procurarmene una collezione.
«Gli domandai s'era anche del suo balcone.
«--Sì, era una pianta giovinetta e tutta in fiore. Aveva qualche cosa
che mi somigliava. Egli la chiamava la vaniglia di Fulvia. Credeva di
vedermi guardandola; nel togliere quel fiore gli era sembrato di farmi
male e di sentirmi piangere....
«--Che tenerezza! esclamai volendo mostrare del sarcasmo.
«--Ebbene, riprese, si meraviglia della mia tenerezza? Ora non crede
più ch'io non abbia cuore; si ricordi che mi ha detto di no, che non
lo crede più.
«Io sorridevo senza rispondere e mi sentivo tutta accesa in volto.
Egli mi prese lentamente una mano e soggiunse:
«--Ora lo sa, nevvero, che ho un cuore?
«--Ero tutta commossa da quella prima stretta di mano. Lo guardai.
Egli era bello in quel momento; ed il suo volto animato non aveva più
nulla della freddezza abituale. Abbassai il capo, e non dissi nulla;
ma avevo accennato di sì.
«--Ed un cuore capace d'amare..., continuò egli alzandosi dal piano e
baciandomi lievemente la fronte senza abbandonar la mia mano.
«Io feci un altro cenno come il primo.
«--E lei non mi vuol anche un po' di bene? Non pensa un poco a me?
«Terzo cenno come sopra.
«Ero timidissima e quella scena che non mi dispiaceva punto, mi
confondeva. Tuttavia era ben vero ch'io lo credeva innamorato, e lo
amavo. Non mi sarebbe stato possibile di negarlo.
«D'allora appena poteva esser solo un momento con me, mi prendeva la
mano e mi dava un bacio. A poco a poco codesto finì per diventare
un'abitudine. Ma una dolce, dolce abitudine di cui mi sentivo lieta e
tranquilla.
«Così passarono gli ultimi tre anni ch'io rimasi in collegio. Ci
eravamo promessi di sposarci, quando la sua posizione sarebbe più
assicurata. Era una promessa vaga, che si perdeva in un avvenire
indefinito; ma io ne ero felice. Non avrei desiderato anticiparla.
Dovevo fare la carriera del teatro. Ed allora sarei libera di vederlo
sempre, di parlargli, di fare insieme delle passeggiate solitarie. Io
viaggerei sola; egli mi verrebbe a vedere sovente. Mi pareva d'essere
in una città ben lontana da Torino, applaudita dal pubblico,
circondata da ammiratori; e ad un tratto di veder lui, il mio bel
maestro tutto trafelato che avea percorsa una strada infinita per
vedermi un'ora, un'ora d'espansione.
«Tutto questo mi preoccupava la fantasia. Io sognava tutte le follìe
giovanili dell'amore, che allora la vigilanza continua della
direttrice rendeva impossibili.
«Quei tre anni passarono. Uscii di collegio. Dovevo studiare un anno
ancora prima di poter cantare in pubblico. Il babbo riprendendomi con
sè, dovette rimettere casa. Egli non aveva la menoma risorsa. Convenne
prendere un mobiglio a credenza, impegnandosi a pagarlo in un anno a
rate mensili.
«Codesto riduceva il suo stipendio ai minimi termini. Poi bisognò
pensare ad un corredo per me, che appunto per la carriera a cui
miravo, avevo d'uopo di farmi conoscere e di figurar bene.
«Dedotto tutto, ci rimaneva appena di che vivere economicamente. Per
sottrarre ancora da quella modesta entrata, già tanto assottigliata,
la spesa delle mie lezioni di musica, avrei dovuto condannare il mio
povero babbo e me ad infinite privazioni.
«Non so se avrei durato costantemente in quel proposito; però in quel
momento per parte mia mi vi sarei sobbarcata volentieri. Ma non potei
accogliere l'idea di imporre simili sacrifici al babbo. Decisi di
studiare da sola.
«Alle due, l'ora in cui soleva darmi lezione in collegio, il maestro
venne. Il babbo era all'ufficio. Eravamo soli. Egli mi salutò col
solito bacio, poi aperse il pianoforte, cattivo strumento da nolo, che
ai primi accordi lo fece rabbrividire.
«Io gli dissi, cercando dissimulare la difficoltà della dichiarazione
sotto una frase scherzosa:
«--Non vi atteggiate a maestro, Welfard; ora non siete più il mio
maestro.
«--Perchè no? Cosa sono ora?
«--Siete.... un amico....
«--Più che un amico, Fulvia; lo sapete. Ma codesto non toglie ch'io
sia anche il vostro maestro. Avete bisogno di studiare ancora, e
molto.
«--Studierò da sola.
«--Non basta. Ma perchè non volete più studiare con me? Il vostro
babbo non permette ch'io venga qui?
«Rimasi alquanto imbarazzata. Ma fu un momento. Io non ho mai compreso
la vergogna della povertà nè la gloria della ricchezza.
«Gli presi la mano, e conducendolo alla soglia di quel salotto che era
anche la camera da letto del babbo e dava accesso a due altre povere
camerette, gli dissi:
«--Guardate. Questo è tutto il nostro appartamento. Siamo poveri. Non
sapevate, quando mi diceste d'amarmi, che il babbo ed io eravamo
poveri? Ecco perchè non posso prender lezioni!
«Egli mi abbracciò teneramente. Era commosso. Mi condusse al
pianoforte e volle incominciare la lezione senz'altro. Io chiusi il
piano. Allora mi prese le mani nelle sue, e con atto supplichevole mi
disse:
«--Che pensate ora, Fulvia? Non sono il vostro fidanzato? Non ha da
essere un giorno tutto comune tra noi? Voi che siete una ragazza tanto
superiore, vi vergognereste d'accettare qualche lezione da me, perchè
non potete pagarle? Ma sapete che mi fate torto, che mi affliggete?
«Ero mortificata. Sentivo che nel suo caso avrei detto come lui. Mi
pareva davvero d'avergli fatto torto e dispiacere.
«Il denaro non ha mai avuto importanza per me. E quando egli riaperse
il piano, e traendomi accanto a sè, mi disse:--Via, cominciamo subito
subito la lezione, se volete che vi perdoni--io mi affrettai ad
obbedirlo, perchè sentivo di dovere una riparazione alla sua
delicatezza offesa.
«D'allora venne sempre a darmi lezione e non si parlò più di compenso.
Non era il mio fidanzato?
«Tutti gli spartiti che mi occorrevano, egli trovava per caso di
averli fra le sue carte. E molto spesso li aveva nuovi. Io mi
accorgevo di tutte queste gentilezze, e le accettavo con riconoscenza.
Ricusare quelle delicate premure mi sarebbe sembrato una sgarbatezza.
Veniva ogni giorno, si occupava di me parecchie ore di seguito;
attento, severo, instancabile, mi fece fare progressi insperati. Mi
procurò molte conoscenze nel mondo musicale, e quando mi credette
capace di figurar bene, combinò un concerto, sa Iddio con che fatiche,
con quante brighe, unicamente per farmivi avere una parte!
«Quella sera condusse seco l'impresario del Carcano che era a Torino,
me lo presentò, e risparmiandomi viaggi inutili, incertezze d'ogni
maniera, e sopratutto le presentazioni umilianti alle agenzie
teatrali, mi procurò una scrittura assai conveniente per una
esordiente.
«Tutto codesto, lo vedete, Massimo, è prova d'un nobile cuore; ed io
me gli sento legata per la vita.
«Ma tutti i sogni d'amore tempestoso che avevo vagheggiati quando ero
in collegio, non si realizzarono mai. Non mi accadde mai di vedere
Welfard irrompere in casa mia improvvisamente. Mai non mi propose di
uscire una sera con me, quando il babbo mi accompagnava a passeggio.
Mai non interruppe una lezione in un impeto d'affetto per stringermi
al suo cuore. Veniva ogni giorno alla stessa ora; mai un minuto prima.
Partiva ogni giorno alla stess'ora; mai un minuto dopo. Mai una parola
appassionata; mai un impeto di gelosia.
«Quante volte ne ho pianto in segreto, invocando con tutta l'anima un
amore caldo, passionato come quello ch'io mi sentivo nel cuore! Quante
volte, dopo aver divorato lungamente le mie lagrime, esse mi
sfuggirono dinanzi a lui! Allora, nell'angoscia che mi premeva, gli
rimproveravo la sua freddezza, l'indifferenza con cui mi vedeva
imprendere una carriera tanto piena di seduzioni.
«Avrei voluto che vi si opponesse, che mi facesse delle scene
violente, che mi tormentasse con sospetti ingiuriosi. Tutto ciò mi
avrebbe provato che era geloso, e però, che mi amava.
«Ed egli mi rispondeva con parole d'affetto, diceva che mi amava
immensamente, ma mi apprezzava altrettanto, ed aveva fiducia in me.
Per questo non era geloso. Che la sua passione non era meno grande per
esser meno espansiva; era il suo carattere così.
«Ed è vero, Max. Era il suo carattere così. Ed era quel carattere
freddo, che non rispondeva al mio, appassionato ed ardente, e mi
rendeva infelice.
«In termini legali, la causa della mia infelicità si chiamerebbe
appunto -incompatibilità di carattere.-
«E realmente credo che sia tale, perchè, se la freddezza di Welfard è
un tormento per me, lo scontento che io ne provo, la melanconia che me
ne risulta, le mie frequenti lagnanze, sono un tormento per lui. È
così che, amandoci sinceramente, ci rendiamo a vicenda infelici. Io
sono italiana come il nostro cielo; egli è tedesco come un soldatino
di piombo.
«Ero in questo stato d'animo quando partii da Torino per recarmi qui.
«Avevo sperato che Welfard mi accompagnerebbe per assistere al mio
-debutto-. Mi pareva impossibile che non avesse a prendere un
interesse vivissimo a quel passo tanto importante per me.
«Egli non ne parlò nemmanco. Quando gli proposi di venire, mi disse
che lo avrebbe desiderato, ma non ne aveva il tempo. Venne ad
accompagnarmi allo scalo, e quando entrai nella sala d'aspetto, mi
strinse la mano, mi fece un inchino e partì. Mi fermai alla porta e lo
seguii collo sguardo, sperando che si volgesse qualche volta per
vedermi e salutarmi ancora. Ma egli non pensava che al suo sigaro. Non
si voltò mai. Correva e fumava come una locomotiva!
«Il babbo, non meno occupato di lui, potè bene trovar due giorni per
accompagnarmi qui, installarmi, vedermi andare in iscena. Perchè non
avrebbe potuto ottener anche Welfard un permesso come il babbo? Quella
indifferenza mi fece male, salii in convoglio piangendo. Mi parve
d'essere amata a tempo perso, di non essere il primo, ma l'ultimo de'
suoi pensieri. Le considerazioni di tempo, di occupazioni, erano messe
innanzi a me. Tutti i doveri gli erano più sacri che il dovere
contratto con me di amarmi e di farmi felice.
«E pensavo: Se ora, che gli appartengo soltanto idealmente, è freddo
così, che sarà quando diverrò sua moglie, quando la certezza del
possesso m'avrà spogliata del prestigio d'un'aspirazione?
«Nondimeno, allorchè il successo mi riempì l'anima d'una gioia nuova
ed immensa, sentii che le nobili soddisfazioni dell'arte, e l'avvenire
che mi prometteva la mia carriera, erano tutto opera di Welfard, e si
ravvivò più che mai in me il senso di gratitudine infinita che mi
legava a lui.
«Gli scrissi a lungo quella notte istessa sotto l'impressione delle
nuove emozioni che mi agitavano; cercai di trasfondere la mia anima
nella sua, di riscaldarlo al fuoco del mio entusiasmo, della mia
passionata riconoscenza.
«Passarono otto lunghi giorni; ed in ciascuno di essi speravo una
lettera, e ciascuno mi recò una delusione.
«Ed intanto mi vedevo circondata da giovani vivaci, espansivi, che si
disputavano come una gloria il piacere di accompagnarmi; che
trascuravano i loro affari, le loro famiglie per me; che si rendevano
indiscreti, importuni a forza d'assiduità.
«Mi erano tutti indifferenti. Se tutti avevano le qualità che
mancavano a Welfard, nessuno aveva poi le virtù ch'egli possedeva. E
tuttavia ogni giorno, dopo aver sperato invano una lettera, ero
costretta a dire a me stessa: Oh perchè tutti questi esseri tanto
inferiori a lui sanno amar meglio? Perchè in lui solo Dio non ha
infuso il soffio della passione, che è la poesia della vita?
«Una sera, nove giorni dopo che avevo scritto a Welfard, ero pronta
per andare al teatro, quando mi venne recata la sua risposta.
«Tremavo di speranza nell'aprirla. Tutte le espansioni della mia
lettera mi si affacciarono al pensiero, reclamando in ricambio una
parola appassionata.
«Ahi! fu ancora una delusione. La passione è muta in quell'anima; in
essa la virtù, la generosità non sono uno slancio di sentimento, ma
unicamente un portato della riflessione, la fredda idea del dovere.
«Vi trascrivo qui la sua lettera: giudicatene.
«Cara Fulvia,
«Mi fa molto piacere il vostro successo--del resto io non ne aveva mai
dubitato;--voi farete una bella carriera; me ne congratulo
sinceramente.
«Ho veduto i giudizî dei critici sul vostro -debutto-. Sono tutti
lusinghieri per voi, ed anche per me, credetelo, sebbene voi vi
esageriate fuor di misura la poca parte ch'io ebbi nella vostra
educazione musicale.
«Tenete conto dell'appunto che vi fece il critico della
-Perseveranza-. È vero; voi abusate delle note basse, e le forzate. È
una risorsa delle artiste a cui il tempo e le fatiche hanno guastato
le note di mezzo. Ma voi non avete lacune nella vostra scala, e dovete
assolutamente correggere codesto difetto. Appena vi fermerete un poco
a Torino, ci lavoreremo insieme.
«La scrittura che vi fu proposta è buona. Il teatro di Reggio
d'Emilia, nella stagione di primavera, è un teatro importante.
Transigete sugli interessi pur di combinare codesto affare che può
esservi molto utile. La tessitura dell'-Africana- va benissimo per la
vostra voce, ed in pochi giorni potrete imparare la parte.
«Mi dispiace all'anima di non poter esservi accanto per risparmiarvi
codeste noie di contratti. Ma, voi lo sapete, sono schiavo del lavoro.
Questo però non mi toglie dal pensare a voi.
«Scrivetemi spesso, ed amatemi come vi ama,
«-Il vostro- WELFARD HERBERT.»
«La freddezza nordica di quella lettera mi strinse il cuore. Dacchè
amavo Welfard, era la prima volta che mi allontanavo da lui; la prima
volta che ci scambiavamo una lettera. Per me era un grande
avvenimento; e gliel'avevo detto, come aspettassi con ansia la sua
prima parola scritta, come la sua stessa calligrafia che m'era ignota
m'inspirasse la palpitante curiosità d'una rivelazione.
«Egli non accennava a nessuna di codeste emozioni; forse non le aveva
trovate degne d'una risposta. L'unica parola d'affetto in tutta la sua
lettera era una formola di saluto, un luogo comune. Forse una tedesca
l'avrebbe trovata abbastanza espansiva. Ma io, nel mio caldo cuore
italiano, me ne sentii delusa e quasi offesa.
XVII.
A questo punto delle confidenze di Fulvia, posai il manoscritto, e mi
guardai intorno trasognato.
Era l'anima sincera di Fulvia che traspariva in quelle confessioni,
scevre egualmente di vanità e di falsa verecondia. Era la sua ingenua
abitudine di dire la verità ad ogni costo, senza ostentare virtù
trascendentali, riconoscendo i proprï torti; considerando le cose
nella loro realtà.
Sentivo che mi aveva aperto tutto quanto il suo cuore, che non aveva
più segreti per me.
Un sentimento nobile e puro, ed un debito di riconoscenza. Ecco tutto
il suo passato.
Ed il punto nero ch'io credevo trovarvi?
Povera Fulvia! L'avevo commiserata come una colpevole, ed era pura
come un lembo di cielo. Povera, povera Fulvia!
Il sole irradiava la camera avvolgendo gaiamente il mio letto in
un'onda di calore e di luce. Il mio cuore era lieto. Mi vestii
canticchiando, e sorrisi al sole che rinasceva più bello e più ardente
dopo la oscurità della notte, come il mio amore dopo il gelo del
sospetto. Lo dissi:--io non so amare che a sbalzi.
Ma non potevo comprendere che quella freddezza fosse stata solamente
in me. Mi pareva che fossimo stati moralmente disgiunti, ed ora ci
riunissimo; sentivo il bisogno di essere assicurato ch'ella mi amava
ancora. Ella, che me l'aveva detto la sera innanzi, ella che aveva
scritto tutta la notte per me!
Balzai in piedi, mi vestii in furia, uscii correndo, e non mi fermai
che sulle scale dell'Albergo Milano, dove tre camerieri m'inseguirono
e m'arrestarono come un ladro, per dirmi:
--Il numero 17 è uscito!
Il numero 17 era Fulvia! Briganti! Li respinsi come tre creditori, e
ripresi a salire dicendo:
--Aspetterò la signora Zorra.
Ma anzichè comprendere la mia lezione uno di essi staccò la chiave dal
quadro, e mi precedette gridando a' suoi compagni, a' suoi complici:
--Quando torna il numero 17 direte che c'è gente in camera ad
aspettarla.
Entrai ardito e solo in quella camera, in quel santuario, dove il mio
amore aveva bamboleggiato come un fanciullo, sognato come un poeta,
sperato come un credente, sofferto come un martire.
Mi stesi nella poltrona di Fulvia, e volli adattare la mia persona in
quella specie di nicchia che serbava l'impronta della sua. Ma la mia
testa troneggiava fuor dalla sponda, e se volevo abbassarla al posto
della sua testa, le ginocchia protendevano un metro lontano dal
sedile. Pensavo al profeta Elia che per risuscitare i fanciulli morti
si stendeva sui loro corpicini, le mani sulle mani, i piedi sui piedi,
la bocca sulla bocca, ed invocai la fede che fa muovere i monti, per
rinnovare quel miracolo, e rannicchiarmi nell'impronta di Fulvia sulla
sua poltrona. Ma la fede non venne, nè il miracolo. Allora mi alzai,
girai per la stanza esaminando ogni cosa. Pensai a Saint-Preux nella
stanza di Giulia. Sopra una sedia nell'alcova erano alcuni oggetti di
vestiario; alzai la cortina, stesi la mano per rinnovare le follìe
dell'amante della -Nouvelle Héloïse-. Ma in mezzo alle tempeste della
mia vita, in cui non mancano avventure, serbai sempre in me qualche
cosa di ingenuo, una specie di culto sentimentale dinanzi al pudore
d'una donna. E questo sentimento delicato mi fece ritirar la mano.
Indagare le forme d'una giovane amata nelle pieghe del suo busto! Quel
Saint-Preux era indiscreto e brutale.
E lasciai ricadere la cortina dell'alcova, e tornai a sedermi nella
poltrona di Fulvia, rassegnato ad occuparvi maggior spazio di lei.
Poco dopo l'uscio si aperse ed entrò Fulvia, che al vedermi, emise un
-Oh!- de' più felici che sia mai suonato tra labbra umane. Non aveva
scontrato nessun cameriere, e la mia presenza in casa sua le riesciva
inaspettata.
Corse a me, e mi disse:
--Come sono felice di trovarvi qui. Com'è bello! Peccato che non
possiamo essere che amici. Eravamo fatti per comprenderci. Queste
spensieratezze mi piacciono tanto. Se Welfard avesse saputo farmi una
sola di queste sorprese... Ma egli avrebbe temuto di compromettermi,
avrebbe pensato a quel che direbbe la gente, ai commenti dei
servitori, poi avrebbe consultato il galateo, e non ne avrebbe fatto
nulla. Egli pensa a tutte le cose del mondo invece di pensare ad
amarmi.
--Ed io non penso che a questo, le risposi. E sono imprudente.
--O siatelo, esclamò, siatelo sempre, Max. La prudenza è lo spegnitoio
d'ogni slancio giovanile. Non mi parlate di prudenza. Io l'abborrisco.
E non finiva d'ammirarmi per quella grande impresa d'essere stato ad
aspettarla in casa sua. Sotto l'impressione del tedio e del disinganno
che le avevano procurato le fredde circospezioni del suo fidanzato,
non vedeva nulla di più bello che un po' di audacia. A' suoi occhi era
un eroismo quella sfida lanciata alla società; ed ella pure si faceva
una gloria di esporsi francamente alle calunnie con apparenze
accusatrici.
L'amore aveva tanto osservato, compulsato, ragionato intorno a lei,
che si era fatto uggioso come un vecchio pedante; ed ella sentiva il
bisogno di rimettergli la benda tradizionale, di restituirgli le sue
ali svolazzanti, la sua giovanile cecità. Era un errore, povera donna;
ma e l'altro? Tutti gli eccessi conducono all'errore.
Le domandai dov'era stata.
--Oh mio Dio; non mi ci fate pensare Max. Sono stata all'agenzia a
firmare la scrittura per Reggio di Emilia. Parto domani.
Il mio amore, che si stava addormentando dinanzi alla sua facile
ammirazione, alla sicurezza del suo affetto, si ridestò d'un tratto a
quell'annuncio. Separarci, perderla, vedere lo spazio frapporsi come
ostacolo tra noi; tuttociò riponeva Fulvia nel novero della
aspirazioni, ne rifaceva un frutto proibito; e come tale sentii
d'adorarla, mi afflissi della sua partenza, cercai di oppormivi, di
protrarla. Ed il suo povero cuore di donna, già addolorato da quella
separazione, si abbandonò al suo dolore, e pianse. Io cercai di
consolarla; ma le mie parole quanto più erano affettuose, tanto più
aumentavano la sua commozione, le sue lagrime. Ed il suo pianto
diveniva angoscioso e convulso.
Allora mi allontanai per lasciarla calmarsi, ed andai a sedermi al
pianoforte. C'erano due sgabelli rimasti dal mattino quando forse si
era suonato a quattro mani. Io mi sedetti dalla parte dei bassi, e
curvandomi con molto disagio suonai la sinfonia del -Freyschütz;- poi
l'aria del tenore nel primo atto: -L'onda, il colle, il prato, il
bosco.-
I singulti di Fulvia s'erano allentati man mano. Mi voltai. Ella stava
guardandomi col mento appoggiato alle mani incrociate; era accesa in
volto ed aveva gli occhi gonfi. Mi baciai una mano poi vi soffiai
sopra per mandarle il bacio. Ella volle sorridermi, ma le lagrime
tornarono ad empirle gli occhi. Allora le dissi:
--Cantate, Fulvia; venite a cantare.
Ella si alzò asciugandosi gli occhi, e, con voce ancora piangente, mi
disse, allontanando l'altro sgabello:
--Tiratevi in mezzo. -Siete seduto a quattro mani-.
Io risi e mi divertii di quello scherzo come del più felice motto di
cui possa gloriarsi il -Pompiere-, e riescii a far ridere anche
Fulvia, che, come tutte le persone nervose, non era mai tanto facile a
ridere come quando aveva pianto.
Allora intuonai la grande aria di Agata: -Perchè non giunge il sonno-.
E Fulvia la cantò divinamente, passando dal lagno increscioso alla
dolcezza della preghiera, poi al terrore passionato, alla
supplichevole invocazione di pace, ed alla calma serena di un'anima
che ha pregato e spera. Ma quando fu alla stretta: -O dolce mia
speranza, o dì beato-, non volle assolutamente cantarla, disse che era
un'ironia, che quel giorno era troppo doloroso per lei, e dovetti
rinunciarvi.
Stavo ancora seduto al pianoforte quando venne recato a Fulvia un
biglietto d'una signora a cui io stesso l'avevo presentata, che la
invitava a pranzare seco, ed aggiungeva che vi sarei anch'io, perchè
mi aveva scritto in proposito.
Riservandomi a ricevere quel biglietto al mio ritorno a casa,
insistetti presso Fulvia perchè accettasse, promettendole di
accompagnarla e poi ricondurla a casa e passare tutta la sera con lei,
e tutte le ore del domani.
Ella dunque accettò.
Poco dopo giunse Giorgio, e rimase con noi sino all'ora del pranzo.
Allora uscimmo insieme, e Giorgio ci accompagnò sino in via Torino
alla casa dove eravamo invitati.
Fulvia ci aveva domandato un momento di libertà, di cui io avevo
profittato per correre a casa a cangiar abito, ed al mio ritorno
l'avevo trovata in una elegante toletta verde cupo, con un gran
collare alla Medici ed un ramo d'edera nei capelli. Quella tinta cupa
s'adattava benissimo al suo colore olivastro e pallido; ed il collare
altissimo correggeva la linea un po' aspra del suo collo
eccessivamente lungo.
Fulvia non era bella. Non so che cos'avesse di attraente. Era forse il
suo occhio innamorato o l'infinita dolcezza che spirava da tutto il
suo volto, e specialmente dalla sua bocca? O era la sua voce
bellissima, la seduzione possente del canto?
No; questo posso affermarlo; l'ammiravo come artista, ma l'amavo come
donna. Se non -avesse cantato-, l'avrei amata egualmente, e chi sa?
Forse l'avrei amata meglio.
Era il suo carattere leale fino all'ingenuità, appassionato fino
all'esaltazione; erano i suoi modi; era l'originalità del suo spirito;
e, più che tutto, era «amor, che a nullo amato amar perdona» il quale
mi faceva sentire l'influenza della simpatia che inspiravo.
Tuttavia vestita così, Fulvia era una bella signora; ed io ne fui
glorioso ed innamorato; e mi sentivo tanto felice d'amarla, e tanto
afflitto di poterla amare soltanto idealmente sotto il titolo di
amica, che in quella casa di freddi conoscenti non trovavo parole per
sostenere la conversazione. Fulvia pure era preoccupata e non parlava
che a sbalzi, per dir qualche cosa di strano alla sua maniera, poi
tornava ad ammutolire per lungo intervallo.
Si discorreva di un padre di famiglia ch'era morto improvvisamente in
principio di carriera, lasciando la moglie e due figli in gravi
imbarazzi.
--Pover'uomo, esclamò Fulvia; «non potrà sentire la Messa funebre di
Verdi.»
I nostri ospiti erano una famiglia di formalisti, dalle virtù e dai
sentimenti di parata. Si guardarono l'un l'altro inorriditi. Fulvia
non se ne avvide. E ricadde nelle sue preoccupazioni. Allora io volli
parlare, scherzare, far dello spirito, per divergere i pensieri di
quei pedanti dalla parola avventata di Fulvia. E, per eccitarmi ad un
brio fittizio, mi diedi a bere un bicchiere sull'altro; e tosto mi
sentii animato fino all'esaltazione, ed accaparrai io solo tutta
l'attenzione della compagnia.
Io, del resto, conoscevo perfettamente il cuore di Fulvia; e sapevo
che lo scetticismo, che un abuso di spirito le poneva sulle labbra,
non era nel suo interno. Sul finire della serata proposi una colletta
a beneficio della famiglia del disgraziato che era morto prima di
sentire la Messa di Verdi, che stava per essere compiuta ed eseguita a
giorni.
La proposta fu accolta freddissimamente dalla compagnia; ma io non
mostrai d'accorgermene e raccolsi le magre offerte in un portasigari
giapponese. Quando se ne fece lo spoglio vi si trovarono 520 lire. Un
biglietto giallo, e venti lire in ispiccioli. Il biglietto giallo
attirò tutti gli sguardi. I convitati si conoscevano troppo bene tra
loro, per sospettarsi a vicenda capaci d'una simile prodigalità. Ma
nessuno neppure ne avrebbe creduta capace la spensierata giovane, che
non aveva trovato una parola sentimentale per quella sventura. Tutti
gli occhi si volgevano verso di me con una specie di commiserevole
ammirazione quasi a dire:
--È generoso, ma è un capo scarico; finirà male.
Io avevo veduto quella mattina stessa in mano a Fulvia tre biglietti
da L. 500 che aveva ricevuti dall'impresario;--il primo quartale
anticipato della sua modesta scrittura da esordiente;--e sapevo bene
da che parte venisse l'offerta sardanapalesca.
Lasciai che la convinzione della mia generosità mettesse radice per
bene in tutti gli spiriti, e poi traendo lentamente il mio portafogli
dissi:
--Manca ancora il mio obolo. E ne tolsi 20 lire che posai
magnificamente sul vassoio.
Allora vidi tutti i visi volgersi più allungati che mai verso Fulvia,
e sentii entrare in me la persuasione che quella gente, non potendo
più dirla senza cuore, la diceva senza testa.
Erano già le nove. Per toglierla a quell'inquisizione malintenzionata
proposi a Fulvia di ritirarsi; ed uscimmo.
Lungo la strada parlammo poco. Io ero spossato dallo sforzo fatto per
sostenere la conversazione. Ella pensava alla sua partenza ed era
triste.
Quando fummo a casa ci sedemmo come al solito ai due lati della
tavola. Ma il vino bevuto mi era salito al capo; e senza esserne
ancora precisamente esaltato, ne avevo le idee intorpidite e l'occhio
stanco. Non sapevo più parlare. Ogni volta che aprivo la bocca dicevo:
--Mi amate, Fulvia?
La prima volta mi rispose con espansione: «Sì, mi amava, e malgrado
che non potessi essere che un amico per lei, sentiva che nessuno le
era più caro di me, neppure Welfard.» E mi stringeva la mano, e mi
guardava quasi aspettando ch'io le dicessi parole altrettanto
affettuose.
Io volli farlo, apersi la bocca e dissi:
--Mi amate, Fulvia?
Questa volta ella mi rispose soltanto:
--Perchè lo domandate? Non lo sapete abbastanza?
Ed io pensai che infatti lo sapevo, che ne ero certo; e che ero
soltanto molto infelice del suo impegno con quel -soldatino di
piombo-, e della sua partenza. E volli esprimerle tutto ciò; e la
fissai languidamente e le dissi:
--Mi amate, Fulvia?
Ella mi guardò meravigliata, e mi strinse la mano senza rispondermi.
Aveva ragione di non rispondermi. Ero sciocco; non sapevo dir altro;
cominciavo ad accorgermi d'essere monotono. Pensai tante buone cose da
dirle; sognai di seguirla a Reggio, di vederla andare in iscena, e poi
di proporle di fuggire con me in un piccolo casino svizzero lontano
lontano, che mi pareva di vedere, e che era fatto come una pagoda
chinese. E poi eravamo già fuggiti. Eravamo già là insieme nella
pagoda, seduti in terra colle gambe incrociate bevendo il thè, ed io
le domandavo con trasporto:
--Mi amate, Fulvia?
Ma anzichè udirmi rispondere qualche dolce parola, sentii una mano
irritata strapparmi la tazza di thè, gettarmi fuori dalla pagoda, ed
una voce ironica, senza note di petto, dirmi all'orecchio:
--Destatevi. Come siete brutto quando dormite!
Apersi gli occhi trasognato. Avevo dormito come uno sciocco nella
famosa poltrona di Fulvia. E quel ch'è peggio avevo -dormito brutto-.
Mi parve di vedere Giorgio danzare un valzer vertiginoso nella camera;
balzai in piedi spaventato, e questa volta non più per divagazione
d'ebbrezza, ma con profondo terrore domandai:
--Mi amate, Fulvia?
--No; mi rispose. Non vi amo più. -Quest'orrenda notizia vi dò.- E
voltandomi le spalle andò a sedersi al pianoforte e suonò tutto quello
che potè pescare di più tedesco nel suo repertorio musicale. La
tempesta di Rubinstein, il rondò dell'Oberon, il duetto del secondo
atto del Lohengrïn.
Per protezione speciale di santa Cecilia non mi addormentai di nuovo.
Stetti sopportando pazientemente quel supplizio acustico, e poi
andandole dietro la sedia e togliendole le mani dalla tastiera le
susurrai:
--Ora basta di germanizzare, Fulvia. Siamo un poco italiani.
--No, mi rispose senza voltarsi. Non vi amo più.
Io me le inginocchiai accanto per poterla guardare negli occhi, e le
dissi:
--Davvero? Ripetetelo.
--Sì, lo ripeto, -non vi amo più-. Macbeth ha ucciso il sonno, ed il
-vostro- sonno ha ucciso il -mio amore-.
--Che bisticcio! esclamai figgendo sempre più i miei occhi ne' suoi e
tenendole strette le mani. Siate sincera, Fulvia. Non fate dello
spirito, non fate eccentricità. Siate un poco voi stessa. È vero che
non mi amate più? Che una posa inelegante nel sonno ha potuto
distruggere tutto il vostro amore? Dite, Fulvia, non mi amate più?
Ella arrossì, abbassò gli occhi e rispose:
--È vile, ma lo confesso. Vi amo ancora, malgrado tutto.
XVIII.
Il giorno dopo andai a prendere Fulvia per accompagnarla allo scalo.
Sapevo che altri ammiratori sarebbero stati pronti all'ora della
partenza per accompagnarla anch'essi. E, per evitare d'averli in
carrozza in quegli ultimi momenti, uscii io stesso per ordinare ad un
fiaccherajo di venirci a prendere. Gli diedi uno scudo di mancia, e
gli ordinai di prendere il suo -brougham- più stretto, e di levarne la
panchetta dinanzi.
Quando vennero ad avvertirci che la carrozza ci aspettava, scendemmo
tutti; ma, naturalmente, a nostro grande rincrescimento, soltanto
Fulvia ed io potemmo capire nell'angusto veicolo. Dissi agli amici che
ci raggiungessero alla stazione, e via!... Mancava un'ora alla
partenza.
In quell'ora di corsa Fulvia non fece che piangere. Io le promisi di
raggiungerla il giorno dopo a Reggio. Nulla mi sorrideva di più che
quella scappata. Correrle dietro segretamente, rivederla con mistero
dopo averla tanto veduta ed accompagnata ostensibilmente.
Tutto ciò aveva una tinta d'amore che mi agitava e mi faceva prevedere
la fine di quell'assurda commedia di platonismo e d'amicizia, dietro
la quale tenevamo malamente inceppati i nostri veri sentimenti, le
nostre vere aspirazioni, la nostra doppia libertà.
Fulvia seppe riprendere il suo piglio franco ed un po' mefistofelico
nel salutarmi allo scalo alla presenza di Giorgio; ma dietro le sue
parole acremente scherzose, io sentivo sgocciolare le lagrime che le
ricadevano sul cuore.
Ella doveva arrivare a Reggio la stessa sera; ed io dovevo
raggiungerla la mattina seguente colla prima corsa.
Come lo feci? Come tenni la mia promessa?
Sento che non avrei bel gioco narrando io stesso le mie gesta da
questo punto innanzi.
Più tardi, molto più tardi, il caso mi pose tra le mani il giornale di
Fulvia.
Se qualcuno può dare un giudizio vero, equo, delle azioni d'un uomo e
de' suoi sentimenti, è la donna che lo ama.
Io lascerò dunque che d'ora innanzi il lettore mi giudichi traverso le
opinioni di lei, dietro il suo esame psicologico. Essa mi scruta
l'anima, mette spesso a nudo i miei pensieri un po' egoistici, il mio
cuore arido; ma, sommato tutto, nel suo esame vi sarà sempre più
indulgenza per me che non ne sento in me stesso.
XIX.
GIORNALE DI FULVIA.
«La mia partenza da Milano m'aveva addolorata meno ch'io non
m'aspettassi. La speranza, la grande consolatrice, la grande
menzognera, mi faceva prevedere giorni più belli. Massimo sarebbe
venuto a Reggio; l'avrei veduto solo, misteriosamente; non l'avrei
presentato a nessuno dei nuovi conoscenti che la mia vita artistica
m'avrebbe imposti; e di codesti avrei procurato di accoglierne il meno
possibile, e soltanto in teatro; e l'accesso alla mia casa l'avrei
riservato a lui, a lui solo.
«Così, staccandomi da lui, e dalle care memorie di quel breve passato,
io non volgevo lo sguardo indietro, ma innanzi a me; non correvo
lontano da lui, ma incontro a lui, e mi pareva che il fischio della
macchina irridesse alla società che mi compiangeva, o godeva forse di
vedermi infelice pel termine d'una passione esaurita, mentre io,
felice e pura, vedevo azzurreggiare all'orizzonte le dolcezze d'un
sentimento caldo ed inebriante come l'amore, casto come l'amicizia.
«L'idea di scindere il mio impegno con Gualfardo, nè di fargli il
menomo torto, non entrava nel mio cuore. E se la mia coscienza
delicata mi rimproverava di sentire troppo vivamente la superiorità di
Max, di pensare con troppa dolcezza con che impeto egli mi amava, e
con che nobile slancio mi aveva offerto di farmi sua, tosto mi trovavo
giustificata dal pensiero di aver respinto quella proposta che era per
me tutto un avvenire di felicità. Avevo fatto il mio dovere; che si
poteva pretendere di più?
«Giunsi a Reggio a tarda sera. La mattina seguente, appena alzata,
mandai a prevenire l'impresario del mio arrivo. Alle undici egli
arrivava da me. Dovevo andar in iscena fra sei giorni. Concertammo
tutto per le prove al pianoforte e le prove d'orchestra, ed a misura
ch'egli mi fissava le ore che dovevo consacrare al teatro, io
compulsavo quante me ne rimarrebbero da dedicare a Max.
«Quando l'impresario mi lasciò, l'omnibus dell'albergo usciva dal
cortile per andar a prendere i viaggiatori allo scalo. Mancavano
cinque minuti all'arrivo del traino. Rimasi alla finestra da cui non
vedevo che il cortile, ed alcuni staffieri che pulivano delle
carrozze. Il cuore mi batteva così forte, che sentivo di comprimerlo
stando appoggiata al davanzale; e pensavo come mai quegli staffieri
potessero occuparsi di quelle carrozze, e quei forestieri, che vedevo
per entro la finestra della sala terrena, potessero mangiare
tranquillamente, col cuore sussultante a quel modo. Mi pareva che
tutti i cuori dovessero sussultare.
«Finalmente udii ruotare una carrozza in lontananza.
«È l'omnibus, pensai. E corsi alla porta, e scesi una scala a
precipizio. Al primo piano scontrai un cameriere che mi guardò
meravigliato perchè non avevo cappello. Poi, come risovvenendosi d'una
causa che avrebbe potuto farmi scendere così, mi chiese:
«--Scende a colazione? La sala è a pian terreno, a destra.
«Io arrossii di quella mia espansione come d'una volgarità; tanto le
convenienze finiscono per imporsi anche agli animi più appassionati.
«Rimasi un momento immobile senza poter profferire una parola. Sentivo
il veicolo passare dinanzi alla porta dell'albergo, e tirar via senza
fermarsi; non era l'omnibus. Il cameriere tornò a dire:
«--Desidera scendere a colazione?
«Dovevo pur giustificare quella corsa precipitosa giù dalle scale. Mi
rassegnai e scesi in sala da pranzo. Di là non vedevo in corte. Udii
entrar l'omnibus, senza poter guardare chi ci fosse. Il servizio delle
tavole fu rallentato un momento; segno che i camerieri erano occupati
fuori a ricevere i forestieri. Dunque c'erano dei forestieri. Chi sa?
«Quando venne il cameriere domandai:
«--È giunta la posta? Non osavo prendere l'argomento di fronte.
«--Sissignora; è giunta, ma per lei non c'è nulla.
«Il cuore mi battè più forte. Non aveva scritto; doveva esser venuto.
«--Nessuno ha domandato di me? chiesi guardando nel mio piatto.
«--Nessuno, signora.
«Non mi restava altro da domandare. Eppure Max avrebbe dovuto cercare
di me appena giunto: accertarsi se ero là, in quell'albergo. Ma no; lo
sapeva. Eravamo d'accordo di trovarci là, all'-Hôtel Royal-, egli
stesso me ne aveva dato l'indirizzo.
«Forse aveva voluto rassettarsi un poco.
«Farà toletta, poi verrà a vedermi in camera.
«E dietro questo pensiero sentii una smania febbrile di trovarmi nella
mia stanza.
«Il cameriere, che mi portava un nuovo piatto, mi parve un cospiratore
che macchinasse di trattenermi là con quell'esca volgare per farmi
perdere quell'occasione di riveder Max. Tagliai un pezzo di -gigot-
coll'aria d'un principe che sa di aver dinanzi una vivanda avvelenata,
lo posi sul mio piatto, e porsi il piatto stesso ad un grosso gatto
bigio, che mi rimproverava sordamente la mia ghiottoneria. Poi
alzandomi come una regina offesa che ha sventato una congiura, mi
avviai alla mia camera.
«La porta accanto alla mia era aperta. E nella notte precedente e
nella mattina, quella camera non era abitata. Vi avevano dunque
installato un forestiere giunto allora con quella corsa mattinale. E
mi pareva che da quell'apertura spalancata uscisse una luce color di
rosa; e sentivo che là dentro era la felicità. Dall'uscio della mia
stanza potevo veder entro la stanza vicina; ma l'imposta della porta
aperta me ne mascherava una parte. Non vedevo il letto.
«Fui lenta ad introdurre la chiave ed a girarla nell'aprire il mio
uscio, per spingere l'occhio indiscreto in quella camera misteriosa.
Non vi si vedeva alcuno; ma sopra una tavola accanto al balcone stava
un pastrano di mezza stagione, di panno bigio. Io conoscevo quella
tinta. Era il soprabito di Max. Dacchè lo conoscevo glielo avevo
sempre veduto sul braccio, sebbene non lo calzasse mai. Max era dunque
venuto. Era là accanto a me. Doveva essere nella parte della camera
nascosta dalla porta. Mi pareva vederlo. Feci un po' di rumore colla
chiave della mia camera, ed aspettai fingendo di non poter aprire. Ma
nessun movimento si fece udire nella stanza di Max.
«--S'è alzato prestissimo per partire, ed appena giunto si sarà
addormentato, dissi tra me. Conoscendo il suo carattere irrequieto, le
sue abitudini turbolente, non potevo spiegare altrimenti quel silenzio
nella sua camera. Lasciai il mio cuore, i miei pensieri, la mia anima
nella penombra misteriosa di quella porta, ed entrai finalmente nella
mia stanza.
«Non potei occuparmi di nulla. Per me aspettare è sempre stata una
così grande e laboriosa occupazione, che non mi fu mai possibile di
far qualche altra cosa mentre aspetto una persona o un avvenimento
importante. Sedetti sulla punta d'una sedia, nell'atto precario di chi
sta per slanciarsi incontro a qualcheduno, ed aspettai. Non potevo
nemmeno pensar nulla. Sul camino stava un orologiaccio di bronzo
dorato, tutto giallo e lucido che pungeva gli occhi; ed io seguivo
affannosamente il battito del suo pendolo col pensiero, ripetendo
senza posa «verrà, non verrà; verrà, non verrà, ecc.» Il pendolo
diceva quelle parole ed il mio pensiero era forzato a ripeterle
meccanicamente come se fosse montato col pendolo. Mezz'ora dopo stavo
ancora nella stessa posizione; ma mi sarebbe stato impossibile di
udire qualsiasi rumore nella stanza vicina, tanto mi fischiavano gli
orecchi, e mi assordava il sussultar violento del mio cuore,
ripercosso alla laringe ed alle tempia. Non potevo più tollerare
quell'incertezza. Pensai di mettermi a suonar il pianoforte ed a
vocalizzare per isvegliare Max. Ma le mani mi tremavano convulse, e la
voce poi! M'attaccai al cordone del campanello, e suonai come se
avesse preso fuoco alla stanza. Non avevo che questo pensiero:
-svegliarlo!- Così quando un servo ed una cameriera accorsero
spaventati per vedere che cosa accadesse, fui sul punto di gridare: È
svegliato? Per buona sorte l'abitudine della società ci muta la natura
e ci governa. Non lo feci, sebbene non potessi rendermi conto
razionalmente di quel doveroso riserbo. Feci più: quei volti
spaventati mi avvertirono della violenza con cui avevo chiamato, e
l'istinto di coprire il mio sentimento mi suggerì questa parola:
«--Un sorcio! ho veduto un sorcio!
«La cosa mi giustificava completamente. Nessun codice a questo mondo
può esigere che una donna conservi il suo sangue freddo dinanzi a un
sorcio. La cameriera, meno riguardosa di me, perdette ogni contegno al
solo nome dell'inoffensivo animale e si pose a strillare come una
pazza. Tutti i forestieri si affacciarono alle loro porte, tutti si
diedero a cercare eroicamente quel sorcio di fantasia. Anche il nuovo
arrivato dal pastrano bigio uscì nel corridoio. Non era Max.
XX.
«La mattina seguente aspettavo ancora. Ed ancora passò l'ora degli
arrivi senza che alcuno bussasse alla mia porta. C'era lettera almeno
per me? Non osavo domandare. Mi pareva che persino i camerieri
dovessero leggermi in volto l'ansietà del cuore, e comprendere che
soffrivo un'amara delusione; nel loro linguaggio brutale, -una
canzonatura-.
«Ed intanto poteva essere che la lettera ci fosse laggiù nella tavola,
e che nessuno pensasse a portarla. Mio Dio! come farli ricordare di
me? Ah! uscirò.
«Detto fatto. Misi cappello e cappotto e scesi le scale lentamente,
senza sapere dove andassi. Nel passare dinanzi all'ufficio sentii
gridarmi:
«--Signora, scusi; una lettera per lei.
«Ebbi un sussulto che mi scosse dalla testa ai piedi. Mi sentii
divenire fredda. Era una lettera grossa, ed era di Max.
«Non saprei dire come nè quando avessi veduta la sua scrittura, ma la
riconobbi.
«Rimasi là due minuti paralizzata con quella lettera in mano.
Assolutamente non potevo avventurarmi per la strada con quella
curiosità nell'anima. C'era da cadere in apoplessia. E neppure potevo
tornare indietro dopo essermi avviata con quella sicurezza come se un
grande affare m'aspettasse fuori. È impossibile dire fino a che
sottigliezze arriva in una donna il pudore del sentimento. Ma uno dei
suoi istinti principali è di dissimulare agli estranei l'interesse che
inspira una lettera.
«Mi venne un'idea, e la colsi al volo come una ispirazione di cielo.
«Mi avviai direttamente alla sala da pranzo, quasi che quella e non
altra fosse stata la mia meta.
«--Fa colazione? mi chiese il cameriere.
«--Sì.
«--Cosa prende? Caffè e panna?
«--Sì.--Mi sarebbe stato impossibile dir altro. Poi pensai che non
volevo esser interrotta dal servizio mentre leggerei la mia lettera,
ed aggiunsi:
«--Subito.
«Appena seduta ero servita. Apersi quella busta, stesi il foglio
dinanzi a me appoggiato alla bottiglia dell'acqua, presi da una mano
la molletta, dall'altra la zuccheriera... e lessi:
--«-Mia cara Fulvia-,
--«Voi mi chiamavate -filosofo-, forse collo stesso significato con
cui i Greci chiamavano Eumenidi le bruttissime furie. Ebbene; io vi
darò in iscritto un saggio di quella filosofia che non ho saputo
mostrarvi conversando con voi, dovessi pure con questo provocare gli
scongiuri della bella maga che ha evocato il mio non so se buono o
cattivo spirito filosofico.
--«Nell'ora stessa in cui vi vidi partire giurai di non raggiungervi a
Reggio; e manterrò il proponimento per quanto mi costi il mancare alla
parola data, e rinunciare alla profonda soavità de' vostri sguardi.
--«E sapete perchè?
--«Perchè nell'ora amara della partenza, sentii che nel nostro amore
neonato, era davvero per me il germe di una passione pazza, violenta,
infelice come tutte le mie passioni. Questa scoperta tirò dietro a sè
delle considerazioni in gran parte analoghe a quelle che voi facevate
sulla nostra relazione, che venne troppo tardi; sulla sua natura, che
è falsa perchè in realtà è amore, e noi gli facciamo violenza per
camuffarlo nell'abito austero dell'amicizia; sopra i suoi ostacoli,
che si riassumono tutti in uno solo: il vostro fidanzato. E le
conclusioni che trassi furono per me d'uno sconfortante che non potrei
esprimervi a parole.
--«Sapete, Fulvia, che io non posso nè amare, nè possedere a metà! Vi
dissi che un altro amore mi aveva dominato in cuore avanti ch'io vi
conoscessi. Ebbene, allora io rasentai il manicomio tormentandomi
notte e giorno coll'idea fissa che un altro uomo aveva l'intimità
della mia donna. Nè giovava farmi riflettere che quell'altro uomo era
suo marito.
--«E nel caso vostro, Fulvia, credete che potrei più facilmente
rassegnarmi?
--«Stando così le cose nostre, sento che mi è necessario evitare di
convertire in passione ardente, l'affetto che m'avete inspirato. Ma la
passione verrebbe senza dubbio, la sento montare come un fiotto dal
fondo del mio cuore.
--«Mi conosco, Fulvia; anche qualche colloquio; anche l'amarezza d'una
partenza e non sarei più padrone di me. Se io venissi a Reggio,
sareste voi disposta a rompere ogni altro impegno, a vincolarvi con
me, ad esser mia, ed a seguirmi a Milano, o a lasciare che io vi segua
sempre e dovunque?
--«Mi avete già risposto di no... Ecco la mia filosofia.
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
32
33
34
35
36
37
38
39
40
41
42
43
44
45
46
47
48
49
50
51
52
53
54
55
56
57
58
59
60
61
62
63
64
65
66
67
68
69
70
71
72
73
74
75
76
77
78
79
80
81
82
83
84
85
86
87
88
89
90
91
92
93
94
95
96
97
98
99
100
101
102
103
104
105
106
107
108
109
110
111
112
113
114
115
116
117
118
119
120
121
122
123
124
125
126
127
128
129
130
131
132
133
134
135
136
137
138
139
140
141
142
143
144
145
146
147
148
149
150
151
152
153
154
155
156
157
158
159
160
161
162
163
164
165
166
167
168
169
170
171
172
173
174
175
176
177
178
179
180
181
182
183
184
185
186
187
188
189
190
191
192
193
194
195
196
197
198
199
200
201
202
203
204
205
206
207
208
209
210
211
212
213
214
215
216
217
218
219
220
221
222
223
224
225
226
227
228
229
230
231
232
233
234
235
236
237
238
239
240
241
242
243
244
245
246
247
248
249
250
251
252
253
254
255
256
257
258
259
260
261
262
263
264
265
266
267
268
269
270
271
272
273
274
275
276
277
278
279
280
281
282
283
284
285
286
287
288
289
290
291
292
293
294
295
296
297
298
299
300
301
302
303
304
305
306
307
308
309
310
311
312
313
314
315
316
317
318
319
320
321
322
323
324
325
326
327
328
329
330
331
332
333
334
335
336
337
338
339
340
341
342
343
344
345
346
347
348
349
350
351
352
353
354
355
356
357
358
359
360
361
362
363
364
365
366
367
368
369
370
371
372
373
374
375
376
377
378
379
380
381
382
383
384
385
386
387
388
389
390
391
392
393
394
395
396
397
398
399
400
401
402
403
404
405
406
407
408
409
410
411
412
413
414
415
416
417
418
419
420
421
422
423
424
425
426
427
428
429
430
431
432
433
434
435
436
437
438
439
440
441
442
443
444
445
446
447
448
449
450
451
452
453
454
455
456
457
458
459
460
461
462
463
464
465
466
467
468
469
470
471
472
473
474
475
476
477
478
479
480
481
482
483
484
485
486
487
488
489
490
491
492
493
494
495
496
497
498
499
500
501
502
503
504
505
506
507
508
509
510
511
512
513
514
515
516
517
518
519
520
521
522
523
524
525
526
527
528
529
530
531
532
533
534
535
536
537
538
539
540
541
542
543
544
545
546
547
548
549
550
551
552
553
554
555
556
557
558
559
560
561
562
563
564
565
566
567
568
569
570
571
572
573
574
575
576
577
578
579
580
581
582
583
584
585
586
587
588
589
590
591
592
593
594
595
596
597
598
599
600
601
602
603
604
605
606
607
608
609
610
611
612
613
614
615
616
617
618
619
620
621
622
623
624
625
626
627
628
629
630
631
632
633
634
635
636
637
638
639
640
641
642
643
644
645
646
647
648
649
650
651
652
653
654
655
656
657
658
659
660
661
662
663
664
665
666
667
668
669
670
671
672
673
674
675
676
677
678
679
680
681
682
683
684
685
686
687
688
689
690
691
692
693
694
695
696
697
698
699
700
701
702
703
704
705
706
707
708
709
710
711
712
713
714
715
716
717
718
719
720
721
722
723
724
725
726
727
728
729
730
731
732
733
734
735
736
737
738
739
740
741
742
743
744
745
746
747
748
749
750
751
752
753
754
755
756
757
758
759
760
761
762
763
764
765
766
767
768
769
770
771
772
773
774
775
776
777
778
779
780
781
782
783
784
785
786
787
788
789
790
791
792
793
794
795
796
797
798
799
800
801
802
803
804
805
806
807
808
809
810
811
812
813
814
815
816
817
818
819
820
821
822
823
824
825
826
827
828
829
830
831
832
833
834
835
836
837
838
839
840
841
842
843
844
845
846
847
848
849
850
851
852
853
854
855
856
857
858
859
860
861
862
863
864
865
866
867
868
869
870
871
872
873
874
875
876
877
878
879
880
881
882
883
884
885
886
887
888
889
890
891
892
893
894
895
896
897
898
899
900
901
902
903
904
905
906
907
908
909
910
911
912
913
914
915
916
917
918
919
920
921
922
923
924
925
926
927
928
929
930
931
932
933
934
935
936
937
938
939
940
941
942
943
944
945
946
947
948
949
950
951
952
953
954
955
956
957
958
959
960
961
962
963
964
965
966
967
968
969
970
971
972
973
974
975
976
977
978
979
980
981
982
983
984
985
986
987
988
989
990
991
992
993
994
995
996
997
998
999
1000