però ero spesso indispettito di quella sua mancanza di penetrazione, e pensavo: «Com'è sciocca! non sa indovinarmi.» Ma altre volte il suo imbarazzo e le sue tacite paure mi divertivano assai. XII. Un uomo costretto a sciupare man mano il suo patrimonio, prevede che giunto in fondo rimarrà denudato e povero, e la vita gli sarà penosa. E però va vendendo alla spicciolata i piccoli capitali, e le cedolette, e le gioie di famiglia, e lascia per ultimo il fondo più vasto che forma la base delle sue sostanze; e su quello mette ipoteche sopra ipoteche, prima di decidersi a venderlo, perchè pensa che dopo quello non avrà più nulla.... Così è di me, lettori. Sto liquidando l'aureo capitale delle memorie, e mi appiglio ai piccoli fatti, ai particolari, alle sensazioni mute; e tremo di por mano al grande avvenimento che forma la base del mio romanzo, delle mie gioie, perchè sento che con quello avrò esaurito il tesoro delle dolci ricordanze; mi resterà il dolore, la prosa.... poi l'isolamento, la miseria del cuore. Ma anch'io ho tanto preso a prestito sul quel mio capitale, che omai i lettori potrebbero rapirmene il segreto mettendone insieme le bricciole sparse. Tanto vale adunque ch'io prenda il mio coraggio a due mani e dia dentro a grandi colpi di penna a distruggere quei poveri e cari avanzi della mia fortuna passata. XIII. Era la sera d'una domenica. Fulvia non doveva cantare, ed era rimasta in casa. Giorgio, un altro amico ed io passavamo la sera con lei. La via Manzoni brulicava di folla elegante. «Usciamo sul terrazzo a vedere le signore che tornano dal Corso» disse Fulvia. Ed uscì. Io me le posi a destra, l'altro signore a sinistra. Il resto del terrazzo era ingombro di fiori. Giorgio rimase dietro a lei. Egli era sempre melanconico anche quando scherzava, e scherzava molto per nascondere la sua pena. Si dissero amenità, si fece sfoggio di spirito a spese dei signori e delle dame eleganti che passavano nella via, si rise molto. Ed intanto si fece buio buio e la folla s'andò diradando. E colla folla e colla luce scomparve la vivacità del nostro spirito. La mia voce aveva ripresa quella nota profonda che aveva avuta già l'ultima volta che m'ero trovato solo con Fulvia; ed ella pure parlava con quell'altra nota di petto che, fin da quel giorno, aveva fatto riscontro alla mia. Per appoggiarsi al terrazzo ella aveva conserte le braccia, e la sua mano sinistra rimaneva pendente sotto il gomito destro, e la destra sotto il sinistro. Io aveva preso la stessa posizione, sicchè la mia mano destra e la sua sinistra erano vicine, e la mia carezzava senza posa la sua, che non si ritirava punto, e riceveva passiva le mie carezze. Ad un tratto, dopo averlo lasciato sino allora in piedi dietro a noi, Fulvia fu presa da un'improvvisa pietà per Giorgio. --Ed il povero Albani, esclamò, che se ne sta dietro tutto solo! Facciamogli un po' di posto. E così dicendo si strinse, non presso il suo vicino a sinistra, ma presso me, e, certo per fare che le braccia occupassero meno spazio, passò il suo nel mio e mi si serrò daccanto. In quel momento il mio cuore prese a battere con tal violenza, che me ne echeggiavano i sussulti alla gola ed alle tempia. Premevo il braccio di Fulvia con sì vivo trasporto, che certo ella dovette sentire i miei palpiti. E la mia mano continuava a premere la sua. Oh! tutta la mia vita per un'ora come quella! Le nostre persone aderivano, e le mani erano congiunte, e la mia testa sovrastava alla sua, ed il mio alito cadeva sui suoi capelli. Ella non mi guardava ed io non guardavo lei. Tutti e due avevamo gli occhi intenti giù nella via, dove non vedevamo nulla. Dicevamo cose insensate cogli altri amici, e si faceva un gran ridere. Ma Fulvia ed io ridevamo non di allegria, di gioia; perchè omai una fase nuova era cominciata per noi; perchè sentivamo d'amarci e d'esserci rivelato a vicenda il nostro amore. Le nostre mani si stringevano con passione, si isolavano dalla conversazione, parlavano tra loro, si davano del tu. Quella di Fulvia diceva: --Non più misteri fra noi, nè peritanze; io so che mi ami, e ti amo. E la mia rispondeva: --Sì, cara; ti amo con tutta l'anima, e sono felice. Ed oasi inebrianti mi balenavano allo sguardo, e mi pareva ad ogni istante che gli altri due dovessero scomparire, e noi rimanere soli; soli in faccia l'uno all'altra; e guardarci finalmente, e cercarci negli occhi e sulle labbra tutto quanto ci eravamo detti colle strette delle nostre mani, e dirci: È vero. Poi m'indispettivo che i miei amici si frapponessero tra me e lei; tra noi ed il nostro amore. Eravamo sempre appoggiati al balcone. Un momento pensai: --Se l'inferriata del balcone cadesse, e li trascinasse con sè! E, traendo meco la giovane che mi dava il braccio, mi rizzai per lasciarli cader soli. Oh, l'egoismo dell'amore! Ma il terrazzo non cadde, nè i miei buoni amici con esso. Il tempo passava, ed io non pensava punto punto a spiccarmi di là. Ivi era la felicità; non avrei osato fare un movimento per timore di metterla in fuga. Fulvia mi strinse la mano ancora una volta, poi sciolse il suo braccio dal mio, e rientrò nella camera; i miei amici la seguirono. Io rimasi immobile; e mi parve ch'ella fosse già troppo fredda, per aver saputo strapparsi spontaneamente a quella suprema gioia. Un momento prima sentiva che quella donna mi amava; l'avrei giurato pel cielo e per la terra. Ed ora, a due passi di distanza, rinascevano tutte le mie dubbiezze. E pensavo: --Forse quello ch'io credetti lo slancio irresistibile della passione, non fu che un atto di civetteria. Forse l'avrebbe fatto con un altro come lo fece con me. Infine una stretta di mano non può avere che un valore relativo. Ogni giorno ella stringe la mano a tutti i suoi conoscenti... Fui uno sciocco a lusingarmi per una stretta di mano... Oh! una stretta di mano! Furono molte strette, e furtive! È ben altra cosa. No; senza un grande e prepotente amore, una donna non può far violenza al proprio ritegno fino a stringere furtivamente la mano d'un giovane, che non sa ancora se l'ami. È bensì vero ch'ella doveva saperlo. E tuttavia ecco che se ne va via con indifferenza, e parla e scherza con Giorgio; forse in questo momento stringe la mano a lui come l'ha stretta a me... Oh, le artiste! Chi può mai dire se un'artista è una donna come un'altra? Chi sa? Forse è un'avventuriera; forse ha già avuto dieci amanti... Ed io me ne stavo innamorando! Eh via! Fu un'aberrazione, uno scherzo; ne riderò per un pezzo. E rientrai perchè la commozione mi serrava la gola; se fossi rimasto solo avrei pianto. XIV. I miei amici stavano congedandosi da Fulvia. --Domani, ella diceva, non riceverò nessuno sino alle quattro; perchè voglio studiare, e loro mi fanno perdere tutto il mio tempo. --Dunque verremo alle quattro, disse Giorgio. Io pure le porsi la mano in atto di saluto, e, trattenendo la sua, domandai: --Ed io, a che ora debbo venire? Comprese ella l'impertinenza di quella domanda, che rilevava a tutti che io mi credeva in diritto di aspirare ad una preferenza? Comprese ella, che agivo con lei, artista, come non avrei mai agito con nessun'altra signora? Comprese che, stupido e vile, la insultavo senza ragione? Forse lo comprese, e lo perdonò al mio amore, inasprito dalla presenza altrui, che mi strozzava in gola la suprema parola; o forse il suo animo eletto non sospettò neppure la viltà del mio pensiero, e, sentendosi superiore ad ogni insulto, non pensò che altri l'insultasse. E non interpretò nella mia domanda, che il desiderio di vederla più presto, e la speranza d'essere distinto dagli altri. Ella rispose: --Venga alle quattro. Ma le sue parole soltanto dicevano così; e la sua voce invece, e la sua mano che premeva la mia, rispondeva: --Vedi bene che non posso dirti, presente altri, di venir prima; ma vieni presto, perchè ti amo. Fulvia, cara donna del mio cuore, hai tu udita dalla tua stanza solitaria la mia voce commossa mandarti un canto? Era il canto del pentimento, era una preghiera di perdono ch'io volgeva alla lealtà dell'anima tua. E tu mi perdonasti; ed io stesso mi perdonai, perchè, se il primo pensiero avvezzo a prendere norma ne' suoi giudizi dalle convenzioni sociali ha potuto insultarti, il mio cuore ti amava, Fulvia; ti amava col caldo trasporto d'una passione che poteva guardare senza spavento e senza rimorsi il domani e l'avvenire; ti amava di quell'amore impetuoso e vero, e che a tutto sovrasta e tutto purifica. Per lunghe ore m'aggirai nelle contrade buie e silenziose adiacenti all'Albergo Milano, mandando alla notte ed a lei canti d'amore. Il mio cuore nuotava in un'onda di dolcezze, aspirava soavemente la delizia di sentirsi amato. Ma il mio pensiero irrequieto precorreva con impazienza il domani; preparava il primo incontro ed il correr muto delle nostre braccia a stringerci l'uno all'altra, e l'irrompere delle ferventi parole, per tanta ora frenate in quella sera. Passai una notte agitatissima, tormentato da ardenti fantasie. Mi pareva che all'alba volerei da Fulvia.--Ma colla luce venne la ragione, e vidi l'assurdità di comparire alle sei del mattino in casa di una signora, senza averne l'ombra di un diritto. Il sonno mi opprimeva, ed il mio capo, affaticato da quella veglia affannosa, aveva bisogno di riposo. Nascosi il volto nel guanciale, e, dopo una breve lotta co' laboriosi pensieri che mi si agitavano, sebbene affievoliti, nella mente, il sonno la vinse. Mi risvegliai alle dieci, cogli occhi riposati e la mente tranquilla. Tuttavia ero ancora un po' assonnato, e dinanzi a quella prepotente esigenza fisica tacque l'impazienza del desiderio morale, e sonnecchiai fino alle dieci e mezzo. Ma tra il sonno e la veglia, l'immagine della donna amata mi tornò al pensiero, e si fece a grado a grado più viva, sicchè l'ansia di rivederla e di sentir dal suo labbro che mi amava, e di dirglielo, mi si riaccese ardentissima in cuore. Mi levai, ed alle undici mi fermavo alla sua porta, anelante pel battito accelerato del cuore.--Giungevo trionfante e sicuro come un conquistatore; ma all'atto d'entrare fui imbarazzato del mio contegno; compresi che tutte le scene che mi ero figurate nella notte erano assurde; che in realtà non avevo nessuna ragione seria di credermi amato; che sotto pena di ridicolo, non potevo presentarmi che precisamente come mi ero presentato tutti gli altri giorni. Pensai anche una scusa per giustificare quella visita mattutina; e so d'averla trovata; ma non me ne valsi, e la dimenticai completamente. Fulvia stava studiando, e faceva sul pianoforte una scala cromatica. La porto profondamente scolpita nella memoria, e mi è impossibile di ripensare a quel giorno senza che quella scala cromatica mi risuoni all'orecchio. Bussai alla porta, ed il suono cessò.--La voce di Fulvia disse: «Avanti!» Non era punto commossa. Certo credeva che fosse un cameriere dell'albergo. Ella, naturalmente, non soleva alzarsi da sedere quando entravano uomini; ma quella mattina si alzò, e mi venne incontro.--Non so se quella notte avesse fatto come me progetti appassionati; ma certo a quell'ora aveva pensato al par di me che dovevamo incontrarci coi modi semplici e contegnosi degli altri giorni. Oh, la tirannia delle convenienze! --Come va, caro signor Guiscardi?--mi disse stringendomi la mano. Mi guardai intorno per vedere chi fosse il signor Guiscardi. A forza di pensare che dovesse chiamarmi Max, avevo dimenticato il mio cognome. Quel saluto mi suonò gelido, e ne fui sbalordito. --Buon giorno! buon giorno, Fulvia; le risposi con aria affaccendata guardando il soffitto. Fulvia m'invitò a sedere accanto a sè; mi fece varie interrogazioni che non compresi, e certo vi risposi a sproposito. Ella voleva sembrare calma, ma era evidentemente turbata. Quell'alzarsi, per venirmi incontro, aveva tradito il suo imbarazzo. Il suo sguardo sfuggiva il mio, e le sue domande si succedevano con assurda rapidità senza aspettare le risposte. Si sarebbe detto che non volesse lasciarmi tempo a dire qualche cosa che temeva di udire. Alzandosi dal pianoforte aveva preso in mano gli esercizi di Kramer che stavano sul leggìo, e continuava a sfogliarli, ed a protendere il capo per leggere a quando a quando una nota in una pagina socchiusa, come se quella fosse l'argomento dei nostri discorsi. E tutto ciò faceva per non guardarmi in viso; ma io era felice, perchè sentivo che, al primo incontrarsi dei nostri sguardi, quella momentanea commedia sarebbe diventata impossibile; ci saremmo trovati in faccia alla realtà;--e la realtà era il nostro amore. Ed intanto parlavamo molto. Ci prendevamo la parola l'un l'altro, e parlavamo tutti e due ad un tempo. In un momento ch'ella aveva posato il suo fascicolo chiuso sulla tavola, e vi teneva sopra la bella mano, io posai sovr'essa la mia, timidamente. Ma a quel contatto il battito del mio cuore perdette ogni misura, chinai il volto su quella mano, e vi impressi un bacio. E tutti e due eravamo ammutoliti. Giammai avevo provato una simile dolcezza.--Le andavo ripetendo senza posa:--Mi amate, Fulvia? Mi amate? --Oh, lo vedete bene! mi rispose evitando i miei occhi che cercavano i suoi. --Oh, ditelo, Fulvia; ditelo voi! --Ebbene.... sì, mi disse con un filo di voce agitata e commossa. --Dammi del tu, Fulvia, chiamami Max; dimmi ancora che mi ami. Un istante ella alzò gli occhi, che rifulsero un lampo d'amore; e riabbassandoli tosto, mormorò: --Sì, Max, ti amo! Oh, quel tu, e quel nome pronunciati da lei, mi inebriarono. Perdetti ogni facoltà di ragionare, e prendendole il capo fra le mani, posai le labbra sulla sua fronte. In quel momento il mio sguardo doveva esprimere tutto il trasporto che avevo in cuore. La povera giovane ne ebbe paura, e con voce tremante mi disse: --Se è vero che mi amate, sappiate rispettarmi, Massimo.--Pensate che sono sola. Questa parola mi richiamò in me stesso, e ad un tempo mi atterrì. Mi staccai precipitosamente da lei, e la guardai per leggere sul suo volto quanto vi fosse di verità in quella preghiera. Avevo completamente dimenticato che Fulvia era un'onesta giovane; e la mia immaginazione fantasticava già un amore senza ostacoli e senza freno. Quella voce mi ricordò la realtà; ebbi paura di me. In quel momento provai un grande imbarazzo. Avevo trent'anni ed avevo molto amato. Pure era la prima volta che mi trovavo in faccia ad un amore puro. Un istante pensai. Essere amato da un'artista, che viaggia sola,--e rispettarla; e filare il sentimento come un collegiale.--Sarebbe ridicolo! E tradussi codesto pensiero mefistofelico in uno sguardo pieno d'ironia.--Ma i miei occhi si scontrarono con quelli di Fulvia che, attonita del mio silenzio, mi interrogava collo sguardo. Quegli occhi erano pieni di lagrime, ed il suo volto era arrossito come non può arrossire che una donna onesta. Il mio sguardo ed il mio cuore ridivennero buoni; la vidi e la credetti pura, ed ebbi fede in lei. Le presi la mano, e con sincerità profonda le dissi: --Come farò a rispettarvi, Fulvia? Ora che so che mi amate! --Amandomi molto e davvero, mi rispose. --Ma io non so amare per metà. --Io v'insegnerò; non ad amarmi per metà, ma a resistere al vostro stesso amore; e quando voi sarete debole, io sarò forte per tutti e due. M'inginocchiai accanto a lei. Il mio cuore era profondamente commosso, ed il mio pensiero vagava in un'onda di contento indeterminato. Continuavo a baciare con trasporto le sue mani, e le domandavo ancora, ed ancora: --Mi amate, Fulvia? --Pur troppo, vi amo--mi rispose con voce soffocata. A quelle parole, dolorose per me, la guardai negli occhi;--erano gonfi di pianto. --Perchè dite -pur troppo-? Perchè piangete? Vi dispiace di amarmi? --Sì, mi rispose piangendo. --Ma perchè? Cosa v'ho fatto, Fulvia? Siete scontenta di me? --Non di voi, Massimo; di me sono scontenta. Avrei dovuto combattere codesto amore; nasconderlo; fuggirvi. Sono stata troppo debole; e voi troppo appassionato: fui troppo facile a svelarlo. --Oh, non lo dite! esclamai. È tanto tempo che io vi amo; che ve lo faccio comprendere.--E le schierai una quantità di soavi -ricordate?- rammentandole ad una ad una le mie mute dichiarazioni, i miei trasporti, le mie speranze, le mie smanie, le mie gelosie... Ella mi ascoltava senza cessare di sospirare e di piangere. Erano le lagrime che si danno ad un cadavere da cui si è sul punto di separarsi per sempre. Finalmente mi disse: --Che avrete pensato di me ieri sera, quando io strinsi furtivamente la vostra mano? Se sapeste come ho sofferto tutta notte ripensando a quell'atto! Come me lo rimproverai! --O Fulvia!--Fui così felice in quel momento; non lo rimpiangete. Quello slancio impensato è una prova della vostra lealtà. Voi non conoscete le arti di fingere un'indifferenza provocante, per invitare l'amore a rivelarsi.--Amate e lo lasciate comprendere. Siete buona e sincera.--Non istate a pentirvene; non vi dolete d'avermi fatto felice. --Ma io non posso, non debbo farvi felice;--non debbo amarvi--esclamò al colmo dell'angoscia, singhiozzando come un bambino. --Perchè non dovete amarmi? Non siete libera? --No, Massimo; sono promessa ad un altro che deve essere mio sposo.--E si nascose il volto nelle mani, e si sciolse in pianto. Quella parola mi fece un male crudele. Mi parve che in quel momento mi si sottraesse il sangue dal cuore. Mi alzai lentamente ed andai a stendermi lontano da lei in una sedia a bracciuoli. Ivi rimasi qualche tempo senza pensar nulla, in uno stato d'abbattimento, con questa sola idea tuttavia non bene distinta:--Che tutto era finito; che stavo per partire, e non la vedrei più. Ma intanto la vedevo, e la vedevo piangere, e quel pianto era d'amore per me. A poco a poco il mio stato di passività si andò animando d'una sensazione dolce. Provavo, dirò così, l'ebrezza di soffrire insieme. Il desiderio conteso, le aspirazioni ferventi verso una meta impossibile, sono lo stato più confacente al mio carattere. Sentii un'acre dolcezza sostituirsi al senso di scontento che mi aveva invaso. Mi diedi a riflettere al nostro breve passato; ad esaminare quasi tranquillamente tutto il procedere di Fulvia ed il mio. Ad un tratto pensai: --Ecco la ragione dell'-episodio tempestoso!- Promessa ad un altro, non poteva sperare di unirsi per sempre ad un uomo amato, e sognava di esaltarsi almeno per un tempo per un grande amore, prima di sacrificarsi per tutta la vita! E tutte le promesse che avevo creduto di scorgere nell'espressione di quella sua strana idea, mi balenarono al pensiero in quell'ora di dolore, come un miraggio. Quante lusinghe, quante speranze, quale completo abbandono in quelle parole ch'io interpretavo con una larghezza d'idee che Fulvia non ci aveva posta nel dirle!--Guardai la testa bruna di Fulvia, la sua persona casta e graziosa, e tutto un paradiso d'amore mi si aperse alla fantasia esaltata. --È giovane e pura, e sarà mia--pensai.--E sorsi, e me le accostai, per ripeterle quelle sue parole, per implorare in nome dell'amore l'esaudimento delle mie ardenti speranze. --Fulvia...--mormorai prendendole la mano. Ella alzò il capo e mi guardò addolorata. Ma innanzi alla lealtà del suo sguardo il mio ardire venne meno. Era quello sguardo con cui m'aveva fissato dicendomi: «Se mi amate, saprete rispettarmi sempre.» I miei amici che aspirano alla riputazione di Don Giovanni sentenzierebbero senza dubbio, leggendo queste parole, che -tutte le donne dicono così-. Io ammiro che sappiano quel che dicono -tutte le donne-. Quanto a me non lo so. Ma so di certo che Fulvia doveva dirlo in modo differente dalle altre, perchè quelle parole, in bocca a lei, erano sincere, ed inspiravano rispetto. Le mie idee si confusero. Non osai rammentarle quel suo discorso avventato d'altre volte e, quasi inconscio dell'atto imprudente, le porsi tremando l'ultimo biglietto di Vittoria. Ella lo lesse, poi me lo rese in silenzio. Più discreta di me, non pronunciò il nome della povera donna che aveva traditi i suoi doveri per me.--L'indovinò forse? O lo conosceva? Seppi più tardi che lo conosceva. E che nel suo animo, in cui m'aveva posto tanto alto, non entrò neppure il sospetto che quell'atto mi fosse inspirato dalla stupida vanità di far pompa d'una mia conquista.--Comprese il muto linguaggio ch'io le parlavo dandole quella carta:--Io ho rotto dei legami che duravano da anni per amor di voi; non farete voi altrettanto per me?--Così mi comprese e fu nel vero. Una donna sinceramente innamorata, legge chiaramente nel cuore dell'uomo che ama, e non s'inganna mai. Ci rimettemmo a discorrere, mesti entrambi, parlando di lei, di me, dei nostri vincoli che ci trascinavano per vie disparate.--Non so a qual proposito venni a dire ch'io non avrei potuto legarmi in matrimonio, che codesta idea mi faceva spavento. È una fanfaronata che tutti i giovani si credono in obbligo di fare. Ed io dicevo come gli altri, senza che ci fosse grande verità nelle mie parole. E poco dopo le domandai: --Ma perchè non potreste sciogliervi dalla promessa con quel fidanzato, dacchè non l'amate? --È un bravo giovane, un nobile cuore, mi ama... E poi, a lui non fa spavento l'idea di legarsi a me per tutta la vita. Mi parve che in quelle parole vi fosse una provocazione. L'uomo della società si ridestò un'altra volta in me, e mi suggerì questo pensiero: --Non è vero che Fulvia sia promessa ad un altro. È uno stratagemma per farmi svelare le mie intenzioni, ed indurmi possibilmente a sposarla; non è che una commedia, ed anche, d'una volgarità... Non avrei che ad offrirmi di soppiantare il mio rivale, e tosto ella lo lascierebbe dileguarsi come un vile.--Tuttavia quest'idea,--che trattandosi d'un altra donna, in pari circostanze, sarebbe già stata una certezza per me,--era ancora un po' dubbia dinanzi alla schiettezza di Fulvia. Volli accertarmene, e le dissi col mio accento più passionato: --E se vi sposassi io, Fulvia? Un lampo di gioia brillò nel suo sguardo.--Pur troppo è così, pensai.--E già rimpiangevo che la nobile fanciulla da me ideata non fosse che una piccola intrigante in cerca d'un marito. E colla morale un po' opportunista d'un giovane innamorato, dissi tra me: --L'avrei preferita meno onesta, ma più schietta. M'ero ingannato ancora. Fulvia si fece anche più mesta di prima; e prendendomi la mano in atto riconoscente mi disse: --Sarebbe impossibile, Max. Ve l'ho detto, sono promessa ad un altro. Questa risposta, anzichè addolorarmi, mi colmò di gioia. Ella non aveva mentito. Era sempre quella donna nobile e leale, incapace di finzione e di calcolo. Ancora una volta mi pentii di averla calunniata nel mio pensiero. --Ebbene, le dissi, amatemi come un fratello; e non pensiamo ad altro, e speriamo nell'avvenire.--E suggellai quelle parole fraterne con uno di quegli sguardi in cui l'amore ha stillato tutto il suo nettare e tutto il suo fiele. Ma ella piangeva ed io era triste. Pensavo che quella donna non sarebbe mai mia, e sarebbe un giorno d'un altro. Pensavo che questo altro era stato amato da lei, non fosse che un'ora, quando gli aveva fatto quella promessa. Ma tali promesse chi pensa a mantenerle quando è cessato il sentimento che le ispirava? Ed a che servirebbe?--Perchè dunque Fulvia sposerebbe un uomo che non ama più, ella così sincera, invece di dirgli francamente: «Io non vi amo più; non potrei farvi felice; per la felicità che vi tolgo, vi ridono in compenso la vostra libertà.»--Perchè? Questo vincolo aveva qualche cosa di misterioso ai miei occhi. Fulvia era libera e sola; era stata innamorata--viveva sul teatro... Il dubbio mi entrò ancora una volta in cuore. --Questo matrimonio dev'essere per lei una riparazione, dissi tra me.--È chiaro. Per quell'uomo ha commesso un errore; ora non lo ama più; ma è onesta; non vuole appartenere ad un altro. Forse una terza esistenza dipende da questo suo sacrificio... Povera giovane! E nella bontà del mio cuore mi sentii compreso da infinita pietà. --Fulvia, le dissi, perchè mi nascondete il motivo che vi obbliga a sposare un uomo che non amate? Abbiate fiducia in me; forse pensandoci insieme troveremo il mezzo di svincolarvi da codesto impegno. --Non vi nasconderò nulla, mi rispose.--Ma non posso dirvi tutto ora, i vostri amici potrebbero venire; e poi certe cose sono più facili a scrivere che a dirsi. Vi scriverò. Vi scriverò questa notte, e domani saprete tutto. Ma non sarà perchè mi aiutiate a sciogliermi dal mio impegno. Sarà per giustificare, se è possibile, il mio strano contegno con voi. Accettai questa promessa, e poco dopo lasciai Fulvia colla profonda convinzione che i miei sospetti non mi avevano ingannato;--ed infatti, cosa mai potevano essere le confidenze -più facili a scrivere che a dirsi-, se non un amore colpevole, il solo di cui una donna che conosce il mondo possa arrossire?--Se v'ha sotto il sole un uomo nato nell'anno di grazia mille ottocento quarantacinque, il quale possa dire in coscienza che in pari circostanze avrebbe pensato altrimenti, lo autorizzo a gettarmi la pietra; pronto a riceverla nella testa. XV. La certezza che Fulvia aveva una macchia nel suo passato, l'ombra d'un rivale, e forse il fatto stesso d'aver finalmente confessato il mio amore, lo avevano sensibilmente diminuito.--È fuor di dubbio che la poesia dell'amore è prima della rivelazione;--la parola immiserisce il sentimento, lo circoscrive ne' suoi limiti.--La pace del sentirsi amati, ci toglie dal cuore l'esaltazione dell'incertezza, l'entusiasmo dell'aspirazione; e non c'è amante felice il quale non debba confessare che lo era di più, quando non era completamente certo di esserlo. La tempesta era sedata nel mio cuore.--Quel giorno badai tranquillamente ai miei affari, poi andai a far qualche visita, poi al caffè, al teatro, e non tornai più da Fulvia. Pensavo a lei con quel sentimento di commiserazione che era nato in me gemello al sospetto sul suo passato. Provavo per lei la tenerezza e la pietà che avrei provato per una vedova indiana condannata al rogo.--Non mi pareva di conoscerla nè di esserle legato di più. Al teatro vidi Giorgio.--Egli era stato all'Albergo Milano. Ma Fulvia non lo aveva ricevuto.--Pure la sua scrittura era scaduta, ella non cantava più, e doveva essere in casa.--Egli era inquieto. Quanto a me avevo un senso vago d'essere un eroe dell'amicizia. Sì; io, che fino a poche ore innanzi avevo adoperato tutto il mio ascendente per involargli quella donna ch'egli amava, ora pensavo che Giorgio dovesse essermi riconoscente perchè non me ne sentivo più innamorato, perchè non pensavo a contendergliela, perchè ero fermamente risoluto a non aver nulla di comune con lei. Ed intanto vedevo col pensiero la giovane artista intenta a scrivere per me una storia, per cui non provavo già più che una lieve curiosità. Povera Fulvia! non giudicarmi troppo severamente. È il mio carattere così;--io non so amare che a sbalzi.--Era certo studiando me, che la tua anima passionata inventava l'-episodio tempestoso-. Sì, il mio amore è splendido ed ardente come il lampo, ma rapido com'esso.--Salgo troppo alto nella sfera della passione, per rimanervi; bisogna ch'io ridiscenda;--ed allora la prosa della realtà mi gela il cuore,--poi mi innalzo di nuovo, ritrovo la luce, ritrovo l'ardore,--ma per perderli e ridiscendere ancora.--Perdonami, Fulvia; io non ne ho colpa; come tu non hai merito del tuo amore più durevole e profondo. È la natura che ci ha fatti così.--Tutto quanto hai diritto a pretendere è ch'io ti riconosca superiore.--E lo riconosco ampiamente. La mattina seguente quando mi fu recato il caffè che soglio prendere a letto, vidi sul vassoio un grosso piego che compresi subito essere le confidenze di Fulvia. Confesso che fui sinceramente meravigliato di trovarmi ancora in sì stretto rapporto con lei; tanto nel mio cuore me ne sentivo già moralmente disgiunto. Io sono pigro e mi alzo abitualmente assai tardi. Dopo aver preso tranquillamente il caffè, feci aprire le finestre, ravviai i guanciali e le coltri, mi posi a sedere sul letto, ed alla luce d'un bel sole mattutino impresi a leggere quelle pagine colla tranquilla e benevola curiosità con cui si comincia un romanzo d'un autore noto e simpatico;--nè più nè meno. Con questa sola differenza che, dissuggellando quel piego andavo chiedendo tra me: «Scrive bene?» Ed era il solo pensiero che mi occupasse in quel momento. XVI. LE MEMORIE DI FULVIA. «-Caro Max,- «La mia nascita, la mia infanzia, la mia adolescenza non hanno nulla di romantico.--Me ne duole, per l'effetto di queste mie pagine, ma è così. «Il mio babbo era impiegato governativo, ed era povero. La mia mamma morì pochi anni dopo la mia nascita. Non avevo fratelli. In casa mia si viveva meschinamente, con una sola serva che aveva cura di me. «Quando ebbi dodici anni, il babbo mi pose in collegio, dove rimasi sette anni. La pensione era dispendiosa. Egli licenziò la serva, vendette il mobiglio, e si pose a vivere a dozzina per fare economia. «Ed infatti riescì a mantenermi tutto quel tempo in collegio, senza farmi sentire la menoma privazione, senza farmi sfigurare presso le compagne; e, dal canto suo, non fece mai l'ombra d'un debito. Forse le privazioni, povero babbo, le imponeva a sè stesso; ed il mio benessere era il frutto de' suoi sacrifici. «Ma fin allora non m'ero mai imbattuta a pensare quale potesse essere la condizione economica di mio padre. Accettavo la mia, e la godevo colla spensieratezza della mia età. «Parecchie delle mie compagne imparavano il canto. Io vi aspiravo vivamente. Amavo la musica con trasporto, ed ero ambiziosa. Pregai la direttrice che mi facesse provare la voce. Il maestro trovò che era buona. Allora, senza pensare all'aumento di spesa che gl'imponevo, scrissi al babbo quel mio desiderio. Non mi cadeva in mente che lo studio d'un'arte potesse essere questione di denaro. «Il babbo che mi aveva data un'istruzione nell'idea di fare di me un'istitutrice, s'adattò senza difficoltà a farmi invece una cantante. «Io, che avevo desiderato cantare come dilettante, mi adattai, parimente senza difficoltà, ad essere artista. E tre anni dopo cantavo per la prima volta in un concerto, dopo il quale firmai la mia prima scrittura per la stagione di primavera a questo teatro Carcano di Milano. «Come vedete, la mia carriera s'iniziò tranquillamente, senza contrasti. Non avevo una famiglia aristocratica che s'indignasse di vedermi sulle scene, e contro cui avessi a difendere l'arte incompresa. La mia famiglia è modestissima; non vanto passate grandezze; la mia vita d'artista non ha nulla di drammatico; tutto è prosa intorno a me. «E la mia storia più intima, quella che mi dispongo a confidarvi? Ahimè, Max, è prosa anch'essa. Ora soltanto che è divenuta un ostacolo fra noi, attinge un po' di poesia da questa circostanza; la triste poesia del dolore. «Uomini e donne hanno la crudele abitudine di rinnegare dinanzi ad un nuovo amore i loro amori precedenti. Tutt'al più ne ammettono uno, se la sua notorietà impedisce di negarlo; ma s'affrettano a dire che non fu vero amore; che fu un sogno giovanile, una calda amicizia cui il cuore illuso scambiò per una passione. Il solo vero amore deve sempre essere l'attuale. «È forse atto di cortesia per lusingare l'amor proprio della persona amata; per dirle: «Nessuno ebbe a' miei occhi le tue attrattive, nessuno m'inspirò il sentimento che tu m'inspiri.» «Io sarò meno gentile, ma più vera. Ho amato prima di conoscer voi, Max. «L'uomo, a cui sono fidanzata, non è un vecchio ricco ed acciaccoso che mi venga imposto tirannicamente da mio padre, e contro di cui io possa fare appello ai vostri sentimenti cavallereschi. No; è un bel giovane povero come me; buono, nobile, intelligente. Che io stessa scelsi, che amai; che amai con trasporto; per cui ho palpitato, ho pianto, ho gioito; la cui parola d'amore mi scese soave all'anima; a cui mi fidanzai con delizia sognando un avvenire di felicità. «Ed ora, perchè non l'amo più? È almeno stato infedele, sleale? Ha demeritato il mio amore? No; è stato fedele, e mi ama, e merita d'essere adorato. Sono io che non l'amo più, perchè non l'amo più; perchè l'amore non è eterno che in casi eccezionali; l'amore può cessare; il suo carattere era troppo freddo per rispondere alle mie aspirazioni; e la sua freddezza ha spento l'ardore che le sue prime parole d'affetto m'avevano acceso nel cuore, ecco la prosa. «Era un tedesco che m'insegnava il canto. Quando lo conobbi, era giovanissimo; e dirigeva già l'orchestra del teatro Regio di Torino, dove io sono nata e cresciuta. Era bello e d'un'eleganza di buon gusto. «Non è punto vero che si ami un uomo per le sue qualità esterne o per le sue abitudini; si amano le qualità e le abitudini per l'uomo. I primi amori che io sognava nel segreto del cuore, erano per eroi, per uomini fieri, dall'aspetto maschio, da' modi franchi, come i vostri, Max. Uomini dalla voce dolce come una melodia, profonda come un pensiero, passionata come un bacio--la voce di Giorgio. I giovani dai -palmerstons- profumati, dai capelli unti e lucenti, dalla scriminatura dritta come una rotaia di ferrovia, gli eleganti che discorrono di toletta, e ne mutano tre ogni giorno, erano a' miei occhi ridicoli. Non me ne occupavo che per farne la caricatura. «Il mio maestro di canto era appunto uno di codesti. Sembrava una figurina tagliata fuori da un giornale di mode. S'inchinava in due tempi; parlava sotto voce con un garbo inalterabile; era sempre del parere delle signore, e nelle sue stesse lezioni sapeva non contraddirmi, apertamente, e non riscaldarsi mai. I suoi lineamenti erano belli, d'una bellezza regolare e fredda. Viso ovale, occhi nè grandi, nè piccoli, colorito fresco, profilo greco, labbra rosse che nel parlare lasciavano vedere i denti d'una bianchezza abbagliante. La sua barba d'un biondo fulvo, ed i suoi baffetti erano evidentemente l'oggetto delle sue cure amorose. Parlava poco, ed era sempre dello stesso umore; nè troppo serio, nè troppo gaio. Aveva l'aria d'un cortigiano aspirante che facesse la sua pratica nell'etichetta di corte. Quando lo conobbi mi fu antipatico. Quando l'udii parlare, il suo accento straniero e la sua voce--sopra tutto la sua voce--finì di rendermelo repulsivo. Era una vocina di testa, con una nota cavernosa nel naso, che ad ogni tratto risuonava come una corda spezzata. Avevo sul pianoforte il metronomo per misurare il tempo. Il mio maestro non mi parve più animato di quello strumento. Avrei giurato che aveva una complicazione di ruote e d'ingranaggi al posto del cuore, e la sua bellezza mi lasciava fredda come la bellezza d'un fantoccio. «In fatto di musica egli apparteneva a quella scuola che i profani chiamano dell'avvenire. Quanto a me, non avevo ancora opinioni; le cadenze lente e melodiche mi eccitavano il sentimento e mi riescivano facili; ed io le cantavo di preferenza. «Un giorno il maestro entrò ch'io stavo intuonando, forse per la decima volta, un'aria della -Straniera:- Trovarti, rivederti Un solo istante ancora... «Contro tutte le sue abitudini, il calmo tedesco fece un atto di dispetto, tolse quella musica dal leggìo e la respinse dicendomi: «--Non s'innamori di questa roba! «Io mi sentii offesa nel mio sentimento più caro. Avevo messa tanta espressione in quel canto, che mi figuravo di far pensare lui come tutti, ad un assente rimpianto, cui aspirassi di -trovare- e -rivedere-. Le mie compagne me l'avevano fatta ripetere a sazietà, e mi avevano detto: «--Si sente che ci metti tutta l'anima. «--Si direbbe che hai delle lagrime nella voce, ecc. «Ed ecco invece che quel glaciale tedesco non comprendeva nulla di tutto ciò; e là dove si esprimeva un dramma di sentimento, egli non vedeva che la povertà d'una combinazione di crome e semicrome; nel grido dell'anima che deplorava l'assenza d'un essere amato, egli non deplorava che l'assenza di complicazioni armoniche e d'istrumentazione. Ne fui irritata, e, senza nasconderlo, gli risposi: «--Perchè non ho a cantare un'aria che mi piace? «--Perchè non le giova a nulla, mi disse riprendendo la sua calma abituale. È una melodia bella a sentirsi, ma che non fa fare nessuna ginnastica alla voce, e la sua ha bisogno di esercitarsi nelle difficoltà, per svilupparsi ed acquistare agilità ed estensione. «--Gli esercizi sono freddi e mi annoiano, borbottai; non c'è sentimento. «--L'espressione del sentimento,--riprese il giovane verista,--è infatti una delle attrattive per cui la musica ottiene il favore del pubblico. Ma per noi la musica dev'essere uno studio serio, e non un idillio sentimentale. «Io fui sempre troppo sincera, come mi conoscete, Max. La parola mi fugge dal cuore al labbro, senza dar tempo alla ragione di controllarla. Indignata di quelle parole che reprimevano il mio entusiasmo, lo rimbeccai con vivacità: «--Ella non ha cuore se intende la musica così. Il maestro d'aritmetica non parlerebbe altrimenti. «Egli non mi rispose. Aperse sul leggìo un fascicolo di studi sugli arpeggi, ed incominciò gli accordi dell'accompagnamento, accennandomi di ripetere la mia lezione. «Ma io ero irritata; cantavo male. Feci due o tre note false; egli mi corresse; la vergogna mi paralizzò la voce; gettai la musica sul pianoforte, fuggii all'altro capo della stanza, sedetti ad uno scrittoio colle braccia sovr'esso ed il capo sulle braccia, e scoppiai in pianto. «Il maestro stette un momento in silenzio, durante il quale sentii che mi guardava. Vi sono sguardi che si sentono come un raggio carico di elettricità rivolto su di noi. «Poi lo sentii voltarsi verso il piano, tentare qualche accordo incerto; rimanere pensoso come in cerca d'un pezzo di cui il lungo abbandono gli avesse fatte dimenticare le note; e finalmente cominciare con esitazione, e quindi procedere con sicurezza la grande aria del soprano nella -Sonnambula-, poi il duetto tra soprano e tenore nella -Lucia-, e chiudere quel piccolo concerto coll'aria del tenore ed il duetto d'amore della -Jone-. Tutta musica affatto contraria ai suoi gusti. «Quella concessione fatta a' miei gusti sentimentali era una muta scusa ch'egli mi rivolgeva. Io lo compresi e ne apprezzai la delicatezza. «In quel momento il congegno ad ingranaggi e ruote che mi ero figurato nel petto del mio maestro, scomparve, e vidi un cuore caldo e sensibile palpitare sotto l'eleganza della sua toletta. «Non piangevo più, non pensavo più alla mia umiliazione. Un altro ordine d'idee mi preoccupava lo spirito. «--Quel giovane cuore era egli rimasto freddo fin allora accanto a me? Quello sfoggio di melodia, un minuto dopo averla condannata, era un semplice atto di delicata condiscendenza? O era una dimostrazione di simpatia? «Intanto, sebbene non piangessi più, continuavo a starmene nello stesso atteggiamento, col volto nascosto. Quando si è piantato qualcuno in asso per andare a piangere dispettosamente in un canto, non è così facile asciugarsi gli occhi e tornare a dirgli tranquillamente: «Eccomi, ho finito» a rischio di sentirsi ridere in volto. «Il maestro comprese che bisognava ajutarmi ad uscire dall'imbarazzo in cui mi ero posta. Lasciò il piano; venne a fermarsi in piedi dinanzi a me, e mi domandò: «--È in collera? «Non sapevo che dire, e presi il partito di non rispondere, di non alzare il capo. Ma la sua voce mi parve meno brutta. In quella, da lontano, nel silenzio delle classi deserte,--perchè a quell'ora, tutte le compagne erano in giardino alla ricreazione,--si udì battere un uscio. La direttrice veniva abitualmente ad assistere alle lezioni di musica, e certo doveva esser lei. Io sentii con terrore la sconvenienza della mia posizione, il maestro pure la sentì perchè riprese curvandosi verso di me: «--A momenti è qui la direttrice. Via, mi perdoni, e venga a riprendere la lezione. «Io mi rizzai in fretta, e senza rispondergli, senza guardarlo, tornai al pianoforte. «Egli mi seguì, sedette, pose le mani sui tasti, poi, invece di riprendere l'accompagnamento interrotto, alzò gli occhi in volto a me, e, con un sorriso che parve trasfigurarlo, mi interrogò: «--Ed ora cosa facciamo? «Io presi senza rispondere il fascicolo d'arpeggi che avevo respinto. Era una risposta. «Colla galanteria che gli era naturale egli accolse quell'atto di condiscendenza come un grande favore, e mi disse: «--Grazie, signorina; ella è troppo buona; -sebbene io non abbia cuore-, le sono molto riconoscente del sacrificio che mi fa. «In quella entrò la direttrice, e la sua presenza m'impedì di rispondere qualche imprudenza. «Alla lezione seguente la direttrice era in classe quando il maestro entrò. Egli aveva un fiore di vaniglia all'occhiello dell'abito. Io guardavo quel fiore e pensavo: «L'ha portato per me....» «Poco dopo la direttrice fu chiamata fuori. Io precipitai istintivamente l'esercizio che stavo facendo. Il maestro non mi corresse quell'errore di tempo. Erano così rari i momenti in cui il caso ci accordava di esser soli; entrambi avevamo premura di profittarne. Egli mi disse, mentre voltava il foglio: «--È ancora in collera con me? «--Sì, gli risposi; perchè non vuole lasciarmi cantare nulla di bello. «--Ebbene, riprese egli, domani le porterò -Gran Dio morir sì giovane-, lo canteremo insieme. «Non potei a meno di ridere. La grande facilità di quella melodia l'ha resa siffattamente popolare che omai ci sembra volgare, e la proposta era realmente umoristica. «La mia ilarità gli diede coraggio ed egli soggiunse: «--Sono stato infelice per causa sua tutti questi giorni. «Io feci un atto ed un sorriso d'incredulità. «--Non mi crede? riprese. Se sapesse che rimorso provava per averla fatta piangere! Ero tentato di andare da Blanchi a provvederle tutti quanti gli spartiti di Bellini e di Donizzetti.... «Cominciavo a sentirmi umiliata di quell'incapacità che mi attribuiva di apprezzare le più alte e complesse combinazioni dell'armonia tedesca. «--Ma no, protestai. Ella mi deride. Io non sono mica esclusivamente amante della melodia. Ieri ho suonato tutta la -Sinfonia pastorale-. «Era vero; l'avevo suonata dapprima in omaggio a lui, e dopo una prima lettura l'avevo ricominciata con vero interesse, e l'avevo scorsa fino in fondo con passione. «--Ah! lo sapevo bene che ella non poteva non comprendere quella musica vera e sublime, esclamò con un sorriso di soddisfazione. E continuò: «--Guardi, ne ero tanto sicuro, che le ho portato un fiore per fare la pace. «Così dicendo, mi porgeva la vaniglia che s'era tolta dall'occhiello dell'abito. «Io accettai quel fiore; poi fui mortificata della mia facile condiscendenza, e, tanto per darmi un contegno, osservai che era bello. «Egli mi rispose che l'aveva coltivato sul suo balcone; che amava molto i fiori, che gli rammentavano le persone care che non poteva aver vicine; e riprese: «--Ella non crederà che io abbia delle persone care, poichè dice che non ho cuore. «--Vedo bene che non ne ha,--gli risposi--se non sa perdonare un'offesa. «--Ma è perchè la sua offesa è troppo grande. È la più grande che si possa fare ad un povero giovane. «Io non diceva nulla. Egli soggiunse: «--Dica, lo crede davvero ch'io non abbia cuore? «Ed accompagnava quella domanda con uno sguardo che smentiva altamente l'accusa. «Ebbi appena il tempo di dirgli «No» e tosto s'udì la direttrice che s'avvicinava alla classe. «Io aveva in mano il fiore di vaniglia che un momento prima era all'occhiello dell'abito del maestro. Se la direttrice l'avesse veduto, non avrebbe mancato di farne rimprovero non a me sola, ma a lui; anzi a lui solo, perchè quanto a me non potevo che accettare la cortesia d'un superiore. «Tutto questo mi passò in mente nell'atto ch'ella apriva la porta, e con un movimento rapidissimo nascosi il fiore. Ma nel fare codesto arrossii vivamente. Era riconoscere che nel dono di quel fiore c'era implicato qualche cosa che la direttrice non doveva sapere; che quel -qualche cosa- io l'avevo indovinato; e però accettando il fiore, avevo accettato il -qualche cosa- sott'inteso; ed ora nascondendolo, convenivo d'avere un segreto comune con lui. «Egli mi ringraziò con uno sguardo, poi cercando fra i fascicoli di musica l'aria della -Straniera- che era stata causa del suo malumore, e mettendola sul leggìo, mi disse: «--Canti un poco per riposarsi dallo studio. «Compresi che voleva così ringraziarmi secondando una mia predilezione, e cantai. Ma quell'aria mi era divenuta antipatica, e da quel giorno non vi fu astruseria di logaritmi musicali che non mi esaltasse fino al delirio. «All'altra lezione il maestro portò un nuovo fiore. Le compagne trovarono modo di far uscire la direttrice, ed appena fummo soli il fiore mi venne offerto, come cosa convenuta. Accettando quell'altro avevo stabilito un precedente che autorizzava il giovane maestro a 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000