il canarino. Ma chi dunque? Io no di certo. Non le avevo dato alcun motivo per desiderare di non amarmi più. Pensai un momento. Ricordai le persone che vedeva, quelle che nominava, le espressioni del suo volto, le sue parole, i suoi atti: e ad un tratto mi ricordai: -- Franco! Franco, che non voleva invitare. Franco per cui ha arrossito come una fragola. È per lui che piange. È lui che vorrebbe non amare. Dunque lo amava. Maledetto Franco! Chi era? Non lo conoscevo punto; ma avrei voluto asfissiarlo. * * * Dora alzò gli occhi, ancora bagnati di pianto, e stette a guardare distrattamente la porta a cristalli della sala che era in faccia a noi. La musica cessò. Poi due figure si affacciarono nel vuoto illuminato della porta. Un ufficiale ed una bella signora che si davano il braccio, ed accostavano le teste per parlare sommessamente; poi ridevano. Formavano un bel quadro oscuro su quel fondo chiaro di luce. Dora li vide, e scoppiò in singhiozzi. Compresi che quell'ufficiale era il capitano Franco Trestelle. Era gelosa di quella signora, come io ero geloso del canarino. Povera Dora! Le due ombre eleganti scesero lentamente la gradinata, e si avanzarono verso di noi susurrandosi all'orecchio parole animate, e guardandosi negli occhi, e ridendo. Dora si rannicchiò dietro a me, si nascose alla mia ombra. Io invece, più ardito, rimasi immobile in faccia ai misteriosi passeggiatori. Guardai Franco. Era un bel giovine bruno, dalla persona alta e florida, dal portamento baldanzoso, dagli occhi neri, scintillanti, temerari e buoni. Guardai la sua compagna. Il volto un po' dipinto, la persona tondeggiante, l'abito damascato, i pizzi di Bruxelles, i brillanti che parevano lucciole... Per tutti i profumi del Serraglio! era una donna maritata. * * * Tutto il mio senso morale di fiore si rivoltò a quella scoperta. Lanciai dietro a Franco un tal buffo di profumo, ch'egli volse il capo dicendo: -- Che buon odore d'arancio! E nel voltarsi vide un lembo di quella coda interminabile color di zolfo, ed indovinò che Dora lo vedeva e lo udiva. Si fece serio, e tirò via in silenzio, malgrado il cinguettìo ameno e civettuolo della bella signora. Quando furono scomparsi tra la folla della sala, Dora si alzò anch'essa. Non sospettava punto d'essere stata scoperta. Mentre si avviava alla sala del ballo, io le mandai un olezzo che voleva dire: -- Prendimi con te. Ella staccò un fiore dal mio stelo, e se lo pose nei capelli susurrando: -- Non ho che te da amare, mio povero fiore. E rientrò. Franco le andò incontro per domandarle un ballo. Ella stese la mano e lo seguì in silenzio. -- Si diverte Dora? domandò il cugino, non abbastanza prossimo per darle del tu, non abbastanza lontano per chiamarla signorina. -- Sì, rispose Dora. -- Non l'avrei mai creduto; mi sembra malinconica. -- È il mio carattere. -- È pallida. -- Lo sono sempre. -- Da quando? Dora non rispose. Franco osservò ancora: -- Ed ha anche freddo, mi pare. Dora tacque sempre, ed abbassò il capo. Franco le domandò: -- Dove l'ha preso, quel fiore d'arancio? -- Non so... sulla mia toeletta. -- Ma che, Dora; si confonde. Mezz'ora fa non l'aveva. -- L'ho colto or ora. -- L'ha -colto- sulla toeletta? Ed abbassando la voce con una nota di petto, appassionata come un sospiro, continuò: -- Perchè stava sola, al freddo della notte, sul vaso d'arancio? Perchè ha gli occhi rossi, Dora? Dica; perchè! E la guardava fissamente in volto collo sguardo scintillante, temerario e buono. Dora non osò rispondere. Si fece rossa e continuò a tener gli occhi bassi in silenzio. Era la loro volta di ballare, e Franco la strinse forte al seno, e nel lasciarla le premette lungamente la mano. Fu l'ultimo ballo. Dora si ritirò nella sua camera, ma non dormì. Guardava il mio fiore, ripensava tutto il discorso che aveva fatto nascere, e mormorava: -- Chissà? * * * Il domani tutti gli invitati partirono. Anche la bella signora dai pizzi, dai brillanti, dai colloqui civettuoli e segreti. Franco solo, come parente della famiglia, rimase. -- Resti con noi, Franco? domandò la zia. -- Sì. Dora mi ha promesso una gemma del suo arancio. Mi fermo per staccarla, e per piantarla. Ed offerse il braccio alla cuginetta, e la trasse presso il mio vaso. -- Sa perchè non sono partito? le domandò colla sua bella voce di petto. Lo -sai- Dora? A quell'ultima parola che le dava del -tu-, Dora ebbe un sussulto che la scosse tutta. Per un sentimento di decoro volle allontanarsi, ma non ebbe il coraggio. Si lasciò cadere come nella notte sul mio vaso, e si nascose il volto tra le mani. Franco sedette egli pure, e le mormorò: -- Non sono partito perchè ti voglio bene; e perchè so che tu pure mi vuoi bene. -- Oh, Franco! esclamò Dora singhiozzando. Questa notte non era a me che volevi bene. -- Sì, Dora, sempre. Ebbi un momento di debolezza, ma volevo bene a te sola. E le prese una mano, ed accarezzandola continuò: -- Ed il tuo fiore mi fece voltare col suo profumo; e mi fece vedere che eri qui sola, e che mi avevi veduto, e che piangevi. Ed allora non ho più pensato che a te; te lo giuro. Vuoi perdonarmi, Dora? E mentre parlava sommesso, tirava dolcemente la manina, e faceva chinare verso di sè la personcina sottile e la bella testa bionda. -- E poi se ti accade ancora un momento di debolezza? disse Dora. Ne hai tanti quando ti trovi fra belle signore... -- Sta sempre con me, cara. Sii tutta mia, ed i momenti di debolezza li avrò soltanto per te. Lo vuoi Dora? Vuoi essere mia moglie? Di', vuoi? Il braccio dell'ufficiale cingeva la personcina sottile, e la bella testa bionda sfiorava quasi la sua spalla, mentre egli la guardava negli occhi collo sguardo scintillante, temerario e buono. Sì... Dora susurrò che voleva, e gli diede uno dei miei fiori: -- È stato il mio fiore d'arancio che ci ha riuniti; quando andremo in chiesa a sposarci lo porterò nei capelli. Le labbra dell'ufficiale avevano incontrate quelle di Dora, e, per quella combinazione improvvisata, il discorso rimase interrotto. «Uhm! Uhm! Uhm! s'udì canticchiare quasi subito sul tono languido d'uno sbadiglio. -- Il babbo! disse Dora. Ed i due giovani balzarono in piedi, e corsero incontro al signor Botanico, e colla voce commossa e gli occhi lucenti, gli dissero tutto... o quasi. -- Benedetti ragazzi! borbottò il babbo. Ma quel giorno, malgrado la stanchezza della notte vegliata, si osservò che intonava con insolita giocondità il suo piccolo crescendo: «Uhm! Uhm! Uhm!» E fu a questo modo ch'io divenni un fiore nuziale. IN PROVINCIA -Virginibus puerisque cano.- -Traduzione libera.- -- Lettore, se non è più giovinetto, m'incresce, ma il mio racconto non è per lei. Il nonno era stato farmacista in una piccola città della Lombardia. Sua figlia, il cui marito era succeduto a lui nell'esercizio della sua professione, come egli stesso tanti anni innanzi era succeduto al suo babbo, sua figlia aveva obbedito fedelmente al precetto delle sacre scritture, che dice alla sposa: «Sarai feconda come una vite... senza crittogama». E però la casa paterna in cui vivevano alla patriarcale tre generazioni, riboccava di bimbi, di giovinetti, di fanciulle, e ciascuno aveva amici del suo sesso e della sua età, che si riunivano poi tutti in un'amicizia ed in un chiasso comuni. Maria, la figlia primogenita dell'esercente farmacista, e quindi la maggiore fra le nipotine del nonno, s'era fatta da qualche tempo palliduccia ed imbronciata. Mangiava poco, lavorava meno, non rideva affatto, piangeva spessissimo. Ed in conseguenza di questo trattamento poco igienico, si andava assottigliando fino alla trasparenza. E tutto questo a diciotto anni. Come mai Dio buono? E perchè? Il perchè non s'aveva che a domandarlo al primo venuto. Nei piccoli paesi non vi sono segreti. La vita è regolata come un orario di collegio. C'è un luogo di passeggio alla moda, dove convengono in certi giorni stabiliti tutti i giovinotti e tutte le signore e signorine della città, ad udire una musica come Dio vuole, che fissa loro le ore di uscita e misura loro il passo. C'è una messa alla moda pei giorni di festa. Di quando in quando c'è uno spettacolo teatrale: e dappertutto sono sempre le stesse persone che si trovano, si ritrovano si guardano, si conoscono, si studiano, si sanno a memoria a vicenda, e vedono nell'interno delle famiglie e dei cuori come in un guanto rovesciato. -- -Il tale corteggia la tale.- Così cominciano tutti i pettegolezzi nei piccoli paesi. Un primo sguardo appassionato che ha fatto palpitare un povero cuore di fanciulla, corre tutte le bocche come il listino di borsa. Profanazione! Poi si va innanzi. -- -Quei due sono in sentimento.- È il gergo del pettegolezzo. -- Oggi al passeggio egli l'ha seguita. Allo svoltar del viale l'ha salutata. La giovinetta ripensa quel saluto nel segreto della sua stanza; si copre gli occhi per dimenticare dov'è, e trasportarsi coll'immaginazione a quel momento, e riprovarne la sensazione commovente e soave. Poi, quando l'immaginazione è stanca e l'impressione, a forza di ripetersi ogni sera, è esaurita, la giovinetta innamorata la confida all'orecchio d'un'amica, per ravvivarla col suono della propria voce. Ed intanto nel caffè della piazza la cosa è già stata detta e ridetta a sazietà, e si sta già tutt'occhi aspettando la farsa d'un biglietto furtivo, che non può mancare di passare la prossima domenica all'uscir di chiesa, tra la folla, dalla mano del giovine in quella della ragazza. Così tutti i segreti, nelle piccole città, sono segreti di Pulcinella. E così pur troppo era passato fase a fase, sotto la revisione ed i commenti di un piccolo pubblico scimunito, il segretuccio palpitante della povera Maria. Si trattava di un giovinotto ricco, bello, elegante; ma poco studioso, sfaccendato e di costumi non molto esemplari. Erano proprio arrivati fino all'episodio del bigliettino, episodio ripetuto fedelmente tutte le domeniche ed altre feste comandate, con una moltiplicazione di bigliettini che inondava tutte le scatole e scatoline e scrignetti di cui erano adorni i cassetti della fanciulla; un vero studio epistolare, che faceva molto onore all'assiduità dei due studenti. Poi Roberto aveva cominciato ad accorgersi di avere la tosse. Una tosse misteriosa per verità, che sentiva lui solo, e soltanto di notte; ma egli accertava che di notte la sentiva. E quanto bene gli facevano le pastiglie di -altheae officinalis-! Non gli guarivano la tosse lì per lì. No, era una cura da continuare all'infinito; ma una buona, buona cura. E perchè gli giovasse, bisognava che andasse in persona a comperare le pastiglie d'altea alla farmacia ogni mattina alle undici; poi alle tre, prima del pranzo; poi ancora alla sera. Bisognava provvederle di volta in volta per misurar le dosi; e continuare; sopratutto continuare. E Maria era sempre in farmacia in quelle ore. Era ben naturale, dacchè egli ci andava ad ore fisse, e tutte le fanciulle ordinate hanno pure la loro giornata regolata ad ore fisse. Così, imbroccato l'incontro una volta, era imbroccato per la vita eterna. -- Quante ne vuole? domandava Maria. -- Cinquanta grammi. Fresche come lei, signorina.. -- Oooh!... (rossore, confusione). E lei ha sempre la sua tosse? -- Sempre, finchè potrò venire da lei a prendere le pastiglie d'altea. Questo dialogo si ripeteva con pochissime varianti, tutte le volte che il farmacista era assente, e Maria, che sapeva benissimo spedire le ricette, lo suppliva. Ella trovava tanto spirito in quelle due risposte di Roberto, e tanta passione! Le commentava come si commenta il -Paradiso- di Dante, e, come in quello, vi trovava sempre nuove bellezze. Ma quando le imposte della farmacia si chiudevano alle undici di sera, e Maria si ritirava nella sua cameretta a ripensare, e poi a sognare baffetti nascenti e pastiglie d'altea, Roberto non si ritirava, non pensava nulla, non sognava nulla. Andava a zonzo, beveva, giocava: faceva una brutta vita di notte; -- brutta vita! Neppure l'ingenuo amore che gli azzurreggiava al pensiero durante il giorno, riesciva a purificarlo. Era come le pastiglie d'altea per la tosse. Gli faceva bene, ma non lo guariva. E la gente parlava, parlava a sproposito al solito. Trovava che tutti i torti di lui si riverberavano sulla fanciulla, che non li conosceva nemmanco: -- Amare un giovine come Roberto! Con quella vita che fa! Chi la vorrà più sposare quella ragazza? Egli l'abbandonerà; ne piglierà un'altra più ricca, più bella, e lei resterà zitellona. Così si suol ragionare. Egli, perchè era un discolo, avrebbe trovata una sposa, ricca, bella, conveniente sotto ogni rapporto. Lei, perchè buona, fiduciosa, e per disgrazia illusa da uno scostumato, avrebbe dovuto portar la pena delle colpe di lui. Oh, giustizia! Che hai lasciato pigliar la ruggine alle tue bilancie? Ma il farmacista non istette a cercare il pelo nell'ovo. Seppe che correvano ciarle sul conto della figliola, e volle farle tacere. Prese a parte Roberto durante una delle sue provviste di pastiglie, e gli fece uno -speech-, sulla riputazione delle fanciulle, infiorato di tutti i paragoni colla fragilità del vetro, e la neve, e la sensitiva, ch'egli ripetè con enfasi come se li stesse inventando lui freschi freschi: «e se le sue intenzioni erano buone, si svelasse a lui, il babbo; ma non stesse a compromettere la figliola, ed allontanarne gli altri partiti..., ecc., ecc. Pare che la bontà di quelle intenzioni non fosse tanta come voleva il babbo; perchè in conseguenza del suo discorsetto, il grande smercio dell'-althaea officinalis- cessò, ed incominciò l'affilarsi del viso, ed il gonfiarsi ripetuto degli occhi di Maria. Era passato più d'un mese. Una sera che c'erano in casa Dio sa quanti ragazzi, tra quelli della famiglia ed i vicini e gli amici, ed il rumore della brigata giovanile era diventato insopportabile, e la mamma aveva ammonito inutilmente ed il babbo era montato inutilmente sulle furie, il nonno entrò di mezzo come paciere. Chiamò a sè i nepoti ed i compagni dei nepoti, se li fece schierare intorno alla poltrona fuori della farmacia, e si dispose a raccontar loro una fola. Era il grande ripiego a cui si finiva per ricorrere quasi ogni giorno. Quella sera Roberto capitò a passar di là appunto in quel momento; e vedendo che quei ragazzi, fra cui c'erano pure delle fanciulle, ed anche Maria, aspettavano la fola del nonno, si fermò anch'egli a qualche passo dalla poltrona venerabile. Era stato congedato dal negozio; ma là fuori era sulla strada, area municipale, ed, a rigor di termini, nessuno poteva impedirgli di rimanervi. Il nonno, che lo vide colla coda dell'occhio, narrò: -- C'era a' miei tempi un giovinotto che si chiamava Leonardo Valle. Non era punto nobile, ma i suoi genitori avevano ammassati quattrini assai, tenevano un andamento di casa coi fiocchi, ed il ragazzo era avvezzo a mancare soltanto del sole nei giorni di pioggia. Teatri, serate in casa, pranzi, lezioni d'equitazione, velocipede, pattinaggio, nuoto... era una benedizione! Figurarsi il gusto che poteva trovare alle ore passate sui banchi del liceo un omettino avvezzo a quel po' po' di movimento. Non s'aveva che a parlargliene per venirgli in uggia e farsi dar del pedante. Tuttavia i genitori, cui sapevano male che venisse proprio su -il signor nessuno-, ed avrebbero voluto udirlo chiamare il signor avvocato o il signor dottore, battevano e ribattevano il chiodo dello studio. Allora Leonardo, che aveva ormai diciotto anni, ed era dotato d'una volontà energica, accampò il Codice che gli dava diritto ad essere emancipato. Si prese il fatto suo, e fece come il podestà di Sinigaglia, e come il figliuol prodigo. Ed allora, viva l'allegria! Non c'era più nè giorno nè notte; era lui il padrone del mondo, e se gli avessero detto che quella vasta proprietà potrebbe trovarlo un giorno a borsello vuoto, e venirgli contestata, avrebbe fatto spalluccie. Ma «-Vedi giudizio uman come spesso s'erra-» il borsello vuoto gli capitò in tasca più presto assai che non lo credessero neppure gli invidiosi, i quali per altro hanno sempre il tempo dell'oriolo girato sull'avanzo. -- Gli amici mi aiuteranno, pensò, hanno tanto fatto il chiasso alle mie spese... -- Ma sì, eh? Uno aveva finito appunto allora l'ultimo scudo. L'altro era figlio di famiglia; quell'altro aveva un amministratore taccagno che gli teneva conto fin delle frazioni infinitesimali... e così via. -Amici da starnuti- -Il più che tu ne cavi è un Dio t'aiuti!- Fu tutto quello che ne cavò Leonardo. Il proverbio dice «chi s'aiuta Iddio l'aiuta.» Bisognava dunque che cominciasse dall'aiutarsi da sè; e non era facile con quella sorta di passato, che gli aveva lasciato il cervello vuoto come una casa nuova. Un momento pensò le rivoltelle, ed i bracieri di carbone, ed i tonfi nel Po, ed i salti mortali giù dai campanili, proprio mortali davvero quelli, e non so che altre reminiscenze bislacche di cronache di giornali. Ma, per fortuna, se il povero babbo era morto, gli restava la mamma. E quando si ha una mamma che piangerebbe tutte le lacrime de' suoi occhi, e si struggerebbe la vita di cruccio, certi spropositi non si fanno. Tirò la somma del -dare- e dell'-avere-. Questo era assolutamente nulla; ed il -dare- invece era parecchio. Finchè aveva creduto di poterli pagare da un'ora all'altra, quei debitucci non gli erano sembrati nulla. Ma dal momento che non si sentiva sicuro di metterci il saldo, ne ebbe una vergogna tremenda. Se la sua mamma avesse saputo che aveva dei debiti... Madonna Santa! E corse da lei, che non aveva più veduta dopo la sua emancipazione e le giurò sui suoi capelli bianchi che vivrebbe delle proprie fatiche, e sarebbe un galantuomo. -- Non offrirmi nulla, soggiunse. Non dirmi che mi perdoni. Non lo merito ancora, mamma; e non mi permetterò di rivederti finchè non mi senta degno della tua benedizione. E vendette tutti i gioielli, i mobili di lusso, un mondo di inutilità che aveva comperate; e con quei denari pagò fin l'ultimo soldo da' suoi debiti. Allora si sentì tolto un peso dal cuore; e cominciò ad esaminare le sue capacità. Misericordia! Aveva avute da piccino delle governanti tedesche e francesi, ed aveva imparato a balbettare quelle due lingue; ma malamente e senza conoscerle a fondo. Del resto sonava -La Stella confidente- sul pianoforte, ballava a perfezione e dirigeva le quadriglie come un generale d'armata. E null'altro. Però sì; aveva una bella mano di scritto, chiara, elegante. Era pochino; ma, non avendo di meglio, pensò di cavare partito da quella sola capacità. Non gli riuscì subito, nè facilmente. Ma domanda e ridomanda, venne a capo di scoprire una benedizione di notaio, che aveva bisogno di uno scrivano, e che lo prese nel suo studio per sessanta lire al mese. Lui, che non trovava mai nulla abbastanza buono pel suo palato guasto, si prefisse di vivere con una lira al giorno. A colazione un pane da due soldi con una tazza di latte. Poi andava a desinare in una trattoria dove mangiava una minestra con un pezzo di carne, senza ber vino. La sua salute non fu meno florida per questo. Prese in affitto un abbaino che mobigliò con un lettuccio, una tavola, una catinella e due sedie. Pagava dieci lire al mese di pigione. Gli rimanevano venti lire. Dieci le destinò a pagare un maestro di contabilità, dal quale andava a scuola ogni giorno nel solo tempo che aveva libero, da mezzodì ad un'ora. Le dieci lire rimanenti le mise a parte per vestirsi. E la sera, che altre volte era costretto a disputare alla noia a forza di divertimenti costosi e strambi, la passava solo nella sua cameretta a studiare le due lingue che conosceva imperfettamente. Ci mise tutta la sua volontà energica, e perseverò in quella vita con coraggio. In capo ad un anno poteva parlare e scrivere speditamente il francese ed il tedesco. E l'aritmetica e l'algebra non avevano più segreti per lui. Una casa di commercio molto accreditata ricercava un commesso. Egli si presentò. Fu provato al concorso con sei altri aspiranti, ed ottenne quell'impiego con tre mila lire all'anno. Allora andò dalla mamma, e le disse: -- Ho voluto essere ancora degno del tuo amore e del nome del babbo. Ora puoi benedirmi, mamma, perchè la stessa volontà energica di cui m'ero valso per far il male, mi ha giovato per ricondurmi a te, che sei il bene. * * * Il nonno aveva parlato serio serio e concitato; e però la piccola brigata trovò che la fola di quel giorno non era punto dilettevole, e si disperse, brontolando un pochino. Ma Maria che aveva indovinato a chi la dedicasse il nonno, gli strinse la mano in silenzio; e tutti e due tennero dietro collo sguardo a Roberto, che cacciate le mani in tasca, e col capo chino sul petto, si allontanò lento e pensoso, e scomparve senza voltarsi. Due giorni dopo giunse alla farmacia una lettera dalla posta coi bolli di Milano. Era diretta a Maria; ma, naturalmente, la ricevette e la lesse il babbo, poi la comunicò alla mamma, al nonno; li consultò tutti e due, si fece un gran discutere se convenisse o no di parlarne a Maria; e finalmente considerato l'aspetto sofferente e la malinconia della ragazza, ed i buoni propositi dichiarati nella lettera, fu deciso alla unanimità di comunicare a Maria quell'epistola. Era di Roberto e diceva così: «-Signorina-, «Io non ho, come quel Leonardo della fola, una mamma per giurare sui suoi capelli bianchi di mutar vita. Ma sento che se l'avessi avuta, sarei stato migliore di lui; perchè ieri, appena vidi lei cogli occhi arrossati, ed udii le parole del suo nonno, ho provato un rimescolamento nel cuore, ed ho giurato di mettermi al sodo. «Quello là aveva di mira il compenso di farsi benedire e voler bene dalla sua mamma. Ed io sono venuto qui a studiare ed a farmi una posizione per farmi benedire e voler bene da lei. «Quando sarò medico e verrò in farmacia per domandarle... le pastiglie d'altea, il suo babbo, non mi metterà più fuori, spero. Saprò stendere la mia brava ricetta, in latino anche, e, se avrà da mettermi fuori, dovrà mettermici colla sua figliola. «Glielo dica, signorina, per vedere se volesse permetterle di scrivermi una parolina di tanto in tanto per darmi coraggio. «ROBERTO.» E ne scrissero tante di paroline: e poi venne un giorno in cui non ne scrissero più, perchè potevano dirsele. UN VELO BIANCO La vidi la prima volta nella Galleria Subalpina dai signori Baratti e Milano. Ero entrato per pigliare una -soda water-, che mi aiutasse a digerire la colazione, e mi desse appetito pel pranzo. Ero già a questi termini. -Lei- era con un'altra signora, ed io non osavo guardarla in viso, per non mostrarmi indiscreto. Stavo voltato verso lo specchio, e la vedevo in effigie. Che effigie, signori pittori! Che effigie! Se loro fossero mai riusciti a farne una simile! Lunga, sottile, svelta... se fossi a Milano, direi come la guglia del Duomo. Ma vi potrebbe esser qualcuno che non l'ha veduta. Mettiamo, svelta come un palo del telegrafo; un po' di linea e di buon garbo ce l'aggiunga lei, signora lettrice, con quella parte d'immaginazione che il suo cattivo genio le ha data. Dico -il suo cattivo genio-, perchè l'immaginazione per me è stata una fonte di disgrazie. Sentirà. Ma ora tiriamo innanzi. Aveva i capelli neri come questo inchiostro; ed il viso bianco come questa carta; e gli occhi vivaci, incisivi, come i tratti di spirito di cui vorrei infiorare la mia narrazione se ne fossi capace. E la sua bocca... No. Qui bisogna che mi fermi un poco. La sua bocca era un poema. Si figuri, signora lettrice, che la vidi nel momento in cui l'apriva per introdurci, con due ditini che parevano due foglie di rosa accartocciate, -un marron glacé-. Il -marron glacé- era dei più grossi, e naturalmente -lei- apriva la bocca a tutta forza come se gridasse: -- Aiutoooo!!! Se avesse potuto vederla Giotto proprio in quel minuto là! Sarebbe andato a nascondersi lui ed il suo -o-, che doveva essere uno sgorbio, al confronto di quella rotondità di bocca. No. Sono pronto a giurarlo sul Vangelo, sul Corano, sui libri dei Veda, sul libro mastro del mio sarto, non è mai esistita nei fasti della bellezza umana, una bocca più rotonda di quella. E che denti! E che freschezza! Se i rettorici non mi avessero sfruttata l'immagine dello scrignetto di perle, sarebbe il caso di applicarla davvero. Così dovrò accontentarmi del paragone d'un gelato di fragole, guarnito di mandorle. È un po' da credenziere; ma quella bocca color di rosa non li sdegnava punto i lavori da credenziere. Oh punto, punto! Quando il -marron glacé- fu spacciato, le foglie di rosa accartocciate afferrarono una -brioche-; poi un -petit four-; poi un -croque en bouche-, e l'uno dopo l'altro fecero scomparir tutto nel gelato di fragola. Il -croque en bouche- fu il colpo di grazia pel mio cuore. Lo zucchero cristallizzato che avvolgeva lo squisito chicco, scricchiolava sotto quei dentini bianchi... cric, cric, cric... Ah! quel cric, cric! La -soda water- mi salì alla testa, mi entrò nel naso, mi andò in gola a traverso, nell'eccesso della commozione. Tossii, tossii fino a diventare violetto. Il pasticciere mi picchiava pietosamente dei pugni sulla schiena, ed intanto udivo la signora che era con -lei- che diceva: -- Sbrighiamoci, è l'ora del pranzo. Che Santa Lucia le conservi la vista! L'ora del pranzo! Ah! era un tesoro quella fanciulla che andava a pranzo dopo quel preludio di pasticcieria con accompagnamento di -vermouth-. Neppure negli incubi più stravaganti delle mie digestioni laboriose, avevo mai sognato una donna di stomaco forte come quella giovinetta. Per tutta la sera, per tutta la notte, l'ebbi sempre in mente. * * * Avevo trentanove anni ed undici mesi. Il sagrestano della mia parrocchia e gli spazzini del municipio possono far fede che non erano ancora quaranta. Avevo perduto i genitori poco dopo la mia maggiorità, ed avevo menato una vita alquanto allegra, troppo forse, da cui m'ero ritirato da qualche anno col patrimonio ridotto a metà, e le facoltà digestive ridotte a zero. Non più pranzi d'amici, nè cene, nè ritrovi giovanili. Ciascuno di codesti spassi lo scontavo, ormai, con una piccola malattia; ed avevo finito per condannarmi ad una vita d'isolamento, di bistecche e di -soda water-. Molte volte m'era venuta l'idea di ammogliarmi per avere chi confortasse i miei dolori di stomaco, e sorvegliasse meglio le mie bistecche. Ma mi ero sempre incontrato con signorine che mangiavano poco e bevevano acqua, ed avevo tremato di sposare uno stomaco fragile come il mio, per passare con mia moglie il resto dei nostri giorni ad intenerirci a vicenda sulle nostre indigestioni, ed a prodigarci decotti di camomilla. Alla vista di quella fanciulla, le mie idee coniugali si ridestarono. Era lo stomaco delle mie aspirazioni. L'apparecchio digestivo d'uno struzzo nel petto gentile d'una bella signorina di vent'anni. Non sapevo chi fosse. Aveva l'aspetto ed il vestire d'una straniera. E la signora che l'accompagnava, piccola, grossa, col viso infiammato, ed una pioggia di ricci d'un biondo scialbo misto di grigio lungo le guancie, gli abiti corti, le scarpe di grossa pelle a doppia suola, ed un lungo velo turchino sopra un cappello ridicolo, era quanto si potesse desiderare di meno bello, ma di più -touriste-. Però quella specie di pallottola, del peso di qualche tonnellata, aveva cinguettato in italiano: -- Sbrighiamoci; è l'ora del pranzo. Aveva veramente cinguettato? Il suo accento era veramente straniero? Non avrei saputo dirlo. Avevo fissata tutta la mia attenzione sulla giovine, e queste considerazioni circa la loro nazionalità le facevo dopo, fondate sopra memorie molto vaghe. Ad un tratto mi colpì improvvisa ed atroce come un crampo allo stomaco questa idea: -- Se sono straniere in viaggio, può darsi che partano domani, che siano già partite questa sera, per Londra, per Nuova-York, per le steppe della Russia, e che io non le riveda più. Parlavo in plurale, ma il mio rimpianto era per una sola. Era notte inoltrata quando mi venne quel pensiero pauroso. Passai delle ore agitatissime, ed appena fu giorno, mi slanciai ai musei, alla sala d'armi, al giardino del re, al cimitero. Visitai molte chiese, poi il Teatro Regio, desolato come un disinganno, alla luce scialba che vi penetra di giorno, coi palchetti vuoti cavernosi come tante orbite cieche. Ma in nessun luogo incontrai la bella straniera. -- Sarà andata a Superga, pensai. Erano le quattro del pomeriggio. Non avevo più il tempo di andarci anch'io. Stanco, affannato, corsi giù giù in via di Po, fino alla Gran Madre di Dio e passeggiai più d'un'ora nella speranza di vedere le viaggiatrici tornare. Ma nemmeno per ombra! ed intanto pensavo la sua bella figura, i suoi occhi, la sua bocca rotonda, ed il suo appetito, il suo meraviglioso appetito. Mi pareva di sentire ancora il cric, cric del -croque en bouche-. -- Se fosse rimasta a Torino? Se fosse là, come ieri a quest'ora, ad esercitare i suoi dentini? Infatti, che cosa mi prova che sia andata ad assiderarsi fra quei morti reali? Dio degli Dei! Ed io sto qui ad aspettarla come un grullo. Oh! l'immaginazione! E via, un'altra volta di corsa lungo i portici di Po senza fermarmi finchè mi trovai, ansimante ed acceso in volto, nel negozio del pasticciere. Era là. L'avevo trovata! Per tutte le cose dolci della terra! Mi sentii sollevare un peso dal cuore, come se avessi digerita la colazione. Tornai a piantarmi, come il giorno prima, in faccia allo specchio, per contemplarla senza soggezione. Ma la vecchia rotonda dai ricci biondi le stava sempre dinanzi, e mi toglieva la vista della personcina elegante. Quel giorno mi proposi di non lasciarmela sfuggire senza scoprire almeno dove fosse alloggiata, e quando uscì le tenni dietro. -Lei- e la sua compagna camminavano con una celerità inglese, e mi fecero correre sino in via Cernaia. Là, entrarono in una casina piccola, che aveva un giardinetto a fianco. Andavano a fare una visita? O a casa loro! Rimasi al mio posto come una sentinella tedesca, per aspettare la risposta a queste domande. Sonarono le sei, le sei e un quarto, le sei e mezzo. Le signore non uscivano. Erano appunto le sei e mezzo il giorno innanzi quando la mamma aveva detto alla figliola: -- Sbrighiamoci, è l'ora del pranzo. Dunque pranzavano là, e dovevano essere a casa loro, perchè la vecchia con quelle scarpe e quegli abiti corti, non era certo in arnese per un pranzo d'invito. Sapevo dove abitavano; era già qualche cosa. Ma è nella natura dell'amore di non fermarsi mai nella scala ascendente dei desiderii. Ora avrei voluto sapere chi erano. Mi avventurai ad entrare. Il portinaio aveva una faccia incoraggiante. -- È da affittare questa palazzina? domandai. -- Nossignore. È già affittata a due signore inglesi. -- Ah! le signore... -- Sì. Le signore... Hanno un nome spropositato che non si può dire. -- Aspetta... e finsi di cercare nella mia memoria. Che! l'ho dimenticato anch'io. Non importa; una giovine... -- Una vedova ed una miss. Diedi un biglietto da cinque lire al bimbo del portinaio ed uscii trionfante. A conti fatti non ero molto bene informato. Che la giovine era una -miss- lo sapevo anche prima. Che la vecchia fosse vedova, non m'importava affatto. Tuttavia quella vedovanza mi dispensava dalle lunghe aspettative, per domandare traverso la Manica il consenso del suo signore e padrone, per sposare la figliola. Ed intanto era certo che abitavano là; che non mi guizzerebbe via la sposa come un'anguilla, fischiando dietro alle mie speranze, pel tubo della locomotiva. Mentre stavo fermo dinanzi alla porta a fare l'inventario delle notizie raccolte, vidi venire un servitore con due bottiglie di selz: mi passò accanto, entrò nella palazzina e salì, senza parlare al portinaio che era uscito a guardarmi dietro, per imprimersi bene in mente come sono fatti gli uomini che pagano cinque lire tre risposte inconcludenti. -- Il servitore delle signore inglesi? gli dissi accennando l'uomo dalle bottiglie. Egli chinò più volte il capo in segno affermativo ammiccandomi degli occhi... Anche quella conoscenza era buona. Un servitore può essere un alleato; ed io ne avevo bisogno, perchè avevo la velleità romanzesca di voler conoscere la signorina, ed assicurarmi d'essere amato prima di presentarmi ufficialmente come pretendente. Per una inglese questo era nelle regole. L'indomani replica dell'incontro dal pasticciere, e dell'inseguimento fino in via Cernaia. Quel giorno pranzai in una trattoria da quelle parti per non iscostarmi troppo, e verso le sette andai a passeggiare dinanzi alla palazzina aspettando di vedere il servitore. Avevo preparato un biglietto rispettoso, serio, pratico, degno d'una giovine inglese. «SIGNORINA, «Dal primo giorno che la vidi dal pasticciere mi ha divorato il cuore col suo -croque en bouche-. Sono gentiluomo; patrimonio discreto, abitudini tranquille, carattere uguale, trentanove anni e undici mesi; un po' avariato nelle funzioni digestive. Questa confessione le provi la mia lealtà. Quanto all'aspetto può giudicarlo da sè, e se potessi sperare di ottenere le sue simpatie, sarei felice di offrirle la mia mano, e di domandarle in ginocchio la sua». Seguiva il nome e l'indirizzo, contrada, numero e tutto perchè potesse rispondermi. Circa le otto vidi il servitore che usciva dalla palazzina e s'avviava ad un'edicola in piazza Solferino, dove comperò alcuni giornali. Quando stava per rientrare in casa, me gli accostai, e gli dissi: -- Vorreste portare questa lettera alla signorina? -- -I don' dan't understand- mi rispose. (Non capisco). -- -To miss.- Gli dissi mostrandogli la lettera. -- -Yes, sir.- E, presa la lettera, se ne andò, senza farmi difficoltà e senza mostrare la menoma meraviglia. -- Miss è molto accessibile, a quanto pare, pensai. Troppo accessibile. Si vede che la sua mamma le accorda tutta la libertà inglese. Aspettavo di ricevere il giorno dopo un invito, o un biglietto che mi offrisse il mezzo di farmi presentare alla mamma, per poter conoscere la signorina, e farmi conoscere da lei. Dio! che agitazione fu quella. Avrei giurato di avere vent'anni. Dimenticai la magnesia, la soda, le pastiglie di bismuto. Passai la notte a leggere un romanzo d'amore. La mattina mi alzai ad un'ora inverosimile, e mi provai allo specchio tutti i miei abiti neri e le mie cravatte bianche. Alle nove ero in gran toletta da visita. Non c'era senso comune a quell'ora. Ma non potevo persuadermene. -- Non si sa mai quel che può accadere, suggeriva la mia impazienza. Potrebbe scrivermi di mettermi in relazione con Tizio, che mi facesse conoscere a Sempronio, che mi presentasse a Caio, che mi conducesse da Martino, il quale fosse incaricato di offrirsi d'introdurmi presso la signora vedova e la miss. Supposto che tutti quei personaggi avessero qualche altro affare oltre la mia presentazione, ci vorrebbe del tempo a trovarli ed a farli agire; infine è meglio tenersi pronto ad ogni evento. Più presto che non osassi sperarlo, ricevetti un biglietto di grossa carta inglese, scritto a lunghi caratteri inglesi. Lascio stare i miei palpiti, le mie agitazioni, le mani tremanti nell'aprire la busta, che si possono trovare descritti un paio di volte in tutti i romanzi che addormentano l'umanità. La lettera veniva dalla posta, e diceva così: «MIO SIGNORE, «Io non conosco voi. Io sono non abbastanza libera per pregar voi di venire, e conoscere me. Cosa fare? «MISS GEMMY FAAT.» Mandai dal cuore tutt'altro che benedizioni a quella madre crudele che teneva schiava la bella fanciulla. A cosa serve esser inglesi, a cosa serve aver un servitore compiacente, se sul più bello si debbono troncare a questo modo le speranze d'un galantuomo? Dovevo essere commovente col mio abito nero, la cravatta bianca, il -gibus- sotto il braccio, i guanti a tre bottoni, gli occhi imbambolati, e quel pochino di languido appetito che mi aveva dato la speranza, completamente svanito. Povera bimba. Era vittima della tirannia della vedova; ma quanto a lei non mi respingeva; tutt'altro. Si affidava a me, mi domandava nella semplicità del suo cuore: -- Cosa fare! Infatti, cosa fare? Non era il caso di darsi vinti così. Bisognava pensarci, cercare. Intanto avevo il conforto di vederla dal pasticciere. Quel giorno la vedova rotonda, mi parve più vecchia di vent'anni, ed orribile. Aveva una avidità di -croque en bouche-, che mi irritava. Ne divorò una dozzina, e ad ogni uno mi guardava come se volesse divorare anche me. Mi venne il sospetto che avesse scoperta la mia lettera alla figliola, e cercasse d'impaurirmi per impedire il nostro matrimonio. Mi proposi d'esser cauto, e quando uscirono non le seguii. Invece di avviarsi a casa come gli altri giorni, entrarono dalla modista di contro, e fecero spiegare una quantità di tulle bianco, che riempì la bottega, velò la bacheca, avvolse le signore come in una nuvola trasparente. -- Un abito da ballo! pensai; deve andare ad una festa; è l'occasione di conoscerla. È andata apposta in quel negozio ed a quest'ora, per farmelo capire. Dovunque sia quel ballo giuro che non mancherò. E mi diedi d'attorno per sapere dove e quando si ballasse. Andai da tutti i miei amici eleganti, da tutte le signore brillanti di Torino; nessuno sapeva d'una prossima festa. Nessuno pensava a ballare. Cominciavo ad inquietarmi. Andavo cercando nei -clubs-, nei caffè; fermavo la gente per la strada; volevo una festa da ballo ad ogni costo. Finalmente la trovai in Doragrossa. Vidi un giovine di studio del mio notaio che mi salutò, e lo aggredii gettandogli contro come un colpo di rivoltella la solita domanda: -- Scusi, sa dove si balla in questi giorni? -- Sissignore, in casa Pepesale. Gli avevo presa una mano; afferrai anche l'altra, le strinsi amorosamente. Avrei voluto stringermelo al cuore in un amplesso di gratitudine. -- E lei ci andrà, esclamai. Ed io pure ci andrò. Mi procuri un invito... -- Ma signore... -- La prego, non mi dica di no. Non può credere come desidero di conoscere la famiglia Pepesale. È il più ardente dei miei voti; ne perdo l'appetito ed il sonno. I signori Pepesale sono necessari alla mia vita, alla mia felicità... Dovetti pregare, insistere. Quel povero giovine, rimandato come una palla avanti e indietro mi portò le risposte più negative, più scortesi. «Era una festicciola affatto privata; non ricevevano altri che gli amici intimi; avevano già troppi ballerini; le signore erano poche; ero soverchio; non mi volevano a nessun patto. Ma insistetti sempre; ed a forza d'indiscrezione, mi riuscì di estorcere quell'invito. C'erano tre giorni da aspettare; ed ogni giorno la bella miss e la grossa mamma, dopo il vermouth entrarono dalla modista, ed ogni giorno misero fuori stoffe e veli bianchi. Finalmente venne l'ora di rivestire il mio povero abito nero, la mia disgraziata cravatta bianca, il mio -gibus-, che respinto con impeto quella mattina, s'era guastata una molla, e ad ogni movimento scricchiolava in suono di pianto. Mi vestii palpitando e partii. Quando la carrozza si fermò alla porta indicata, guardai dallo sportello e dissi al cocchiere: -- Tira via. Non è qui. -- Sissignore. Ha detto numero trentuno. Guardai meglio; era proprio quel numero e quella contrada... Ma la porta era buia, e la scala poco illuminata. Non si vedeva un servitore, non s'udiva alcun suono, non c'era una carrozza. Ed erano le dieci e mezzo. Salii al primo piano. Tutti gli usci chiusi, e profondo silenzio. Salii al secondo: usci chiusi ed un fievole suono in lontananza. Al terzo piano il suono si faceva un po' più distinto. Doveva esser là. Ma gli usci erano sempre chiusi. Per quanto la cosa mi paresse strana sonai il campanello. -- Forse non avranno abbastanza servitù per lasciare una persona fissa alla porta, pensai. Venne ad aprirmi lo stesso scrivano del mio notaio, da cui avevo estorto l'invito. Servitori punto. L'unica lampada dell'anticamera mandava un profumo di petrolio fatale al mio stomaco. Fui sul punto di tornare indietro. Ma pensai a miss Gemmy, così elegante, così bella, e con un eroismo da innamorato, mi tolsi il soprabito. -- Oh mio Dio! esclamò lo scrivano stupefatto, come se dal mio soprabito avesse veduta uscire la statua del Conte Verde a cavallo. Lo guardai con disprezzo. Come voleva che vestissi, quel selvaggio, dove le signore erano in bianco? Osservai la sua giacchetta, il suo -gibus-, la sua cravatta scura.... E là dentro c'era miss Gemmy colla nuvola di tulle.... Mascalzone! Entrai in una sala col -gibus- sotto il braccio, chiudendomi il terzo bottone d'un guanto, e pregando lo scrivano di presentarmi alla padrona di casa. -- Scusi non c'è. Dev'essere di là. -- Andiamo di là, dissi avviandomi sempre cogli occhi al bottone del mio guanto, per cercare la signora in un'altra sala. -- Ma che le pare! rispose quel giovine arrestandomi, vorrebbe venir lei in cucina? -- In cucina? Alzai gli occhi sbalordito, e mi guardai intorno. Per quanto v'ha di ridicolo sopra la terra, avrei voluto esser di sotto! Un salotto di pochi metri quadrati, coi mattoni nudi, alcune vecchie in cuffia che mi fissavano come un oggetto di curiosità, un gruppo di fanciulle vestite di scuro, che mi sbirciavano sogghignando come monelli, e cinque o sei giovani di studio o commessi di negozio senza guanti, che le incoraggiavano a burlarsi di me. In quella lo scrivano, partito in esplorazione in cerca della padrona di casa che stava in cucina, mi venne incontro con una donnetta in abito di seta nera, che mi porse la sua manuccia nuda e disse: -- Mi fa piacere di conoscerla signor.... E lasciò il nome sospeso come fanno le signore dei negozi salutando gli avventori. Seppi più tardi che erano una famiglia di droghieri ritirati allora allora dal commercio. Le dissi che ero passato un momento solo per iscusarmi di non poter profittare del suo invito. Ero aspettato ad un contratto di nozze.... Accennai alla mia toeletta ridicola, per giustificarla con quel pretesto, e presi la porta, accompagnato dall'ilarità rumorosa delle signorine e dei commessi di negozio. * * * Quella scena mi pose in uno stato deplorabile. Ero irritato, svergognato, deluso. Non si poteva andare innanzi così. La mia pace ne soffriva troppo. E la mia digestione poi! -- Cosa fare? Miss Gemmy lo domandava a me. Avrebbe anche dovuto aiutarmi un poco. Nell'eccitazione dell'animo, le scrissi: -Signorina-, 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000