d'ali vane. E forse andava, laggiù, a sfogliare il libro aperto sopra il leggìo di quercia, quel libro ch'era antico quando la quercia ancor «viveva nella sua selva sonora». E forse l'ascoltava, laggiù, il cieco che non sa donde venne, non sa dov'ei vada, né può cansar l'abisso che si sente ai piedi... «di fronte? a tergo?» Tanto era viva la presenza fraterna che mi volsi come se avessi udito il mio nome. E Giovanni di San Mauro era là, sotto un gran rovo intricato che soffocava una ginestra in fiore. Aveva la sua veste dei campi, la sua veste di contadino: il capo scoperto, il collo nudo. Sedeva sopra un ceppo tagliato. Col mento nella palma, mi guardava dentro il cuore; e, nella fissità, la sua guardatura aveva a destra una lieve loschezza come se quella fosse la pupilla sempre «intenta ad altro». Era tutto bianco, incanutito; e la fronte era veramente un luogo di luce per moltitudini, ma le ritrose dei capelli le davano un che di selvaggio in sommo, un che d'indocile su tanta umiltà. Le sue mani scarnendosi erano divenute belle. E il silenzio delle sue labbra era fatto di quelle profonde pause che ne' suoi poemi contengono il suo più umano amore o il suo più divino orrore. In quel punto scoccò, dalla torre della Cappella, l'ora seconda dopo mezzodì. Sul verone il vano dell'adito era come un gorgo d'ombra. N'escì una donna che non piangeva, ed entrò nella porta accanto, levando le braccia. E vennero alcune altre donne, alcuni uomini, una fanciulla, tre giovinetti; e nessuno piangeva. Ma tutta quella famiglia adunata sembrava assumere una forma atta a ricevere l'ignoto, a ritenere in sé il peso dell'esanime. Il morto entrava nei vivi; e, prima di trasformarsi in memoria, riviveva in loro con la sua canizie, con le sue rughe, con le sue spalle curve, con i suoi occhi pallidi, con la sua voce fievole, con le sue viscere ulcerate. Entrarono l'un dopo l'altro nel gorgo d'ombra; s'inginocchiarono, s'accalcarono intorno al letto, divennero una cosa compatta su cui il morto pesò come su una bara di carne e d'ossa. Tutte le voci della Landa non valevano contro il silenzio che serrava la carcassa di legname in quella guisa che i ghiacci polari serrano la chiglia della nave prigioniera. La casipola rossastra, dentro la sua siepe di biancospino e di giunco marino, covava il più chiuso mistero del mondo: il corpo dell'uomo santo, la spoglia inerte di colui che ha offerto l'anima a Dio e votato sé stesso alla vita eterna. Passai davanti alla porta, su pel sentiero di sabbia, senza arrestarmi. A ogni passo, mi pareva di perdere qualcosa di me, di lasciarmi sfuggire qualcosa di più fervido che il sangue, come se fossi premuto dal rigore di due ombre. A ciascun fianco avevo la morte, come chi cammina fra due compagni per favellare con l'uno e con l'altro alternativamente. Vedevo il cadavere nell'aspetto più spaventoso, quando non è ancóra immobile, quando non è ancóra in pace, quando il rito funebre lo manomette, lo costringe a simulare il gesto, movendolo, sollevandolo, nel purificarlo, nel vestirlo. Come giunsi al principio della mia viottola, a poca distanza dal cancello, mi riscoppiò nello spirito un lampo dell'allucinazione che mi aveva tormentato per tutto l'autunno. L'uomo era là, ma senza rilievo. Quando salii su la mia duna, la bassa marea aveva scoperto nell'insenata il lungo banco mediano, simile nella forma sottile a un ramo secco di palmizio. Era grande bonaccia, nell'aria e nell'acqua. I velarii continuavano a svolgersi e a dissolversi. A tratti il sole appariva tra lembo e lembo; e tutte le sabbie si schiarivano, con un che di molle come il colore interno della banana. Si velava: e tutte scurivano, si facevano brune come gli aghi aridi accumulati, come le fascine delle palafitte. Il corpo dell'annegato si riformò sul banco, intiero come quando l'avvistai la prima volta. Fu una mattina di settembre: un cielo candido, un mare quasi di latte. La marea discendeva. Ero seduto su la loggia. Guardando, scorsi sul banco non so che cosa solitaria e immobile, la cui tristezza mi gravò il cuore prima che la vista la riconoscesse. Era un cadavere deposto dalla corrente, era l'annegato del giorno innanzi: una povera cosa nuda, più misera d'un rottame, più squallida d'un mucchio d'alghe; ma ora pareva che tutti i lineamenti del paese e della marina, da levante a ponente, da borea a mezzodì, convergessero in quel punto di miseria. Scesi alla spiaggia, chiamai due rematori; e andammo con la barca fino alla secca, per ricondurre l'uomo. Stava bocconi, con la testa pendente in un cavo della sabbia, con le ginocchia profondate, con le calcagna in alto, con le mani conserte presso l'ombelico. Il sangue versato dalle orecchie e dalla bocca tingeva la poltiglia acquidosa, e la rena scorreva lenta nel cavo e si mescolava al sangue. Un'orecchia e i capelli intorno erano ingrommati; il braccio era scarnissimo, bianchiccio, debole come un braccio di femmina; le unghie e le falangi erano paonazze come quelle del tintore a zàffara; le gambe erano pallide sotto i peli bestiali, i piedi erano chiazzati d'azzurro. Lo guardavo con l'attenzione terribile dell'arte, come non l'avrebbe guardato neppure la sua madre; me lo stampavo dietro le pupille. Tenevo curvato su lui il mio ribrezzo angoscioso con le due branche della mia volontà. Una vespa ci ronzava intorno insistente, e la sabbia era lavorata come i bugni. I rematori gli presero i malleoli in un nodo scorsoio, e lo trassero in acqua con la gomenetta legata a poppa. Il sangue nero rimase nella poltiglia, e lo lavò la marea più tardi. Ricevetti per sempre nel cervello anche l'orrenda scìa. Poi i due, aiutati da un terzo, lo sollevarono all'approdo. Ciascuno lo teneva sotto l'ascella, e il terzo per i piedi cerulei. S'inarcava appena, essendo rigido; e la testa pendeva giù come nel cavo, col naso pieno di coagulo rossiccio. La sera me lo rividi ritto su la loggia, nell'ombra. Per gli occhi sbarrati dallo spavento m'entrò anche più a dentro. M'era sconosciuto; non sapevo nulla di lui, fuorché qualche notizia vaga del suo stato modesto, della sua vita volgare. E l'avevo compagno implacabile. Calando il sole, cominciavo a temerlo. M'aspettava presso il cancello, quando rientravo. Nelle notti di lavoro, quando nella stanza attigua la candela s'era strutta, appariva nel rettangolo buio dell'uscio. Gli vedevo l'orecchia piena di grumi, la bocca e il naso carichi, il braccio scarno. E non m'era più possibile dormire dalla parte del mare. Poi fu meno assiduo, si mostrò a intervalli sempre più lunghi, si scolorò, divenne una larva fievole, si disperse. Ma il pensiero della morte restò in me gravato da quell'orrore. Ed ecco che riappariva, ecco che si rimetteva bocconi su la sabbia ad aspettare, come se io dovessi di nuovo imbarcarmi e andare a cercarlo! Sì, la paura corporale della morte era in me, come se l'uno e l'altro amico dipartendosi m'avessero curvato verso il sepolcro, verso la putredine l'ossame e la cenere. Le dita invisibili della malattia mi sfioravano la nuca, le reni, la gola, i precordii. Camminavo imaginando le gambe appesantite da un piombo subitaneo o invase da una sorda mollezza di bambagia. Vedevo chino su me il medico che ascolta e che palpa. Un soffio, un fremito, un qualche romore di condanna m'esciva del cuore; o da una molecola del cervello un offuscamento repentino si spandeva su tutto, come il nero che schizza dalla borsa della seppia e intorbida l'acqua. Dominai l'angoscia. Tuttavia le cose mi si manifestavano come se io le guardassi da non so che chiusa profondità. I suoni parevano impigliarsi nel silenzio come in una sostanza tenace: il gemito fioco d'una sirena all'imbocco, il rombo d'un'elica, il tonfo d'un remo, il richiamo d'un pescatore, il grido d'un uccello. E le attitudini disperate dei pini, davanti la mia loggia, in tanta inerzia dell'aria, mi toccavano per un sentimento simile a quello ch'esprimono i gruppi scolpiti della Deposizione, ove le Marie si piegano sul divino corpo investite da una ráffica di dolore. Lo sforzo iroso del vento aveva torto per anni i tronchi e i rami; e l'aspetto della tortura durava, mentre l'aria era immobile. Un fanciullo mi portò l'annunzio dall'infermeria domenicana. Uno dei figli mi scriveva come il padre gli avesse raccomandato di annunziare la sua fine a me prima che ad ogni altro e di comunicarmi che nel Venerdì Santo «all'ora di nona» m'aveva benedetto e poi non aveva più parlato in terra. Mi disposi di visitare il beato, declinando il sole. Non so che umida dolcezza s'era diffusa nel cielo: qualcosa di racconsolato e di fidente, che mi ricordava il volto del vecchio quando uscimmo insieme sul sentiero di paglia, la prima volta, dopo il pianto. I gradini della mia scala esterna erano polverosi di pòlline, ove il piede lasciò la traccia. Il medesimo solfo vivace ingialliva i margini del viale. I miei cuccioli di otto mesi, che l'uomo del canile conduceva su la spiaggia per l'esercizio del pomeriggio, mi corsero incontro facendomi festa a gara. Alzati su le zampe nervute, mi coprivano della loro vita pieghevole e trepidante. I loro denti erano più puri del gelsomino, e i loro occhi vai o grigi o lionati parevano scintillare alla cima della loro inquietudine. Una pena mi si svegliò nel cuore: pensai ai miei cuccioli di cinque giorni, dagli occhi ancóra suggellati. Erano nove; e, per non spossare la madre, bisognava risolversi alla scelta crudele, al sacrifizio dei meno belli e dei meno forti! Avevo fatto cercare da per tutto una nutrice, senza riuscire a trovarla. Entrai nel canile, col cuore ammollito da una pietà quasi feminea. La levriera, coricata sul fianco, teneva il muso nascosto tra le zampe incrociate, con la grazia del cigno che caccia il becco sotto l'ala. I suoi belli occhi d'un colore di dattero avevano una lucentezza quasi febrile, e un lieve affanno sollevava le sue costole disegnate come i madieri d'una carena. Cinque de' suoi piccoli poppavano, con un vigore già pugnace, pontando contro il seno materno le due zampette per ispremere la mammella, scotendo a tratti il capo per meglio trarre; e un'ondulazione di godimento correva dalla grinzolina della collottola alla punta della coda di sorcio, parendo quasi render palese il getto irrigante; e un fievole fiottìo accompagnava il poppare, un fiottìo lontano che faceva pensare a quello mattutino dei gabbiani sospeso su la bonaccia. Gli altri quattro, sazii, dormivano sul dorso come bimbi, mostrando il ventre roseo dove l'ombelico era appena chiuso, mostrando la pianta dei peducci lucida e tenera come certe fogliette appena nate, che sembrano di cera e di lanugine. A quando a quando sussultavano e gemevano come se già sognassero. Uno seguitava a poppare in aria, con la bocca molle modellata su la forma del capezzolo; e la lingua era concava come un petalo carnicino; e la gola palpitava come se tuttora la irrigasse il latte. Mai il primo fiore della vita animale m'era parso più miracoloso. La cagna aveva alzato il muso verso la mia carezza, poi s'era volta a leccare il poppante che succhiava l'ultima mammella già esausta premendola con un'insistenza irosa. Ella gli dava leggeri colpi per rivoltarlo sul ventre, ma il catellino tenace non lasciava la presa e metteva un suono di dispetto simile a un garrito spento. Era bianco pezzato di grigio; aveva una stella in fronte, un orecchio bruno e uno roseo, ancor nudo, suggellato come gli occhi, occluso da due o tre vescichette lustre. Lo conoscevo bene in tutti i suoi segni, come gli altri. E ora tutto mi pareva straordinario, divino come la diversità dei fiori, con quegli screzii del pelame, con quelle mischianze misteriose dei caratteri materni e paterni. Li avevo veduti escire a uno a uno, come piccole nuvole opaline, come sfere azzurrognole, come mondi informi: spettacolo nauseabondo e sublime. Avevo veduta la infaticabile tenerezza della madre nettarli a uno a uno dall'orrenda schiuma, troncare il cordone sanguinante, sospingerli ciechi e sordi verso la fonte tiepida della sua vita. Tutto m'era parso grande e augusto, portento d'amore e di sapienza; tutto ora mi pareva sacro. Come avrei potuto scegliere e condannare? Mi sentivo pronto a qualunque ufficio più umile e greve per salvare pur la men bella di quelle creature viventi. L'uomo del canile indovinò la mia pena e mi disse: «Aspettiamo ancóra qualche giorno. La nutrice si troverà. Me n'hanno promessa una, nella Landa». Mi mossi verso la Cappella di Nostra Donna. Il cuore mi oscillava tra la vita e la morte. Avevo preso meco un mazzo di rose che somigliavano quelle ch'io non vedo più, quelle di Toscana alternate coi giaggiuoli lungh'essi i muri graffiti dei poderi, a Castel Gherardo, o verso il Palagio del Sere, o lassù al Crocifisso Alto. Riudivo il versetto intonato da Enrico Suso: «O giovinetta rosa di primavera! -O vernalis rosula!»- Nessuno piangeva, nella casa domenicana. Un dolore composto e taciturno annobiliva tutta quella genitura discesa dall'uomo santo. Passai pel verone di legno, non scorsi rilucere lo specchio, misi il piede sul limitare, vidi qualcosa di bianco nascere, presso e lontano. Prima che le pupille scoprissero l'immobile forma, nel mio amore e nella mia reverenza due bare si congiunsero. L'umile uomo da bene e il poeta indimenticabile erano una sola morte. Ed erano un solo sorriso, una sola pace, una sola beatitudine. Non avevo mai veduto la morte vestita di quel divino pudore, se non in certe stele funerarie ad Atene, se non in certe pietre sepolcrali di questa terra di Francia, nelle quali il marmorario sembra precorrere il lavoro dell'Artefice eterno che al novissimo dì riscolpirà tutti i volti secondo la bellezza perfetta. Ogni lesione della vita pareva cancellata. Non l'anima soltanto, non soltanto l'anima di sacrificio e di preghiera, ma la carne di dolore e di colpa aveva ottenuto l'indulto. Tanto dunque una carne miserabile, vaso di dissolvimento, può divenir bella nelle prime ore della morte? Ero certo che anche nel volto del mio fratello, laggiù, su la collina d'Italia, risplendeva quella bellezza. Posai le rose su' suoi piedi congiunti sotto la coltre bianca. Mi chinai a baciarlo in fronte, e non ebbi terrore. Una voce sommessa mi chiese: «Non volete pregare per lui?» Mi fu offerto un inginocchiatoio leggero, che aveva la predella di paglia. M'inginocchiai. Altre creature erano in ginocchio e pregavano, senza susurro. Volgevo le spalle alla luce. La mia ombra cadeva sul letto funebre, stava su le ginocchia sparenti del cadavere, incrociata con quel corpo tanto sottile che non s'alzava dal piano più d'un bassissimo rilievo né sembrava pesare più della mia ombra. Quanti difficili nodi ho conosciuto, dai più robusti che fanno con i canapi i marinai a quelli che si piacque di disegnare l'ermetico Leonardo! Ma nessuno mai arcano come il groppo di quelle due mani esangui intorno al crocifisso d'ebano. Nessuno mi parve mai tanto durevole e indissolubile. L'osservavo di continuo, gli occhi miei affascinati fisandosi di continuo in quel punto; e non riescivo a comprendere come le dita fossero tra loro intessute, come quella cosa pallida e solinga fosse connessa. Il chiarore che tante volte avevo veduto nello specchio spaventoso, quel medesimo ora occupava la stanza. Mi volsi un poco a sinistra, e scorsi lo specchio coperto d'un lenzuolo bianco. Quali visioni insostenibili aveva serbato nel profondo? Da prima in me fu silenzio. L'umile uomo da bene e il sovrano cantore del bene erano una sola morte e una sola santità. Volgevo le spalle alla luce del giorno occidente, all'immensa Landa deserta. Era in me col silenzio un'attesa senz'angoscia. E a poco a poco uno spirito musicale entrava in me. Mi sovveniva della sera d'ottobre, della sera d'un altro sabato, d'un abituro presso un'altra Cappella, in mezzo a un'altra foresta. Mi sovveniva di Francesco alla Porziuncola e dell'ultimo cantico cantato nell'ombra, con la faccia rivolta al cielo, mentre i fratelli ascoltavano rattenendo il respiro. «-Voce mea ad Dominum clamavi.-» Tutto il cielo, quando il Serafico si tacque alla soglia d'eternità, tutto il cielo della sera fu pieno d'un coro miracoloso di allodole. Ed ecco, dall'immensa Landa, una melodia sorse e si sparse, una melodia che forse già riempiva tutta l'ombra degli alberi piagati ma che non fu da me udita se non in quel punto. Di duna in duna, di selva in selva, di macchia in macchia, la Landa si fece tutta melodiosa, fino all'Oceano. Era un cantico d'ali, un inno di piume e di penne, quale non s'ebbe più vasto il Serafico, quale non si sognò così pieno Paulo di Dono. Era la sinfonia vesperale di tutta la primavera alata, per Giovanni di San Mauro, per l'interprete di ogni aerea voce. Saliva, saliva senza pause. E a poco a poco, di sotto al salmo silvano, si moveva una musica fatta di gridi e di strepiti conversi in note armoniose da non so qual virtù della lontananza e della poesia. Erano i suoi famigliari che avevano cullato i sogni agresti di Castelvecchio: risa di bimbi, favellìo di massaie, uggiolìo di cani, péste di cavalli, mugghi di mandre, stridore di carretti. E i galli chiamavano e rispondevano, dai chiusi di giunco marino e di bianco spino, come se il vespro si mutasse in alba, la quiete in risveglio. E le campane sonavano come «nei cilestri monti». E la sera varcava la soglia, simile a un grande arcangelo velato. Giova ciò solo che non muore... La cella era divenuta cupa come una cripta, ma il salmo della Landa la riempiva come il rombo dell'Oceano riempie la conca. Il letto bianco era divenuto simile a quelle arche d'argento che splendevano nella vecchia contea di Sciampagna; e sopra vi giaceva una statua supina. E non era l'effigie d'un morto ma d'un immortale: come le figure del secolo di fede, aveva gli occhi aperti perché non credeva se non nella Vita. Come nell'antifonario di Santa Barbara, era per levarsi e per dire con un'allegrezza imperiosa: «-Aperite mihi portas justiciæ. Ingredior in locum tabernaculi admirabilis usque ad domum Dei-». Non mostrava le tracce degli anni, i solchi senili; ma era ferma nella giovinezza del Risorto, nell'età che tutti gli uomini avranno quando saranno per risorgere come Lui. E non le stava sul capo la guglia trilobata che sovrasta ai Santi nei pilastri e nelle vetriere della cattedrale? E il duomo di Dio, la cattedrale unanime e innumerabile, non s'alzava di sopra a quella cripta nuda, con la sua selva di simboli e di misteri? E il sole gotico non s'era colcato dietro la grande Rosa? Il salmo non aveva fine. Tutto pareva salire, ancóra salire, sempre salire, nel rapimento di quel canto. Il ritmo della Resurrezione sollevava la terra. Io non sentivo più i miei ginocchi, né occupavo il mio luogo angusto con la mia persona; ma ero una forza ascendente e molteplice, una sostanza rinnovellata per alimentare la divinità futura. Cose ignote, esseri ignoti erano per nascere al suono della mia prossima voce. Non v'era più ombra né paura di morte in me; né pur v'era desiderio o speranza di pace. «Non voglio la pace. Voglio morire nella passione e nel combattimento. E voglio che la mia morte sia la mia più bella vittoria.» Avevo accesa una nuova lampada ma anche rifuso un più ricco olio nell'antica perché riardesse. Mi sentivo figlio di me, e le mie labbra non avevano appreso a proferire il nome del Padre nell'orazione. «Amici, è sempre sera e presto sarà notte.» Vedendo guizzare su la parete un lume improvviso, mi levai. Qualcuno stava per accendere un cero a pie dell'arca imaginaria. Mi levai, mi volsi, uscii. L'atto fu così rapido che nessuno mi seguì, tranne un giovinetto. Gli aditi erano bui. Non lo distinguevo. Quando mi sfiorò il braccio per passarmi innanzi, vidi brillare il bianco de' suoi occhi. Quando fummo sotto la tettoia, vidi la sua faccia dorata, le ciocche folte e nere de' suoi capelli. Lo sentii tremare mentre m'apriva la porta sul sentiero di sabbia. Allontanandomi, non udii il rumore del cardine dietro di me; e pensai ch'egli fosse rimasto sul limitare a guardarmi. Ma non mi voltai. Mi pareva che un viso nuovo mi fosse nato dal mio spirito. L'imagine rivelatrice del giovine dalla sindone mi toccò la cima del cuore. Discesi la duna. Il calcagno s'affondava senza sonare. La Landa ora taceva, in una nuvola di pòlline, piena di connubio. Il salmo vesperale era cessato. Una costellazione misteriosa si accendeva nel cielo violetto. Il tuono remoto dell'Oceano era come il vigore del silenzio. Giova ciò solo che non muore, e solo per noi non muore, ciò che muor con noi. Ero in quello stato di potenza che talvolta ci fa sentire come il vivere non sia se non un continuo creare. Passai presso un cespuglio fragrante nell'ombra, che mi divenne un sentimento meraviglioso. D'un tratto uno scoppio di passione canora trasmutò il silenzio in un'ansia intenta. Le stelle s'appressarono alle chiome dei pini feriti. Cantava l'usignuolo. Vidi brillare il Faro laggiù, su l'estrema lingua di sabbia. M'accorsi d'esser vicino alla mia duna. Camminai verso la casa, con l'anima rovesciata indietro a ricevere il canto. Un'ombra stava diritta presso il cancello, nel luogo medesimo ove soleva aspettarmi l'uomo livido. M'appressai con un passo più rapido, con gli occhi aguzzati. Era uno sconosciuto della Landa che mi conduceva la nutrice. Teneva a guinzaglio una cagna da caccia, che a quando a quando mandava fuori un lamentìo sommesso. E la voce della madre era così straziante che non udii più quella dell'usignuolo. «Dove ha lasciato i suoi piccoli?» chiesi allo sconosciuto. Il carnefice li aveva annegati in una tinozza d'acqua fredda, tutti: erano dodici! Mi curvai verso la disperata, posi un ginocchio a terra. Lo sprazzo rosso del Faro illuminò la sua bella testa falba dalle larghe orecchie di velluto, la sua faccia possente e pacata ove brillavano due occhi folli. E vedevo galleggiare nella tinozza i dodici piccoli cadaveri. Allora, inginocchiato su la sabbia, le palpai le mammelle ch'erano gonfie e calde tra i lunghi peli bianchi e bai. Il forte lezzo della maternità mal curata e della cuccia negletta mi rendeva più pesante il cuore. E lo sprazzo candido del Faro mi passò sul capo chino. Nota del Trascrittore Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384