescente gli movevano una sorda gelosia, e l'angustia di
quella stanza e l'afa del passato e quelle imaginazioni e quelle
morbidezze lo soffocavano. Egli a quando a quando vedeva la nuda
brughiera lontana, il suo grande airone bianco ricoverato sotto la
tettoia di ferro e di assi, le tuniche azzurre de' suoi meccanici
occupati intorno al congegno. E dal turbamento, che gli davano i sogni
musicali, nascevano le forme delle vaste nuvole che dovevano rendere
patetico il cielo della sua vittoria. E, come passava rasente la
finestra lo stormo a saetta, egli era percorso da una sorta d'impazienza
muscolare e riudiva in sé il sibilo dell'elica.
-- Quanto mi piace questo! -- disse Isabella dopo una pausa, come una che
abbia morso la polpa d'un frutto e ne lodi la bontà con la bocca bagnata
di succo; ché la sua voce rendeva sensuali anche le sottigliezze
dell'intelligenza.
-- Rimaniamo qui? -- disse Aldo. -- Riprendi possesso del tuo Paradiso?
Stanotte avremo la più grande sinfonia di rane che mai si possa udire.
Le rane mantovane sono famosissime: superano perfino le ravennati in
arte armonica.
-- È la notte più breve.
-- Io non voglio dormire.
Di nuovo egli s'era appressato alla sorella con la grazia d'un paggio,
seguito dall'inquietudine di Paolo. Era tanto bello che avanzava di
bellezza le due creature del suo sangue. La forma della sua fronte su
l'arco dei sopraccigli era simile a quella dei giovini Immortali; e chi
la guardava non poteva cessare di guardarla, ché involontariamente
risaliva di continuo a quella perfezione. Ond'egli, accorgendosi che di
continuo lo sguardo altrui non s'affisava ne' suoi occhi ma più su de'
suoi occhi, aveva il sentimento di portare una corona ammirabile; e ne
pareva accresciuta la fiamma della sua spiritualità come la leggerezza
delle sue movenze.
-- Bisogna dunque andare? -- disse Isabella.
E rimirò la filigrana del soffitto, ove ancora l'ape dimenticata bombiva
come lungh'esse le cellette dell'alveare. E rivide negli scomparti il
suo nome, il motto magnanimo, l'Alfa e l'Omega, l'enigmatico numero
XXVII, i segni musicali, il candelabro a triangolo, la sigla
intrecciata, il mazzo di polizze bianche.
-- -Nec spe nec metu-! Ma io spero quel che temo, e temo quel che spero.
-- È per te -- disse Aldo -- quel madrigale di Gerolamo Belli d'Argenta che
Vana ti canterà: «-L'onde de' miei pensier portano il core Hor ai lidi
di speme hor di paura-....»
E il sogno ebbe un torbido intervallo. E tutti gli occhi chiari
s'incontrarono fuggevolmente.
-- Che vuol significare il numero ventisette? -- chiese Vana, che nella
confusione del suo spirito si volgeva con un'ansia superstiziosa verso
gli indizii e i presagi.
-- Non me ne rammento -- rispose Isabella. -- Ma è un numero che forse non
dimenticherò più.
E guardò il taciturno per ricordargli che il ventisette era la data
prossima della gara suprema nella Festa dedàlea. E lo sguardo impose
l'attesa, promise: «Dopo»; e fu per lui come l'ondeggiare delle lunghe
fiamme in cima alle aste delle mète aeree.
-- E il fascio di cartelline? -- chiese Vana.
-- Sono le polizzette del gioco di ventura -- rispose Aldo -- quelle che si
traggono dall'urna cieca della sorte.
-- Bianche?
-- Sì, bianche.
-- Cedimi questa impresa, Isabella -- disse Vana.
-- O non piuttosto quella delle Pause? -- disse Aldo.
-- Che è l'impresa delle Pause?
-- Quella dei segni musicali su la rigata, che vedi là; ed era la più
cara a Isabella.
-- Tu che decifri le intavolature, la sai lèggere?
L'adolescente si volse e balzò a sedere sul largo davanzale per essere
più presso alla cornice ove poggiava il cielo dell'imbotte scolpito ad
anelli a rosoni a legacci, ne' cui fondi eran ripetute tutte le imprese
fuorché quella delle Pause ricorrente sola nel fregio vaghissimo.
-- Se non sbaglio, c'è la chiave di contralto; e poi ci sono i segni dei
quattro tempi; e poi i segni di tre pause di valore decrescente: due,
una, mezza; e poi un sospiro del valore di una minima; e poi le tre
pause in ordine inverso; e infine il segno del ritornello doppio.
Tutti i volti erano in su, pensosi; tutti gli occhi chiari scrutavano il
cartiglio.
-- È la notazione del silenzio -- fece Vana.
-- La canzone che non canterai, Morìccica -- fece il fratello ancor seduto
sul davanzale, stendendo verso di lei la mano e toccandole la spalla. --
Che strana impresa, e come profonda! Isa, tu l'avevi cara più d'ogni
altra, tanto che alla Corte di Ferrara per le feste in onore di Lucrezia
Borgia comparisti vestita di una camóra «recamata di quella invenzione
di tempi e di pause».
-- M'è sempre cara -- fece l'incantatrice. -- È il valore di quel che non
dissi non dico non dirò mai.
Sorrideva col viso in profilo, metà nella luce e metà nell'ombra.
-- Riassumo da oggi l'impresa delle Pause -- ella soggiunse. -- Ora
andiamo.
Si volse per passare nel camerino attiguo.
-- Ma come non l'abbiamo veduta? -- fece con un grido di meraviglia, e
s'arrestò.
Una piccola porta di marmo era dinanzi a lei, una porta gemmea, trattata
anch'essa con ceselli da orafo come quella d'un ciborio, a cui i dischi
di nero antico alternati coi tondi candidi in basso rilievo davan
qualcosa di funebre quasi che s'aprisse sopra il sepolcro d'una delle
«pute» mantovane, forse di Livia, forse di Delia, morta di baci. Un
fregio di grifi sovrastava all'architrave; i fondi dei riquadri
brillavano di pagliuzze d'oro come incrostati di venturina; e la figura
avvolta d'un peplo piegoso, in atto di tenere il flauto di Pan, era la
Musica ed era Isabella. Ma chi era, nel basso rilievo sottoposto, la
donna ignuda avente sul capo i chiusi volumi, sotto il piede un teschio
umano?
-- Ecco un'allegoria oscura come l'impresa delle Pause -- disse Aldo
inginocchiandosi per indagare l'imagine. -- Tu stessa l'ispirasti a Tullo
Lombardo?
Ella si chinava con le due mani su le spalle di lui a guardare.
-- Ti somiglia -- soggiunse sottovoce il fratello.
-- È vero -- ella assentì sommessa.
Ed entrambi rimanevano intenti, s'indugiavano. La sorda gelosia rimorse
il cuore del taciturno.
La figura scolpita a guisa di un cammeo aveva anch'essa le lunghe gambe
lisce e l'un ginocchio molto proteso innanzi nell'atto d'incedere con
quella maniera espedita che dava tanta pieghevolezza al passo della
giovine signora e distendendo la stretta gonna palesava nel gioco
alterno il disegno della coscia fino all'anca e l'inflessione del grembo
sparente.
-- Aldo, Aldo, scacciala!
Ella si raddrizzò, si schermì, sentendo il ronzìo dell'ape presso la sua
gota. Con un balzo varcò la soglia; e i suoi piccoli gridi sonavano
sotto il cielo d'oro, ché l'ape la perseguitava importuna; e le sue mani
s'agitavano alla difesa puerile.
-- Ahi! M'ha punta!
In uno di quei gesti scomposti la pecchia provocata l'aveva punta alla
mano manca, nel polpaccio del pollice.
-- Mi fa male! Bisogna suggere forte, Aldo!
Aldo non rideva più. Ella gli tendeva la mano supina, ed egli pose le
labbra su la puntura per medicarla.
-- Sì, così.
Egli suggeva più forte.
-- Basta!
Ella rideva d'un riso che a Paolo sconvolto pareva l'eco attenuata di
quello già udito lungo il canale delle ninfee dopo il passaggio del
carro carico di tronchi.
-- Basta. Non mi duole quasi più. Mi brucia un poco soltanto.
L'occhio di Vana era cattivo. La sorella empieva della sua ilarità tutta
la stanza, trascorrendo intorno con una grazia di movimenti così forte
ch'ella sembrava emanare da sé quella stellante ricchezza d'azzurro e
d'oro come il pavone apre la sua rota sidèrea.
-- Riconosco, riconosco. Non avevo in questi armadii le mie più belle
vesti? Non erano tappezzati di velluto crèmisi i miei stipi?
Ella aveva scoperto in un angolo del nudo legno un frammento del
prezioso drappo.
-- Non li ho lasciati qui i miei broccati, i miei rasi, i miei tabì?
-- Isabella! Isabella!
Aldo leggeva il nome nelle targhette che allacciava il meandro d'ulivo.
-- Eri anche allora la più elegante dama d'Italia -- disse egli adulando
la giovine donna come soleva. -- Oggi hai per rivali Luisa Merati,
Ottavia Santeverino, Doretta Ladinì; allora gareggiavi con Beatrice
Sforza, con Renata d'Este, con Lucrezia Borgia. Allora la marchesa di
Cotrone ti mandava a chiedere per modello una sbèrnia, come oggi
Giacinta Cesi ti manda a chiedere un mantello. Che erano al confronto i
grandi corredi d'Ippolita Sforza, di Bianca Maria Sforza e di Leonora
d'Aragona? Ma quella Beatrice era veramente la spina del tuo cuore.
S'era fatti ottanta quattro vestiti nuovi in due anni! Tu l'anno scorso
per le quattro stagioni te ne facesti novantatre. E la Borgia, quando
andò sposa ad Alfonso aveva con sé duecento camicie meravigliose! Tu
superasti e l'una e l'altra. Chiedevi ai tuoi corrispondenti milanesi e
ferraresi notizie minutissime delle due duchesse, in vestiario e in
biancheria, per non restar mai indietro. Anche allora tu eri una
inventrice di fogge nuove. Tu inventavi le mode. Portasti a Roma quella
della carrozza. Avevi il desiderio smanioso delle novità eleganti. Ti
raccomandavi ai tuoi fornitori perché cercassero «di cavar de sotto
terra qualche cosetta galantissima». Anche allora amavi gli smeraldi, ed
eri riuscita a possedere il più bello dell'epoca. A Venezia, a Milano, a
Ferrara avevi mediatori con orefici. Non ti contentavi d'aver le più
belle gioie ma le volevi squisitamente legate: anelli, collane, cinture,
bottoni, braccialetti, catene, frange, sigilli. Il tuo orefice
prediletto fu quell'ebreo convertito, di nome Ercole de' Fedeli, che
fece lavori di niello e di cesello incomparabili, tra cui forse la
famosa spada di Cesare Borgia, ch'è in Casa Caetani, e la cinquedea del
marchese di Mantova, ch'è al Louvre.
Egli pareva aver bevuto il vino di quattro cent'anni in uno di quei vasi
di calcedonio o di diaspro forniti d'oro che la Estense aveva raccolti
innumerevoli negli armarii della Grotta in Corte Vecchia. Era ebro di
passato ma provava un piacere quasi malsano nel mescolare le cose vive
alle cose morte, nel confondere le due eleganze, nel frugare le due
intimità. Ella lo secondava, quasi per una volontà d'inesistenza, con le
ciglia senza palpito e col sorriso durevole dei ritratti magnetici.
-- Ricordami ancóra! -- ella diceva per incitarlo, a ogni intervallo, come
s'egli non le narrasse cose nuove ma le risvegliasse la memoria.
-- La duchessa di Camerino, Caterina Cibo, faceva fare a Mantova i suoi
vestiti sotto la tua sorveglianza come ora Giacinta Cesi non va dalla
sarta se tu non l'accompagni.
-- Ricordami!
-- Nel tuo viaggio di Francia, l'ammirazione per le tue guise fu unanime,
come oggi gli occhi delle Parigine ti divorano quando tu esci da un
teatro o entri in un salotto ben frequentato. Perfino Francesco I ti
chiese qualche veste da donare alle sue donne; e Lucrezia Borgia, la tua
rivale, dovette rivolgersi a te per avere un ventaglio di bacchette
d'oro con piume nere di struzzo, dopo aver cercato invano d'imitare
quella tua «capigliara» a turbante che porti nel ritratto tizianesco.
-- Avevo i capelli che ho, castagni?
-- Castagni con forti riflessi biondi; e, per averli tanto tempo gonfiati
a turbante, ora li serri in due trecce e li giri e li schiacci con le
forcine e ti fai una piccola piccola testa che mi piace assai più.
-- Belle mani?
-- Più belle ora: ti si sono smagrite e allungate. La destra dipinta dal
Vecellio, con l'anello nell'indice, ha fini le dita ma un po' grasso il
carpo. Per curarle, facevi ricerca delle forbici più sottili e aguzze e
delle «lime da ungie» più delicate. E ordinavi i tuoi guanti a Ocagna e
a Valenza, i più morbidi e i più odorosi del mondo.
-- Perché amavo anche allora i profumi.
-- N'eri folle. Li componevi tu stessa. Ambivi il nome di «perfecta
perfumera». La tua «compositione» era d'un'eccellenza insuperabile.
Tutti imploravano la grazia d'un bussoletto. Ne donavi a re, a regine, a
cardinali, a principi, a poeti. E il tuo Federico, quand'era in Francia,
non ti chiedeva mai denari senza chiederti profumi e tanto spesso gli
uni, credo, quanto gli altri.
-- Eri ben tu Federico allora? Ti riconosco.
Risero forte entrambi, prendendosi le mani, guardandosi negli occhi
splendidi.
-- Ma spesso tu mandavi invece di denari un bussoletto, perch'eri piena
di debiti.
-- Oh no!
-- Sì, sì; ne avevi fin sopra ai capelli, affogavi.
-- Federico!
-- Avevi sempre una voglia pazza di comprare tutto quello che ti piaceva;
e poi non potevi pagare. Allora, debiti su debiti.
-- Non è vero.
-- Perfino con Sua Santità, e poi col Sermoneta, col Chigi.... So tutto.
C'è la lettera al Trìssino. «Miseria extrema di dinari....
-- Mi smungeva Federico.
.... per non haver ancora restituiti molti ducati tolti in prestito....»
-- Federico!
-- E mettevi le gioie in pegno.
Ridevano come monelli, con una gaiezza irresistibile che travolgeva il
sogno, con qualcosa di furbesco nell'angolo dell'occhio, quasi fossero
soli, immemori dei due che dal vano della finestra parevano assistere a
una scena di mimi.
-- E le maschere, le maschere!
-- Quali maschere?
-- Come le amavi! Ne fabbricavano tante nella tua Ferrara. Ne mandasti
cento in dono al Valentino: cento maschere a Cesare Borgia!
-- Quanto mi piace questo! -- disse Isabella con un sùbito mutamento di
tono, perché aveva sentito dietro di sé l'ostilità dei due spettatori ed
era di nuovo pronta a far soffrire. -- Se ne ritrovassi qualcuna dentro
gli armadii?
-- Una vecchia maschera, una vecchia veste, una vecchia catena. Apri,
apri.
Ella aperse. Le ributtò il triste odore.
-- È pieno di ragnateli -- disse, e richiuse.
-- Sono certo i ricami portentosi di quella femminetta greca che avesti
da Costanza d'Avalos.
E fu l'ultimo sorriso della finzione; ché dall'armadio aperto un soffio
di malinconia s'era diffuso, e lo spirito delle Pause, il canto senza
parole, l'ardore senza concento.
-- Andiamo, andiamo.
Ella ripassò per la porta gemmea, ritraversò la cassa dorata del
clavicembalo senza tastiera, ridiscese la scaletta di tredici gradini.
La seguivano gli altri, in silènzio. I passi risonarono per un lungo
andito bianco; poi giù per un'altra scala desolata; poi per l'ombra
d'un'aula cinta di nicchie in forma di conche, verdastra come una
caverna marina. Una porta stridette su cardini rugginosi; e tutto
l'argento del vespero brillò fra le due imposte, per mezzo a un gran
ragnatelo lacerato; e su la pietra giacevano un pipistrello nericcio e
una lucertola grigiastra, e l'una guizzò via e l'altro prese il volo,
come se i due lembi del ragnatelo si fossero di sùbito animati.
-- Sempre si rinnova l'incanto?
Si sporse nell'aperta loggia l'adolescente con un profondo respiro.
-- La bellezza non ha pietà di noi? non ci dà tregua?
Tutti respiravano verso il cielo di Vergilio, ricevevano l'immensa pace
sul petto in tumulto.
-- Il giorno senza fine!
Un alito fresco saliva dai salci dalle canne dai giunchi, prossimo come
quel d'una bocca silvana che abbia bevuto a gorgate il gelo della fonte
senza asciugarsi.
-- Che faremo? Che faremo?
Erano tutt'e quattro in uno dei poggiuoli inferriati a vista della
palude. Dietro di loro taceva nell'abbandono la vasta corte erbosa delle
antiche giostre, circondata dalle logge a colonne avvolte che avevano
udito il ringhio dei barbareschi. Dinanzi, una sovrana purità si
perpetuava come in un mondo immune dall'ombra; e la luce era sonora fino
al culmine del cristallo empireo.
-- Sorella, sorella, non vedi? non vedi?
Un'ansia inane vuotava il cuore dell'adolescente, e poi di sùbito lo
gonfiava uno smisurato impeto come se moltitudini di ferrei cavalieri
gridando irrompessero dalle profondità per galoppare su tutta la terra.
-- Isa, le tue mani sono di perfetto marmo!
Meravigliose erano le due mani ignude su la ruggine della ringhiera,
levigate nei nodelli, marmoree veramente, come abbandonate dalla vita
sanguigna e trasfigurate da un'arte sublime. Ella era una creatura tutta
palpitante e anelante di tristezza, di desiderio, di ricordanza, di
timore, di promessa, con due mani di statua.
-- La puntura ti duole ancóra?
-- Mi brucia soltanto.
-- Ti sei ferita due volte. Aspèttati la terza ferita.
La mano di marmo disegnò un gesto di supplice verso la bellezza della
candida sera; poi col dorso appena appena toccò il labbro che non
sanguinava più. Il saettìo disperato delle rondini stridì su l'immobile
argento. Il capo del fratello s'inclinò verso la spalla diletta. Egli
aspettava un dono che non gli era dato, e non sapeva quale; e la voce
della sua anima era un alto lamento, se bene si esalasse in piccole
parole.
-- Che faremo? Mi chiuderete laggiù in una stanza d'albergo, fra poco? Io
non voglio dormire.
Paolo Tarsis guardava quel volto di giovine iddio decaduto che
travagliavano così torbidamente gli affanni umani; e il rancore dei suoi
trentacinque anni esperti e indurati si appesantiva dinanzi a quella
grazia inquieta come una convalescenza febrile. E ogni attitudine
dell'adolescente verso la sorella gli moveva un malessere indefinibile.
-- Vieni con me su la brughiera -- disse.
-- A vegliare la veglia d'Icaro?
-- Ad aspettare l'alba.
-- Sotto un'ala del tuo grande airone?
-- Alla diana farò un volo di prova. Le prime stelle e le ultime sono
propizie a quest'arte.
-- Espero è il tuo buon genio?
Aldo non guardava il costruttore d'ali ma, col capo presso l'omero della
sorella, era fiso nel cielo di Vergilio. Tutto era puro come nella più
divina delle ecloghe. Non un soffio moveva le cime delle canne, le
vermene dei giunchi, le fiammelle dei papaveri, lo specchio delle acque.
Solo il coro delle rane diffondeva il senso del moto in forma di ritmo,
simile alla vibrazione della bianchezza.
-- Quale altro cielo, se non questo, si chiamerà firmamento? Stasera
potresti volare all'infinito. Ah, insegnami!
Trasognato egli si volse, e guardò l'uomo: riconobbe l'ossatura della
volontà temeraria, la biliosa faccia scarnita dall'ardore di vincere, la
pupilla fulminea del predatore, quegli angoli vivi che parevano fatti
per fendere come i conii la resistenza, quelle dure mascelle che per
contrasto portavano la carne rossa della bocca come un frutto molle in
una tenaglia d'acciaio. E uno sgomento subitaneo lo invase, ché non era
quegli il suo compagno né il suo maestro.
-- T'insegnerò -- disse Paolo Tarsis con l'accento della condiscendenza,
come chi risponda a un bimbo che domandi un balocco; e sorrise.
L'ombra cadde su le ciglia del trasognato, e gli riempì l'orecchio un
confuso rombo, e il cuore gli pulsò contro la gola; ché egli aveva
scorto, tra l'uno e l'altro dente di colui che sorrideva, un filo di
sangue, un sottilissimo grumo, e un lieve gonfiore lividiccio nel labbro
rilevato dal sorriso.
-- Aldo, che hai? -- gli domandò Vana. -- Come sei divenuto pallido!
L'imagine del bacio selvaggio gli si creò nel lampo della divinazione.
-- Sembro pallido? È questa luce. Non ho nulla. Anche voi sembrate così.
Non dominava il suo sgomento cieco. Le giunture gli si scioglievano come
nel pànico. Si chinò su la ringhiera, e credette che il battito del suo
polso risonasse sul ferro come il martello su l'incudine. Lo stormo
frenetico delle rondini s'era allontanato perdendosi ai confini della
palude, ed egli l'udì tornare verso la loggia come una forza ruinosa e
strepitosa che fosse per trascinarlo seco. Negli attimi d'attesa rivide
le cose più lontane della sua infanzia. Poi lo scagliamento disperato
gli trapassò tutta l'anima tramortita.
«Addio! Addio!» ripeteva in sé, ma senza sapere come la parola gli si
formasse dentro e gli si staccasse dal cuore; ché non era se non suono
interno di gemito, simile a quello inarticolato che la tortura strappa
alla carne vile. «Addio! Addio!»
E raccolse un po' di forza per ricomporre il suo viso, per dissimulare
l'ambascia; si sollevò, si volse come a guardare la desolazione del
cortile erboso; fece qualche passo furtivo verso la porta che s'empieva
d'ombra. Sentiva pesare entro di sé un pianto accumulato. Il bisogno
folle di sfuggire lo prese, lo cacciò tra le pareti ignote, di soglia in
soglia, d'andito in andito, di stanza in stanza, per l'irremeabile
ruina. Da prima corse anelante, con un velo su gli occhi, come chi abbia
il fuoco appreso alle vesti e più avvampi nell'aura della fuga. Poi le
figure superstiti nell'enormità di quella morte escirono dall'ombra e
l'assalirono, e s'ingigantirono del suo dolore; e i contorcimenti dei
grandi corpi rossastri nelle mura piene di battaglia furono come
l'agitazione della sua demenza; e gli squarci e le fenditure e i mucchi
furono come i resti del suo crollo; e tutto l'oro scolpito e sospeso e
infranto sul suo capo fu come la perdizione del suo sogno ponderoso. Ed
egli andava andava, di soglia in soglia, d'andito in andito, di stanza
in stanza, per l'irremeabile ruina. E a tratti, come se soffiasse la
ràffica, gli giungeva l'alto canto palustre, lo stridore del saettamento
ostinato, la squilla della salutazione angelica, e il gemito stesso
della sua propria anima. «Addio! Addio!»
Non l'ombra entrava per le finestre ma si creava dentro, ma sorgeva da
ogni cavità, occupava i luoghi profondi, s'accumulava come una cenere
fosca, s'addensava come una moltitudine tacita. Una porta fu piena di
minaccia; una scala fu piena di terrore; un corridoio fu come un abisso.
-- Isabella! Isabella!
Il nome echeggiò come in una caverna; ma, dopo, la vita del silenzio si
moltiplicò, ebbe mille volti sparenti.
-- Isabella!
Il nome cadde senza risonanza, come qualcosa che s'afflosci. Un chiarore
violaceo appariva pel tetto squarciato. Nell'ombra era un aliare molle
di nottole. Vene di gelo vi s'insinuavano come se pei crepacci stillasse
l'acqua degli stagni.
-- Isabella!
Smarrito nell'intrico della ruina, egli barcollava su i pavimenti
sconnessi, urtava contro le travature cadute, varcava gli usci palpando
gli stipiti freddi, rabbrividiva per tutte le ossa appressandosi alle
forme ignote. E sopra il terrore l'imagine del bacio selvaggio,
l'imagine della voluttà sanguigna, si apriva dentro le sue pupille con
l'intermittenza e la violenza dei bagliori in occhi infermi; ché forse
egli era passato, ché forse egli passava là dove s'eran congiunte le
bocche crudeli. E il mare del pianto gli ondeggiava a sommo del petto
fragile, a sommo dell'anima senza limite; e per ricacciare il singhiozzo
egli ripeteva quel nome che pur dianzi aveva risonato nel riso come gli
acini balzanti d'una collana disciolta.
-- Isabella!
-- Aldo, Aldo, dove sei? dove sei? Ti sei perduto?
Trasaltò egli udendo la voce angosciosa che rispondeva all'orribile
angoscia; e si volse; e in fondo all'andito lùgubre scorse un'ombra
nell'ombra.
-- O Vana!
E si corsero incontro; e non parlarono, perché entrambi traboccavano di
pianto. E furono soli; e non s'udì alcun altro passo fuorché quello
cauto del vecchio. E non si guardarono ma s'abbracciarono
disperatamente.
Or d'improvviso i Latini si ricordavano della prima ala d'uomo caduta
sul Mediterraneo, dell'ala icaria composta con le verghe dell'avellano,
con l'omento secco del bue, con le penne maestre degli uccelli rapaci.
«Un'ala sul Mare è solitaria» aveva gridato il poeta della stirpe, alle
vedette.
Chi la raccoglierà? Chi con più forte
lega saprà rigiugnere le penne
sparse per ritentare il folle volo?
D'improvviso i Latini rimemoravano il sogno del Nibbio che visitò in
culla il novo Dedalo creatore d'imagini e di macchine, il Prometeo senza
supplizio, colui ch'ebbe in sé «la radice e il fiore della volontà
perfetta»; e quella culla era ardua come il nido stesso del desiderio
sovrumano sospeso nell'Ignoto. E riapparivano per baleni di gloria, su
piani su colli su laghi d'Italia bella, altre ali d'uomo invermigliate
di sangue temerario, rotte come le ossa, lacere come la carne, immote
come la morte, immortali come nell'animo l'avidità del volo.
Un Barbaro della Magna aveva osato interrogare l'ombra marina d'Icaro,
aveva anch'egli dato alle vermene del vinco la curvatura della vita,
aveva coperto l'armatura lieve d'un tessuto più lieve, aveva studiato il
vento e ascoltato la parola del Precursore intorno al congegno: «Non gli
manca se non l'anima dell'uccello, la quale anima bisogna che sia
contraffatta dall'anima dell'omo». Ben egli l'aveva contraffatta
librandosi nell'aria con la sua sola forza vigile, volando ogni giorno
più a lungo, ogni giorno più in alto, precipitando infine e stampando
nell'aspro suolo germanico l'impronta del suo cadavere come l'Ateniese
aveva legato all'azzurro dell'onda ellenica il fiore del suo nome.
Discepoli eran sorti, avevan raccolto il rottame, avevan ricostruito e
raddoppiato il congegno; avevan celato la loro favola in lande
solitarie, in contrade di sabbie e di tumuli; avevano ancor macchiato di
vermiglio le verghe connesse e la tela tesa. Alla vasta brezza costante
dell'Atlantico, non al chiaro ponente meridiano del Mediterraneo, s'era
rialzata e aggrandita la speranza della vittoria sul cielo cavo! In un
rigido mattino d'inverno, sopra dune ignude in vista d'una baia aperta
verso l'Oceano, s'era alfine compiuto il prodigio. Due fratelli
silenziosi, figli del placido Ohio, infaticabili nel provare e nel
riprovare, per spingere la macchina alata avevano aggiunto la forza di
due eliche all'ostinazione dei due cuori.
Ora i Latini venivano alla riscossa. Il nuovo strumento pareva esaltare
l'uomo sopra il suo fato, dotarlo non soltanto d'un nuovo dominio ma
d'un sesto senso. Come il veicolo fulmineo di ferro e di fuoco aveva
divorato il tempo e lo spazio, l'ordigno dedàleo trionfava d'entrambi e
del peso. A uno a uno la Natura aboliva i suoi divieti. Contro la
maschera velata del mistero brillava il viso diamantino del rischio. Il
dèmone della gara traeva il combattente sul margine dei più voraci
abissi. La morte era una Circe conversa, donna solare che trasfigurava i
bruti in eroi con l'ebrezza dei suoi beveraggi. Come quando tutta
l'Ellade si moveva per la corona d'oleastro, l'Estate ridiveniva sacra
agli agonisti. L'inno aveva principio in ogni grido di moltitudine ma il
croscio della celerità lo mozzava alla prima sillaba.
L'uomo fu pronto a lottar contro il vento e contro l'emulo nell'aria,
non più col disco di bronzo ma con l'ala di canape. Il cielo incurvato
su la pianura fu un immenso stadio azzurro, chiuso dalle nubi dai monti
dai boschi. La folla trasse allo spettacolo come a un'assunzione della
sua specie. Il periglio sembrò l'asse della vita sublime. Tutte le
fronti dovettero alzarsi.
Il concorso era come a una dieta di guerra. Il luogo aveva l'aspetto
dell'arsenale e della cittadella. In lungo ordine le tettoie di travi e
di tavole a doppio pendio davano imagine di quelle usate un tempo a
ricovero di galere disarmate o racconce. In cima ai pennoni, in cima
alle alte mète piramidali, in cima alle torri di vedetta le bandiere e
le fiamme multicolori sventolavano come nelle pavesate di gala. E, come
gli antichi pavesi delle fanterie di comune, le fronti delle coperture
erano dipinte gioiosamente: coi colori delle nazioni, con gli emblemi
delle officine, coi nomi dei timonieri celesti.
Imagine di eternità incontro a quell'apparato precario, forma di
perfetta bellezza sopra quelle linee senz'arte, fra tutto quel legno
polito materia insigne colorata dai segreti dei secoli e dagli spiriti
della terra, nel mezzo del campo sorgeva alla sommità d'una colonna
romana la statua della Vittoria. Liberata dal carcere astruso, fuor del
triste museo ingombro di are di plinti e di anfore discesa pei deserti
gradi di pietra invasi dall'erba, era venuta non con la sua quadriga
trionfale ma con un carro rustico, col plaustro dei coloni di Roma,
tratto da sei duri buoi lombardi per la strada che conduce al contado di
Vergilio. Le aveva fatto corteggio il popolo prode. Impósta al capitello
corinzio involto di acanti corrosi, ora viveva nel cielo come quando il
giovanissimo capo e l'omero potente e l'apice dell'ala aquilina
coronavano il fastigio del tempio eretto a piè del Cidneo da Flavio
Vespasiano fondatore di anfiteatri. Verde come la fronda del lauro,
glauca come la foglia dell'oleastro, su la svelta colonna dalle
scannellature cupe ella perpetuava il gesto misterioso con le mani dalle
dita tronche ove ancor lucevano le tracce dell'oro cesàreo.
Non la riconobbero i nuovi agonisti, non la venerarono; ma la temettero
come un ostacolo da evitare. Ognun di loro non aveva occhi se non per
l'asta attrezzata dei segnali e per gli indizii dei vessilli.
-- Che dice il segnale del vento? -- domandò Paolo Tarsis chino presso la
sua macchina a esaminare la tensione dei fili d'acciaio, mentre il capo
dei suoi meccanici finiva d'intonare il motore ed egli prestava
l'orecchio acutissimo alla settupla consonanza.
-- Più di dieci metri al secondo -- rispose Giulio Cambiaso scorgendo su
la tabella del semaforo il disco bianco accanto al quadro nero e al
rosso. -- Non si vola.
S'udiva il clamore della folla impaziente di là dagli steccati.
-- Tentiamo? -- disse Paolo Tarsis.
E venne al limitare della tettoia; guardò la palpitazione delle fiamme
in cima delle aste, scrutò lo spazio con l'occhio del cacciatore e del
marinaio. Soffiava su la brughiera un vento fresco di tra ponente e
ostro, in un cielo grandioso come quei cieli di battaglie navali dove le
forme delle nuvole sono eroiche al pari delle prue e degli stendardi.
Sotto gli enormi cumuli raggianti s'incupiva l'azzurro dei monti verso
il Garda, in fondo i poggi leni imitavano il lineamento del mare,
s'inargentava la cortina interminabile dei pioppi al limite della
campagna di Ghedi. La vastità dell'aria era deserta e muta, non
interrotta né da un volo né da un richiamo d'uccelli. Attendeva l'uomo.
-- Il vento sta per cedere -- disse Paolo. -- Tenterò oggi di battere
Edgard Howland nella durata, nella velocità e nell'altezza.
-- Anch'io -- disse Giulio Cambiaso.
Si guardarono negli occhi leali sorridendo, emuli e fratelli. La loro
fraternità vigeva già dalla prima giovinezza, nata sul ponte d'una nave
da guerra, nei primi anni del servizio, quando a ogni primavera
credevano essi venuto alfine il tempo di puntare i cannoni delle torri
corazzate contro un bersaglio che non fosse quello delle gare di tiro
nella rada di Gaeta. S'era cementata nell'inferno dei battelli
sottomarini, entro il chiuso scafo ove non è per l'uomo altro posto che
il posto di manovra o di combattimento, tra i fumi dell'olio bruciato,
tra i vapori della benzina, tra i miscugli d'idrogeno e d'ossigeno
svolti dagli accumulatori elettrici, nel pericolo assiduo dello scoppio,
nella tenebra improvvisa causata dal corto circuito, nella lotta
costante dell'attenzione contro il tossico sonnifero dell'anidride
carbonica, nel silenzio sostenuto per ore lunghe come giorni con
l'occhio fiso ai quadranti indicatori, con l'orecchio teso al linguaggio
metallico degli apparecchi di misura e di governo. Ben quivi entrambi
avevano cominciato ad acquistare il senso della terza dimensione
manovrando i timoni orizzontali e correggendo per innumerevoli
esperienze l'instabilità nel verso dell'asse, che a ogni più lieve causa
drizza lo scafo per prua fuori dell'acqua o lo piega a dar di becco nel
fondo.
Insofferenti di disciplina esterna, aspiranti a un'azione più libera,
insieme avevano rinunziato il servizio. Insieme avevano intrapreso un
lungo viaggio di anni nell'Estremo Oriente, attraversato la Corea, la
China, la Mongolia, girando la Muraglia, ascendendo monti, risalendo
fiumi, valicando steppe, soggiornando alla ventura nelle città
dell'interno e della costa; poi per le Filippine, per l'arcipelago di
Sulu, per l'Australia compiuto il periplo delle isole nello stretto di
Torres studiando gli Aborigeni; poi per la Tasmania, per l'India, per
l'Arabia, raggiunto l'Egitto. Avevano domandato all'animo e al corpo
tutto quel che potevano dare e oltre: la risolutezza era divenuta in
entrambi un istinto servito dalla rapidità del pensiero; la resistenza
era divenuta come l'osso del dorso. Avevano fatto la pelle al freddo e
al caldo, usando abiti leggeri tanto sopra le aspre nevi coreane quanto
sotto le fiamme tropicali di Mindanao. Avevano sopportato quattro giorni
di digiuno con un cammino quatriduano di cento trenta miglia nell'Altai
deserto; percorso in trentadue ore circa ottanta miglia a piedi,
nell'isola di Negros, per raggiungere in tempo su la costa una lancia
spagnuola che, partita, non sarebbe tornata se non dopo un mese e mezzo.
Avevano cavalcato nelle steppe diciotto ore su le ventiquattro, e
continuato così per settimane senza stancarsi. D'avventura in avventura,
di lotta in lotta, avevano acquistato la destrezza che moltiplica le
forze con la sagacia nell'adoperarle, soccorsa dalla scienza anatomica
del corpo animale nell'assestare i colpi. Uno di loro in un tempio
indico aveva potuto alzare una gravissima pietra, sol per un certo suo
modo di equilibrarla. Il medesimo aveva reso le sue mani tanto
pieghevoli che, essendo incatenato in Luzon, era riuscito a farle
scorrere per gli anelli di ferro; e tanto forti che la pressione delle
dita poteva dare novantotto libbre inglesi nel misuratore e spezzare
l'ulna più robusta.
Ma quante volte, sazii di stampare la volontà e il calcagno su le dure
vie terrestri, avevano risognato il sogno sottomarino, rivissuta la vita
silenziosa nell'elemento profondo! Quante volte, dinanzi agli spettacoli
più nuovi, avevano ripensato gli attimi incomparabili della manovra di
battaglia: il battello emerso, lo scroscio dell'onda in coperta, lo
strepito dei motori a scoppio e le sùbite vampe fra le pareti
metalliche; poi la sola torricella di comando emersa e il dorso a fior
d'acqua, in vedetta; poi emersa la sola sommità della torre coi suoi
cristalli più alti, in agguato; poi tutto lo scafo immerso, con solo
fuor d'acqua il lungo tubo del cleptoscopio armato del portentoso occhio
vitreo; alfine, l'immersione totale, accertata la rotta, corretta la
mira, pronto il siluro nella camera di prua; la corsa fatale nel
silenzio subacqueo, il lancio segreto contro la carena gigantesca!
Un giorno per caso, al Cairo, in vicinanza d'un ammazzatoio publico,
s'erano abbattuti in un uomo singolare dal capo fasciato d'una benda
leggera di lino; il quale teneva fissi al cielo fiammeggiante due occhi
immuni dal barbaglio, quasi fossero forniti della terza pàlpebra, per
osservare il volo dei corvi, dei nibbii e degli avvoltoi che roteavano a
grande altezza. Era un augure forsennato? Era un ornitologo deliberato
di rapire ai rapaci il segreto del volo senza remeggio. Si chiamava Léon
Dorne.
Per qualche tempo l'avevano avuto compagno sapiente e fervente della
loro nuova ricerca. I due manovratori di battelli sommergibili avevan
rivolto il senso statico delle tre dimensioni verso il cielo.
-- -Alis non tarsis- -- diceva l'ornitologo implume, facendo il bisticcio
sul cognome di Paolo.
Posatoi rupestri del Mokattam, pregni di splendore come gli alabastri
delle meschite, dove nel mattino gli avvoltoi fulvi s'indugiano al sole
che dissecchi la rugiada su le lunghe remiganti disgiunte e curano i
fusti teneri delle penne nascenti e a quando a quando starnazzano per
esercitar le giunture e, nel sentire il soffio, di sùbito si gettano giù
abbassandosi per un tratto di frombola senza batter l'ali e partono di
primo volo e salgono al sommo e poi discendono col becco al vento e
s'aggirano spiando tutta la contrada e si sospendono nell'aria immobili
e poi risalgono e poi ridiscendono, senza mai batter l'ali! Specchi
della Palude Mareotide, coperti d'ampie ninfee natanti che sorgono
all'improvviso con uno strepito simile a quello dei cigni; e sono i
pellicani dall'occhio scarlatto, i gravi pellicani dal sacco gutturale
venato come le dàlie; e s'ode il lor grido rauco simile al raglio, e lo
schiocco delle larghe palme che si posano su l'isolotto di melma, e di
nuovo lo strepito più forte pel più alto volo quand'essi ripiegano il
collo tra gli omeri come gli aironi e alzandosi contro il vento cangiano
la gravità palustre nella più ardua grazia e non remano ma veleggiano
sopra le nubi! Immense lande liquide dei Barari, folte di canne e di
tamerici sul pattume salmastro, interrotte da cumuli di mattoni e di
cocci che sono le ruine obliate delle città regie senza nome divenute
nido innumerevole alle dinastie delle mèropi; ove su le grandi assemblee
degli acquatici volteggia il grifone indagando le ripe se qualche
carogna di bufalo vi approdi portato dai canali, mentre a quando a
quando capovaccai e corvi trapassano in voli veementi con ombre di morte
come tratti dalla fame sagace verso un campo ignoto di carneficina ai
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