procurarmene una collezione. «Gli domandai s'era anche del suo balcone. «--Sì, era una pianta giovinetta e tutta in fiore. Aveva qualche cosa che mi somigliava. Egli la chiamava la vaniglia di Fulvia. Credeva di vedermi guardandola; nel togliere quel fiore gli era sembrato di farmi male e di sentirmi piangere.... «--Che tenerezza! esclamai volendo mostrare del sarcasmo. «--Ebbene, riprese, si meraviglia della mia tenerezza? Ora non crede più ch'io non abbia cuore; si ricordi che mi ha detto di no, che non lo crede più. «Io sorridevo senza rispondere e mi sentivo tutta accesa in volto. Egli mi prese lentamente una mano e soggiunse: «--Ora lo sa, nevvero, che ho un cuore? «--Ero tutta commossa da quella prima stretta di mano. Lo guardai. Egli era bello in quel momento; ed il suo volto animato non aveva più nulla della freddezza abituale. Abbassai il capo, e non dissi nulla; ma avevo accennato di sì. «--Ed un cuore capace d'amare..., continuò egli alzandosi dal piano e baciandomi lievemente la fronte senza abbandonar la mia mano. «Io feci un altro cenno come il primo. «--E lei non mi vuol anche un po' di bene? Non pensa un poco a me? «Terzo cenno come sopra. «Ero timidissima e quella scena che non mi dispiaceva punto, mi confondeva. Tuttavia era ben vero ch'io lo credeva innamorato, e lo amavo. Non mi sarebbe stato possibile di negarlo. «D'allora appena poteva esser solo un momento con me, mi prendeva la mano e mi dava un bacio. A poco a poco codesto finì per diventare un'abitudine. Ma una dolce, dolce abitudine di cui mi sentivo lieta e tranquilla. «Così passarono gli ultimi tre anni ch'io rimasi in collegio. Ci eravamo promessi di sposarci, quando la sua posizione sarebbe più assicurata. Era una promessa vaga, che si perdeva in un avvenire indefinito; ma io ne ero felice. Non avrei desiderato anticiparla. Dovevo fare la carriera del teatro. Ed allora sarei libera di vederlo sempre, di parlargli, di fare insieme delle passeggiate solitarie. Io viaggerei sola; egli mi verrebbe a vedere sovente. Mi pareva d'essere in una città ben lontana da Torino, applaudita dal pubblico, circondata da ammiratori; e ad un tratto di veder lui, il mio bel maestro tutto trafelato che avea percorsa una strada infinita per vedermi un'ora, un'ora d'espansione. «Tutto questo mi preoccupava la fantasia. Io sognava tutte le follìe giovanili dell'amore, che allora la vigilanza continua della direttrice rendeva impossibili. «Quei tre anni passarono. Uscii di collegio. Dovevo studiare un anno ancora prima di poter cantare in pubblico. Il babbo riprendendomi con sè, dovette rimettere casa. Egli non aveva la menoma risorsa. Convenne prendere un mobiglio a credenza, impegnandosi a pagarlo in un anno a rate mensili. «Codesto riduceva il suo stipendio ai minimi termini. Poi bisognò pensare ad un corredo per me, che appunto per la carriera a cui miravo, avevo d'uopo di farmi conoscere e di figurar bene. «Dedotto tutto, ci rimaneva appena di che vivere economicamente. Per sottrarre ancora da quella modesta entrata, già tanto assottigliata, la spesa delle mie lezioni di musica, avrei dovuto condannare il mio povero babbo e me ad infinite privazioni. «Non so se avrei durato costantemente in quel proposito; però in quel momento per parte mia mi vi sarei sobbarcata volentieri. Ma non potei accogliere l'idea di imporre simili sacrifici al babbo. Decisi di studiare da sola. «Alle due, l'ora in cui soleva darmi lezione in collegio, il maestro venne. Il babbo era all'ufficio. Eravamo soli. Egli mi salutò col solito bacio, poi aperse il pianoforte, cattivo strumento da nolo, che ai primi accordi lo fece rabbrividire. «Io gli dissi, cercando dissimulare la difficoltà della dichiarazione sotto una frase scherzosa: «--Non vi atteggiate a maestro, Welfard; ora non siete più il mio maestro. «--Perchè no? Cosa sono ora? «--Siete.... un amico.... «--Più che un amico, Fulvia; lo sapete. Ma codesto non toglie ch'io sia anche il vostro maestro. Avete bisogno di studiare ancora, e molto. «--Studierò da sola. «--Non basta. Ma perchè non volete più studiare con me? Il vostro babbo non permette ch'io venga qui? «Rimasi alquanto imbarazzata. Ma fu un momento. Io non ho mai compreso la vergogna della povertà nè la gloria della ricchezza. «Gli presi la mano, e conducendolo alla soglia di quel salotto che era anche la camera da letto del babbo e dava accesso a due altre povere camerette, gli dissi: «--Guardate. Questo è tutto il nostro appartamento. Siamo poveri. Non sapevate, quando mi diceste d'amarmi, che il babbo ed io eravamo poveri? Ecco perchè non posso prender lezioni! «Egli mi abbracciò teneramente. Era commosso. Mi condusse al pianoforte e volle incominciare la lezione senz'altro. Io chiusi il piano. Allora mi prese le mani nelle sue, e con atto supplichevole mi disse: «--Che pensate ora, Fulvia? Non sono il vostro fidanzato? Non ha da essere un giorno tutto comune tra noi? Voi che siete una ragazza tanto superiore, vi vergognereste d'accettare qualche lezione da me, perchè non potete pagarle? Ma sapete che mi fate torto, che mi affliggete? «Ero mortificata. Sentivo che nel suo caso avrei detto come lui. Mi pareva davvero d'avergli fatto torto e dispiacere. «Il denaro non ha mai avuto importanza per me. E quando egli riaperse il piano, e traendomi accanto a sè, mi disse:--Via, cominciamo subito subito la lezione, se volete che vi perdoni--io mi affrettai ad obbedirlo, perchè sentivo di dovere una riparazione alla sua delicatezza offesa. «D'allora venne sempre a darmi lezione e non si parlò più di compenso. Non era il mio fidanzato? «Tutti gli spartiti che mi occorrevano, egli trovava per caso di averli fra le sue carte. E molto spesso li aveva nuovi. Io mi accorgevo di tutte queste gentilezze, e le accettavo con riconoscenza. Ricusare quelle delicate premure mi sarebbe sembrato una sgarbatezza. Veniva ogni giorno, si occupava di me parecchie ore di seguito; attento, severo, instancabile, mi fece fare progressi insperati. Mi procurò molte conoscenze nel mondo musicale, e quando mi credette capace di figurar bene, combinò un concerto, sa Iddio con che fatiche, con quante brighe, unicamente per farmivi avere una parte! «Quella sera condusse seco l'impresario del Carcano che era a Torino, me lo presentò, e risparmiandomi viaggi inutili, incertezze d'ogni maniera, e sopratutto le presentazioni umilianti alle agenzie teatrali, mi procurò una scrittura assai conveniente per una esordiente. «Tutto codesto, lo vedete, Massimo, è prova d'un nobile cuore; ed io me gli sento legata per la vita. «Ma tutti i sogni d'amore tempestoso che avevo vagheggiati quando ero in collegio, non si realizzarono mai. Non mi accadde mai di vedere Welfard irrompere in casa mia improvvisamente. Mai non mi propose di uscire una sera con me, quando il babbo mi accompagnava a passeggio. Mai non interruppe una lezione in un impeto d'affetto per stringermi al suo cuore. Veniva ogni giorno alla stessa ora; mai un minuto prima. Partiva ogni giorno alla stess'ora; mai un minuto dopo. Mai una parola appassionata; mai un impeto di gelosia. «Quante volte ne ho pianto in segreto, invocando con tutta l'anima un amore caldo, passionato come quello ch'io mi sentivo nel cuore! Quante volte, dopo aver divorato lungamente le mie lagrime, esse mi sfuggirono dinanzi a lui! Allora, nell'angoscia che mi premeva, gli rimproveravo la sua freddezza, l'indifferenza con cui mi vedeva imprendere una carriera tanto piena di seduzioni. «Avrei voluto che vi si opponesse, che mi facesse delle scene violente, che mi tormentasse con sospetti ingiuriosi. Tutto ciò mi avrebbe provato che era geloso, e però, che mi amava. «Ed egli mi rispondeva con parole d'affetto, diceva che mi amava immensamente, ma mi apprezzava altrettanto, ed aveva fiducia in me. Per questo non era geloso. Che la sua passione non era meno grande per esser meno espansiva; era il suo carattere così. «Ed è vero, Max. Era il suo carattere così. Ed era quel carattere freddo, che non rispondeva al mio, appassionato ed ardente, e mi rendeva infelice. «In termini legali, la causa della mia infelicità si chiamerebbe appunto -incompatibilità di carattere.- «E realmente credo che sia tale, perchè, se la freddezza di Welfard è un tormento per me, lo scontento che io ne provo, la melanconia che me ne risulta, le mie frequenti lagnanze, sono un tormento per lui. È così che, amandoci sinceramente, ci rendiamo a vicenda infelici. Io sono italiana come il nostro cielo; egli è tedesco come un soldatino di piombo. «Ero in questo stato d'animo quando partii da Torino per recarmi qui. «Avevo sperato che Welfard mi accompagnerebbe per assistere al mio -debutto-. Mi pareva impossibile che non avesse a prendere un interesse vivissimo a quel passo tanto importante per me. «Egli non ne parlò nemmanco. Quando gli proposi di venire, mi disse che lo avrebbe desiderato, ma non ne aveva il tempo. Venne ad accompagnarmi allo scalo, e quando entrai nella sala d'aspetto, mi strinse la mano, mi fece un inchino e partì. Mi fermai alla porta e lo seguii collo sguardo, sperando che si volgesse qualche volta per vedermi e salutarmi ancora. Ma egli non pensava che al suo sigaro. Non si voltò mai. Correva e fumava come una locomotiva! «Il babbo, non meno occupato di lui, potè bene trovar due giorni per accompagnarmi qui, installarmi, vedermi andare in iscena. Perchè non avrebbe potuto ottener anche Welfard un permesso come il babbo? Quella indifferenza mi fece male, salii in convoglio piangendo. Mi parve d'essere amata a tempo perso, di non essere il primo, ma l'ultimo de' suoi pensieri. Le considerazioni di tempo, di occupazioni, erano messe innanzi a me. Tutti i doveri gli erano più sacri che il dovere contratto con me di amarmi e di farmi felice. «E pensavo: Se ora, che gli appartengo soltanto idealmente, è freddo così, che sarà quando diverrò sua moglie, quando la certezza del possesso m'avrà spogliata del prestigio d'un'aspirazione? «Nondimeno, allorchè il successo mi riempì l'anima d'una gioia nuova ed immensa, sentii che le nobili soddisfazioni dell'arte, e l'avvenire che mi prometteva la mia carriera, erano tutto opera di Welfard, e si ravvivò più che mai in me il senso di gratitudine infinita che mi legava a lui. «Gli scrissi a lungo quella notte istessa sotto l'impressione delle nuove emozioni che mi agitavano; cercai di trasfondere la mia anima nella sua, di riscaldarlo al fuoco del mio entusiasmo, della mia passionata riconoscenza. «Passarono otto lunghi giorni; ed in ciascuno di essi speravo una lettera, e ciascuno mi recò una delusione. «Ed intanto mi vedevo circondata da giovani vivaci, espansivi, che si disputavano come una gloria il piacere di accompagnarmi; che trascuravano i loro affari, le loro famiglie per me; che si rendevano indiscreti, importuni a forza d'assiduità. «Mi erano tutti indifferenti. Se tutti avevano le qualità che mancavano a Welfard, nessuno aveva poi le virtù ch'egli possedeva. E tuttavia ogni giorno, dopo aver sperato invano una lettera, ero costretta a dire a me stessa: Oh perchè tutti questi esseri tanto inferiori a lui sanno amar meglio? Perchè in lui solo Dio non ha infuso il soffio della passione, che è la poesia della vita? «Una sera, nove giorni dopo che avevo scritto a Welfard, ero pronta per andare al teatro, quando mi venne recata la sua risposta. «Tremavo di speranza nell'aprirla. Tutte le espansioni della mia lettera mi si affacciarono al pensiero, reclamando in ricambio una parola appassionata. «Ahi! fu ancora una delusione. La passione è muta in quell'anima; in essa la virtù, la generosità non sono uno slancio di sentimento, ma unicamente un portato della riflessione, la fredda idea del dovere. «Vi trascrivo qui la sua lettera: giudicatene. «Cara Fulvia, «Mi fa molto piacere il vostro successo--del resto io non ne aveva mai dubitato;--voi farete una bella carriera; me ne congratulo sinceramente. «Ho veduto i giudizî dei critici sul vostro -debutto-. Sono tutti lusinghieri per voi, ed anche per me, credetelo, sebbene voi vi esageriate fuor di misura la poca parte ch'io ebbi nella vostra educazione musicale. «Tenete conto dell'appunto che vi fece il critico della -Perseveranza-. È vero; voi abusate delle note basse, e le forzate. È una risorsa delle artiste a cui il tempo e le fatiche hanno guastato le note di mezzo. Ma voi non avete lacune nella vostra scala, e dovete assolutamente correggere codesto difetto. Appena vi fermerete un poco a Torino, ci lavoreremo insieme. «La scrittura che vi fu proposta è buona. Il teatro di Reggio d'Emilia, nella stagione di primavera, è un teatro importante. Transigete sugli interessi pur di combinare codesto affare che può esservi molto utile. La tessitura dell'-Africana- va benissimo per la vostra voce, ed in pochi giorni potrete imparare la parte. «Mi dispiace all'anima di non poter esservi accanto per risparmiarvi codeste noie di contratti. Ma, voi lo sapete, sono schiavo del lavoro. Questo però non mi toglie dal pensare a voi. «Scrivetemi spesso, ed amatemi come vi ama, «-Il vostro- WELFARD HERBERT.» «La freddezza nordica di quella lettera mi strinse il cuore. Dacchè amavo Welfard, era la prima volta che mi allontanavo da lui; la prima volta che ci scambiavamo una lettera. Per me era un grande avvenimento; e gliel'avevo detto, come aspettassi con ansia la sua prima parola scritta, come la sua stessa calligrafia che m'era ignota m'inspirasse la palpitante curiosità d'una rivelazione. «Egli non accennava a nessuna di codeste emozioni; forse non le aveva trovate degne d'una risposta. L'unica parola d'affetto in tutta la sua lettera era una formola di saluto, un luogo comune. Forse una tedesca l'avrebbe trovata abbastanza espansiva. Ma io, nel mio caldo cuore italiano, me ne sentii delusa e quasi offesa. XVII. A questo punto delle confidenze di Fulvia, posai il manoscritto, e mi guardai intorno trasognato. Era l'anima sincera di Fulvia che traspariva in quelle confessioni, scevre egualmente di vanità e di falsa verecondia. Era la sua ingenua abitudine di dire la verità ad ogni costo, senza ostentare virtù trascendentali, riconoscendo i proprï torti; considerando le cose nella loro realtà. Sentivo che mi aveva aperto tutto quanto il suo cuore, che non aveva più segreti per me. Un sentimento nobile e puro, ed un debito di riconoscenza. Ecco tutto il suo passato. Ed il punto nero ch'io credevo trovarvi? Povera Fulvia! L'avevo commiserata come una colpevole, ed era pura come un lembo di cielo. Povera, povera Fulvia! Il sole irradiava la camera avvolgendo gaiamente il mio letto in un'onda di calore e di luce. Il mio cuore era lieto. Mi vestii canticchiando, e sorrisi al sole che rinasceva più bello e più ardente dopo la oscurità della notte, come il mio amore dopo il gelo del sospetto. Lo dissi:--io non so amare che a sbalzi. Ma non potevo comprendere che quella freddezza fosse stata solamente in me. Mi pareva che fossimo stati moralmente disgiunti, ed ora ci riunissimo; sentivo il bisogno di essere assicurato ch'ella mi amava ancora. Ella, che me l'aveva detto la sera innanzi, ella che aveva scritto tutta la notte per me! Balzai in piedi, mi vestii in furia, uscii correndo, e non mi fermai che sulle scale dell'Albergo Milano, dove tre camerieri m'inseguirono e m'arrestarono come un ladro, per dirmi: --Il numero 17 è uscito! Il numero 17 era Fulvia! Briganti! Li respinsi come tre creditori, e ripresi a salire dicendo: --Aspetterò la signora Zorra. Ma anzichè comprendere la mia lezione uno di essi staccò la chiave dal quadro, e mi precedette gridando a' suoi compagni, a' suoi complici: --Quando torna il numero 17 direte che c'è gente in camera ad aspettarla. Entrai ardito e solo in quella camera, in quel santuario, dove il mio amore aveva bamboleggiato come un fanciullo, sognato come un poeta, sperato come un credente, sofferto come un martire. Mi stesi nella poltrona di Fulvia, e volli adattare la mia persona in quella specie di nicchia che serbava l'impronta della sua. Ma la mia testa troneggiava fuor dalla sponda, e se volevo abbassarla al posto della sua testa, le ginocchia protendevano un metro lontano dal sedile. Pensavo al profeta Elia che per risuscitare i fanciulli morti si stendeva sui loro corpicini, le mani sulle mani, i piedi sui piedi, la bocca sulla bocca, ed invocai la fede che fa muovere i monti, per rinnovare quel miracolo, e rannicchiarmi nell'impronta di Fulvia sulla sua poltrona. Ma la fede non venne, nè il miracolo. Allora mi alzai, girai per la stanza esaminando ogni cosa. Pensai a Saint-Preux nella stanza di Giulia. Sopra una sedia nell'alcova erano alcuni oggetti di vestiario; alzai la cortina, stesi la mano per rinnovare le follìe dell'amante della -Nouvelle Héloïse-. Ma in mezzo alle tempeste della mia vita, in cui non mancano avventure, serbai sempre in me qualche cosa di ingenuo, una specie di culto sentimentale dinanzi al pudore d'una donna. E questo sentimento delicato mi fece ritirar la mano. Indagare le forme d'una giovane amata nelle pieghe del suo busto! Quel Saint-Preux era indiscreto e brutale. E lasciai ricadere la cortina dell'alcova, e tornai a sedermi nella poltrona di Fulvia, rassegnato ad occuparvi maggior spazio di lei. Poco dopo l'uscio si aperse ed entrò Fulvia, che al vedermi, emise un -Oh!- de' più felici che sia mai suonato tra labbra umane. Non aveva scontrato nessun cameriere, e la mia presenza in casa sua le riesciva inaspettata. Corse a me, e mi disse: --Come sono felice di trovarvi qui. Com'è bello! Peccato che non possiamo essere che amici. Eravamo fatti per comprenderci. Queste spensieratezze mi piacciono tanto. Se Welfard avesse saputo farmi una sola di queste sorprese... Ma egli avrebbe temuto di compromettermi, avrebbe pensato a quel che direbbe la gente, ai commenti dei servitori, poi avrebbe consultato il galateo, e non ne avrebbe fatto nulla. Egli pensa a tutte le cose del mondo invece di pensare ad amarmi. --Ed io non penso che a questo, le risposi. E sono imprudente. --O siatelo, esclamò, siatelo sempre, Max. La prudenza è lo spegnitoio d'ogni slancio giovanile. Non mi parlate di prudenza. Io l'abborrisco. E non finiva d'ammirarmi per quella grande impresa d'essere stato ad aspettarla in casa sua. Sotto l'impressione del tedio e del disinganno che le avevano procurato le fredde circospezioni del suo fidanzato, non vedeva nulla di più bello che un po' di audacia. A' suoi occhi era un eroismo quella sfida lanciata alla società; ed ella pure si faceva una gloria di esporsi francamente alle calunnie con apparenze accusatrici. L'amore aveva tanto osservato, compulsato, ragionato intorno a lei, che si era fatto uggioso come un vecchio pedante; ed ella sentiva il bisogno di rimettergli la benda tradizionale, di restituirgli le sue ali svolazzanti, la sua giovanile cecità. Era un errore, povera donna; ma e l'altro? Tutti gli eccessi conducono all'errore. Le domandai dov'era stata. --Oh mio Dio; non mi ci fate pensare Max. Sono stata all'agenzia a firmare la scrittura per Reggio di Emilia. Parto domani. Il mio amore, che si stava addormentando dinanzi alla sua facile ammirazione, alla sicurezza del suo affetto, si ridestò d'un tratto a quell'annuncio. Separarci, perderla, vedere lo spazio frapporsi come ostacolo tra noi; tuttociò riponeva Fulvia nel novero della aspirazioni, ne rifaceva un frutto proibito; e come tale sentii d'adorarla, mi afflissi della sua partenza, cercai di oppormivi, di protrarla. Ed il suo povero cuore di donna, già addolorato da quella separazione, si abbandonò al suo dolore, e pianse. Io cercai di consolarla; ma le mie parole quanto più erano affettuose, tanto più aumentavano la sua commozione, le sue lagrime. Ed il suo pianto diveniva angoscioso e convulso. Allora mi allontanai per lasciarla calmarsi, ed andai a sedermi al pianoforte. C'erano due sgabelli rimasti dal mattino quando forse si era suonato a quattro mani. Io mi sedetti dalla parte dei bassi, e curvandomi con molto disagio suonai la sinfonia del -Freyschütz;- poi l'aria del tenore nel primo atto: -L'onda, il colle, il prato, il bosco.- I singulti di Fulvia s'erano allentati man mano. Mi voltai. Ella stava guardandomi col mento appoggiato alle mani incrociate; era accesa in volto ed aveva gli occhi gonfi. Mi baciai una mano poi vi soffiai sopra per mandarle il bacio. Ella volle sorridermi, ma le lagrime tornarono ad empirle gli occhi. Allora le dissi: --Cantate, Fulvia; venite a cantare. Ella si alzò asciugandosi gli occhi, e, con voce ancora piangente, mi disse, allontanando l'altro sgabello: --Tiratevi in mezzo. -Siete seduto a quattro mani-. Io risi e mi divertii di quello scherzo come del più felice motto di cui possa gloriarsi il -Pompiere-, e riescii a far ridere anche Fulvia, che, come tutte le persone nervose, non era mai tanto facile a ridere come quando aveva pianto. Allora intuonai la grande aria di Agata: -Perchè non giunge il sonno-. E Fulvia la cantò divinamente, passando dal lagno increscioso alla dolcezza della preghiera, poi al terrore passionato, alla supplichevole invocazione di pace, ed alla calma serena di un'anima che ha pregato e spera. Ma quando fu alla stretta: -O dolce mia speranza, o dì beato-, non volle assolutamente cantarla, disse che era un'ironia, che quel giorno era troppo doloroso per lei, e dovetti rinunciarvi. Stavo ancora seduto al pianoforte quando venne recato a Fulvia un biglietto d'una signora a cui io stesso l'avevo presentata, che la invitava a pranzare seco, ed aggiungeva che vi sarei anch'io, perchè mi aveva scritto in proposito. Riservandomi a ricevere quel biglietto al mio ritorno a casa, insistetti presso Fulvia perchè accettasse, promettendole di accompagnarla e poi ricondurla a casa e passare tutta la sera con lei, e tutte le ore del domani. Ella dunque accettò. Poco dopo giunse Giorgio, e rimase con noi sino all'ora del pranzo. Allora uscimmo insieme, e Giorgio ci accompagnò sino in via Torino alla casa dove eravamo invitati. Fulvia ci aveva domandato un momento di libertà, di cui io avevo profittato per correre a casa a cangiar abito, ed al mio ritorno l'avevo trovata in una elegante toletta verde cupo, con un gran collare alla Medici ed un ramo d'edera nei capelli. Quella tinta cupa s'adattava benissimo al suo colore olivastro e pallido; ed il collare altissimo correggeva la linea un po' aspra del suo collo eccessivamente lungo. Fulvia non era bella. Non so che cos'avesse di attraente. Era forse il suo occhio innamorato o l'infinita dolcezza che spirava da tutto il suo volto, e specialmente dalla sua bocca? O era la sua voce bellissima, la seduzione possente del canto? No; questo posso affermarlo; l'ammiravo come artista, ma l'amavo come donna. Se non -avesse cantato-, l'avrei amata egualmente, e chi sa? Forse l'avrei amata meglio. Era il suo carattere leale fino all'ingenuità, appassionato fino all'esaltazione; erano i suoi modi; era l'originalità del suo spirito; e, più che tutto, era «amor, che a nullo amato amar perdona» il quale mi faceva sentire l'influenza della simpatia che inspiravo. Tuttavia vestita così, Fulvia era una bella signora; ed io ne fui glorioso ed innamorato; e mi sentivo tanto felice d'amarla, e tanto afflitto di poterla amare soltanto idealmente sotto il titolo di amica, che in quella casa di freddi conoscenti non trovavo parole per sostenere la conversazione. Fulvia pure era preoccupata e non parlava che a sbalzi, per dir qualche cosa di strano alla sua maniera, poi tornava ad ammutolire per lungo intervallo. Si discorreva di un padre di famiglia ch'era morto improvvisamente in principio di carriera, lasciando la moglie e due figli in gravi imbarazzi. --Pover'uomo, esclamò Fulvia; «non potrà sentire la Messa funebre di Verdi.» I nostri ospiti erano una famiglia di formalisti, dalle virtù e dai sentimenti di parata. Si guardarono l'un l'altro inorriditi. Fulvia non se ne avvide. E ricadde nelle sue preoccupazioni. Allora io volli parlare, scherzare, far dello spirito, per divergere i pensieri di quei pedanti dalla parola avventata di Fulvia. E, per eccitarmi ad un brio fittizio, mi diedi a bere un bicchiere sull'altro; e tosto mi sentii animato fino all'esaltazione, ed accaparrai io solo tutta l'attenzione della compagnia. Io, del resto, conoscevo perfettamente il cuore di Fulvia; e sapevo che lo scetticismo, che un abuso di spirito le poneva sulle labbra, non era nel suo interno. Sul finire della serata proposi una colletta a beneficio della famiglia del disgraziato che era morto prima di sentire la Messa di Verdi, che stava per essere compiuta ed eseguita a giorni. La proposta fu accolta freddissimamente dalla compagnia; ma io non mostrai d'accorgermene e raccolsi le magre offerte in un portasigari giapponese. Quando se ne fece lo spoglio vi si trovarono 520 lire. Un biglietto giallo, e venti lire in ispiccioli. Il biglietto giallo attirò tutti gli sguardi. I convitati si conoscevano troppo bene tra loro, per sospettarsi a vicenda capaci d'una simile prodigalità. Ma nessuno neppure ne avrebbe creduta capace la spensierata giovane, che non aveva trovato una parola sentimentale per quella sventura. Tutti gli occhi si volgevano verso di me con una specie di commiserevole ammirazione quasi a dire: --È generoso, ma è un capo scarico; finirà male. Io avevo veduto quella mattina stessa in mano a Fulvia tre biglietti da L. 500 che aveva ricevuti dall'impresario;--il primo quartale anticipato della sua modesta scrittura da esordiente;--e sapevo bene da che parte venisse l'offerta sardanapalesca. Lasciai che la convinzione della mia generosità mettesse radice per bene in tutti gli spiriti, e poi traendo lentamente il mio portafogli dissi: --Manca ancora il mio obolo. E ne tolsi 20 lire che posai magnificamente sul vassoio. Allora vidi tutti i visi volgersi più allungati che mai verso Fulvia, e sentii entrare in me la persuasione che quella gente, non potendo più dirla senza cuore, la diceva senza testa. Erano già le nove. Per toglierla a quell'inquisizione malintenzionata proposi a Fulvia di ritirarsi; ed uscimmo. Lungo la strada parlammo poco. Io ero spossato dallo sforzo fatto per sostenere la conversazione. Ella pensava alla sua partenza ed era triste. Quando fummo a casa ci sedemmo come al solito ai due lati della tavola. Ma il vino bevuto mi era salito al capo; e senza esserne ancora precisamente esaltato, ne avevo le idee intorpidite e l'occhio stanco. Non sapevo più parlare. Ogni volta che aprivo la bocca dicevo: --Mi amate, Fulvia? La prima volta mi rispose con espansione: «Sì, mi amava, e malgrado che non potessi essere che un amico per lei, sentiva che nessuno le era più caro di me, neppure Welfard.» E mi stringeva la mano, e mi guardava quasi aspettando ch'io le dicessi parole altrettanto affettuose. Io volli farlo, apersi la bocca e dissi: --Mi amate, Fulvia? Questa volta ella mi rispose soltanto: --Perchè lo domandate? Non lo sapete abbastanza? Ed io pensai che infatti lo sapevo, che ne ero certo; e che ero soltanto molto infelice del suo impegno con quel -soldatino di piombo-, e della sua partenza. E volli esprimerle tutto ciò; e la fissai languidamente e le dissi: --Mi amate, Fulvia? Ella mi guardò meravigliata, e mi strinse la mano senza rispondermi. Aveva ragione di non rispondermi. Ero sciocco; non sapevo dir altro; cominciavo ad accorgermi d'essere monotono. Pensai tante buone cose da dirle; sognai di seguirla a Reggio, di vederla andare in iscena, e poi di proporle di fuggire con me in un piccolo casino svizzero lontano lontano, che mi pareva di vedere, e che era fatto come una pagoda chinese. E poi eravamo già fuggiti. Eravamo già là insieme nella pagoda, seduti in terra colle gambe incrociate bevendo il thè, ed io le domandavo con trasporto: --Mi amate, Fulvia? Ma anzichè udirmi rispondere qualche dolce parola, sentii una mano irritata strapparmi la tazza di thè, gettarmi fuori dalla pagoda, ed una voce ironica, senza note di petto, dirmi all'orecchio: --Destatevi. Come siete brutto quando dormite! Apersi gli occhi trasognato. Avevo dormito come uno sciocco nella famosa poltrona di Fulvia. E quel ch'è peggio avevo -dormito brutto-. Mi parve di vedere Giorgio danzare un valzer vertiginoso nella camera; balzai in piedi spaventato, e questa volta non più per divagazione d'ebbrezza, ma con profondo terrore domandai: --Mi amate, Fulvia? --No; mi rispose. Non vi amo più. -Quest'orrenda notizia vi dò.- E voltandomi le spalle andò a sedersi al pianoforte e suonò tutto quello che potè pescare di più tedesco nel suo repertorio musicale. La tempesta di Rubinstein, il rondò dell'Oberon, il duetto del secondo atto del Lohengrïn. Per protezione speciale di santa Cecilia non mi addormentai di nuovo. Stetti sopportando pazientemente quel supplizio acustico, e poi andandole dietro la sedia e togliendole le mani dalla tastiera le susurrai: --Ora basta di germanizzare, Fulvia. Siamo un poco italiani. --No, mi rispose senza voltarsi. Non vi amo più. Io me le inginocchiai accanto per poterla guardare negli occhi, e le dissi: --Davvero? Ripetetelo. --Sì, lo ripeto, -non vi amo più-. Macbeth ha ucciso il sonno, ed il -vostro- sonno ha ucciso il -mio amore-. --Che bisticcio! esclamai figgendo sempre più i miei occhi ne' suoi e tenendole strette le mani. Siate sincera, Fulvia. Non fate dello spirito, non fate eccentricità. Siate un poco voi stessa. È vero che non mi amate più? Che una posa inelegante nel sonno ha potuto distruggere tutto il vostro amore? Dite, Fulvia, non mi amate più? Ella arrossì, abbassò gli occhi e rispose: --È vile, ma lo confesso. Vi amo ancora, malgrado tutto. XVIII. Il giorno dopo andai a prendere Fulvia per accompagnarla allo scalo. Sapevo che altri ammiratori sarebbero stati pronti all'ora della partenza per accompagnarla anch'essi. E, per evitare d'averli in carrozza in quegli ultimi momenti, uscii io stesso per ordinare ad un fiaccherajo di venirci a prendere. Gli diedi uno scudo di mancia, e gli ordinai di prendere il suo -brougham- più stretto, e di levarne la panchetta dinanzi. Quando vennero ad avvertirci che la carrozza ci aspettava, scendemmo tutti; ma, naturalmente, a nostro grande rincrescimento, soltanto Fulvia ed io potemmo capire nell'angusto veicolo. Dissi agli amici che ci raggiungessero alla stazione, e via!... Mancava un'ora alla partenza. In quell'ora di corsa Fulvia non fece che piangere. Io le promisi di raggiungerla il giorno dopo a Reggio. Nulla mi sorrideva di più che quella scappata. Correrle dietro segretamente, rivederla con mistero dopo averla tanto veduta ed accompagnata ostensibilmente. Tutto ciò aveva una tinta d'amore che mi agitava e mi faceva prevedere la fine di quell'assurda commedia di platonismo e d'amicizia, dietro la quale tenevamo malamente inceppati i nostri veri sentimenti, le nostre vere aspirazioni, la nostra doppia libertà. Fulvia seppe riprendere il suo piglio franco ed un po' mefistofelico nel salutarmi allo scalo alla presenza di Giorgio; ma dietro le sue parole acremente scherzose, io sentivo sgocciolare le lagrime che le ricadevano sul cuore. Ella doveva arrivare a Reggio la stessa sera; ed io dovevo raggiungerla la mattina seguente colla prima corsa. Come lo feci? Come tenni la mia promessa? Sento che non avrei bel gioco narrando io stesso le mie gesta da questo punto innanzi. Più tardi, molto più tardi, il caso mi pose tra le mani il giornale di Fulvia. Se qualcuno può dare un giudizio vero, equo, delle azioni d'un uomo e de' suoi sentimenti, è la donna che lo ama. Io lascerò dunque che d'ora innanzi il lettore mi giudichi traverso le opinioni di lei, dietro il suo esame psicologico. Essa mi scruta l'anima, mette spesso a nudo i miei pensieri un po' egoistici, il mio cuore arido; ma, sommato tutto, nel suo esame vi sarà sempre più indulgenza per me che non ne sento in me stesso. XIX. GIORNALE DI FULVIA. «La mia partenza da Milano m'aveva addolorata meno ch'io non m'aspettassi. La speranza, la grande consolatrice, la grande menzognera, mi faceva prevedere giorni più belli. Massimo sarebbe venuto a Reggio; l'avrei veduto solo, misteriosamente; non l'avrei presentato a nessuno dei nuovi conoscenti che la mia vita artistica m'avrebbe imposti; e di codesti avrei procurato di accoglierne il meno possibile, e soltanto in teatro; e l'accesso alla mia casa l'avrei riservato a lui, a lui solo. «Così, staccandomi da lui, e dalle care memorie di quel breve passato, io non volgevo lo sguardo indietro, ma innanzi a me; non correvo lontano da lui, ma incontro a lui, e mi pareva che il fischio della macchina irridesse alla società che mi compiangeva, o godeva forse di vedermi infelice pel termine d'una passione esaurita, mentre io, felice e pura, vedevo azzurreggiare all'orizzonte le dolcezze d'un sentimento caldo ed inebriante come l'amore, casto come l'amicizia. «L'idea di scindere il mio impegno con Gualfardo, nè di fargli il menomo torto, non entrava nel mio cuore. E se la mia coscienza delicata mi rimproverava di sentire troppo vivamente la superiorità di Max, di pensare con troppa dolcezza con che impeto egli mi amava, e con che nobile slancio mi aveva offerto di farmi sua, tosto mi trovavo giustificata dal pensiero di aver respinto quella proposta che era per me tutto un avvenire di felicità. Avevo fatto il mio dovere; che si poteva pretendere di più? «Giunsi a Reggio a tarda sera. La mattina seguente, appena alzata, mandai a prevenire l'impresario del mio arrivo. Alle undici egli arrivava da me. Dovevo andar in iscena fra sei giorni. Concertammo tutto per le prove al pianoforte e le prove d'orchestra, ed a misura ch'egli mi fissava le ore che dovevo consacrare al teatro, io compulsavo quante me ne rimarrebbero da dedicare a Max. «Quando l'impresario mi lasciò, l'omnibus dell'albergo usciva dal cortile per andar a prendere i viaggiatori allo scalo. Mancavano cinque minuti all'arrivo del traino. Rimasi alla finestra da cui non vedevo che il cortile, ed alcuni staffieri che pulivano delle carrozze. Il cuore mi batteva così forte, che sentivo di comprimerlo stando appoggiata al davanzale; e pensavo come mai quegli staffieri potessero occuparsi di quelle carrozze, e quei forestieri, che vedevo per entro la finestra della sala terrena, potessero mangiare tranquillamente, col cuore sussultante a quel modo. Mi pareva che tutti i cuori dovessero sussultare. «Finalmente udii ruotare una carrozza in lontananza. «È l'omnibus, pensai. E corsi alla porta, e scesi una scala a precipizio. Al primo piano scontrai un cameriere che mi guardò meravigliato perchè non avevo cappello. Poi, come risovvenendosi d'una causa che avrebbe potuto farmi scendere così, mi chiese: «--Scende a colazione? La sala è a pian terreno, a destra. «Io arrossii di quella mia espansione come d'una volgarità; tanto le convenienze finiscono per imporsi anche agli animi più appassionati. «Rimasi un momento immobile senza poter profferire una parola. Sentivo il veicolo passare dinanzi alla porta dell'albergo, e tirar via senza fermarsi; non era l'omnibus. Il cameriere tornò a dire: «--Desidera scendere a colazione? «Dovevo pur giustificare quella corsa precipitosa giù dalle scale. Mi rassegnai e scesi in sala da pranzo. Di là non vedevo in corte. Udii entrar l'omnibus, senza poter guardare chi ci fosse. Il servizio delle tavole fu rallentato un momento; segno che i camerieri erano occupati fuori a ricevere i forestieri. Dunque c'erano dei forestieri. Chi sa? «Quando venne il cameriere domandai: «--È giunta la posta? Non osavo prendere l'argomento di fronte. «--Sissignora; è giunta, ma per lei non c'è nulla. «Il cuore mi battè più forte. Non aveva scritto; doveva esser venuto. «--Nessuno ha domandato di me? chiesi guardando nel mio piatto. «--Nessuno, signora. «Non mi restava altro da domandare. Eppure Max avrebbe dovuto cercare di me appena giunto: accertarsi se ero là, in quell'albergo. Ma no; lo sapeva. Eravamo d'accordo di trovarci là, all'-Hôtel Royal-, egli stesso me ne aveva dato l'indirizzo. «Forse aveva voluto rassettarsi un poco. «Farà toletta, poi verrà a vedermi in camera. «E dietro questo pensiero sentii una smania febbrile di trovarmi nella mia stanza. «Il cameriere, che mi portava un nuovo piatto, mi parve un cospiratore che macchinasse di trattenermi là con quell'esca volgare per farmi perdere quell'occasione di riveder Max. Tagliai un pezzo di -gigot- coll'aria d'un principe che sa di aver dinanzi una vivanda avvelenata, lo posi sul mio piatto, e porsi il piatto stesso ad un grosso gatto bigio, che mi rimproverava sordamente la mia ghiottoneria. Poi alzandomi come una regina offesa che ha sventato una congiura, mi avviai alla mia camera. «La porta accanto alla mia era aperta. E nella notte precedente e nella mattina, quella camera non era abitata. Vi avevano dunque installato un forestiere giunto allora con quella corsa mattinale. E mi pareva che da quell'apertura spalancata uscisse una luce color di rosa; e sentivo che là dentro era la felicità. Dall'uscio della mia stanza potevo veder entro la stanza vicina; ma l'imposta della porta aperta me ne mascherava una parte. Non vedevo il letto. «Fui lenta ad introdurre la chiave ed a girarla nell'aprire il mio uscio, per spingere l'occhio indiscreto in quella camera misteriosa. Non vi si vedeva alcuno; ma sopra una tavola accanto al balcone stava un pastrano di mezza stagione, di panno bigio. Io conoscevo quella tinta. Era il soprabito di Max. Dacchè lo conoscevo glielo avevo sempre veduto sul braccio, sebbene non lo calzasse mai. Max era dunque venuto. Era là accanto a me. Doveva essere nella parte della camera nascosta dalla porta. Mi pareva vederlo. Feci un po' di rumore colla chiave della mia camera, ed aspettai fingendo di non poter aprire. Ma nessun movimento si fece udire nella stanza di Max. «--S'è alzato prestissimo per partire, ed appena giunto si sarà addormentato, dissi tra me. Conoscendo il suo carattere irrequieto, le sue abitudini turbolente, non potevo spiegare altrimenti quel silenzio nella sua camera. Lasciai il mio cuore, i miei pensieri, la mia anima nella penombra misteriosa di quella porta, ed entrai finalmente nella mia stanza. «Non potei occuparmi di nulla. Per me aspettare è sempre stata una così grande e laboriosa occupazione, che non mi fu mai possibile di far qualche altra cosa mentre aspetto una persona o un avvenimento importante. Sedetti sulla punta d'una sedia, nell'atto precario di chi sta per slanciarsi incontro a qualcheduno, ed aspettai. Non potevo nemmeno pensar nulla. Sul camino stava un orologiaccio di bronzo dorato, tutto giallo e lucido che pungeva gli occhi; ed io seguivo affannosamente il battito del suo pendolo col pensiero, ripetendo senza posa «verrà, non verrà; verrà, non verrà, ecc.» Il pendolo diceva quelle parole ed il mio pensiero era forzato a ripeterle meccanicamente come se fosse montato col pendolo. Mezz'ora dopo stavo ancora nella stessa posizione; ma mi sarebbe stato impossibile di udire qualsiasi rumore nella stanza vicina, tanto mi fischiavano gli orecchi, e mi assordava il sussultar violento del mio cuore, ripercosso alla laringe ed alle tempia. Non potevo più tollerare quell'incertezza. Pensai di mettermi a suonar il pianoforte ed a vocalizzare per isvegliare Max. Ma le mani mi tremavano convulse, e la voce poi! M'attaccai al cordone del campanello, e suonai come se avesse preso fuoco alla stanza. Non avevo che questo pensiero: -svegliarlo!- Così quando un servo ed una cameriera accorsero spaventati per vedere che cosa accadesse, fui sul punto di gridare: È svegliato? Per buona sorte l'abitudine della società ci muta la natura e ci governa. Non lo feci, sebbene non potessi rendermi conto razionalmente di quel doveroso riserbo. Feci più: quei volti spaventati mi avvertirono della violenza con cui avevo chiamato, e l'istinto di coprire il mio sentimento mi suggerì questa parola: «--Un sorcio! ho veduto un sorcio! «La cosa mi giustificava completamente. Nessun codice a questo mondo può esigere che una donna conservi il suo sangue freddo dinanzi a un sorcio. La cameriera, meno riguardosa di me, perdette ogni contegno al solo nome dell'inoffensivo animale e si pose a strillare come una pazza. Tutti i forestieri si affacciarono alle loro porte, tutti si diedero a cercare eroicamente quel sorcio di fantasia. Anche il nuovo arrivato dal pastrano bigio uscì nel corridoio. Non era Max. XX. «La mattina seguente aspettavo ancora. Ed ancora passò l'ora degli arrivi senza che alcuno bussasse alla mia porta. C'era lettera almeno per me? Non osavo domandare. Mi pareva che persino i camerieri dovessero leggermi in volto l'ansietà del cuore, e comprendere che soffrivo un'amara delusione; nel loro linguaggio brutale, -una canzonatura-. «Ed intanto poteva essere che la lettera ci fosse laggiù nella tavola, e che nessuno pensasse a portarla. Mio Dio! come farli ricordare di me? Ah! uscirò. «Detto fatto. Misi cappello e cappotto e scesi le scale lentamente, senza sapere dove andassi. Nel passare dinanzi all'ufficio sentii gridarmi: «--Signora, scusi; una lettera per lei. «Ebbi un sussulto che mi scosse dalla testa ai piedi. Mi sentii divenire fredda. Era una lettera grossa, ed era di Max. «Non saprei dire come nè quando avessi veduta la sua scrittura, ma la riconobbi. «Rimasi là due minuti paralizzata con quella lettera in mano. Assolutamente non potevo avventurarmi per la strada con quella curiosità nell'anima. C'era da cadere in apoplessia. E neppure potevo tornare indietro dopo essermi avviata con quella sicurezza come se un grande affare m'aspettasse fuori. È impossibile dire fino a che sottigliezze arriva in una donna il pudore del sentimento. Ma uno dei suoi istinti principali è di dissimulare agli estranei l'interesse che inspira una lettera. «Mi venne un'idea, e la colsi al volo come una ispirazione di cielo. «Mi avviai direttamente alla sala da pranzo, quasi che quella e non altra fosse stata la mia meta. «--Fa colazione? mi chiese il cameriere. «--Sì. «--Cosa prende? Caffè e panna? «--Sì.--Mi sarebbe stato impossibile dir altro. Poi pensai che non volevo esser interrotta dal servizio mentre leggerei la mia lettera, ed aggiunsi: «--Subito. «Appena seduta ero servita. Apersi quella busta, stesi il foglio dinanzi a me appoggiato alla bottiglia dell'acqua, presi da una mano la molletta, dall'altra la zuccheriera... e lessi: --«-Mia cara Fulvia-, --«Voi mi chiamavate -filosofo-, forse collo stesso significato con cui i Greci chiamavano Eumenidi le bruttissime furie. Ebbene; io vi darò in iscritto un saggio di quella filosofia che non ho saputo mostrarvi conversando con voi, dovessi pure con questo provocare gli scongiuri della bella maga che ha evocato il mio non so se buono o cattivo spirito filosofico. --«Nell'ora stessa in cui vi vidi partire giurai di non raggiungervi a Reggio; e manterrò il proponimento per quanto mi costi il mancare alla parola data, e rinunciare alla profonda soavità de' vostri sguardi. --«E sapete perchè? --«Perchè nell'ora amara della partenza, sentii che nel nostro amore neonato, era davvero per me il germe di una passione pazza, violenta, infelice come tutte le mie passioni. Questa scoperta tirò dietro a sè delle considerazioni in gran parte analoghe a quelle che voi facevate sulla nostra relazione, che venne troppo tardi; sulla sua natura, che è falsa perchè in realtà è amore, e noi gli facciamo violenza per camuffarlo nell'abito austero dell'amicizia; sopra i suoi ostacoli, che si riassumono tutti in uno solo: il vostro fidanzato. E le conclusioni che trassi furono per me d'uno sconfortante che non potrei esprimervi a parole. --«Sapete, Fulvia, che io non posso nè amare, nè possedere a metà! Vi dissi che un altro amore mi aveva dominato in cuore avanti ch'io vi conoscessi. Ebbene, allora io rasentai il manicomio tormentandomi notte e giorno coll'idea fissa che un altro uomo aveva l'intimità della mia donna. Nè giovava farmi riflettere che quell'altro uomo era suo marito. --«E nel caso vostro, Fulvia, credete che potrei più facilmente rassegnarmi? --«Stando così le cose nostre, sento che mi è necessario evitare di convertire in passione ardente, l'affetto che m'avete inspirato. Ma la passione verrebbe senza dubbio, la sento montare come un fiotto dal fondo del mio cuore. --«Mi conosco, Fulvia; anche qualche colloquio; anche l'amarezza d'una partenza e non sarei più padrone di me. Se io venissi a Reggio, sareste voi disposta a rompere ogni altro impegno, a vincolarvi con me, ad esser mia, ed a seguirmi a Milano, o a lasciare che io vi segua sempre e dovunque? --«Mi avete già risposto di no... Ecco la mia filosofia. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000