sembrata una profanazione. Almeno, allora attribuii a questa ragione
soltanto la soddisfazione che provai a sentirne parlare con rispetto.
-- Dopo la commedia un amico mi propose di presentarmi alla signora
Vittoria***. Non seppi resistere a quella tentazione: accettai. Mi
pareva che avvicinandomi a quella donna mi ravvicinassi alla povera
Clelia; e, cosa strana, il volto gioviale dell'artista, i suoi movimenti
rapidi, il suo sguardo ardito, mi rammentavano il volto mesto, il gesto
lento, lo sguardo malinconico della mia fidanzata.
-- Vittoria era ancora commossa della parte appassionata e straziante che
aveva sostenuta egregiamente nel dramma di Ferrari. Mi accolse con una
cordialità che aveva qualche cosa di intimo; come se ci conoscessimo. Mi
aveva forse già notato quel giorno in via Nuova? O quella sera durante
la rappresentazione? Ad ogni modo era contenta di vedermi, e m'invitò a
tornare.
-- Ed io tornai dopo una settimana, poi tornai dopo tre giorni, poi dopo
due, poi il giorno seguente, e l'altro, e l'altro; tornai, tornai
sempre.
-- Anche questa volta l'amore non mi colse per sorpresa. Lo sentivo
venire, lo vedevo. Ed anche questa volta non fuggii. Ma non lo accolsi
sorridendo come avevo fatto accanto alla povera Clelia. Lo accettai per
forza. Non avevo il coraggio di combatterlo. Era destino.
-- Un mese dopo dissi a Vittoria che l'amavo, e la domandai in moglie.
Così la stimavo.
-- Fin allora non l'avevo veduta che nel camerino del teatro.
«Venga domani a casa mia, mi rispose stringendomi forte la mano. Le
risponderò domani.
-- Era una donna schietta, passionale, ardita; un carattere indipendente,
un po' maschio; si riscaldava facilmente, pronta a secondare il primo
impulso del cuore che credeva il migliore. Si esaltava per l'arte, si
entusiasmava d'un autore, d'un attore, anche d'una attrice; voleva
conoscerli, ed aveva delle parole e dei modi per esprimere la sua
ammirazione che rivelavano tutto l'ardore della sua anima d'artista. Io
sentivo il bisogno di riscaldare il mio povero cuore assiderato ad un
cuore di quella tempra; il pensiero di essere amato così m'inebriava.
-- Quando andai a casa sua il domani, mi accolse come un vecchio amico.
Mi prese tutte due le mani, mi fece sedere accanto a sè, e dandomi del
voi per la prima, mi disse:
«Sentite, Gustavo: l'avete compreso, nevvero, che vi voglio bene?
«Ma proprio di quel bene che intendo io? le domandai guardandola negli
occhi.
«Sì, di quello.
«Mi amate?
«Sì, vi amo. Ma ho una storia. Oh Dio! Le artiste hanno tutte una
storia! Soltanto la mia è vera. Volete che ve la dica?
«Ditela, Vittoria: ma ditemi prima che non c'è nulla che v'impedisca di
accettare la mia proposta.
Ella sorrise, e senza tener conto di quella preghiera, mi raccontò la
sua storia.
«Avevo diciotto anni, quando mio padre, che era notaio, morì lasciando
mia madre con due figliole, di cui ero la maggiore, senz'altro avere che
il suo studio. Questo si dovette vendere, e dopo molte noie di conti, di
minutari, di dare, d'avere e che so io, si trovò che ci restava appena
appena da vivere malamente. Io avevo recitato parecchio da dilettante,
in campagna, nelle serate di beneficenza, e mi pareva di fare benino. Ad
ogni modo ci avevo passione, e dissi alla mamma che mi lasciasse far
carriera da attrice per aiutare un poco la nostra povera famigliola.
«Ma sì. Andate a dir codesto ad una signora di principii evangelici come
la mamma! Lei ci vedeva il diavolo con tutti i sette peccati capitali a
braccetto, dietro le quinte. E mi fece invece la sua brava proposta
tutta morale di fare gli studi magistrali, prendere il diploma, e colla
raccomandazione del sindaco e dello speziale, cercar di ottenere il
posto di maestra comunale a Desio, presso Monza, dove il babbo aveva un
villino, che noi si era venduto col resto.
«Pensate, Gustavo, se io ero donna da insegnare l'alfabeto e le quattro
operazioni aritmetiche ad una quarantina di marmocchi tutti i santi
giorni dell'anno per guadagnare trecento trentatre lire e trentatre
centesimi.
«Scrissi di mia testa al direttore d'una compagnia drammatica, il quale
mi aveva udita recitare più volte e mi aveva incoraggiata molto, e senza
dirgli dell'opposizione della mamma, gli narrai le nostre circostanze
finanziarie, la morte del babbo, e gli proposi di prendermi nella sua
compagnia.
«Egli mi fece delle condizioni modeste ma accettabili, e certo migliori
assai di quelle che si fanno alle maestre. Ma era inutile sperare che la
mamma mi desse il suo consenso, ed io ne feci senza. Un bel giorno
invece di andare alla scuola magistrale andai allo scalo, presi il mio
bravo biglietto di seconda classe, perchè non avevo quattrini da
sciupare, e via!
«Avevo lasciata una lettera alla mamma dicendole dove andavo e tutto, e
pregandola di perdonarmi e di non farmi tornare. Ed infatti non mi fece
tornare, ma mi rispose imponendomi di non portare mai più il nome della
sua famiglia; di non pensare ch'ella potesse accettar mai il soccorso
che io potrei offrirle coi miei guadagni, e di non andare mai più a
Milano, dove il nome del babbo era conosciuto e rispettato, ed una
figliola commediante gli avrebbe fatto disonore.
«Mia sorella, che mi voleva bene, mi scriveva segretamente, ma non le
riescì mai di farmi perdonare, neppure quando la povera mamma stava per
morire.
«Ero fidanzata da due anni ad un mio cugino che studiava legge, e
dovevamo sposarci quando avesse presa la laurea.
«Appena uscirono nei giornali alcuni articoli che parlavano del mio
-successo- da artista, io glieli mandai superba di offrire a lui quel
primo trionfo. Egli me li rimandò con una carta da visita in cui mi
pregava di non tenermi vincolata dalle promesse scambiate con lui,
perchè egli aveva creduto di fidanzarsi con una giovine -onesta- e non
con una -commediante-. Oh il pregiudizio!
«Disillusa di tutto, m'innamorai sempre più dell'arte, ed in essa almeno
trovai un compenso. Mi feci quel po' di riputazione che ho, e la feci
presto.
«Ora viene la storia dello spasimante ricco e nobile. Ce n'è sempre
almeno uno nella storia delle donne di teatro, ed è sempre stato
respinto. Soltanto, il mio, che era più ostinato degli altri, quando
vide che non poteva giungere a me per le vie storte, prese quella retta
del municipio, e mi domandò in moglie, a condizione che lascerei il
teatro sposandolo. Risposi che lo sposerei a condizione di non lasciare
il teatro. Egli si offese; se ne andò infuriato; non voleva più vedermi.
Ma dopo una settimana tornò pentito, accettò le mie condizioni, e mi
rinnovò la proposta. Gli domandai un giuramento che non mi farebbe
lasciare il teatro, e giurò sul suo onore. Ci sposammo a Firenze.»
A questo punto del racconto mi si strinse il cuore.
-- Siete maritata? esclamai dolorosamente rizzandomi in piedi.
-- Abbiate un po' di pazienza, rispose Vittoria prendendomi la mano ed
obbligandomi a sedere di nuovo. State a sentire.
«Dopo la cerimonia mi disse che aveva combinato tutto in segreto pel
viaggio di nozze, perchè contava di farmene una sorpresa. Mi conduceva a
Parigi ed a Londra. Non s'era mai parlato di quel viaggio.
«Io non posso; debbo recitare doman l'altro, gli dissi. C'è una commedia
nuova.
«Ma che! Ormai ero una signora, ero entrata in una famiglia nobile; non
era più decoroso che io continuassi a recitare. Sì, egli aveva giurato
per farmi piacere; ma quello era un capriccio da fanciulla. I suoi
parenti non potrebbero tollerarlo... Egli voleva bastar solo alla mia
felicità...
«Ed invece no, non mi bastava. Amavo l'arte con passione, e poi mi
offendeva il vedermi ingannata così.
-- Ebbene, gli dissi, partiamo subito.
«E partimmo. Entrai in un vagone in cui c'erano parecchie persone, ed il
mio sposo dovette seguirmi malgrado il suo biglietto di -coupé-.
Partimmo da Firenze alle sei del mattino ed alle otto di sera giungemmo
a Torino senz'essere stati soli un momento.
«Dovevamo passare la notte a Torino e ripartire la mattina seguente per
Modane. Ma, appena giunti all'albergo, gli dissi che avevo sofferto
tutta la strada d'un atroce dolore ad un dente.
«Mi ci voleva il chirurgo-dentista. Il dottor Camusso mi aveva curata
altre volte. Era necessario che mio marito andasse subito a cercare il
dottor Camusso. No; un cameriere non ci metterebbe quella premura.
Doveva andarci lui. Fui inesorabile. Gli diedi l'indirizzo: via S.
Tommaso, n. 3. E se ne andò.
«Appena egli fu uscito, uscii alla mia volta; andai in piazza Castello,
entrai in un -omnibus- che mi conducesse fin in Borgo Nuovo. Di là mi
recai a piedi in via Vanchiglia da una cameriera che m'aveva servita
qualche tempo, poi si era maritata a Torino con un operaio. La pregai di
tenermi in casa sua per alcune settimane senza farne parola a nessuno. E
vi rimasi più d'un mese.
«Intanto la mia compagnia lasciò Firenze e si recò a Napoli. Io scrissi
al direttore che lo raggiungerei. Ed infatti dopo quaranta giorni
ricomparvi in iscena ai Fiorentini di Napoli, in una prima
rappresentazione che ebbe un gran successo, ed io ne ebbi la mia parte.
«Il domani il mio sposo lesse quella notizia sul -Fanfulla- nella
corrispondenza di -Picche-. Anch'egli, come il fidanzato di Milano, mi
scrisse di non considerarmi più come sua moglie.
«L'avviso era superfluo. Pensavo tanto a lui come all'imperatore della
Cina. L'avevo sposato unicamente nell'idea fissa di mostrare alla gente
che mi aveva disprezzata, che si può essere una attrice, ed essere
onesta come un'altra fanciulla, e fare un bel matrimonio, e rimanere una
buona artista diventando una gran dama, ed una buona moglie. Era stata
un'illusione. Dovetti rassegnarmi a vivere divisa dal marito.
«L'anno scorso seppi, non dalla sua famiglia, ma per mezzo d'un
giornale, che mio marito era morto di tifo.
«Nel contratto nuziale mi aveva fatto un assegno dotale abbastanza
generoso, per assicurarmi un'esistenza agiata; e, malgrado il mio
abbandono, non aveva presa nessuna disposizione per annullare quella
donazione. Ma quando la reclamai, i suoi parenti ed eredi mi mossero
lite.
«Io sono certa di vincerla; ma per mille riguardi non è conveniente che
mi rimariti prima che sia terminata questa noiosa causa. Volete
aspettare alcuni mesi, e continuare a volermi bene ed a farmi la corte?
-- Potete domandarmelo, Vittoria? le risposi. Farò tutto quello che
vorrete; vi lascierò continuare la vostra carriera.
-- No, Gustavo, m'è passata la manìa di guarire il mondo da' suoi
pregiudizi. Ho capito che una vita a tesi è troppo difficile. E poi non
ho più fede nella mia tesi. Siete voi che me l'avete fatta perdere.
Finchè non si ama davvero si crede di poter sempre serbare una parte del
nostro cuore per l'arte; ma voi m'avete fatto sentire che c'è un amore
per cui basta appena tutto il cuore, tutta la vita; che non lascia più
posto per nessun'altra passione.»
Quelle parole mi resero pazzo di gioia. La presi nelle mie braccia, la
colmai di carezze e di baci. Tornai a gustare l'ebbrezza d'essere amato,
fui ancora felice.
Quando fummo per separarci, Vittoria mi disse:
-- Credete in Dio, Gustavo?
-- Sì, le risposi. Quando si ama e si è felici si prova il bisogno di
credere, come nei grandi dolori.
-- Ebbene venite. Voglio che mi giuriate davanti a Dio che mi amerete
sempre. E mi trasse nella sua camera, dinanzi ad un inginocchiatoio a'
piedi del letto.
-- Giurate, riprese, che mi amerete sempre come ora; che mi aprirete
sempre tutto il vostro cuore, che avrete fede in me, che mi renderete
felice e mi rispetterete come questa sera.
E mi aveva spinto in ginocchio, ed inginocchiata anch'essa accanto a me
mi stringeva le mani e mi guardava negli occhi con infinito amore.
Il mio cuore balzava di gioia; mi sentivo rivivere in quella grande
passione. Alzai gli occhi per ringraziare Iddio dal fondo dell'anima.
Ma ad un tratto un grido soffocato, un gemito, un singhiozzo, mi uscì
dal petto, mi lacerò il cuore. Al disopra del Crocefisso stava appeso un
bel dipinto ad olio rappresentante due teste alate.
Era il quadro di Clelia, e Vittoria era sua sorella!
Oh Carlo! Non so dirvi l'angoscia di quel momento. Stringermi al cuore
una donna che adoravo, e trovarmi dinanzi all'immagine d'un'altra donna
che avevo uccisa. Udire Vittoria parlare di un avvenire pieno
d'incantevoli promesse, e sentirmi vile ed infame se non rinunciavo a
quella felicità. Avrei dovuto gettarmele ai piedi, confessarle tutto.
«Ho amato tua sorella e disonorandola l'ho uccisa!»
E poi fuggire e non vederla mai più. Vedevo chiaro il mio dovere. Vedevo
la viltà dell'azione che commettevo tacendo. Ma avevo il delirio della
passione. E non la disingannai: e rimasi. E lasciai che il nostro amore
aumentasse ogni giorno. Lasciai che la sua anima si esaltasse in questa
passione fino a non poter più vivere senza di me.
Ma d'allora la mia esistenza è una continua tortura; una lotta disperata
tra il cuore e la coscienza. La vedo, affogo i miei rimorsi
nell'ebbrezza dell'amore; e poi ad un tratto penso:
«Ecco questa donna abbandonata dai parenti e dagli amici non aveva altro
affetto sulla terra che sua sorella. Ed io gliel'ho tolta; ed ella si
stringe al cuore l'uomo che l'ha uccisa.»
Ed in quei momenti mi sembra d'abbracciare il cadavere gelato di Clelia;
e respingo la povera donna, grido, mi sfogo in pianto; le sembro pazzo,
e sono profondamente infelice.
Vittoria volle che venissi a respirare un po' d'aria pura qui. Ella mi
crede ammalato. È venuta ella pure ad Arona per essermi vicina, e vado a
vederla ogni giorno.
Ma la sua schietta affezione, le sue tenerezze sono un continuo
rimprovero alla mia coscienza. Sento che questo stato di cose non può
durare. Bisogna ch'ella sappia tutto. Che mi perdoni, e mi renda la
felicità e la pace; o mi disprezzi, mi scacci addirittura. Meglio morire
disperato, che vivere così.
Gustavo era esaltato e commosso. Io stesso non trovavo parole per
quell'angoscia; ero profondamente impietosito; comprendevo tutto lo
strazio di un'anima delicata in quella situazione. La colpa era delle
circostanze più che di lui; ma le conseguenze erano state terribili. Gli
strinsi la mano in silenzio come per dargli coraggio. Egli riprese:
-- Dimmi tu, Carlo. Cosa debbo fare? Ogni volta che vado da Vittoria ho
il proponimento di dirle tutto; ed ogni volta il coraggio mi manca: ed
ogni giorno commetto una nuova viltà. Cosa debbo fare? Consigliami, via.
-- Mi fai pena, povero Gustavo; non ne hai colpa, ma hai ragione di
sentir dei rimorsi. Non può durare così. Vuoi che faccia io qualche cosa
per te? Vuoi farmi conoscere Vittoria, e lasciare che le parli io, e che
le domandi io il tuo perdono?
Egli mi abbracciò con riconoscenza; mi chiamò suo salvatore, suo amico;
ed il giorno dopo mi presentò a Vittoria.
V.
Era una simpatica giovine quella Vittoria; mi sembra di vederla ancora.
Vestiva un abito bianco ampio, a lungo strascico, guarnito in giro di
una larga striscia color d'arancia.
Aveva i capelli nerissimi, lunghi, folti, annodati con un grosso fiocco
di nastro color d'arancia a sommo il capo.
Poche signore sanno vestire capricciosamente senza cadere
nell'esagerazione. Vittoria possedeva quest'arte, e specialmente nelle
abbigliature di casa, che non erano troppo schiave della moda, metteva
un gusto squisitamente artistico.
Accompagnai Gustavo parecchie volte nelle sue visite ad Arona, per poter
entrare con Vittoria in quel grado d'intimità necessaria per la missione
di cui mi ero incaricato.
Fra persone giovani e schiette l'intimità si stabilisce presto. Una
mattina dissi a Gustavo che quel giorno andrei ad Arona solo.
Egli si fece pallido, mi strinse le mani e mi disse:
-- Credi che mi perdonerà? Quando penso come ha trattato quell'altro
perchè l'aveva ingannata....
-- Quell'altro non lo amava, risposi. Via, speriamo.
Ed andai solo ad Arona.
-- È solo? mi domandò Vittoria agitata.
-- Sono solo. Gustavo verrà più tardi, se vuole.
-- Se voglio?
-- Sì, se vorrà, quando saprà tutto.
-- Quando saprò tutto? Ma cosa sono questi misteri? Gustavo non può avere
dei segreti per me che sono stata sempre sincera e fiduciosa con lui.
-- Non si affretti ad accusarlo, Vittoria, Gustavo è innamorato. Questa è
la sua colpa e la sua scusa. Ma c'è un segreto, c'è una grande disgrazia
di mezzo. Gustavo non ha il coraggio di farle questa confessione. L'ha
affidata alla mia amicizia. Vuole sentirla da me?
-- Dica, dica presto per carità.
Ed era tutta turbata e le scintillavano gli occhi.
Io le narrai tutta la storia disgraziata del mio amico; le dissi le sue
trepidazioni passate, le sue angoscie presenti, i suoi rimorsi, i suoi
timori, il suo immenso amore per lei. La pregai di perdonargli; mi posi
in ginocchio io stesso per Gustavo; evocai, per intenerirla, la memoria
della povera Clelia.
Ella mi ascoltò sempre in silenzio. Ma aveva il seno ansimante, e si
fece prima pallidissima in viso, poi infiammata. I suoi grandi occhi
neri mandarono lampi di sdegno, poi rimasero fissi con un'espressione
implacabile.
Quando ebbi detto tutto ella mormorò:
-- Disgraziato! Aveva uccisa mia sorella, ed ha accettato il mio amore!
Ah non sapevo che si potesse esser perfidi cosí!
Io parlai e pregai ancora lungamente, senza che l'espressione del suo
volto si rischiarasse un momento. Rifletteva e pareva che non mi desse
retta. Finalmente si rizzò e mi disse seria seria:
-- Gli dica che venga.
-- Questa sera? domandai.
-- No. Giovedì. (Era una domenica).
-- Ma gli perdonerà, nevvero, Vittoria? Posso dirgli che gli perdonerà?
-- Lo saprà allora.
-- Mi dica almeno che gli vuol bene ancora.
-- Pur troppo l'amo quel mostro; l'amo con tutta l'anima e vorrei
odiarlo.
Pronunciò queste parole con un accento crudele. Ma era un momento
terribile per lei. Ed io pensai che, passati quei pochi giorni in cui si
calmerebbe l'impressione di quell'ora, sarebbe clemente, e perdonerebbe
con tutta la generosità del suo grande amore.
Corsi da Gustavo altero e felice della nuova che gli recavo. E per la
prima volta vidi la sua bella fronte farsi veramente serena. Mise un
lungo sospiro di sollievo. -- Ah!... come se si sentisse alleggerito da
un grave peso.
La sera di giovedì lo accompagnai al battello a vapore; era bello e
contento, proprio come dev'esserlo un fidanzato che va a ricevere la
sposa del suo cuore. Ma quando fu partito, e rimasi solo alla sponda del
lago, mi sentii triste, e mi parve d'averlo perduto.
Tutto il giorno, finchè giunsero battelli, stetti al porto guardando
ansiosamente tra i viaggiatori che sbarcavano, per rivedere Gustavo e
leggergli in volto com'era andata la sua visita. Si leggeva tutto su
quel volto là. Ma l'ultimo battello passò, e Gustavo non venne.
-- Va bene, pensai. È perdonato e felice. Lo rivedrò domani.
E rientrai in casa e mi coricai. Ma il mio cuore era agitato. Mi
addormentai con difficoltà e sognai tristi sogni.
Tuttavia mi risvegliai che il mattino era già inoltrato. Dovevano essere
passati due battelli; Gustavo era dunque tornato. Come mai non era
venuto subito da me? Mi vestii in fretta e corsi a casa sua. No; non era
giunto ancora.
-- Via, è una pace completa, dissi. Rimane a colazione con lei.
E cercai di figurarmi la sua felicità. Ma invece mi pareva di vederlo
triste, piangente. Finalmente nel pomeriggio non seppi resistere più.
Presi il primo vapore che passò; andai ad Arona, e corsi difilato dalla
signora Vittoria.
-- C'è la signora? domandai alla cameriera che venne ad aprirmi.
-- Nossignore, è partita.
-- Partita! E... col signor Gustavo?
-- No; il signore dorme; ho l'ordine di rimaner qui finchè si desti.
Entrai precipitosamente in sala. Gustavo infatti era steso sul divano e
stava svegliandosi. Sbarrò gli occhi meravigliati; mi osservò ben bene;
si guardò intorno come per assicurarsi del luogo in cui si trovava, poi
finalmente disse:
-- E Vittoria?
-- Ebbene, gli risposi, dov'è andata Vittoria?
-- Mi ha perdonato! sclamò con accento di beatitudine.
-- Ti ha perdonato, ne ero certo. Ma perchè è partita?
-- Partita? gridò balzando in piedi tutto sgomento. Ma che! È
impossibile.
Io cominciavo a presentire qualche guaio.
-- Via, calmati, dissi, e raccontami un po' com'è andata la tua visita,
come ti ha ricevuto, e come s'è fatta la pace.
-- Ecco. La trovai triste, sai; ma triste! Il suo sguardo mi faceva male.
Tuttavia avevo tanti torti; era giusto che mi tenesse un po' il broncio;
non poteva dimenticarli così subito. Io le domandai:
-- Siete molto in collera, Vittoria?
Ella invece di rispondermi mi additò la tavola apparecchiata e mi disse:
-- Pranziamo.
-- No, risposi, non pranzerò se prima non mi avete perdonato.
Ella si alzò, passeggiò un momento per la stanza; batteva i piedi forte,
ed era molto agitata. Poi mi si accostò e con un atto quasi furioso mi
prese la testa fra le mani e se la strinse sul petto; ed in quell'atto
ruppe in un singhiozzo che mi fece piangere. Era Clelia che aveva
dinanzi. Ed anch'io pensai a Clelia.
Ah! Sono stato infame; senza volerlo, sono stato infame.
-- E poi? domandai con impazienza.
-- E poi Vittoria disse ancora:
-- Ed ora pranziamo.
Sai che ha delle idee bizzarre alle volte.
Io non volli contrariarla di più. Mi posi a tavola e pranzammo.
Qui Gustavo tacque, e rimase pensieroso come se cercasse nella sua
memoria.
-- Tira via! gli dissi ansioso di veder la fine di quella scena.
-- Non c'è altro. Ho un'idea vaga di essermi addormentato a tavola. Non
si parlava quasi; di mangiare puoi figurarti se n'avessi voglia. Bevevo,
bevevo, e forse ho passata la misura. Fatto sta che mi sono
addormentato. Ma tu mi dicevi che Vittoria è uscita?
-- Uscita? È partita, ti dico. L'ha detto la cameriera.
-- Ma che! L'avrà detto per non lasciarti entrare.
-- Meglio così. Ma allora dov'è la signora Vittoria? Perchè non è con te?
-- Aspetta, chiamiamo Caterina. E chiamò.
La cameriera accorse.
-- Dov'è la signora? le domandò Gustavo.
-- La signora è partita ed ha lasciata questa lettera da dare a lei
quando si sveglierebbe.
Gustavo si fece pallido come un morto.
Prese quella lettera colle mani tremanti, e si lasciò ricadere seduto
sul divano. Io pure mi sentii gelare il sangue nelle vene. Accennai alla
cameriera di andarsene, ed appena fu uscita, corsi a Gustavo, lo
abbracciai con tutto il calore del mio cuore d'amico e gli dissi:
-- Fa coraggio, via. Volevi che ti perdonasse o ti scacciasse per sempre,
purchè finissero i tuoi rimorsi. Forse ti scaccia; sopporta la cosa da
uomo. Io ti aiuterò con tutta la mia amicizia.
Egli mi diede la lettera, e si coperse il volto colle mani, con un atto
veramente disperato.
Non osavo aprire quella busta. Egli me la riprese e mi disse:
-- Leggiamo.
Tutti e due abbracciati ed in silenzio leggemmo:
«Voi avete sedotta la mia povera sorella, l'avete disonorata ed uccisa.
Foste egoista, sleale con lei. Poi avete ingannata me, e foste con me
pure egoista e sleale. Io vi amavo, e vi amo ancora tanto, che se non
fuggissi vi perdonerei. Ma sarebbe una cosa infame, che per appagare una
passione mia, sposassi l'uomo che ha sedotta ed uccisa l'unica parente
che mi sia rimasta fedele. Quella memoria sarebbe sempre fra noi per
farci vergognare l'uno dell'altra. Non voglio che mi cerchiate, non
voglio che mi vediate più. Lo ripeto: ho la viltà di amarvi; avrei
quella di perdonarvi tutto. È per questo che ho fatto preparare nei
giorni della vostra lontananza uno stromento di tatuaggio come ne vidi
nell'India; e vi ho fatto dormire con un po' d'oppio nel vino. Ho voluto
porvi sulla mano un'immagine tale che v'impedisca di stenderla mai più
in cerca di me.»
Ci guardammo l'un l'altro atterriti. Eravamo pallidi come due cadaveri.
Non osammo dire una parola. Gustavo alzò lentamente e tremando la mano
destra, mise un grido disparato, e gettandosi nelle mie braccia ruppe in
un pianto convulso. Su quella mano stava impressa, ancora arrossata e
gonfia per l'operazione recente, la figura del quadro di Clelia. Due
teste alate.
VI.
Allontanai di là il mio povero amico; lo ricondussi ad Intra; cercai di
distrarlo; ma fu inutile. Teneva sempre gli occhi fissi su quella mano
tatuata e stava zitto delle ore guardandola. Lo indussi a venire con me
a fare un giro artistico in Isvizzera sperando che quella natura
pittoresca, ridestando in lui le inspirazioni dell'arte, mitigasse
l'intensità del suo dolore.
Ed infatti quando si vedeva in faccia ad una bella scena, si metteva con
ardore a farne lo schizzo. Ma poi sospendeva il lavoro e rimaneva cogli
occhi sbarrati e penosamente fissi sulla mano tatuata.
L'indussi a portare un guanto, anche quando lavorava. Ma era la stessa
cosa. Fissava il guanto, pensava a quello che c'era sotto, e piangeva in
silenzio; gli cadevano dei lacrimoni che mi straziavano il cuore.
In un mese si fece magro come un'ombra. Prima parlava pochissimo; poi
finì per non parlare più affatto. La solitudine ed il raccoglimento che
si procurava coll'insistente silenzio, lo concentravano sempre più in
quell'idea fissa.
Qualche volta faceva dei gesti disperati. Dopo qualche tempo cominciò ad
accompagnare i gesti con qualche parola che non rivolgeva a nessuno. Un
giorno, dopo una lunga gita, vedendolo più triste che mai, gli rizzai
davanti il cavalletto nella nostra camera d'albergo, e vi posi sopra un
suo quadro incominciato. Al vederlo si ritrasse con raccapriccio,
respinse la tavolozza che gli porgevo, e si pose a gridare mille cose
insensate.
«Ch'egli era venuto al mondo in un quadro, e con due cuori. Ed aveva
sempre vissuto in un quadro: e perchè aveva due cuori era morto due
volte. Ma però la vita della gente che parla e ride e cammina non la
sapeva, perchè nei quadri si vive in una continua tempesta; ed omai
voleva provarla anche lui quella esistenza tranquilla senza cornice...»
La sua ragione era perduta, o almeno in grave pericolo. Lo condussi a
Milano dal dottor Biffi.
Egli mi disse che non c'era punto sicurezza di ricuperare quella testa
malata. Tuttavia si proverebbe a curarla; era tanto giovine....
Visitai lo stabilimento. Quelle camere ariose, pulite, quel servizio
accurato, quella posizione salubre, quell'insieme di cura intelligente e
cordiale, mi persuasero ad affidare al dottor Biffi il mio povero amico.
Egli rimase là senza la menoma resistenza. Comprendeva vagamente di
essere ammalato, o almeno fuori dal suo stato normale, e d'aver bisogno
di cura.
Allontanandomi dalla via San Celso, solo in una carrozza da nolo,
piangevo come un disperato. Mi ero affezionato a Gustavo di
quell'affetto intenso che nasce nella comunanza dei grandi dolori. Ed in
quella casa di tristezza avevo lasciata una parte del mio cuore, la più
cara e la migliore.
Quanto a Gustavo mi aveva veduto allontanarmi senza dare alcun segno di
rammarico, come se avesse esaurita tutta la sua potenza di soffrire.
Quell'apatia straziava l'anima a me, e faceva crollare il capo al
medico.
Seppi che Vittoria si trovava a Genova ed aveva lasciato il teatro. Vi
corsi subito. Le narrai lo stato di Gustavo e la rimproverai
acerbamente. Oh mi dimenticai che fosse una donna per rimproverarla. Ed
ella chinò il capo e mi ascoltò col più profondo pentimento, e pianse
come non piangono che le anime buone.
Imprecò a sè stessa, al destino, al teatro.
-- Maledetto il teatro, esclamò. È quello che m'ha guastata la testa. Ero
avvezza a vedere delle catastrofi, ed avevo bisogno di metterne una in
fondo al mio dramma. Mi pareva che dopo dovessimo ritrovarci tutti
dietro le quinte, e darci la mano sorridendo tra noi, per venir fuori a
sorridere al pubblico. Aveva ragione la mamma. Ecco quello che ho
guadagnato. Mi sono guastata la testa ed il cuore. È la sua maledizione
che mi colpisce. Poi, gettandosi addosso un mantello senza guardarsi
allo specchio, senza prender nulla con sè, uscì in furia con me, e ci
recammo allo scalo. Per fortuna c'era un treno in partenza e potemmo
partir subito per Milano. Vittoria mi diceva traverso i singhiozzi e le
lacrime:
-- E se sapesse come l'amavo, e che vita miserabile ho fatta in questo
tempo. L'aspettavo sempre, mi pareva di vederlo entrare, gettarmisi in
ginocchio davanti; e di stendergli le braccia, e di piangere insieme.
Era il colpo di scena che aspettavo. Non ero che una commediante; che
Dio disperda tutti i teatri del mondo!
Era una bella mattina di marzo quando giungemmo insieme a Milano e con
una carrozza da nolo ci facemmo condurre allo stabilimento del dottor
Biffi. Gustavo passeggiava in giardino. Ci lasciarono andar soli ad
incontrarlo.
Al vederlo mi si strinse il cuore.
I romanzieri ed i poeti dipingono la pazzia in un modo malinconico e
bello: la pazzia d'Amleto e d'Ofelia. Ma la realtà non è così. Sembra
che in quegli esseri privi di ragione la macchina umana si sfasci. I
loro abiti sono mal messi e cadenti, spesso anche sudici; una gran parte
ha la manía delle nudità indecenti. In tutti, la persona perde ogni
grazia, ogni decoro di contegno. L'uomo aristocratico, l'artista dalle
grandi ispirazioni, il contadino ignorante sono tutti uguali là dentro
come nel campo santo. Tutti camminano, gestiscono, si muovono colla
medesima trivialità. Quelli che per una manìa di grandezza vogliono
serbare un contegno dignitoso, lo esagerano e fanno da caricature:
About-Hassan nel palazzo del Califfo.
Ci accostammo a Gustavo che ci guardava senza riconoscerci. Vittoria con
uno de' suoi slanci drammatici gli si gettò ai piedi gridando:
-- Oh Gustavo! Mio caro, perdonami per carità...
Egli non si mosse; non comprese nulla. Ella si alzò, gli prese le mani,
le baciò, le riscaldò sul suo petto; gli parlò del passato, di lei, di
Clelia; lo chiamò coi più dolci nomi.
Sempre impassibile.
Volle abbracciarlo, egli si schermì colla selvatichezza d'uno scolaro.
Allora presi a parlargli io; cercai di condurlo ad un altro ordine
d'idee; di rammentargli le partite di campagna, i viaggi, i conoscenti
comuni.
Mi rispose con un sorriso idiota che mi fece piangere.
Vittoria pensò di poterlo ridestare da quel torpore col mezzo dell'arte
che aveva amata. Corse nello stabilimento, e tornò portando un bel
quadro ad olio, rappresentante la Madonna dei dolori.
Ma prima che gli fosse vicina, Gustavo, alla vista del quadro, si diede
a fuggire urlando e facendo salti spaventosi.
Fu arrestato a fatica e gli si dovette mettere la camicia di forza.
Voleva frantumare il quadro e chi lo portava; tornava alla storia della
sua vita, trascorsa tutta in una cornice; voleva essere libero, e
ricominciare un'esistenza fuori dai quadri.
Forse aveva creduto di vedere il dipinto di Clelia colle teste alate.
Tutte le volte che vedeva un quadro dava in quelle smanie; diceva che le
teste che hanno ali fanno morire i cuori, e strappava i capelli agli
infermieri ed a se stesso, credendo di strappare le ali.
Partimmo di là colla morte nell'anima, senza recare con noi nessuna
speranza. Vittoria, violenta nel dolore, come era stata nell'amore e
nella vendetta, si disperava, e mi faceva tremare di vederla subire la
stessa sorte del suo povero amante.
Ci lasciammo a Milano, e non ci rivedemmo più. Ella rimase, per essere
sempre vicina a Gustavo, e continuò a visitarlo, e ad amarlo, ed a
vivere per lui.
Gustavo morì dopo un anno senza aver ricuperata neppur un'ombra di
intelligenza, senza aver riconosciuta mai quella povera donna, che
implorava in ginocchio una parola di perdono.
Nella lettera in cui mi annunciava la morte di Gustavo ella mi scrisse:
«Abbiamo sempre torto quando vogliamo ribellarci alle leggi della
natura. Egli ha cercata la felicità in un amore impossibile; ed io ho
cercata la giustizia in una separazione inumana. E Dio ci ha puniti
entrambi. L'ho fatto portare al cimitero di Monza, ed ho presa una casa
vicina per andarlo a visitare ogni giorno finchè vivrò.»
Erano due anime buone e meritavano una sorte migliore.
LA PRIMA DISGRAZIA
M'era caduta addosso quasi colla vita, la mia prima disgrazia, e da quel
giorno fummo inseparabili, immedesimati l'uno coll'altra; io ero essa ed
essa era me; mi chiamavo Eustacchio.
Eppure passarono degli anni assai, prima che m'accorgessi che quella era
una disgrazia.
La mia mamma era vedova, ed aveva un negozietto di droghe a Fossano. Io
passavo le giornate sullo scalino della bottega, mentre la mamma
accartocciava caffè e zucchero con tanta arte, che si sarebbe detto che
quello zucchero e quel caffè fossero nati in quei cartocci come frutti
nella buccia.
Venivano i figliuoli dei vicini a trastullarsi con me; e, naturalmente,
si giocava alla bottega. Due pezzi di carta appesi ad un bastoncino con
tre fili di refe, facevano da bilancia; un po' di terriccio, sassolini e
mattone pesto, costituivano il fondo di negozio.
-- Mi dia un'oncia di caffè, diceva il ragazzo che rappresentava
l'avventore; e lo diceva gongolando e frenando a stento le risa come se
fosse la cosa più umoristica del mondo.
Ed io, che, come proprietario dello scalino di bottega su cui si
giocava, avevo sempre la più bella parte, che è quella del bottegaio, mi
affrettavo a mettere un po' di terriccio sulla bilancia di carta, poi ad
accartocciarlo studiando i movimenti simultanei delle mani, che col
pollice e l'indice tengono uniti i due capi della carta ai lati, e col
medio ripiegano gli orli, salendo man mano, e restringendo sempre.
Tratto tratto la mamma mi chiamava per presentarmi a qualche sua
cliente, la quale mi trovava sempre cresciuto.... uno sproposito! e mi
domandava quasi invariabilmente:
-- Come ti chiami?
Io stavo zitto e cercavo di tornare al gioco. -- Ma la mamma andava
superba della mia intelligenza precoce, ed insisteva:
-- Via, rispondi. Di' alla signora come ti chiami.
-- Tacco Locci! Rispondevo un po' per ubbidienza un po' per vanità di
sentirmi lodare. Ed infatti erano esclamazioni ammirative da non finir
più:
-- Carino! Come parla bene! Che cosa ha detto?
Eustacchio Rossi, chiosava mia madre insuperbita da quel successo. Lui
dice Tacco per dire Eustacchio.
-- Oh caro! Quant'è caro! Che intelligenza! Quanti anni ha?
-- Ne ha tre; ne ha quattro, ne ha cinque; ne ha sei; rispondeva la mamma
crescendo d'anno in anno, finchè arrivò a dire:
-- Ne avrà presto sette.
Ma la mia intelligenza e l'ammirazione delle vicine erano sempre le
stesse. Intanto la mamma aveva cominciato per vezzo a chiamarmi Tacco
come dicevo io, poi aveva fatto il diminutivo Tacchino, ed era diventato
un nomignolo di famiglia, dato e ricevuto come una carezza.
* * *
Fu soltanto il primo giorno che andai a scuola, che mi accorsi che quel
diminutivo vezzeggiativo era ridicolo.
Dopo avermi raccomandato lunghissimamente alla maestra, la mamma se ne
andò dicendomi:
-- E stai buono, sai Tacchino?
-- Oh! oh! oh! Tacchino! s'udì susurrare sui banchi, si chiama Tacchino!
-- Chi?
-- Il ragazzo nuovo.
-- Come si chiama?
-- Tacchino.
-- Ah! ah! ah! Tacchino!
-- Oh! oh! oh! Tacchino!
E tutti a ghignare guardandomi; e man mano che passavo loro accanto per
andare al posto che m'era assegnato, facevano -glu... glu... glu...
glu...- E daccapo a ridere.
Io non sapevo cosa volesse dire quella specie di gorgoglio, come se
gargarizzassero; ma alla lunga capii che credevano d'imitare il grido
del tacchino quando fa la ruota.
E questo durò per tutti gli anni di scuola.
Io cercavo di nominarmi spesso per poter dire il mio nome senza
diminutivo. Ma che! L'avevano udito una volta; non potei più
liberarmene.
Finii per fare l'abitudine a quegli scherzi, che erano poi sempre gli
stessi, ma la scuola mi venne in uggia. La mamma trovava quelle burle
insistenti, estremamente sciocche; ed infatti ripensandoci ora, non
capisco come potessero alimentare per tanto tempo l'ilarità di quei
monelli. Ma generalmente gli scherzi che divertono i ragazzi non sono
più sensati di così.
* * *
A quattordici anni mi sentii abbastanza forte e testardo per far fronte
a tutte le obbiezioni della mamma, e ribellarmi risolutamente alla
scuola. Del resto avevo in mio favore un argomento irresistibile: non
imparavo nulla.
Mi posi al banco nella mia bottega; firmai parecchie ricevute col mio
bravo nome tutto intero, feci perdere a mia madre il vezzo di chiamarmi
Tacchino, gli avventori presero l'abitudine di dirmi signor Eustacchio;
e mi credetti salvato dal ridicolo.
Furono buoni anni quelli. Nella mia bottega ero una potenza; ero
padrone; e non avevo altra fatica fuorchè quella di accartocciare,
pesare, contar denari e dire paroline inzuccherate alle servotte
giovani, ed anche a quelle che non lo erano più tanto.
Ma -cosa bella e mortal passa e non dura-. Il vecchio garzone patentato
che avevamo in negozio morì. Non era lui la -cosa bella-; ma la mia vita
beata, che fu interrotta da quell'incidente funebre. Non potevo
continuar a tener bottega aperta senza procurarmi una patente da
droghiere; oppure un altro garzone patentato. Ma questo mi sarebbe
riescito dispendioso ed umiliante.
Decisi di prendere gli esami io stesso. Non si richiedevano studi molto
profondi, ma sufficienti per turbare la mia pace, e farmi svaporare quel
poco cervello che avevo.
Si fece venire interinalmente un garzone patentato per rappresentarmi in
bottega, ed io partii per Torino.
* * *
Affittai una camera mobigliata al quarto piano, in una gran casa sotto i
portici della Cernaia; e mi affrettai a prenderne possesso appiccicando
all'uscio un cartellino su cui avevo scritto: E. Rossi.
Sul pianerottolo c'era un altro uscio proprio di contro al mio, e ci
abitava una sarta. La mia unica finestra verso il cortile, era in faccia
alla finestra del laboratorio.
Io ci guardavo dentro. C'era un gran paniere di vimini, pieno di stoffe
e ritagli d'ogni colore, e di abiti in via d'esecuzione, intorno a cui
cucivano, sedute in giro, cinque ragazze dai quindici ai diciotto anni.
Avevo diciotto anni io pure; e sapevo che gli studenti a Torino
trovavano delle avventure. Dacchè ero a Torino per prepararmi ad un
esame e pigliare una patente, mi consideravo uno studente anch'io, ed
aspettavo le avventure. Sentii vagamente che per me dovevano cominciare
da quel laboratorio; e non fui malcontento di quella persuasione.
Dal bel primo giorno passai subito tutto il mio tempo alla finestra per
attirare l'attenzione, e non mi riuscì difficile.
Era un gruppo irrequieto, garrulo, giocondo, come una nidiata di
passeri.
I primi a volgersi dalla mia parte furono due occhietti furbi, neri come
il nerofumo che avevo in bottega, lucenti come la lampada a petrolio del
mio banco; due occhietti che ridevano senza bisogno d'averne un
pretesto. Una parolina susurrata e due colpetti di gomito a destra ed a
sinistra, fecero alzare due grandi occhioni fieri e terribili, e due
occhi azzurri come due pallottole d'indaco per la biancheria.
Le altre due fanciulle che compivano il circolo intorno al cesto,
volgevano il dorso alla finestra, e per guardarmi dovettero torcere il
collo e volgere lo sguardo indietro, ed io vidi i loro occhi soltanto di
sbieco, e mi parvero loschi.
Stavo là ritto, impalato, lasciandomi ammirare.
La mattina seguente mi parve che ci conoscessimo un po' di più, dacchè
c'era il precedente delle occhiate del giorno innanzi.
Mi credetti in diritto di fare un saluto, e mi si rispose con un
cinguettìo sommesso fra le cinque testine raggruppate, con uno
scoppiettìo di risate mal represse, con una serie di occhiatine furtive,
maligne, rapidissime.
Quell'armeggio durò una settimana. La nostra muta conoscenza si andava
facendo sempre più intima; ci sorridevamo in faccia; appena comparivo
alla finestra i dieci occhi brillavano come dieci becchi di gaz; ed io
aspettavo ansiosamente la prima avventura che non poteva tardare.
* * *
La sera del sabato udii sul pianerottolo una vocina giuliva che
chiamava:
-- Signor Enrico!
Provai una fitta al cuore. Era la voce della bella fanciulla dagli
occhietti nerofumo; quella che m'aveva guardato per la prima, e che
udivo cicalare tutto il giorno nel laboratorio in faccia.
E chiamava un altro sulla scala. Chi poteva essere? Stetti a sentire, e
dopo un minuto la udii chiamare daccapo:
-- Signor Eugenio!
Un altro ancora! Ed io che aspettavo l'avventura da lei?
Era quella che mi piaceva di più... Ed invece dovrei accontentarmi della
bionda dagli occhi come pallottole d'indaco.
-- Signor Emilio! riprese la fanciulla.
Un terzo!
-- Signor Ercole!
-- Misericordia! esclamai. Si chiaman legione.
-- Signor Ernesto! Signor Ernesto! gridò ancora; e questa volta picchiò
al mio uscio.
Ma non poteva rivolgersi a me. Non mi chiamavo Ernesto.
Stetti zitto, ma il cuore mi batteva come il pestello di sasso nel mio
mortaio da caffè.
-- Signor Ernesto! Signor Ernesto! chiamò daccapo picchiando più forte.
Non c'era più dubbio; l'aveva con me. M'affrettai ad aprire.
Era proprio lei che rideva colla bocca, cogli occhi, con tutto il viso.
-- Misericordia! mi disse, quanto mi ha fatto chiamare! È sordo? Mi si è
spento il lume.
Corsi a prendere il mio per riaccenderglielo ed intanto risposi:
-- No, non sono sordo, la udivo benissimo. Ma non sapevo che chiamasse
me. Non ho nome Ernesto!
-- Che ne so io? C'è soltanto un E sul suo uscio. Ho chiamato tutti i
nomi in E che mi sono venuti in mente.
-- Ma non ha chiamato il mio.
-- Come ha nome allora? Ettore?
-- No.
-- Edoardo?
-- No.
-- Oh Dio? Ma come ha nome? dica?
-- Eustacchio.
-- Eu...?
-- Stac-chio.
-- Ah! ah! ah! ah! ah! ah! E giù dalla scala sghignazzando come una
matta. Credo che rida ancora.
* * *
Rimasi intontito.
Non bastava il nomignolo che mi aveva avvelenati gli anni di scuola?
Anche il mio nome pronunciato con tutta serietà faceva ridere? Dovevo
ricominciare a tribolare per quel disgraziato nome? Come aveva fatto ad
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