In che mancai allora? -Mortella.- Tanto sei smemorata! E mi domandi un atto di fede? Ti prego, ti prego: lasciami alla mia sera. Lasciami serbare il mio silenzio, col pugno su la bocca. -Costanza.- Non si può. Quest’ora non tornerà mai più. -Mortella.- M’ero purificata. Non vedi? Ho la mia veste bianca, e un comandamento dentro di me, a cui devo obbedire. Avevo ripetuta la parola santa: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice». Bisogna dunque che lo beva? -Costanza.- E bisogna che io beva la mia parte: tutta la feccia. -Mortella.- Sia. Troppo grandi occhi tu m’hai fatti, e hai trascurato di mettere nel mio sangue la smemoraggine. Già, nel difenderti, tu avevi tentato di dimostrarti irreprensibile prima della sventura, fedele a lui vivente se pur infedele alla sua memoria. Ora tenti di nuovo, povera, dopo aver detto che l’anima tua intiera è davanti a me! La madre si smarrisce, si perde, agitata da un tremito che la dissolve. La voce le manca. -Costanza.- Non è così? -Mortella.- Ho respirato il fuoco. M’hai fatto respirare un orribile fuoco. -Costanza.- Dio, Dio! -Mortella.- Credi tu, o vuoi ch’io creda, ch’egli volgesse il viso contro il muro, senza vedere, senza sapere, ignaro di tutto? Ma il più leggero dei tuoi passi intorno al suo letto lo faceva soffrire peggio che se tu avessi camminato sul suo petto con piedi di bronzo. -Costanza.- Ah, che ho fatto! -Mortella.- Anche prima, anche prima che la malattia lo inchiodasse nel letto, certe sere, quando era solo con me, all’improvviso mi stringeva tra le sue braccia con una disperazione che faceva per me la notte su tutta la terra e oscurava tutto l’avvenire. Non parlava ma stringeva più forte. E sentivo cadere le sue lacrime sul mio capo... Ah, un anno di vita miserabile non m’avrebbe maturata come ciascuna di quelle. Rientrando a casa con lui, mi pareva di tornare dal fondo del dolore, sfiorita, senza più giovinezza. Che altra ghirlanda avrei potuto portare, dopo? Sono qui, quelle lacrime, sono qui dentro, tutte, indurite, divenute diamanti che tagliano. -Costanza.- Non sapevo, non sapevo... -Mortella.- Non sapevi ch’egli t’amava, che tanto t’amava? che aveva messo in te le radici della sua vita? che ti considerava come la sua compagna e come la sua creatura, come la sua opera e come il suo premio? -Costanza.- Ah, cessa! -Mortella.- Non sapevi che t’amava come oggi mio fratello ama la sua donna? Perché mio fratello, tuo figlio, l’ama la sua donna, senza rimedio. Là, nella mia stanza, prima che tu entrassi, ho sentito tremare il suo cuore sgomento sotto l’ombra che gli facevo per provarlo. «Ah, no, no!» balbettava, sconvolto. «Sparirei, morirei». E quel che fu fatto contro il suo padre, sarà fatto contro di lui. Tu l’hai preparato, tu l’hai voluto. -Costanza.- Non è vero, non è vero! Non può esser vero anche questo. Dio, Dio, che farò? Morire non basta. -Mortella.- No, non basta. -Costanza.- Figlia atroce, creatura di spasimo, quanto urlai, quanto mi travagliai per metterti al mondo! E mi sembra di partorirti un’altra volta dal mio terrore. -Mortella.- S’è vista una madre cullare una bara. -Costanza.- Ma nessuna portare un cuore più peso. Tu sei stata in me, hai vissuto in me, più profonda del cuore, più dolce del latte. Ti sentivo palpitare a quando a quando, come la vena della felicità, stando seduta, senza pensieri, quasi assopita, col sole su i cigli... Sei uscita da me, hai pianto, hai sorriso. Il segno del mio legame tu l’hai: è indelebile. E ora sei là, quella stessa, quella della mia carne; sei là, grande, oscura, ostile, carica di destino, piena di cose orrende, piena di cose che tu sai e io non so, più esperta di me, perfino più triste di me, forse, ora che sono diventata vecchia all’improvviso, ora che non ho più nulla, ora che nessuno m’ama più, ora che ho fatto questo male... Figlia, figlia, dimmi che non è vero! -Mortella.- Ancóra vuoi chiudere gli occhi! Ancóra vuoi essere illusa e risparmiata! Tutto devi sapere. -Costanza.- Tu ne sei certa? Di che cosa sei certa? fino a che punto? Le parole le bruciano le labbra. Insofferente, Mortella si copre la faccia con le mani. Sì, perché tu mi parli così, perché io osi interrogarti, bisogna bene che tu ti sia recisa da me, che non vi sia più legame, né più ritegno, né alcuna cosa intatta, né alcuna cosa pura, e che al rossore della vergogna non manchi se non il sangue... Ma dimmi! -Mortella.- Dio guarisca i miei occhi prima di chiudermeli. -Costanza.- Ma è possibile questo? Se ho voluto ravvicinarmi, se ho supplicato, se mi sono umiliata, l’ho fatto per la speranza di riprenderti e per il bene di mio figlio, per l’amore del mio figlio buono, del mio figlio dolce, di quello che non m’ha mai dato una pena, che non m’ha disconosciuta mai, che non ha mai dubitato di me. Ed ecco, io, io stessa, gli porto la sciagura nella casa ricuperata, io stessa gli getto la mala sorte, gli conduco il nemico, lo dò legato al nemico.... Ah, è possibile questo? Dimmi, dimmi. Io sono perduta, tu ti perdi; ma bisogna che io salvi mio figlio, che tu salvi tuo fratello. Io e te non vogliamo dar tutto per lui? S’ode improvviso salire dalla profondità della cappella un preludio d’organo. Una commozione straordinaria illumina la faccia della vendicatrice. -Mortella.- Ascolta! Ascolta! I grandi accordi sembrano salire su per gli antichi cipressi frementi dalle radici alle cime. Chi parla? Di chi è questa voce? Mi passa per le ossa. -Costanza.- Sono tutta di gelo. Nel cielo mistico del vespro l’armonia solenne sembra ingrandire la potenza degli alberi funebri. Tutta la selva digradante si leva come una implorazione verso il presentimento della prima stella. -Mortella.- Una cosa sola vive, nella sera, una sola: quella tomba. Non è una pietra, è uno spirito. Non senti come ne tremano i cipressi, come ne tremano le lastre dove posiamo i piedi? -Costanza.- Che luce hai nella faccia! Com’è bianca la tua veste! Mortella! Sacrificami. Ella va verso la figlia come per offerirsi. -Mortella.- No, non voglio che tu mi tocchi. -Costanza.- Ti giuro, ti giuro che non sono quella che ti sembro. -Mortella.- Va a pregare. -Costanza.- Te lo giuro: non sapevo, no, non sapevo di aver dato la mia anima a un assassino. -Mortella.- Lasciami. Non posso perdere la mia sera. Lasciami sola. È tempo. Va a pregare. Il preludio cessa. Il rombo dell’ultimo accordo si prolunga su per i cipressi. Poi si fa alto silenzio. -Costanza.- D’ogni male mi tengo colpevole, pronta a espiare in ogni modo, e con tutta me e per vita e per morte e oltre; ma dell’infamia che mi apponi sono monda. Vieni, vieni. Te lo dirà colui che ha ucciso. -Mortella.- Non mi toccare. Lasciami. Non voglio più nulla udire, più nulla sapere. -Costanza.- Bisogna che tu venga con me, che tu lo cerchi con me, che tu non ti ricusi alla verità. -Mortella.- Non credo, non posso più credere. Tutto è inganno, tutto è menzogna. Lasciami! Lasciami sola! Perché mi profani? La madre, nel contrasto, sente sotto la sua mano la durezza di un’arme corta e sottile, nascosta nelle pieghe della veste bianca, entro la cintura. -Costanza.- Che hai qui? -Mortella.- Ora mi frughi? Non voglio. Ella si dibatte, e respinge le mani insistenti. -Costanza.- Mortella, Mortella, che hai qui? che nascondi? -Mortella.- Non voglio essere frugata. Lasciami. Bada! Non mi spingere all’estremo. Ma la madre non desiste. Ha già messa la mano su l’arme, e cerca di strapparla via. -Costanza.- Ah, è lo stiletto, è la misericordia! Perché lo porti addosso? che vuoi fare? Dammelo! -Mortella.- No, no! Bada! -Costanza.- Dammelo, Mortella! -Mortella.- No! Lottano, anelanti, l’una strozzata dall’ambascia, l’altra dall’ira. Lascialo, o ti mordo la mano, o non so quel che faccio. Ah! La madre è riuscita a strapparle l’arme; e balza indietro, tenendola serrata nel pugno. Entrambe ansano; ma la figlia è sfigurata da un’ira selvaggia, addossata alla balaustra, tutta bianca sul nero dei cipressi. -Costanza.- Figlia, figlia, che volevi fare? Ella le parla sommessa, con le mascelle malferme, atterrita dall’aspetto di quella furia vertiginosa. -Mortella.- Se sùbito non mi rendi quell’arme, mi getto di sotto, a capofitto. Pòsala, e va via. Ella ponta le due mani su la pietra della balaustra e s’inarca indietro, verso il vuoto, pronta al salto, con una risoluzione così violenta nella minaccia e nell’atto che la madre si piega, tende verso di lei la mano, fa qualche passo curva, come strisciando su le lastre, e posa la misericordia dall’impugnatura d’oro che brilla. Non ha ancora ritratta la mano e non s’è rialzata ancóra, né la figlia ha mutato attitudine, quando s’ode un passo alla soglia della porta destra, e appare Gherardo Ismera. Sembra ch’egli venga in cerca di qualcuno; e da prima non s’accorge della presenza di Costanza e di Mortella su la terrazza già tutta occupata dall’ombra folta dei cipressi. Chiama a voce bassa, esitando. -Gherardo Ismera.- Giana! Giana! Rapidissima, la donna si risolleva e mette il piede su l’arme rimasta a terra, nascondendola. Così, diritta, attende in silenzio. Gherardo Ismera s’avanza, sta per salire i gradi; e ancora lo scuro della sera l’inganna, che egli ripete per la terza volta il nome. Giana! Scorgendo la donna su la terrazza, ha un sussulto improvviso e si arresta. -Costanza.- Non è Giana qui. Sono io qui, e c’è mia figlia. Stavamo per venire a cercarti. -Gherardo Ismera.- Eccomi. Egli ha già raccolte le sue forze, sapendo che l’ora dell’ultimo combattimento è venuta. -Costanza.- Dio vuole che mia figlia mi sia testimone in quest’ora. Dio vuole che l’ombra copra un poco quest’orrore e mi veli un viso inumano che certo non avrei potuto fissare alla luce del giorno senza averne gli occhi abbuiati e il cuore spento. Non v’è alcuna violenza nella sua voce, ma una gravità che sembra dare a ogni parola un peso di sangue e di lacrime. -Gherardo Ismera.- Anch’io ho temuto, se bene tanto più forte. Anch’io ho tremato di pietà e -- lo confesso -- ho tentato di differire. Né m’attendevo questa testimone a un colloquio supremo che la passione filiale non può sopportare né intendere. Sottomettermi a un giudice, qualunque sia, non posso. L’ho già detto. Ma tu non giudicherai. Non si giudica il destino che ci martella e ci foggia. L’albero non giudica il fuoco che lo arde. E, se un atto terribile fu commesso, tu anche eri curvata sotto la necessità che lo volle. -Costanza.- Nessuna parola dubbia, nessuna parola ambigua. La verità, la verità nuda! Sono accusata anch’io. Dinanzi a quegli occhi fissi che ci guardano dal fondo dell’eterno, io sono la complice: ho aiutato a uccidere, ho sorretto la mano micidiale, ho vissuto a fianco dell’uccisore, l’ho ricondotto qui per rinnovare l’infamia, gli ho messo nelle branche un’altra preda, ho preparata un’altra rovina. È questa l’accusa. La ripetono quegli occhi inesorabili. Se mi vale l’aver data tutta me stessa senza misura e senza pausa, se mi vale tanta cecità nel credere, tanto ardore nell’obbedire, tanto sforzo nel superarmi, se mi vale l’aver amato e servito l’amore di là dalla speranza e dalla disperazione, se mi vale infine questo annientamento fulmineo di tutto ciò che fu la mia ragione di vivere e di tremare, ti domando di dire la verità dinanzi a questa testimone del mio sangue e del mio spirito. -Gherardo Ismera.- Mia povera donna, quest’ombra non basta. Anche la notte sarebbe troppo chiara. E che altro vorrei fare, che altro potrei, se non velarmi la faccia ed entrare nel silenzio che tutto assolve e tutto cancella? V’è un’anima che non potrà mai discoprirsi, un segreto che non può esser dato e ricevuto se non da pari a pari, un potere più antico della Necessità e del Tempo, e anche qualcosa del domani non nato. Ora non sopporto l’agonia ma affretto il trapasso. Che volete fare di me per placarvi? Mortella, com’è bianca la tua veste su la soglia della tua sera. Me l’avevi promessa. Dalla cappella profonda sorge di nuovo l’armonia dell’organo e, come condotta dal fremito dei cipressi, spazia di cima in cima per l’azzurro violaceo del vespro. -Costanza.- Ascolta. Ora anch’io lo so, anch’io lo sento. Una sola cosa vive: quel sepolcro, laggiù, che si riapre. Ora lo so: dov’è il sepolcro, là è la resurrezione. Il padre e il figlio sono laggiù, una sola vita in ogni accordo, una sola tristezza in ogni armonia; e l’uno palpita nell’altro, l’uno si rivela nell’altro. Sento fremere la pietra sotto i miei piedi. E guarda, guarda che chiarore in quel viso muto! Che hai fatto? Come hai ucciso? Perché hai ucciso? Parla! Egli volge lo sguardo intorno, al cielo, agli alberi, alla pietra, alla creatura impietrita, alla sua donna anelante. La sua voce da principio è lenta, rotta dal soverchio dell’ambascia. -Gherardo Ismera.- Se il suo spirito è presente, se questa grande cosa che riempie la sera è la sua anima veggente, se la mia stessa ambascia m’avverte ch’egli m’è vicino, gli domando di assolvermi dal fallo che commetto contro di lui rivelando il segreto ch’egli volle suggellare in me col giuramento. Sì, Mortella, io l’ebbi pel compagno diletto della mia giovinezza, per l’unico fratello dell’anima mia. Il dono di vita, fatto in piedi, fu ricevuto in ginocchio; e la vita fu ringraziata. Capace di tutte le bontà, chi ebbe un cuore più virile? Talvolta la nostra amicizia fu una milizia, e talvolta una creazione. E nessuno dei due misurò quel che diede, quel che ricevette. Mi dia egli ora il coraggio di parlare della cosa tremenda dinanzi alla creatura ch’egli ebbe come il fiore leggero della sua malinconia... È vero, Mortella, nessuno è padrone della sua vita e della sua morte. Si vive per anni accanto a un essere umano, senza vederlo. Un giorno, ecco che uno alza gli occhi e lo vede. In un attimo, non si sa perché, non si sa come, qualcosa si rompe: una diga fra due acque. E due sorti si mescolano, si confondono e precipitano. Così fu di noi. Costanza, Costanza, t’ho amata, t’ho amata! Ricordatene. Come radicata pel piede nel sasso costretta a quella spaventosa immobilità, ella è simile ai cipressi che di continuo fremono nella musica sacra e nel vento vespertino. Rivedo i suoi occhi. Mi guardano ancóra. Sono i tuoi, Mortella; si sono riaperti in te. C’è il suo sguardo dietro il tuo sguardo. Che cosa la mia vita poteva nascondergli? Né la sua a me. I nostri silenzii erano più chiari dei nostri pensieri. La fatalità inaspettata e inevitabile ci era sopra. E, come se non fosse abbastanza atroce, la malattia inchiodò la sventura consapevole. Il vento dissipa talvolta anche la nube che abbiamo dentro. L’angoscia lo respira. Ma no: quattro pareti chiusero la lotta. Un’orribile certezza stette sopra un guanciale inerte. E un giorno egli mi disse, fissando in me la sua certezza: «Bisogna che io muoia, o che tu muoia. Quel che è, è irreparabile. Sento che questo male non mi perdona. Ma, perché io ti perdoni, bisogna che tu affretti il destino. Ho, per finirmi, un’arme sicura e bella trasmessami dai miei vecchi. Non mi vale. Bisogna che nessuno sospetti, che nessuno indovini. Fa che stasera la puntura sia mortale... Tu mi devi questo, me lo devi. Per riscattarti, tu non hai che questo prezzo. È il prezzo che t’impongo, da pari a pari. Non ne conosco di più terribile». Ah, che altro può affrontare un cuore d’uomo? e che posso io temere nel mondo e di là? di che cosa posso io tremare? «Che la tua mano non tremi! Che il tuo polso sia fermo!». Così diceva. E la sua volontà tagliava ogni parola come il diamante invincibile. E, come i suoi occhi erano ne’ miei occhi, la sua volontà diveniva la mia volontà e reprimeva in me ogni moto umano, e la compassione di lui e di me, e l’orrore della nostra forza, e la mia vertigine dinanzi al sacrifizio ch’era di là dall’amicizia e dall’amore, più alto della vita, più profondo della morte. «Se non vuoi che il mio sangue ricada su te e su quella che t’ama e che tu mi togli, liberami dalla mia disperazione, per una sola stilla. Affretta il destino. È il prezzo del riscatto. Voglio». Ah, quelle mani d’assassino vile che avete creduto d’intravedere in quello specchio infamante, e quella faccia senza colore china su la frode abominevole! Io ho presa la mia vita, col dolore, con l’amore, con la colpa, col rimorso, col peso di tutti gli anni e di tutti i mali, con la vergogna e con la bellezza, con la menzogna e con la verità; tra queste due mani l’ho presa e l’ho sollevata là donde l’anima non può più ritornare. Che volete da me? Protesa, fremente, ardente, Mortella ha seguìto la confessione senza battere le palpebre. Ora si lancia con un grido. -Mortella.- Ah, un flotto per quella stilla! Si curva e striscia ai piedi della madre, come per raccogliere il ferro. Ma la madre le abbranca il braccio e la tiene, con una forza ineluttabile. -Costanza.- Figlia, figlia, guarda! Il mio amore, la mia passione, la mia perdizione, tutta me, ecco, te l’offro. E a te, figlio! Fulminea, si piega, toglie di sotto al suo piede l’arme e si getta contro l’uomo per colpirlo. -Gherardo Ismera.- Chi vendichi? Egli non ha indietreggiato, né ha fatto un sol gesto, ma guarda fiso la sua donna che sotto quello sguardo ha un attimo d’esitanza. Selvaggiamente Mortella l’incalza. -Mortella.- Uccidi! Uccidi! -Costanza.- L’amore. Ella ha risposto a voce bassa vibrando il colpo nel petto dell’uomo e lasciandovi il ferro. Balza indietro perdutamente, e lo guarda barcollare. -Gherardo Ismera.- Amico, fratello, tu mi vedi. Egli trattiene lo spirito nella ferita con uno sforzo sovrumano. La notte dei cipressi è sopra la sua fine. Il rombo dell’organo si propaga alla pietra dov’egli è per piombare. Torno presso di te... Voglio che la mia anima abbia la forza di condurre il mio corpo fino alla tua pietra... Tu lo dicevi: un coraggio di solitario, un coraggio di aquila... Nessuno sa, nessuno comprende... La scintilla d’un dio la cercherò nella tua cenere... Voglio... voglio andare a lui... io solo... Egli si muove, fa qualche passo vacillante, mette il piede su l’orlo del primo gradino. La morte gli annoda le ginocchia, gli lega la lingua. Egli stramazza e rotola fin quasi alla soglia della porta ond’era venuto. La sua donna è caduta in ginocchio, come falciata dal terrore, incapace di accorrere, incapace fin di trascinarsi. -Costanza.- Ti amo, ti amo! Verrò dove sarai... Disperatamente ella tende le braccia, poi si rovescia indietro. Mortella si piega su lei, con un movimento divino di pietà e di dolore. -Mortella.- Madre, madre, bacio la tua mano, bacio questa mano! S’ode per la scala la voce affannosa di Giana Guinigi. -La voce di Giana.- Mortella! Mortella! Chi ha gridato? Ho sentito gridare. Mortella, dove sei? Chi è là? Mortella corre verso il cadavere. Si toglie dal collo il lungo velo bianco e gli copre il viso. Poi strappa il ferro dalla ferita. Giana appare alla soglia, scorge il corpo attraversato, si curva, lo palpa; ritrae le mani rabbrividendo. Ah, è sangue! Chi l’ha ucciso? Costanza Ismera sorge dal suo tramortimento, simile nell’aspetto a quelle anime che, per rispondere nel dì novissimo, ricompongono le loro ossa e le loro carni intorno al loro spavento. Ma Mortella, tutta bianca, mostrando nel pugno la misericordia insanguinata, grida la sua vendetta. -Mortella.- Io! Io l’ho ucciso, con questo. EXPLICIT DRAMA. Nota del Trascrittore Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (lugubre/lùgubre, mania/manìa, subito/súbito/sùbito e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592