d'ali vane. E forse andava, laggiù, a sfogliare il libro aperto sopra
il leggìo di quercia, quel libro ch'era antico quando la quercia ancor
«viveva nella sua selva sonora». E forse l'ascoltava, laggiù, il cieco
che non sa donde venne, non sa dov'ei vada, né può cansar l'abisso che
si sente ai piedi... «di fronte? a tergo?»
Tanto era viva la presenza fraterna che mi volsi come se avessi
udito il mio nome. E Giovanni di San Mauro era là, sotto un gran rovo
intricato che soffocava una ginestra in fiore. Aveva la sua veste dei
campi, la sua veste di contadino: il capo scoperto, il collo nudo.
Sedeva sopra un ceppo tagliato. Col mento nella palma, mi guardava
dentro il cuore; e, nella fissità, la sua guardatura aveva a destra
una lieve loschezza come se quella fosse la pupilla sempre «intenta
ad altro». Era tutto bianco, incanutito; e la fronte era veramente un
luogo di luce per moltitudini, ma le ritrose dei capelli le davano un
che di selvaggio in sommo, un che d'indocile su tanta umiltà. Le sue
mani scarnendosi erano divenute belle. E il silenzio delle sue labbra
era fatto di quelle profonde pause che ne' suoi poemi contengono il suo
più umano amore o il suo più divino orrore.
In quel punto scoccò, dalla torre della Cappella, l'ora seconda dopo
mezzodì. Sul verone il vano dell'adito era come un gorgo d'ombra.
N'escì una donna che non piangeva, ed entrò nella porta accanto,
levando le braccia. E vennero alcune altre donne, alcuni uomini,
una fanciulla, tre giovinetti; e nessuno piangeva. Ma tutta quella
famiglia adunata sembrava assumere una forma atta a ricevere l'ignoto,
a ritenere in sé il peso dell'esanime. Il morto entrava nei vivi; e,
prima di trasformarsi in memoria, riviveva in loro con la sua canizie,
con le sue rughe, con le sue spalle curve, con i suoi occhi pallidi,
con la sua voce fievole, con le sue viscere ulcerate. Entrarono l'un
dopo l'altro nel gorgo d'ombra; s'inginocchiarono, s'accalcarono
intorno al letto, divennero una cosa compatta su cui il morto pesò come
su una bara di carne e d'ossa. Tutte le voci della Landa non valevano
contro il silenzio che serrava la carcassa di legname in quella guisa
che i ghiacci polari serrano la chiglia della nave prigioniera. La
casipola rossastra, dentro la sua siepe di biancospino e di giunco
marino, covava il più chiuso mistero del mondo: il corpo dell'uomo
santo, la spoglia inerte di colui che ha offerto l'anima a Dio e votato
sé stesso alla vita eterna.
Passai davanti alla porta, su pel sentiero di sabbia, senza arrestarmi.
A ogni passo, mi pareva di perdere qualcosa di me, di lasciarmi
sfuggire qualcosa di più fervido che il sangue, come se fossi premuto
dal rigore di due ombre. A ciascun fianco avevo la morte, come
chi cammina fra due compagni per favellare con l'uno e con l'altro
alternativamente. Vedevo il cadavere nell'aspetto più spaventoso,
quando non è ancóra immobile, quando non è ancóra in pace, quando il
rito funebre lo manomette, lo costringe a simulare il gesto, movendolo,
sollevandolo, nel purificarlo, nel vestirlo. Come giunsi al principio
della mia viottola, a poca distanza dal cancello, mi riscoppiò nello
spirito un lampo dell'allucinazione che mi aveva tormentato per tutto
l'autunno. L'uomo era là, ma senza rilievo.
Quando salii su la mia duna, la bassa marea aveva scoperto
nell'insenata il lungo banco mediano, simile nella forma sottile a un
ramo secco di palmizio. Era grande bonaccia, nell'aria e nell'acqua.
I velarii continuavano a svolgersi e a dissolversi. A tratti il sole
appariva tra lembo e lembo; e tutte le sabbie si schiarivano, con un
che di molle come il colore interno della banana. Si velava: e tutte
scurivano, si facevano brune come gli aghi aridi accumulati, come le
fascine delle palafitte.
Il corpo dell'annegato si riformò sul banco, intiero come quando
l'avvistai la prima volta.
Fu una mattina di settembre: un cielo candido, un mare quasi di latte.
La marea discendeva. Ero seduto su la loggia. Guardando, scorsi sul
banco non so che cosa solitaria e immobile, la cui tristezza mi gravò
il cuore prima che la vista la riconoscesse. Era un cadavere deposto
dalla corrente, era l'annegato del giorno innanzi: una povera cosa
nuda, più misera d'un rottame, più squallida d'un mucchio d'alghe; ma
ora pareva che tutti i lineamenti del paese e della marina, da levante
a ponente, da borea a mezzodì, convergessero in quel punto di miseria.
Scesi alla spiaggia, chiamai due rematori; e andammo con la barca
fino alla secca, per ricondurre l'uomo. Stava bocconi, con la testa
pendente in un cavo della sabbia, con le ginocchia profondate, con le
calcagna in alto, con le mani conserte presso l'ombelico. Il sangue
versato dalle orecchie e dalla bocca tingeva la poltiglia acquidosa, e
la rena scorreva lenta nel cavo e si mescolava al sangue. Un'orecchia
e i capelli intorno erano ingrommati; il braccio era scarnissimo,
bianchiccio, debole come un braccio di femmina; le unghie e le falangi
erano paonazze come quelle del tintore a zàffara; le gambe erano
pallide sotto i peli bestiali, i piedi erano chiazzati d'azzurro.
Lo guardavo con l'attenzione terribile dell'arte, come non l'avrebbe
guardato neppure la sua madre; me lo stampavo dietro le pupille. Tenevo
curvato su lui il mio ribrezzo angoscioso con le due branche della
mia volontà. Una vespa ci ronzava intorno insistente, e la sabbia era
lavorata come i bugni.
I rematori gli presero i malleoli in un nodo scorsoio, e lo trassero
in acqua con la gomenetta legata a poppa. Il sangue nero rimase nella
poltiglia, e lo lavò la marea più tardi. Ricevetti per sempre nel
cervello anche l'orrenda scìa. Poi i due, aiutati da un terzo, lo
sollevarono all'approdo. Ciascuno lo teneva sotto l'ascella, e il terzo
per i piedi cerulei. S'inarcava appena, essendo rigido; e la testa
pendeva giù come nel cavo, col naso pieno di coagulo rossiccio.
La sera me lo rividi ritto su la loggia, nell'ombra. Per gli occhi
sbarrati dallo spavento m'entrò anche più a dentro. M'era sconosciuto;
non sapevo nulla di lui, fuorché qualche notizia vaga del suo stato
modesto, della sua vita volgare. E l'avevo compagno implacabile.
Calando il sole, cominciavo a temerlo. M'aspettava presso il cancello,
quando rientravo. Nelle notti di lavoro, quando nella stanza attigua
la candela s'era strutta, appariva nel rettangolo buio dell'uscio.
Gli vedevo l'orecchia piena di grumi, la bocca e il naso carichi, il
braccio scarno. E non m'era più possibile dormire dalla parte del mare.
Poi fu meno assiduo, si mostrò a intervalli sempre più lunghi, si
scolorò, divenne una larva fievole, si disperse. Ma il pensiero della
morte restò in me gravato da quell'orrore.
Ed ecco che riappariva, ecco che si rimetteva bocconi su la sabbia ad
aspettare, come se io dovessi di nuovo imbarcarmi e andare a cercarlo!
Sì, la paura corporale della morte era in me, come se l'uno e l'altro
amico dipartendosi m'avessero curvato verso il sepolcro, verso la
putredine l'ossame e la cenere. Le dita invisibili della malattia mi
sfioravano la nuca, le reni, la gola, i precordii. Camminavo imaginando
le gambe appesantite da un piombo subitaneo o invase da una sorda
mollezza di bambagia. Vedevo chino su me il medico che ascolta e che
palpa. Un soffio, un fremito, un qualche romore di condanna m'esciva
del cuore; o da una molecola del cervello un offuscamento repentino si
spandeva su tutto, come il nero che schizza dalla borsa della seppia e
intorbida l'acqua.
Dominai l'angoscia. Tuttavia le cose mi si manifestavano come se io le
guardassi da non so che chiusa profondità. I suoni parevano impigliarsi
nel silenzio come in una sostanza tenace: il gemito fioco d'una sirena
all'imbocco, il rombo d'un'elica, il tonfo d'un remo, il richiamo d'un
pescatore, il grido d'un uccello. E le attitudini disperate dei pini,
davanti la mia loggia, in tanta inerzia dell'aria, mi toccavano per
un sentimento simile a quello ch'esprimono i gruppi scolpiti della
Deposizione, ove le Marie si piegano sul divino corpo investite da una
ráffica di dolore. Lo sforzo iroso del vento aveva torto per anni i
tronchi e i rami; e l'aspetto della tortura durava, mentre l'aria era
immobile.
Un fanciullo mi portò l'annunzio dall'infermeria domenicana. Uno dei
figli mi scriveva come il padre gli avesse raccomandato di annunziare
la sua fine a me prima che ad ogni altro e di comunicarmi che nel
Venerdì Santo «all'ora di nona» m'aveva benedetto e poi non aveva più
parlato in terra.
Mi disposi di visitare il beato, declinando il sole. Non so che
umida dolcezza s'era diffusa nel cielo: qualcosa di racconsolato e di
fidente, che mi ricordava il volto del vecchio quando uscimmo insieme
sul sentiero di paglia, la prima volta, dopo il pianto. I gradini
della mia scala esterna erano polverosi di pòlline, ove il piede lasciò
la traccia. Il medesimo solfo vivace ingialliva i margini del viale.
I miei cuccioli di otto mesi, che l'uomo del canile conduceva su la
spiaggia per l'esercizio del pomeriggio, mi corsero incontro facendomi
festa a gara. Alzati su le zampe nervute, mi coprivano della loro vita
pieghevole e trepidante. I loro denti erano più puri del gelsomino,
e i loro occhi vai o grigi o lionati parevano scintillare alla cima
della loro inquietudine. Una pena mi si svegliò nel cuore: pensai ai
miei cuccioli di cinque giorni, dagli occhi ancóra suggellati. Erano
nove; e, per non spossare la madre, bisognava risolversi alla scelta
crudele, al sacrifizio dei meno belli e dei meno forti! Avevo fatto
cercare da per tutto una nutrice, senza riuscire a trovarla. Entrai nel
canile, col cuore ammollito da una pietà quasi feminea. La levriera,
coricata sul fianco, teneva il muso nascosto tra le zampe incrociate,
con la grazia del cigno che caccia il becco sotto l'ala. I suoi belli
occhi d'un colore di dattero avevano una lucentezza quasi febrile, e un
lieve affanno sollevava le sue costole disegnate come i madieri d'una
carena. Cinque de' suoi piccoli poppavano, con un vigore già pugnace,
pontando contro il seno materno le due zampette per ispremere la
mammella, scotendo a tratti il capo per meglio trarre; e un'ondulazione
di godimento correva dalla grinzolina della collottola alla punta
della coda di sorcio, parendo quasi render palese il getto irrigante;
e un fievole fiottìo accompagnava il poppare, un fiottìo lontano che
faceva pensare a quello mattutino dei gabbiani sospeso su la bonaccia.
Gli altri quattro, sazii, dormivano sul dorso come bimbi, mostrando il
ventre roseo dove l'ombelico era appena chiuso, mostrando la pianta dei
peducci lucida e tenera come certe fogliette appena nate, che sembrano
di cera e di lanugine. A quando a quando sussultavano e gemevano come
se già sognassero. Uno seguitava a poppare in aria, con la bocca molle
modellata su la forma del capezzolo; e la lingua era concava come un
petalo carnicino; e la gola palpitava come se tuttora la irrigasse il
latte.
Mai il primo fiore della vita animale m'era parso più miracoloso.
La cagna aveva alzato il muso verso la mia carezza, poi s'era volta
a leccare il poppante che succhiava l'ultima mammella già esausta
premendola con un'insistenza irosa. Ella gli dava leggeri colpi per
rivoltarlo sul ventre, ma il catellino tenace non lasciava la presa e
metteva un suono di dispetto simile a un garrito spento. Era bianco
pezzato di grigio; aveva una stella in fronte, un orecchio bruno e
uno roseo, ancor nudo, suggellato come gli occhi, occluso da due o tre
vescichette lustre. Lo conoscevo bene in tutti i suoi segni, come gli
altri. E ora tutto mi pareva straordinario, divino come la diversità
dei fiori, con quegli screzii del pelame, con quelle mischianze
misteriose dei caratteri materni e paterni. Li avevo veduti escire
a uno a uno, come piccole nuvole opaline, come sfere azzurrognole,
come mondi informi: spettacolo nauseabondo e sublime. Avevo veduta la
infaticabile tenerezza della madre nettarli a uno a uno dall'orrenda
schiuma, troncare il cordone sanguinante, sospingerli ciechi e sordi
verso la fonte tiepida della sua vita. Tutto m'era parso grande e
augusto, portento d'amore e di sapienza; tutto ora mi pareva sacro.
Come avrei potuto scegliere e condannare? Mi sentivo pronto a qualunque
ufficio più umile e greve per salvare pur la men bella di quelle
creature viventi.
L'uomo del canile indovinò la mia pena e mi disse: «Aspettiamo ancóra
qualche giorno. La nutrice si troverà. Me n'hanno promessa una, nella
Landa».
Mi mossi verso la Cappella di Nostra Donna. Il cuore mi oscillava tra
la vita e la morte. Avevo preso meco un mazzo di rose che somigliavano
quelle ch'io non vedo più, quelle di Toscana alternate coi giaggiuoli
lungh'essi i muri graffiti dei poderi, a Castel Gherardo, o verso
il Palagio del Sere, o lassù al Crocifisso Alto. Riudivo il versetto
intonato da Enrico Suso: «O giovinetta rosa di primavera! -O vernalis
rosula!»-
Nessuno piangeva, nella casa domenicana. Un dolore composto e taciturno
annobiliva tutta quella genitura discesa dall'uomo santo. Passai pel
verone di legno, non scorsi rilucere lo specchio, misi il piede sul
limitare, vidi qualcosa di bianco nascere, presso e lontano. Prima che
le pupille scoprissero l'immobile forma, nel mio amore e nella mia
reverenza due bare si congiunsero. L'umile uomo da bene e il poeta
indimenticabile erano una sola morte. Ed erano un solo sorriso, una
sola pace, una sola beatitudine.
Non avevo mai veduto la morte vestita di quel divino pudore, se non in
certe stele funerarie ad Atene, se non in certe pietre sepolcrali di
questa terra di Francia, nelle quali il marmorario sembra precorrere
il lavoro dell'Artefice eterno che al novissimo dì riscolpirà tutti
i volti secondo la bellezza perfetta. Ogni lesione della vita pareva
cancellata. Non l'anima soltanto, non soltanto l'anima di sacrificio
e di preghiera, ma la carne di dolore e di colpa aveva ottenuto
l'indulto. Tanto dunque una carne miserabile, vaso di dissolvimento,
può divenir bella nelle prime ore della morte? Ero certo che anche nel
volto del mio fratello, laggiù, su la collina d'Italia, risplendeva
quella bellezza.
Posai le rose su' suoi piedi congiunti sotto la coltre bianca. Mi
chinai a baciarlo in fronte, e non ebbi terrore. Una voce sommessa mi
chiese: «Non volete pregare per lui?» Mi fu offerto un inginocchiatoio
leggero, che aveva la predella di paglia. M'inginocchiai. Altre
creature erano in ginocchio e pregavano, senza susurro.
Volgevo le spalle alla luce. La mia ombra cadeva sul letto funebre,
stava su le ginocchia sparenti del cadavere, incrociata con quel
corpo tanto sottile che non s'alzava dal piano più d'un bassissimo
rilievo né sembrava pesare più della mia ombra. Quanti difficili nodi
ho conosciuto, dai più robusti che fanno con i canapi i marinai a
quelli che si piacque di disegnare l'ermetico Leonardo! Ma nessuno mai
arcano come il groppo di quelle due mani esangui intorno al crocifisso
d'ebano. Nessuno mi parve mai tanto durevole e indissolubile.
L'osservavo di continuo, gli occhi miei affascinati fisandosi di
continuo in quel punto; e non riescivo a comprendere come le dita
fossero tra loro intessute, come quella cosa pallida e solinga fosse
connessa.
Il chiarore che tante volte avevo veduto nello specchio spaventoso,
quel medesimo ora occupava la stanza. Mi volsi un poco a sinistra,
e scorsi lo specchio coperto d'un lenzuolo bianco. Quali visioni
insostenibili aveva serbato nel profondo?
Da prima in me fu silenzio. L'umile uomo da bene e il sovrano cantore
del bene erano una sola morte e una sola santità. Volgevo le spalle
alla luce del giorno occidente, all'immensa Landa deserta. Era in me
col silenzio un'attesa senz'angoscia. E a poco a poco uno spirito
musicale entrava in me. Mi sovveniva della sera d'ottobre, della
sera d'un altro sabato, d'un abituro presso un'altra Cappella, in
mezzo a un'altra foresta. Mi sovveniva di Francesco alla Porziuncola
e dell'ultimo cantico cantato nell'ombra, con la faccia rivolta al
cielo, mentre i fratelli ascoltavano rattenendo il respiro. «-Voce
mea ad Dominum clamavi.-» Tutto il cielo, quando il Serafico si tacque
alla soglia d'eternità, tutto il cielo della sera fu pieno d'un coro
miracoloso di allodole.
Ed ecco, dall'immensa Landa, una melodia sorse e si sparse, una melodia
che forse già riempiva tutta l'ombra degli alberi piagati ma che non
fu da me udita se non in quel punto. Di duna in duna, di selva in
selva, di macchia in macchia, la Landa si fece tutta melodiosa, fino
all'Oceano. Era un cantico d'ali, un inno di piume e di penne, quale
non s'ebbe più vasto il Serafico, quale non si sognò così pieno Paulo
di Dono. Era la sinfonia vesperale di tutta la primavera alata, per
Giovanni di San Mauro, per l'interprete di ogni aerea voce.
Saliva, saliva senza pause. E a poco a poco, di sotto al salmo silvano,
si moveva una musica fatta di gridi e di strepiti conversi in note
armoniose da non so qual virtù della lontananza e della poesia. Erano i
suoi famigliari che avevano cullato i sogni agresti di Castelvecchio:
risa di bimbi, favellìo di massaie, uggiolìo di cani, péste di
cavalli, mugghi di mandre, stridore di carretti. E i galli chiamavano
e rispondevano, dai chiusi di giunco marino e di bianco spino, come
se il vespro si mutasse in alba, la quiete in risveglio. E le campane
sonavano come «nei cilestri monti». E la sera varcava la soglia, simile
a un grande arcangelo velato.
Giova ciò solo che non muore...
La cella era divenuta cupa come una cripta, ma il salmo della Landa la
riempiva come il rombo dell'Oceano riempie la conca. Il letto bianco
era divenuto simile a quelle arche d'argento che splendevano nella
vecchia contea di Sciampagna; e sopra vi giaceva una statua supina.
E non era l'effigie d'un morto ma d'un immortale: come le figure del
secolo di fede, aveva gli occhi aperti perché non credeva se non nella
Vita. Come nell'antifonario di Santa Barbara, era per levarsi e per
dire con un'allegrezza imperiosa: «-Aperite mihi portas justiciæ.
Ingredior in locum tabernaculi admirabilis usque ad domum Dei-». Non
mostrava le tracce degli anni, i solchi senili; ma era ferma nella
giovinezza del Risorto, nell'età che tutti gli uomini avranno quando
saranno per risorgere come Lui. E non le stava sul capo la guglia
trilobata che sovrasta ai Santi nei pilastri e nelle vetriere della
cattedrale? E il duomo di Dio, la cattedrale unanime e innumerabile,
non s'alzava di sopra a quella cripta nuda, con la sua selva di simboli
e di misteri? E il sole gotico non s'era colcato dietro la grande Rosa?
Il salmo non aveva fine. Tutto pareva salire, ancóra salire, sempre
salire, nel rapimento di quel canto. Il ritmo della Resurrezione
sollevava la terra. Io non sentivo più i miei ginocchi, né occupavo
il mio luogo angusto con la mia persona; ma ero una forza ascendente
e molteplice, una sostanza rinnovellata per alimentare la divinità
futura. Cose ignote, esseri ignoti erano per nascere al suono della
mia prossima voce. Non v'era più ombra né paura di morte in me; né pur
v'era desiderio o speranza di pace. «Non voglio la pace. Voglio morire
nella passione e nel combattimento. E voglio che la mia morte sia la
mia più bella vittoria.» Avevo accesa una nuova lampada ma anche rifuso
un più ricco olio nell'antica perché riardesse. Mi sentivo figlio di
me, e le mie labbra non avevano appreso a proferire il nome del Padre
nell'orazione.
«Amici, è sempre sera e presto sarà notte.» Vedendo guizzare su la
parete un lume improvviso, mi levai. Qualcuno stava per accendere un
cero a pie dell'arca imaginaria. Mi levai, mi volsi, uscii. L'atto
fu così rapido che nessuno mi seguì, tranne un giovinetto. Gli aditi
erano bui. Non lo distinguevo. Quando mi sfiorò il braccio per passarmi
innanzi, vidi brillare il bianco de' suoi occhi. Quando fummo sotto
la tettoia, vidi la sua faccia dorata, le ciocche folte e nere de'
suoi capelli. Lo sentii tremare mentre m'apriva la porta sul sentiero
di sabbia. Allontanandomi, non udii il rumore del cardine dietro di
me; e pensai ch'egli fosse rimasto sul limitare a guardarmi. Ma non
mi voltai. Mi pareva che un viso nuovo mi fosse nato dal mio spirito.
L'imagine rivelatrice del giovine dalla sindone mi toccò la cima del
cuore.
Discesi la duna. Il calcagno s'affondava senza sonare. La Landa ora
taceva, in una nuvola di pòlline, piena di connubio. Il salmo vesperale
era cessato. Una costellazione misteriosa si accendeva nel cielo
violetto. Il tuono remoto dell'Oceano era come il vigore del silenzio.
Giova ciò solo che non muore, e solo
per noi non muore, ciò che muor con noi.
Ero in quello stato di potenza che talvolta ci fa sentire come il
vivere non sia se non un continuo creare. Passai presso un cespuglio
fragrante nell'ombra, che mi divenne un sentimento meraviglioso. D'un
tratto uno scoppio di passione canora trasmutò il silenzio in un'ansia
intenta. Le stelle s'appressarono alle chiome dei pini feriti. Cantava
l'usignuolo.
Vidi brillare il Faro laggiù, su l'estrema lingua di sabbia. M'accorsi
d'esser vicino alla mia duna. Camminai verso la casa, con l'anima
rovesciata indietro a ricevere il canto. Un'ombra stava diritta presso
il cancello, nel luogo medesimo ove soleva aspettarmi l'uomo livido.
M'appressai con un passo più rapido, con gli occhi aguzzati.
Era uno sconosciuto della Landa che mi conduceva la nutrice. Teneva a
guinzaglio una cagna da caccia, che a quando a quando mandava fuori
un lamentìo sommesso. E la voce della madre era così straziante che
non udii più quella dell'usignuolo. «Dove ha lasciato i suoi piccoli?»
chiesi allo sconosciuto. Il carnefice li aveva annegati in una tinozza
d'acqua fredda, tutti: erano dodici! Mi curvai verso la disperata, posi
un ginocchio a terra. Lo sprazzo rosso del Faro illuminò la sua bella
testa falba dalle larghe orecchie di velluto, la sua faccia possente
e pacata ove brillavano due occhi folli. E vedevo galleggiare nella
tinozza i dodici piccoli cadaveri.
Allora, inginocchiato su la sabbia, le palpai le mammelle ch'erano
gonfie e calde tra i lunghi peli bianchi e bai. Il forte lezzo della
maternità mal curata e della cuccia negletta mi rendeva più pesante il
cuore. E lo sprazzo candido del Faro mi passò sul capo chino.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
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