Egli è tuttavia in piedi. Giana s’è appoggiata a una spalliera, nella sua attitudine consueta, col mento sul dorso della mano; e sembra tesa a spiarlo da’ suoi lunghi occhi di bautta. Come un’arme a un sol taglio, la sua voce ha da una sola banda un sottilissimo filo di derisione. -Giana.- Voi siete dunque uno che sa leggere anche in un’anima di vergine? O meraviglia! Se penso alla mia d’allora, su l’orlo della vita, la rassomiglio alla farfalla quando beve; che ha le ali rialzate e congiunte dalla parte degli screzii e dei colori come quattro pagine combaciate dalla parte dello scritto. -Gherardo Ismera.- E dopo? -Giana.- Dopo, sono diventata farfalla di notte. Giusto appunto, non portano ancóra le lampade! In fondo, credo che Mortella non abbia bisogno se non d’un poco di felicità. -Gherardo Ismera.- Pur sapendo che manca nella sua mano la linea della felicità, un giorno mi chiese, tutta seria: «Voi credete veramente che si possa morire?». -Giana.- Lo credete, veramente? -Gherardo Ismera.- Talvolta certe creature sembrano così remote che potrebbero essere immortali. Qualche mattina, l’aria la conteneva come qualcosa che sia custodita per sempre, come una di quelle api che sono chiuse nell’ambra antica dove hanno assunto una specie di eternità priva di miele. Poi veniva a me con i suoi sogni e i suoi pensieri intricati non meno selvaggiamente dei suoi capelli zeppi di foglie, di paglie e di rovi, tornando dalle sue corse nel parco incolto. E restava in silenzio, come aspettando che io li districassi. -Giana.- I capelli? -Gherardo Ismera.- I pensieri. -Giana.- Avete le mani abili? -Gherardo Ismera.- Non senza timidezza, signora. -Giana.- Forse per ciò le facevate male. -Gherardo Ismera.- «Quanto bene mi fa questo male!» è una parola mistica della sua precocità. Un giorno l’ho udita che diceva a una piccola amica chiamata Gentucca, in tono di gran segreto, mentre i due cuori battevano alla medesima altezza: «Tu insegnami il punto di Venezia e io t’insegnerò a versare certe lacrime che tu non sai». -Giana.- Oh, cara! Dianzi invece m’insegnava a non le versare. -Gherardo Ismera.- Cosa molto più difficile, e forse più inebriante. È un insegnamento di martire. -Giana.- O di maga? -Gherardo Ismera.- L’una non è nell’altra, per una comune volontà di trascendere la natura e lo spirito? Credo che il martirio è forse la vera vocazione di Mortella. Infatti, ecco ch’ella inventa il suo supplizio, non potendo essere trafitta dalle frecce o lacerata dai denti della ruota. -Giana.- Diceva dianzi: «Bisogna che io serbi la mia faccia al sorriso avvenire». -Gherardo Ismera.- È un’altra parola mistica. Ah, ma chi la salverà? -Giana.- L’amore, forse. -Gherardo Ismera.- È un cattivo salvatore. Giana rompe la sua attitudine, e pronunzia la parola seguente con una specie di perfidia repentina e celata. -Giana.- La vendetta. -Gherardo Ismera.- Non sazia. È quasi sempre vana. La donna si muove, inquieta, piena del suo dèmone, con il metallo della voce appannato dal sogno ma pur sempre affilato dall’ironia. -Giana.- Il tempo, la solitudine, la demenza, la santità, la morte... -Gherardo Ismera.- Che grandi cose! -Giana.- Una vittoria in ginocchio, un di quegli Angeli che si chiamano Ardori. -Gherardo Ismera.- Che grandi cose ella ardisce nominare, all’appressarsi della notte! La pioggia cessa. La quiete è senza mutamento. Laggiù, lavato, il lembo dell’estremo crepuscolo vérdica lungh’esse le cieche pareti di verdura perenne. Ma l’aria della stanza sembra come agitata da quella evocazione spirituale. Giana si sofferma, e di sùbito si volge come per assalire. -Giana.- Temete la notte? Ah, vedo: Mortella v’ha un po’ sbigottito con le sue evocazioni funebri... Davvero è possibile che sentiate farsi più grave quel certo peso di cui ella vi carica? -Gherardo Ismera.- È possibile, signora. -Giana.- Che dite mai? -Gherardo Ismera.- È un peso di lutto, fatto più grave dai tanti ricordi che ravviva l’aspetto di questi luoghi, di queste cose familiari, in quest’ombra ove mi sembra quasi di cogliere il soffio dell’amico scomparso.... Che diceva dianzi Mortella? Che avevo l’aria di portare una salma... Sì, è vero. L’ho portato su la mia spalla, l’amico mio; ho attraversato questa sala, quel vestibolo; ho disceso quei gradini; ho camminato fino alla Cappella, per quel viale di bosso che il cuore riconosce all’amarezza. Suo figlio, Bandino, era al mio fianco; e i suoi due buoni servitori sostenevano gli altri due canti della cassa... Ma egli era degno d’esser rapito da quella Vittoria e da quell’Angelo nominati or ora come i messaggeri d’un riscatto miracoloso. Se il pregio d’una vita recisa potesse misurarsi al peso, ah, certo le nostre spalle si sarebbero incurvate, tutte le nostre ossa avrebbero ceduto sotto il carico. -Giana.- Così non si parla se non di un eroe. Una commozione virile trema nella voce del superstite. -Gherardo Ismera.- E non era un eroe? Della grande specie solitaria, di quegli che voglion vincere in silenzio una virtù dinanzi a cui possano inginocchiarsi. La Vittoria in ginocchio! Una tale imagine sembra creata dall’ispirazione del suo spirito. -Giana.- Più che umano, dunque. -Gherardo Ismera.- Con un esempio più che umano, egli mi mostrò che comandare e obbedire sono le due arti più difficili dell’anima libera. -Giana.- Quale delle due apprendeste? -Gherardo Ismera.- Colui che obbedì porta tutto il peso di colui che comandò, ma un tal carico non lo schiaccia. -Giana.- È l’enigma? -Gherardo Ismera.- Addio, signora. -Giana.- È il vostro enigma? -Gherardo Ismera.- Voglia perdonarmi e credere alla sincerità del mio rammarico. Il caso ha voluto che ogni mia esitazione e apprensione fosse troncata d’un colpo, al primo istante. Nell’entrare, già mi consideravo come un estraneo, quasi come un mendicante. Nell’escire, so d’esser tenuto come un nemico, quasi come un saccheggiatore. Ma non v’è ombra di risentimento in me, e la mia pena è assai tollerabile in paragone d’un’altra ben più grave. Attenderò mia moglie al cancello. Già spiove. Le sarò grato se vorrà farla avvertire. Comunque, io non dimenticherò la fine di questo giorno. Egli s’inchina profondamente, e s’avvia verso il vestibolo. Giana risponde al saluto, senza parola, tenendo le mani dietro il dorso intrecciate. Poi riprende a errare nell’ombra della sala, come stretta da una perplessità ansiosa. Quando il visitatore discende già i gradini, ella si sofferma a guardarlo, fa qualche passo verso il portico. D’improvviso lo richiama. -Giana.- Signore, La prego: rimanga. È ospite mio. Gherardo Ismera s’arresta nell’ombra, si volta. Un tenue sorriso gli passa negli occhi. Risale i gradini, mentre Giana Guinigi in piedi l’attende. In quel punto due vecchi servitori taciturni entrano portando le lampade accese. FINE DEL PRIMO ATTO. IL SECONDO ATTO. Appare la camera di Mortella, tutta imbiancata di calcina tra modanature semplici di pietra serena, sotto le vecchie travi del palco dipinte toscanamente a disegni minuti in rosso, in nero, in verde. Nella parete destra è praticato un vano, chiuso da cortine di broccatello verde e bianco, ov’è il suo letto di fanciulla. Nella parete a riscontro, un vano della stessa ampiezza sfonda in una loggetta chiusa da vetri quadri in piombi per ove passa la luce del giorno inverdita dal fogliame dei grandi lecci. Nella terza parete alcuni gradini, compresi entro la grossezza del muro, salgono a una larga vetrata che dà su una loggetta scoperta -- albeggiante quella di Paolo V nella villa frascatana di Mondragone -- cinta di balaustri e protetta da una pergola d’assi foltissima di glicini in fiore, per ove si può da una scala esterna discendere nel sottoposto ortopenso. Sopra gli scaffali bassi, pieni di libri, sono disposti lungo il muro vasi di maiolica, cofanetti di legno e di cuoio, stampe in cornice, una pace di niello, qualche statuetta religiosa, qualche madonna, qualche santa in tavoletta d’oro. Un gravicembalo a due tastiere, d’un color chiaro d’avorio ornato di tenui ghirlande, è in un canto della camera con un quaderno di musica sul leggìo. Il medesimo broccatello verdebianco si sbiadisce su le seggiole, su le poltrone, nelle tende, nella portiera dell’unica porta. È un pomeriggio di maggio. Il sole, traversando i grappoli spessi di glicini, fa una luce d’ametista come se accendesse la tonaca paonazza d’una Martire nella vetrata d’una cappella. Quel riflesso violetto mescendosi al verdognolo che viene dalla parte del lecceto, tutta la stanza è immersa in un chiarore stranamente misto, che nell’ombra degli angoli tiene del livido. ---- La Rondine sta per entrare, dalla parte della loggetta. Tenendo ancóra una mano alla vetrata che si richiude e reggendo con l’altra un fresco viluppo di vitalbe che le fioriscono il petto fin sotto il mento, ella dal gradino si sporge verso la cameriera che le va incontro con cautela per non fare strepito. -La Rondine.- Non è là? -La Salvestra.- Riposa. -La Rondine.- Dove? -La Salvestra.- Là, sul suo lettino. -La Rondine.- Da quanto? -La Salvestra.- Da un’oretta. -La Rondine.- Non si sentiva bene? -La Salvestra.- Non si sente mai bene. Anche stanotte non ha dormito mai. Dio mio santo! L’ho sentita smaniare fino all’alba. -La Rondine.- Il dottore è venuto? -La Salvestra.- Sì, signorina. Stamani le ha trovato un po’ di febbre. -La Rondine.- Poco poco? -La Salvestra.- Qualche decimo. Non è quella, di sicuro, che le dà il delirio. -La Rondine.- Ma che dite, Salvestra? Ha delirato? Scende gli altri gradini, sollecita, e s’appressa. -La Salvestra.- Non è che un’idea, signorina. La chiamano delirio. -La Rondine.- Sempre il padre? -La Salvestra.- Sempre. È un’idea che non l’ha lasciata mai. Anche prima di tornar qui, non faceva che rimuginarla. Io lo so. Non me ne scordo dei giorni neri che ci toccò passare quando la signora Costanza si rimaritò col signor Gherardo. -La Rondine.- Io, per me, Salvestra, mi ci perdo. C’è qualcosa. -La Salvestra.- Certo che c’è qualcosa. -La Rondine.- Ma che cosa? -La Salvestra.- Che vuole che le dica, signorina? -La Rondine.- Quell’odio contro il padrigno... -La Salvestra.- È odio vecchio. -La Rondine.- Ma non era così, prima. Che può averle fatto? -La Salvestra.- E che si può sapere? -La Rondine.- Come? Credevo che sapeste tutto. -La Salvestra.- Nulla di nulla. -La Rondine.- Che disgrazia! -La Salvestra.- Non si confida. E sa com’è testereccia! Si tiene tutti i suoi pensieri nel suo capino ostinato e, quasi non fossero abbastanza chiusi, me li fa serrare intorno con quella treccia più ritorta d’una corda stramba. -La Rondine.- Le s’addice molto, veramente. -La Salvestra.- Ne convengo. Ma ora, la mattina e la sera, quando la pettino, non parla più. Prima, mi ricordo, canterellava dentro i capelli, come in una gabbia di vinco bruno. Ora sta tutta muta, sotto; e pensa, e rimùgina. Anche quando qualche volta mi par di farle male col pettine fitto, non si risente. E le confesso che provo una certa soggezione, non so che apprensione, nel ravviarla, tanto certe volte mi par di mettere le mani nella sua doglia viva. -La Rondine.- Ah, vivi son di certo i suoi capelli come se si rammentassero d’essere stati serpi... -La Salvestra.- Serpi? -La Rondine.- Serpicine senza denti, Salvestra, biscioline senza capo né coda, che non fanno nessun male. Ma non è vero che, quando non sono ben serrati in treccia, sembra che si divincolino? Vorrei bene averli così, io, perché uno me li incantasse con un sufoletto, la sera. -La Salvestra.- Ecco, una ha sempre un pensiero, e l’altra ha sempre un altro pensiero. Felice lei, signorina, che ha già trovato l’incantatore! -La Rondine.- Son diventata rossa? Graziosamente ella abbandona il viluppo delle vitalbe per guardarsi in uno specchietto ch’ella ha dentro una scatola di smalto insieme con un po’ di cipria e col piumino. Ne profitta rapidamente per incipriarsi il naso. -La Salvestra.- Non ci si bada. È tempo di ciliege. -La Rondine.- Sentite, Salvestra. Bisogna fare qualcosa. -La Salvestra.- Sentiamo. -La Rondine.- Non vi sembra che patisca come chi sia in mal d’amore... senz’amore? -La Salvestra.- Quando si patisce, gli è tutt’uno. -La Rondine.- Ah no. -La Salvestra.- E che direbbe di fare? -La Rondine.- Tutto farei, tutto farei per guarire la mia Mortina. Credo che le darei anche la mia felicità, se si potesse. Ma non si può, giacché ha nome e cognome e veste panni. Credo che, se fossi veramente una rondine, partirei per andare a cercarle quegli che non si conosce e che sempre s’aspetta, quegli che a me, prima che fosse venuto, mi pareva abitasse in quel punto del cielo dorato di dove le rondini arrivano, certe sere, a un tratto gridando su noi con un lampo così bianco che si pensa: «Oh, certo, non può essere che lui capace di aggiungere un’ala ai piedi degli uccelli!». -La Salvestra.- Dio le conservi i bei sogni! Ma, se pur venisse, non sarebbe forse il benvenuto. -La Rondine.- Non verrebbe, se non fosse aspettato. -La Salvestra.- Ma non si sa quel che s’aspetta. -La Rondine.- Non s’aspetta che l’amore. -La Salvestra.- E arriva il dolore. Beata lei, beata lei che fa il saggio del miele e non si dubita del cotogno! Gentucca sobbalza, credendo udire una voce di dentro le cortine. -La Rondine.- Salvestra! Non avete sentito? Si sveglia? La donna, in punta di piedi, rattenendo il fiato, va a origliare. -La Salvestra.- Riposa ancóra. Spesso si lagna nel sonno, qualche volta parla. Parla da sé, sola, anche quando è sveglia, quando è chiusa in camera, durante il giorno. La sento, e credo che ci sia qualcuno. Entro, e la trovo sola, che cammina su e giù, a capo chino. Iersera non mangiò, non si coricò. Sentii che faceva le volte, sino a tardi. Non so che avesse. Non l’avevo mai veduta tanto scura. Era come una che torni dallo stare in guato... -La Rondine.- Di dove tornava? -La Salvestra.- Dal parco. Non so che cerchi. Pare che faccia la posta. Ora porta quasi sempre i sandali allacciati, che non staccheggiano. Scende da una terrazza all’altra in un lampo, sgattaiola lungo i muri, sguiscia dietro i càrpini, fruga per ogni dove, come quando -- se ne ricorda? -- loro due davano la caccia ai ricci... Gentucca l’interrompe con una vivacità infantile. -La Rondine.- Ah, Salvestra, sapete, quella tartaruga... -La Salvestra.- Quale tartaruga? -La Rondine.- Vi dirò poi. Continuate, continuate. Ma perché fa così? Che credete? -La Salvestra.- Non so. La disgrazia è che sempre l’hanno tenuta come una bambina semplice, senza farne caso, senza usare prudenza, anche a quell’epoca. Miss Turner non la capiva punto. E io dico che non c’è al mondo una che abbia più sentimento di lei per vedere, per scoprire, per indovinare. Le basta di fiutar l’aria, per conoscere di che si tratta. Con lei non c’è nulla da nascondere. Pare che entri nell’anima di chiunque. A me mi fa paura quando mi fissa. Mi trema il cuore dentro. -La Rondine.- E a me? Mi vien quasi fatto di coprirlo come quando si para il lume con una mano, perché non lo veda ardere d’allegrezza. Ho quasi vergogna d’esser felice davanti a lei. Mi piacerebbe d’aver sempre gli occhi rossi arrivando e di poterle dire: «Sai, m’hanno fatto piangere, anche me». -La Salvestra.- Ma non piange mica. Magari piangesse! Lo dice anche il dottore. Dio, Dio buono, aiutateci a passare questi due giorni. Ah, son lunghi! -La Rondine.- I giorni son cresciuti di sei ore, Salvestra. Un involontario guizzo di gioia passa nelle sue parole. -La Salvestra.- Oggi è l’antivigilia del Corpus Domini. -La Rondine.- È vero. -La Salvestra.- Domattina si dice la messa di requie nella Cappella. -La Rondine.- Ah, è vero. L’anniversario! -La Salvestra.- Non so come si farà. -La Rondine.- Assisteranno tutti? -La Salvestra.- Che la buon’anima faccia nascere un bene, oggi. Sa che cosa ha consigliato il dottore? -La Rondine.- Che cosa? -La Salvestra.- Che il signor Gherardo venga e le parli e ragioni con lei e le dimostri il vero e cerchi di persuaderla, di toglierle l’idea, di guarirla dalla mania, di rappacificarla insomma. Dice che questo è il mezzo da tentare, ora che il male fa crisi. Hanno tenuto un consiglio, con la signora Costanza. Pare che il signor Gherardo sia pronto, oggi stesso, prima di sera. Bisogna pur uscire da questo inferno coperto. Ma io ho una grande inquietudine. E il dottore lo vedo troppo serio. Ier l’altro la signorina lo trattenne più d’un’ora, a parlare a parlare. E lui, quando uscì, era molto accigliato. -La Rondine.- È il Securani, quello stesso che curò il padre? -La Salvestra.- Quello. Ora pare che si faccia questa prova, come Dio vuole. -La Rondine.- E Dio faccia la grazia! Credo anch’io, Salvestra, che un bene ne possa venire. E ho visto or ora un segno di buon augurio. -La Salvestra.- Che segno? -La Rondine.- Quella vecchia testuggine, sapete, con la scaglia tutta sbocconcellata, che chiamavamo Ninicchia, tanto affezionata a Mortella che la credeva perduta perché non s’era più fatta viva... -La Salvestra.- Ebbene? -La Rondine.- È ricomparsa! Mentre mi sforzavo di staccare questi tralci dal leccio del Conte, mi son sentita tirare appena appena per l’orlo della gonna come da un gattino timido. Mi son voltata. Era lei, ai miei piedi, sul musco, che tentennava quel suo capo novo come quel d’una serpe che avesse allora allora gettata la buccia. -La Salvestra.- Veramente la tirava per l’orlo? -La Rondine.- Ma sì, vi dico. Può essere che m’abbia presa per un cesto di lattuga. L’ho sollevata con le due mani, l’ho messa su una bella pietra al sole, e le ho detto: «Restate là, Ninicchia, senza muovervi; ché fra poco vi conduco qui la Fata Mortella». Deve aver capito. S’interrompe; e tende l’orecchio verso le cortine, palpitando. Si sveglia? Non ha sospirato? -La Salvestra.- Sembra che dorma profondo. -La Rondine.- Bisogna che finisca il suo sonno. Si sveglierà tutta fresca, e disposta a lasciarsi guarire. Che si può fare, Salvestra? Pregare? Non c’è qualche incanto? -La Salvestra.- Se c’è, e ci bisogna un cuore da pestare, ecco il mio. Nella sua voce sommessa trema una devozione senza limiti. -La Rondine.- Siete buona. Lo so. Com’è dolce di sentir parlare l’amore così! Vegliatela sempre. Ora le lascio qui le vitalbe, qui, -- non le mettete da parte, vi prego! -- che, uscendo dalle cortine, c’entri dentro e ci si senta impigliata e dia in un riso e dica: «È Gentucca». Ella depone il viluppo sul tappeto, davanti alle cortine. È così tenera che sembra le si inumidisca la parola. Me ne vado e poi torno. Torno verso sera. Ah, ma vorrei vederla un attimo, gettarle soltanto un’occhiata! Un attimo solo, metto il viso tra le cortine, Salvestra, e la guardo. Piano, piano. Trattengo il respiro. La donna fa un gesto di consentimento commosso. Infinitamente cauta, Gentucca separa un poco le cortine con le dita e sporge la faccia verso l’interno. È grande silenzio, come quando l’angoscia umana sale a poco a poco sino all’altezza del ciglio e trabocca. Di subito ella si volge, con le mani alla gola come per soffocare il singhiozzo che la vince. Non può: rompe in pianto. Nell’allontanarsi fuggendo, ella medesima mette i piedi entro il viluppo e lo sparpaglia e trascina. Rimonta i gradini della terrazza, scompare nella luce dei glicini. -La voce di Mortella.- Salvestra! Salvestra! -La Salvestra.- Eccomi, sono qui, sono qui, signorina. -La voce di Mortella.- Ah, chi m’ha legata? È una voce di sgomento, una voce d’ambascia, ancóra appresa nel buio del sonno. -La Salvestra.- Non mi sono mossa, non mi sono mossa. -La voce di Mortella.- Ah, chi piangeva su me? Ella esala un anelito, quasi che per levarsi faccia lo sforzo di rompere un legame che l’annodi. E appare tra le due cortine trasognata, con la fronte stillante di sudore. Chi singhiozzava? Io stessa? Di’. -La Salvestra.- No, signorina. Ha sognato. -Mortella.- E questi fiori? Di’. C’è stata Gentucca? È venuta la Rondine? -La Salvestra.- Or ora. -Mortella.- È andata via? Ah, richiamala, richiamala! Ella cammina su per la striscia delle vitalbe sparpagliate. È passata di lì? È lei che ha lasciato dietro di sé questa traccia? Richiamala! Oh piccola! La donna sale alla loggetta. -La Salvestra.- Ha detto che torna, che torna verso sera. Non s’inquieti. Sparisce per la scala che dà su l’ortopenso. -Mortella.- Non sarà troppo tardi, verso sera? È la vigilia, è la vigilia! Volevo dirle addio, rivedermi in lei quale già fui, dire addio a me, a me, a quella sua Mortina dolce. L’ambascia ancóra l’aggrava. Par che ancóra ella trasogni. Si china a districare l’un de’ malleoli da un tralcio di vitalba seguace. Eri tu che mi legavi, Gentucca? Tra il volto curvo e il grembo piegato, la sua voce ha una risonanza singolare, quasi argentina, simile a una nota d’infanzia; poi subito si rincupisce. Non mi potevo muovere quando mi sono svegliata. Ero tutta annodata. Perché? E chi piangeva? Vacilla e si tocca le tempie con le dita smarritamente. Ma se non fosse che la febbre? No, non ho più febbre. Non ne devo avere. Non devo avere che coraggio, coraggio, coraggio... Si riscuote e si risolleva. La donna ritorna indietro, ripassa per la terrazza dei glicini, ridiscende nella camera. -La Salvestra.- Non m’è riuscito di raggiungerla, né di richiamarla. Era già sparita. -Mortella.- Vola. Lo so. La parola s’illumina d’un sorriso tenue e tenero. -La Salvestra.- Ma torna, ma torna. -Mortella.- Dimmi, Salvestra. Era lei che piangeva? -La Salvestra.- No, signorina. -Mortella.- E chi dunque? -La Salvestra.- Le assicuro. Anzi era allegra. Era venuta a portarle una gran notizia! -Mortella.- Una gran notizia? -La Salvestra.- La tartaruga, quella che chiamavano Ninicchia, è ricomparsa. L’ha ritrovata dianzi sotto il leccio del Conte. -Mortella.- È vero? Anche una volta, in un movimento spontaneo di giovinezza ariosa, si mostra la compagna di Gentucca, l’amica della Rondine. -La Salvestra.- Sì, proprio vero. Sentirà il racconto! -Mortella.- Ma chi piangeva? M’è parso d’essere stata svegliata come da un gran singhiozzo. -La Salvestra.- Era un sogno, creda. -Mortella.- Non è venuto altri? Mia madre? -La Salvestra.- Non ancóra, signorina. Come si sente? -Mortella.- Bene. -La Salvestra.- Quella febbretta è caduta, le sembra? -Mortella.- Sì. -La Salvestra.- Non si sente più bruciare? -Mortella.- No. -La Salvestra.- Ha la fronte un po’ sudaticcia. Desidera qualche cosa? Mortella prende una fiala d’essenza, ne versa nel fazzoletto, lo fiuta, si terge la fronte, il collo sotto l’orecchio. -Mortella.- Ho sentito battere all’uscio. -La voce di Giana.- Mortella, sei là? Si può entrare? -La Salvestra.- Si sente male? Com’è diventata pallida! -Mortella.- Taci. Va. Non venire, se non ti chiamo. Fa un passo verso l’uscio dominandosi. Entra, entra, Giana. La cognata entra. Si guardano forzando il sorriso del saluto e dell’accoglienza, che per alcuni attimi persiste su i loro volti come qualcosa che vi sia appesa e possa rimanervi indefinitamente se si trascuri di staccarla. Un’aura ostile sembra quasi formarsi dai due respiri. -Giana.- Come ti senti? -Mortella.- Bene. Grazie. Ho dormito un’ora. Il sonno dà pazienza. -Giana.- Sei più tranquilla? -Mortella.- Sono tranquilla. Vedi. Gentucca m’ha fiorita la stanza, avanti il tempo. Puoi avvicinarti, sederti. Non sono in vena di stravaganze. Non sono affatto pericolosa. Bisogna perdonarmi. Iersera c’era afa di temporale nell’aria. Non so che m’aveva presa. Ma è certo che oggi devo guarire di questa benedetta mania. Basta dirmelo, basta volerlo. Mi dispongo a tornare in pace. Dopo domani è il Corpus Domini. Vorrei dare un pane a un povero. -Giana.- Hai una strana luce qui. -Mortella.- Una luce di naufragio, come nel quadrato d’un vascello colato a picco. Non ti piace? Sembra fatta per te che sei così ondeggiante. -Giana.- Ironia? -Mortella.- No. Ti ammiro. Lo sai. Quando ti muovi, m’incanti. Quando entravi, al movimento parevi che entrassi in un gorgo. -Giana.- Bene, mia cara. Vuoi che parliamo un poco, seriamente? -Mortella.- Parliamo. -Giana.- Seriamente e apertamente, come due sorelle leali? -Mortella.- «Lealtà passa tutto e con verta fa frutto» è uno dei nostri più antichi motti. -Giana.- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000