domenica, sperava di averlo un momento solo con sè, e di rivelargli quel segreto che non poteva più contenere. --Sarà la prima confessione che riceverà, pensava; e mi sembrerà d'essere già unito a lei quando mi avrà ascoltato.... Il venerdì, dopo pranzo, si era trovato solo coll'Elena presso il solito tavolino, che gli richiamava tante dolci memorie. Parlavano di Vincenzo, del gran giorno dell'ordinazione; ma Vicenzino era distratto. Dalla finestra aperta la luce chiara batteva sul capo dell'Elena, ed un leggero soffio d'aria le agitava i riccioli sulla fronte e sul collo. Egli la guardava avidamente, pallido, tremante, e ripensava il bacio di quelle labbra che aveva sentito sulle guancie la sera del suo ritorno. --Non l'hai osservato anche tu? domandò la Elena che aveva parlato fin allora della tristezza misteriosa di Vincenzo. --Che cosa? rispose Vicenzino che, assorto nella sua estasi d'amore, non aveva capito nulla. L'Elena lo guardò meravigliata, co' suoi grandi occhi grigi e limpidi. Ma, all'incontrare quello sguardo, Vicenzino si fece rosso come una fiamma, e, sentendo di non poter tacere più a lungo, si alzò ed uscì in giardino. Passeggiò un pezzo, agitato, nervoso, commosso, ma profondamente felice. Gli era sembrato di leggere una speranza in quegli occhi grigi. Non aveva più che un giorno da aspettare, poi potrebbe parlare del suo amore; parlarne a lei. Vincenzo glielo avrebbe permesso. Si figurava quel momento, ripeteva fra sè: «O Elena, quanto ti amo!...» In quella vide uscire in giardino la piccola Maria con una lettera in mano. Mentre si avanzava verso di lui per consegnargliela, guardava la soprascritta e diceva, come se parlasse tra sè: --Sembra la mano di Vincenzo; ma non può essere perchè non viene da Novara. Non viene neppure dalla posta; l'ha portata un contadino. Però quella lettera era proprio di Vincenzo. Anche Vicenzino nell'aprirla pensava: «Come mai non viene da Novara?» Ma appena n'ebbe scorse poche righe, gridò: --Ah per Dio! poveri noi! E, respingendo la bambina che gli stava curiosamente dinnanzi, prese la rincorsa ed uscì senza cappello, correndo come un matto. Quella lettera era il solito addio dei suicida, e cominciava colla solita frase: --«Quando riceverai questa lettera avrò cessato di vivere». Poi spiegava disordinatamente le sue ragioni: «Non posso ricevere gli ordini maggiori senza commettere un sacrilegio; e d'altra parte non posso rinunciare alla carriera ecclesiastica perchè ridurrei mio padre, che si fa vecchio e malaticcio, alla miseria. Capisco che la mia morte non rimedia a nulla, ma non ho il coraggio di vivere. Non ho voluto rientrare in seminario. Ho errato tutti questi giorni per la campagna come un'anima in pena, cercando la soluzione al terribile problema della mia vita; ma non l'ho trovata. Non so far nulla, non sono in grado di guadagnar nulla. Dopo aver rovinato mio padre ne' suoi ultimi anni, dovrei vivere a sue spese. Vedi che non è possibile; sarebbe una vergogna, un delitto. Preferisco morire...» Vicenzino fermava tutti i contadini che vedeva per domandare affannosamente, fremendo d'impazienza: --Sei tu che hai portata questa lettera a casa Dogliani? Tutti dicevano di no; ed egli correva, di su, di giù, come un matto, agitando la lettera in alto, guardando tutti supplichevolmente, e gridando: --Chi l'ha portata? Ma chi l'ha portata? Dove posso cercarlo? Mio Dio, dove? dove? Poi, mentre si avviava, sempre di corsa, per una strada che metteva fuor dal paese, senza sapere dove andasse, si vide venire innanzi il signor Dogliani seguito da un contadino, e l'udì gridare tutto stupito: --Ho trovato quest'uomo, che dice d'aver portata una lettera di Vincenzo, che è a San Germano, all'albergo del Gallo... --Ah! a San Germano! Sei chilometri! urlò Vicenzino; e via, con una corsa disperata verso la strada maestra. --Seguitelo, seguitelo; non vedete che impazzisce? gridava il signor Dogliani tremando tutto sulle vecchie gambe. Intanto il contadino era riuscito a raggiungere Vicenzino, e gli aveva strappata la lettera che egli continuava ad agitare in alto senza sapere quel che facesse. Ma non potè fermarlo. Il signor Dogliani guardava quell'uomo venire verso di lui col foglio in mano, e pareva che ne avesse paura. Quando l'ebbe preso fece per leggere, ma era già troppo buio, e dovette accostarsi al lume d'una bottega; mormorava: --Che cos'ha? Cos'è accaduto? Poi, quando ebbe cominciato a leggere, vacillò come un ubbriaco. Scosse due o tre volte nervosamente il capo, ma continuò a leggere cogli occhi fissi sul foglio, tremando a verga, e sussultanto di tratto in tratto. Ma non gridava, non diceva nulla, e guardava sempre il foglio. I pochi contadini che, allarmati dalle smanie di Vicenzino, si erano fatti intorno al vecchio, furono pronti a sorreggerlo quando barcollò, e videro che aveva gli occhi vitrei come impietriti e non leggeva più da un pezzo. XI. Intanto Vicenzino proseguiva la sua corsa sfrenata, fremendo all'idea di non giungere in tempo, singhiozzando, smaniando ad alta voce. Dopo un tratto vide venire una carrozza, e le si precipitò contro a rischio di farsi sfracellare, gridando colla voce strozzata dall'ansimare violento: --Lasciatemi salire; presto; bisogna che io sia a San Germano fra un quarto d'ora. Era la carrozza di una famiglia signorile di Santhià; il cocchiere conosceva il piccolo Dogliani, l'-americano-, e lo tirò su quasi senza fermare, dicendo: --Perchè non pigliare la strada ferrata, se aveva tanta fretta? A quel pensiero Vicenzino si cacciò le mani nei capelli e mise un grido furioso. «Aveva lasciato morire il cugino per la sua balordaggine!» Come mai non aveva pensato alla strada ferrata? Era impazzito di certo... E fece per balzar giù dalla carrozza, come se volesse prendere il treno. Davvero il dolore e lo spavento lo facevano delirare. Il cocchiere lo trattenne, e, un po' colle buone, un po' colla violenza, riuscì a persuaderlo che il treno era passato da mezz'ora, per conseguenza prima che egli avesse ricevuta la lettera di Vincenzo. Era commosso anche lui da quella disperazione, e frustava i cavalli senza pietà, e li faceva volare addirittura sulla strada maestra. Ma Vicenzino si impazientiva di rimanere inerte in carrozza; batteva i piedi furiosamente, si mordeva i pugni, si strappava i capelli. Appena vide il campanile della chiesa di San Germano, cercò un'altra volta di buttarsi giù, come per arrivare più presto all'albergo; ma il cocchiere lo frenò ancora giurandogli che arriverebbero prima colla carrozza; ed infatti, dopo due minuti, si fermava all'albergo del Gallo, dove Vicenzino saltò nell'atrio e infilò la scala, senza neppur aver aperto lo sportello della carrozza. L'oste corse fuori dalla cucina, e gli gridò dietro: --Dove va? Eh, signore, dove va? E l'altro, senza fermarsi: --C'è qui mio cugino; un giovane che si è chiuso in camera per uccidersi; se pure non s'è buttato in acqua.... Presto, presto, per carità!... Fu un allarme generale. Oste, ostessa, tutta la famiglia, tutto il vicinato invase la scala e si avventò all'uscio dell'unico ospite dell'albergo. --Ha detto che si coricava presto perchè non istava bene..... borbottava l'oste tutto impaurito. Chi poteva pensare?... L'uscio non era neppure chiuso a chiave. Vincenzo sapeva che in quella modesta locanda di villaggio non c'era caso che i camerieri entrassero a sorprenderlo. Il povero giovane era steso sul letto, colle vene dei polsi aperte, pallido, freddo, morto. Il braccio destro pendeva giù dal letto, ed il sangue sgocciolava ancora per terra. Il sinistro era steso lungo il fianco ed immerso nel sangue che aveva inzuppate lenzuola e coperte. Ma un grumo che si era fermato sulla ferita aveva arrestato l'emorragia. --Oh mio Dio! Se gli fosse rimasto tanto sangue da farlo rivivere! esclamò Vicenzino; e, mentre fasciava stretto l'altro braccio, gridava: --Chiamate il medico, il farmacista, chiunque può aiutarlo. L'oste spinse un ragazzo fuori dell'uscio, dicendogli: --Va, corri. Ma si strinse nelle spalle sfiduciato, e tutti crollavano il capo. Quel giovane era morto. La voce di una tragedia all'albergo del Gallo, era già corsa da un capo all'altro del paese; e il medico, che passava la serata in farmacia, si era affrettato spontaneamente, e s'avviava su per le scale, appunto quando il ragazzo scendeva in cerca di lui. Lo respinse per salire più presto, ed entrò affannato nella camera, domandando: --Cosa c'è? Cos'è stato? Tutti si scostarono per lasciarlo avvicinare al cadavere; ma appena egli lo vide, gridò: --Per Dio! è troppo tardi. L'avete lasciato morire!... --No, no! urlò Vicenzino. Senta, non può essere morto. Guardi; qui il sangue si è rappreso. Il medico esaminò il povero giacente, gli applicò un orecchio sul petto, e rimase quasi un minuto oscultando; quando si rizzò, il suo volto non esprimeva nulla di consolante. Strinse forte il torace del paziente, lo scosse ripetutamente, poi oscultò di nuovo. Nella camera regnava un silenzio solenne. Tutti gli occhi erano fissi sul medico. Vicenzino, che lo spiava più avidamente di tutti, appena lo vide risollevare il capo, mise un grido di gioia. Infatti il medico disse: --C'è un battito lievissimo, irregolare, ma c'è. E subito prendendo il moribondo per le spalle, lo tirò sino alla sponda del letto, e gli abbassò il capo fin quasi in terra, poi si mise a stropicciargli forte tutto il corpo. Dopo alcuni minuti la pelle cominciò ad arrossire un pochino, e le pulsazioni si fecero più distinte. Ma il malato era talmente dissanguato, che non ricuperava i sensi. Il rum, l'etere, tutti i cordiali portati sollecitamente dal farmacista, non riescirono a farlo rinvenire. --Povero giovane, disse il medico; questo non è di quelli che si suicidano soltanto un poco per commuovere la gente. L'ha fatto sul serio. --Ma non morrà? implorò Vicenzino. Non è possibile, non deve morire! Il medico si strinse nelle spalle, ed applicò al paziente due vescicanti che aveva fatti preparare. Sotto l'azione di quella prova dolorosa, Vincenzo ebbe un lieve sussulto, e poco dopo mosse una mano, come per portarla alla parte dolente. Ma non fu che un cenno, a cui le forze non risposero, e, dalla bocca aperta, non uscì alcuna, voce. Tuttavia la respirazione si era fatta quasi regolare, e, dopo circa mezz'ora di cure energiche, Vincenzo aperse gli occhi e fissando le pupille dilatate sul volto di Vicenzino che gli stava dinnanzi, parve riconoscerlo. Tuttavia la sentenza del medico non fu consolante. --Ha perduto troppo sangue, disse; è impossibile che si riabbia da sè. Soltanto la trasfusione potrebbe salvarlo. Vicenzino si rizzò, impetuoso ed ardente come un eroe che corre al sacrifizio, gridando: --Oh il mio sangue, tutto il mio sangue per lui! Ma anche questa volta il suo eroismo fu inutile. L'oste possedeva un agnello, ed il medico preferì aprire le vene di quella bestia, che quelle di un essere umano, il quale non sembrava neppur averne di troppo. L'operazione fu fatta con rapidità, e l'effetto ne fu quasi immediato. L'infermo mise due o tre gemiti, girò gli occhi intorno, fece un lieve cenno di saluto a Vicenzino, ingoiò qualche cucchiaio di marsala, poi ricadde in un assopimento profondo ma tranquillo. Allora il medico dettò le prescrizioni per la notte; brodo ristretto, vino, cordiali, ed il più assoluto riposo; poi si ritirò, promettendo di tornare il mattino, e lasciando buone speranze. Vicenzino rimase solo dinnanzi a quell'ombra dell'amico adorato, del fanciullo forte e felice, che era andato a cercarlo nel suo abbandono, che gli aveva dato una casa, una famiglia. XII. Vicenzino stette un pezzo accanto al letto, contemplando quel bel volto di una pallidezza marmorea, quegli occhi profondamente infossati, curvandosi coll'orecchio sulle labbra di Vincenzo per udirne il respiro lieve come un soffio. Oh! era così felice di poter udire quel respiro! Era stato lui che glielo aveva dato. Gli pareva che Vincenzo gli appartenesse come cosa sua, dopo che, in un modo qualunque, aveva contribuito a richiamarlo alla vita. Provava un sentimento grave di responsabilità, come se omai toccasse a lui di render conto al mondo della felicità di quell'esistenza che aveva voluto ad ogni costo strappare alla morte. La sua amicizia si riscaldava d'una tenerezza protettrice, paterna. Sentiva un gran desiderio di togliere all'immobilità quella creatura che aveva un po' messa al mondo lui, di abbracciarla, di farla parlare, di sentirla vivere. Dovette allontanarsi per resistere alla tentazione. Pian piano, camminando in punta di piedi, andò a sedere accanto alla finestra aperta. Nell'immenso buio di quella notte soffocante d'agosto, nel silenzio profondo del villaggio addormentato, la sua fantasia da poeta evocava come un'oasi laggiù, lontano, la casa di Santhià, coi vetri delle finestre scintillanti al sole, e la porta aperta, e sulla soglia il bel vecchio coi capelli bianchi, e le fanciulle sorridenti, e tutte le braccia stese verso di lui, portatore della lieta novella. Si ricordava tremando il bacio dell'Elena quand'era tornato dal campo. Ora tornava da ben altra battaglia. Aveva lottato colla morte e riconduceva un figlio a suo padre. Ad un tratto, un pensiero terribile gli balenò alla mente. Quale sarebbe ora l'avvenire di Vincenzo? Aveva voluto uccidersi per non farsi prete, ed era per rimetterlo in quella condizione odiosa ch'egli l'aveva salvato? Salvarlo dalla morte non era più un bene, se non poteva anche salvarlo da quel destino che gli faceva orrore, se non poteva renderlo felice. A queste riflessioni gravi e penose, il sentimento di responsabilità si faceva sentire potentemente nel cuore onesto di Vicenzino, e lo turbava come una minaccia. Ne' suoi tre mesi di vita militare Vincenzo si era lasciata crescere la barba che, con quel pallore da moribondo, con quelle traccie di patimento sul volto, gli dava l'aria di un Nazzareno. La fantasia eccitabile di Vicenzino se lo figurava nei giorni di tortura che aveva passati errando solo per la campagna, implorando come Cristo: «Allontanate da me questo calice», quando per allontanarlo si era rassegnato a morire a ventun'anni, nel fiore della gioventù e della salute. Ed egli, l'amico fedele, il parente vincolato da tanta gratitudine, era andato a cercarlo nella pace fredda della morte, per dirgli: «Sorgi, povero spirito abbattuto dalle lotte, ricomincia a lottare; povero corpo sfinito dalla emorragia, torna a curvarti sotto la tua croce». No. Questo non poteva essere. Sarebbe stato crudele. Bisognava ad ogni costo che Vincenzo, ricuperando i sensi, potesse consolarsi di essere tornato alla vita, e non maledirla un'altra volta. Ma come fare? Come? Persuadendo il signor Dogliani a perdere il benefizio? Non sarebbe stato difficile, perchè amava molto suo figlio, e non avrebbe voluto punto sacrificarlo. Ma poi, come avrebbe vissuto, povero vecchio? Vincenzo l'aveva detto: doveva immolare sè stesso, o condannare suo padre alla miseria. Essere un cattivo prete o un figlio ingrato. Vicenzino ripetè a sè stesso tutta la storia del passato. La generosità dello zio pe' suoi genitori, la loro sconoscenza, e (nel segreto del suo cuore lo diceva con amarezza) la loro slealtà. Si rammentò la devozione riconoscente ed il desiderio profondo di espansione che avevano travagliata la sua infanzia sentimentale ed i sacrifici che avrebbe voluto fare per dimostrare a quei parenti la sua gratitudine. Con che cuore avrebbe dato la vita per loro! Ebbene, ora era venuto il momento di mostrarsi grato, di compensare benefizio per benefizio. Era venuta l'ora d'essere eroico. Ma non si trattava di buttarsi in Po, di ricevere un colpo di fucile nel petto, di quegli atti di devozione istantanei che si compiono in un eccitamento di passione e durante un attimo. Era un eroismo di tutti i giorni, di tutte le ore, che il suo gran cuore generoso suggeriva alla sua immaginazione atterrita. Era l'immolazione della sua libertà, del suo avvenire, delle sue aspirazioni, delle sue speranze. Della sua libertà, che si sentirebbe vincolata in tutti gli istanti della sua vita, del suo avvenire condannato a battere tutt'altra via di quella a cui tendevano le sue aspirazioni, delle sue speranze, che gli sorgerebbero ogni giorno impetuose nel cuore, per essere di nuovo ogni giorno con una lotta violenta respinte e soffocate. Doveva prendere per sè il calice che Vincenzo aveva voluto allontanare, la croce sotto la quale era caduto: una vita senza amore. Doveva farsi prete. Il benefizio, per volere del testatore, in caso che il ramo primogenito dei Dogliani non avesse un figlio prete, doveva passare ad un figlio del ramo secondogenito, che volesse abbracciare la carriera ecclesiastica. E, soltanto nel caso che anche questi mancasse, il capitale sarebbe passato ad un'opera pia. Egli solo dunque era come fatalmente indicato, per risolvere la situazione dolorosa che aveva portato il carattere violento di Vincenzo ad un partito disperato. Anche l'anima generosa di Vicenzino si ribellava a quell'immenso sacrificio. I suoi vent'anni l'impaurivano; il pensiero dell'Elena lo faceva piangere. E pianse lungamente, scosso da forti singhiozzi, un pianto amaro, disperato. Aveva sempre dinanzi al pensiero il giorno in cui Vincenzo era andato a cercarlo alla fattoria, orfano, solo, miserabile, e l'aveva condotto a suo padre; e questi, aprendogli la sua casa, gli aveva detto: «Entra.» Sentiva che doveva tutto in compenso di quella generosa ospitalità; eppure rimaneva perplesso, raccapricciava dinanzi all'audacia di quella risoluzione. Prima dell'alba s'udì un rumore affrettato di zoccoli, ed un contadinello portò un biglietto desolato dell'Elena. Il signor Dogliani, riportato in casa la sera come svenuto, era stato colpito poco dopo da un attacco d'aploplessia. Soltanto molto tardi nella notte aveva ricuperato i sensi e la parola, ma tutto il lato destro era rimasto paralizzato. Il medico aveva detto che, quando pure potesse guarire, sarebbe infermo pel resto de' suoi giorni. Intanto stava ancora assai male, e le figlie, che lo curavano tremando per la sua vita, non potevano abbandonarlo, neppure per correre presso l'altro malato di San Germano, altrettanto caro. Erano tutti ansiosissimi per Vincenzo. Sapevano appena dal cocchiere che aveva condotto Vicenzino, che non era morto. Il povero vecchio non faceva che disperarsi all'idea di perdere il figlio, e di lasciare le figliole nella miseria; non v'era modo di calmarlo.... Dinanzi alla scena straziante che gli presentava quella lettera, le esitazioni di Vicenzino cessarono. Con un sospiro, che gli veniva dal fondo del cuore, gemette: «È necessario.» E scrisse all'Elena un biglietto che le mandò dallo stesso contadino: «Vincenzo è fuori di pericolo; vivrà, e sarà felice. Rassicura il babbo; non sarete nella miseria; il beneficio che Vincenzo perde lo acquisto io; rimane nella famiglia, dacchè tuo padre m'ha accolto come un figlio. -Sarò io il fratello prete.-» Era la prima lettera che scriveva all'Elena; ed era per chiamarsi il fratello prete! le lagrime gli oscuravano la vista, e cadevano grosse e fitte sulla carta; eppure a lui pareva di compiere un dovere inevitabile, di fare una cosa naturale. Pensava: «Chiunque nel caso mio farebbe lo stesso.» Era della creta di cui si fanno gli eroi. XIII. Quando, un'ora dopo, alla luce bianca e melanconica dell'alba, Vincenzo si svegliò e gli sorrise, Vicenzino era ancora pallido ed abbattuto, ma non piangeva più, ed il suo volto era calmo. Vincenzo si guardò intorno trasognato, ingoiò avidamente il brodo ed il vino che Vicenzino gli porgeva; poi, a poco a poco, il suo sorriso si dissipò e l'espressione del suo volto si fece ansiosa. Gli tornava la memoria, e con essa tornavano tutti i dolori della vita. Mise un gran sospiro, gli si empirono gli occhi di lagrime, e sussurrò: --Perchè non m'hai lasciato morire? Era la parola dolorosa che Vicenzino s'era immaginata di udire, ed alla quale s'era preparato a rispondere col sacrificio di tutto il suo avvenire. Ma s'era preparato con coraggio, e la sua risoluzione era ferma. Gli rispose con la voce un po' commossa, ma semplicemente, e sforzandosi di sorridere: --Perchè hai prese le cose troppo tragicamente, amico. Se non ti sentivi proprio di farti prete, perchè non dirlo? Sai pure che a tutto c'è rimedio, fuorchè alla morte. --Non a tutto. Ricordati l'uggiosa circostanza del benefizio che mio padre perderebbe. E con che potrebbe vivere, alla sua età? Sai ch'io non sono in grado di guadagnar nulla per ora, e chissà fin quando; tu stesso dovrai andare soldato fra poco, e non potrai aiutarlo.... --Ma se tu lasci il beneficio, sono io che lo eredito. Ed allora non andrò più soldato, e tuo padre vivrà quasi come vive ora.... --Ma tu neppure vuoi esser prete! esclamò Vincenzo. Tu me l'hai detto.... --Non avrei voluto altre volte, riprese Vicenzino, chinando il volto sulle mani dell'amico per nascondere la sua agitazione, e parlandogli sommesso all'orecchio. Ma, dacchè ho provato ad uscire dal paese, a vedere un po' di mondo, ho compreso che il movimento, il tumulto, le passioni violente, non sono fatti per me.... Il cuore gli batteva da schiantargli il petto, aveva la gola arsa e le labbra tremanti. Posò la bocca sulla mano di Vincenzo, e la baciò devotamente per prender coraggio e per non alzare il capo. Vincenzo, nella sua estrema debolezza, era come abbagliato da quella rivelazione, e, senza poter cercare di vederci più chiaro, disse pensosamente carezzando il capo dell'amico: --E vorresti farti prete? --Sì, sussurrò dolcemente Vicenzino colla voce affannata e rotta dalle pulsazioni violente del cuore. Prenderò il tuo posto al Seminario. Sai che so il latino; che ho studiato un po' di tutto; è la mia vocazione lo studio.... Fra un anno, potrò prendere gli Ordini maggiori.... Sentì che un singhiozzo gli soffocava le parole in gola e non disse altro. Vincenzo fece uno sforzo per mettersi a sedere sui letto. Poi sollevò con tutte e due le mani il capo di Vicenzino, e guardandolo in faccia gli disse: --Ma non pensi che hai vent'anni, e che la vita è lunga? Che sarai morto a tutte le gioie? Che non avrai mai una famiglia? Vicenzino impaurito da quello sguardo, aveva fatto uno sforzo violento sopra sè stesso, ed era riescito a dominare la sua commozione. Potè rispondere col suo sorriso dolce, che, da adolescente, lo faceva paragonare ad un arcangelo: --Non siete voi altri la mia famiglia? Cercherò di essere non collocato lontano da voi; e voi mi amerete un poco.... --Io ti adoro, noi ti adoreremo tutti, insistè Vincenzo. Ma non basta per un uomo giovane.... Prima che dicesse di più, Vicenzino s'affrettò a rispondere a quel pensiero, che temeva di sentirgli esprimere, e che gli straziava il cuore: --Io non ho amori. Poi si alzò, ed andò ad affacciarsi alla finestra, perchè la voce gli si strozzava in gola, e le lagrime gli velavano gli occhi. XIV. Più volte, durante la sua convalescenza, Vincenzo tornò su quel discorso che riesciva penosissimo al suo compagno. Ma c'era tale giubilo nel cuore del malato, tanto ardore di giovanili speranze, che il pensiero della felicità che dava, confortava in parte Vicenzino di quella che perdeva. Ogni giorno i due giovani avevano nuove del signor Dogliani, il quale benediva il nipote come il salvatore della sua famiglia. Era sempre l'Elena che scriveva, e lei pure aveva pel cugino parole di fervente gratitudine. Si sentiva che era commossa; c'erano delle lagrime nelle sue lettere, e Vicenzino, nel leggerle, pensava che il suo sacrificio era stato compreso in tutta la sua grandezza, e che un altro cuore soffriva con lui dello stesso dolore. E questo pensiero gli dava coraggio. Appena l'ammalato fu in grado di muoversi, i due giovani tornarono insieme a Santhià; e Vicenzino trovò su tutti i volti ed in tutti i cuori le traccie della sua bella azione. Nella casa, benchè impoverita per l'infermità del padre, regnava il contento per il fratello ricuperato e felice; e la fronte grave del vecchio infermo, esprimeva la calma e la gioia di vedere assicurato l'avvenire de' suoi figli. Egli stese al nipote la sola mano che poteva muovere, e gli disse piangendo: --Dio ti benedica! figlio mio, Dio ti benedica! Ma le fanciulle non saltarono al collo del loro giovane parente; non lo baciarono come quando era tornato dal campo. Gli parlarono con affetto e con una gratitudine rispettosa; ed egli fin d'allora sentì d'essersi fatto prete. Rimase pochi giorni in famiglia, poi, col cuore addolorato, ma coll'anima forte, partì pel Seminario, mentre Vincenzo, seguendo lo slancio del suo carattere impetuoso ed avido d'emozioni, tornava ad arruolarsi, ma questa volta nella milizia regolare, per fare la carriera del soldato. Per un anno Vicenzino studiò assiduamente, e, nelle aride discipline della teologia morale e dogmatica e del diritto canonico, cercò un contrasto alle calde aspirazioni ed ai rimpianti del suo giovane cuore. Ma a vent'anni passati, quella vita di reclusione, quell'esistenza in comune con una frotta di giovani cresciuti in convitto, che avevano tutte le ingenuità e tutte le malizie dei collegiali, che si compiacevano di giuochi puerili, di pettegolezzi insulsi, era, per la natura gentile di Vicenzino, qualche cosa di irritante, che eccitava più che mai i suoi nervi già tesi. Quelle risate goffe, quei discorsi scuciti, offendevano il sentimento d'abnegazione sublime e grave che gli riempiva il cuore. E la fede cieca ed il fervore religioso, vero o apparente, che lo circondavano, non trovavano eco in lui. Sentiva di non aver intorno nessuno che potesse comprenderlo, e si racchiudeva tristamente in sè stesso. La notte poi, quando tutti dormivano in quelle lunghe file di letti bianchi che parevano tombe, ed egli solo vegliava alla luce scialba d'una lanterna, che proiettava negli angoli delle ombre paurose, sotto il grande Cristo scarno che biancheggiava in alto colle braccia lungamente stese sul fondo nero della croce, gli pareva di trovarsi vivo in un cimitero, lo coglieva un senso d'abbandono e di morte, sentiva che non era più di questo mondo. E tuttavia questo mondo esercitava il suo fascino potente sulla sua fantasia; ed il povero giovane subiva lotte crudeli, tentazioni di ribellione, che lo impaurivano. E si metteva più accanito allo studio, per consacrare al più presto con un voto solenne, quella risoluzione che la foga della gioventù faceva ancora vacillare. Appena ebbe compito il ventunesimo anno, prese il suddiaconato, e fu irrevocabilmente prete. Allora, non avendo più nulla a temere dalla propria debolezza, si sentì più calmo. L'idea alta del dovere lo rassicurava, e potè dedicarsi con tutta la sua intelligenza allo studio. A 22 anni e 6 mesi, ottenne di ricevere il presbiterato, e poco dopo lasciò il Seminario, ed in capo a pochi mesi, ebbe la fortuna d'essere collocato come viceparroco nella parrocchia stessa della famiglia Dogliani, dove il parroco già avanti negli anni, aveva bisogno un aiuto, per la parte più faticosa del suo ministero. Ed allora cominciò per Vicenzino la sua triste vita senza amore. La sola passione che gli era concessa, era quella del bene; ed egli metteva tutto il suo cuore nell'assistere i moribondi, nel soccorrere i poveri, nel sollevare gli spiriti abbattuti con parole di conforto e di fede. Ma non era un cattolico fervente, aveva idee liberali, e questo attenuava di molto agli occhi de' suoi superiori il merito del suo zelo. Egli però se ne consolava col pensiero di far vivere la sua famiglia adottiva col magro frutto delle sue prime fatiche, e colla rendita del suo beneficio. Ma anche questa nobile gioia doveva essergli amareggiata e resa difficile. Alla fine del 1870 la nuova legge sui beni ecclesiastici minacciò di sopprimergli il benefizio; e fu soltanto dopo una lite lunga e dispendiosa per rivendicarlo, che potè riaverlo, diminuito d'un terzo. Dovette cercare di dar lezioni in paese, farsi ripetitore presso vari studenti del liceo, per sovvenire ai bisogni della casa e del vecchio infermo. Tra i suoi doveri ecclesiastici e quelli d'insegnante, faceva una vita laboriosa, occupato tutte le ore del giorno, e spesso strappato al sonno la notte, per accorrere al letto di qualche ammalato. Quelle fatiche, nelle quali si esaurivano le sue forze giovanili, lo lasciavano prostrato, e la sua mente stanca non aspirava che al breve riposo che le era concesso. Così viveva relativamente tranquillo, troppo occupato per pensare ad altre eccitazioni, ad altre tempeste. Soltanto la presenza dell'Elena qualche volta lo turbava. Uno sguardo, una parola amichevole, bastavano a richiamargli al pensiero le dolci visioni d'avvenire ch'egli aveva vagheggiate altre volte, ed a gonfiargli il cuore di amarezza e di rimpianti. Ma, troppo onesto per abbandonarsi a quelle fantasie tentatrici, egli si consolava de' suoi sogni svaniti, pensando che una volta, nel segreto del suo cuore quella bella fanciulla bionda lo aveva amato. E quel vago ed innocente ricordo era la sola gioia della sua vita. A vent'anni la Laura venne fidanzata ad un giovane napoletano impiegato al telegrafo. Ci furono due mesi di agitazione insolita in casa. Gli apparrecchi pel corredo, i doni nuziali, i disegni d'avvenire, ed un po' il rincrescimento della separazione, perchè lo sposo doveva essere traslocato a Milano, occupavano straordinariamente le fanciulle. Poi c'erano le visite dello sposo, le sue tenerezze, i rossori espressivi della giovinetta, i loro colloqui a mezza voce. Vicenzino faceva la parte di vecchio parente; provvedeva a tutto, assisteva a quelle visite; pensava alle carte, alla richiesta al municipio, alle pubblicazioni, a tutto. Ma in quei giorni era triste e nervoso, e la sua alta missione di carità non bastava a consolarlo. La vigilia delle nozze, mentre gli sposi, colla mano nella mano, erano assorti in un lungo silenzio d'amore, la Maria che a diciotto anni aveva ancora tutta la spensieratezza d'una fanciulla viziata, disse all'Elena: --Perchè la Laura, che è più giovane, si marita prima di te? --Io non penso a maritarmi, rispose l'Elena. E c'era un accento di malinconia così profonda in quelle semplici parole, che Vicenzino si sentì tutto turbato. Essa lo aveva amato, aveva compreso il suo sacrificio, ed accettandolo pel bene de' suoi, s'era sacrificata con lui. Quando uscì per ritirarsi, nel silenzio della strada buia, il giovane prete alzò le braccia al cielo e ringraziò Iddio per quella gioia. Vincenzo doveva arrivare nella notte pel matrimonio della sorella, e quando vide l'amico la mattina seguente, gli trovò un aspetto così soavemente calmo, così sereno, che non ebbe neppure l'ombra d'un sospetto del sacrificio che gli aveva fatto, ed abbraciandolo allegramente gli disse: --Mio bell'arcangelo, eri proprio nato per essere prete. L'anno seguente si maritò la Maria, ed anche lei se ne andò fuori di paese. La casa divenne silenziosa e mesta, troppo vasta, per quel vecchio infermo e quella fanciulla. Vicenzino ci tornava ogni sera: il vecchio steso in una poltrona leggicchiava un giornale o sonnecchiava. L'Elena lavorava al suo tavolino, ed il cugino sedeva dall'altro lato, in faccia a lei, come una volta. Parlavano della salute del babbo, delle sorelle lontane, di Vincenzo che stava per passare ufficiale; erano tanti affetti comuni, tanti vincoli che li legavano. Vicenzino narrava de' suoi poveri, de' suoi malati, che l'Elena prendeva molto a cuore. La vita omai pareva facile e dolce al giovane prete, confortata da quella pura affezione fraterna, e dalla calda amicizia di Vincenzo. Omai le prove erano finite, le tempeste erano cessate; qualche anno ancora, poi Vicenzino prenderebbe il posto del vecchio parroco che pensava a ritirarsi, accoglierebbe i suoi due parenti nella casa parrocchiale, e vivrebbero assolutamente in famiglia. E quando, per disgrazia, dovesse mancare il sig. Dogliani, sarebbe passato del tempo, del tempo assai. I due cugini non sarebbero più giovani, avrebbero presa l'abitudine di vivere uniti, e potrebbero continuare a vivere così, come buoni fratelli, senza pericolo. E chissà, forse allora anche Vincenzo, stanco della vita militare, avrebbe ascoltato il consiglio del suo cuore affettuoso e riconoscente, sarebbe venuto a vivere presso il suo salvatore, con una sposa e dei bambini, riscaldando il suo triste focolare da prete colla vista di quella felicità di cui andava debitore a lui. Gli pareva di vederle, intorno alla sua mensa, le dolci testine bionde, e di udire la voce di Vincenzo a dirgli: --La gioia d'essere sposo e padre sei tu che me l'hai data.... Quella gioia Vicenzino se l'era strappata dal cuore per cederla al cugino; ma era contento del suo sacrificio, pensando che l'Elena l'aveva compreso e ne aveva accettata la sua parte, che aveva lei pure rinunciato ad esser sposa e madre, per esser fedele a quel primo raggio d'amore che le era balenato davanti un momento; e che il pensiero di lei tornava col suo, alla dolcezza di quel ricordo. XV. Così passarono due anni. L'Elena ne aveva ventitrè ed aveva già preso l'aspetto calmo ed un po' grave d'una zitellona. Si vedeva che aveva accettata la sua situazione, e, dal sorriso dolce e sereno che volgeva a suo padre ed a Vicenzino, dall'aria riposata colla quale badava alla sua casa e prendeva cura di loro, si comprendeva che era contenta; quei due affetti bastavano ormai al suo cuore. Vincenzo faceva tratto tratto delle visite a Santhià, e riempiva la casa del rumore allegro della sua spada e della sua voce gioconda. Era un bell'ufficiale, elegante, spiritoso, gaio; e Vicenzino s'aspettava di volta in volta la notizia del suo matrimonio. Non poteva tardare. Era per avere una famiglia che non aveva voluto essere prete, ed il cuore amoroso di Vicenzino si struggeva d'avere la sua parte di quella famiglia giovinetta. Intanto il vecchio parroco sentiva il peso di quei due anni di più, ed aveva rinunciato alla sua carica, che, dopo la Pasqua, doveva essere occupata da Vicenzino. Mancava poco più d'un mese all'avverarsi del melanconico sogno, lungamente vagheggiato, di trasportare il vecchio zio e la cugina nella casa parrocchiale, e di stabilirvisi in famiglia, pel calmo ed uniforme avvenire che li aspettava. Vicenzino si occupava delle riparazioni indispensabili alla casa, e ci metteva tutto il suo cuore. Ogni cosa era modesta anzi disadorna. Le mura erano bianche in tutte le stanze, senz'altro ornamento che pochi quadri sacri. La camera destinata al signor Dogliani era la sola in cui ci fosse il pavimento coperto da un tappeto, ed una sedia a bracciuoli. Ma l'austerità dell'addobbo era mitigata dai fiori che ornavano le finestre, dalla vegetazione abbondante che verdeggiava nel piccolo giardino, dalla prospettiva grandiosa dei monti lontani e dei colli, dall'aria pura e dal sole che entravano in abbondanza dagli ampi finestroni. Semplici com'erano, tanto lui che l'Elena, potevano vivere felici in quella parrocchia un poco isolata dal paese; e l'Elena avrebbe trovato modo di rendere elegante quella povera dimora, col modo grazioso di collocare un mobile, con qualche pianta verde, o soltanto colla sua presenza. Era circa la metà di marzo; le giornate erano già lunghe, ed un tempo costantemente splendido anticipava la primavera. Vicenzino era stato trattenuto a lungo presso un moribondo, e quella sera giungeva molto in ritardo in casa Dogliani. Contro le abitudini freddolose del vecchio, la porta a vetrate che dava sul giardino era aperta, ed una luce, insolitamente abbagliante, metteva come un gran quadro bianco in quella cornice vuota, che si disegnava sul fondo scuro della sera. Vicenzino, che era entrato appunto dal giardino per abbreviarsi la strada, pensò quale festa ricorresse il domani. L'Elena aveva l'abitudine di festeggiare le solennità con qualche improvvisata la sera della vigilia per compensare Vicenzino delle maggiori fatiche che doveva sostenere in quelle circostanze. Gli suonava qualche bel pezzo di musica sacra sul pianoforte, gli faceva trovare tutta una tavola coperta di fiori, che poi disponevano insieme per la sua chiesa, dei ricami o delle trine fatte da lei per le tovaglie del suo altare. Ma no. Il domani non era che la quarta domenica di quaresima.... Cosa poteva essere quella novità? Vicenzino entrò sorridendo, malgrado il suo aspetto stanco e abbattuto, come per andare incontro alla lieta novella. Ma non c'era nulla di nuovo. Soltanto la due grandi lampade del camino erano accese, e, sulla credenza, c'erano ancora delle posate, dei piatti di dolci e di frutta, delle bottiglie, come quando c'è stato un invito a pranzo. --Delle novità questa sera? domandò Vicenzino all'Elena che gli era andata incontro fino alla porta. --O, delle grandi novità...., rispose la fanciulla con un accento tutto nuovo. Egli la guardò come per interrogarla, e la vide colorita in volto, cogli occhi luccicanti, e con una bella rosa nei capelli. --Che cos'è? Cos'è stato? È tornato Vincenzo? tornò a dire Vicenzino. No, non ancora. Il babbo ti dirà..., disse l'Elena mettendogli una sedia accanto alla poltrona del signor Dogliani. Poi se ne andò al pianoforte che era aperto, e si mise a suonare un minuetto, con dei -pianissimo- che sfumavano come un profumo lieve di viola, e degli -andante- che parevano scoppi di risa. Vicenzino, meravigliato di quella musica tutt'altro che quaresimale, domandò allo zio: --Ma si può sapere che bella cosa è accaduta, che qui si fa festa? --O, la festa non è per noi, mio caro Vicenzino, sospirò il vecchio. Noi resteremo soli, non avrai più che questo povero vecchio infermo nella tua bella casa parrocchiale.... Vicenzino si sentì impallidire, e non ebbe la forza di parlare. L'infermo riprese: --La nostra Elena se ne va anche lei. --È capitato uno sposo? disse Vicenzino tutto tremante. --O, è un pezzo che è capitato. Sono sette anni che lo aspetta. Era nelle Indie... Vicenzino si alzò come per andare a congratularsi colla cugina, ma in realtà per nascondere il tremito che lo scoteva tutto. S'avviò lentamente, si fermò a guardare in giardino, poi chiuse le vetrate, mormorando che l'aria era troppo fresca per lo zio; e finalmente, pallido ancora ma padrone di sè, andò a sedere presso l'Elena, e le domandò: --Dunque avevi un segreto? --Sì, disse l'Elena voltandosi a guardarlo coi suoi begli occhi limpidi. Ma non devi lagnarti, perchè ne profittavate tutti. Era il segreto del mio buon umore, della rassegnazione con cui vedevo passare gli anni e partire le mie sorelle. Ero certa che sarebbe tornato. --Da sette anni? balbettò Vicenzino. --Sì. Da quando tu eri a Vercelli col tuo povero babbo. Egli passò quell'anno qui in permesso; s'era ammalato nel suo primo viaggio al Giappone.... --È in marina? --Sì; nella marina mercantile. --Ah, era per questo che amavi tanto i libri di viaggi, i vasti orizzonti, i quadri di marina.... --Sapevo che quella sarebbe un giorno la mia vita. --Ma eri certa fin d'allora che pensava a te, che sarebbe tornato? --Ero certa del suo cuore come lo sono del tuo, rispose l'Elena con tutta la fede del suo forte amore, senza dubitare della pena che poteva fare al povero prete quel confronto. --In sette anni non hai mai avuto un dubbio? domandò ancora Vicenzino aggrappandosi ad un'ultima speranza, che, almeno in un'ora di dubbio, quel giovane cuore si fosse rivolto a lui. --Mai. Disse risolutamente l'Elena. Se avessi dubitato di lui sarei morta. Vicenzino si sentì morire in cuore l'ultima gioia. Non lo aveva amato mai; non lo aveva compreso; non era per lui che era rimasta fanciulla. Era per un altro! Anche il suo passato, il solo ricordo che lo consolasse, il solo raggio d'amore della sua vita, era spento. Ebbe uno di quegli impeti di dolore irresistibili, che possono sopraffare anche le anime più forti. Riaperse la porta del giardino, ed uscì a capo scoperto nell'oscurità. L'Elena credette che volesse passeggiare un poco per continuare il suo interrogatorio, e, devota alla sua autorità da fratello prete, si alzò per seguirlo. Ma egli camminava a passi concitati e s'era già perduto nel buio della notte. --Vicenzino non sembra contento del mio matrimonio, disse l'Elena rientrando presso il padre, e spingendo la sua poltrona a ruote per condurlo a coricarsi. Il vecchio scosse il capo bianco, e sospirò: --Gli è che la vita sarà triste per noi. Quanto a me sono vecchio, pazienza. Ma lui ha ventisei anni.... XVI. Però il giorno dopo Vicenzino rassicurò l'Elena. Quella sera era stanco, e triste per aver assistito fin allora un moribondo. Ma era contento della sua felicità, oh, tanto contento. La sua pallidezza e gli occhi infossati confermavano che infatti era stanco. L'Elena si tranquillò, e la sera stessa gli presentò il suo sposo. Vicenzino fece per lei quanto aveva fatto per le altre cugine. Soltanto, in quei giorni quaresimali, vicino alla Pasqua, colla nuova casa da ordinare, era tanto occupato che di rado poteva passare la sera cogli sposi. E mentre essi deploravano la sua assenza, egli, solo nel suo studio squallido come una cella da frate, si sforzava di leggere o di studiare, ma rimaneva sempre cogli occhi fissi senza veder nulla, mentre le lagrime gli sgorgavano sulle pagine. Vincenzo, che giunse in paese pochi giorni prima delle nozze, trovò il cugino molto abbattuto. Ma la sua venuta fece tanto piacere a Vicenzino, che presto le traccie della sua stanchezza scomparvero. Fu soltanto un po' commosso il giorno della cerimonia nel benedire gli sposi, e dovette scusarsi di non fare nessun discorso di circostanza in causa di quel suo malessere nervoso, per cui alla menoma lettura, alla menoma parola un po' tenera, si turbava fino al pianto. --Resterò io a finire il mio permesso qui per farti guarire, disse Vincenzo abbracciandolo allegramente. Io non dico parole tenere. Ed infatti, partita anche l'Elena, il suo umore gioviale era la sola cosa che mettesse un po' di vita in quella casa deserta. Erano già traslocati nella casa parrocchiale, ma parecchie camere rimanevano chiuse. Vicenzino le aveva preparate per l'Elena. Durante il soggiorno di Vincenzo a Santhià, il giovane prete si sentì riscaldare il cuore da quell'amicizia che aveva riempita tutta la sua gioventù. E gli rinacque la speranza di vedersi crescere intorno i bimbi dell'amico, di aiutarlo ad allevarli ed istruirli, di trovare un pascolo pel suo cuore amoroso in quei nuovi affetti. Vincenzo non ne parlava mai. Forse aveva anche lui un segreto come l'Elena. Forse se lo chiudeva nell'anima come lei fin dal giorno in cui aveva preferito morire che vivere senz'amore. Ma Vicenzino aveva bisogno di quel conforto ora che l'amico stava per lasciarlo; ed il giorno della sua partenza gli disse: --Quando tornerai? --Chissà! rispose Vincenzo. C'è un tratto da Napoli a qui. Quando potrò avere un permesso un po' lungo.... --E.... tornerai solo? domandò Vicenzino esitando. --Come, solo? ripetè l'altro. Poi, ad un tratto indovinando dal sorriso di Vicenzino cosa aveva voluto dirgli, esclamò con una risata: --Ah! no no. Dio mi scampi! voglio la mia libertà. Il matrimonio non lo desiderano che i preti, perchè non lo possono fare. Vicenzino sentì un brivido corrergli per tutto il corpo. Era per questo che si era sacrificato! Gli anni passarono lenti, monotoni, tristi nella casa parrocchiale. Il vecchio s'andò lentamente spegnendo, perdendo ogni giorno una parte delle sue facoltà, finchè chiuse gli occhi, ed il giovane parroco rimase solo. Solo a trent'anni, senza fervore religioso per riempirgli il cuore, camminando faticosamente sull'arida via del dovere. Il suo aspetto concentrato e mesto non gli ravvicinava i cuori. Tutti lo rispettavano, era circondato di stima, ma non aveva amici. Era sempre pallido e magro, la sua persona alta e fine s'incurvava come quella d'un vecchio, ed i capelli biondi cominciavano ad incanutire. In paese dicevano che si distruggesse a forza di macerazioni e digiuni devoti. Lo credevano un santo: nessuno sapeva che era un martire. Qualcuno cominciò a dire che era di quei cristiani entusiasti, di cui si fanno i missionari. Altri ripeterono che voleva farsi missionario. La voce finì per diffondersi in paese: «Il parroco va in missione alle Indie.» Vicenzino lo seppe, ma non aveva la vocazione nè l'energia per quell'impresa. E continuò la sua vita monotona, triste, solitaria. Un giorno, dopo cinque anni, l'Elena gli scrisse una lettera disperata. Suo marito era morto di febbre gialla sul bastimento che li riconduceva in Italia. Era sbarcata a Genova con un bambino. Non aveva coraggio di vivere fra la gente; il movimento della città la spaventava. Gli domandava di accoglierla. «Sarò la custode della tua casa, e tu alleverai il mio povero Vicenzino. Mi perdonerai il mio immenso dolore. Non sarò una compagnia piacevole come altre volte; ma ti compenserò col mio affetto della tua grande bontà, e tu m'insegnerai colla tua fede a rassegnarmi...» Fu l'ultimo sfogo di passione, l'ultima convulsione di pianto, che scosse l'anima forte e combattuta di Vicenzino. L'ultima lotta della sua vita. Rispose all'Elena. «Non sai che mi faccio missionario? È un pezzo che nessuno ignora questo mio disegno in paese. Non ho più casa da offrirti. Colla prossima missione partirò per le Indie. Saluta Vincenzo, e digli che si faccia una famiglia anche lui. È triste invecchiar solo.» FINE. INDICE Psicologia comparata Una confessione Vite squallide Le briciole d'Epulone Le affittacamere Fede Tre paia d'alari Nell'azzurro Senz'amore 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945