invecchiare quel balordo zio materno che mi aveva legata col battesimo quella funesta eredità? Udivo ancora echeggiare le risate di quella ragazza. Ero ridicolo anche per lei, per tutti! La mattina seguente mi accostai alla finestra pian piano, in punta di piedi, peritante, intimidito come un cane scottato. Ma non arrivai neppure ad affacciarmi. Le cinque bocche rosate si spalancarono ad un coro di risate sonore, ed i dieci occhi scintillanti mi trafissero come dieci lame d'acciaio. Dal fondo della mia camera le udivo sghignazzare ripetendo il mio nome. -- Eu-stacchio. Ah! ah! ah! Se dovevano esser queste le mie avventure, pensai che non valeva la pena di desiderarle tanto! E tuttavia, se non fosse stata quella miseria del nome l'avventura sarebbe cominciata. Quella fanciulla era venuta a bussare al mio uscio per farsi riaccendere il lume; ma il lume era un pretesto. Era venuta per parlare con me; era stato il mio nome che l'aveva fatta fuggire. Ah, se mi fossi chiamato Ernesto come diceva lei! Ernesto! * * * Era come se quel nome fosse fatto di pece o di trementina. Mi si era appiccicato al cervello, e non potevo staccarmelo più. Avrei dati fin gli scaffali della mia bottega per potermi ribattezzare. Tentai ancora più volte di riaffacciarmi alla finestra; ma suscitai sempre la stessa ilarità. Dovetti rinunciarvi. Ad un tratto mi venne, improvvisa come se un amico me la susurrasse all'orecchio, una idea luminosa. -- Perchè non potrei chiamarmi Ernesto? Chi me lo impedisce? C'è forse qualcuno che ha acquistata la proprietà di quel nome? Posso pigliarla io quanto un altro. A Torino nessuno sa che mi chiamo Eustacchio, fuorchè quelle fanciulle. Che non mi vedano più, ed in un paio di giorni mi avranno dimenticato, ed avranno trovato un altro argomento da divertirsi... Avevo preso in affitto la camera per una settimana. La mia pigione scadeva appunto il giorno seguente. Invece di rinnovarla feci fagotto, mandai un sospiro alla finestra del laboratorio, senza affacciarmi per non udire quelle risate schernitrici, e via per Torino in cerca di un altro alloggio. Lo trovai in via Pio Quinto, all'altro capo della città. Mi presentai sotto il nome di Ernesto, e posi il cartellino collo stesso nome sull'uscio. Poi scrissi a mia madre che avevo conosciuto un altro Eustacchio Rossi, e la pregai di dirigermi le sue lettere al nome di Ernesto per evitare confusioni. Quel nome mi portò fortuna. Nessuno mi derideva più. Ebbi quasi subito un'avventura colla serva d'un salumaio sotto i portici di San Salvario. Non era bella come la sartorina dagli occhietti lucenti, ma era meno insolente. Mi voleva bene, mi trovava bello, e mi chiamava Ernesto. Io glielo facevo ripetere cinquanta volte in un'ora. Non potevo saziarmi d'udire quel nome che mi accarezzava l'orecchio e mi compensava di tutti i dispiaceri che m'aveva dato quell'altro. A poco a poco stando a Torino divenni elegante fino a farmi delle carte da visita. Non facevo visite, veramente. Ma ne avevo data una alla mia amante che l'aveva piantata nella cornice dello specchio, ne avevo piantato un'altra nello specchio della mia camera, ed una sull'uscio al posto del cartellino manoscritto. Ormai nessuno poteva più negare che mi chiamassi Ernesto; era stampato. Erano le mie carte da visita quelle. Il giovine del trattore dove andavo a pranzare mi chiamava famigliarmente signor Ernesto; e mi faceva un piacere... Fu un anno felice. Ero completamente libero. Prendevo sempre l'alloggio di settimana in settimana, e quando la mia servotta cambiava padrone, io cambiavo di casa per andarle vicino. Da via Pio Quinto andai in via Vanchiglia, poi in via Plana, poi in Dora Grossa, poi d'un balzo fino in Borgo Nuovo. Ero perfettamente padrone di fare a mio modo. Non avevo bisogno neppure di scriverlo alla mamma, perchè aveva cominciato a mandarmi la prima lettera ferma in posta aspettando il mio indirizzo, ed aveva poi continuato sempre cosí. Ci volle un anno intero per prepararmi all'esame. Gli altri si sbrigavano più presto; ma io non avevo un cervello vulcanico. Però quell'anno era passato presto. Stavo per avere la patente. Poi sarei tornato a Fossano carico d'allori, avrei preso il mio posto di padrone nella mia bottega, ed in quella circostanza gloriosa, non disperavo che anche la mamma consentisse a chiamarmi Ernesto. Soltanto non avrei potuto metterlo sull'insegna in causa della patente. Ah! questa pur troppo non si poteva avere senza presentare quella disgraziata fede di nascita! * * * La vigilia degli esami andando alla posta, trovai una lettera profumata come una scatola di canfora; ma non aveva odore di canfora, e portava tanto di cifra e di corona sulla busta. Cosa poteva essere? Un'avventura con una corona! Doveva essere una regina. Ed io che m'ero andato a perdere con una serva! Cosa vuol dire esser troppo modesti! Tagliai la busta pian piano col temperino, per non guastare la corona che volevo far vedere a Fossano, ed apersi la lettera. Erano poche parole. Ma che parole, Santa Sindone... immacolata! che parole! Sottili che si vedevano appena, e tutte cascanti come donnine gentili che cadono in svenimento. «Mio signore,» cominciava... Suo signore! Il cuore mi diede un tal balzo che credetti vedermelo uscire dalla bocca. «Sono una povera inferma... -- Ah! è per questo, pensai che le parole cadono svenute. «Quando tutta la parte intelligente e gentile di Torino corre a portarle il suo tributo d'ammirazione... -- Diamine! esclamai, io non ho ricevuto nulla! Dove l'hanno portato? Forse all'indirizzo di via Pio Quinto. Ecco cosa si guadagna a cambiar casa ad ogni momento. Bisognerà ch'io passi a vedere dal portinaio. «... il loro tributo d'ammirazione, io, che sono condannata a starmene in casa, dubito della giustizia di Dio. «È un dubbio pericoloso per la mia anima cristiana; e dipende da lei il togliermelo dal cuore, e restituirmi la fede. Vuole? Acquisterà merito dinanzi a Dio. Basterà che mi provi che un po' di giustizia c'è sempre, venendo questa sera a prendere un tè in casa mia perchè possa anch'io conoscerla ed ammirare il suo ingegno. -- Contessa Tale dei Tali. -- Via Tale, numero Tale.» Era soltanto una contessa. Ma quasi lo preferivo. Una regina mi avrebbe data un po' di soggezione. * * * Quel giorno avevo stabilito di ritirarmi in casa a ripassare i miei studi per esser pronto l'indomani all'esame. Ma dopo quella lettera capii che ne sapevo abbastanza. Del resto, avevo ben altro in testa che gli studi in quel momento. Erano già le undici e dovevo prepararmi per la sera ad andare dalla contessa Tale dei Tali. Scrissi subito una cartolina a mia madre, per sfogare la soddisfazione immensa che mi gonfiava il cuore. «Cara mamma. I miei studi sono compiuti gloriosamente; l'esito dell'esame è più che sicuro; credo anzi che mi manderanno la banda municipale per farmi onore, perchè pare che io abbia un ingegno sorprendente. Tutti ne parlano; una contessa -di mia intima conoscenza-, mi assicura che -tutta la parte intelligente e gentile di Torino corre a portarmi il suo tributo d'ammirazione-. Io però non l'ho ancora ricevuto in causa di uno sbaglio d'indirizzo; ma prima di partire ne farò ricerca e te lo porterò. «Domani coll'ultima corsa arriverò a Fossano colla patente. Annuncia ai parenti ed amici la buona novella ed invitali a cena per festeggiarla. «Tuo aff. figlio «ERNESTO ROSSI «Droghiere approvato.» * * * Ero sempre stato economo; lo ero per natura. Ma in quella circostanza non era il caso di badare a miseria. La contessa m'invitava a prendere il tè; bisognava renderle cortesia per cortesia. Entrai da un droghiere e le feci mandare a casa una bella provvista di caffè moka ed un pane di zucchero. Poi, contento di me, pensai al modo di vestirmi per la sera. Dovendo stare soltanto un anno a Torino, non mi ero provveduto di un abito da serata; tanto più che avevo l'abitudine di passare le sere al giardino della Stazione colla serva del salumaio, la quale non era esigente sulla toeletta. Ma ero sicuro che non si poteva andare da una contessa senza avere l'abito a coda di rondine, i calzoni neri, la cravatta bianca. Era una spesa enorme. Ma in quel momento non badavo più a spese; avrei ipotecata la mia bottega, avrei messo sul lastrico me e mia madre per non sfigurare. Andai dai fratelli Bocconi e comperai tutto il vestiario, perfino le scarpe lucide. La stoffa era ordinaria; poichè doveva servire soltanto una volta, non metteva conto che durasse. Ma tutto era nuovo fiammante; e tutto stretto stretto; le contesse amano gli uomini magri come croci, ed io avevo una salute... oh, ma una salute, che mi arrotondava tutto dai piedi al cervello. Spesi ottanta lire. Uno spropositone! Ma infine tutti fanno qualche pazzia in gioventù; e, d'altra parte, quel vestiario poteva ancora servirmi quando avrei preso moglie. * * * La sera quando entrai nell'anticamera della contessa, così ben chiuso ne' miei abiti che stentavo ad alzare le braccia per togliermi il cappello, non erano ancora le sette. -- La signora è a pranzo, mi disse il servitore. -- Non importa, risposi. Ditele che son io. M'ha invitato pel tè; mi aspetta. Egli mi guardò ben bene dalla testa ai piedi. Forse non aveva mai visto nessuno così ben vestito. Poi riprese: -- Ma è molto presto. Io sorrisi della sua ingenuità. Egli non sapeva con che ansietà mi aspettasse quella povera dama, che dubitava persino della giustizia di Dio per causa mia. -- Se potesse tornare più tardi... soggiunse. -- No, no. Lasciate pure che pranzi con comodo. L'aspetterò. E mi posi a sedere in un angolo dell'anticamera dicendo: -- Quando avrà finito mi riceverà. -- Chi dovrò annunciare? domandò il servitore avviandosi per uscire. -- Ernesto Rossi. Egli si fermò di botto, poi tornò indietro e mi disse con premura: -- Scusi. Può aspettare in sala. Favorisca. Ed aprendo i due battenti della porta di contro, s'inchinò per lasciarmi passare in una sala tutta piena di fiori e di specchi, con un tappeto su cui si camminava senza rumore come fanno i fantasmi. -- Anche i servitori sanno il mio nome e mi ammirano, pensai; ed andai a contemplare in uno specchio la mia persona divenuta celebre. * * * Quello specchio era un uscio, ed era socchiuso. Dall'altro lato si udiva tratto tratto il leggerissimo tinnire d'un bicchiere, d'una posata, d'un piatto, subito represso. Doveva essere la sala da pranzo. I signori usano pranzare pian piano come se avessero paura di venir sorpresi. -- E così? domandò una voce d'uomo. -- E così, rispose una vocina di donna, gli ho scritto, e l'ho invitato per questa sera al nostro tè. Capii che parlavano di me, e stetti a sentire coll'orecchio all'uscio. -- È una pazzia, Emma. Un'imprudenza. Ti crederà una donna leggera, ripigliò l'uomo. E la vocina graziosa: -- Ma che! Non è un vanerello. Tutti mi parlano di lui, del suo ingegno; io non posso andarlo a sentire, e mi struggo di curiosità. Era naturale che lo invitassi a farmi una visita. Di sera poi, in pubblico, presente mio marito, perchè spero che ti fermerai in casa... Via, che male ci trovi? -- Trovo che metti troppo entusiasmo nella tua curiosità. Questa sera sarò io che mi chiamerò Otello. Questa mi parve curiosa che per ricevermi volesse cambiar nome anche lui. Del resto se gli piaceva di chiamarsi Otello, era un'idea come un'altra; ma non potevo a meno di ridere al pensiero delle disgrazie che gli tirerebbe addosso quel nome, più strampalato del mio Eustacchio. In quella entrò il servitore e disse: -- Il signor Ernesto Rossi aspetta in sala. S'udì un susurrìo sommesso, poi un rumore di sedie. Io mi allontanai in fretta dall'uscio; e quasi subito il servitore lo aprì, e vidi entrare la contessa, piccolina e pallida, che zoppicava leggermente e si reggeva al braccio del marito. * * * Io mi feci innanzi, stendendole la mano quant'era larga, e le dissi: -- Sono venuto un po' presto! ma so che, -aspettare e non venire è una cosa da morire-, e non ho voluto farla aspettare. Invece di rispondermi la contessa guardò suo marito tutta confusa come se non avesse capito. Egli si mise a ridere, forse della semplicità di sua moglie, poi mi disse: -- Perdoni. Non abbiamo il bene di conoscerla... -- Ernesto Rossi, risposi. La signora mi ha scritto... -- Ernesto Rossi il tragico? interruppe guardandomi nel bianco degli occhi come se volesse cavarmeli. -- Nossignore, io non sono tragico. Ho sempre avuto un carattere mite. -- Ma cosa fa? Cos'è? -- Sono studente. La contessa si mise a ridere come se non l'avesse saputo. Poi mordendosi le labbra per star seria domandò: -- Studente di legge? -- Nossignora. -- Di matematica? -- Nossignora. -- Di medicina? -- Nossignora. -- Ma studente di che cosa? -- Studente droghiere. Fu come se le avessi sparato contro una fucilata. Cadde di piombo sopra un divano in una convulsione di ridere. Pareva che soffocasse. Ne ebbe per un quarto d'ora. Io non capivo nulla di quell'allegria straordinaria. Finalmente quando le riescì di riavere il fiato, mi domandò: -- È lei che mi ha mandato il caffè! e fuori a ridere daccapo. -- Sissignora, risposi. Mi sono presa la libertà... -- Guarda un po', Emma, a che cosa ti esponi colle tue imprudenze da ragazzetta! le disse il marito coll'aria indulgente con cui si rimproverano i bambini malati. -- Via, ribattè la signora pigliandogli la mano e facendoselo sedere accanto. Ora è inutile che tu faccia l'Otello. Vedi bene che Desdemona potrebbe offrirgli una dozzina intera di fazzoletti, senza nessun pericolo. Capii che la signora Desdemona doveva essere una persona della famiglia che offriva una dozzina di fazzoletti in compenso dello zucchero e del caffè. Allora presi una sedia, apersi con cura le falde dell'abito e curvai pian piano le mie ginocchia strette, per mettermi a sedere ed aspettarla. Ma in quella la signora diede uno strappo al cordone del campanello che mi fece balzare in piedi daccapo. Il servitore si presentò all'uscio e la padrona gli disse: -- Pagate a quest'uomo il caffè e lo zucchero che ha mandato quest'oggi, ed accompagnatelo. È il droghiere; fu un errore introdurlo qui. E mi fece un cenno colla mano, non tanto per salutarmi quanto per mostrarmi la porta. Maledizione! Anche quel nome d'Ernesto che mi pareva tanto bello mi portava disgrazia come l'altro. Non ero io, per caso, che portavo disgrazia ai nomi? Corsi a casa colla testa in fuoco. Bruciai le carte di visita; strappai il nome dall'uscio; e ripresi il mio primo battesimo di Eustacchio. Per quello che ne avevo cavato, non metteva conto di cambiare. Ma quella scena m'aveva talmente scombussolata la mente, che il giorno dopo, quando mi presentai agli esami, tutti i miei studi di un anno mi erano svaporati dalla testa; non ne sapevo più assolutamente nulla. Tutti i tentativi che feci negli anni seguenti ebbero gli stessi risultati. A qualunque domanda rispondevo Ernesto Rossi, Eustacchio Rossi. Non sapevo dir altro. D'allora il cervello mi è andato in acqua, e si coagula appena qualche rada volta nei freddi intensi, e per breve tempo. Sono i lucidi intervalli di cui mi valsi per narrare alla meglio la mia prima disgrazia. IMPARA L'ARTE E METTILA DA PARTE Odda aveva ventotto anni. Era orfana e senza marito. Abitava sola una sua villa ad Ameno sul lago d'Orta. Sola, coi suoi pennelli che sapeva adoperare maestrevolmente, colle massime del suo babbo, e con un'illusione tutta sua. Le massime del babbo, che Odda aveva adottate, si riassumevano, o quasi, nel proverbio: «Impara l'arte e mettila da parte.» Soltanto che il proverbio era applicato alle fanciulle, alla loro educazione. Quanto all'illusione di Odda... ma è meglio, signore lettrici, che la vedano da loro, tenendo dietro al racconto. Ecco come andò la cosa. Odda aveva finito un quadro di genere, e l'aveva mandato all'esposizione di Brera. Non quest'anno però; le prego signore lettrici; non cerchino sul catalogo, non voglio fare personalità. Mandare un quadro all'esposizione è cosa facile senza dubbio. Ma occorre sempre un parente, un amico, qualcheduno, che lo riceva, si assicuri che il viaggio non l'ha avariato, lo presenti, lo faccia collocare, e molti etcetera. Il parente Odda l'aveva; un fratello del babbo. Ma era un uomo d'affari, che non ammirava l'arte in generale, e la odiava addirittura nelle donne, le quali, secondo lui, sono create e messe al mondo unicamente... per creare e mettere al mondo non già quadri, nè libri, nè statue, s'intende. Dunque il parente Odda l'aveva, ma era come non l'avesse. L'amico non l'aveva punto. Dovette ricorrere al qualcheduno. Il qualcheduno era un pittore, di cui Odda aveva ammirati, studiati, copiati i quadri. Alcuni li aveva anche comperati, ed era superba, e più ancora felice di possederli. Si chiamava Fulvio... ed un cognome. Ma qui finivano le informazioni di Odda. Chi era? Com'era? Giovine? Vecchio? Ricco? Povero? Bello? Brutto? Di tutto questo non ne sapeva più di loro, signore lettrici. Sapeva però che ne era idealmente innamorata, e questo lo sanno anche loro a quest'ora. Colla loro penetrazione di donna l'hanno indovinato da questo esordio. Dunque Odda aveva scritto un biglietto al signor Fulvio e lo aveva pregato per la loro fratellanza in arte, e per la sua cortesia verso una signora, a volersi incaricare di ricevere il suo quadro, presentarlo, farlo collocare e molti etcetera. Ed il signor Fulvio, da uomo cortese, aveva risposto ringraziandola dell'atto di fratellanza, ed accettando l'incarico con entusiasmo. -- E più tardi aveva sfogato in quattro «piedi» d'appendice d'un giornale quotidiano, la sua ammirazione pel talento artistico della signora Odda, la quale lesse quel giudizio colla gioia con cui i pochi eletti fra i molti chiamati leggeranno la loro parte di giudizio universale, nella valle di Giosafatte; lo imparò a memoria, e fabbricò un castello in aria colossale su quella base di carta. * * * L'esposizione stava per essere chiusa; lo zio Giorgio, il parente iconoclasta, era tornato dalla campagna colla famiglia: una figliuola di ventitrè anni, ed una sorella vedova -- anni x. Odda era giunta anch'essa in casa dello zio, per sapere cosa avvenisse del suo quadro, ritirarlo, o ritirarne il prezzo se si vendeva. Era arrivata col treno della mezzanotte; s'era coricata subito, ed il mattino, alzandosi tardetto, aveva trovato lo zio in sala da pranzo che si bisticciava colla sorella per cagion sua. -- L'arte delle donne, diceva lo zio, è di essere buone mogli e buone mamme. Ecco la sola idea vera e sana che voi altre possiate avere; ecco la vostra felicità, la vostra gloria. La famiglia; non altro che la famiglia. -- E chi glie lo nega, zio? entrò a dire Odda che aveva udite quelle ultime parole. -- Tu stessa lo neghi, figliola, ed i paradossi del tuo povero babbo. S'è visto mai una stramberia simile? Avete una ragazza bella, robusta, buona, ed invece di farne una madre di famiglia, farne un'artista, un fenomeno! -- Ma crede che, se avessi trovato un uomo come l'avrei voluto, non l'avrei preferito ai pennelli ed alla tavolozza? E che il mio babbo non avrebbe approvata quella preferenza? Ma che! Le pare? Il babbo ha voluto che imparassi un'arte, e se l'avessi preferito mi avrebbe fatto imparare una scienza, o tutt'altra cosa, unicamente per prepararmi una passione di ripiego. Egli diceva: «Le ragazze che non fanno nulla di serio, si mettono in testa d'essere al mondo soltanto per trovare un marito, e non pensano che a quella -x- incognita e sospirata. Si fanno belle per piacere alla -x-; acquistano una certa coltura, per interessare la -x-; non ne acquistano troppa, per non adombrare la -x-; sono casalinghe, economiche, oneste, per rassicurare la -x-. E quando invecchiano senza averla trovata, non sanno più per chi serbare tutte le qualità coltivate per la -x-, e le lasciano andare. E si persuadono che hanno fallito lo scopo della vita, e diventano stizzose, sfiduciate, invidiose; o, se sono buone, diventano beghine. Diamo loro un'occupazione nobile e seria, che le appassioni per sè stessa, indipendentemente dall'idea del marito. Se il marito verrà, lo ameranno malgrado la loro occupazione; se non verrà, continueranno a lavorare e ad amare il loro lavoro. Avranno sempre un'idealità, un amore nella vita.» Ecco quel che diceva il babbo. -- Ma quello che non capisco, osservò lo zio, è appunto che una ragazza quando non è un mostro, non abbia a trovare un marito. -- Eppure è facile capirlo, rispose Odda, dacchè il mondo è pieno di zitellone. Ma anche quelle che trovano marito, non lo trovano tutte come avrebbe voluto il babbo, e come vorrei io. Allevate nell'idea fissa che debbano maritarsi presto, e che il non maritarsi è una vergogna, le ragazze a vent'anni cominciano ad inquietarsi se non sono ancora spose. Hanno paura del celibato come dell'inferno. Pensano il giorno e sognano la notte domande di matrimonio. Ed appena si presenta un partito conveniente, lo accettano, non perchè amino quell'uomo-partito, ma per fuggire il pericolo di rimaner zitellone. -- Mettiamo capo alla teoria dell'amore prima del matrimonio, disse lo zio Giorgio con molta ironia. -- Precisamente, affermò Odda. L'amore ci dev'essere. È la sola guarentigia di felicità che abbiano gli sposi. Due persone che si uniscono senza amore, può darsi che si amino vivendo insieme; ma può anche darsi che non si amino; e mi pare troppo ardito tentare la prova. Bisogna amarsi per sposarsi, e non sposarsi per amarsi. -- Questo è un bisticcio, malignò ancora lo zio. -- Lo spiego. E, se la zia Claudina lo permette, lo spiego con un esempio. -- Fai pure, disse la vedova indovinando che Odda voleva parlare di lei. Fai pure. Siamo in famiglia. -- Ebbene. La zia aveva venticinque anni... Non ti preme di nasconderli, vero? -- No, no, tira via. -- Quelli là non li nasconde, disse ridendo lo zio Giorgio. Sono gli altri... -- Aveva venticinque anni, continuò Odda, ed era innamorata di qualcuno. Il qualcuno non sapeva il suo amore. -- Scusa, interruppe la zia, lascia che questa storia la racconti io che la conosco meglio. Il qualcuno sapeva perfettamente d'essere amato, ed aveva fatta la sua brava corte per riescirci. Ma se gli era caro farsi amare, ed essere preferito in società dalla zia che era una bella signorina molto elegante, gli era anche più cara la sua libertà; e respingeva sempre nelle penombre d'un avvenire indeterminato la famosa catena coniugale, il cui nodo gordiano gli faceva paura. Un giorno si presentò al babbo della signorina il signor Tale dei Tali, che aveva trent'anni, una bella situazione, quindici mila lire di rendita, e nessuna paura del nodo gordiano. «Cosa fare? pensò la signorina. Se quell'altro non si decide ho da rimaner zitellona?» E spaventata da quella minaccia di ridicolo, sposò il giovine bello, ricco stimato, dicendo: «Col tempo lo amerò.» Ma invece non lo amò mai. Egli sentì il contraccolpo della freddezza della moglie; ne fu afflitto, poi annoiato, poi disgustato. Onesti entrambi, si resero infelici a vicenda. Ed alla fine, quel nodo gordiano che avevano stretto nella speranza di amarsi poi, dovettero invocare d'accordo la spada d'Alessandro per tagliarlo. Vissero tre anni divisi e poi il marito morì in Inghilterra, lontano dal suo paese e dalla moglie, che rimase in una casa non sua, di peso a se stessa ed agli altri. La zia stette un po' impensierita dopo quel riassunto della sua vita uggiosa, e Odda accennandola allo zio disse: -- Ora veda. Se quella signorina, invece di passare tutte le sue ore di libertà ad aspettare lo sposo, e le altre ad occuparsi per lui, avesse diviso il suo tempo fra i doveri di casa ed un'arte, se ne sarebbe appassionata, e non avrebbe trovato il tempo lungo fino a venticinque anni, e l'avvenire senza marito non le sarebbe apparso deserto. Avrebbe pensato: «Se quel tale si deciderà a superare l'avversione del nodo gordiano, sarò felice tra la mia arte e lui; altrimenti mi resterà sempre l'arte, non sarò inutile al mondo.» E non avrebbe sposato quell'altro per fare infelice se stessa e il marito. -- Sì; ma queste sono le eccezioni, ribattè lo zio. -- Non sono -le- eccezioni; sono -fra le molte- eccezioni. Poi c'è l'altra eccezione di quelli che si sposano senza amore, e dopo qualche tempo si danno a vivere ciascuno a suo modo, hanno appartamenti differenti, abitudini differenti, e differenti relazioni. Poi l'altra eccezione del marito che ama la moglie, e dell'amico che ne è amato. Poi l'altra eccezione della moglie amante ma trascurata, che fila in casa il sentimento e la noia, mentre il marito si spassa fuori. Poi ancora l'altra eccezione della moglie coscenziosa, che combatte nel suo cuore un sentimento estraneo alla famiglia, ed è onesta ma infelice. -- E tu senza figlioli, senza sposo, sola nella tua casa deserta, sei felice perchè fai dei quadri? -- Ora non si tratta di me, zio. Le ho detto che l'arte è una passione di ripiego. Se fossi infelice, essa varrebbe a consolarmi, a preservarmi dalle invidiuzze, dai sentimenti meschini; a darmi un valore personale, che mi farebbe evitare il ridicolo, ed all'occorrenza mi aiuterebbe a guadagnarmi la vita. * * * Questo battibecco minacciava di durare tutto il giorno, col solito risultato delle discussioni, di lasciare ciascuno del proprio parere. Ma fortunatamente per loro, signore lettrici, entrò un servitore con una lettera che lo zio Giorgio comunicò alle signore. «CARO GIORGIO. «Ho fatto come l'ape, che vola di giardino in giardino, sugge i fiori, e passa, senza voltarsi a guardare se il suo bacio li ha avvizziti; poi, quando la primavera è passata, ed il suo corpo s'è fatto grave al volo, si richiude nell'alveare a deporvi il miele. «Io ho svolazzato rubando dolcezze di baci traverso la Francia, l'Inghilterra, la Germania; ed ora che il sole di primavera è tramontato dietro i miei quarantacinque anni, portando seco le curiosità giovanili, i giovanili ardimenti, torno anch'io al mio bell'alveare ambrosiano. «Non mi rimane più molto miele da deporvi, ma se tu mi aiuterai a trovare una collaboratrice giovine, onesta, buona, ho in mente che tra due ne avremo abbastanza per comporre a una discreta luna di miele. «In volgare desidero di ammogliarmi. Pensaci un poco, e, prima di tutto, pensa a prepararmi da pranzo, perchè col treno che segue questa mia, sarò a Milano. «-Tuo- «LEONARDO LEONI». -- Un buon partito per Valeria, disse l'incorreggibile zio Giorgio. -- Ma che! Tua figlia è troppo giovine per lui, osservò la zia facendosi rossa. -- Cosa importa l'età? Se stando qui per alcuni giorni gli riescisse di farsi amare..... -- Ma non deve riescirgli, insistè la zia. È un uomo leggero, disilluso, che ha fatto una vita galante. E la signora Claudina diceva questo con enfasi, perchè quel Leoni era appunto il giovinotto che l'aveva corteggiata quand'era giovine lei, quello che aveva avuto paura del nodo gordiano. Ed ora che tornava disposto ad ammogliarsi, ed ella era vedova... Ma lo zio non voleva saperne. -- Ubbie, ubbie, gridava. Erano tutte ubbie per lui, dinanzi al fatto positivo d'una domanda di matrimonio. Le galanterie di Leoni erano cose passate; aveva fatte le sue scappate in gioventù, ma ora pensava a prender moglie, ed il proverbio dice «Prendendo moglie si fa giudizio». Odda invece, colle sue idee ed i suoi principii, fu addirittura indignata dell'idea di maritare a quel modo Valeria. E disapprovò lo zio, e fece un'opposizione così calorosa, che la zia, la quale aveva cominciato dal farsi rossa, finì per farsi pallida, ed ebbe il sospetto che Odda fosse segretamente innamorata di Leoni. L'aveva forse incontrato in società quando aveva ancora il babbo ed abitava a Milano; ed era per lui che non aveva mai voluto maritarsi, e s'era ritirata ad Ameno, dove aveva passato nell'isolamento e nel lavoro, tutto il tempo che Leoni era stato in viaggio, ecc., ecc. * * * Tutto il giorno la zia Claudina andò almanaccando prove in appoggio del suo sospetto. Verso sera, trovandosi sola con Odda le disse: -- Insomma, perchè ci opponiamo a questo matrimonio? Se alla ragazza piacesse?... -- Anche tu, zia! Ma ci opponiamo perchè Valeria è giovane e Leoni è vecchio. Perchè Valeria è buona ed affettuosa, ed egli ha logorato quel poco che aveva di bontà e di sentimento negli attriti di una vita leggera. Perchè Valeria, che ha paura di rimaner zitellona e ridicola, e, senza la prospettiva del matrimonio non saprebbe cosa fare della sua attività e dei suoi entusiasmi, accetterà quel partito, tanto per maritarsi. E poi s'accorgerà che non ama e non è amata, e sarà infelice. -- Ma, se invece di Valeria che ha ventitrè anni, fosse una donna più matura che sperasse in Leoni? -- Se lo sperasse soltanto, come un partito ignoto di là da venire, qualunque fosse l'età di quella donna direi a lei pure: «Non vada incontro al matrimonio a sangue freddo, mia signora. Lasci che l'amore glielo conduca per mano. Non dubiti; l'amore è nel suolo, è nell'aria, è nella natura. Verrà. -- E se il suolo, l'aria, la natura avessero già esaltata questa loro produzione? Se quella donna matura amasse Leoni? -- Allora non avrebbe di meglio a fare che cercare d'esser corrisposta e sposarlo. Parlava per se stessa? Era per cercare di esser corrisposta lei, che si opponeva a quel matrimonio? La zia Claudina non sapeva cosa pensarne. E tuttavia le premeva assai di saperlo. Pensò che era meglio pigliare la questione di fronte, e, passando l'acqua dov'è più stretta, domandò a bruciapelo: -- E tu, Odda, non senti la mancanza dell'amore intorno a te? La nostalgia della famiglia? -- Fino all'anno scorso ebbi il babbo... -- Che! La famiglia ascendente non basta alle aspirazioni della vita giovanile. -- È vero, confessò Odda con sincerità. Ho sognato anch'io la -mia- famiglia colle sue cornici color di rosa e d'azzurro. Ma è là nell'azzurro. Cosa farci? Vorresti ch'io stessi giorno e notte colla testa in mano pensando se verrà o se non verrà? Oppure che, per farlo venire, prendessi il primo -partito- venuto, e gli facessi fare la parte del protagonista come in una commedia, a rischio di trovare poi che quella parte non gli va, e di rovinare la produzione? -- Allora vuol dire che là nell'azzurro, ci sarebbe il tuo protagonista? -- Sì, ma molto nell'azzurro. Figurati zia che non lo conosco ancora. -- Allora è un'idealità? -- No; è un uomo vero. Ma non mi fu presentato, e nella nostra società, per quanto si apprezzi l'ingegno d'una persona, per quanto s'abbia pensato a lei degli anni, non si può dire di conoscerla finchè un fantoccio qualunque non abbia detto fra noi: «Il signor Tale; la signora Tale,» e che noi ci siamo inchinati l'uno all'altro. -- Questo non è accaduto, dunque non lo conosco, e può darsi ch'egli pensi a me come alla questione d'Oriente. * * * È una proprietà fatale della gelosia, di trovare delle ragioni per tormentarsi, anche nelle cose che sembrano fatte apposta per rassicurarla. La zia Claudina pensò: -- Ecco. È proprio lui. Lo conosce, ma non le fu presentato. Lo avrà veduto, udito discorrere con quella disinvoltura che possiede lui solo, saprà delle passioni che ha ispirate, delle sue avventure, e si sarà esaltata. Ma mentre si angustiava con queste fisime, la povera zia aveva una rivale assai più pericolosa di Odda. Lo zio Giorgio era andato dalla figliola, e le aveva detto il suo disegno: -- Leoni aveva tanto, e tanto. Agli anni non ci si doveva badare, perchè gli uomini, che Dio li benedica! non invecchiano mai. Lei invece a ventitrè anni non era più giovine. E però, dacchè Leoni era disposto ad ammogliarsi, egli, babbo, credeva conveniente di non lasciarsi sfuggire quel partito. Valeria aveva trovato che il babbo aveva perfettamente ragione. Aveva provata una fitta al cuore, ed un momento il suo avvenire le era apparso triste come un annuncio di morte. Ma tuttavia aveva aderito a conoscere Leoni, e si disponeva a presentarsi a lui sotto l'aspetto più favorevole, a cercare di piacergli, ed a sposarlo se le riesciva. Odda, che contava unicamente sull'opposizione della ragazza, si sentì scoraggiata quando la vide comparire in sala con un'abbigliatura che in casa non portava mai, e mettersi al pianoforte ad esercitarsi in un terribile pezzo, che avrebbe messi in fuga tutti i partiti della terra, se la bella figura di Valeria non avesse distratta la loro attenzione da quel supplizio acustico. -- Perchè ti sei fatta così bella, Valeria? domandò Odda. -- Per farti onore, disse la signorina continuando a precipitare i diesis ed i bemolli. -- -Esclusivamente- per far onore a me? -- Tu pretendi un omaggio esclusivo? -- Domandare non è rispondere; ma ho già capito che, se lo pretendessi, sarei delusa. Ed accostandosi a Valeria, ed appoggiandosi alla spalliera della sedia, continuò: -- Confessa, bimba, che quell'abbigliatura non l'hai fatta per me. -- Non -soltanto- per te, via! -- Bene. Ora cominci ad esser sincera. E quell'affastellamento di crome e di biscrome, chi deve sedurre? -- Oh questo, non te sicuramente, che metti sempre in burla -il pezzo della signorina di casa-. Che pretendi si studiino le arti fino nelle viscere... Odda in quel momento non aveva testa ad affermare le sue teorie. Rimase un momento a riflettere, poi senz'altro esordio, passando accanto al piano e guardando Valeria negli occhi, le disse: -- E tu acconsentiresti a quel matrimonio? -- Perchè no? -- rispose la signorina con indifferenza. -- Perchè no? Ma perchè no, bambina: appunto perchè no, non deve essere, non può essere. E vedendo che Valeria sorrideva amaramente mordendosi le labbra, picchiando con dispetto un -la- col suo ditino nervoso, le tirò accanto uno sgabello, si pose a sedere, e pigliandola amorosamente per la vita, le disse: -- Senti, Valeria. Tu non sei un'ingenua da commedia. Sai che esistono i mariti e le mogli, ed anche gli innamorati. Sai che esiste un sentimento che si chiama l'amore, il quale si estende sopra una lunga scala, dalla simpatia nascente ed occulta che si riporta da un ballo, da un'adunanza, da una passeggiata, e si nutre in fondo all'anima, dove vive e muore ignorata, fino alle tempeste irrompenti dei romanzi e dei melodrammi, che molte volte hanno la loro parte di verità. Valeria, picchiando sempre il -la- col ditino nervoso, osservò con un po' di ironia: -- Mia cara Odda, a forza di star sola, e di corrispondere col mondo soltanto per iscritto, hai imparato a parlare come un libro. Bada che potrebbe essere ridicolo. -- Eh, che m'importa! esclamò con disprezzo la pittrice. Poi riprendendo il suo tuono affettuoso continuò: -- Dammi retta, Valeria. Non sacrificare ad idee convenzionali, ad un'ingenuità di forma, la confidenza che apre il cuore e può fargli del bene. Dillo a me sola, che non rido mai del sentimento, lo sai; dimmi; di quella lunga scala dell'amore, non t'è mai risuonata nel cuore, neppure una nota? Valeria pose il primo dito sul -do- dei bassi, e facendolo scorrere di volo lungo la tastiera fece sonare tutti i tasti in una velocissima scala, poi disse col solito sorriso: -- Tutte! Odda sussultò di sorpresa. Pensò un minuto come se cercasse di sciogliere un problema, poi facendosi mesta, domandò: -- E neppure una nota ti ha risposto in un altro cuore, forse? Valeria pose le mani sul piano, eseguì di volo una scala cromatica, poi rispose, ridendo come una scettica dello stupore di Odda: -- Tutte. Anche i diesis. -- E sposeresti Leoni? domandò Odda sbalordita. -- Eh! disse Valeria stringendosi nelle spalle. -- Via, allora è di lui che sei innamorata. -- Che! Non so che viso abbia. -- Si può amare anche un uomo che non s'è mai veduto. -- Questa fenice non sarà Leoni però. -- Valeria, cos'è questo enigma? Vuoi sposare uno sconosciuto, un vecchiotto, mentre ami un altro e ne sei amata? -- Mia cara, tu vai nel romanzo. -- Ma non capisci, bimba, esclamò Odda spaventata da tanto scetticismo, non capisci che in amore il romanzo è la realtà? Che in ogni vita di donna c'è, ci dev'essere questo romanzo d'amore? E che, se non lo farai con tuo marito, lo farai con un altro? -- Stai sicura, disse Valeria con una calma sfiduciata che faceva contrasto all'eccitamento di Odda, che se quell'altro fosse qui a domandarmi di collaborar lui al mio romanzo come marito, sarei felice di accettarlo. Ma quello non c'è. Mi fa la corte; mi ama anzi. Ma è giovine, brillante, ha un bell'ingegno, un bel nome, e forse pensa al matrimonio come a farsi cremare. Io invece ci penso; debbo pensarci perchè sono alla vigilia di diventare una zitellona. Non ho un'arte come te che assorba i miei pensieri. M'hanno data soltanto l'educazione d'una signora. Non ho risorse in me stessa. Se non avrò una famiglia mia di cui occuparmi, passerò forse la vita a far pettegolezzi sul conto del prossimo, a spropositare sulla politica, ad allevare e vezzeggiare dei cani, a mettere il becco nelle cose altrui, a farmi ridicola per parer giovine, a rendermi uggiosa a tutti. Non ti pare che sia meglio sposare un invalido, ma pigliare un posto in società? -- Ma il tuo amore non lo conti? E quel tale che incontrerai forse sovente, e che sarà più bello di tuo marito, più giovine di tuo marito, più intelligente, più innamorato? -- Quel tale... Guarda; quando si è al municipio, si strappa via dal cuore. E faceva l'atto di strapparlo tirandosi l'abito convulsamente sul petto. Si mette là, fra due pagine del codice civile, e si chiude bene ad essicarvi, come un povero fiore appassito. -- Povera bimba! sospirò Odda. -- Ma che ti credi? Io non ho mai sperato di meglio. Quello là non è della pasta di cui si fanno i mariti. Il matrimonio per gli uomini è il corpo degli invalidi, e le donne che li sposano, si fanno suore di carità. Ma rassicurati sai; io saprò rispettare i miei voti; non farò parlare il mondo di me. Figurati! è per non farlo parlare che mi dispongo a sedurre legalmente il mezzo secolo venerabile del signor Leoni. * * * All'ora del pranzo, quando le signore comparvero per fare gli onori all'ospite che era giunto, Odda si presentò con un'abbigliatura così elegante e di buon gusto, che il -lion- si credette in dovere di lodarla come si loda un merito personale. Aveva un abito di velluto nero a strascico, colla scollatura quadrata sul petto e le maniche corte. La gonna era ornata da una sciarpa ricchissima di blonda bianca ingiallita, sostenuta da un grosso mazzo di gerani rossi e limonaria. La scollatura era pure guarnita di blonda antica, con un mazzo di gerani. I capelli nerissimi, rialzati sulla nuca, come si vedono alle statue greche, erano intrecciati di grosse perle ingiallite, ed ornati con un mazzo di gerani e limonaria. Odda aveva la persona elegantissima; alta, svelta, tondeggiante senza grossezza; aveva la carnagione fresca delle persone robuste e tranquille; gli occhi, nerissimi come i capelli, erano d'una serenità affascinante, e la bocca aveva il sorriso della bontà. L'abito color di rosa di Valeria fu completamente ecclissato; e la zia Evelina che aveva studiata per la circostanza un'abbigliatura giovanile, mista di roseo e d'azzurro, apparve un po' più matura di quel che fosse in realtà, perchè le sue forme pronunciate sembravano anche più grosse con quelle tinte chiare. Non essendovi la moglie del capo di casa per occupare il centro della tavola in faccia a lui, quel posto toccava naturalmente alla zia, la quale nel disporre la mensa vi aveva messo il proprio nome, ed alla sua destra aveva messo il nome di Leoni. Ma al momento d'andare a tavola, mentre la signora si alzava per invitare Leoni ad accompagnarla, questi s'affrettò ad offrire il braccio ad Odda. La zia si lasciò accompagnare da un altro invitato, ma durante il pranzo si mostrò severa col suo vicino; gli domandò se per caso nella Cina i convitati usano disporre del loro braccio per accompagnare una signora a tavola, prima che la padrona di casa abbia scelto il suo cavaliere. -- Non saprei, non sono stato nella Cina, rispose Leoni. -- Allora deve aver viaggiato fra le -pelli rosse-. Valeria invece non dava alcun segno di dispetto. Pensava il discorso passionale che le aveva fatto Odda la mattina, e diceva tra sè: -- Povera Odda! Perchè non dirmelo che lo amava lei? Voleva spingere me al romanzo, per paura che mutassi scioglimento al suo. E, buona per natura, rinunciava tranquillamente a quel matrimonio. Per nulla al mondo avrebbe voluto frapporsi alla felicità d'un'amica. Odda non aveva mai sfoggiato tanto spirito come quella sera. Si mostrò sotto un aspetto veramente seducentissimo. Leoni si ringiovaniva di dieci anni per corteggiarla. Le ore passarono in parlari arguti, in piccole civetterie; nessuno pensò a domandare il famoso pezzo studiato da Valeria. Fu il babbo stesso che, al momento di separarsi da' suoi ospiti disse alla figliuola: -- Non ci suoni qualche cosa al piano, Valeria? -- Ah sì! appunto; -La sonate de mademoiselle votre fille-, disse Odda con un'ironia che nessuno aveva mai trovata nella sua bella voce, prima di quella sera. Valeria non ripicchiò la parola acerba della cugina, non si mostrò punto risentita. Sonò «-Parigi, o cara-» senza variazioni, e ridendo per la prima di quello scherzo, disse che non sapeva altro. Ma ritirandosi nella sua camera, camminava lenta, a capo chino, ed era tanto impensierita che non s'avvedeva d'un'infinità di goccie biancastre, che la candela stearica le lacrimava sull'abito color di 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000