Elegìe Romane
GABRIELE D'ANNUNZIO
ELEGÌE ROMANE
[1887-1891]
BOLOGNA
DITTA NICOLA ZANICHELLI
(CESARE E GIACOMO ZANICHELLI)
MDCCCXCII
L'EDITORE
ADEMPIUTI I DOVERI ESERCITERÀ I DIRITTI
SANCITI DALLE LEGGI
AL POETA
ENRICO NENCIONI
QUESTO LIBRO
È DEDICATO
ELEGÌE ROMANE
(1887-1891)
Quid melius Roma?
OVIDII EX PONTO L. P.
Eine Welt zwar bist du, o Rom; doch ohne die Liebe
wäre die Welt nicht die Welt, wäre denn Rom auch
nicht Rom.
GOETHE'S RÖMISCHE ELEGIEN: I.
I.
IL VESPRO
Quando (al pensier, le vene mi tremano pur di dolcezza)
io mi partii, com'ebro, da la sua casa amata,
su per le vie che ancora fervean de l'estreme diurne
opere, de' sonanti carri, de' rauchi gridi,
tutta sentii dal cuore segreto l'anima alzarsi
cupidamente, e in alto, sopra le anguste mura,
fendere l'ignea zona che il vespro d'autunno per cieli
umidi, tra nuvole vaste, accendea su Roma.
Non era in me certezza de l'ora, de' luoghi. Un fallace
sogno teneami? O tutte de la mia gioja consce
eran le cose e in torno rendevano insolito lume?
Io non sapea. Le cose tutte rendevan lume.
Tutte le nubi ardeano immote: qual sangue da occisi
mostri, rompea da' loro fianchi un vermiglio rivo.
Lieta crescea la strage per l'erte de' cieli, sì come
per infiammati boschi gesta d'immite arciero.
Agile da le gote capaci il Tritone a que' fochi
dava lo stel de l'acqua, che si spandea qual chioma.
Tremula di baleni, accesa di porpora al sommo,
libera in ciel, la grande casa dei Barberini
parvemi quel palagio ch'eletto avrei agli amori
nostri; e il desio mi finse quivi superbi amori:
fulgidi amori e lussi mirabili ed ozii profondi;
una più larga forza, una più calda vita.
Sonvi -- dicea la folle Chimera il cuor mio torcendo --
sonvi più dolci frutti, altri ignorati beni!
Datemi -- il cuor dicea -- voi datemi, occhi soavi,
la mai goduta ebrezza, lo sconosciuto bene!
Alta dal cuor balzavami l'anima. A sommo de l'erta,
in su 'l quadrivio, argute risero le fontane.
Freschi dal Quirinale co 'l vento mi giunsero effluvi;
rosea m'apparve, al fondo, Santa Maria Maggiore
SOGNO D'UN MATTINO DI PRIMAVERA
Quando la tua sorella Aurora, già sazia di sogni,
ebra di baci, tutta umida di rugiade,
come cerbiatto ignaro d'insidie ne' vergini boschi,
pronta a le soglie balza con lieto ardire,
tu non il suo chiamare, o Ippolita, odi. Il mio petto
ben del tuo dolce capo teneramente premi.
Premi il mio petto, e dormi. Qual s'apre or ne l'intimo foco
de la tua vita e sorge misteriosa imago,
irradiando un riso che tenue sgorga e diffuso
trepida per l'aureo fior de le membra tue?
Rompe così ne' maggi da polle invisibili un'acqua
viva, balzante spirito, in un rosajo:
trémane tutta quanta la molle compage de' fiori;
poi d'un fulgore liquido s'illumina.
Or ne l'oblio sommersa, Ippolita, vedi tu strane
plaghe, odi tu novelli carmi e novelli suoni?
Odi il divin tuo nome passare ne gli inni? Procedi,
splendida fra il duplice coro, a' fastigi ultimi?
Quale favilla viva cui nutran le ceneri in grembo;
quale balen che dorma entro la nube grave;
quale adamante intatto che splenda con lume di stella
su la ricchezza oscura de le terrestri vene;
qual sole ascoso ad occhi mortali, che sperda su vani
esseri, per gelido aer le sue virtudi;
quale un pensier di nova beltà creatore su 'l mondo,
che ancor segreto rida sotto la fronte al nume;
tal per te sola, o donna, per te, per te sola da tempo
celasi ne' vergini regni un divin potere.
L'hanno in custodia i Saggi. A l'ombra d'un'arbore immensa,
candidi ne la veste, placidi come iddii,
vivono. Un'aria calda li nutre. Su l'erbe d'in torno
rapidi i leopardi piegano i dorsi gai.
Il mormorio de' fonti, il susurro de' rami, il sommesso
fremito de le belve mescesi a le parole.
Oh fecondati regni dal sacro abbraccio de' fiumi,
beneficata specie dal providente cielo
ove d'un'alleanza de gli astri, principio di vita
sorge ch'effuso ne le solitudini
crea da la sorda pietra, crea pure da l'arido loto,
crea pur dal ferro spirti innumerabili!
Ecco sentieri d'ombre, profondi, cui versan la luce
fiori d'ardente vita, esseri non mortali;
templi d'ignoti numi, a la gioja del dì bene aperti
sopra colonne bianche qual pura neve,
armoniosi, eterni, ove l'aquile fanno gran cerchi,
ove sospira il caldo vento natìo del mare;
chiostri di colli emerse da vasti golfi lunati,
ove talor ne l'aria passan le forme dive,
forme di tal corusca virtù penetrate che alcuna
d'occhi mortali forza non le sostiene,
simili a te nel riso, che incedon su 'l mare con lento
passo e guardando a l'alto cantano dolci cori.
Cantano: -- Or chi da l'alto precipita a' campi del mare,
rapido com'aquila, splendido come fuoco?
Quella discende forse, che molto aspettano i Saggi,
donna reina? O forse da le sue rosse case,
contra i fraterni tèli, demente per novi desiri,
anche apparì l'audace figlia d'Iperione?
Non del titan la figlia; ma l'altra, ma l'altra s'appressa.
Cose universe, udite! Ecco, l'Eletta viene.
Viene l'Eletta. O cieli, che tutta accogliete l'immensa
anima del Creato entro la vitrea sfera!
voi, o correnti, o vene del mare, che l'isole intatte
stringer godete in vostre adamantine trame!
nuvole erranti, o voi lungh'esso il monte selvoso
greggia che il vento guida, truce pastor, fischiando
urne de' fiumi, aperte da vegli possenti a la Terra
giovine! e voi, stromenti ampi de l'uragano,
selve terrestri! e voi, profonde oceaniche selve,
dove ogni tronco ha occhi vigili ne l'orrore!
cose universe, udite! L'Eletta, ecco, viene che a noi
reca per legge il solo ritmo del suo respiro. --
Cantano. Tu non odi passare ne gli inni il tuo nome?
Premi il mio petto e dormi. Splendemi in cuor l'aurora.
VILLA D'ESTE
Quale tremor giocondo la pace de gli alberi, o Muse,
agita e a le richiuse urne apre il sen profondo?
Chi, dentro gli àlvei muti svegliando gli spirti del canto,
leva sì largo pianto d'organi e di liuti?
Chi dentro i marmi sordi, immemori d'acqua corrente,
mette novellamente fremito di ricordi?
Chi tante mai canzoni, o Muse, trae su da tant'acque?
Ella è, che pur vi piacque, Muse; è Vittoria Doni.
Va pe 'l sentiere ombrato la donna magnifica; e in torno
ecco, il divin soggiorno trema signoreggiato.
Lodano tutti gli orti la dolce di lei signoria;
e le fontane, in via, parlan de' tempi morti.
Parlan, fra le non tocche verzure, le cento fontane:
parlan soavi e piane, come feminee bocche,
mentre su' lor fastigi, che il Sole di porpora veste,
splendono (oh gloria d'Este!) l'Aquile e i Fiordiligi.
SERA SU I COLLI D'ALBA
Oh, su la terra albana, bontà de la pioggia recente!
Grande è la sera; accoglie grandi respiri il cielo.
Umido il ciel s'inarca su 'l piano a cui s'abbandona
lento il declivio. Ride l'ultime nubi in fuga,
l'ultime nubi, trame leggère che passa la luna
èsile trascorrendo come una spola d'oro.
Compie l'aerea spola un'opra silente. Nel folto
celasi; risfavilla di tra le fila rare.
Muta la segue in alto la donna pensosa, con occhi
puri, che guardan oltre: -- oltre la vita, in vano!
Quale desío la tiene? Qual nuovo pensiero, qual sogno
su dal pallor notturno de la sua fronte sale?
Tenue Luna, o amante dolcissima d'Endimione;
cielo di perla effuso, pallido men di lei;
cielo che spandi al piano una neve impalpabile (come
placidamente cade sopra le arboree cime!);
tu, mar Tirreno, o letto remoto del Giorno (per l'aria
fanno gli odor terrestri altro invisibil mare);
Espero, e tu, o lungi ridente pupilla; e voi, larghi
paschi ove grandeggiando sazio s'attarda il bue;
torme d'olivi, e voi con braccia protese a la sera,
bianche nel bianco lume, religïose; e voi
tutte, apparenze de la divina Bellezza ne' puri
occhi, non mi rapite l'anima sua; ma fate,
s'io v'adorai, ma fate che l'anima sua forse stanca
volgasi a me, piangendo, con infinito amore!
VILLA MEDICI
I.
Tu non mi dai la pace, o Sole sereno, e l'oblio
se i cari luoghi io cerchi vago de' raggi tuoi!
Troppo soavi, ahi troppo soavi anche giungonmi al core
questi che tu diffondi spiriti, o Primavera,
questi onde tutta vive la dura pietra e si scalda
umanamente e gode ne le profonde vene,
onde gioiscon gli orti chiomati di verde novello,
tremano le raccolte acque ne l'urne loro.
Tremano con sommesse parole, ne l'ombra, e fan cupo
specchio a tal ombra l'acque dentro il marmoreo vaso.
Stanvi le querci sopra, che l'aura de' secoli avvolge:
odono il suon, guardando placide a' cieli e a Roma.
Chiusa ne' suoi recinti la villa medicea dorme:
alzansi lenti i sogni da la sua gran verdura,
come allor che su 'l primo tremar de le vergini stelle
per i quieti rami cantano i rosignuoli.
Oh pura in me, su 'l vespro, piovente dolcezza de' sogni!
Muta, la lunga scala ella saliva meco.
Tutta nel cor segreto io sentiami languire e tremare
l'anima, al premer lieve de la diletta mano.
Ma, come fummo al sommo, la bocca ansante m'offerse
ella: feriva il sole quel pallor suo di neve.
Alto d'amor susurro correa lungo i bòssoli foschi;
dardi rompean la cava tènebra tutti d'oro,
quasi che d'odorato peplo e di veli ondeggianti
bella ivi errasse Cintia dietro vestigia note.
II.
Ben tale dea presente, cui nomano Luna i mortali,
empie d'un amoroso spirito i cari luoghi.
Ben questi elesse talami verdi e profondi la dea
a gli amor suoi segreti, paga d'angusto impero.
Piacquesi de' lavacri, che artefice umano compose,
ella obliando i chiari fonti, gli azzurri fiumi:
l'agile per le selve d'Etolia corrente Acheloo,
truce figliuol di Teti, vago di Dejanira;
l'Axïo da la riva lunata per ove muggendo
candida l'ecatombe venne con passo grave;
ed il Penèo sonoro che vide di Dafne le membra
torcersi verdi e snelle, ripalpitare in rami;
te, bel Cefiso, a cui la diva Afrodite bevente
rise da tutto il volto, diede in balía la chioma;
te, puro Eurota, largo d'allori e di freschi roseti
e di freschissime acque, d'onde emergeano ignude
vergini protendendo le belle braccia pugnaci
verso la madre Sparta, a salutare il Sole.
Erano a Delia cari tai fiumi; al grand'arco divino
porsero i lidi immensa copia di cacciagioni;
grati offerian riposi ne gli antri a le ninfe anelanti;
murmuri avean di molle sonno persuasori.
Ma ben li oblia la dea. Non ebbero quelli il tuo riso
misterioso, o fonte, l'inestinguibil riso,
tenue balen che l'acque tue pallide illumina a fiore
(tal ride pur fra' pianti l'anima in occhi umani)
onde in ardore treman a torno gli aperti narcissi,
languidi reclinanti, presi di van desìo.
Non ebber quelli, o fonte, non ebber le voci tue vaghe
più che mel dolci, lene balsamo a' duoli umani.
Qual su 'l polito ferro de l'aste purpurea s'imperla
l'onda del sangue e brilla nitidamente al sole,
tale su l'infiammata anima il confuso susurro
frangesi in varianti numeri armoniosi.
Ode la selva intenta, le vergini stelle da' cieli
odono: a lor la fonte ride di conscio riso.
III.
Deh nel mattin recante gran fior di rugiade novelle,
quando improvvisa apparve l'esule dea tra' rami,
deh come tutte d'intimo ardor palpitarono l'acque
poi che sentìan l'antica divinità redire!
Fulsero i tronchi allora con lume di puri diaspri;
ebbero allor le foglie de l'adamante i fuochi.
Quivi il pastore biondo bellissimo Endimione
Trivïa seco addusse; quivi prigion lui tiene.
Sta l'alta maraviglia. Par sempre rifulgono i tronchi
quivi in rigor di pietra simili a gemmei steli.
Piegansi i rami, carchi di verdi cristalli politi;
pendon tra ramo e ramo lunghi velari d'oro,
poi che per entro questi misteri invisibile Aracne
a le sottili attende opere de' telai.
Tacciono i venti sopra: non fremito corre le cime;
non, nel profondo incanto, giungon da l'Urbe voci.
Nascere dal silenzio pajono tutte le cose
come le salienti nubi dal mare; e immote
(tali il giacente inconscio nel sogno ingannevoli forme
vede, che a lui da l'imo genera il lento cuore)
durano: soli i lauri con lieve tremito incessante
dan tra la selva indizio de la nascosta vita.
IV.
Oh lauri, quanto un giorno a l'anima nostra soavi!
Alta venia ridendo ella fra gli alti steli.
L'ombra de' bei capegli oscura battea come un'ala
su la sua fronte; i lunghi occhi parean più neri.
Freschi salían di sotto il breve suo passo gli effluvi;
molli pioveano albori da le vocali cime.
L'Erme da l'ombra mute sorgendo in lor forma divina,
vigili meditanti anime ne la pietra,
lei riguardavan, come assorte in pensiero d'amore:
sotto il lor piè quadrato, snelli fiorian gli acanti.
Io per sentieri ignoti fra' lauri così la seguii
trepidamente, e parve fosse d'in torno l'alba.
Parvemi, lei seguendo fra' lauri, che dietro quell'orme
ratto fuggisse il sangue mio dal profondo core
quale un vapor da calice colmo, e di vene novelle
tutto l'amato corpo anche cingesse, e mista
l'anima mia per tale prodigio a la bella persona
fulgida avesse gioja da la comune vita.
Fulgida gioja, oh grande mia comunione d'amore
onde in bei fior di luce vaghi nascean pensieri!
Parvemi, lei seguendo, che simile in vista a la donna
cui lungo il rivo scorse Dante tra' freschi maj
(Deh bella Donna -- ei fece -- ch'a' raggi d'amore ti scaldi! --
Volsesi la soletta in su 'l vermiglio a lui)
ella in salir per l'erbe vestigia stellanti lasciasse,
gemmee spandesse ai mirti da le sue man rugiade.
-- Ecco, la Notte ascende per l'umido cielo: viole
trae ne l'aerea vesta, pallide rose trae.
Leva col piè fulgori di stelle per gli archi profondi:
treman le stelle, come polvere effusa d'oro.
Vede l'innumerevole riso d'a torno in gran cerchi
spandersi: gode al sommo ella seder regina.
Voi salirete, o donna, così l'altura ove al sommo
s'apre, fiammando forte, quella mia speme nuova.
S'apre solinga in cima, qual rosa che imperlano dolci
lacrime, che il più caldo sangue del petto irrora.
Risplenderanvi sotto il piè nel cammino le stelle;
racconteran le stelle la maraviglia ai cieli.
Voi ne la gloria, voi nel riso d'amore salendo,
giugnere udrete il canto: «Ella, ella sola è gioja.
Entro le man sue reca più luce che non l'Ora prima;
fatta ella tutta quanta è di sovrane cose.»
ELEVAZIONE
Su, Elegia, t'eleva! La notte è propizia ai dolenti,
Piangi la donna nostra, canta le lodi sue.
Giova, ne l'alta notte, con lacrime lei richiamare?
Tutta nel verso vano l'anima mia si sface.
Ben, forse, lei ne l'intimo petto l'angoscia martira:
lei riguardante cieli strani il desio pur tiene.
Lei, forse, tiene il grato ricordo, se vago la luna
brivido le suscita ne la solitudine;
più vivo ardor per me le comprende il pensiero, se a torno
languidi favellano gli alberi in colloquii.
Ahi, non indarno un tempo le cose parlavano amore!
Ma di gioire urgeva brama più forte noi
ebri di tal dolcezza cui gli astri effondean pe 'l raggiato
etere, cui limpida piacqueci di bevere.
Vino immateriale in coppa invisibile oh mira
ebrietà che tutto l'essere penetrando
fece rigati a noi di nuova delizia gli amplessi,
rese infiniti i brevi nostri mortali amori!
Forte il mio spirto ardendo occupò il suo cuore profondo
come la fiamma alácre abita l'urna cava.
Di quell'amante vita nudrivasi ardendo il mio spirto,
come la fiamma a notte beve la pura oliva.
I pensier suoi pensai: la gioja e il dolor suo nel pieno
essere mio raccolsi; vidi per gli occhi suoi.
L'anima, le segrete de l'anima voci, il divino
ritmo del suo respiro, l'intimo di sue vene
fremito, e le latenti sue cure, e gli inganni de' sogni,
e l'improvvise angosce, tutto io conobbi in lei.
Io, su lei chino, io tutti conobbi i concenti che solo
odonsi nel silenzio dolce del sangue suo,
quando gli innumerevoli palpiti in uno concordi
fingono la tremante calma d'estivo mare.
Io gli splendori ascosi de l'anima sua rivelai,
come con aurea chiave i penetrali aprendo;
e li diffusi in cerchi più vasti ove tutto m'immersi
avidamente, i fianchi cinto di forza nuova.
Tale, fra l'ignee chiome che spiega l'Aurora su 'l mondo,
aquila uscente a volo da la nativa rupe:
invermigliati i fiumi salutan con tuoni il prodigio,
ridono le attonite fronti de l'alpe in giro:
unica quella al sommo rossor batte l'ali possenti;
tutte le aperte penne splendonle di baleni.
II.
SUL LAGO DI NEMI
(VILLA CESARINI)
Era un ritorno. Il sole spandea per i boschi ducali,
precipitando, un fuoco torbido. Ma su l'acque,
chiuse da quel gran cerchio di tronchi infiammati, un pallore
cupo regnava. Raggio non le feriva alcuno.
Chi nel divino grembo del lago adunava tant'ira?
Livide, mute, l'acque minacciavano;
come d'un lungo sguardo nemico seguivano il nostro
passo; vincean d'un freddo fascino i nostri cuori.
Una paura ignota ci strinse. Pensiero di morte
illuminò d'un lampo l'anima sbigottita.
Parvemi andar lungh'esso un lido letale, uno Stige;
e de l'amata donna l'ombra condurre meco.
Tutte di nostra vita lontana le imagini vaghe
si dissolveano; ed ecco, tutto era morte in noi,
tutto; ed il nostro amore, il nostro dolore, la nostra
felicità non altro eran che morte cose.
Oh visione aperta per sempre, a l'anima mia!
Rapidamente l'acque s'oscuravano.
Senza tremare, immote, opache, celando l'abisso,
più minacciose l'acque parean volgere
al malefizio i cieli. Le nubi piombavano sopra;
stavano intenti i boschi sopra, nel grande orrore.
Quasi era spento il fuoco per l'aria; ma ultima ardeva
come una face in Nemi rossa la torre orsina.
IL VIADOTTO
Ella era meco. Forte stringeva il mio braccio ed ansava
contro il gran vento, muta, pallida, a capo chino.
Ahi, trascinato amore! Pareami sentire in su 'l braccio
(ella stringea più forte) premere un peso immane.
Ahi, trascinato amore, con triste menzogna, per tanto
tempo, in sì dolci luoghi! Luoghi già tanto cari!
Cupa, di sotto gli archi del ponte, muggiva in tempesta
ampia di querci e d'elci la signoria dei Chigi;
ma dal contrario colle, tra i mandorli scossi, ridea,
quale da rupe un gregge pendulo, Aricia al sole.
Pendula Aricia al sole ridea su la conca profonda:
ombra mettean le nubi cerula ne la fuga.
Era il Tirreno in vista, di lungi, una spada raggiante;
eran, di lungi, i boschi isole tutte d'oro.
Ma pe 'l mio cuor mutato, pe 'l duro cuor mio da le cose
ruppero in van fantasmi, ahi, del goduto bene!
Sorsero da le cose fantasmi bellissimi. Ed ella,
auspice Sole, ed ella era pur bella in vano!
Era pur bella, o Sole. Stringeva il mio braccio ed ansava,
contro il gran vento, muta, pallida, a capo chino.
Non a lei forse ignara parlavan le cose nel vento?
«Ei più non t'ama, o donna misera! Ei più non t'ama!»
VILLA CHIGI
I.
Sempre nelli occhi, sempre, avrò quella vista. Oh silente
pallida ignuda selva, non obliata mai!
Noi discendemmo piano, seguendo il famiglio, una scala
umida, angusta, dove l'ombra parea di gelo.
Ella era innanzi. A tratti, sostava. Mal certa su i gradi
ripidi, contro il muro ella tenea la mano.
Io la guardai. La mano bianchissima parvemi esangue,
parvemi cosa morta. Morta la cara mano
che tanti al capo sogni di gloria mi cinse, che tanti
sparsemi di dolcezza brividi ne le vene!
Soli restammo. Un fonte gemea roco a piè d'una loggia
alto salìa l'antico feudo chigiano al cielo.
Erano sparsi fumi pe 'l ciel come candidi velli.
Entro correavi un riso tenue d'oro; e i nudi
vertici de la selva parean vaporare in quell'oro;
eran le felci al sommo èsili fiamme d'oro.
Ella tacea, guardando. Ma, tutta nelli occhi, la grave
anima dolorosa queste dicea parole.
-- Dunque nell'alta selva, che udisti cantar su 'l mio capo,
seppellirai tu, senza pianto, il tuo grande amore?
Intenderò io dunque nel dolce silenzio, che amammo,
la verità crudele? Dunque per questo, o amico
unico mio, per questo m'hai tu ricondotta ne' cari
luoghi ove un giorno io parvi schiuder la primavera? --
II.
Oh primavera, tutta la selva correano i tuoi spirti,
tutta prendean l'inerte selva da le radici,
occultamente: rari aneliti uscieno; talvolta
era come un ansare languido, oh primavera!
Ella tacea, guardando. Udiva io l'interna sua voce;
ma non risposi. Io tacqui. Io non risposi mai.
Vano ogni sforzo. Un freddo suggel mi chiudeva la bocca;
torbido, invincibile, contro di lei, da l'ime
viscere mi sorgeva non so quale odio; moriva
ogni pietà di lei nel saziato cuore.
Muti, così, vagammo: così, l'uno a fianco dell'altra,
simili ad ombre erranti sotto un fatal castigo.
Era la carne stanca; le pàlpebre erano gravi;
era nelli occhi quasi una caligine.
Tutta la notte, ahi, lunga! (parca che non fosse mai l'alba),
io con ardor, con ira folle cercato avea
di ravvivar la fiamma ne' corpi commisti, ne' baci.
Ella non più beveva l'anima mia ne' baci.
Ella bevea soltanto le lacrime sue ne' miei baci.
Lacrime di quelli occhi, pur vi sentii su 'l cuore
ardermi fra 'l disgusto che a flutti salìa dal profondo,
lacrime di que' dolci occhi ove il cielo io vidi!
III.
Or non vedeva il cielo nelli occhi di lei; ma dolore.
Ella tacea pur sempre, pallida più del cielo.
Tutte le forme alli occhi miei lassi apparían dubitose,
inesistenti, come forme di sogni, strane.
Alberi strani, in torno balzavan da terra a ghermire
con mostruose braccia la delicata nube.
Snella fuggìa la nube l'abbraccio terribile, dando
al ghermitor selvaggio labili veli d'oro.
Folti per ogni parte i muschi crescean nella grave
umidità. Le querci erano di velluto.
Tutti copriva i tronchi quel fresco velluto opulento;
tutte le pietre in torno erano di velluto.
Oh meraviglia! Un tempo mi parve il mirabile ammanto
opra di carmi, ed ella spargere tal mistero.
Dubio, da un ciel di perla, guardava il sole tra i rami;
ella ridea con occhi limpidi all'Adorato.
Mi vacillava il cuore: -- La luce che illumina il bosco,
misterïosa, piove dalli occhi suoi? dal sole? --
Come nell'alba prima la luna d'agosto mancando,
pallida, effonde un riso che non fu mai più lene:
tremano in ciel due vaghi miracoli; un sogno la terra
ultimo esala, incerta nello spirtale albore:
ella così mi parve. Contorte al suo piè le radici
eran di serpi un gregge obediente a lei.
IV.
Or chi guidava il nostro cammino? Forse un ricordo?
E perchè mai varcammo la sconsolata altura?
Era per quell'altura (udiva io salendo alenare
la taciturna) un bosco ceduo. Tutti, ignudi,
grigi, sottili, i fusti sorgevano in una eguaglianza,
come di lance schiera ordinata in campo:
o non più tosto, anima mia, come un lungo solenne
ordine di cèrei spenti ne l'aer muto?
Parvero a lei, per certo, così mentre ella passava.
Ella pensò la morte. Lessi nel suo pallore.
-- Tu mi vedrai morire. Vuoi tu, vuoi tu dunque ch'io muoia? --
lessi nelli occhi. -- Pure, io non ti feci male.
Pure, io non altro feci che amarti, che amarti; non altro
feci che amarti sempre! Io non ti feci male. --
Vano ogni sforzo. Un freddo suggel mi chiudeva la bocca.
Un maleficio occulto dentro m'avea gelato.
Ma trasalimmo entrambi, sostando: un tronco abbattuto
attraversava il passo. Muti, sedemmo quivi.
V.
Sempre nelli occhi, sempre, avrò quella vista. Oh silente
pallida ignuda selva non obliata mai!
Erasi chiuso il cielo. Qualche alito, raro, destava
per le caduche cime quasi un brivido.
Cumuli di carbone qua e là nelli spiazzi, come alti
roghi ove già fossero cenere i cadaveri,
lenti fumigavano. Salivan nell'aria le spire
lente ondeggiando; lente dileguavano;
e su 'l composto suolo di foglie morte, su quella
tomba d'autunni, l'ombre camminavano.
Cenere, fumo ed ombra parean quivi segnar la gran legge.
-- Devono, come i corpi, come le foglie, come
tutto, le pure cose dell'anima sfarsi, marcire;
devono i sogni sciogliersi in putredine.
Devi tu, uomo, sempre, di ciò che ti diede l'ebrezza
assaporare torpido la nausea.
Nulla dal fato è immune. Nel corpo e nell'anima, tutto
tutto, morendo, devesi corrompere. --
Or chi di noi soffriva più forte? Ella, ella mi amava;
vivere al men sentiva, d'una tremenda vita,
entro il cuor suo la fiamma: la fiamma anche pura e raggiante!
Io non l'amava. Il cuore gonfio parea d'un tetro
lezzo; non altro senso avea che d'un tedio infinito
l'anima ottusa. Oh come, donna, t'invidiai!
VI.
Ma trasalimmo entrambi, udendo sonare una scure.
Colpi iterati, sùbito, echeggiarono.
Aspra nel gran silenzio ferìa l'invisibile scure:
non il ferito tronco udíasi gemere.
Ella, ella, a un tratto, come ferita, ruppe in singhiozzi;
ruppe ella in disperate lacrime; ed io la vidi
nel mio pensiero, quasi nel guizzo d'un lampo, io la vidi
ùmile sanguinare, ùmile boccheggiare,
stesa tra 'l sangue, e alzare le supplici mani dal rosso
lago; e dicea con gli occhi: -- Io non ti feci male. --
Oh moribonda anima! Le stetti da presso impietrito.
Anche una volta bere le sue lacrime
io non poteva? Al meno sfiorarle i capelli una volta
io non poteva? Al meno, prenderle i polsi; il viso
bianco scoprirle, il giglio divino imperlato di pianto:
chiederle al men con voce dolce: -- Perchè piangete? --
Ella piangea. Di lunge, i colpi echeggiavano; gli alti
roghi, d'in torno, lenti fumigavano.
IL VOTO
Discendevamo il colle, la sera d'aprile occupando
i colonnesi boschi umida argentea
mentre ne l'ombra cantavano già gli usignuoli,
noti aulivano fiori anche invisibili.
Ella era muta; muto io era. Breve intervallo
era tra noi, tra i nostri deboli corpi: breve;
ma non quel colle, ma non quel lago, ma non il lontano
mare, ma non la sera fulgida aveva abissi
tanto profondi quanto l'abisso che muto tra noi
era... Oh discesa lenta per l'infinito clivo
mentre ne l'ombra cantavano già gli usignuoli,
noti aulivano fiori anche invisibili!
Candido arrise il cielo. Recò nel sovrano candore
suon di campane l'Ave, giù da Castel Gandolfo.
Ci soffermammo. Ed ella (il suo lieve gesto mi pesa
ne la memoria) da la fronte dolente al petto
stanco segnò la croce: -- indizi d'interna preghiera
a la sua bocca pallida salirono.
Quale fu il vóto? Invase pur me, in quel lume, un fervore
súbito; e pur fervido sorse il mio vóto al cielo.
-- Ave, Maria. Voi fate, o Madre misericorde,
ch'ella non m'ami! Fate ch'ella non m'ami, o ch'ella
muoia! Togliete il truce amore a l'anima sua,
misericorde Madre, e a me il supplizio!
IN UN MATTINO DI PRIMAVERA
Era il mattino. Un grave sopore teneva la donna
misera su 'l guanciale pallido men di lei.
Fredda, composta, immota, parea profondata nel sonno
ultimo, ne la pace ultima, su la bara.
Alito non s'udiva. Parea che le labbra premute
fossero da la Morte, tanto eran chiuse e pure.
-- Non ti destare, non ti destare -- pregai nel segreto
cuore -- se vuoi ch'io t'ami! Sieno per sempre chiuse
queste tue labbra; e ancora, ancora saranno divine.
Ritroverò per queste labbra i sovrani baci.
Ritroverò la mia più lenta carezza per questa
fronte che amai, per queste gote che amai, per queste
pàlpebre al fin su 'l tuo dolce insostenibile sguardo
chiuse; e per queste chiuse labbra i sovrani baci!
IL MERIGGIO
Era un silenzio orrendo, lugùbre: il più cupo che in terra
sia stato mai. Le tombe tutte pareano aperte,
sotto quei cieli. Nulla viveva. Nessuna apparenza
era terrestre, in quella luce infinita eguale.
Entro la sua gran chiostra di boschi il lago raggiava
sacro, aspettando la promessa vittima.
Ben eri tu, o Sole, a mezzo dei cieli alto, quando
io la promisi! Tutto era silenzio.
III.
LA SERA MISTICA
(SUL TEVERE, ALL'ALBERO BELLO)
Anima, non è questa la pia solitudine amica,
l'alta che noi cercammo riva letèa d'oblio?
Regna il Silenzio i luoghi. Nel vespro il Tevere splende:
l'onda perenne ei reca de la sua pace al mare.
Guardano il padre fiume le querci immote, ch'ei nutre,
spiriti ne la dura còrtice meditanti;
esseri paghi: bevono l'acqua con l'ime radici,
godon raccorre i soffi tiepidi ne le chiome.
Dicono a me le querci: -- Noi molti vedemmo dolori,
truci dolori umani, piangere lungo il fiume.
Sorgere udimmo al cielo gridi ultimi di morituri.
Ebri di morte, quelli chiesero ai gorghi oblìo.
Anima stanca, vieni. Benefica è l'ombra. Ne l'ombra
è la saggezza. Vieni. Solo ne l'ombra è pace.
Vieni. A noi caro è l'uomo pensoso. Qui Claudio si piacque
mescere ai grandi nostri pensieri i suoi. --
Dicon le querci. A specchio del fiume rosseggia, tra 'l bosco
memore, la deserta casa del Lorenese.
Claudio, pittor sereno, voi forse udite? Anche forse
abita il vostro dolce spirto la dolce casa?
Forse lo sguardo esplora ne l'umido ciel le fuggenti
nubi che in su le tele nobilitò la mano?
O, testimone eterno, contempla il fiume che passa?
Tacito passa il fiume, tacito come il Lete.
Regna il silenzio. È questa la pia solitudine amica,
l'alta che noi cercammo riva letèa d'oblìo?
Suon di campane i vènti le recano, unica voce.
Questa da te le giunge unica voce, o Roma.
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