-- Ave. La pace è in alto. Nel cuore de l'umile scende.
Anima triste, prega. Dà la preghiera oblìo. --
Alzan di lungi fiamma, come ardui cèrei, le torri.
-- Ave -- risponde il vinto umiliato cuore.
IN SAN PIETRO
Per la profonda nave, che tanta ne' secoli accolse
anima umana e tanta nube serrò d'aroma,
svolgesi il grave coro da bocche invisibili. Un rombo
l'organo a tratti caccia da la sua selva ascosa.
Cupo ne l'ombra il rombo propagasi giù pe' sepolcri:
pajon tremar da l'imo le portentose moli.
Vegliano al sommo i magni pontefici benedicendo:
stanno a le ferree porte gli angeli ed i leoni.
Come solenne il canto! Da l'onda eguale una voce
levasi, con un alto melodioso grido.
Piange la voce, e al mondo rivela un divino dolore.
Sgorgan le note, calde, quasi lacrime.
Piange la voce, sola. Non ode nel gelido sasso
il Palestrina? Sola piange la voce; e al mondo
narra un divin dolore. Non ode il sepolto? Non balza
l'anima sua raggiante su l'ideali cime,
quasi colomba alzata a vol su pinnacoli d'oro?
Piange la voce, sola, nel silenzio.
IN SAN PIETRO
L'absida è nel mistero raccolta. Un'ombra rossastra
occupa il vano. Al fondo luce il metallo, enorme.
Sorgono scintillando per l'ombra le quattro colonne
che nel pagano bronzo torse il Bernini a spire.
Sopra la croce il grande miracolo pende, che in terra
offre a la faticosa anima umana un cielo.
Lampade tutte d'oro in torno a la duplice scala
ardono, dove il sesto Pio reclinato prega.
Muti, il mistero e l'ombra s'addensano in velo di morte.
L'ora si perde. Un passo va lontanando: tace.
Ma di repente il Sole, fierissimo violatore,
(oh trionfate nubi pe 'l ceruleo
giugno!) fendendo l'ombra dal culmine, investe la fredda
tomba ove Paol terzo, calvo e barbato, siede.
Sotto il suo bacio, come un tempo nel letto del Borgia,
rosea nel marmo vive Giulia Farnese ignuda.
LE ERME
(VILLA MEDICI)
Erme custodi, o in terra solinghi iddii taciturni,
vigili meditanti anime ne la pietra,
voi custodite ancora l'antica memoria, voi siete
memori ancora, ne la solitudine!
Altri l'oblío già tiene. A quale di voi ella cinse
ilare il collo, tra li acanti floridi?
IL PETTINE
(VILLA MEDICI: DAL BELVEDERE)
Poi che su 'l Monte Mario si spengono i fuochi del Sole,
vengon le nubi in torme lente dal Palatino.
Mite le aduna il soffio de' vènti e le tragge a l'occaso,
ove i cipressi in contro figgon le acute cime.
Mordono allor le cime de' neri cipressi le nubi
che scorron come in lungo pettine chiome d'oro.
DAL MONTE PINCIO
Sorge lavato il monte, fragrante di fresca verdura,
trepido; e il ciel di maggio ride a la rotta nube.
Pace ne l'aria viene dal bel lacrimevole riso,
cui vaga pur d'altezza l'anima nostra attinge,
cui balenando in cima le cupole attingono e gli alti
alberi che gran serto fanno a' tuoi colli, o Roma.
Mite risplendi, o Roma. Cerulea sotto l'azzurro,
tutta ravvolta in velo tenue d'oro, giaci.
Sopra correa la nube, con tuono lungo echeggiante;
ecco, ed il ciel di maggio ride a la rotta nube.
Tal, dopo sì gran guerra, dopo tanta notte funesta,
dopo l'amaro tedio, dopo il lamento vile,
(lungi per sempre, lungi, o sogni, da l'anima nostra;
sogni, che troppo un giorno perseguitammo in vano!)
l'anima, liberata di tutte procelle, respira;
non il ricordo l'ange, non il desio l'acceca,
più non la morde cura d'antichi amori o novelli,
ansia non più l'affanna d'altri ignorati beni.
L'Anima sta: tranquilla rispecchia la vita e raccoglie
entro il suo vasto cerchio l'anima de le cose.
IV.
“FELICEM NIOBEN!„
Triste e pensoso, l'ombre cadendo, su 'l getico lido
sta Publio Ovidio. Innanzi urla il feroce mare.
Chino biancheggia il capo cui cinser gli Amori corone:
pendon su lui la grande ira d'Augusto e il fato
ferreo, che la lunga querela non odono. Il pianto
inutilmente riga le tomitane arene.
Inutilmente, ancora, da Cesare nume benigno
l'esule attende un ramo de la pacata oliva.
Già sopra sta l'inerte vecchiezza; la ruga senile
ara già il volto. Attende egli la morte, e chiama.
Flebile il carme sale per cieli immiti ove i dardi
fischiano che di lungi scaglia il bracato Geta.
-- Niobe felice, se ben tante vide sciagure;
che, fatta pietra, il senso perse del male. E voi,
voi pur felici, cui le bocche chiamanti il fratello
chiuse di novo cortice il pioppo. Io sono,
io son colui che mai sarà confinato in un tronco,
io son colui che in vano essere pietra vuole. --
Cadono l'ombre, s'addensano gelide; il mare
ulula; il vento reca strepito d'armi. Oh Roma,
Roma! Oh su' colli piniferi aureo tepente
vespero e ne' rigati orti da l'acque nove
murmure che sopiva la cura e lungh'essi gli insigni
portici riso de l'amica giovine!
AVE, ROMA
Esule anch'io, pensoso di te, di te sempre pensoso,
Roma, non fra gli intonsi barbari Ovidio sono;
nè mi colpì lo sdegno di Cesare, ma la funesta
dea che la tua campagna orrida e sacra tiene.
Mi visitò nel sonno la livida Febbre; e il mortale
tossico, me misero! tutto il mio sangue tiene.
Lugubre è il mio perire, se ben non sia questo il feroce
Ponto e non la scitica freccia nel cuore io tema.
Sotto sereni cieli più duro è l'esilio a tal cuore
cui più nessuna cosa che amò rimane.
Stanca è la carne e spira già l'anima, in questa incompresa
pace. Oh lasciate un'Ombra verso la morte andare!
Tutto è sereno. Il flutto è docile. Incurvasi il lido
come una lira, dove sorgono emerocàli
simili agli asfodeli che illustrano i clivi de l'Ade,
candidi. Ma non questa pace il morente chiede.
Chiede il silenzio immenso, eterno, che sta su l'immoto
fascino del deserto onde tu sorgi, o Roma.
Quale alto monte, quale oceano infinito, qual somma
tenebra vince tanta solitudine?
Quivi la morte sta. Ti vegga da lungi più grande
d'ogni più grande cosa il morituro e -- Ave --
dica -- o tu, Roma, tu dolce e tremenda! Ave, o Roma
unica, o dell'anima nostra unica patria!
VESTIGIA
E tu ritorni, o Vita? Ritorni a me con un riso
dubio, ed in mano fronde trascolorate rechi.
E tu ritorni, o Amore? Obliquo ritorni, ed in mano
rechi l'antica tazza, piena d'un falso vino.
Dice la Vita: -- Guardi tu in dietro gli antichi vestigi!
Sonvi più dolci frutti, altri ignorati beni.
Dice l'Amore: -- Bevi. -- Ripete egli antiche parole.
-- Ecco la nova ebrezza, lo sconosciuto bene. --
L'Anima dice: -- Vane lusinghe. Io chiudo un supremo
sogno. Da me il mio sogno non uscirà già mai. --
Pure, si volge; guarda gli antichi vestigi. Oh silente
pallida ignuda selva non obliata mai!
NELLA CERTOSA DI SAN MARTINO
(IN NAPOLI)
Vita, negli occhi miei, negli occhi di quella che a fianco
m'era e credea sé tutta cinta de' miei pensieri,
sé nel mio sogno, ed ebri ancora i miei sensi, e la mia
anima con intatti vincoli trarre seco;
negli occhi nostri, o Vita, le imagini tue dileguando
come serenamente fluttuavano!
Eran su l'alte mura i tralci (pendevano i neri
grappoli da la canna come da un tirso d'oro)
e pe' leggeri intrichi pampinei l'isole e i golfi
s'intravedeano splendere: Puteoli
cerula su 'l lunato azzurro, ove l'Ibi migrante
agile tra le corna scese de' bianchi buoi,
Baja voluttuosa, e il tumulo ingente che Enea
diede a Miseno, e l'alta Cuma che udì gli ambigui
carmi fatali, e il lido lacustre che l'orme sostenne
d'Ercole dietro il gregge pingue di Gerione:
plaghe da gli Immortali dilette, ove (come in profondi
talami cui piacciansi premere amanti umani)
gli incliti corpi ambrosii giacendo lasciarono impronte
sacre, vestigi eterni de la Bellezza prima.
Quella che al fianco m'era -- Non senti -- mi disse -- la nostra
felicità salire? Tutte le cose belle
credo io aver nel cuore. -- Mi disse languendo la donna
tenera. Ne la bocca le rifioríano i baci.
Io che provai? Mi stava su 'l cuore un affanno ignorato.
Tutto pareami quivi solitudine,
vacuità, tristezza, immobile tedio, nel muto
lume, sotto i muti chiari lontani cieli.
Poi, ne le vaste sale deserte, vedemmo le inani
spoglie del re, le vesti, l'armi, i vessilli, i cocchi
d'oro, il vascel vermiglio che tenne le pompe del terzo
Carlo; e il tuo cupo rombo parvemi udire, o Fato.
Parvemi; ma più forte salìa verso l'ardua loggia,
ove tremammo, il rombo de la città che tutta
quanta ferveva al sole, tutta quanta aperta in un riso,
in un possente riso inestinguibile,
illuminando i cieli che in lei tendevano l'arco,
avida con rosee braccia abbracciando il mare.
Mise la donna un grido, stringendosi a me, con un lungo
brivido, come presa di vertigine.
Poi, reclinata il volto bianchissimo, parvemi in atto
di voluttà profonda bere la dolce luce.
-- Oh, tutti i sogni miei per questo! -- dicea lenta, quasi
ebra. -- Infinito e pure intimo ne l'anima
come un divin segreto da te rivelato a me sola! --
Tacque; ed ancor la bocca parve bevesse luce.
Io che provai? Mi stava su 'l cuore un affanno ignorato.
L'anima ansando attese il rapimento in vano.
Pur intendea confuse parole. -- Quale ombra ti copre?
Quale altro oscuro mondo occupa gli occhi tuoi?
Quello che in te contempli ha forse orizzonti più vasti?
Dentro, più lieti s'aprono spettacoli?
Tu possederlo credi! Non è in tal possesso la gioja.
Meglio è nel Tutto l'anima disperdere.
Rompi il tuo cerchio al fine! Guardando la donna che t'ama,
lascia il supremo sogno al cielo effondersi! --
-- Non uscirà già mai da me -- io pensava -- il mio sogno,
poi che non basta il cielo, poi che non basta il mondo
a contenerlo: vince d'altezza ogni cosa creata.
Pur questa immensa forza non mi riempie il cuore! --
E, reclinando il capo, non altro sentii che l'interna
vacuità fra il rombo de la tua fuga, o Vita.
Sotto raggiava il mare pacato nel fervido amplesso;
e la Montagna in contro, armoniosa al giorno
quale una forma escita di mano d'artefice puro,
con incessante palpito da l'igneo
grembo esprimea ne l'aria le sue multiformi chimere
che lente il cielo sommo conquistavano.
Come divino allora mi parve il silenzio del chiostro
ove scendemmo. E un'Ombra muta scendea con noi.
Alto quadrato eretto su belle colonne polite:
era il tuo, Morte, candido vestibolo.
NEL BOSCO
(CAPODIMONTE)
Segue i miei passi l'Ombra; mi segue dovunque: mi guarda.
Occhi non ha sì dolci quella che a fianco viene.
Ah, perché mai risorgi tu da l'oblio? Perché mai
tu d'improvviso mi riprendi l'anima?
Qui noi passammo forse, un giorno, in quest'ora? Gli illusi
occhi, l'illusa anima veggono i cari luoghi.
Simili a questi i luoghi che amammo, ove amammo la vita,
ove la morte parveci una favola.
Simili innanzi a noi s'aprivan sentieri profondi.
Alta venìa ridendo ella fra gli alti steli.
L'ombra de' bei capegli oscura battea come un'ala
su la sua fronte; i lunghi occhi parean più neri.
Freschi salìan di sotto il breve suo passo gli effluvi:
molli pioveano albori da le vocali cime.
-- Ella, ella sola è gioja -- cantava il mio cuor dietro l'orme
labili. Il cuor cantava: -- Ella, ella sola è gioja.
Entro le man sue reca più luce che non l'Ora prima;
fatta ella tutta quanta è di sovrane cose.
NEL BOSCO
(CAPODIMONTE)
Ride l'autunno al novo amore. Dal ciel pluvioso
ride un suo vago riso lacrimevole
che, trepidando i rami nel lume, la tua pel velato
aere imagine suscita, o primavera.
Oh primavera, tutta la selva correano i tuoi spirti,
quando io condussi l'Altra verso l'atroce scure!
CONGEDO
-Tu tamen i pro me, tu, cui licet, aspice Romam!-
OVIDII TRISTIUM L. P.
Libro, tu Roma nostra vedrai. Ti manda a la grande
Madre colui che molto l'ama, che sempre l'ama.
Recale tu il dolente amore e il desío che distrugge
l'esule, e il van rimpianto, ahi, del perduto bene.
Io non tentai nel verso esprimere l'alta bellezza.
Troppo ella è grande e troppo umile è il verso mio.
Sol chiusi in te, o Libro, de l'anima mia qualche parte.
Va senza gioja. Quasi cenere fredda rechi!
Va, dunque. Roma nostra vedrai. La vedrai da' suoi colli,
dal Quirinale fulgida al Gianicolo,
da l'Aventino al Pincio più fulgida ancor ne l'estremo
vespero, miracolo sommo, irraggiare i cieli.
Tal la vedrai qual gli occhi la videro miei, quale sempre
ne l'ansiosa notte l'anima mia la vede.
Nulla è più grande e sacro. Ha in sè la luce d'un astro.
Non i suoi cieli irraggia soli ma il mondo Roma.
INDICE
I.
Il Vespro Pag.7
Sogno d'un mattino di primavera » 13
Villa d'Este » 21
Sera su i colli d'Alba » 25
Villa Medici » 31
Elevazione » 45
II.
Sul lago di Nemi (Villa Cesarini) » 53
Il Viadotto» 59
Villa Chigi» 63
Il Vóto » 81
In un mattino di primavera» 87
Il Meriggio» 91
III.
La Sera Mistica (sul Tevere, all'Albero Bello) » 97
In San Pietro »103
In San Pietro »107
Le Erme (Villa Medici) »111
Il Pettine (Villa Medici: dal Belvedere) »115
Dal Monte Pincio »119
IV.
«Felicem Nioben!»»125
Ave, Roma »131
Vestigia»137
Nella Certosa di San Martino »141
Nel Bosco »149
Nel Bosco »153
Congedo »157
Finito di stampare
il dì 20 maggio MDCCCXCII
nella tipografia di Nicola Zanichelli
in Bologna.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
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