tratto in tratto io la sogguardavo; ed ella, per non farmi più pena, cercava di vincere il singulto ostinato che le scrollava il piccolo petto, o, come per togliergli l'acredine, lo preveniva con un sorriso che si rompeva sùbito. E allora mostrava d'esser contenta di tutto quel cilestro del lino, come s'io gliel'avessi donato; e pareva che non io volessi rientrare nella sua grazia ma sì volesse ella farsi perdonare. E v'era nella sua attitudine tanta tenerezza e gentilezza che non potei più sostenerla, e mi feci tutto lacrimoso anch'io, con suo sgomento. Non so perché, questo ricordo mi rifiorì dal cuore mentre camminavo a fianco del vecchio. E mi pareva di andare errando senza mèta per un paese che io non conoscessi; ma egli sapeva la sua via. Ci ritrovammo a piè della duna ove sorge la Cappella, e salimmo, tra i giovani pini, sino al limitare. Egli non disse alcuna parola per invitarmi a entrare nel suo rifugio. Mi tese la mano, e mi diede la sua amicizia come nella Domenica delle Palme si dà il rametto d'ulivo su la porta della chiesa azzurra d'incenso. Portando meco la cosa preziosa, discesi la china, mi dilungai per la Landa. Era prossima l'ora del vespro, ma l'aria pareva non rattenere della luce se non le particelle d'argento. Di là dalla selva non scorgevo i lidi, ma ricevevo la quiete della bassa marea; che è come quando la febbre decade nel polso cui vien sottratta qualche oncia di sangue. Non avevo mai sentito vivere gli alberi di tanta doglia. Taluno aveva un sol taglio nel piede; altri l'aveva sino a mezzo il tronco scaglioso; altri portava una ferita viva accanto a una rammarginata; altri era svenato a morte, con solchi che incavavano l'intero fusto simili alle scanalature nella colonna dorica. E il succo vitale stillava e colava per tutto: i vaselli d'argilla n'erano colmi. Qualche resiniere ancóra s'attardava a rinfrescare una piaga; e s'udiva risonare il ferro nel vivo, senza lagno. Ciascun albero aveva il suo martirio, quasi che in ciascuno abitasse uno spirito avido di soffrire e di sanguinare come l'eroe divino da me eletto. E in quella sera feci l'invenzione del Lauro ferito. Il corpo di Sebastiano si distaccava lasciando tutte le frecce nel tronco del lauro d'Apollo. Le asticciuole scomparivano nella carne miracolosa come un vanire di raggi. «Rivivrai, rivivrai! Ritornerai!» gridavano gli Adoniasti. D'allora innanzi il mio novello amico mi visitò sovente. Come io faceva di notte giorno, egli soleva venire su la fine del pomeriggio, quando ero per accendere il mio fuoco. Mi ricordava il principio dell'inno di Sant'Ambrogio -Ad completorium-: -Te lucis ante terminum...- Entrava in punta di piedi, parlando a voce bassa, come nell'oratorio. Temeva di turbare il silenzio e di smuovere le cose invisibili che si nutrivano d'esso. Restava seduto per breve tempo dinanzi al camino; e io vedevo dalla mia tavola la sua testa d'antico Donatore inginocchiato nell'angolo d'una pala d'altare inclinarsi di sotto alle statuette dei Piagnoni funerarii. Egli pareva essere per me il messaggero e l'interprete di quell'età da cui avevo raccolta una forma d'arte caduta in dissuetudine per rinnovellarla. Ma forse egli era assai più antico, e aveva partecipato a quel pellegrinaggio che si partì da Bordeaux nell'anno 333 seguendo l'-Itinerarium Hierosolymitanum-, come io gli dicevo per motteggio. Però nelle sue «stationes» e «mutationes» a traverso i secoli egli doveva essersi attardato più lungamente in quella immobile serenità che splende nella -Passione- di Bourges come nelle metope arcaiche d'un tempio greco. Egli ne portava tuttavia l'illuminazione su la sua fronte. E, se è vero che tutte le cose certe sono vive e tutte le incerte sono morte, la sua meravigliosa certezza lo poneva di là dalla vita come una creatura compiuta e immutabile. M'appariva dal suo discorso ch'egli considerava la storia del mondo come la rappresentano le cattedrali della terra di Francia. A simiglianza dei maestri marmorai e vetrai, egli credeva che, dopo l'avvento di Gesù, non avesse il mondo avuto altri grandi uomini, se non i confessori i dottori e i martiri. Nel suo spirito come nel santuario, i conquistatori e i vincitori avevano il luogo più basso. Così nelle vetriere essi sono genuflessi ai piedi dei Santi, piccoli come fantolini, gracili come i fili d'erba nelle commessure dei gradini sacri. Persisteva in lui la coscienza di quegli che compose lo -Speculum historicum- facendo la minor parte agli imperatori e ai re, la massima agli abati, ai monaci, ai pastori, ai mendicanti. Per lui, come per il domenicano protetto da San Luigi, i più alti fatti non erano i trattati le incoronazioni e le battaglie ma la translazione d'una reliquia, la fondazione d'un monastero, la guarigione d'un ossesso, la beatificazione d'un eremita. La tremenda lotta moderna, combattuta con i congegni più perigliosi e con le volontà più crudeli, aveva per lui la medesima importanza ch'ebbe per Vincent de Beauvais la grande giornata di Bouvines, posta modestamente tra l'istoria di Santa Maria d'Oignies e l'istoria di San Francesco poverello. Simile a quei pellegrini che traversavano gli eserciti nemici avendo per solo salvacondotto in sul cappello il piombo effigiato di San Michele del Periglio o di Sant'Egidio di Linguadoca, egli passava immune a traverso il secolo d'acciaio. Anche dinanzi ai traffici della sua città operosa e danaiosa egli doveva aver di continuo negli occhi quella parete del Camposanto di Pisa ove un nostro pittore -- che fu, quanto lui, divoto di San Domenico -- dipinse la Tebaide degli anacoreti come un mondo verace in un mondo fallace. E la Via lattea certo era pur sempre per lui il cammino di San Iacopo, e i bagliori in cima agli alberi delle navi erano i fuochi di Sant'Elmo; e San Medardo era ancóra il signore dell'utile pioggia. E nulla d'angusto, nulla di meschino s'accompagnava in lui a questa ingenua fede. La sua indulgenza era grande come la sua disciplina. Egli era venuto verso me con abondanza di cuore non certo attratto da odor di santità ma solo dal pregio di un'anima sempre vigile; perché una povera serva gli aveva detto che io consumavo nelle mie notti più olio d'oliva che non ne bisognasse alla lampada perpetua della Cappella. E la finezza della sua mente corrispondeva alla delicatezza del suo cuore. Un nobile ritegno governava ogni suo atto e ogni sua parola, quando egli era per appressarsi all'intima vita dell'amico. Non prodigava i consigli, anzi non ne dava quasi mai; ma la sua semplice presenza era un soccorso coperto. Vidi un giorno su la collina di Francavilla, in un sentiero selvaggio che conduceva al Convento ove col mio grande e puro Francesco Paolo Michetti mi credo aver vissuto i miei giorni migliori, vidi un giorno a maraviglia per una proda il tronco tagliato d'un vecchio alloro rimettere un gran numero di germogli che al lor nascere avevan l'aria di sprizzare dal legno come faville verdi. Ogni volta che passavo, il tronco pareva cangiare tutte quelle cimette vive in lingue loquaci per dirmi: «Non disperare, non disperare». Non altrimenti risfavillava di sempre fresca speranza il mio amico. Egli conosceva la sentenza e la vignetta dell'-Ars moriendi-. «Havvi un sol fallo grave al mondo: il fallo di chi dispera. Ben più colpevole fu Giuda in disperare che il Giudeo in crocifiggere Gesù.» E, quando andava a visitare i poveri, gli infermi, i prigionieri e ogni sorta di peccatori in angustia, soleva dire che quattro Santi l'accompagnavano: San Pietro il qual rinnegò tre volte il suo Maestro; Maria Maddalena a cui tanto pesò la sua carne impura; il persecutore San Paolo che Iddio convertì con la folgore; il buon ladrone che non si pentì se non nelle braccia della croce infame. Come taluno dei nostri Beati italiani, egli conciliava in sé quei doni che appartengono alla vita contemplativa con quei doni che appartengono alla vita attiva «poiché tutti procedono da uno spirito stesso». Per lunghi anni nella sua città natale egli governò le corporazioni cattoliche più operose, ed esercitò la carità con tal larghezza da meritare il soprannome d'Elemosinario. «Dispersit, dedit pauperibus.» Donò grandemente, e senza contare, e sempre di nascosto. Non so s'egli abbia mai ricoverato nel suo letto un mendicante, come quel Blaise Pascal del quale ignorò sempre i tormenti le vertigini e le febbri; ma più volte, come un servo umile e pronto, rigovernò la casa de' suoi poveri e de' suoi malati. Quegli che aveva tanta luce su la sua fronte, amava aver tanta ombra su le sue mani! Per lui non era detto già: «Nesciat sinistra tua quid faciat dextera tua», ma era detto: «Non sappia la tua destra quel che la tua destra dà». Quando la segreta elemosina ebbe di molto assottigliato il suo patrimonio, lo punse carità dei figli, ch'ebbe numerosi e ben nati. Divise tra loro il rimanente, avendo altrove conquistato una indivisibile signoria; e si ritrasse nella Landa ad abitare seco. Che cosa debba fare colui che seco abita, egli lo sapeva dall'Antico ma meglio dalla sua stessa aspirazione. «Secum purgatur, orat, legit, et meditatur.» Divotissimo era di San Domenico; e sotto il vocabolo del sublime amico di San Francesco è posto il tetto ch'egli mi concesse. Per umiltà egli volle andare ad abitare nell'antica infermeria dei Padri Domenicani, che aveva ricomperata a causa d'amore. È una bruna casipola di legno, tra l'ombra della Cappella e l'ombra della pineta. In quella scelse la stanza più modesta, sapendo che «la cella di continuo abitata diventa dolce». Quando la Landa rombava come l'Oceano, allo sforzo del vento, egli credeva essere sopra un vascelletto in punto di salpare per l'ultimo viaggio. Ma quando l'oro primaverile colava sul balcone giù dal minuto crivello dei pini e gli uccelli facevano il lor concerto, quella era la casa lieve ch'io m'avevo sognata più d'una volta, era «la casa in sul ramo», lieve, sonora, pronta. Aveva quivi trasportato un piccolo organo da mantici, perché amava la musica sacra e sonava con grazia qualche mottetto. Come quel soave domenicano Enrico Suso, egli si piaceva di chiamarsi «il servitore»; e, come lui, doveva certo ogni mattina, svegliandosi all'ora della Salutazione angelica, udire entro di sé una voce cantare nel modo minore le parole: «Maria, la Stella del Mare, ecco, si leva». Un giorno, entrando, lo trovai assopito davanti alle due tastiere; e trattenni il piede e il respiro per non isvegliarlo, tanta beatitudine mi apparì nel suo volto. Ripensai a quel ch'egli m'aveva narrato del giovine Suso. Forse anch'egli sognava d'essere nel mezzo del concerto celeste a cantare il Magnificat; e la Vergine gli veniva incontro e, per segno d'aver gradito un'offerta di rose, gli comandava di cantare il versetto: «O vernalis rosula!» Fin dalla sua prima visita, fin dall'ora di quel pianto repentino che rimase in fondo alla nostra amicizia come non so che misteriosa freschezza, credo ch'egli sperasse di volgermi all'esercizio della preghiera secondo il suo rito. Ma non mai, neppure per un attimo, assunse aspetto e tono di convertitore. Aveva un suo modo gentilissimo di farmi sentire che v'era fra noi un bel segreto, del quale non conveniva ragionare. Talvolta, se qualche mia parola giusta lo toccasse, mi guardava intento, sospeso, con uno sguardo singolare in cui pareva quasi direi trasposta l'attenzione d'un'orecchia inclinata, fattosi somigliante a tale che abbia udito un suono rivelatore e ne segua le onde per ansia di riconoscerlo. Talvolta anche, in certe pause, mi dava imagine di un uomo che, stando in una contrada al principio della primavera quando i succhi cominciano a muovere, si ponga in ascolto per desiderio di cogliere la melodia indistinta della linfa che in breve trasfigurerà ogni creatura abbarbicata alla terra. Così la sua illusione spiava in me l'opera interiore della Grazia. Lo raggio della grazia in che s'accende verace amore, e che poi cresce amando... Gli parlavo di Dante; e mi commoveva la sete ch'egli aveva di quella gran fonte. Un giorno gli raccontai come io avessi contemplata nella cattedrale di Amiens la Speranza scolpita in quel modo che il Poeta la canta nel -Paradiso- quando Beatrice nell'ottavo cielo gli mostra il barone per cui laggiù si visita Galizia, e San Iacopo lo esorta: «Di' quel che ell'è». Dante e l'ignoto marmorario avevano fedelmente tradotto, l'uno nella terza rima, l'altro nella materia dura, la diffinizione che della Speranza dà nel Libro delle sentenze un teologo di Francia, Pierre Lombard vescovo di Parigi. «Spes est certa expectatio futurae beatitudinis....» «Spene» diss'io «è uno attender certo della gloria futura...» Il mio amico restò lungamente pensoso di quella rispondenza fra la cattedrale di pietra e la cattedrale di parole, l'una sorta nella sua terra e l'altra nella mia. Pareva che io gli avessi più avvicinato Dante e gli avessi scoperto nell'ardua mole gotica un punto misteriosamente sensibile in cui potessero i nostri spiriti convergere e comunicare. Alla fine del nostro colloquio (il vento occidentale squassava tutta la Landa e l'immenso fragore dell'Oceano faceva sembrar fragili tutte le cose) egli mi posò le mani su l'uno e su l'altro òmero, mi guardò con la sua anima nuda emersa a fiore del suo viso diafano, e mi chiese: «Quando? Quando?» Era in me quella malinconia potente in cui il cuore batte più robusto e più celere. Gli dissi, con dolcezza figliale: «Io sono nato per vedere, per ricordarmi e per presentire». Poi soggiunsi: «E forse attenderò me stesso fino alla morte». Rimanemmo qualche tempo senza visitarci, perché io ricominciai a vegliare la notte e a dormire il giorno. Egli sapeva che la mia lampada era accesa e che avevo in serbo molto olio nel mio orcio. «Lo sposo dell'anima suole a mezza notte venire. Guarda che a dormire non ti truovi.» Una sera dello scorso febbraio, dopo compiuto l'anno dall'ora del pianto e del legame, uno de' suoi figli mi giunse, inatteso; e mi disse: «Mio padre vuole vedervi. Non ha che qualche settimana o qualche giorno di vita. Esauditelo». XV APRILE MCMXII Quando entrai nella piccola infermeria domenicana, al primo sguardo conobbi che l'uomo da bene aveva già abbracciata la nostra suora morte corporale e se la teneva ben sensata contro il suo petto. Primamente, non veduto, lo vidi in uno specchio. Una donna, dolce e severa, che poteva essere Sant'Anna col suo mazzo di chiavi appeso al fianco, m'aveva condotto sul verone di legno ove s'affacciava la camera dell'infermo; e s'era ritratta, per lasciarmi solo con lui, per non farsi testimone inopportuna del nostro turbamento. Nell'appressarmi alla soglia, scorsi su la parete lo specchio e dentrovi, dentro quella specie d'orrore inaccessibile e rischiarato, il vecchio che stava seduto, intentissimo, tenendo ambe le mani premute su l'atroce ospite carnale che gli rodeva la bocca dello stomaco. Mi soffermai, con uno spaventoso tremito nel cuore, perché veramente dentro quel vano la morte era -visibile- come nelle Danze macabre, e tutta l'imagine veramente era -di là dal velo-. Egli alzò le ciglia e sussultò abbandonando le mani su le ginocchia, perché mi scoperse anch'egli nella spera e mi vide venire a lui non dalla vita diurna, non dall'aria e dalla luce, ma dal fondo di quel pallido sepolcro. E, com'entrai, mi parve non di varcare una soglia comune ma di superare un limite tremendo. Non conosco, nella storia della santità, una preparazione al transito più bella di questa. San Francesco, pur conversando con la sua suora infermitade, lasciò che i medici tentassero di combatterla. Riconobbe d'aver sempre trattato troppo duramente il suo corpo e mostrò di pentirsene. «Giubila, frate corpo, e dammi perdonanza; che or mi conviene satisfare a' tuoi disii.» I dottori pontificii, a Fonte Colombo, gli cavarono sangue, lo vessicarono e cauterizzarono. Col ferro rovente gli affocarono le tempie, mentr'egli pregava «frate focu» che soffrire non lo facesse oltre sopportazione. Ad Assisi, nella casa del Vescovo, di continuo lo curava il medico aretino. Di tratto in tratto era preso da qualche strana voglia e mandava in cerca i suoi frati che talvolta, come nella notte del prezzemolo, s'impazientivano. Alla Porziuncola Giacomina Settesoli gli apprestò quella vivanduzza romana prediletta, quel camangiare di mandorle, che durante la malattia aveva spesso desiderato. Dopo, sentendo prossima la fine, si fece spogliare d'ogni vestimento e colcare su la terra ignudo. Il mio amico dedusse quest'ultimo esempio fin dal principio, non pel suo corpo ma per l'anima sua. Spogliato di tutto egli era come mi pareva non potesse mai uomo spogliarsi. E non gli restava se non quella «nuditate d'Amore» oltre la quale, in paragone di purezza, v'é soltanto la prima luce del mattino. Vidi presso di lui il volume della -Imitazione- chiuso. È certo quello il trattato del totale spogliamento: riduce in un pugno di polvere la sostanza in cui l'uomo più si compiace, e senza pietà separa l'uomo da ogni diletta cosa che non sia il compiuto amore. Egli non aveva più nulla da apprendere in quel libro: perciò era desso quivi chiuso, e senza segnali. Ed egli l'aveva tanto praticato e meditato non soltanto come il libro dell'eternità, ma come quello ch'era nato dalla disciplina della sua stirpe «sotto l'ogiva di Francia», vera «conoscenza e virtute d'Occidente.» Né gli restava alcun dubbio intorno a tale origine; talché una volta ch'egli vide il mio esemplare col nome di Tommaso Kempis, scosse il capo. Soleva dire, non senza finezza, che l'-Imitazione- franceseggia in latino. Vi riconosceva trasposti i modi e le cadenze della prosa Francesca, e talvolta la levità d'un orecchio che aveva ascoltato la voce dell'allodola paesana. Nelle lunghe settimane di patimento, dal giorno in cui l'insonne cancro incominciò a morderlo per finirlo, sino all'ora in cui perse la parola terrena per un altro linguaggio, non dimandò d'essere medicato né alleviato, non volle intercessore tra l'infermità e la carne, non chiese che le sofferenze gli fossero attutite ma soltanto che con esse gli fosse accresciuta la forza di sostenerle. «Courage, courage, mon âme!» diceva nello spasimo. «Encore un peu, mon Dieu! Faites-moi souffrir encore un peu, mais donnez-moi la force de supporter la souffrance.» Quando il morso diveniva meno atroce, egli si faceva gaio e arguto; non soltanto sorrideva ma anche rideva d'un riso schietto. Come dalla città i suoi molti figliuoli e i suoi nipoti numerosissimi e i famigliari suoi devoti venivano a visitarlo, ciascuno adduceva, per giustificare la visita insolita, un pretesto più o men verisimile, credendosi di illuderlo. Egli ben sapeva che quelle erano visite di funebre commiato; e un giorno ch'io ero là, tra quegli affettuosi dissimulatori, l'udii motteggiare con sì vivace grazia che veramente le più celebri delle parole stoiche mi sembrarono cosa ruvida e grossa. Una notte di marzo la figliuola maggiore, ch'era venuta a trattenersi nella casa per assisterlo, dal suo letto udì nella camera del padre un gran ridere. Attonita e un poco sbigottita, si levò e andò a origliare. L'ottimo abate Eugène de Vivié, rettore della parrocchia, consolatore intrepido, aveva voluto vegliar l'infermo nel martirio notturno. Aiutandolo egli a sollevarsi dal guanciale per l'orribile rigurgito che lo travagliava, una inattesa facezia del sofferente aveva suscitata quella ilarità concorde. Ripensai quel rimbrotto di Frate Elia, quando San Francesco giaceva al Vescovado in custodia e voleva che Frate Agnolo e Frate Leone gli cantassero ogni ora le laudi di nostra suora morte per rallegrarsi nel Signore. «Hacci la scolta alla porta; e niuno vorrà credere esser tu un santo uomo, udendo del continovo cantare e sonare nella tua cella.» Finché la volontà potè comandare le membra affievolite, si trascinò ogni mattina alla Cappella per ricevere il pane eucaristico; del quale solo sembrava nutrirsi, non prendendo nella giornata se non qualche sorso di latte o il succo di qualche frutto. Súbito dopo la comunione, si ritraeva, non avendo più la forza di assistere alla messa. L'ultima volta ch'egli varcò la soglia santa, non ebbe neppure la lena per appressarsi alla mensa di Cristo. Sfinito, fu costretto di sedersi; e il prete scese dall'altare e andò a portargli l'ostia vivente. Come da quel punto nessuno sforzo di volontà più valse, si comunicò per viatico, sino al Venerdì Santo. Comprendemmo qual fosse la sua segreta e inebriante speranza quando ripeteva: «Encore un peu, mon Dieu! Faites-moi souffrir encore un peu!» Egli sperava di poter vivere sino alla Settimana di Passione, sperava di poter congiungere la sua agonia e la sua morte all'agonia e alla morte del Salvatore. Fu esaudito. Il giorno che ricevette il sacramento della Estrema Unzione, mandò per me. Egli aveva preso ad amarmi più che s'io gli fossi stato figliuolo unico. I suoi prossimi si stupivano nel vederlo tanto illuminarsi quando gli apparivo. I suoi occhi si volgevano a me interrogandomi, così pallidi che parevano aver perduto quel poco di cilestro a forza di fisare chi sa qual bianchezza abbagliante. Sempre i famigliari, se erano presenti, escivano l'un dopo l'altro perché rimanessimo soli. Per non affaticarlo, non lo lasciavo parlare né gli parlavo con le labbra. Stando al suo fianco, seduto, in silenzio, non mi peritavo di guardarlo intentamente, tanto m'attraeva la bellezza del suo mistero. Lo sentivo morire e vivere. Il suo viso nella macie era come un teschio palese, ricoperto d'un tenue velo di fuoco bianco. Non so dov'egli fosse per trapassare e per ricominciare; ma è certo che, tacendo, simile a un tessitore in sogno, tesseva con la sua morte una vita che non era come la mia vita. La mia vita, che è la mia passione e il mio orrore, la mia vita, che mi rapisce e mi ripugna, si moltiplicava con un'abondanza vorticosa come quando ascolto tra la folla le sinfonie dei grandi maestri. L'amore il dolore e la morte rimescolavano l'oceano della mia musica con braccia titaniche indistinguibili. Talvolta il morituro prendeva il mio polso e lo teneva nella sua mano sul sostegno della seggiola. Allora soffrivo d'avere tuttavia tanto sangue, e così rapido. Mi ritornava il senso del mio corpo, accompagnato da un'angoscia che doveva essere simile allo sforzo vano del generare, quando ne stilla un sudore quasi di tramortimento. E non m'ero mai sentito tanto potente e tanto miserabile. «Amico», gli parlavo in silenzio «ho avuto molte primavere travagliate, ma non una come questa. So quel che mi significa la dimanda dei vostri occhi buoni, ma non so che rispondere. Le parole che talvolta mi salgono alle labbra, non oso proferirle; anzi oppongo al loro impeto i denti serrati, perché temo di perdermi e di non potermi più ritrovare. Nondimeno mai, da che vivo, non ebbi un istinto e un bisogno di mutazione tanto profondi e agitati. Un giorno, ahimè, molto lontano, nel Camposanto di Pisa, che sembra illuminato dal crepuscolo di quella luce verso cui siete vòlto, meditai su me medesimo tra i due neri cipressi nati dal seno della morte; e mi parve che, se avessi dovuto cominciare la mia vita nuova, avrei scelto per luogo del cominciamento quel divino chiostro alzato dall'arte della mia razza non tanto per serbare la terra del Calvario quanto per contenere tra i quattro portici una larva dell'albore immobile ch'era intorno alla Croce. Forse avverrà che quivi un giorno io rechi il mio spirito, fuor della tempesta, a mutar d'ale. E da quel giorno un'alta creatura «eletta da me, per me perduta», a lunghi intervalli, a traverso le vicende e le lontananze, mi manda il messaggio di quelle tre parole: «Mutar d'ale». Il mio presentimento è dunque divenuto un comandamento di ferro e di diamante? è divenuto alfine la raggiante e lacerante necessità? E la sorte mi mandò fuor della mia terra, verso questo paese occidentale di sabbia e di sete, che non è se non un deserto imboschito, perché la vecchia spoglia mi fosse tratta dalla mano d'un vecchio morente «in verità di santità»? Come la spogliazione dei beni vani fu agevole e quasi senza ombra di rammarico! Si vide che la magnificenza del mio vivere non era nei miei velluti e nei miei cavalli. Un branco di scimmie calpestò e distrusse non senza tardità quel che forse, o prima o poi, avrei distrutto io medesimo in un'ora, per far largo intorno al mio pensiero impaziente. Mi parve che il modo mi offendesse, e m'accorsi che non ero offeso in alcun modo. Avendo perduto qualche bel legno tarlato, qualche bel vetro incrinato, qualche bel ferro arrugginito, entrai nel possesso di questa più bella verità: esser necessario bruciare o smantellare i vecchi tetti, sotto i quali abitammo in carne o in ispirito. Soltanto mi furono tolti il giubilo e l'orgoglio della volontaria arsione. Or, quando c'incontrammo, io non aveva se non gli strumenti del mio lavoro, la mia lampada fornita, e una vecchia serva che nel servire era più nobile dell'antica regina dal piè d'oca. Ahi, non questo era l'essenziale. «Dopo aver tutto ottenuto per ingegno, per amore o per violenza, bisogna che tu ceda tutto, che tu ti annienti.» Ma che cosa è -tutto- per me? e quale la condizione dell'annientamento? So che, per farmi nuovo, io non debbo obbedire a una parola già detta ma a una parola non ancor detta. So che la povertà e l'amore della povertà non hanno alcuna efficacia spirituale nella conquista ch'io son per intraprendere. Ma il Cristo ha veramente detto tutte le sue parole? Mai Gesù mi fu più vicino, e mai n'ebbi un senso tanto tragico. In un libro disegnato or è quindici anni, sacro e sacrilego, io imaginavo che il «bellissimo nemico» discendendo dal Golgota dopo il supplizio entrasse nella casa della Veronica e quivi s'intrattenesse con la pia donna a parlare misteriosamente del Re crocifisso mentre nell'ombra la Faccia divina e dolorosa splendeva di sudore e di sangue nel sudario spiegato. Dal giorno del vostro pianto, agli interni miei colloquii col mio nascosto nemico assiste nell'ombra il sudario della Veronica. Ora sento continua sopra il mondo la presenza del sacrifizio di Cristo; e sento per ciò in confuso la mia voce e le mie azioni diversamente ripercuotersi, come quando taluno con gli occhi bendati entra sotto una ignota cupola sonora. Ma chi troverà il luogo dell'eco perfetta e l'accento giusto per la grande ripercussione? Da Ferrara, in un giorno di novembre, mi mossi per cercare un'eco famosa. Camminai per un viale di platani, lungo un argine verde e molle tutto sparso di foglie lionate. Avevo in me l'inquietudine della divinazione; e di tratto in tratto, credendomi di riconoscere il punto, gettavo un richiamo; e ogni richiamo rimaneva senza risposta; e ogni volta più mi cresceva una sorta di tristezza fastidiosa e inutile, perché cercavo un che di divino e il grido era meccanico, la parola di prova era quasi risibile. Allora giunsi a un piccolo poggio verde che ha il nome di Montagnola; e quivi era a diporto una compagnia di giovani cappuccini, condotta da un frate barbuto, e le tonache dei novizii avevano lo stesso colore delle foglie sparse per l'erba. Mi rivolsi al frate per dimandargli novelle dell'eco; ed egli n'aveva una memoria vaga, come di cosa scomparsa. Solo sapeva di certo che laggiù un muro era crollato in una casa visitata dall'incendio. I novizii tonduti rimasero pensosi. La luce su la campagna infinita era come quella che passa a traverso gli alabastri. Vagai ancóra intorno al poggio e per gli argini chiamando, provando; e il tono della mia voce mi faceva soffrire, tanto era lontano da quello della mia anima ed estraneo al mistero che perseguivo. Nondimeno la qualità del mio scontento era nuova e mirabile. Tornai su le mie orme, pei viali molli d'acqua piovana. La pianura era senza fine come il cielo. Una campana sonava alla Certosa. Rividi sotto il poggio le foglie e le tonache fulve. M'appressai. I novizii erano assorti e taciturni; e qualcuno aveva in bocca qualche filo d'erba e, tenendo gli occhi bassi, mi pareva che sentisse con le palpebre la freschezza della sua anima. Io dissi: «Non c'è più! Forse è morta. Era la più bella del mondo». I novizii erano pieni d'ansia, e forse di miracolo; e mi pareva che inclinassero verso la terra un orecchio musicale. Ma il frate mi disse, placido: «A San Francesco ve n'è una sotto la cupola, che ripete Ave tre volte.» Certi ricordi chiedono di essere interpretati come le visioni; ma dov'è il mio interprete? E, se voi ora per me sollevaste il velo, che scoprireste se non la vostra certezza? Certo, da una limitazione può nascere la più vasta vita; e una mutilazione può moltiplicare la potenza, come sa il potatore. Certo, qualche parte di me dorme ancora un profondissimo sonno; e me la rivelano in certi mattini i sogni non interpretati. È necessario che io faccia luogo in me a ciò che sorgerà da quel risveglio. Ho talvolta il sentimento delle interne mie lontananze come l'ha di queste Lande lo svenatore di pini. Preparo l'arme acconcia perché anch'io, entrato nel folto, possa aprire nuove ferite onde sgorghi l'aroma e -possa mantenerle sempre aperte-. Tale è l'insegnamento della Landa. Ora a ciascun mio pensiero è aderente un altro pensiero, oscuro. Così nella cattedrale notturna le colonne sono illuminate da una sola banda, perché la lampada arde in una sola navata. Bisogna che io accenda all'altra banda un'altra lampada, ma senza spegnere la prima. Ho paura di spegnerla. Debbo vincere questa paura? E chi m'afferma che diverrò più forte? Se mi ritrovassi ottenebrato o diminuito? Lo so. Gli uomini non edificheranno nuovi templi per nuovi culti. Il prodigio unanime della cattedrale non si rinnoverà. Ma il dio medesimo, che l'ha rempiuta, può un giorno apparirvi con un aspetto per la seconda volta trasfigurato, affacciandosi alla grande Rosa nell'ora in cui dietro lei suole coricarsi l'astro come al confino d'una foresta. Simile alla foresta, la cattedrale d'Occidente può essere penetrata in tutte le sue fibre secolari dalla forza d'una primavera inaudita. Quale avvenire osservano i Profeti protesi dì e notte come vedette e scolte dai contrafforti del Duomo picardo ove riconoscemmo scolpita la Spene di Dante? La pietra commessa e alzata, come quella, al suono degli inni, ha in sé l'infinito del canto: non può contenere una fatalità compiuta e immota ma sì l'aspirazione a una bellezza di continuo perfettibile. Non vi fu, di là dal torrente di Chedron, nell'Orto degli Ulivi, un apostolo ignoto che si unì agli Undici per ricompire il numero, e non dormì né la prima né la seconda né la terza volta? Tra tutte le persone della tragedia di Cristo due m'attrassero sempre più d'ogni altra, le più misteriose: Lazaro di Betania tornato del buio e il giovine dalla sindone. Non avete mai pensato chi potesse mai essere quel giovine «amictus sindone super nudo», del quale parla il Vangelo di Marco? «E tutti, lasciatolo, se ne fuggirono. E un certo giovine lo seguitava, involto d'un panno lino sopra la carne ignuda, e i fanti lo presero. Ma egli, lasciato il panno, se ne fuggì da loro, ignudo». Chi era quel tredicesimo apostolo, che aveva preso il luogo di Giuda nell'ora dello spavento e della grande angoscia? Solo egli vide il sudore cadere a terra «simile a grumoli di sangue». Era minore di Giovanni figlio di Salome. Era vestito d'un vestimento leggero. Si fuggì ignudo «reiecta sindone, nudus profugit ab eis». Nulla più si seppe di lui nel mondo. Forse un giorno dirò una imaginazione che di lui mi giunse.» In tali erramenti divagava il mio spirito, per una specie di dormiveglia intimo ove le imagini più rilevate si avvicendavano con ombre fluttuanti e il ritmo precedeva i pensieri, come quando il sonatore cieco improvvisa su l'organo. E la perplessità si avvicendava con la paura. E smisurate masse d'anima erano smosse da taluna interrogazione appena distinta, come quando la forza d'un tema entra nella sinfonia. «Che avverrà di me se io mi rendo interamente al vostro Salvatore?» E poi tutto si abbandonava a una fuga dirotta, come quando s'ode rintronare il lastrico sotto la carica dei cavalieri. E gli uomini cadevano intorno a me guardandomi negli occhi, come in sogno quando uno solo è come moltitudine e un viso è come mille e il cor supino è pieno di memoria vertiginosa. Ciascun percosso parca gridarmi: Per chi m'uccidi? Ah, ben io so! Era la materia della mia arte, che si mescolava a quella della mia vita. Una voce della mia tragedia d'amore e di morte, dell'opera che componevo nelle mie notti, diveniva oscuramente la voce d'uno di quegli esseri incogniti da me contenuti. L'andito è nero per ove ci viene tastando con le mani, come il cieco mendico; ma posta ho in terra la lampada perché sotto la porta segni il segnale di luce. Or qualcuno è tra la lampada e la notte. Con l'anima mia foggiavo due corpi pieni di nero sangue, e vivevo tutto in loro, per comprendere il peccato; poiché è detto che non si possa veramente comprendere la bellezza del Cristo «senza comprendere il peccato». Ugo da Este e Parisina Malatesta m'erano due esploratori di tenebre. Col peso della carne del mio cuore pesava il mio peccato. E disse: «Io so. Ma che paventi?» Camminavamo verso il barlume di levante con la medesima ambascia. Anche per la nipote di Francesca l'attesa aveva il volto della rimembranza. Questa pena di sudore Ei sostenne, perché da noi si spiccasse la febbre del peccato... Dici che sogno? Non so quando io chiusi gli occhi, non so da qual mai lungo sonno io mi svegli; non so, non so di quale vita io viva, in verità. Tutto ritorna dal profondo. Commessa fu la mia colpa, patito il mio dolore, sofferto il mio spavento; sospesa fu la mia sciagura, inflitta la mia morte. Non sogno, o meschina, non sogno: mi rimemoro. Non vivo: di mia vita mi sovviene, mi sovviene di me come discesa nel mondo io sia pe' rami d'un nero sangue... D'un tratto, se bene la mano del morente avvolgesse il mio polso, se bene io ne sentissi il gelo nella mia midolla, un turbine mi separava da lui, un turbine sorto dall'assito di quella camera quieta. E bisognava che io mi levassi a seguitare una virtù che s'era partita da me e aveva superata la soglia. Erano ancóra su la tavola i fiori che avevo recati, e i frutti d'Italia. Erano le spesse arance siciliane, del cui solo succo omai si nutriva il mio amico, a stilla a stilla. «Non più ho bisogno dei vostri fiori e dei vostri frutti ma delle vostre preghiere». Allora discendevo nella Landa carica di polline sulfureo, lasciando dietro di me l'interlocutore silenzioso dei miei dialoghi affrontato col muro ove s'apriva il vano dello specchio inesorabile. E, come tutto in me era disposto al canto, facevo le mie preghiere. Adunque il giorno che ricevette il sacramento dell'Estrema Unzione, mi mandò a chiamare. Come indugiai un'ora, mandò di nuovo. Pareva ch'egli fosse in grande ansietà. Salendo su per la duna, mi soffermavo per contenere il battito e per guadagnare qualche istante. Intorno alla Cappella era l'odore di quelle lacrime di ragia che sovente sostituiscono l'incenso e il belzuino nei turiboli delle Lande. Quando fui sul verone di legno, incontrai nello specchio il suo sguardo d'attesa. Mi spiava nel fondo del cristallo lugubre ove egli voleva essere testimone continuo del suo perire. Non stava già nel suo letto ma tuttora seduto su la sua seggiola. La sua santità era cresciuta di lume. Non soltanto egli era stato unto del crisma ma aveva anche ricevuto per messaggio la benedizione del Pontefice di Roma. E una reliquia preziosissima era su la tavola, presso di lui. Soltanto allora seppi ch'egli possedeva nel suo oratorio una scheggia della vera Croce, e che da anni le aveva consacrato una lampada perpetua. Non osai di sedermi, se bene invitato. Qualcosa di lontano e d'inviolabile era in lui, quasi che il vetro d'un tabernacolo lo proteggesse. Ma, quando mi fisò, il più umano tremito scompose le linee del suo viso spiritale, così ch'io tutto mi contrassi come a ricevere una percossa. Egli ritrovò in sé il soffio bastante a formare la parola e il discorso, perché credeva di obbedire a un comandamento. Non poteva più tacere, non poteva più attenersi alla muta interrogazione dello sguardo e all'allusione timorosa. Già unto dell'olio santificato, stava per entrare con Dio in quel colloquio che non più consente di volgersi verso l'uomo. Egli non aveva se non quell'ora, sul limite del sepolcro, per indirizzare in via di salute l'anima confidatagli dalla divina providenza. Questo diceva il suo tremito. Rare volte le mie radici ebbero uno scrollo tanto doloroso. Egli parlò. Io volgevo le spalle alla luce, e l'ascoltavo inclinato. Dietro di me la Landa stormiva al vento di ponente, e io era come ciascun albero e come la moltitudine. Potrei ottenere dalla mia anima la confessione di ciò che per l'uomo è inconfessabile, ma non otterrò mai ch'ella mi ridica quel che udimmo quivi. Allora il pianto fu più forte della favella. Una creatura che pareva non aver più sangue, aveva ancor tante lacrime! Le mie mani erano tutte molli; e il rombo di una catastrofe terrestre non m'avrebbe dato lo sgomento che mi dava quel singhiozzo senile, lacerante come l'implorazione d'un fanciullo. Quel che v'è di più profondo in me pareva toccato, e pure conobbi una nuova oltranza; perché mi sentii baciar le mani! Così l'umiltà chiedeva l'umiltà, l'amore chiamava l'amore. Non so quale atto altrui, nella mia vita, abbia potuto pesare su me come pesò quello. Per lunghe ore fui oppresso da una sofferenza quasi corporale, come quando l'equilibrio della vita è sconvolto dal germe d'una malattia ignota, che somiglia al presentimento d'una sciagura senza nome. E talvolta era come un rimorso confuso; e talvolta era come un'atroce durezza che si formasse di tutta la mia sostanza fluida, a quel modo che una corrente si congela; e talvolta mi pareva che tutto me medesimo non fosse se non un impedimento enorme a me medesimo, insuperabile, contro cui non avessi potenza ma soltanto ira. La sera, sedato in parte il tumulto, accesi la lampada con l'animo di sottopormi alla disciplina consueta. Avevo bisogno delle mie mani per continuare la mia opera. Le posai su le carte, nel cerchio del chiarore, per considerarle. Un gran sussulto mi scosse, al ricordo recente. E mi parve, assai più che altre volte, vivessero d'una lor vita propria e quasi non mi appartenessero. Le sollevai e le guardai contro il lume: un poco tremavano, e tra le dita chiuse ardeva una linea rossa. N'ebbi pietà; poi n'ebbi orgoglio. Nel pollice, nell'indice e nel medio l'ultima fatica aveva approfondito il segno della penna. Pensai ai giovani pallidi e smarriti che me le avevano baciate d'improvviso, me repugnante, nell'ombra. Ma che cosa le mie mani -dovevano- a quell'atto del morente immacolato? Forse riposarsi, e attendere il novel tempo. Non si riposarono. Lavorarono fino all'alba. E in quella notte Ugo disse: Non v'era in me più forza né coraggio né soffio. Avviluppato in una nube d'angoscia, profondato ero in un'onda amara e calda, con l'orrore della sorte premuto su tutto me. Parole udivo escite da non so qual potenza, nella notte senza vie. La salvezza e il perdimento eran senz'occhi entrambi. E tutto inevitabile era. E non combattevo se non per te anche una volta, se non pel mio vóto, non più nel sangue ma nelle lacrime. E disse Parisina: O mia vita, o mia morte, dove sei? dove siamo? Siamo nel luogo profondo, e la lampada dell'attesa arde in terra; e suggellata è la pietra su noi, cementata, afforzata con ispranghe di ferro... Ma di nuovo l'usignuolo cantò, con una melodia ancor più alta dopo la pausa. E l'amato implorava: O voce forte e pura nella notte senza vie, nel tremore spaventoso degli astri, oh dimmi la parola ch'è in me, dimmi la muta parola che si sforza di separarsi dal mio cuore, in vano, con sì crudel travaglio! Vivere, vivere, o morire? Dimmi! Morire o vivere? E Parisina allora disse: La notte ha la sua via. XXIV APRILE MCMXII È mezzogiorno. Un'oscurazione di catastrofe si stende su la terra. Ogni cosa ha un aspetto notturno, e sembra rivelar di sé quel che non fu mai veduto per innanzi. È una notte non illuminata dalla luna, né dalle stelle, né dal primo fiato dell'alba, ma da una lampada soprannaturale che spande un egual chiarore e non segna le ombre. Non so perché, penso a quel che provai una volta entrando nella camera buia di un dormente, con una lanterna cieca, per osservare il segreto del suo viso nel sonno. Vedo nelle cose quella stessa impronta di verità interiore, quello stesso segreto palesato. Non è, pel mio spirito, un giorno interrotto ma una notte scrutata a fondo. L'anima della terra è notturna, ma la luce del sole la nasconde più che non la nasconda la tenebra. Soltanto può rivelarla la divinazione dei poeti, che portano nel loro cuore un sole velato come quello d'oggi. È l'ora del meriggio, e non v'è luce e non v'è tenebra; ma le cose, a questo lume di miracolo, mostrano l'aspetto che debbono avere quando nessuno può guardarle né riconoscerle. Milioni d'uomini in quest'ora volgono gli occhi verso il cielo e per passatempo, a traverso il vetro affumato che simula Io smeraldo neroniano, spiano il contrasto del sole e della luna, il disco violetto che sormonta la raggiera d'oro, l'estrema falce solare che imita il novilunio. Ma il vero miracolo è in terra. Se io guardo gli uomini, li vedo smorti come i trapassati; e i loro corpi non gettano su la sabbia più ombra che non ne facciano i peccatori nella landa sabbiosa del Terzo Girone, laddove scorrono le lacrime che il Veglio goccia da tutte le fessure ond'è vulnerato. Così per questo silenzio, lungo la sorda riva, vedo venire la larva del Poeta che sa l'«asfòdelo prato» e «i freschi mai». E vorrei, come il suo Odisseo nella dimora del Buio, scavare nella sabbia una fossa ed empirla di sangue, sicché egli potesse come Tiresia abbeverarsi dello squallido sangue e dirmi «infallibili cose». Sol dopo ciò mi parlava il profeta incolpabile, e disse: -- Tu mi ricerchi il ritorno di miele.... Ma il meriggio dell'anima si trasmuta, a poco a poco perde di mistero e d'orrore, vanisce come un sogno divino che al risveglio s'impigli e si stempri nel torbidume dei nostri sensi. Il disco violetto trascorre, e l'astro diurno sembra riardere fumigando dall'uno all'altro corno. La tenzone del sole e della luna ha termine. Ancóra una volta la luce nasconde la vera faccia della terra, e la cieca vita fa ingombro alla morte perspicace. Da questa vicenda celeste apprendo come l'eclisse, nel mondo interiore, possa essere rivelazione piuttosto che oscurazione. La luce della nostra coscienza abituale non ci copre la nostra verità più profonda? Se alcuna forza fin allora estranea s'interponga, ecco che dentro a noi tutto si trasfigura e si manifesta. Il massimo degli eclissi è la follìa. E che grandi e inopinate mutazioni e visioni da lei nacquero! Ma vi sono anche meravigliosi eclissi prodotti da una certa specie di pensieri dominanti che offuscano la coscienza fallace. Il comune linguaggio però non ha modi per significarli. Forse, laggiù, un pescatore perduto su l'Atlantico ha visto nel prodigio meridiano splendere Espero. Un sentimento di lontananza è rimasto in me; che mi seconda mentre rivivo il giorno funebre. Mi sembra che l'istessa lampada soprannaturale illuminasse quel Sabato Santo, quasi ritornato fantasma di quell'eclisse che in ciel fue quando patì la suprema Possanza. Era uno di quei mattini oceanici in cui l'aria e l'acqua, luna nell'altra convertendosi a vicenda, sembrano formare un solo elemento inane. Grandi velarii pallidi sorgevano, si dilatavano, si laceravano, cadevano a brandelli, si rammendavano, si ritessevano senza fine. La Landa pareva sollevarli e respingerli col suo fiato affannoso, perché era travagliata dalla doglia della fecondità. A quando a quando, se spirava il ponente, i lembi e le volute s'imbiutavano di fovilla, s'ingiallivano del solfo arboreo. Talora una nuvola di polvere ferace rimaneva sospesa su le chiome dei pini. ondeggiava, dileguava per ispandersi altrove in piogge nuziali. Aerei entrambi, il pòlline e la cenere si mescolavano, come se il vento rapinasse i fiori e gli avelli. E colui che aveva contuso il pòlline e la cenere nell'émpito dei suoi più alti canti e divinamente comunicato all'una la virtù dell'altro, il poeta annunciatore e intercessore non anche era spirato in quel mattino, se bene io lo credessi e vedessi già composto nella sua finale santità. Ma, mentre erravo di duna in duna seguendo il mio dolore che pareva sopravvanzarmi, mi punse il cuore un'improvvisa sollecitudine dell'amico che ancora viveva lì presso; ed ebbi un desiderio ansiosissimo di rivederlo perfetto. Or il suo vóto non era adempiuto? Non aveva egli omai accompagnato il Redentore sino all'ultima stazione della -Via Crucis-? Passata era l'ora di nona, l'ora del grande grido; passato era l'antisabato; Giuseppe e. Nicodemo avevano tolto dal legno il corpo, póstolo nel monumento e rotolata all'apritura la pietra. Come poteva ancor durare l'agonia del seguace? fino al Resurresso? e oltre, forse? Dal giorno dell'Estrema Unzione non ero più stato a visitarlo. Perseverava in me il turbamento, e non so che terrore indefinito. La nostra amicizia terrena era chiusa tra quei due pianti, quasi terra compresa da due riviere nate d'una sola sorgente come il Letè e l'Eunoè. Da questa parte, con virtù discende che toglie altrui memoria del peccato; dall'altra, d'ogni ben fatto la rende. Ma, pur trovandomi in paese di sete e sitibondo, non m'attentavo di bere. Tuttavia rimanevo tra quei due confini senza trascendere né l'uno né l'altro (non per rientrare nella mia patria antica, non per avanzarmi verso la mia patria futura) quasi in una sosta di contemplazione e d'indagine. E quivi pensieri viventi, sin allora a me estranei o da me ignorati, mi divenivano familiari come i colombi che beccano il frumento nel cavo della mano. E talvolta il giovine dalla sindone era meco; il qual serbava in fondo agli occhi notturni una imagine del Maestro non veduta da alcuno. E mi lasciava egli scrutare il fondo de' suoi occhi, talvolta. Ricomparire dinanzi all'Unto di Dio, mentre gli stava ancóra in bocca il respiro carnale, mi pareva intempestivo; né avrei voluto di nuovo toccare la sua mano, assistere agli ultimi istanti, udire i suoi rantoli, farmi testimone della sua fine. Piuttosto che commettere un tal fallo, sopportavo il dubbio di sembrargli duro o richiuso. Ben so come ornai, di quel ch'egli soleva chiamare «il nostro bel segreto» nel tempo della reticenza, io non possa più parlare se non con me medesimo, e sotto la specie del canto misurato. Gli mandavo ogni sera i frutti italiani; ché qualche stilla di quel succo fu sino all'estremo l'unico suo ristoro. Ma pregavo la sua figliuola che non glie li mostrasse, non potendo ella recargli anche la preghiera sconosciuta che l'accompagnava. Seguivo col pensiero la fresca offerta che giungeva alla casa di legno verso l'ora della salutazione angelica. Credevo udire la campanella della porta, il passo di quella che andava ad aprire, le parole susurrate, e poi nell'ombra lo scroscio dell'arancia sugosa premuta nel bicchiere che riluceva. E quella imaginazione mi diveniva presenza quasi reale. Sentivo l'odore spandersi; vedevo biancheggiare il morente sul guanciale, e il chiarore della sera adunarsi nello specchio come negli stagni della Landa. E si generava in me non so che dolcezza accorata e melodiosa, da cui sgorgò una sera il canto alterno di Ugo e di Parisina presso il ceppo del supplizio, in fondo alla Torre del Leone. Diceva Parisina: Udito hai tu, udito hai tu sul muro della torre crosciare la piova? Tutto è fresco, tutto è mondato. Or mi ricreo come il fil d'erba. E so che nel ciel ride già la stella diana. E Ugo: Passato è un tempo, passato è un tempo, ch'io non posso più dire; e quel che innanzi avvenne e quel che dopo ancóra, io noi viddi, noi seppi. Forse or ti nasco; e la morte, ch'è sopra, par sì lontana. E l'amata: Ah tu non sai, non sai qual sia nella tua bocca la voce nova! La volta cupa ove risuona sembra il segreto antro d'un fonte. E l'amato: Vedi che occhi s'apron ne' miei? In me tu sali, cresci qual mare senza amarezza. Il flutto è in sommo. Non ho il tuo sguardo sotto la fronte? E la melodia sviluppandosi assumeva un che di vitreo e di verde, un che d'acqua e d'erba, a imagine di quel giovinetto che un mattino vidi in un sandalo falciare, con la falce mortuaria dal lungo manico, le piante acquatiche nel fossato fosco intorno al Castello di Ferrara. O mio fastello d'erbe, dove t'ho da posare? La nepote di Francesca rispondeva: Pesami accanto al ceppo. C'inginocchiammo due volte. Anco due volte bisogna, o bello e dolce amico, bisogna a noi due volte i ginocchi piegare. La prima nel peccato, la seconda nell'onta, la terza nella morte, la quarta nell'eternità... Quando, molto a notte, salivo alla mia stanza per coricarmi, strani brividi attraversavano la mia stanchezza inquieta, e i miei occhi sbarrati guardavano da per tutto; che m'attendevo una di quelle apparizioni che annunziano il transito delle persone care. E lo specchio era pieno d'orrore. Certo, non cessavo dall'aver paura della morte, se bene per giorni e giorni l'avessi veduta abitare un uomo e scavarlo di dentro. Ma sentivo che alfine ero per vincere pur quella paura, e per ottenere dal morente una tal vittoria. Declinava il meriggio, nei Sabato Santo, quando l'angelo neutro per i sentieri sordi della foresta mi condusse nei pressi della collina arenosa ove sorgeva la Cappella di Nostra Donna. Scopersi in alto, di tra i rami dei pini carichi di fiori nuovi e di pigne secche, l'infermeria domenicana col suo verone di legno e sul verone la finestra che dava adito alla camera del morente. Così, non veduto, rimasi all'agguato della morte. La casa era tacita; l'adito era vacuo come quelle aperture senza vetri e senza imposte, che sfondano all'infinito nelle case abbandonate di Assisi. Una donna passò cautamente, s'inclinò su la soglia, si fece il segno della croce, disparve nell'ombra. Un uomo ne uscì, s'incontrò con una fanciulla dai capelli sciolti, si mise l'indice su le labbra per ammutolirla, poi la trasse pel braccio nudo. Nessuno piangeva. I lineamenti umani erano come raffermati dalla necessità. L'aspetto della casa stessa era come Indurito. L'aria intorno vi pareva senza mutamento. Qualcosa come un cristallo spesso la separava dalla respirazione del borgo sparso per le sabbie, ov'era sonata l'ora del pasto comune. Stavo accosciato su le radici d'un pino. Giovanni era meco, o la parte migliore di me era divenuta simile a lui; perché tutte le cose fisse intorno, tutte le cose radicate, erano in me riunite da movimenti d'amore come nel ritmo della sua poesia. Le formiche salivano e discendevano per le vecchie cicatrici del fusto come per le lor vie maestre, in traffico, mentre taluna di loro galleggiava morta nel vasetto d'argilla colmo di résina e d'acqua piovana. Pei nuovi intagli la ragia colava bianchiccia come la cera che si strugge e goccia intorno ai torchietti dell'altare; ma qua e là vi brillavano lacrime limpide come acini di cristallo. E dove erano infissi i pezzi di bandone obliqui per condurre lo scolo, quivi la piaga pareva più dolente. E, se volgevo gli occhi alla cima, sentivo ch'essa non era toccata dal dolore ma era assorta in un pensiero d'altezza. -Redolet non dolet.- Tutto si santificava in una luce di grazia, in una «bontà senza figura.» Il più tenero fiore di cinque petali era schiuso entro una povera scarpa accartocciata come una scorza. Un germoglio lanoso spuntava dal fóro di una latta arrugginita; e tra gli spigoli della lamiera storta brulicavano su per i fili della tela minuscoli ragni, gialli come granelli di pòlline. E il minuto pigolìo dei pulcini nascosti nel cespuglio era come se quel brulicame divenisse vocale. E da ogni più piccola voce si partiva un'onda senza fine confusa nell'immensa dissonanza del vento. E il vento era come il rammarico di ciò che non è più, era come l'ansia delle geniture non formate ancóra, carico di ricordi, gonfio di presagi, fatto d'anime lacere e 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000