Te lo giuro. -Mortella.- Mamma! La sua voce, il suo aspetto rivelano un tal crollo di tutto l’essere, che la madre ne ha un gran sussulto come d’un altro spavento impreveduto, come d’un altro mostro indistinto che le si drizzi davanti e sia per afferrarla. -Costanza.- Che è? -Mortella.- È vero dunque? -Costanza.- Che cosa? -Mortella.- Quel che ho pensato contro di te, quel che penso contro di te, quel che tu sembri ora? -Costanza.- Che sembro? -Mortella.- Quel che confessi ora? -Costanza.- Che confesso? -Mortella.- Ah, è orribile. Bandino solleva la portiera, e il padrigno entra nella stanza con lui. Per un istante, si trovano l’uno a fianco dell’altro. Costanza si volge come a un’apparizione che la impietri. Non parla più, sembra che non respiri più. La figlia abbassa la voce. Guardali. -Gherardo Ismera.- Grazie, Mortella, d’avermi permesso di farvi questa visita. Come state? -Mortella.- Bene, molto bene. Venite avanti, venite avanti. Sedetevi. L’uomo fa l’atto di avvicinarsi. A rivederci, mamma. A rivederci, Bandino. Il giovine s’accosta alla madre e la conduce verso la porta. Mentre egli solleva la portiera, ella si volge a guardare suo marito e sua figlia che restano in piedi l’uno di fronte all’altra; e vede che Mortella sorride. La portiera ricade. I due sono soli. -Gherardo Ismera.- State dunque bene, ora? -Mortella.- Bene, molto bene, padre d’anima. Ringrazio la vita. Avvicinatevi. Non abbiate paura di calpestare i fiori. -Gherardo Ismera.- Ho sempre cercato di non calpestarne. -Mortella.- Ah, veramente? Sì, lo so. È la piccola Gentucca, la Rondine, che m’ha giuncata la stanza come si fa per le feste grandi in chiesa. Ecco, in fatti, una gran bella giornata. Ella non si diparte dal tono del motteggio. Qualcosa d’acuto e d’acerbo è in lei, qualcosa di agile e di vigile, che le dà l’aspetto d’una persecutrice incalzante. -Gherardo Ismera.- Molto augurata, molto attesa da me, cara Mortella. Non so dirvi come io sia felice di potermi ravvicinare a voi che foste per tanto tempo la mia piccola amica selvaggia e tenera, la piccola Grazia dei giardini pensili, che condusse verso di me qualcuna delle più fresche ore di mia vita. Egli è guardingo come qualcuno che saggia i suoi modi, non sapendo ancóra quale gli valga; ma tiene la sua voce nel tono più naturale. -Mortella.- Sono la stessa ancóra? Mi ravvisate? Forse mi rimane una gocciola di rugiada nel cavo di ciascuna mano. Sono la stessa? -Gherardo Ismera.- Proprio la stessa, in questo chiarore singolare che mi ricorda la luce inverdita dai velarii di capelvenere nella grotta di Pane, laggiù, dove ascoltavamo gemere in tutti i toni le cento candele delle stalattiti. Ve ne ricordate? -Mortella.- Che memoria! È strana questa luce. Oggi non c’è stato uno che non abbia detto entrando: «Che strana luce!». Siamo nella profondità, siamo nel gorgo. Forse, senza saperlo, somigliamo le cose che inghiotte il mare: il rottame e l’annegato. Ella sembra avere alla commessura delle labbra una sorta di sorriso inestinguibile che dà al suo motteggio qualcosa di spettrale. -Gherardo Ismera.- Vorrei aiutarvi a scacciare dal vostro spirito ogni imagine triste, vorrei tentare di guarirvi, cara Mortella. -Mortella.- Lo so, lo so. Ho un certo sorriso nella bocca, che deve somigliare una povera nottola crocifissa sopra una porta sgangherata. L’ho. Lo sento. È là. Non lo posso schiodare. Vi fa compassione. Vi fa credere che io sia mentecatta. -Gherardo Ismera.- No, no. Che dite mai? È un sorriso molto dolce, un sorriso di bambina smarrita. -Mortella.- Veramente? -Gherardo Ismera.- M’intenerisce. -Mortella.- Ah! Credevo che vi sbigottisse un poco, che ve ne ricordasse un altro... -Gherardo Ismera.- Quale? -Mortella.- Quello per cui l’amico vostro incominciò a morire. -Gherardo Ismera.- L’amico mio? -Mortella.- Sì, l’amico vostro: mio padre. Non era il vostro compagno di giovinezza, il diletto? l’unico fratello dell’anima vostra? -Gherardo Ismera.- Certamente. -Mortella.- Come! Non avete nella voce una vampa d’amore? Non avete un sospiro di rimpianto? -Gherardo Ismera.- Perché dovrei menomare, con una dimostrazione che non mi conviene, un sentimento da me custodito intatto? Quale amore sopporta d’esser misurato? -Mortella.- Non è una sua parola? Mi sembra di riconoscerla. -Gherardo Ismera.- Forse. -Mortella.- Gli ho anche udito dire: «L’amicizia è un dono di vita che si fa in piedi per riceverlo in ginocchio». -Gherardo Ismera.- N’era ben degno. -Mortella.- Ma in ginocchio non si riceve anche il colpo di grazia? -Gherardo Ismera.- Mortella, voglio parlarvi... -Mortella.- Sì, parlatemi di lui. Voglio udirvi parlare di lui, e specialmente di quell’ultimo sorriso che gli metteste negli angoli della bocca, sopra le mascelle serrate che non poté disserrare più... Guardatemi, guardatemi. Lo imito, senza volere. Ella è così intieramente posseduta dall’imagine paterna, che per alcuni attimi la figura della convulsione mortale sembra riespressa dal suo gioco terribile. -Gherardo Ismera.- Ma che demenza è la vostra? -Mortella.- Anche voi, anche voi, senza volere, l’imitate nel sonno. -Gherardo Ismera.- Che démone v’ha presa? Cessate, Mortella. -Mortella.- Vi ho visto dormire! E credevo che non dormiste più, che in fondo a qualche corridoio bianco aveste ucciso il sonno, come il sire di Glamis, come il sire di Cawdor. -Gherardo Ismera.- Perché sfuggite? Venite qui, Mortella. Lasciatevi prendere per le mani. Com’egli le si appressa, ella si allontana, si sottrae, implacabile e inafferrabile. -Mortella.- Non vi affaticate. Già ansate un poco, e avete le labbra grige come se aveste mangiato la cenere. Se qualcuno entrasse, penserebbe che facciamo i ragazzi, che giochiamo a bomba. -Gherardo Ismera.- Non giocate più a questo gioco lugubre. Basta. Siete voi che vi nutrite di cenere. -Mortella.- Bene. Siamo due, saremo due. State tranquillo, sedetevi. Non v’importa di sapere quel che dal fondo viene a galla sul vostro viso, nel sonno? -Gherardo Ismera.- Dove mi avete visto dormire? -Mortella.- Sedetevi. Ve lo dirò. Laggiù, sul sedile di pietra, presso la tavola dell’oriuolo a sole, nell’ora calda, nell’ora del pisolo. Siete stanco, stanco per aver preso troppo, per voler ancóra tutto prendere; siete stremato, e non volete confessarlo. Quando siete solo, v’accasciate súbito. Vi spiavo. -Gherardo Ismera.- Ah, fate questo? -Mortella.- Credevo che aspettaste qualche preda. Ma tardava. L’ombra del vostro capo s’allungava sul quadrante solare che non ha più il suo stilo. Pencolando un poco a destra e un poco a sinistra, pareva che segnasse un’ora di qua e un’ora di là. Tutte feriscono, una sola uccide: lo sapete. Finalmente il capo si chinò, si fermò; e l’ombra segnò l’ora che non dimentico. Eravate assopito. Vi spiavo. Eravate in balìa di me. Mi ricordo d’aver veduto una volta rimontare d’un tratto a galla un palombaro che aveva perduto i suoi calzari di piombo: una specie di mostro grondante. Così qualcuno è risalito nel vostro sonno, all’improvviso: quell’altro uomo, quel mostro che v’abita. Era spaventevole. E non m’era nuovo: lo conoscevo! Egli tenta di dissipare l’incanto con uno scoppio d’ilarità fittizia. -Gherardo Ismera.- Oh, che brutta storia! In cambio di tante belle storie che vi ho raccontate ai bei tempi! Siete ingrata, Mortella. Ma voglio essere il vostro medico come a quei tempi ero il vostro interprete. Bisogna che io risani la vostra imaginazione con una cura solare. Vi vedo supina per ore ed ore su la tavola scottante di quel vecchio oriuolo inerme. -Mortella.- Come ridete male! -Gherardo Ismera.- Come rimpiango il vostro sorriso d’allora! Non era crocifisso. Basta, via. Datemi le mani, perché io vi esorcizzi. -Mortella.- Nella mia imaginazione ho troncate le vostre e le ho conservate in fondo a uno specchio come nel ghiaccio. -Gherardo Ismera.- So anche quest’altra storia. -Mortella.- Sapete dunque che la faccia di quell’altro, quella grinta senza colore, io la conobbi chinata su quelle due mani che preparavano la siringa per la puntura cotidiana prescritta al paziente? -Gherardo Ismera.- Mortella, non abbiamo testimoni che giustifichino la vostra eccitazione vana. Non c’è nessuno qui, davanti, a cui dobbiate conservare l’attitudine crudele che, per un pervertimento non del tutto nuovo, avete imposta a voi stessa. Non vi ostinate a falsare la vostra anima, che era tanto sincera. Consideratemi come un medico sagace e tuttavia come un amico affettuoso. Siamo soli, siamo noi due soli. -Mortella.- Credete che siamo noi due soli? -Gherardo Ismera.- Sembra. -Mortella.- Non l’avete veduto entrare? -Gherardo Ismera.- Non continuate a giocare coi miei nervi. -Mortella.- Era al vostro fianco. Non era mio fratello, era lui. Ho detto a mia madre: «Guardali!». Non avete inteso? La stessa forza del tradimento aveva rincatenato l’ospite all’ospite. -Gherardo Ismera.- Non andate troppo oltre. -Mortella.- È là, seduto, con quella fronte di luce su tutta quella tristezza che incava le sue gote, che affina il suo mento. Non vi voltate. È là. Ella ha veramente il battito dell’allucinazione nelle palpebre, e la voce della sua fede crea l’apparizione nell’ombra glauca e bassa. -Gherardo Ismera.- Ah, vi compiange. -Mortella.- In piedi vi aveva fatto quel dono di vita. Per affrettare la fine dell’uomo messo in croce, gli rompevano i ginocchi. Così egli non s’alza più. -Gherardo Ismera.- Tacete. Siete odiosa. -Mortella.- Non vi vale coprirvi gli occhi. Dev’essere rimasto seduto così anche nella vostra memoria, ma con quel sorriso atroce che gli avete scolpito nelle mascelle di pietra, là, come una statua d’Egina. Vi guarda. È lucido. Comprende. Sa. È certo. -Gherardo Ismera.- Ma tacete, ma tacete! O vi schianto. Fuori di sé, egli balza e minaccia. Implacabile, l’altra riempie d’agonia l’aria che lo soffoca. -Mortella.- No! Ora un sussulto gli getta la testa indietro, e un altro, e un altro. È irrigidito, inchiodato su le reni. Si solleva, s’inarca, ricade. Il respiro non passa più a traverso i denti stretti. Il cuore sobbalza, non batte più, è vuotato. L’avete ucciso! Gherardo Ismera, l’avete ucciso. Fuori di sé, tutto bianco e tremante, egli si scaglia contro l’accusatrice, l’afferra pei polsi e la scrolla brutalmente. -Gherardo Ismera.- Tacete! Tacete! Non voglio più udire le vostre infamie. La vostra demenza non merita che il bavaglio. La vostra furia non merita che la segregazione. Io e vostra madre abbiamo ancóra autorità bastevole per imporre il provvedimento necessario. Non v’è altro mezzo di ricondurre alla ragione una sciagurata e feroce calunniatrice, nemica di tutti e di sé, indegna ornai di compassione. Avete inteso? Vi comando il silenzio. Ella si svincola selvaggiamente. -Mortella.- M’avete quasi slogato i polsi. Siete vile. Ma non credete ch’io mi svenga. Siete perduto. Non potrete più riprendere la maschera del tentatore sapiente. Avete omai la faccia dell’altro, sino all’ora della morte: la faccia dell’assassino. -Gherardo Ismera.- Ma, o insensata, dov’è per voi la prova, la larva d’una prova? Un’ombra d’indizio almeno! -Mortella.- Una testimonianza. -Gherardo Ismera.- Quella del vostro delirio? -Mortella.- Quella della mia anima bastava a me. Di dentro, dal profondo, con l’anima sveglia, col solo mio dolore, avevo scoperta la verità intiera. -Gherardo Ismera.- Sognato un sogno criminoso. -Mortella.- E qui, nella casa, fin dalla prima sera del ritorno, tutta l’aria era chiara di quella verità, chiara dal fondo della tomba al colmo del tetto, come per un annunzio di resurrezione. -Gherardo Ismera.- E basta? -Mortella.- Non basta. Quando l’azione s’è levata come se fosse stata allora allora commessa, un testimone inoppugnabile l’ha riconosciuta. -Gherardo Ismera.- Un nuovo fantasma? -Mortella.- Una carne viva, una coscienza viva, che per un senso d’umanità aveva attenuata la certezza in sospetto per poter serbare il segreto ed evitare l’orrore d’una denunzia. Io l’ho cercata, l’ho frugata, l’ho forzata a rispondere, a testimoniare, a confermare la prova interiore con la prova manifesta. -Gherardo Ismera.- Chi? -Mortella.- Lo chiedete? Non credevo che poteste sbiancarvi di più. Il medico, il dottor Securani, Paolo Securani... Qualche ora fa, era qui; e il mio male era il suo male. Egli si lascia cadere su una sedia, come in una specie d’ottenebrazione repentina. -Gherardo Ismera.- Sì, v’è un contagio del delirio. -Mortella.- V’è un veleno che resiste al dissolvimento, e che si potrebbe ritrovare intatto, nella cosa senza nome, pur dopo tre anni. È il granello incorruttibile dell’ospitalità. Potrebbe forse ancóra servire... Ci pensate? Egli è assorto, intento al suo intimo travaglio. Ella gli si accosta e un poco si piega verso di lui senza pietà, osservando le mani ch’egli tiene posate su le ginocchia. Non avete più sguardo. I vostri occhi hanno perduto lo sguardo. Così la viltà v’immezzi codeste mani micidiali che vi cadano dai polsi a terra sfatte, con quel disegno ch’io ci leggo, che ora io veggo trasparire palese come le vene... Egli balza in piedi, con un gran fremito riscotendosi e tendendo le pugna chiuse. -Gherardo Ismera.- Ah, no! Sono ancóra tanto potenti che saprebbero piegare il vostro odio e il vostro orgoglio come già seppero aprire alla vostra ansietà il cammino che doveva condurvi verso voi stessa, in opera di vita, in opera di salute. -Mortella.- Il vinto si risolleva? -Gherardo Ismera.- Non sono vinto, né ho bisogno di risollevarmi. Non sono mai stato più alto in me: alto abbastanza per la fólgore. E sia! il mio coraggio può guardare la sua azione, senza vacillare e senza impallidire. -Mortella.- Di più, non avreste potuto, non potreste. -Gherardo Ismera.- Non parlo del mio viso d’uomo ma del mio coraggio silenzioso a cui avete opposto la vostra agitazione insensata e un fantasma foggiato dalla vostra angoscia che mi turba, in questa camera chiusa che sembra molle di lacrime, che è il luogo stesso del vostro delirio e del vostro martirio, ove non è possibile difendere il cuore dalla compassione o dal rimpianto... -Mortella.- Non compassione, non rimpianto. Io ho combattuto la buona guerra, senza fiacchezza, senza viltà. -Gherardo Ismera.- Né io commetterò una viltà contro il mio atto, se ho impallidito dinanzi a una imagine difformata e infamata del mio atto. Credete voi, potete voi credere che io abbia obbedito a un sentimento di paura o di vergogna nel contrastarvi il mio segreto? Credete voi che il mio diniego ostinato, che la mia dissimulazione sorridente, che la mia stessa violenza abbian tentato di coprire una colpa ignominiosa e di sfuggire a un marchio infame? Mi conoscete voi per tale che, dopo aver osato, cerchi di eludere il pericolo con sotterfugi e con astuzie di piccolo malfattore? Sono io quegli che s’affanna a trovare la parola e il gesto abili per mentire a sé stesso e guadagnare l’impunità? M’avete rappresentato qualcuno che mi abita, un altro che si nasconde in me. Non uno ma mille; non un’anima ma mille anime, certo: una somma di forze concordi e discordi, talvolta schiacciante. Tale è l’uomo vivo, tale sono io vivo fra tante larve asservite. E lo guardavo, e lo ascoltavo, quell’altro, quell’estraneo, dianzi, qui, mentre giocava con voi il gioco lugubre, mentre schivava il vostro assalto, si sottraeva alla vostra persecuzione. E lo consideravo con una tristezza ch’era ben più amara del vostro sarcasmo. Che mancava alla sua umiliazione? Gli mancava che voi gli deste una delle vostre vesti e ch’egli singhiozzasse ai vostri piedi come una femminetta colta in fallo! L’assassino che si confessa e si pente nella stanza verginale, con la nuca sotto il calcagno della vendicatrice! Gli somiglio? Ditelo. -Mortella.- Non meno vile, avete preferito di scrollarmi e di torcermi i polsi. -Gherardo Ismera.- Sì (perdonatemi, perdonatemi!), per non potere più dominare l’insofferenza di quella tortura inutile, di quel gioco sinistro e vano. Ho sperato di sopraffarvi, di piegarvi, e di salvare ancóra il mio segreto dalla profanazione. -Mortella.- Dalla profanazione? -Gherardo Ismera.- Sì. Voi che pretendete d’esservi per vóto assunta in puro spirito e che tuttavia non sapete vedere di là dai piccoli segni materiali, voi che rimanete chiusa nel cerchio del vostro specchio rivelatore, voi che rimanete affascinata da due mani pallide e da un viso chino, voi che volete smuovere la cenere fredda per ritrovarvi il granello della prova, conoscete voi la sentenza superba d’un uccisore? «Se questo mio è un delitto, io voglio che tutte le mie virtù s’inginocchino davanti al mio delitto». -Mortella.- Era una voce d’eroe ribelle. -Gherardo Ismera.- E che conoscete voi dell’eroismo se non le imagini divulgate, le figure visibili? V’è un altro senso, oltre gli occhi e gli orecchi. La peggiore azione può celare una bellezza profonda. E vi sono sacrifizii insoliti a cui non può accostarsi né la vostra ragione né la vostra fede. Anche nell’amicizia, come nell’amore, il dono di morte può valere il dono di vita. Voi che giudicate, potreste comprendere? Sapreste voi sciogliere il mio enigma come io seppi interpretare i vostri sogni? Povera creatura inconsapevole, intenta a guatare, a spiare per tutte le fenditure della mia anima, a foggiare con ciascuna delle mie parole un ordegno per aprire il mio cuore! -Mortella.- L’aprirò. -Gherardo Ismera.- Non basta. Solo potrebbe leggervi chi avesse veramente toccato il fondo della colpa e del dolore, l’apice della volontà e della bellezza. -Mortella.- Tutto avete sovvertito. -Gherardo Ismera.- Tutto ho esaltato. Non tentai di creare voi stessa sopra voi stessa? -Mortella.- Avete pesato sopra di me con tutte le vostre forze perverse. -Gherardo Ismera.- Se il mio fu un gioco, sembraste portarlo come un’ala. -Mortella.- Ne ho il segno tristo, e ho pianto invano per cancellarlo. -Gherardo Ismera.- Nel piangere, quante volte mi domandaste il perché del vostro pianto! Dove sono scorse quelle lacrime da voi sola conosciute, che la piccola Rondine non poté apprendere? Avevate un ardore di martire, dicendomi talvolta: «Non sapete quanto si soffra!». Vi rispondevo: «Lo so». E mi agguagliavo alla vostra angoscia, come colui che per misurare il dolore si coricò su la graticola rovente, a fianco del tormentato. Che fate in cambio, oggi, per me, se non disconoscermi, sfregiarmi, avvilirmi? Stanco sono, voi dite, per aver troppo preso. Più spesso io ho donato, e non ho quel che ho donato. -Mortella.- Riconosco l’arte del démone astuto. Ma no, non ho pietà di voi, né di me, né d’altri. Per distruggere in me il ricordo di quel che fu, sarei già morta, se non mi fossi imposto il cómpito di vivere per assolvere il mio vóto. Posso mettermi alfine la mia veste bianca. Inutilmente ancóra tentate, a parole, di sovvertire quel che è fermo. Siete convinto, siete confesso, siete giudicato. -Gherardo Ismera.- No. Io solo posso giudicarmi. Chiunque possegga sé, per essersi conquistato a prezzo di travagli, considera come suo privilegio il diritto di punirsi o di farsi grazia; e non lo concede ad altri. Se tutti i miei atti mi valgono quanto mi costano, nessuno mi vale più di quello che voi svilite. Se guardo dentro di me, nello stesso orrore di me stesso io non mi sento menomato; anzi sento che il mio démone grandeggia là dove l’anima mi scava. Vi sono profondità donde nascono stelle. -Mortella.- Porterò la mia nella mia mano, stasera, come un fuoco bianco. E la vostra? -Gherardo Ismera.- Attendo che me ne nasca una nuova. -Mortella.- Da un nuovo orrore? o dalla morte? -Gherardo Ismera.- Che è la morte? «Credete veramente che si possa morire?». È una vostra antica domanda. -Mortella.- «Si può uccidere». È la vostra risposta. Ma, se foste prossimo alla morte, potreste ancóra mentire? -Gherardo Ismera.- Che gioverebbe mentire? E che potrebbe ormai avvenirmi, che già non fosse in me? -Mortella.- Fate dunque che il vostro coraggio alzi davanti a me l’imagine vera del vostro atto. Perché avete ucciso? Come avete ucciso? Dite. Mondatevi d’ogni menzogna e d’ogni frode, come se la nostra sera fosse venuta e io avessi già per voi la mia veste bianca. Ella è protesa verso di lui, in un fremito d’aspettazione, simile a una fiamma che si travagli. L’uomo sembra per alcuni attimi vacillare all’orlo del suo segreto. Ma si scrolla e ricusa. -Gherardo Ismera.- No. Questo è il segreto dell’anima. Voglio ancóra restar solo con lui e col mio dispregio, per prepararmi una solitudine più grande e più libera. De’ miei legami io non ho fatto le mie radici. Sono il padrone della mia vita e della mia morte. -Mortella.- Badate. Nessuno è padrone della sua vita e della sua morte. -Gherardo Ismera.- Che mi vale la vita? e che la morte? O povera! E che cosa mai potrà superare in durezza quel che da me già fu patito? -Mortella.- Badate. Ho un comandamento dentro di me, a cui devo obbedire. Badate, vi dico. -Gherardo Ismera.- A che? Ammonirmi non giova, né minacciarmi. La vendetta ha i piedi silenziosi della colomba? Non proteggo le mie spalle, né mi volgo indietro. Né mai degno accertarmi se mi sia a favore il dado tratto. Non mi risparmio, no, né chiedo d’essere risparmiato. Tutto codesto mi par miseria. Ma andate, se è venuta la vostra sera, andate dunque a pregare. -Mortella.- L’ultima preghiera io l’ho fatta già, su quel sepolcro ardente. -Gherardo Ismera.- Che l’ardore divampi! Che la fiamma si levi! E sarà la mia prova. Addio. Mentre egli si volge verso la porta sdegnoso e cupo, Mortella alza verso di lui il pugno, con un gesto di promessa e di consacrazione. FINE DEL SECONDO ATTO. IL TERZO ATTO. Appare una terrazza quadrata di pietra bigia, cinta di balaustri, priva di vasi e di statue; che guarda a piombo su l’antico cipresseto. Per tre gradini vi si sale da un ripiano che mette a destra sopra una branca di scala discendente nella terrazza sottoposta, e a sinistra sopra un’altra branca saliente alla terrazza superiore che si scorge nel cielo protesa in guisa d’un’alta prua. Una grande arcata collega le due porte aperte su l’una e l’altra scala, tutte di pietra gli stipiti gli architravi i limitari, semplici e sode, non ornate se non d’una fascia sola, con un che della nuda forma dorica. Si vede pel vano dell’arcata sfondare l’aria del vespro, ove la selva dei cipressi più e più s’infosca digradando come le canne d’uno smisurato organo di bronzo. Per entro alle masse cupe della fronda i rami secolari sono più aggrovigliati che le infime radici. Il fuoco del tramonto vi penetra in modo misterioso arrossando il groviglio interno così che sembra una bragia coperta da una tonaca di metallo. ---- La pietra è silenziosa e deserta. S’ode la voce di Mortella giù per la scala che discende dalla terrazza di sopra. -La voce di Mortella.- Addio, addio, Rondine! Addio, Gentucca! S’ode la voce della Rondine rispondere di giù, chiara e fresca, mentre Mortella varca la soglia, traversa il ripiano, sale i tre gradi, corre alla balaustra e si sporge per salutare anche una volta. Ha la sua veste bianca e i suoi sandali. -La voce della Rondine.- Buona sera, Mortella! A domattina, a domattina, per tempo! Sarò là per l’ora della messa. Ti porterò i gigli dell’Olmatello: un gran fascio. -Mortella.- Addio, cara cara la mia Gentucca! Sii felice, sii felice! Non ti dimenticare della tua Mortina. -La voce della Rondine.- Buona sera! Buona notte! Dormi, dormi bene, stanotte. Va presto a letto. Voglio che tu dorma. Intendi! -Mortella.- Dormirò, dormirò. -La voce della Rondine.- E svégliati con un viso «fatto d’una rosa». -Mortella.- Mi sveglierò, mi sveglierò. -La voce della Rondine.- Non ti vedo più. Spòrgiti. -Mortella.- Addio. -La voce della Rondine.- Ah! Mortella, Mortella! Guarda, guarda il buono augurio! Alza il capo. C’è un filo di luna nuova alla tua sinistra: la luna a manca! Mortella leva il capo e guarda verso quella parte del cielo ove s’inarca il novilunio di giugno. Buona sera! Buona sera! La voce s’allontana. Mortella si sporge ancor più e s’accommiata. -Mortella.- Addio! Addio! In questo punto la madre appare alla porta della branca che monta dalla terrazza di sotto. È ansante e sconvolta, quasi irriconoscibile, tanto la disperazione la sfigura. -Costanza.- Mortella! La figlia sobbalza alla voce improvvisa, e si volge. La madre si slancia verso di lei. Ti trovo finalmente! Perché sei fuggita? perché m’hai lasciata così? T’ho cercata da per tutto. Mi sono trascinata da per tutto. Non so come non sia morta di schianto. Figlia, figlia, aiutami, che non ne posso più! Ella s’abbandona sul sedile di pietra, come in punto di venir meno. -Mortella.- Ah, mamma, perché vuoi essermi tremenda fino all’ultimo? Come ti posso aiutare? che cosa ancóra ti posso dire? Sono fuggita, sì, perchè so resistere a tutto e non resisto alla tua presenza. Dal giorno che ho pensato contro di te, mi sono recisa da te. Ora il dubbio è divenuto certezza. E tu non ti discolpi. E sono io che debbo fuggirti e tu m’insegui; mentre, se io fossi in te, vorrei già trovarmi alla fine del mondo. -Costanza.- Alla fine di tutto io sono, né viva né morta. E io, che t’ho messa al mondo, ora concepisco l’inconcepibile: il bene di non essere nata, la felicità del non essere. Se ti cerco, se t’inseguo, è soltanto per dirti che quel che tu pensi contro di me è peggio del tradimento, peggio dell’assassinio.... -Mortella.- Povera! Povera! -Costanza.- Non avevo compreso. La prima volta, là, nella tua camera, dianzi, quando ti supplicavo di non lo vedere, di non gli parlare, veramente non avevo compreso. Te lo giuro. Mi dicevi: «È vero, quel che tu sembri ora?». Non sapevo che, non imaginavo che. Ero fuori di me, ero vuotata dalla vertigine. Ti vedevo sfigurata come in un sogno di paura e di ruina. Vedevo muovere le labbra; e le parole che udivo erano senza senso. Già tutta la mia vita era fissa nello spavento della divinazione, ma riconoscere questa nuova atrocità non potevo. Te lo giuro. Non avevo compreso; né la seconda volta, or ora. Ero quasi tramortita dal colpo, annientata, a terra. Le parole che tu m’hai gridate, io le ho udite come in un turbine, come in un tuono. Che potevo rispondere? Sei fuggita, forse per non calpestarmi.... -Mortella.- Ah, risparmiami! -Costanza.- Mi sono rialzata, son tornata in me (l’eccesso del dolore sembra interrompere il dolore); e ho riudito dentro di me le parole buie, e un lampo m’ha percossa. Ho compreso.... Tu m’accusi di essere la sua complice, d’aver conosciuto e secondato il suo disegno, d’averlo aiutato a uccidere.... -Mortella.- Non posso ascoltarti. Se séguiti, mi lascio cader giù. -Costanza.- No. M’ascolterai. M’accusi di questo? È questo che pensi? è questo che dici? -Mortella.- Sì. La madre vacilla come se, colpita sotto la mammella, fosse per rovesciarsi su le lastre. Mortella fa l’atto istintivo di sorreggerla; ma esita vedendo che non cade, e non la tocca. La voce della madre è simile a quella ch’esce dalla gola arida dei feriti coraggiosi cui l’animo tien luogo di soffio. -Costanza.- Lo vedo. Non è dubbio in te, omai è certezza. Non si tratta che d’uccidere, qui. Mi guardavi come chi giudica la forza del colpo, e credevi ch’io stessi per cadere, ma ti trattenevi dall’avvicinarti e dal toccarmi, tanto per te sono impura e infetta. -Mortella.- Mio Dio, mio Dio, ma che vuoi dunque ch’io faccia? Vuoi che ti chieda perdono? vuoi che ti baci le mani? Io sono in un mondo e voi siete in un altro? C’è una verità o non c’è? È vero o non è vero quel che fu commesso? Qualche ora fa, un assassinio vile era trasmutato in un sacrifizio eroico. Ed ecco, tu mi rimproveri di non averti presa fra le mie braccia teneramente! -Costanza.- No, no, t’inganni. Non tento di salvarmi, non voglio essere salvata. Non vedrò la luce di domani. Non penso che la mia miseria potrebbe sopportarla, come tu non pensi che il tuo odio possa renderti quel che hai perduto. Non sono all’orlo del buio ma già dentro, più della metà. Ascoltami, poiché la vita t’è venuta a traverso il mio povero corpo, a traverso la mia carne straziata. Il mio corpo non conta più, è già steso a terra. Mi sollevo dalla mia carne come dalla bara. L’anima mia intiera è davanti a te, e nulla più ti nasconde. Te lo dico: quel che tu pensi non l’ho fatto. Sono una sciagurata, un’insensata; ho in me e dietro di me tutte le sciagure e tutti gli errori; ma non mi sono macchiata di quella infamia. -Mortella.- Che prima di morire mi sia dato di crederti! È la mia preghiera ultima. -Costanza.- Credimi, credimi. Non senti la mia voce? Per un attimo, cessa di serrare il tuo cuore, rompi la durezza che lo fascia, per un attimo! Prendo su me tutto, e non quello. Ho peccato di passione ma non di nequizia. Se mi sono perduta davanti a te, non mi sono perduta davanti a me stessa. La tua accusa coperta e palese, da prima l’ho creduta una follia, una forma di delirio. E poi ho cominciato a tremare, senza osare di fissarla. Ed ecco, a un tratto, ne muoio. Ma ho tutto ignorato. Non ebbi alcun sospetto allora, né poi. Nulla mi fu confidato né confessato. E che cosa, in quel tempo triste, poteva essermi apposta, se la mia sollecitudine non venne mai meno, se la mia assistenza non si rilasciò un’ora, se volli compiere il mio dovere fino all’estremo? -Mortella.- Ah, non dir questo, non lo dire. Altrimenti, come ti crederò? Come ora ti posso credere, se mostri d’aver perduta la memoria di tutto quel che fu male? -Costanza.- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000