Il ferro
Gabriele D’Annunzio
IL FERRO
DRAMMA IN TRE ATTI
DI
GABRIELE D’ANNUNZIO
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1914
*Secondo migliaio.*
PROPRIETÀ LETTERARIA. -- RISERVATI TUTTI I DIRITTI.
Copyright by Gabriele d’Annunzio, 1914.
È assolutamente proibito di rappresentare questo dramma senza il
consenso della Società Italiana degli Autori.
(-Articolo 14 del Testo unico 17 settembre 1882-).
-Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di questa opera che non
porti il timbro a secco dell’autore.-
Milano. -- Tip. Treves.
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ALLA MEMORIA
DI
-Gigliola de Sangro-.
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INDICE
IL PRIMO ATTO.
IL SECONDO ATTO.
IL TERZO ATTO.
DRAMATIS PERSONÆ.
-Gherardo Ismera.-
-Bandino Guinigi.-
-Costanza Ismera.-
-Giana Guinigi.-
-Mortella.-
-La Rondine.-
-La Salvestra.-
-I Due Servitori.-
IL PRIMO ATTO.
Al piano terreno d’una vecchia villa toscana, in altri tempi costrutta a
emulare la magnificenza medicea e la copia d’acque e di cipressi
tiburtina, appare una sala rotonda, arieggiante quella dal Sanzio
disegnata per Giulio de’ Medici su la pendice del Monte Mario, fatta di
due absidi laterali a pilastri e a nicchie, collegate qui
dall’architrave d’una larga apertura rettangolare onde si scopre un
vestibolo a tre arcate in vista d’un giardino simmetrico.
Nel mezzo di ciascun semicerchio è una porta nobile ma non grande. Nel
centro del diametro, a sinistra, un piedestallo di cipollino sostiene
una statua dell’Abondanza nella maniera del Tribolo, mentre a destra
l’altro simile piedestallo regge il torso consunto d’una Musa tunicata e
cinta che nessuno attributo distingue.
Dietro gli allori che tonduti a foggia di palla sorgono dai grandi orci
invetriati fra pilastro e colonna, il giardino si mostra co’ suoi
spartimenti orlati di bossolo, senza screzii di fiori, esatto come
un’opera di tarsìa, chiuso intorno da altissime siepi di càrpini. Una
fontana senz’acqua, in forma di navicella, arieggiante quella
aldobrandina, sta dinanzi al portichetto, rempiuta di terriccio ove
s’appiglia il giaggiolo giallo e la rosa scempia tra la mal’erba.
È un pomeriggio torbido della fine d’aprile. Già spiove, dopo l’acquata.
Uno sprazzo di sole indora in sommo le lunghe mura bronzine che fa la
verdura perenne.
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Mortella è sola, pensierosa, inquieta. Movendosi per la sala,
s’è soffermata dinanzi al piedestallo del Torso. Udendo una
chiara voce che di fuori la chiama a nome, si scuote e si volge.
Lesta e vivace come un uccello, una fanciulla sale i gradini ed
entra nel vestibolo, affannata e ridente, vestita di bianco e di
nerazzurro con grazia.
-La voce.-
Mortella, Mortella, sei là?
-Mortella.-
Oh, la Rondine!
Le va incontro, rischiarata.
Di dove vieni, Gentucca? Entra! Entra!
-La Rondine.-
Non ho più fiato. Non mi baciare. T’infradici. Son tutta molle. Che
scroscio d’acqua! M’ha presa al cancello. Avevo un bel correre sotto le
pergole e su per le terrazze...
-Mortella.-
Come sei fresca! Sai d’acquazzone, di bossolo e di mughetto. E il cuore
ti batte in gola, Rondinina. Riprendi fiato. Vieni. Pòsati.
-La Rondine.-
Ah, non posso. Son corsa su per un attimo, soltanto per guardarmi un
momento ne’ tuoi occhi. Ho lasciato giù Enzo, sai.
-Mortella.-
Enzo è venuto?
-La Rondine.-
Sì, stamattina.
-Mortella.-
Per ciò scoppii d’allegrezza e sembra che mi sguisci di mano. Ti tengo
per le ali.
La tiene per gli omeri, quasi la scrolla. Poi le parla più
basso, con la voce alterata, con una sorta di salvatichezza
improvvisa, che sùbito cede.
Sei felice? sei felice?
-La Rondine.-
Ah, Mortella, Mortella!
-Mortella.-
Sei felice? Ora hai il sangue del viso trasparente come quando si guarda
una mano contro il sole.
-La Rondine.-
Sei tu bella. Non t’ho mai vista così.
-Mortella.-
Come puoi dir questo, Rondinina?
-La Rondine.-
Forse è la luce. Oggi c’è non so che altra luce. Non vedi? Pare che
tutto cambii. Ora scopro che hai le sopracciglia più folte. Si
congiungono quasi. Come ti sei fatta seria, sparvieretta! Ora si direbbe
che tu abbi voglia di piangere.
-Mortella.-
Voglia di partire, di partire!
-La Rondine.-
Già?
-Mortella.-
Tu e il tuo fidanzato dove andate stasera?
-La Rondine.-
Oh, non lontano!
Sospira.
-Mortella.-
Io vorrei scalzarmi, e andarmene sola per certe viottole che non ho
rivedute ancóra, camminare lungo una siepe dove sia rimasto a rasciugare
un bucato di poveri, fare una carezza a un bambino sperso, ascoltare la
campana d’una pieve, il verso d’un chiù, il fischio d’un treno, il
cigolìo d’un baroccio, non ricordarmi più del mio nome, fermarmi a
chiedere un bicchier d’acqua in un casale dove la vecchia accenda in
punto la lucerna, e poi più in là cadere con la faccia contro terra...
-La Rondine.-
O malinconia! Perché, Mortina? E io che ti credevo tanto contenta
d’essere rivenuta alla Guinigia, dopo questi tre anni!
-Mortella.-
Tu sei piccola, Gentucca: tu sei una rondinella bianca e nera. Tu hai il
tuo piccolo cuore gonfio di primavera. Respiri come in una storia
inventata. Non capisci. Io parlo della vita.
-La Rondine.-
Oh!
-Mortella.-
In questi tre anni io mi sono tanto mutata che mi par quasi di portare
un altro sangue. Tu non sei mutata affatto, e quasi non ti riconosco.
-La Rondine.-
Veramente!
-Mortella.-
Tu non puoi capire, Gentucca.
-La Rondine.-
In fondo, sono più ocherella che rondine. Lo confesso. E poi tu lo dici
chiaro. Ma insomma non sei contenta, ora, d’esser qui, di ritrovarti
nella vecchia Guinigia tornata ai Guinigi, di non saper più in mano
d’estranei la casa dove nascesti, dove t’è morto il tuo padre, e di
rivivere qui tutti i tuoi ricordi, i nostri ricordi anche?
-Mortella.-
I nostri... Ti rammenti di quell’imagine di Gesù che aveva la povera
Miss Turner, con quegli occhi che da prima parevano chiusi, pieni
d’ombra, e poi a poco a poco -- non si sapeva come -- s’aprivano e ci
fissavano con uno sguardo insostenibile? Ogni volta tu sobbalzavi,
gridavi di spavento e ti voltavi dall’altra parte.
-La Rondine.-
È vero.
-Mortella.-
Ritrovo qui certi ricordi scuri che pare aprano gli occhi allo stesso
modo, e mi sembra d’aver qualcosa da gridare allora.
-La Rondine.-
Come sei!
Sembra un poco sbigottita.
-Mortella.-
Allo stesso modo qui si sono riaperte le porte, si sono spalancate le
finestre; e s’aspetta qualcuno. Le tende sbattono, i mobili scricchiano;
e in ogni angolo qualcosa travaglia e si prepara.
-La Rondine.-
Che voce t’è venuta!
-Mortella.-
Forse ho in me una voce che non è la mia. Io stessa non la conosco. E
ogni parola in ogni voce cangia di senso, di peso e di destino. Non sai
tu che la Guinigia non fu riscattata se non per l’amore d’una voce? Mia
cognata si risolse a ricomperarla perchè mio fratello pensava sempre a
quel vecchio organo dei Serassi che è nella Cappella, a quel vecchio
sollevatore e consolatore della sua adolescenza. Era la sua gran
passione. Te ne ricordi? Ci mettevamo tutt’e due dentro il
confessionale, a sentirlo sonare fughe mottetti ricercate del
Frescobaldi, per ore ed ore.
-La Rondine.-
Me ne ricordo. A volte si tremava nell’ossa. S’aveva freddo alla nuca,
non so perché, come nel vento dei monti. La vetrata ci pareva di
ghiaccio blu.
-Mortella.-
Tu sai che mio padre è sepolto là, sotto la cantoria.
-La Rondine.-
Dio l’abbia in pace.
-Mortella.-
Il giorno che rientrammo qui, dopo tutte le cose tristi che sai e che
non sai, Bandino non si teneva dall’impazienza. Sandro il fattore andava
innanzi ad aprire gli usci. Non si guardava nulla. Ci s’affrettava. Si
riconosceva ogni stanza all’odore, o al pavimento, o all’aria più fredda
più calda, o a una soglia, a uno scalino. Quando s’entrò nella Cappella,
io andai a gittarmi su la lapide ma Bandino salì subito all’organo.
Sentivo sopra di me scricchiolare il legno, ronfare i mantici, gemere i
registri; e pure non sapevo se la voce dovesse venire dall’alto o di
sotterra, tanta era l’angoscia del mio cuore. Gli attimi parevano
eterni. Mi veniva l’ansia di gridare: «Parla! Parla!». Ah, non ti so
dire. Certo le dita di mio fratello vacillavano, e il suo petto era
senza respiro. Allora fu, d’improvviso, come una lacerazione.... Non era
la voce attesa, era un’altra! Anche l’anima dell’organo era sconvolta,
sfuggiva, non obbediva più. Singhiozzavo sola su la pietra, e udivo mio
fratello singhiozzare contro la tastiera; e non v’era più che quel
pianto, là dove s’era già pianto.
-La Rondine.-
Mortina, Mortina, come sei triste! Quasi più che quando partivi. Che
hai? che hai? Ti passerà. È vero che aspetti qui tua madre? che vi
riconciliate con lei... e con suo marito? Perdonami se m’ardisco di
domandartelo.
-Mortella.-
Bandino vorrebbe... Credo. Non so.
Si scurisce in viso e si acciglia, per un attimo.
Io, per me, non ho voglia se non di prendere una via, una via qualunque,
che conduca in qualche parte dove...
-La Rondine.-
Dove ti venga incontro il tuo amore e ti comandi: «Vieni con me». Oh,
dimmelo. Confidati. Ti senti così perché sei innamorata?
-Mortella.-
Gentucca pazza!
-La Rondine.-
Non me lo vuoi dire? Hai dovuto lasciare qualcuno, laggiù? Ne soffri? È
questo il tuo male?
-Mortella.-
Che pazzia!
-La Rondine.-
Veramente, non ami? Non hai amato mai, da che non t’ho più veduta?
Dimmelo, a me sola. Confìdati.
-Mortella.-
Che è l’amore? Dimmelo tu. Io non lo so.
-La Rondine.-
Che altro c’è nel mondo? Ma tu lo sai. Almeno l’amore di Giana e di
Bandino non lo vedesti nascere? non l’hai ora sotto gli occhi ogni
giorno?
-Mortella.-
Quel che è troppo vicino, non si vede. E poi Giana...
-La Rondine.-
Giana...
-Mortella.-
È nata di notte. È buia, chiusa. Non ci si scorge nulla, non ci si
scopre nulla di chiaro, nulla di sicuro. Non si sa. Certe volte, quando
arriva, sembra che abbia lasciato a mezzo un’opera d’incanti o la trama
d’una congiura o un gioco pericolosissimo o una ricerca d’alchimia. Ti
piace Giana?
-La Rondine.-
Io non me l’imagino che in bautta. I suoi occhi lunghi guatano come di
dietro alla mascherina di raso bianco.
-Mortella.-
E il bello è che non sai se sotto il dòmino nasconda un’arma insidiosa,
una piaga brucente o la lanterna d’Aladino.
-La Rondine.-
E se nascondesse le tre cose insieme?
-Mortella.-
Sarebbe anche più bello.
-La Rondine.-
Ma vi volete bene.
-Mortella.-
Molto. M’incanta.
-La Rondine.-
Ora lasciami andare, Mortella. Enzo m’aspetta.
La compagna la trattiene, con una maniera misteriosa, acuta e
molle a volta a volta, sorridente e irridente.
-Mortella.-
T’aspetta alla fontana della Navicella, o per la scala dei Delfini, o
dentro una nicchia di càrpini. La Guinigia dev’esser dolce a chi ama. Tu
non m’hai ancor detto che sia l’amore. Bene, dimmelo, Gentucca, tu che
lo sai. Enzo è là, non se ne va. Dianzi tu parlavi con me e non
ascoltavi che lui. Pare tu lo senta con quella gota ch’è volta dalla
parte del giardino. Hai tutta l’anima su quella mezza faccia. Sei una
pèsca partitoia, come dicono a Siena: una pèsca spicca, divisa in due da
sé. Lo senti con quella gota e con quella spalla; e il cuore ti batte a
destra, ora. Sei tu che arrossisci, o è l’aria?
-La Rondine.-
Mortella!
Ella si copre di rossore. Con una grazia vergognosa, prende la
mano della compagna e se la preme contro quella gota.
-Mortella.-
Dimmi dunque che è, Gentucca.
-La Rondine.-
Ora te lo dico.
Ella pensa e s’indugia.
-Mortella.-
Ebbene?
-La Rondine.-
Non mi vien detto nulla.
Ha un tono di lagno e il delizioso colore della sua ingenuità
sensitiva, mentre cerca le parole con l’aria d’una educanda
impacciata innanzi all’esaminante.
-Mortella.-
Ora hai il viso fatto d’una rosa.
-La Rondine.-
Ah, ecco. Mi sveglio, e sento che il mio viso è fatto d’una rosa e che
la mattina quasi è meno nuova di me.
-Mortella.-
E poi?
-La Rondine.-
Poi mi metto a sedere sul letto, e sto là, proprio come al principio
d’una storia inventata; e soltanto il pensare che i giorni son cresciuti
di cinque ore mi dà l’allegrezza di non morir più; e mi pare che la mia
vita mi fugga non so dove e che me ne venga continuamente una più dolce
e più forte, non so di dove, e che l’anima mi si cambii in un’altra che
è più mia della mia; e ho voglia, voglia di qualche cosa, e non so di
che: e non ho nessun gusto in bocca ma conosco che v’è un sapore in me
più buono che il sapore dell’aria e di tutte le cose buone del mondo...
Ella s’interrompe, socchiudendo le palpebre, in uno smarrimento
puerile.
-Mortella.-
E allora?
-La Rondine.-
Allora...
Rapida, a fior di labbra.
mi bacio le braccia.
-Mortella.-
Oh piccola! Ma ci deve pur essere un’altra specie d’amore.
Giana Guinigi entra.
-Giana.-
Ah, ah, le donzelle ragionano d’amore.
Le compagne ridono, come in vena di celia.
-La Rondine.-
È Mortella che mi fa l’esame e distingue.
-Mortella.-
Sappi, Giana, che la Rondinella non soltanto è innamorata daddovero,
come direbbe la Menica, ma è anche promessa sposa, e il fidanzato
l’aspetta giù intagliando col suo bravo coltellino i due nomi nel pedale
d’un eterno leccio.
-La Rondine.-
Non è vero niente.
-Giana.-
Eppure il cielo è color di rosa.
-La Rondine.-
Se mai, dopo l’acquata, non m’aspetta, ahimé, che una risciacquata della
genitrice. Me ne rivólo al nido. Addio, addio.
Leggera e celere, traversa il portichetto, scende i gradini,
volge il capo grazioso.
-Mortella.-
Torna presto, Gentucca.
-La Rondine.-
Addio.
Le due cognate la seguono con gli occhi pei viottoli di bossolo.
-Giana.-
A rivederci.
Il cielo è tutto rosato sopra le fitte muraglie di càrpini.
Che fresca e gentile creatura, veramente! Quando ha voltato il capo, non
pareva che avesse all’angolo della bocca un filo di felicità come un
uccello porta nel becco una pagliuzza o un crino?
Giana mette un braccio intorno alla cintola di Mortella che
ancóra guarda l’aria ov’è sparita la sua compagna e ancóra alza
la mano come se la scorgesse all’estremità della terrazza e la
risalutasse.
-Mortella.-
Felicità! Felicità!
Ella sospira la parola quasi dentro di sé, come sospesa al
limite della contrada imaginaria ove Gentucca va a vivere la sua
favola breve. Giana la chiama, come per dirle qualcosa di grave,
esitando.
-Giana.-
Mortella...
-Mortella.-
Non ho mai patito la primavera come quest’anno. E tu, Giana? È forse la
Guinigia che si rincarna in quella piccola selvaggia che fui... La
mattina quando mi stiro, nel dormiveglia, mi pare che ho un braccio
lungo come una scalinata di pietra e l’altro come un viale di bossolo, e
che in una mano laggiù ho una dea vestita di borraccina e nell’altra una
vasca piena di nannùferi.
-Giana.-
Mortella...
-Mortella.-
Pensa: i giorni son cresciuti di cinque ore, e fra qualche settimana ci
si vedrà chiaro sino alle nove di sera! Guarda il colore del cielo. È
troppo dolce. Ora d’un tratto il giorno si stacca e casca come un frutto
troppo dolce, ruzzola ai piedi di Gentucca che lo raccoglie e lo morde e
ne lascia mezzo a lui...
-Giana.-
Ascolta, Mortella. Bisogna che te lo dica: tua madre è venuta.
La sognante si scuote a un tratto e si scioglie dal braccio
della cognata, non contenendo il suo sgomento e la sua
agitazione.
-Mortella.-
Che dici? Chi è venuta?
-Giana.-
Tua madre.
-Mortella.-
Mia madre?
-Giana.-
Sì.
-Mortella.-
Quando?
-Giana.-
Or ora.
-Mortella.-
All’improvviso?
-Giana.-
È certo una sorpresa che ci fa Bandino, per forzare gl’indugi. So che le
è andato incontro alle Tre Torri e l’ha condotta qui egli stesso.
-Mortella.-
Sola?
-Giana.-
Non credo.
-Mortella.-
Con quell’uomo?
-Giana.-
Non l’ho veduta ancóra, né ho veduto lui. Bandino è salito a cercarmi,
ed era in una tale angoscia che m’ha fatto pietà. Tu sai come si
smarrisca facilmente dinanzi all’atto compiuto. M’ha supplicato di
venire ad avvertirti.
-Mortella.-
Ma l’Ismèra?
-Giana.-
Non ho capito bene. Bandino eludeva le domande, balbettava. Però non mi
par dubbio che sia venuto anche il tuo patrigno, giacché il punto da
vincere per tua madre era d’esser ricevuta qui con suo marito.
-Mortella.-
E credi ch’egli sia entrato in casa?
-Giana.-
Se non è già in casa, è nelle vicinanze. Lo sapremo subito. Si tratta di
una sorpresa, ti dico. Tua madre, d’accordo con Bandino, viene in
persona a perorare la causa, a strappare il consenso.
-Mortella.-
Ma è incredibile questo.
-Giana.-
Bisognava aspettarselo. Tuo fratello non vede che per gli occhi di lei,
non può rassegnarsi a viverne lontano. Pare un bambino non ancóra
svezzato. Tutto questo tempo, non ha fatto che sospirare e rammaricarsi.
Tu lo sai. Ora, giacché la rovina è riparata e il vecchio focolare è
riacceso, a tutt’e due sembra venuta l’ora di ricostituire la santa
famiglia.
-Mortella.-
E tu consenti? La fortuna è tua. Non sei tu la padrona qui?
-Giana.-
Hai il tono crudo. Un’estranea piuttosto.
-Mortella.-
Il mio presentimento m’ingannava forse? Non m’inganna mai. Avevo
lasciato il mio cuore qui, il mio cuore in lutto e la mia vita vera, ma
nel fondo io non desideravo di venire a ritrovarli, per paura di fallare
o prima o poi contro l’uno e contro l’altra. La cenere che m’è cara non
soffre d’essere smossa. Per ciò io non t’ho sollecitata, non t’ho spinta
a ridarci queste mura che non sembrano alzate se non per ricevere un
ospite senza misericordia. Lo schianto era avvenuto, il distacco era
stato sofferto, il passato aveva già preso il suo aspetto fisso, e
l’enigma era rimasto scolpito nella pietra.
-Giana.-
Ma tuo fratello non pensava ad altro. Sapevo bene che il ricupero era
come una convenzione tacita nel contratto di nozze: era più che un
desiderio, più che una promessa. Tu lo sai. Dicevi dianzi che la
Guinigia ti sembra a volte immedesimata con te, incarnata in te.
Bandino, che è una creatura fatta di musica, pareva aver lasciato qui la
sua risonanza e non poterla ritrovare se non qui dov’è nato e dov’ha
sognato. Per tutti voi la Guinigia è una specie di sostanza misteriosa,
non so, quasi una figura della vostra sorte. Riconducendo qui Bandino,
avevo il sentimento di restituirlo a sé medesimo. E alla mia
condiscendenza si mescolava non so che voglia di novità, non so che
speranza di rinfrescare il mio amore, di vedere aumentata la sua
bellezza. Tu comprendi.
-Mortella.-
Comprendo. Ma la bellezza non basta più. Giana, puoi credere che io osi
rinfacciarti la tua generosità? Non hai restituito anche me a me
medesima? Tutto il tempo passato altrove, dopo la morte di mio padre,
dopo la rovina, dopo l’orrore, mi sembra oggi senza viso, carne
un’effigie cancellata ch’io non abbia conosciuta mai, ch’io non sappia
riconoscere. Se non fossi rientrata qui, sarei forse entrata in un
convento; ma qui è come se io mi fossi monacata, come se avessi fatto i
miei voti. Non mi sono mai sentita così profondamente sola, né così
viva. Sola con Dio sarei stata nella clausura; e qui sono sola con
un’ombra. E la mia memoria mi crea la mia vita devota. E non soltanto io
mi ricordo, ma uno si ricorda in me. Siamo due a vivere e a ricordarci.
-Giana.-
Mi sgomenti. La vita è tutta fatta di dimenticanza.
-Mortella.-
Non è vero.
-Giana.-
Tu hai l’avidità di soffrire, di tormentarti.
-Mortella.-
No. Ma che colpa ho io se mi fu data una pena da serbare, una piaga da
portare nel fianco?
-Giana.-
Làsciati guarire.
-Mortella.-
Da chi? Le mie lagrime e il mio sangue aspettano.
-Giana.-
Dalla vita stessa, dall’inatteso, dall’incognito.
-Mortella.-
Da quello che sta per varcare la soglia?
-Giana.-
Chi sa! Bisogna di continuo offrirsi al destino.
-Mortella.-
Il mio destino io lo serro contro me per soffocarlo.
-Giana.-
Non bastano due braccia.
-Mortella.-
Ma un cuore basta.
-Giana.-
Per sanguinare.
-Mortella.-
Posso lasciarlo sanguinare lungo tempo, prima che ne coli l’ultima
goccia.
-Giana.-
Sei malata di primavera. Conosco questo male.
-Mortella.-
Il mio male è d’una stagione che non conosci.
-Giana.-
Tu stessa non sai quel che intendi né quel che vuoi.
-Mortella.-
Voglio andarmene.
-Giana.-
Che pazzia!
-Mortella.-
Non resto qui.
-Giana.-
Ma almeno aspetta. Vediamo.
-Mortella.-
Vedere, vedere, è proprio quel che non voglio.
-Giana.-
Ma perché?
-Mortella.-
Non senti? Pare che tutta la casa trattenga il respiro. Non respira più.
Non senti? E stasera la sua anima rinata non si radunerà intorno alle
lampade accese; resterà nell’ombra degli angoli. Giana, Giana, ti lascio
l’ospite. A te lo lascio, e a mio fratello che sa la dimenticanza. Io me
ne vado. Per stasera chiederò ricovero alla Rondine. Poi correrò alla
mia vocazione.
-Giana.-
Che vuoi fare, Mortella?
-Mortella.-
Chiamami piuttosto Mortina omai, come fa la Rondine quando è tenera, e
non sa perché.
-Giana.-
Sei strana.
-Mortella.-
Sapresti tu cadere con la faccia contro terra?
-Giana.-
Sei come fuori di te.
-Mortella.-
Sì, è vero: fuori di me e di tutto.
-Giana.-
Ma parla almeno. Che sai?
-Mortella.-
Non so nulla, e indovino tutto.
-Giana.-
Da che ti viene questo rancore implacabile?
-Mortella.-
Domandalo all’ospite prossimo.
-Giana.-
Ho veduta una volta tua madre, in chiesa, il giorno delle nozze. Ma non
ho mai veduto l’uomo.
-Mortella.-
Lo vedrai.
-Giana.-
Non era l’amico prediletto di tuo padre?
-Mortella.-
Tanto che sposò la vedova per serbare di lui un ricordo vivente.
-Giana.-
Troppo sei amara. Non gli perdoni d’averla consolata?
-Mortella.-
Non senti che questa parola tronca la vita? Più crudele sei che non io
amara.
-Giana.-
Ma com’è egli?
-Mortella.-
Dolce.
Ella ha proferito questa parola con un accento singolare
d’ironia, di repulsione e di mistero. Ora le due cognate sono
più da presso, parlano a voce più bassa, con un misto di
confidenza e di diffidenza, con qualche esitazione davanti a
certe domande, a certe risposte, con qualche pausa oscura, con
qualche improvviso palpito, quasi spiandosi talora di sotto alle
palpebre.
-Giana.-
Come?
-Mortella.-
Come chi troppo medita e non fa il male se non per tentar sé stesso e
per essere un altro.
-Giana.-
Ah, so la specie.
-Mortella.-
Sembrava alzato sopra ogni cosa e capace d’ogni cosa.
-Giana.-
Anche bella?
-Mortella.-
Forse. Conduceva i sogni.
-Giana.-
Te ne dava?
-Mortella.-
Sapeva disarmare la forza e addormentarla.
-Giana.-
Con mani magnetiche?
-Mortella.-
Con mani di donna.
-Giana.-
Belle?
-Mortella.-
Mani d’avvelenatrice.
-Giana.-
Ah!
Una lieve pausa.
Come sono?
-Mortella.-
Non hai notata quella stampa che ho nella mia camera?
-Giana.-
Quale?
-Mortella.-
Quella dove la duchessa di Bisceglie si lava le mani.
-Giana.-
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