-- Baciami Isa; e sgridami Aldo.
Giù per le scale, Adimara tenne il braccio di Vana che portava il
rametto. Sul lastrico umido i cavalli delle carrozze scalpitavano, gli
sportelli sbattevano chiudendosi; sonavano gli ultimi saluti. E tutta
quella giovinezza inquieta si sparpagliò per vie diverse, nella sera di
marzo che anch'essa piangeva di gocciole e rideva di stelle.
-- Vana! Sei tu?
Ella sobbalzò, pel corridoio scuro. Era la voce d'Isabella che l'aveva
udita passare nell'aprir l'uscio della stanza. Entrambe ora nel
sorvegliarsi avevano acquistata una strana acuità. A vicenda, prima di
udire, prima di vedere, si sentivano.
-- Dove vai?
-- Esco.
-- Prendi con te Lunella?
-- No.
-- La prenderò io.
-- Vado da Simonetta.
-- Entra un momento. C'è Aldo.
Dall'interno della stanza la voce del fratello disse:
-- Morìccica, ho incontrato Adimara stamani. Ho saputo che ieri la festa
delle compiute donzelle andò a finire in lacrime. Cantasti, sembra, con
la più straziante soavità.
Ella contrasse i muscoli del sorriso, apparendo su la soglia. Aldo era
disteso sul divano. La sensazione d'inesistenza e di lontananza, in cui
ella da qualche tempo si smarriva così spesso, le si rinnovò. Le parve
che quelle parole in quei modi non appartenessero a quegli che pure le
aveva proferite. Ella lo vedeva là, in un'attitudine pigra, ma
guardingo, ritenuto, col suo segreto ben chiuso nella sua fronte
luminosa. Di lui tuttavia non udiva se non la voce che aveva risonato
laggiù, tra il fumo dei bulicami, su la ripa maledetta; di lui non
vedeva se non l'aspetto ch'ella gli aveva veduto laggiù, oltrepassata la
piccola porta di pietra carica di nera edera, contro il muro diruto
dell'abside scoperchiata, sotto la torre mozza, fra le macerie ancor
calde del vampo canicolare, in una sera di demenza.
-- Parlavamo dello Sciacallo -- disse Isabella.
Con quel nome sinistro ella designava la matrigna, la seconda moglie di
Curzio Lunati.
-- Non lascia mai di darmi fastidio, quando sono qui. Mi pento di esser
venuta via da Roma. Passa la sua vita a congiurare contro di noi, da
quella cameriera licenziata che è. E tutte le cattivèrie che mi fa mio
padre, sono aizzate da lei.
Vana non udiva se non a intervalli, come a traverso una porta che si
aprisse e si richiudesse di continuo. La sorella camminava su e giù per
la stanza discorrendo. E ogni movimento di lei la urtava nel fianco, la
urtava nel petto, la urtava nel mezzo del viso come il pugno brutale
d'un avversario accanito.
-- Sai? -- disse quella soffermandosi e guardandola, con qualcosa di falso
e d'ambiguo e di sforzato nelle labbra e nello sguardo. -- Sai l'ultima?
Mi rimproverano che io ti permetta di uscire sola!
-- Ah -- fece Vana; e non poté parlare, soffocata dall'odio, dubitando
della verità di quel biasimo, giudicandolo un assaggio scaltro,
presentendo un tentativo insidioso.
L'altra parve divinare l'insurrezione ostile, perché soggiunse:
-- Naturalmente, ne ho riso.
E ricominciò a camminare su e giù per la stanza con quel passo
ondeggiante, con quel gioco dei ginocchi, con quella maniera di
soppesare il suo corpo su i suoi malleoli come uno che soppesi nella
mano una cosa d'inestimabile pregio e ve la ponga sotto gli occhi
ostinatamente per forzarvi a una perpetua maraviglia, a una perpetua
cupidigia. Lo sguardo del fratello seguiva ogni movenza, di sotto alle
palpebre socchiuse nell'occhiaia turchiniccia e cava.
-- Vado -- disse Vana voltandosi verso l'uscio, non sostenendo l'orrore
delle visioni. -- Sono aspettata.
Uscì come di fuga. Di fuga traversò il corridoio, l'anticamera; scese la
scala, per l'androne si trovò all'aria aperta, sul lastrico. Respirò
come per sentire che i suoi polmoni erano ancóra dentro le sue costole,
che la sua vita le apparteneva ancóra. Andò diritta innanzi a sé,
provando sotto i suoi tacchi la via dura, con la fronte corrugata quasi
a serrare fra ciglio e ciglio la sua volontà angusta e aguzza, piantata
là come un cuneo. Non guardava né a destra né a manca, ma costantemente
innanzi a sé, cercando di non vedere i passanti, risoluta a non
arrestarsi anche se l'avversità del caso la portasse all'incontro d'una
persona familiare. Né guardava dentro di sé; perché voleva sfuggire alla
riflessione, all'esitazione, all'abominazione del suo atto. Pensava
soltanto: «M'aspetta. È l'ora. Debbo andare. Vado». Riconobbe
l'imboccatura della via. L'odore delle roselline, che imbiancavano i
cancelli d'un giardino, le fece mancare il cuore. Sentì sopra di sé il
pianto che avevano pianto le sue eguali. «Chi m'ha fatta così? chi m'ha
fatta così?»
La porta era là. Si volse, gittò un'occhiata da un capo all'altro della
via ch'era quasi deserta. Entrò.
Paolo Tarsis l'aspettava. La condusse in una larga stanza, scura di
legni e di cuoi, dove il fuoco ardeva in un caminetto rivestito di rame
rosso. Egli non dissimulava la sua ansietà.
-- Che accade? -- le chiese, prima ch'ella si sedesse, prima ch'ella
sollevasse il suo velo.
Allora ella si sentì perduta. Tutto il coraggio le si dileguò, il cuneo
della volontà cadde come una forcina poteva caderle dai capelli, come
una cosa da nulla. Di tutta la sua forza non le rimase se non un
orribile tremolìo nello stomaco vuoto e un'amarezza intollerabile nella
bocca.
-- Datemi da bere -- ella disse.
-- Tè?
-- No, acqua.
Strane imagini le balenavano, strani ricordi; e la prendeva una smania
bizzarra di divagare, di dire cose incoerenti e inattese. Ripensava a
quel ch'egli aveva detto un giorno del cibo agglomerato nel gozzo
dell'avvoltoio, che il rapace vomita quando è assalito dal nemico, prima
di spiccare il volo. Perché ci ripensava? Guardò intorno smarritamente.
Vide su le pareti stampe e disegni che rappresentavano la struttura dei
volatori di grande specie. Riconobbe sopra una tavola ingombra di libri
e di carte il ritratto di Giulio Cambiaso in una cornice d'ebano.
S'appressò, si chinò a guardare, col petto in tumulto. Nell'effigie muta
e immobile sotto il cristallo, vide dischiudersi il sorriso su i piccoli
denti di fanciullo. «S'egli ora fosse vivo, la mia sorte sarebbe
diversa?»
-- Forse egli mi manda -- disse, e sùbito si pentì d'aver detto.
Guardò rapidamente Paolo e vide con terrore ch'egli era già convulso
nell'aspettazione.
-- Sedete qui, Vana, sedete.
-- Qualcuno m'avrà veduta entrare? -- disse ella, avvicinandosi a una
finestra, con un accento singolare di donna prudente, come se quello
fosse un colloquio d'amore colpevole.
-- No, non temete. Di rado passa qualcuno per qui.
-- E se Isabella m'avesse seguita o m'avesse fatta seguire?
-- Non pensate a questo.
-- Ma non potrebbe arrivare qui all'improvviso?
-- Non potrebbe.
-- Perché? Oggi non dovete vederla?
-- Sì, debbo vederla, più tardi.
-- Qui?
-- Ma perché mi domandate questo, Vana?
-- So dove, so dove.
-- Che avete oggi? Non siete buona.
-- Non sono buona. Non sono venuta qui per essere buona.
-- Ma sedete, ma parlate dunque!
-- Voglio andar via. Lasciatemi andare. Non dirò nulla.
Per la prima volta egli la vedeva di contro a sé così aspra e selvaggia.
Ella aveva parlato come in uno scoppio d'ira. Il viso di lei era come il
viso della creatura che del suo cuore ha fatto una selce da scagliare in
faccia al destino.
-- Per questo egli vi manda? -- disse Paolo dominando la sua impazienza
spasimosa.
-- Chi, egli?
Lo sguardo di lui segnò l'imagine del compagno solo nella custodia di
lutto.
-- Ah, la fidanzata -- proruppe ella con una voce che era stridula come
un'irrisione maligna -- la fidanzata dell'Ombra! Non sono se non quella,
per voi. Ogni volta che vi vedo, ogni volta che vi parlo, sempre sono
quella? M'avete esclusa dalla vita, m'avete messa a fianco del morto che
v'è caro, avete posto una pietra anche sopra di me che pure ero viva,
avevo un'anima, avevo una forza e una purità e un orgoglio da portare su
qualche cima. M'avete esclusa dalla vita di sangue e di luce, per non
lasciarmi vivere se non nel silenzio funebre.... Ah, mi ricordo, mi
ricordo delle vostre parole là su la strada di Volterra; mi ricordo come
m'avete discostata da voi, con quanta dolcezza. Desideraste che io
divenissi un sorriso, che io fossi la memoria immobile di un sorriso....
Forse diventerò, forse sarò; già sono. Già riesco a simulare un sorriso
che vidi scolpito in un sasso che un giorno era stato un uomo, laggiù,
alla Badia, su le Balze, la sera in cui il mio male era più grande della
voragine. Dianzi ho sorriso così, davanti a mia sorella, a mio
fratello.... Mi avete esclusa, mi avete sepolta, e la vita si vendica su
me, su voi, su quella che vi tiene, su tutti i miei carnefici. Tutto è
impuro e tutto si corrompe.
Una ribellione indomabile fiammeggiava nello stretto viso senza carne.
Ella pose le sue dita intorno al suo collo perché la sua anima la
strangolava. Si tolse i lunghi spilli dal cappello col gesto violento di
chi sguaina il pugnale. Si scoprì il capo come già quella sera su l'orlo
dell'abisso. Ma ora il fascino della perdizione era ben più letale, e
nessuno le impediva di gettarvisi.
-- Di che m'accusate? -- disse Paolo Tarsis sconvolto dinanzi a
quell'energia minacciosa. -- Di avervi tenuta alta su l'altare d'una
memoria? di avervi serbata in me quale voi stessa voleste essere?
-- Non accuso, non accuso. Grido, perché tutte le mie ossa gridano come
su la ruota, perché non m'è rimasta se non questa forza di gridare e
bisogna che l'esaurisca per annientarmi. Non so perché, dianzi, mi sia
venuto in mente quel che una sera diceste dell'avvoltoio che rigetta il
suo cibo orribile, quando è assalito, e quando è ferito a morte, e dopo
che è spirato anche. L'odore atroce fa impallidire e mancare chiunque
gli s'avvicini. Non so perché mi sia venuto in mente questo, non so. Ma
io ho tanta ignominia sul cuore, ho tanta abominazione dentro di me che
non posso più reggerla. L'altare! Io su l'altare! Ma chi mai fu
profanata, fu bruttata più di me? A Volterra, in un piccolo oratorio di
campagna, c'è quell'Imagine che porta i segni delle tre pietre scagliate
dal viandante malvagio. Era il mio rifugio, era il luogo del mio vóto.
Ma dov'è il miracolo? E che cosa può mai l'amore, se il mio amore non ha
potuto nulla?
-- E che mai avrei potuto io? che posso io per voi?
-- Che mai, se non m'amate, se amate l'altra? Nulla, certo. Volete
ragionare? volete persuadermi che non avete nessuna colpa? Ma io non
accuso, e forse neppure comprendo. Ve l'ho detto: mi sfogo, grido. Fate
conto d'aver ferito l'avvoltoio e di dover sopportare l'agonia orribile.
Non mi ribello contro di voi; finisco come vuole la mia sorte. Tre
indugi sono concessi, tre avvertimenti, tre prove, a qualunque
scellerato. Dopo la terza volta, la tolleranza ha termine. Questa è la
mia terza volta. Tolleratemi ancóra. Pensate ancóra per un momento che
sono viva, che sono una creatura di carne e d'anima, che sono una pena
respirante. «Bisogna dar tutto» comanda una parola divina. Io ho dato
tutto. Non chiedo nulla in cambio; ma mi sia concesso di testimoniare
che ho dato tutto, prima di andarmene. La prima volta, su la brughiera,
non parlai del mio amore; piansi soltanto. La seconda volta, su la
strada fangosa di Volterra, parlai; e mi fu risposto. Questa è la terza.
Invoco forse un diritto? No; la tolleranza che si concede al più
miserabile. Tento d'imporvi la mia pena? No. Voi siete estraneo,
incolpevole: amate l'altra. Ma, giacché professate il culto delle
memorie, umilmente vi domando di ricordarvi che un giorno, un giorno
omai troppo remoto, voi veniste incontro al mio amore, voi lo prendeste
per la mano e lo avvicinaste a voi.... Oh, lo so, lo so: non fu se non
un gesto interrotto.
-- Chi può rintracciare il valore d'un gesto, d'una parola, d'un
silenzio?
-- Non accuso. Invoco l'indulgenza, cerco di farmi perdonare
l'ostinazione. Tutto può esser dato, qualche volta, per rintracciare il
valore d'un gesto, d'una parola, d'un silenzio. Lasciatemi parlare del
mio amore!
Ben era viva, uno stretto nesso di vita ella era, un tenace nodo di
potenza; e la massa della sua chioma piantata intorno alla sua fronte
era come quel torsello che è imposto al capo il qual debba sollevare
grande peso.
-- Non temo di mostrarvi la mia verità. A chi mi confesserò se non a
colui che amo? Questo è un sacramento. «Che cosa hai tu fatto dell'anima
tua?» E bisogna rispondere. Non si perdona a chi abbia vissuto invano.
Io ho dato tutto. La mia anima disperata io l'ho sostenuta con la
speranza, per l'amore dell'amore. Udite questo. La notte che seguì il
vostro arrivo a Volterra, io e mia sorella fummo l'una di fronte
all'altra, così come nostra madre ci fece, senza freno e senza maschera.
Ella era smarrita, ella era atterrita dinanzi a quel che il mio cuore
poteva. Tre volte, disse: «Fa dunque ch'egli t'ami». Era una sfida
superba? La raccolsi? M'illusi di poter vincere? E che ho mai fatto io
per vincere? di quali seduzioni mi sono armata? Udite questo ancóra.
Quella notte, nel combattimento, ella mi domandò: «Credi tu che l'ami di
più?» Io risposi: «Non di più. L'amo io sola». Avevo già guardato la
morte, mi ero già inclinata verso l'abisso. E volli vivere. Non io volli
vivere, ma il mio amore volle vivere in me. Non ero nata se non per
portarlo. Tutto in me, dalla fronte al piede, era congegnato per
portarlo. E che cosa ho io fatto per attirarvi a me? Vi dissi addio,
laggiù, su gli stagni bollenti. E fino a oggi son rimasta distante come
chi ha detto addio. Ma in certi giorni ho conosciuto la santità di
ardere, d'essere sola e di ardere per ardere. Qualcuno ha detto che la
fiamma è di natura animale. Ah, come l'ho compreso, come l'ho sentito!
Giorni d'ardore, senz'altro sollievo che il sospiro; giorni d'olocausto,
in cui nulla avanzava non consumato....
Egli temeva di guardarla. Teneva il suo capo fra le palme, e guardava il
fuoco semispento nel camino.
-- Potevo io vincere? Quella notte ella aveva detto: «L'amore più forte
non è quello che vince?» Ah, non è vero. Ho dato tutto, per saper
questo! Ella aveva detto a disfida: «Egli è folle di me.» Sì, una cosa
torbida e trista vi rendeva folle, vi rende folle. Vi amavo io sola, vi
amo io sola. Ma non avevate occhi per me, come ora; non per me, non per
l'inganno....
Egli si volse di sùbito. Ella s'arrestò, si smarrì. E sul pallore e sul
silenzio parve balenare un gran baleno.
Egli la guardò, la considerò, con quel modo ch'egli aveva di prendere la
materia umana e di porla davanti a sé e di dominarla. La parola poteva
essere una rivelazione e poteva essere un trascorso, poteva valere e
poteva non valere; ma egli riconobbe nell'aspetto di lei quel che era la
volontà prima, quel che era la cagione della visita segreta, del
colloquio richiesto. Tenne afferrata la realtà per non più lasciarla: la
sorella era venuta per accusare la sorella. Ma egli stesso fu afferrato
da una tanaglia che non più lo lentò. Tutto il resto vanì, fu abolito.
Il martirio confessato di quella creatura non valse più del tizzo
semispento su gli alari. L'istinto ferino del maschio s'impadronì di
quell'uomo attossicato. Vana credette che le pupille chiare di una fiera
nascosta la spiassero di sotto a quelle palpebre umane.
Egli si conteneva, per non sbigottirla. Ella aveva perduto il suo
coraggio ostile, il vigore della rampogna. Era omai allo sbaraglio, non
buona se non a divincolarsi.
-- Continuate, Vana -- egli disse, con la voce sommessa, per menomarne il
tremito.
-- Non so più.
-- Una reticenza? Vi disonora.
-- Perché? Che ho detto?
-- Avete parlato d'inganno.
-- Di quale inganno?
Ella balbettava, sempre più smarrita sotto le pupille chiare di quella
fiera nascosta. Egli si levò, di scatto; le prese le mani. Non le
strinse, non le scosse; ma tutta la persona di lui spirava tanta
violenza ch'ella si sentì come stritolare.
-- Parlate, Vana. Bisogna.
-- Ah, non fate di me qualcosa di male!
-- Perché dunque siete venuta?
-- Perché anch'io sono folle.
-- Non vi schermite, non vi schermite. Non l'avete già detto?
-- Che ho detto?
-- Non siete venuta per provarmi che mi amate voi sola?
Egli parlava a bassa voce, tenendole le mani ch'erano fredde e umidicce,
guardandola da presso. Ed ella vide uscire da quelle labbra le parole
ultime, le sentì scendere nel più profondo di sé, come un sorso inatteso
d'ebrezza.
-- Sì, io sola -- rispose, invasa da un languore mortale.
Egli omai l'aveva in suo potere. L'istinto ferino gli suggeriva
l'astuzia. Tutto poteva egli trarre da quel turbamento. Egli diede un
ardore ambiguo alla sua voce, per turbarla più a dentro; intrecciò le
sue dita alle dita di lei, per meglio tenerla; accostò ancor più il suo
viso, abbassò ancor più la sua voce, per creare il cerchio del segreto.
-- Voi sola, voi sola.
-- Sì, io sola.
Ella vacillò, ché le giunture le si scioglievano. Egli la sospinse,
lasciò ch'ella sedesse; si chinò, le s'inginocchiò ai piedi. Ella era
come in una intermittenza di sogno e di veglia, era come chi si
assopisce in viaggio e a ogni sobbalzo del legno si scrolla e si
ridesta.
-- Ditemi, ditemi, Vana.
-- Non è male, non è male?
-- No, non esitate. La sorte vi manda a slegarmi.
-- Ah, troppo l'amate!
-- Non è più l'amore.
-- Mai nessun dubbio?
Un gran sussulto la scosse.
-- No, no. È orribile. Come può esser vero? Come si può far questo?
Ella spalancò gli occhi. Vide ai suoi piedi un'angoscia bianca come un
pannolino attorto e spremuto da due pugna rudi.
-- Dite, Vana, dite!
Egli sentiva le mani di lei divenir sempre più gelide e madide.
-- Giuratemi -- supplicò ella nell'orrore -- giuratemi che, quando saprete,
non farete nulla contro di lei, nulla contro nessuno.
-- Sì.
-- Giuratemi che stasera non la vedrete, che non cercherete più di
vederla, che andrete lontano....
-- Sì, sì.
-- .... che non cercherete di lui né ora né mai.
Egli aveva la lingua arida come una scheggia di esca; era tutto
disseccato, dalle labbra ai precordii.
-- Lui -- accennò con la convulsione delle labbra -- lui....
-- No. È orribile. È la cosa mostruosa....
-- Aldo?
Ed ella gli s'abbattè su la spalla. Egli la respinse, balzò in piedi. E
per qualche attimo tutta la sua vita girò e rombò come una fionda
intorno al suo capo in fiamme.
Quasi in un sogno cupo rotto dai sobbalzi delle ossa ma con un languore
d'amante pur sotto l'orrore, ma con un abbandono avido al potere che
l'avviluppava, ma col presentimento d'una mutazione miracolosa che fosse
per compiersi, ella era discesa a quel punto. «Non è più l'amore» egli
le aveva detto. Nel tumulto e nell'oscurità, uno spirito d'ingenua
giovinezza ancor superstite in fondo all'abominazione aveva risposto:
«Ecco, ti slego. Ecco, sei libero. T'eri già volto verso di me; ora
ritorni a me, ora mi riconosci. Forse m'amavi già, forse non hai mai
cessato d'amarmi. Quell'altra cosa torbida e trista non più ti tiene,
non più t'infetta. E, se io metto le dita su le tue tempie, nulla più
rimane in te, neppure il disgusto, neppure il dispregio. Ti guarisco, ti
consolo, ti rinnovo. Non so se sei tu che mi porti via, che mi porti
lontano, o se sono io che ti rapisco, che ti nascondo. Di tutte le rive,
di tutte le isole che tu hai dentro gli occhi, qual'è la più lontana,
qual'è la più bella?» Come nella notte di Volterra, l'amato le era
apparso vittima di un sortilegio, prigioniero d'un malefizio, che da lei
attendesse la liberazione. Egli aveva detto: «La sorte vi manda a
slegarmi». Non aveva ripetuto: «Egli vi manda». Aveva scoperchiato la
tomba, aveva tolto alfine di sopra lei la pietra sepolcrale.
Con che crudezza, a un tratto, la respingeva! Rovesciata dall'urto
violento, ella era rimasta su la spalliera come una cosa vile e inutile,
come lo straccio strofinato nella bruttura e gittato via. Ma sentiva
l'aria della stanza occupata da una enormità di furore e di dolore
spaventosa. E, caduto il fàscino, al suo accorgimento feminino gli atti
e i detti di lui apparivano quali erano: un gioco perfido per indurla
alla rivelazione, senza pietà, senza bontà, senza promessa. Ella si
raddrizzò, come se l'odio e l'orgoglio le risaldassero le vertebre della
schiena. Si raddrizzò; e con gli occhi sbarrati guardò la passione
dell'uomo, lo spasimo della bestia.
Era come se invisibili branche, se invisibili zanne fossero conficcate
in quella dura carne, sin là dove la natura ha nascosto le fibre del
dolore disumano. Era come una lacerazione incruenta che mettesse a nudo
quanto di più occulto è nell'opaca massa destinata a fallire a patire e
a ricordarsi.
Tanto l'amava? Tanto a dentro egli l'aveva lasciata penetrare nella
radice della sua vita? Chi mai poteva estirparla?
Egli si riavvicinò, con qualcosa di feroce in tutto l'aspetto,
tendendosi verso la creatura già in piedi e in arme.
-- Non mi toccate -- gridò in lei d'improvviso l'istinto.
Egli ritrasse la mano. Roca era la sua voce.
-- Non vi tocco. Ma parlate!
-- Di che?
-- Come avete scoperta l'infamia?
Di nuovo l'energia ribelle fiammeggiava nello stretto viso senza sangue.
Nessuno aveva pietà di lei; ella non aveva pietà di nessuno.
-- Non c'è un destino che sempre mi conduce a vedere quel che non
dev'essere veduto? Voi ne sapete qualcosa.
-- Avete veduto?
-- Ho divinato, ho veduto, ho udito.
-- Che cosa?
-- Non mi toccate! -- gridò ella ancóra, indietreggiando, con una
selvaggia repulsione di tutto il suo essere.
Certo, nel martirio della sua scienza, non aveva veduto nulla di più
crudo; fra tutte le miserie, fra tutte le ignominie nessuna più atroce
di quella che si rivelava nella convulsione di quella faccia ch'ella
aveva amata, in cui ella aveva adunata tutta la luce della vita. In
verità, in verità, omai ella poteva ripetere la parola divina: «È
compiuto»; e nessun'altra.
-- Che cosa? -- ripetè egli sordamente.
Ella non rispondeva. Era più facile trarre una voce da quella parete, da
quel legno, da una qualunque di quelle forme angolose e scure sparse
intorno come massi d'inimicizia, che disuggellare quelle labbra. Ella si
rimetteva il cappello, il velo, senza fretta e senza fiacchezza. Egli
aveva ripreso a vagare per la stanza, serrato dalle branche e dalle
zanne invisibili. Ritornò verso di lei; le mostrò di nuovo quella faccia
che pareva fosse stata ficcata nel più turpe fango umano e poi
risollevata tutta contraffatta e lorda.
-- Da quanto dura? -- chiese con la voce brutale.
Ella non rispose.
-- Andatevene, dunque, andatevene! -- proruppe egli, forsennato, non
respirando che l'ingiuria e la violenza.
Ella gittò un rapido sguardo all'imagine chiusa nella custodia di lutto;
abbassò il velo; andò verso l'uscio, l'aprì ella medesima. Egli la
richiamò.
-- Vana!
Ella non si volse, traversò l'andito. Un domestico la precedeva per
accompagnarla fino alla scala. Ella aveva il passo fermo, un rigore
quasi lapideo in tutta la persona, una tesa volontà di ripulsa, come per
rendersi intangibile; poiché pensava che una mano potesse a un tratto
prenderla per la spalla e trattenerla. Si ritrovò sul lastrico. «È
compiuto».
Camminò diritta lungo il muro; rasentò ancóra i cancelli carichi di
roselline. «Sono gialle» notò. Senza soffermarsi ne colse una che
pendeva all'altezza della sua mano: era sfiorita; si sfogliò subito. Le
pareva di sorridere, ma veramente non sorrideva. «Viviano, Viviano,»
pensò «credevo che t'avrei riveduto, credevo che l'ultimo saluto sarebbe
stato per te, buon compagno».
Rasentando un muro scrostato su cui scorreva la sua propria ombra, ella
rivide la larva smorticcia quale erale apparsa laggiù, alla Badia,
uscente dalla parete come una di quelle figure estinte che l'intonaco
ancor serra presso il grande cavallo bianco. «Un sorriso in una pietra.
Chi sa che cosa anche tu avevi scoperto nella vita! Ma tu sei senza età!
Io ho vent'anni; e so troppe cose. Tu sei impietrato, sei scolpito, non
ti muti più. La bestia orribile non si affaccerà all'improvviso fra la
tua fronte e la tua gola». Ella batteva le palpebre come per cacciare
l'imagine della faccia bestiale, dianzi veduta tra la fronte e la gola,
del suo amore; che di continuo le si riformava in fondo alla pupilla.
Quella ancóra la sconvolgeva, la inorridiva. Ma, se fosse riuscita a
cancellarla, le sarebbe quasi parso di non soffrir più; perché in quel
punto aveva l'illusione d'essersi liberata da tutto il resto. Era come
se le avessero capovolta l'anima, come se fossero andate al fondo tutte
le cose infeste che la strangolavano e fosse venuta nel luogo loro una
parte preservata e lontana ove non aliasse se non l'aura dell'estrema
pace. «Tutto è compiuto. Tutto è consumato».
Su una piccola piazza vide un cavallo bianco attaccato a una vettura
publica. Era d'un bianco qua e là giallastro, con la testa bassa tra due
gran paraocchi, con un'aria stanca e triste su le sue gambe arcate.
-- Vuole? -- domandò il cocchiere, rubicondo e lustro.
Ella mise il piede sul predellino.
-- Dove La porto?
Ella voleva rispondere: «Alla Badia». Diede l'indirizzo di Simonetta
Cesi. Il cavallo bianco trotterellava zoppicando; e la sua lunga schiena
stecchita s'abbassava verso la spalla sinistra, a stratte. Per non
guardarla, Vana alzò gli occhi: vide il sole roseo sul cornicione d'un
palazzo, il lieve cielo come sparso di piume, un grande albero della
Giudea fiorito in un giardino. Cercò anche una rondine a volo, un nido
di rondine in una gronda: inutilmente. «Simonetta, Simonetta, che dirai
domani? Piangerai un'altra volta? Ah, se tu sapessi quanto male fa
l'amore, a chi ama e a chi non ama! Il pastore di Fondi lo sa, e anche
la Driade. Dio ti guardi, sorella allegra!» Diede al cocchiere un altro
indirizzo, il suo proprio. S'appoggiò indietro; e guardò il cielo,
respirò la primavera, cercò una rondine in una gronda. L'ansietà la
riprese; di nuovo il cuore le si torse; l'anima le si rivolse, e le cose
crudeli la strangolarono. «Isabella è già uscita? Va dov'egli l'aspetta?
E che accadrà? S'egli la uccidesse....» Con un gran sobbalzo ella rivide
quelle mani contratte che s'erano tese verso di lei e che non l'avevano
toccata, non avevano osato più toccarla. «Perché ho fatto questo? Per
vendicarmi? La vendetta è una gioia. E qual'è la mia gioia? L'ho fatto
per provargli che l'amo io sola? E mi sembra di non amarlo più. L'ho
fatto per essere alfine costretta a morire? Ficcare il viso a fondo nel
lordume della vita è una maniera di morire». E la sua inconsapevolezza
profonda, di sotto alla sua scienza funesta, si tendeva verso il mistero
in cui s'oscuravano le creature del suo medesimo sangue. «Isabella va
ogni giorno laggiù dov'egli l'aspetta, e Aldo non lo ignora. Spesso ella
s'indugia, non torna se non a tarda notte, qualche volta al mattino; e
Aldo non lo ignora.» Senza comprendere, ella rimaneva come sotto un
incubo deforme, con un misto di ribrezzo e d'ambascia. Scorse nella
vetrina d'un fioraio un mazzo di rose gialle in mezzo a un fascio di
capelvenere. Fece fermare la vettura; discese; entrò, comperò i fiori.
Li tenne su le sue ginocchia, stringendo i gambi con le due mani.
Nell'orrore inesplicabile della vita si rifugiava anche una volta presso
l'Ombra. Rivedeva il sorriso vivente di Giulio Cambiaso, i denti minuti
e puri come quelli di un bimbo; e sentiva che veramente nessuna creatura
umana era stata per lei tanto dolce e nessuna tanto vicina. Ebbe onta
della sua ribellione insensata contro quella tutela funebre. Disse, come
sul sentiero della Badia: «Fra poco, fra poco verrò».
E allora le figure del caso, -- quelle rose, il cavallo bianco, il muro
scrostato, la disparizione delle rondini -- furono i segni che la
conducevano verso il compimento. E tutto, da quel punto, fu segno e
indizio e fatalità.
Scese davanti alla sua porta. Seppe dal portiere che Isabella era
uscita, che Lunella era rientrata. Salì all'appartamento della
sorellina. Udì la voce di Miss Imogen che recitava nel suo idioma il
ritornello d'una vecchia leggenda. Si soffermò; spiò, non vista.
Lunella era seduta accanto alla finestra, simile a un gentile paggio,
vestita di velluto fulvo, col suo largo collare di merletto, co' suoi
fiocchi di nastro che le ritenevano il peso dei capelli alle tempie.
Intagliava con le sue forbici una imaginetta in un foglio di carta. Ai
suoi piedi Tiapa era seduta su la seggiolina dorata, in un abbigliamento
suntuoso che nascondeva le ferite e le magagne, tutta seta e ricami,
come una minuscola Infanta. E Miss Imogen, smilza e biondiccia, con
quella voce melodiosa che l'aveva resa accetta a Isabella, in piedi
presso i vetri, leggeva nel libro la tenzone della Madre e del Figlio.
«E quando tornerai tu dal viaggio, -- o figlio mio gioioso, dimmi, dimmi,
-- e quando tornerai tu dal viaggio? -- E ben so che non ho altri che te.»
-- «Quando l'alba si levi a tramontana, -- o cara madre.»
Vana tratteneva il respiro, spiando per mezzo ai lembi della tenda. La
stanza era chiara e tranquilla, con la sua tavola, con il suo leggìo,
con la sua scansia di libri, con la sua lastra di lavagna ove restava
disegnata dal gesso una figura geometrica. Lunella era intenta alla sua
arte, sporgendo di tratto in tratto il labbro di sotto se l'intaglio le
riusciva difficile, secondando con le dita abili l'arrendevolezza del
foglio che le si volgeva per ogni verso. A ogni risposta del figlio ella
s'interrompeva per un attimo, sollevava le palpebre ombrose e guardava
il libro. Poiché stava ella di profilo contro la luce, Vana in
quell'attimo le vedeva gli occhi color di nocciola rischiarati per
traverso splendere come topazii. «Quando l'alba si leva a tramontana, --
o figlio mio gioioso, dimmi, dimmi, -- quando l'alba si leva a
tramontana? -- E ben so che non ho altri che te.» -- «Quando le pietre
nuotino nel mare, -- o cara madre.»
Nella breve interruzione il cuore di Vana pareva arrestarsi. Per un
attimo la piccola sorella rimaneva attonita, come se sùbito non
comprendesse quegli strani modi che dissimulavano la sentenza tremenda;
poi reclinava il capo e riprendeva il sottile suo lavoro, inconsapevole
di ciò ch'era sospeso su la sua chioma d'angelo magnifico.
«Quando le pietre nuotano nel mare, -- o figlio mio gioioso, dimmi,
dimmi, -- quando le pietre nuotano nel mare? -- E ben so che non ho altri
che te.» -- «Quando le piume sienvi come piombo, -- o cara madre.»
Non il pensiero dominante della morte ma il gelo stesso della morte
allora fu nella misera che di dietro la tenda assisteva allo spettacolo
di quella vita ignara. Ella s'agghiacciò tutta, dalla nuca alle
calcagna. La figura dello spettro entrò nella sua immobilità. Le parve
non d'essere sul punto di trapassare ma d'essere già simile al
trapassato che ritorna nella sua casa come un testimone invisibile e
guarda le creature familiari vivere senza terrore sotto le sciagure
imminenti.
«Quando le piume sonvi come piombo, -- o figlio mio gioioso, dimmi,
dimmi, -- quando le piume sonvi come piombo? -- E ben so che non ho altri
che te.» -- «Quando giudichi Iddio tra i vivi e i morti, -- o cara madre.»
Ella fece un passo di là dai lembi della tenda. Lunella si volse, lasciò
cadere la carta, balzò in piedi, le corse incontro, la cinse con le
braccia e pose il suo viso nelle rose.
-- Per me? per me? per Forbicicchia?
-- No, queste no.
-- Perché?
-- Perché sono gialle.
-- E che importa?
-- Sono per me, sono per Morìccica.
-- Tutte?
-- Tutte.
-- Dammene una!
-- Lasciami sedere, ché sono tanto stanca.
-- Perché sei stanca?
-- La primavera affatica. Non la senti tu?
-- Me m'assonna, mi mette tanta voglia di dormire. Dormo anche con gli
occhi aperti. Dammene una!
-- Non si può.
-- Perché non si può?
-- Perché una.... porta sfortuna.
-- Chi l'ha detto?
-- Te lo dico io.
-- E perché lo dici?
-- Perché lo so.
-- E come lo sai?
-- Sta a sentire. Una volta una bambina, che non si chiamava Lunella ma
era dolce come Lunella, si partì di lontano lontano, dall'estremità
della terra, da un paese che si chiamava Madura, dove c'era un Dio che
si chiamava Visnù; si partì sola sola, a piedi nudi, per portare una
rosa: una rosa gialla. E la portò, e la diede; ma quello che l'ebbe,
sùbito morì.
-- Oh no!
La forza misteriosa del sangue si rimescolò, a quell'accento. Era come
un'eco ritornante, come una ripercussione recata da un'aura dei luoghi
profondi. Vana credette riudire sé medesima in quelle due sillabe
esclamate, sé medesima nella remotissima ora. Quell'accento era sorto
all'improvviso dal penetrale della stirpe, ove le geniture segnarono i
più lievi segni del riconoscimento, lievi e pure più certi d'ogni altra
affinità carnale, palesati a quando a quando con un'aria, con un tono,
con un gesto, con uno sguardo.
-- Sorellina, sorellina, perché tanto mi somigli? -- disse Vana, invasa da
una commozione che non poté nascondere.
E serrò perdutamente sul suo petto la creatura palpitante; e la tenne. E
quella non si disciolse ma restò nella stretta, nella calda tenerezza;
vi s'accomodò con piccoli moti dei muscoli come per meglio aderire,
sentendo un calore materno esalare da quelle braccia e penetrarla, un
calore materno che pur la sorella sentiva sorgere a poco a poco dal suo
petto verginale con la rivivente imagine di quella che le aveva
carezzate entrambe nel tempo felice.
«E quando tornerai dal tuo viaggio, -- o figlio mio gioioso, dimmi,
dimmi, -- e quando tornerai dal tuo viaggio? -- E ben so che non ho altri
che te.» -- «Quando l'alba si levi a tramontana, -- o cara madre.» Il
ritornello, non come verbo ma come melodia, ondeggiava sul cuore di
Vana, forse anche su l'altro piccolo cuore. Su i vetri della finestra
pioveva l'azzurro sempre più cupo; l'ombra s'addensava nelle pieghe
delle tende, negli angoli, sotto le porte; il rumore cittadino non
giungeva sino a quel silenzio, se non indistinto. «Quando le pietre
nuotino nel mare, -- o cara madre.»
Vana s'accorse che Lunella s'era addormentata; e l'anima le venne meno,
di struggimento. Non si mosse, non diede il più lieve crollo. Come Miss
Imogen apparve all'uscio, con gli occhi ella le accennò di non
appressarsi. Quella si ritrasse. La bimba dormiva con la gota contro la
spalla della sorella, abbandonata su le ginocchia che la reggevano. Vana
sentiva l'odore e il tepore dei capelli, il respiro quieto, tutta la
gracilità sensibile delle ossa. Ascoltava il silenzio: le cose vi
calavano a fondo come in un mare. «Quando le piume sienvi come piombo, --
o cara madre.»
S'era fatto il vespro. L'azzurro su i vetri pendeva nel violetto. Forse
la stella già tremolava sul più alto cipresso del giardino. La prima
squilla della salutazione angelica mosse un'onda che le inondò i
precordii. «Quando giudichi Iddio tra i vivi e i morti....» Ben era
quell'onda stessa che le saliva alle ciglia, che traboccava. La
contenne, la riversò dentro, per tema che le gocciole calde scorressero,
cadessero sul viso di Lunella, la risvegliassero. «Ah dormire, dormire,
non saper più nulla, non ricordarsi più di nulla, entrare così nella
pace, senza risveglio!» Ella pensò che un giorno, per essere felice e
per ringraziare il Cielo d'esser nata, parve le bastasse di appoggiare
il capo sopra un petto crudele e di piangere un poco e di addormentarsi
e di non svegliarsi più. Ora la sua piccola sorella faceva quell'atto,
ed era come s'ella medesima lo facesse verso quella madre che si sentiva
rispondere per ambagi sempre la parola disperata.
Le campane sonavano; l'ombra s'incupiva; il respiro di Lunella era
eguale. Il sopore si propagava da quel dolce corpo abbandonato. «Fin che
tu ti rammenti, fin che io non mi scordi!» Le palpebre di Vana
s'appesantivano; il suo respiro s'accompagnava al respiro innocente. Il
tempo fluiva nell'oscurità.
D'improvviso nell'oscurità un grido si levò, un grido di terrore; a cui
un altro grido rispose, ché anche la misera nella confusione del sonno
era atterrita sentendo le mani di Lunella aggrapparsi al suo collo, e
tutto il corpo sobbalzare convulso.
-- Vanina! Vanina!
Gridava come se morisse o vedesse morire, gridava come nelle tenebre del
sepolcreto.
Sbigottita Imogen accorse, fece la luce, vide le due sorelle aggrappate
l'una all'altra e smorte.
-- Mio Dio! Mio Dio! Che accade?
-- Nulla, nulla. Lunella s'è svegliata e ha avuto paura del buio.
La piccola tremava ancor tutta, e Vana non riusciva a domare il suo
proprio tremito.
-- Quanto tempo è passato? È tardi? Che ora è?
-- Sono quasi le nove -- disse Imogen.
-- Così tardi? Bisogna che tu mangi, piccola cara, bisogna che tu ti
faccia servire il tuo pranzo.
-- Non te n'andare, Vanina, non te n'andare! Rimani con me stasera.
-- Sono ancóra così, vedi? Bisogna che mi svesta. Poi torno.
-- Non te n'andare!
-- Ti dico che torno.
Ella baciò l'inquieta. Prese il mazzo delle rose. Si volse per uscire.
-- Vanina, torni?
-- Torno.
La piccola la seguì fino alla soglia. Ella s'allontanò di corsa per
l'andito. Il singhiozzo frenato le rompeva il petto.
Scese la scala, si diresse verso le sue stanze. Non incontrò nessuno.
Tutta la casa le parve deserta e sinistra. Chiamò:
-- Francesca!
La sua cameriera non rispose. Chiamò:
-- Chiara!
Entrò. Posò i fiori sul suo capezzale. Non reggendo all'ansia, uscì;
corse verso l'appartamento d'Isabella.
-- Chiara!
La donna rispose. Era là, nella camera da letto.
-- Isabella è tornata?
-- No, signorina. Ha fatto sapere che non torna, che non s'aspetti.
-- Come l'ha fatto sapere?
-- Ha chiamata me al telefono.
-- Di dove?
La donna chinò gli occhi, con un sorriso compunto.
-- V'ha parlato ella stessa? Avete udito la sua voce?
-- Sì, signorina.
-- Verso che ora?
-- Mezz'ora fa.
-- Bene.
Un'amarezza così atroce le torse lo stomaco, che la donna credette
avesse riso. Era veramente più atroce che il vomito funebre
dell'avvoltoio.
-- E mio fratello è rientrato?
-- È rientrato, s'è vestito ed è uscito di nuovo. Pranzava fuori.
-- Francesca dov'è?
-- Credo sia giù in guardaroba.
-- Chiamatela, che venga su da me a spogliarmi.
-- Vuole che La spogli io?
-No.
A un tratto, le faceva ribrezzo. Era lo stesso modo, era la stessa voce
della notte di Brescia. Come avrebbe potuto ella lasciarsi toccare da
quelle mani?
-- Che ordini ha per il pranzo?
-- Nessuno.
-- Non pranza?
-- Non ho voglia.
-- Si sente poco bene?
-- Chiamate Francesca.
La donna uscì. Ella rimase nella vasta camera di damasco verde, che
odorava di gelsomino come l'estate del giardino di Volterra. Il gran
letto era preparato; la lunga camicia molle e trasparente era posata su
la rimboccatura orlata di pizzo. Su la tavola della specchiera
brillavano innumerevoli cristalli metalli avorii: fiale d'essenze,
scatole di cosmetici, pettini e spazzole di varia densità, in bacili o
in custodie arnesi più sottili e più diversi che quelli di qualsiasi
altra arte, tutti gli strumenti e tutti i segreti addetti al culto del
corpo trionfale.
Per l'ultima volta la potenza dell'odio creò di tutto rilievo la figura
ondeggiante con la pieghevolezza delle malvage murene. -- Aveva vinto,
aveva vinto ancóra! Ancóra una volta, certo, aveva inebriato di voluttà
e di menzogna la bestia ruggente! Era incolume. L'ora del pericolo era
trascorsa. Non schiacciata dall'ira, non gittata sul lastrico ma
creduta, ma temuta, ma ripresa, a rabbia e a infamia della delatrice. --
Le imaginazioni vergognose assalivano la misera. Ella rivide la bestia
orrenda affacciarsi tra la fronte e la gola di colui ch'ella aveva amato
sopra la vita e sopra la morte. E dalla selvaggia repulsione risorse la
forza; si raddrizzarono le vertebre nella schiena, un tenace nodo di
potenza si riformò nell'anima; un sovrano dispregio fiammeggiò nello
stretto viso senza carne, sotto la massa della chioma piantata intorno
alla fronte come quel torsello ch'è imposto al capo il qual debba
sollevare grande peso.
Sùbito pensò ch'era disarmata e che le bisognava l'arme sicura. Seguendo
un ricordo ben distinto, cercò intorno, qua e là. Vide luccicare quel
che cercava: un pugnaletto turchesco dal manico di calcedonio, già
appartenuto a quell'Andronica Inghirami il cui nome è scolpito nella
pietra fessa d'un architrave, alla Badia, insieme col nome d'Ugo
Riccobaldi, sopra uno scudo a tre stelle. Lo prese, lo nascose, uscì.
Tornò alle sue stanze.
Vigilò sé stessa come il guerriero il quale tema che un pensiero ignavo
penetri per la fenditura del suo casco. Non ebbe pietà di sé, né di
nessuno, fuorché di Lunella. Resistette alla tentazione di rivederla;
resistette a un'altra tentazione disperata che l'afferrò un istante:
quella di non lasciarla nella casa dell'ignominia, quella di portarla
via con sé dove nessuna profanazione poteva giungere mai. «Dio ti
guardi! Dio ti salvi! Se l'anima è immortale, io stessa ti guarderò come
dianzi quando tu non mi vedevi.»
Ella sapeva come la salma si ponga in apparecchio di sepoltura: si
ricordava di sua madre. Apprestò il suo giovine corpo, scarno e forte
come quello d'una Martire indomabile. Lo purificò. Si lasciò pettinare,
pazientemente. Scelse la più bella delle sue vesti bianche. Evitò di
guardarsi nello specchio per non essere indotta a commiserare la sua
giovinezza. Ma era tanto bella nel suo rigore adamantino, che la donna
non poté trattenere una parola di maraviglia.
-- Andate con Dio, Francesca.
-- Domattina chiamerà?
-- Chiamerò.
Rimasta sola, chiuse le porte. Trasse il pugnaletto d'Andronica; lo
sguainò, lo mirò, ne provò la punta su l'unghia del pollice. Un brivido
le raccapricciava tutta la carne; ma il cuore le restò prode. Ella posò
la lama presso il fascio delle rose, per consacrarla. Scacciò da sé le
ultime imagini acri, che ancóra tentavano di assalirla. Volle essere
intenta a una sola. «Eccomi. Sono pronta.»
Rivide l'eroe supino, avvolto nella rascia rossa del guidone, con
intorno al capo il drappo nero accomodato a celare il taglio della
tempia. E la visione fu evidente come se il rude letto da campo fosse a
fianco del letto verginale.
Andò alla finestra, l'aperse: la notte era stellata ma fredda su gli
orti cupi di cipressi e di allori. Con gli occhi d'incorruttibile smalto
salutò le giovani stelle nel cielo di primavera, riconobbe il Carro, le
Guardie, le Pleiadi; mentre la mano sentiva battere la forza del cuore
sotto il costato, cercando l'interstizio.
Non richiuse. Spense tutte le lampade, tranne una presso il capezzale.
Si scalzò, salì su la proda, si distese, congiunse i piedi come
offrendoli alle pastoie d'argento. Risollevò il busto per porre su i
nudi piedi congiunti le rose, come ad osservare il rito del connubio
funebre. Spense l'ultima lampada. Tenendo stretta l'elsa gemmea nel
pugno, si riadagiò col capo su que' suoi capelli tanto fieri che
sembravano nutrirsi del suo coraggio.
Allora si sentì bella di quella bellezza che a traverso le lacrime ella
aveva veduta soltanto sul volto dell'eroe supino.
E il resto fu silenzio.
Paolo Tarsis era uscito dalla sua casa, poco dopo lo sciagurato
dibattito. Aveva raccolto tutta la sua virtù per dominare il suo dolore
e il suo furore. Aveva esitato, prima di dirigersi verso il nascondiglio
dei suoi piaceri. Poi aveva risoluto di affrontare il rischio.
Contratto sul suo spasimo, aspettava la donna.
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