però ero spesso indispettito di quella sua mancanza di penetrazione, e
pensavo: «Com'è sciocca! non sa indovinarmi.» Ma altre volte il suo
imbarazzo e le sue tacite paure mi divertivano assai.
XII.
Un uomo costretto a sciupare man mano il suo patrimonio, prevede che
giunto in fondo rimarrà denudato e povero, e la vita gli sarà penosa.
E però va vendendo alla spicciolata i piccoli capitali, e le
cedolette, e le gioie di famiglia, e lascia per ultimo il fondo più
vasto che forma la base delle sue sostanze; e su quello mette ipoteche
sopra ipoteche, prima di decidersi a venderlo, perchè pensa che dopo
quello non avrà più nulla....
Così è di me, lettori. Sto liquidando l'aureo capitale delle memorie,
e mi appiglio ai piccoli fatti, ai particolari, alle sensazioni mute;
e tremo di por mano al grande avvenimento che forma la base del mio
romanzo, delle mie gioie, perchè sento che con quello avrò esaurito il
tesoro delle dolci ricordanze; mi resterà il dolore, la prosa.... poi
l'isolamento, la miseria del cuore.
Ma anch'io ho tanto preso a prestito sul quel mio capitale, che omai i
lettori potrebbero rapirmene il segreto mettendone insieme le
bricciole sparse. Tanto vale adunque ch'io prenda il mio coraggio a
due mani e dia dentro a grandi colpi di penna a distruggere quei
poveri e cari avanzi della mia fortuna passata.
XIII.
Era la sera d'una domenica. Fulvia non doveva cantare, ed era rimasta
in casa. Giorgio, un altro amico ed io passavamo la sera con lei. La
via Manzoni brulicava di folla elegante. «Usciamo sul terrazzo a
vedere le signore che tornano dal Corso» disse Fulvia. Ed uscì. Io me
le posi a destra, l'altro signore a sinistra. Il resto del terrazzo
era ingombro di fiori. Giorgio rimase dietro a lei.
Egli era sempre melanconico anche quando scherzava, e scherzava molto
per nascondere la sua pena. Si dissero amenità, si fece sfoggio di
spirito a spese dei signori e delle dame eleganti che passavano nella
via, si rise molto. Ed intanto si fece buio buio e la folla s'andò
diradando. E colla folla e colla luce scomparve la vivacità del nostro
spirito. La mia voce aveva ripresa quella nota profonda che aveva
avuta già l'ultima volta che m'ero trovato solo con Fulvia; ed ella
pure parlava con quell'altra nota di petto che, fin da quel giorno,
aveva fatto riscontro alla mia.
Per appoggiarsi al terrazzo ella aveva conserte le braccia, e la sua
mano sinistra rimaneva pendente sotto il gomito destro, e la destra
sotto il sinistro. Io aveva preso la stessa posizione, sicchè la mia
mano destra e la sua sinistra erano vicine, e la mia carezzava senza
posa la sua, che non si ritirava punto, e riceveva passiva le mie
carezze.
Ad un tratto, dopo averlo lasciato sino allora in piedi dietro a noi,
Fulvia fu presa da un'improvvisa pietà per Giorgio.
--Ed il povero Albani, esclamò, che se ne sta dietro tutto solo!
Facciamogli un po' di posto. E così dicendo si strinse, non presso il
suo vicino a sinistra, ma presso me, e, certo per fare che le braccia
occupassero meno spazio, passò il suo nel mio e mi si serrò daccanto.
In quel momento il mio cuore prese a battere con tal violenza, che me
ne echeggiavano i sussulti alla gola ed alle tempia. Premevo il
braccio di Fulvia con sì vivo trasporto, che certo ella dovette
sentire i miei palpiti. E la mia mano continuava a premere la sua.
Oh! tutta la mia vita per un'ora come quella! Le nostre persone
aderivano, e le mani erano congiunte, e la mia testa sovrastava alla
sua, ed il mio alito cadeva sui suoi capelli. Ella non mi guardava ed
io non guardavo lei. Tutti e due avevamo gli occhi intenti giù nella
via, dove non vedevamo nulla. Dicevamo cose insensate cogli altri
amici, e si faceva un gran ridere.
Ma Fulvia ed io ridevamo non di allegria, di gioia; perchè omai una
fase nuova era cominciata per noi; perchè sentivamo d'amarci e
d'esserci rivelato a vicenda il nostro amore. Le nostre mani si
stringevano con passione, si isolavano dalla conversazione, parlavano
tra loro, si davano del tu. Quella di Fulvia diceva:
--Non più misteri fra noi, nè peritanze; io so che mi ami, e ti amo.
E la mia rispondeva:
--Sì, cara; ti amo con tutta l'anima, e sono felice.
Ed oasi inebrianti mi balenavano allo sguardo, e mi pareva ad ogni
istante che gli altri due dovessero scomparire, e noi rimanere soli;
soli in faccia l'uno all'altra; e guardarci finalmente, e cercarci
negli occhi e sulle labbra tutto quanto ci eravamo detti colle strette
delle nostre mani, e dirci: È vero.
Poi m'indispettivo che i miei amici si frapponessero tra me e lei; tra
noi ed il nostro amore. Eravamo sempre appoggiati al balcone. Un
momento pensai:
--Se l'inferriata del balcone cadesse, e li trascinasse con sè!
E, traendo meco la giovane che mi dava il braccio, mi rizzai per
lasciarli cader soli. Oh, l'egoismo dell'amore!
Ma il terrazzo non cadde, nè i miei buoni amici con esso. Il tempo
passava, ed io non pensava punto punto a spiccarmi di là. Ivi era la
felicità; non avrei osato fare un movimento per timore di metterla in
fuga. Fulvia mi strinse la mano ancora una volta, poi sciolse il suo
braccio dal mio, e rientrò nella camera; i miei amici la seguirono.
Io rimasi immobile; e mi parve ch'ella fosse già troppo fredda, per
aver saputo strapparsi spontaneamente a quella suprema gioia.
Un momento prima sentiva che quella donna mi amava; l'avrei giurato
pel cielo e per la terra. Ed ora, a due passi di distanza, rinascevano
tutte le mie dubbiezze. E pensavo:
--Forse quello ch'io credetti lo slancio irresistibile della passione,
non fu che un atto di civetteria. Forse l'avrebbe fatto con un altro
come lo fece con me. Infine una stretta di mano non può avere che un
valore relativo. Ogni giorno ella stringe la mano a tutti i suoi
conoscenti... Fui uno sciocco a lusingarmi per una stretta di mano...
Oh! una stretta di mano! Furono molte strette, e furtive! È ben altra
cosa. No; senza un grande e prepotente amore, una donna non può far
violenza al proprio ritegno fino a stringere furtivamente la mano d'un
giovane, che non sa ancora se l'ami. È bensì vero ch'ella doveva
saperlo. E tuttavia ecco che se ne va via con indifferenza, e parla e
scherza con Giorgio; forse in questo momento stringe la mano a lui
come l'ha stretta a me... Oh, le artiste! Chi può mai dire se
un'artista è una donna come un'altra? Chi sa? Forse è un'avventuriera;
forse ha già avuto dieci amanti... Ed io me ne stavo innamorando! Eh
via! Fu un'aberrazione, uno scherzo; ne riderò per un pezzo. E
rientrai perchè la commozione mi serrava la gola; se fossi rimasto
solo avrei pianto.
XIV.
I miei amici stavano congedandosi da Fulvia.
--Domani, ella diceva, non riceverò nessuno sino alle quattro; perchè
voglio studiare, e loro mi fanno perdere tutto il mio tempo.
--Dunque verremo alle quattro, disse Giorgio.
Io pure le porsi la mano in atto di saluto, e, trattenendo la sua,
domandai:
--Ed io, a che ora debbo venire?
Comprese ella l'impertinenza di quella domanda, che rilevava a tutti
che io mi credeva in diritto di aspirare ad una preferenza? Comprese
ella, che agivo con lei, artista, come non avrei mai agito con
nessun'altra signora? Comprese che, stupido e vile, la insultavo senza
ragione?
Forse lo comprese, e lo perdonò al mio amore, inasprito dalla presenza
altrui, che mi strozzava in gola la suprema parola; o forse il suo
animo eletto non sospettò neppure la viltà del mio pensiero, e,
sentendosi superiore ad ogni insulto, non pensò che altri
l'insultasse. E non interpretò nella mia domanda, che il desiderio di
vederla più presto, e la speranza d'essere distinto dagli altri. Ella
rispose:
--Venga alle quattro.
Ma le sue parole soltanto dicevano così; e la sua voce invece, e la
sua mano che premeva la mia, rispondeva:
--Vedi bene che non posso dirti, presente altri, di venir prima; ma
vieni presto, perchè ti amo.
Fulvia, cara donna del mio cuore, hai tu udita dalla tua stanza
solitaria la mia voce commossa mandarti un canto? Era il canto del
pentimento, era una preghiera di perdono ch'io volgeva alla lealtà
dell'anima tua. E tu mi perdonasti; ed io stesso mi perdonai, perchè,
se il primo pensiero avvezzo a prendere norma ne' suoi giudizi dalle
convenzioni sociali ha potuto insultarti, il mio cuore ti amava,
Fulvia; ti amava col caldo trasporto d'una passione che poteva
guardare senza spavento e senza rimorsi il domani e l'avvenire; ti
amava di quell'amore impetuoso e vero, e che a tutto sovrasta e tutto
purifica.
Per lunghe ore m'aggirai nelle contrade buie e silenziose adiacenti
all'Albergo Milano, mandando alla notte ed a lei canti d'amore.
Il mio cuore nuotava in un'onda di dolcezze, aspirava soavemente la
delizia di sentirsi amato. Ma il mio pensiero irrequieto precorreva
con impazienza il domani; preparava il primo incontro ed il correr
muto delle nostre braccia a stringerci l'uno all'altra, e l'irrompere
delle ferventi parole, per tanta ora frenate in quella sera.
Passai una notte agitatissima, tormentato da ardenti fantasie. Mi
pareva che all'alba volerei da Fulvia.--Ma colla luce venne la
ragione, e vidi l'assurdità di comparire alle sei del mattino in casa
di una signora, senza averne l'ombra di un diritto.
Il sonno mi opprimeva, ed il mio capo, affaticato da quella veglia
affannosa, aveva bisogno di riposo. Nascosi il volto nel guanciale, e,
dopo una breve lotta co' laboriosi pensieri che mi si agitavano,
sebbene affievoliti, nella mente, il sonno la vinse.
Mi risvegliai alle dieci, cogli occhi riposati e la mente tranquilla.
Tuttavia ero ancora un po' assonnato, e dinanzi a quella prepotente
esigenza fisica tacque l'impazienza del desiderio morale, e
sonnecchiai fino alle dieci e mezzo.
Ma tra il sonno e la veglia, l'immagine della donna amata mi tornò al
pensiero, e si fece a grado a grado più viva, sicchè l'ansia di
rivederla e di sentir dal suo labbro che mi amava, e di dirglielo, mi
si riaccese ardentissima in cuore. Mi levai, ed alle undici mi fermavo
alla sua porta, anelante pel battito accelerato del cuore.--Giungevo
trionfante e sicuro come un conquistatore; ma all'atto d'entrare fui
imbarazzato del mio contegno; compresi che tutte le scene che mi ero
figurate nella notte erano assurde; che in realtà non avevo nessuna
ragione seria di credermi amato; che sotto pena di ridicolo, non
potevo presentarmi che precisamente come mi ero presentato tutti gli
altri giorni.
Pensai anche una scusa per giustificare quella visita mattutina; e so
d'averla trovata; ma non me ne valsi, e la dimenticai completamente.
Fulvia stava studiando, e faceva sul pianoforte una scala cromatica.
La porto profondamente scolpita nella memoria, e mi è impossibile di
ripensare a quel giorno senza che quella scala cromatica mi risuoni
all'orecchio.
Bussai alla porta, ed il suono cessò.--La voce di Fulvia disse:
«Avanti!» Non era punto commossa. Certo credeva che fosse un cameriere
dell'albergo.
Ella, naturalmente, non soleva alzarsi da sedere quando entravano
uomini; ma quella mattina si alzò, e mi venne incontro.--Non so se
quella notte avesse fatto come me progetti appassionati; ma certo a
quell'ora aveva pensato al par di me che dovevamo incontrarci coi modi
semplici e contegnosi degli altri giorni. Oh, la tirannia delle
convenienze!
--Come va, caro signor Guiscardi?--mi disse stringendomi la mano. Mi
guardai intorno per vedere chi fosse il signor Guiscardi. A forza di
pensare che dovesse chiamarmi Max, avevo dimenticato il mio cognome.
Quel saluto mi suonò gelido, e ne fui sbalordito.
--Buon giorno! buon giorno, Fulvia; le risposi con aria affaccendata
guardando il soffitto.
Fulvia m'invitò a sedere accanto a sè; mi fece varie interrogazioni
che non compresi, e certo vi risposi a sproposito. Ella voleva
sembrare calma, ma era evidentemente turbata. Quell'alzarsi, per
venirmi incontro, aveva tradito il suo imbarazzo. Il suo sguardo
sfuggiva il mio, e le sue domande si succedevano con assurda rapidità
senza aspettare le risposte. Si sarebbe detto che non volesse
lasciarmi tempo a dire qualche cosa che temeva di udire.
Alzandosi dal pianoforte aveva preso in mano gli esercizi di Kramer
che stavano sul leggìo, e continuava a sfogliarli, ed a protendere il
capo per leggere a quando a quando una nota in una pagina socchiusa,
come se quella fosse l'argomento dei nostri discorsi.
E tutto ciò faceva per non guardarmi in viso; ma io era felice, perchè
sentivo che, al primo incontrarsi dei nostri sguardi, quella
momentanea commedia sarebbe diventata impossibile; ci saremmo trovati
in faccia alla realtà;--e la realtà era il nostro amore.
Ed intanto parlavamo molto. Ci prendevamo la parola l'un l'altro, e
parlavamo tutti e due ad un tempo.
In un momento ch'ella aveva posato il suo fascicolo chiuso sulla
tavola, e vi teneva sopra la bella mano, io posai sovr'essa la mia,
timidamente. Ma a quel contatto il battito del mio cuore perdette ogni
misura, chinai il volto su quella mano, e vi impressi un bacio. E
tutti e due eravamo ammutoliti.
Giammai avevo provato una simile dolcezza.--Le andavo ripetendo senza
posa:--Mi amate, Fulvia? Mi amate?
--Oh, lo vedete bene! mi rispose evitando i miei occhi che cercavano i
suoi.
--Oh, ditelo, Fulvia; ditelo voi!
--Ebbene.... sì, mi disse con un filo di voce agitata e commossa.
--Dammi del tu, Fulvia, chiamami Max; dimmi ancora che mi ami.
Un istante ella alzò gli occhi, che rifulsero un lampo d'amore; e
riabbassandoli tosto, mormorò:
--Sì, Max, ti amo!
Oh, quel tu, e quel nome pronunciati da lei, mi inebriarono. Perdetti
ogni facoltà di ragionare, e prendendole il capo fra le mani, posai le
labbra sulla sua fronte.
In quel momento il mio sguardo doveva esprimere tutto il trasporto che
avevo in cuore.
La povera giovane ne ebbe paura, e con voce tremante mi disse:
--Se è vero che mi amate, sappiate rispettarmi, Massimo.--Pensate che
sono sola.
Questa parola mi richiamò in me stesso, e ad un tempo mi atterrì. Mi
staccai precipitosamente da lei, e la guardai per leggere sul suo
volto quanto vi fosse di verità in quella preghiera.
Avevo completamente dimenticato che Fulvia era un'onesta giovane; e la
mia immaginazione fantasticava già un amore senza ostacoli e senza
freno. Quella voce mi ricordò la realtà; ebbi paura di me.
In quel momento provai un grande imbarazzo. Avevo trent'anni ed avevo
molto amato. Pure era la prima volta che mi trovavo in faccia ad un
amore puro. Un istante pensai.
Essere amato da un'artista, che viaggia sola,--e rispettarla; e filare
il sentimento come un collegiale.--Sarebbe ridicolo!
E tradussi codesto pensiero mefistofelico in uno sguardo pieno
d'ironia.--Ma i miei occhi si scontrarono con quelli di Fulvia che,
attonita del mio silenzio, mi interrogava collo sguardo. Quegli occhi
erano pieni di lagrime, ed il suo volto era arrossito come non può
arrossire che una donna onesta.
Il mio sguardo ed il mio cuore ridivennero buoni; la vidi e la
credetti pura, ed ebbi fede in lei. Le presi la mano, e con sincerità
profonda le dissi:
--Come farò a rispettarvi, Fulvia? Ora che so che mi amate!
--Amandomi molto e davvero, mi rispose.
--Ma io non so amare per metà.
--Io v'insegnerò; non ad amarmi per metà, ma a resistere al vostro
stesso amore; e quando voi sarete debole, io sarò forte per tutti e
due.
M'inginocchiai accanto a lei. Il mio cuore era profondamente commosso,
ed il mio pensiero vagava in un'onda di contento indeterminato.
Continuavo a baciare con trasporto le sue mani, e le domandavo ancora,
ed ancora:
--Mi amate, Fulvia?
--Pur troppo, vi amo--mi rispose con voce soffocata.
A quelle parole, dolorose per me, la guardai negli occhi;--erano gonfi
di pianto.
--Perchè dite -pur troppo-? Perchè piangete? Vi dispiace di amarmi?
--Sì, mi rispose piangendo.
--Ma perchè? Cosa v'ho fatto, Fulvia? Siete scontenta di me?
--Non di voi, Massimo; di me sono scontenta. Avrei dovuto combattere
codesto amore; nasconderlo; fuggirvi. Sono stata troppo debole; e voi
troppo appassionato: fui troppo facile a svelarlo.
--Oh, non lo dite! esclamai. È tanto tempo che io vi amo; che ve lo
faccio comprendere.--E le schierai una quantità di soavi -ricordate?-
rammentandole ad una ad una le mie mute dichiarazioni, i miei
trasporti, le mie speranze, le mie smanie, le mie gelosie...
Ella mi ascoltava senza cessare di sospirare e di piangere. Erano le
lagrime che si danno ad un cadavere da cui si è sul punto di separarsi
per sempre.
Finalmente mi disse:
--Che avrete pensato di me ieri sera, quando io strinsi furtivamente
la vostra mano? Se sapeste come ho sofferto tutta notte ripensando a
quell'atto! Come me lo rimproverai!
--O Fulvia!--Fui così felice in quel momento; non lo rimpiangete.
Quello slancio impensato è una prova della vostra lealtà. Voi non
conoscete le arti di fingere un'indifferenza provocante, per invitare
l'amore a rivelarsi.--Amate e lo lasciate comprendere. Siete buona e
sincera.--Non istate a pentirvene; non vi dolete d'avermi fatto
felice.
--Ma io non posso, non debbo farvi felice;--non debbo amarvi--esclamò
al colmo dell'angoscia, singhiozzando come un bambino.
--Perchè non dovete amarmi? Non siete libera?
--No, Massimo; sono promessa ad un altro che deve essere mio sposo.--E
si nascose il volto nelle mani, e si sciolse in pianto.
Quella parola mi fece un male crudele. Mi parve che in quel momento mi
si sottraesse il sangue dal cuore. Mi alzai lentamente ed andai a
stendermi lontano da lei in una sedia a bracciuoli. Ivi rimasi qualche
tempo senza pensar nulla, in uno stato d'abbattimento, con questa sola
idea tuttavia non bene distinta:--Che tutto era finito; che stavo per
partire, e non la vedrei più.
Ma intanto la vedevo, e la vedevo piangere, e quel pianto era d'amore
per me. A poco a poco il mio stato di passività si andò animando d'una
sensazione dolce. Provavo, dirò così, l'ebrezza di soffrire insieme.
Il desiderio conteso, le aspirazioni ferventi verso una meta
impossibile, sono lo stato più confacente al mio carattere.
Sentii un'acre dolcezza sostituirsi al senso di scontento che mi aveva
invaso. Mi diedi a riflettere al nostro breve passato; ad esaminare
quasi tranquillamente tutto il procedere di Fulvia ed il mio. Ad un
tratto pensai:
--Ecco la ragione dell'-episodio tempestoso!- Promessa ad un altro,
non poteva sperare di unirsi per sempre ad un uomo amato, e sognava di
esaltarsi almeno per un tempo per un grande amore, prima di
sacrificarsi per tutta la vita!
E tutte le promesse che avevo creduto di scorgere nell'espressione di
quella sua strana idea, mi balenarono al pensiero in quell'ora di
dolore, come un miraggio.
Quante lusinghe, quante speranze, quale completo abbandono in quelle
parole ch'io interpretavo con una larghezza d'idee che Fulvia non ci
aveva posta nel dirle!--Guardai la testa bruna di Fulvia, la sua
persona casta e graziosa, e tutto un paradiso d'amore mi si aperse
alla fantasia esaltata.
--È giovane e pura, e sarà mia--pensai.--E sorsi, e me le accostai,
per ripeterle quelle sue parole, per implorare in nome dell'amore
l'esaudimento delle mie ardenti speranze.
--Fulvia...--mormorai prendendole la mano.
Ella alzò il capo e mi guardò addolorata. Ma innanzi alla lealtà del
suo sguardo il mio ardire venne meno. Era quello sguardo con cui
m'aveva fissato dicendomi: «Se mi amate, saprete rispettarmi sempre.»
I miei amici che aspirano alla riputazione di Don Giovanni
sentenzierebbero senza dubbio, leggendo queste parole, che -tutte le
donne dicono così-. Io ammiro che sappiano quel che dicono -tutte le
donne-. Quanto a me non lo so. Ma so di certo che Fulvia doveva dirlo
in modo differente dalle altre, perchè quelle parole, in bocca a lei,
erano sincere, ed inspiravano rispetto.
Le mie idee si confusero. Non osai rammentarle quel suo discorso
avventato d'altre volte e, quasi inconscio dell'atto imprudente, le
porsi tremando l'ultimo biglietto di Vittoria.
Ella lo lesse, poi me lo rese in silenzio. Più discreta di me, non
pronunciò il nome della povera donna che aveva traditi i suoi doveri
per me.--L'indovinò forse? O lo conosceva?
Seppi più tardi che lo conosceva. E che nel suo animo, in cui m'aveva
posto tanto alto, non entrò neppure il sospetto che quell'atto mi
fosse inspirato dalla stupida vanità di far pompa d'una mia
conquista.--Comprese il muto linguaggio ch'io le parlavo dandole
quella carta:--Io ho rotto dei legami che duravano da anni per amor di
voi; non farete voi altrettanto per me?--Così mi comprese e fu nel
vero. Una donna sinceramente innamorata, legge chiaramente nel cuore
dell'uomo che ama, e non s'inganna mai.
Ci rimettemmo a discorrere, mesti entrambi, parlando di lei, di me,
dei nostri vincoli che ci trascinavano per vie disparate.--Non so a
qual proposito venni a dire ch'io non avrei potuto legarmi in
matrimonio, che codesta idea mi faceva spavento. È una fanfaronata che
tutti i giovani si credono in obbligo di fare. Ed io dicevo come gli
altri, senza che ci fosse grande verità nelle mie parole. E poco dopo
le domandai:
--Ma perchè non potreste sciogliervi dalla promessa con quel
fidanzato, dacchè non l'amate?
--È un bravo giovane, un nobile cuore, mi ama... E poi, a lui non fa
spavento l'idea di legarsi a me per tutta la vita.
Mi parve che in quelle parole vi fosse una provocazione. L'uomo della
società si ridestò un'altra volta in me, e mi suggerì questo pensiero:
--Non è vero che Fulvia sia promessa ad un altro. È uno stratagemma
per farmi svelare le mie intenzioni, ed indurmi possibilmente a
sposarla; non è che una commedia, ed anche, d'una volgarità... Non
avrei che ad offrirmi di soppiantare il mio rivale, e tosto ella lo
lascierebbe dileguarsi come un vile.--Tuttavia quest'idea,--che
trattandosi d'un altra donna, in pari circostanze, sarebbe già stata
una certezza per me,--era ancora un po' dubbia dinanzi alla
schiettezza di Fulvia. Volli accertarmene, e le dissi col mio accento
più passionato:
--E se vi sposassi io, Fulvia?
Un lampo di gioia brillò nel suo sguardo.--Pur troppo è così,
pensai.--E già rimpiangevo che la nobile fanciulla da me ideata non
fosse che una piccola intrigante in cerca d'un marito. E colla morale
un po' opportunista d'un giovane innamorato, dissi tra me:
--L'avrei preferita meno onesta, ma più schietta.
M'ero ingannato ancora. Fulvia si fece anche più mesta di prima; e
prendendomi la mano in atto riconoscente mi disse:
--Sarebbe impossibile, Max. Ve l'ho detto, sono promessa ad un altro.
Questa risposta, anzichè addolorarmi, mi colmò di gioia. Ella non
aveva mentito. Era sempre quella donna nobile e leale, incapace di
finzione e di calcolo. Ancora una volta mi pentii di averla calunniata
nel mio pensiero.
--Ebbene, le dissi, amatemi come un fratello; e non pensiamo ad altro,
e speriamo nell'avvenire.--E suggellai quelle parole fraterne con uno
di quegli sguardi in cui l'amore ha stillato tutto il suo nettare e
tutto il suo fiele.
Ma ella piangeva ed io era triste.
Pensavo che quella donna non sarebbe mai mia, e sarebbe un giorno d'un
altro. Pensavo che questo altro era stato amato da lei, non fosse che
un'ora, quando gli aveva fatto quella promessa. Ma tali promesse chi
pensa a mantenerle quando è cessato il sentimento che le ispirava? Ed
a che servirebbe?--Perchè dunque Fulvia sposerebbe un uomo che non ama
più, ella così sincera, invece di dirgli francamente: «Io non vi amo
più; non potrei farvi felice; per la felicità che vi tolgo, vi ridono
in compenso la vostra libertà.»--Perchè? Questo vincolo aveva qualche
cosa di misterioso ai miei occhi. Fulvia era libera e sola; era stata
innamorata--viveva sul teatro... Il dubbio mi entrò ancora una volta
in cuore.
--Questo matrimonio dev'essere per lei una riparazione, dissi tra
me.--È chiaro. Per quell'uomo ha commesso un errore; ora non lo ama
più; ma è onesta; non vuole appartenere ad un altro. Forse una terza
esistenza dipende da questo suo sacrificio... Povera giovane!
E nella bontà del mio cuore mi sentii compreso da infinita pietà.
--Fulvia, le dissi, perchè mi nascondete il motivo che vi obbliga a
sposare un uomo che non amate? Abbiate fiducia in me; forse pensandoci
insieme troveremo il mezzo di svincolarvi da codesto impegno.
--Non vi nasconderò nulla, mi rispose.--Ma non posso dirvi tutto ora,
i vostri amici potrebbero venire; e poi certe cose sono più facili a
scrivere che a dirsi. Vi scriverò. Vi scriverò questa notte, e domani
saprete tutto. Ma non sarà perchè mi aiutiate a sciogliermi dal mio
impegno. Sarà per giustificare, se è possibile, il mio strano contegno
con voi.
Accettai questa promessa, e poco dopo lasciai Fulvia colla profonda
convinzione che i miei sospetti non mi avevano ingannato;--ed infatti,
cosa mai potevano essere le confidenze -più facili a scrivere che a
dirsi-, se non un amore colpevole, il solo di cui una donna che
conosce il mondo possa arrossire?--Se v'ha sotto il sole un uomo nato
nell'anno di grazia mille ottocento quarantacinque, il quale possa
dire in coscienza che in pari circostanze avrebbe pensato altrimenti,
lo autorizzo a gettarmi la pietra; pronto a riceverla nella testa.
XV.
La certezza che Fulvia aveva una macchia nel suo passato, l'ombra d'un
rivale, e forse il fatto stesso d'aver finalmente confessato il mio
amore, lo avevano sensibilmente diminuito.--È fuor di dubbio che la
poesia dell'amore è prima della rivelazione;--la parola immiserisce il
sentimento, lo circoscrive ne' suoi limiti.--La pace del sentirsi
amati, ci toglie dal cuore l'esaltazione dell'incertezza, l'entusiasmo
dell'aspirazione; e non c'è amante felice il quale non debba
confessare che lo era di più, quando non era completamente certo di
esserlo.
La tempesta era sedata nel mio cuore.--Quel giorno badai
tranquillamente ai miei affari, poi andai a far qualche visita, poi al
caffè, al teatro, e non tornai più da Fulvia. Pensavo a lei con quel
sentimento di commiserazione che era nato in me gemello al sospetto
sul suo passato. Provavo per lei la tenerezza e la pietà che avrei
provato per una vedova indiana condannata al rogo.--Non mi pareva di
conoscerla nè di esserle legato di più.
Al teatro vidi Giorgio.--Egli era stato all'Albergo Milano. Ma Fulvia
non lo aveva ricevuto.--Pure la sua scrittura era scaduta, ella non
cantava più, e doveva essere in casa.--Egli era inquieto.
Quanto a me avevo un senso vago d'essere un eroe dell'amicizia. Sì;
io, che fino a poche ore innanzi avevo adoperato tutto il mio
ascendente per involargli quella donna ch'egli amava, ora pensavo che
Giorgio dovesse essermi riconoscente perchè non me ne sentivo più
innamorato, perchè non pensavo a contendergliela, perchè ero
fermamente risoluto a non aver nulla di comune con lei.
Ed intanto vedevo col pensiero la giovane artista intenta a scrivere
per me una storia, per cui non provavo già più che una lieve
curiosità.
Povera Fulvia! non giudicarmi troppo severamente. È il mio carattere
così;--io non so amare che a sbalzi.--Era certo studiando me, che la
tua anima passionata inventava l'-episodio tempestoso-. Sì, il mio
amore è splendido ed ardente come il lampo, ma rapido com'esso.--Salgo
troppo alto nella sfera della passione, per rimanervi; bisogna ch'io
ridiscenda;--ed allora la prosa della realtà mi gela il cuore,--poi mi
innalzo di nuovo, ritrovo la luce, ritrovo l'ardore,--ma per perderli
e ridiscendere ancora.--Perdonami, Fulvia; io non ne ho colpa; come tu
non hai merito del tuo amore più durevole e profondo. È la natura che
ci ha fatti così.--Tutto quanto hai diritto a pretendere è ch'io ti
riconosca superiore.--E lo riconosco ampiamente.
La mattina seguente quando mi fu recato il caffè che soglio prendere a
letto, vidi sul vassoio un grosso piego che compresi subito essere le
confidenze di Fulvia. Confesso che fui sinceramente meravigliato di
trovarmi ancora in sì stretto rapporto con lei; tanto nel mio cuore me
ne sentivo già moralmente disgiunto.
Io sono pigro e mi alzo abitualmente assai tardi. Dopo aver preso
tranquillamente il caffè, feci aprire le finestre, ravviai i guanciali
e le coltri, mi posi a sedere sul letto, ed alla luce d'un bel sole
mattutino impresi a leggere quelle pagine colla tranquilla e benevola
curiosità con cui si comincia un romanzo d'un autore noto e
simpatico;--nè più nè meno.
Con questa sola differenza che, dissuggellando quel piego andavo
chiedendo tra me: «Scrive bene?» Ed era il solo pensiero che mi
occupasse in quel momento.
XVI.
LE MEMORIE DI FULVIA.
«-Caro Max,-
«La mia nascita, la mia infanzia, la mia adolescenza non hanno nulla
di romantico.--Me ne duole, per l'effetto di queste mie pagine, ma è
così.
«Il mio babbo era impiegato governativo, ed era povero. La mia mamma
morì pochi anni dopo la mia nascita. Non avevo fratelli. In casa mia
si viveva meschinamente, con una sola serva che aveva cura di me.
«Quando ebbi dodici anni, il babbo mi pose in collegio, dove rimasi
sette anni. La pensione era dispendiosa. Egli licenziò la serva,
vendette il mobiglio, e si pose a vivere a dozzina per fare economia.
«Ed infatti riescì a mantenermi tutto quel tempo in collegio, senza
farmi sentire la menoma privazione, senza farmi sfigurare presso le
compagne; e, dal canto suo, non fece mai l'ombra d'un debito. Forse le
privazioni, povero babbo, le imponeva a sè stesso; ed il mio benessere
era il frutto de' suoi sacrifici.
«Ma fin allora non m'ero mai imbattuta a pensare quale potesse essere
la condizione economica di mio padre. Accettavo la mia, e la godevo
colla spensieratezza della mia età.
«Parecchie delle mie compagne imparavano il canto. Io vi aspiravo
vivamente. Amavo la musica con trasporto, ed ero ambiziosa. Pregai la
direttrice che mi facesse provare la voce. Il maestro trovò che era
buona. Allora, senza pensare all'aumento di spesa che gl'imponevo,
scrissi al babbo quel mio desiderio. Non mi cadeva in mente che lo
studio d'un'arte potesse essere questione di denaro.
«Il babbo che mi aveva data un'istruzione nell'idea di fare di me
un'istitutrice, s'adattò senza difficoltà a farmi invece una cantante.
«Io, che avevo desiderato cantare come dilettante, mi adattai,
parimente senza difficoltà, ad essere artista. E tre anni dopo cantavo
per la prima volta in un concerto, dopo il quale firmai la mia prima
scrittura per la stagione di primavera a questo teatro Carcano di
Milano.
«Come vedete, la mia carriera s'iniziò tranquillamente, senza
contrasti. Non avevo una famiglia aristocratica che s'indignasse di
vedermi sulle scene, e contro cui avessi a difendere l'arte
incompresa. La mia famiglia è modestissima; non vanto passate
grandezze; la mia vita d'artista non ha nulla di drammatico; tutto è
prosa intorno a me.
«E la mia storia più intima, quella che mi dispongo a confidarvi?
Ahimè, Max, è prosa anch'essa. Ora soltanto che è divenuta un ostacolo
fra noi, attinge un po' di poesia da questa circostanza; la triste
poesia del dolore.
«Uomini e donne hanno la crudele abitudine di rinnegare dinanzi ad un
nuovo amore i loro amori precedenti. Tutt'al più ne ammettono uno, se
la sua notorietà impedisce di negarlo; ma s'affrettano a dire che non
fu vero amore; che fu un sogno giovanile, una calda amicizia cui il
cuore illuso scambiò per una passione. Il solo vero amore deve sempre
essere l'attuale.
«È forse atto di cortesia per lusingare l'amor proprio della persona
amata; per dirle: «Nessuno ebbe a' miei occhi le tue attrattive,
nessuno m'inspirò il sentimento che tu m'inspiri.»
«Io sarò meno gentile, ma più vera. Ho amato prima di conoscer voi,
Max.
«L'uomo, a cui sono fidanzata, non è un vecchio ricco ed acciaccoso
che mi venga imposto tirannicamente da mio padre, e contro di cui io
possa fare appello ai vostri sentimenti cavallereschi. No; è un bel
giovane povero come me; buono, nobile, intelligente. Che io stessa
scelsi, che amai; che amai con trasporto; per cui ho palpitato, ho
pianto, ho gioito; la cui parola d'amore mi scese soave all'anima; a
cui mi fidanzai con delizia sognando un avvenire di felicità.
«Ed ora, perchè non l'amo più? È almeno stato infedele, sleale? Ha
demeritato il mio amore? No; è stato fedele, e mi ama, e merita
d'essere adorato. Sono io che non l'amo più, perchè non l'amo più;
perchè l'amore non è eterno che in casi eccezionali; l'amore può
cessare; il suo carattere era troppo freddo per rispondere alle mie
aspirazioni; e la sua freddezza ha spento l'ardore che le sue prime
parole d'affetto m'avevano acceso nel cuore, ecco la prosa.
«Era un tedesco che m'insegnava il canto. Quando lo conobbi, era
giovanissimo; e dirigeva già l'orchestra del teatro Regio di Torino,
dove io sono nata e cresciuta. Era bello e d'un'eleganza di buon
gusto.
«Non è punto vero che si ami un uomo per le sue qualità esterne o per
le sue abitudini; si amano le qualità e le abitudini per l'uomo. I
primi amori che io sognava nel segreto del cuore, erano per eroi, per
uomini fieri, dall'aspetto maschio, da' modi franchi, come i vostri,
Max. Uomini dalla voce dolce come una melodia, profonda come un
pensiero, passionata come un bacio--la voce di Giorgio. I giovani dai
-palmerstons- profumati, dai capelli unti e lucenti, dalla
scriminatura dritta come una rotaia di ferrovia, gli eleganti che
discorrono di toletta, e ne mutano tre ogni giorno, erano a' miei
occhi ridicoli. Non me ne occupavo che per farne la caricatura.
«Il mio maestro di canto era appunto uno di codesti. Sembrava una
figurina tagliata fuori da un giornale di mode. S'inchinava in due
tempi; parlava sotto voce con un garbo inalterabile; era sempre del
parere delle signore, e nelle sue stesse lezioni sapeva non
contraddirmi, apertamente, e non riscaldarsi mai. I suoi lineamenti
erano belli, d'una bellezza regolare e fredda. Viso ovale, occhi nè
grandi, nè piccoli, colorito fresco, profilo greco, labbra rosse che
nel parlare lasciavano vedere i denti d'una bianchezza abbagliante. La
sua barba d'un biondo fulvo, ed i suoi baffetti erano evidentemente
l'oggetto delle sue cure amorose. Parlava poco, ed era sempre dello
stesso umore; nè troppo serio, nè troppo gaio. Aveva l'aria d'un
cortigiano aspirante che facesse la sua pratica nell'etichetta di
corte. Quando lo conobbi mi fu antipatico. Quando l'udii parlare, il
suo accento straniero e la sua voce--sopra tutto la sua voce--finì di
rendermelo repulsivo. Era una vocina di testa, con una nota cavernosa
nel naso, che ad ogni tratto risuonava come una corda spezzata. Avevo
sul pianoforte il metronomo per misurare il tempo. Il mio maestro non
mi parve più animato di quello strumento. Avrei giurato che aveva una
complicazione di ruote e d'ingranaggi al posto del cuore, e la sua
bellezza mi lasciava fredda come la bellezza d'un fantoccio.
«In fatto di musica egli apparteneva a quella scuola che i profani
chiamano dell'avvenire. Quanto a me, non avevo ancora opinioni; le
cadenze lente e melodiche mi eccitavano il sentimento e mi riescivano
facili; ed io le cantavo di preferenza.
«Un giorno il maestro entrò ch'io stavo intuonando, forse per la
decima volta, un'aria della -Straniera:-
Trovarti, rivederti
Un solo istante ancora...
«Contro tutte le sue abitudini, il calmo tedesco fece un atto di
dispetto, tolse quella musica dal leggìo e la respinse dicendomi:
«--Non s'innamori di questa roba!
«Io mi sentii offesa nel mio sentimento più caro. Avevo messa tanta
espressione in quel canto, che mi figuravo di far pensare lui come
tutti, ad un assente rimpianto, cui aspirassi di -trovare- e
-rivedere-. Le mie compagne me l'avevano fatta ripetere a sazietà, e
mi avevano detto:
«--Si sente che ci metti tutta l'anima.
«--Si direbbe che hai delle lagrime nella voce, ecc.
«Ed ecco invece che quel glaciale tedesco non comprendeva nulla di tutto
ciò; e là dove si esprimeva un dramma di sentimento, egli non vedeva che
la povertà d'una combinazione di crome e semicrome; nel grido dell'anima
che deplorava l'assenza d'un essere amato, egli non deplorava che
l'assenza di complicazioni armoniche e d'istrumentazione. Ne fui
irritata, e, senza nasconderlo, gli risposi:
«--Perchè non ho a cantare un'aria che mi piace?
«--Perchè non le giova a nulla, mi disse riprendendo la sua calma
abituale. È una melodia bella a sentirsi, ma che non fa fare nessuna
ginnastica alla voce, e la sua ha bisogno di esercitarsi nelle
difficoltà, per svilupparsi ed acquistare agilità ed estensione.
«--Gli esercizi sono freddi e mi annoiano, borbottai; non c'è
sentimento.
«--L'espressione del sentimento,--riprese il giovane verista,--è
infatti una delle attrattive per cui la musica ottiene il favore del
pubblico. Ma per noi la musica dev'essere uno studio serio, e non un
idillio sentimentale.
«Io fui sempre troppo sincera, come mi conoscete, Max. La parola mi
fugge dal cuore al labbro, senza dar tempo alla ragione di
controllarla. Indignata di quelle parole che reprimevano il mio
entusiasmo, lo rimbeccai con vivacità:
«--Ella non ha cuore se intende la musica così. Il maestro
d'aritmetica non parlerebbe altrimenti.
«Egli non mi rispose. Aperse sul leggìo un fascicolo di studi sugli
arpeggi, ed incominciò gli accordi dell'accompagnamento, accennandomi
di ripetere la mia lezione.
«Ma io ero irritata; cantavo male. Feci due o tre note false; egli mi
corresse; la vergogna mi paralizzò la voce; gettai la musica sul
pianoforte, fuggii all'altro capo della stanza, sedetti ad uno
scrittoio colle braccia sovr'esso ed il capo sulle braccia, e scoppiai
in pianto.
«Il maestro stette un momento in silenzio, durante il quale sentii che
mi guardava. Vi sono sguardi che si sentono come un raggio carico di
elettricità rivolto su di noi.
«Poi lo sentii voltarsi verso il piano, tentare qualche accordo
incerto; rimanere pensoso come in cerca d'un pezzo di cui il lungo
abbandono gli avesse fatte dimenticare le note; e finalmente
cominciare con esitazione, e quindi procedere con sicurezza la grande
aria del soprano nella -Sonnambula-, poi il duetto tra soprano e
tenore nella -Lucia-, e chiudere quel piccolo concerto coll'aria del
tenore ed il duetto d'amore della -Jone-. Tutta musica affatto
contraria ai suoi gusti.
«Quella concessione fatta a' miei gusti sentimentali era una muta
scusa ch'egli mi rivolgeva. Io lo compresi e ne apprezzai la
delicatezza.
«In quel momento il congegno ad ingranaggi e ruote che mi ero figurato
nel petto del mio maestro, scomparve, e vidi un cuore caldo e
sensibile palpitare sotto l'eleganza della sua toletta.
«Non piangevo più, non pensavo più alla mia umiliazione. Un altro
ordine d'idee mi preoccupava lo spirito.
«--Quel giovane cuore era egli rimasto freddo fin allora accanto a me?
Quello sfoggio di melodia, un minuto dopo averla condannata, era un
semplice atto di delicata condiscendenza? O era una dimostrazione di
simpatia?
«Intanto, sebbene non piangessi più, continuavo a starmene nello
stesso atteggiamento, col volto nascosto. Quando si è piantato
qualcuno in asso per andare a piangere dispettosamente in un canto,
non è così facile asciugarsi gli occhi e tornare a dirgli
tranquillamente: «Eccomi, ho finito» a rischio di sentirsi ridere in
volto.
«Il maestro comprese che bisognava ajutarmi ad uscire dall'imbarazzo
in cui mi ero posta. Lasciò il piano; venne a fermarsi in piedi
dinanzi a me, e mi domandò:
«--È in collera?
«Non sapevo che dire, e presi il partito di non rispondere, di non
alzare il capo. Ma la sua voce mi parve meno brutta. In quella, da
lontano, nel silenzio delle classi deserte,--perchè a quell'ora, tutte
le compagne erano in giardino alla ricreazione,--si udì battere un
uscio. La direttrice veniva abitualmente ad assistere alle lezioni di
musica, e certo doveva esser lei. Io sentii con terrore la
sconvenienza della mia posizione, il maestro pure la sentì perchè
riprese curvandosi verso di me:
«--A momenti è qui la direttrice. Via, mi perdoni, e venga a
riprendere la lezione.
«Io mi rizzai in fretta, e senza rispondergli, senza guardarlo, tornai
al pianoforte.
«Egli mi seguì, sedette, pose le mani sui tasti, poi, invece di
riprendere l'accompagnamento interrotto, alzò gli occhi in volto a me,
e, con un sorriso che parve trasfigurarlo, mi interrogò:
«--Ed ora cosa facciamo?
«Io presi senza rispondere il fascicolo d'arpeggi che avevo respinto.
Era una risposta.
«Colla galanteria che gli era naturale egli accolse quell'atto di
condiscendenza come un grande favore, e mi disse:
«--Grazie, signorina; ella è troppo buona; -sebbene io non abbia
cuore-, le sono molto riconoscente del sacrificio che mi fa.
«In quella entrò la direttrice, e la sua presenza m'impedì di
rispondere qualche imprudenza.
«Alla lezione seguente la direttrice era in classe quando il maestro
entrò. Egli aveva un fiore di vaniglia all'occhiello dell'abito. Io
guardavo quel fiore e pensavo: «L'ha portato per me....»
«Poco dopo la direttrice fu chiamata fuori. Io precipitai
istintivamente l'esercizio che stavo facendo. Il maestro non mi
corresse quell'errore di tempo. Erano così rari i momenti in cui il
caso ci accordava di esser soli; entrambi avevamo premura di
profittarne. Egli mi disse, mentre voltava il foglio:
«--È ancora in collera con me?
«--Sì, gli risposi; perchè non vuole lasciarmi cantare nulla di bello.
«--Ebbene, riprese egli, domani le porterò -Gran Dio morir sì
giovane-, lo canteremo insieme.
«Non potei a meno di ridere. La grande facilità di quella melodia l'ha
resa siffattamente popolare che omai ci sembra volgare, e la proposta
era realmente umoristica.
«La mia ilarità gli diede coraggio ed egli soggiunse:
«--Sono stato infelice per causa sua tutti questi giorni.
«Io feci un atto ed un sorriso d'incredulità.
«--Non mi crede? riprese. Se sapesse che rimorso provava per averla
fatta piangere! Ero tentato di andare da Blanchi a provvederle tutti
quanti gli spartiti di Bellini e di Donizzetti....
«Cominciavo a sentirmi umiliata di quell'incapacità che mi attribuiva
di apprezzare le più alte e complesse combinazioni dell'armonia
tedesca.
«--Ma no, protestai. Ella mi deride. Io non sono mica esclusivamente
amante della melodia. Ieri ho suonato tutta la -Sinfonia pastorale-.
«Era vero; l'avevo suonata dapprima in omaggio a lui, e dopo una prima
lettura l'avevo ricominciata con vero interesse, e l'avevo scorsa fino
in fondo con passione.
«--Ah! lo sapevo bene che ella non poteva non comprendere quella
musica vera e sublime, esclamò con un sorriso di soddisfazione. E
continuò:
«--Guardi, ne ero tanto sicuro, che le ho portato un fiore per fare la
pace.
«Così dicendo, mi porgeva la vaniglia che s'era tolta dall'occhiello
dell'abito.
«Io accettai quel fiore; poi fui mortificata della mia facile
condiscendenza, e, tanto per darmi un contegno, osservai che era
bello.
«Egli mi rispose che l'aveva coltivato sul suo balcone; che amava
molto i fiori, che gli rammentavano le persone care che non poteva
aver vicine; e riprese:
«--Ella non crederà che io abbia delle persone care, poichè dice che
non ho cuore.
«--Vedo bene che non ne ha,--gli risposi--se non sa perdonare
un'offesa.
«--Ma è perchè la sua offesa è troppo grande. È la più grande che si
possa fare ad un povero giovane.
«Io non diceva nulla. Egli soggiunse:
«--Dica, lo crede davvero ch'io non abbia cuore?
«Ed accompagnava quella domanda con uno sguardo che smentiva altamente
l'accusa.
«Ebbi appena il tempo di dirgli «No» e tosto s'udì la direttrice che
s'avvicinava alla classe.
«Io aveva in mano il fiore di vaniglia che un momento prima era
all'occhiello dell'abito del maestro. Se la direttrice l'avesse
veduto, non avrebbe mancato di farne rimprovero non a me sola, ma a
lui; anzi a lui solo, perchè quanto a me non potevo che accettare la
cortesia d'un superiore.
«Tutto questo mi passò in mente nell'atto ch'ella apriva la porta, e
con un movimento rapidissimo nascosi il fiore. Ma nel fare codesto
arrossii vivamente. Era riconoscere che nel dono di quel fiore c'era
implicato qualche cosa che la direttrice non doveva sapere; che quel
-qualche cosa- io l'avevo indovinato; e però accettando il fiore,
avevo accettato il -qualche cosa- sott'inteso; ed ora nascondendolo,
convenivo d'avere un segreto comune con lui.
«Egli mi ringraziò con uno sguardo, poi cercando fra i fascicoli di
musica l'aria della -Straniera- che era stata causa del suo malumore,
e mettendola sul leggìo, mi disse:
«--Canti un poco per riposarsi dallo studio.
«Compresi che voleva così ringraziarmi secondando una mia
predilezione, e cantai. Ma quell'aria mi era divenuta antipatica, e da
quel giorno non vi fu astruseria di logaritmi musicali che non mi
esaltasse fino al delirio.
«All'altra lezione il maestro portò un nuovo fiore. Le compagne
trovarono modo di far uscire la direttrice, ed appena fummo soli il
fiore mi venne offerto, come cosa convenuta. Accettando quell'altro
avevo stabilito un precedente che autorizzava il giovane maestro a
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