domenica, sperava di averlo un momento solo con sè, e di rivelargli
quel segreto che non poteva più contenere.
--Sarà la prima confessione che riceverà, pensava; e mi sembrerà
d'essere già unito a lei quando mi avrà ascoltato....
Il venerdì, dopo pranzo, si era trovato solo coll'Elena presso il
solito tavolino, che gli richiamava tante dolci memorie. Parlavano di
Vincenzo, del gran giorno dell'ordinazione; ma Vicenzino era
distratto. Dalla finestra aperta la luce chiara batteva sul capo
dell'Elena, ed un leggero soffio d'aria le agitava i riccioli sulla
fronte e sul collo. Egli la guardava avidamente, pallido, tremante, e
ripensava il bacio di quelle labbra che aveva sentito sulle guancie la
sera del suo ritorno.
--Non l'hai osservato anche tu? domandò la Elena che aveva parlato fin
allora della tristezza misteriosa di Vincenzo.
--Che cosa? rispose Vicenzino che, assorto nella sua estasi d'amore,
non aveva capito nulla. L'Elena lo guardò meravigliata, co' suoi
grandi occhi grigi e limpidi. Ma, all'incontrare quello sguardo,
Vicenzino si fece rosso come una fiamma, e, sentendo di non poter
tacere più a lungo, si alzò ed uscì in giardino.
Passeggiò un pezzo, agitato, nervoso, commosso, ma profondamente
felice. Gli era sembrato di leggere una speranza in quegli occhi
grigi. Non aveva più che un giorno da aspettare, poi potrebbe parlare
del suo amore; parlarne a lei. Vincenzo glielo avrebbe permesso. Si
figurava quel momento, ripeteva fra sè: «O Elena, quanto ti amo!...»
In quella vide uscire in giardino la piccola Maria con una lettera in
mano. Mentre si avanzava verso di lui per consegnargliela, guardava la
soprascritta e diceva, come se parlasse tra sè:
--Sembra la mano di Vincenzo; ma non può essere perchè non viene da
Novara. Non viene neppure dalla posta; l'ha portata un contadino.
Però quella lettera era proprio di Vincenzo. Anche Vicenzino
nell'aprirla pensava: «Come mai non viene da Novara?» Ma appena n'ebbe
scorse poche righe, gridò:
--Ah per Dio! poveri noi!
E, respingendo la bambina che gli stava curiosamente dinnanzi, prese
la rincorsa ed uscì senza cappello, correndo come un matto.
Quella lettera era il solito addio dei suicida, e cominciava colla
solita frase:
--«Quando riceverai questa lettera avrò cessato di vivere». Poi
spiegava disordinatamente le sue ragioni: «Non posso ricevere gli
ordini maggiori senza commettere un sacrilegio; e d'altra parte non
posso rinunciare alla carriera ecclesiastica perchè ridurrei mio
padre, che si fa vecchio e malaticcio, alla miseria. Capisco che la
mia morte non rimedia a nulla, ma non ho il coraggio di vivere. Non ho
voluto rientrare in seminario. Ho errato tutti questi giorni per la
campagna come un'anima in pena, cercando la soluzione al terribile
problema della mia vita; ma non l'ho trovata. Non so far nulla, non
sono in grado di guadagnar nulla. Dopo aver rovinato mio padre ne'
suoi ultimi anni, dovrei vivere a sue spese. Vedi che non è possibile;
sarebbe una vergogna, un delitto. Preferisco morire...»
Vicenzino fermava tutti i contadini che vedeva per domandare
affannosamente, fremendo d'impazienza:
--Sei tu che hai portata questa lettera a casa Dogliani?
Tutti dicevano di no; ed egli correva, di su, di giù, come un matto,
agitando la lettera in alto, guardando tutti supplichevolmente, e
gridando:
--Chi l'ha portata? Ma chi l'ha portata? Dove posso cercarlo? Mio Dio,
dove? dove?
Poi, mentre si avviava, sempre di corsa, per una strada che metteva
fuor dal paese, senza sapere dove andasse, si vide venire innanzi il
signor Dogliani seguito da un contadino, e l'udì gridare tutto
stupito:
--Ho trovato quest'uomo, che dice d'aver portata una lettera di
Vincenzo, che è a San Germano, all'albergo del Gallo...
--Ah! a San Germano! Sei chilometri! urlò Vicenzino; e via, con una
corsa disperata verso la strada maestra.
--Seguitelo, seguitelo; non vedete che impazzisce? gridava il signor
Dogliani tremando tutto sulle vecchie gambe. Intanto il contadino era
riuscito a raggiungere Vicenzino, e gli aveva strappata la lettera che
egli continuava ad agitare in alto senza sapere quel che facesse. Ma
non potè fermarlo.
Il signor Dogliani guardava quell'uomo venire verso di lui col foglio
in mano, e pareva che ne avesse paura. Quando l'ebbe preso fece per
leggere, ma era già troppo buio, e dovette accostarsi al lume d'una
bottega; mormorava:
--Che cos'ha? Cos'è accaduto?
Poi, quando ebbe cominciato a leggere, vacillò come un ubbriaco.
Scosse due o tre volte nervosamente il capo, ma continuò a leggere
cogli occhi fissi sul foglio, tremando a verga, e sussultanto di
tratto in tratto. Ma non gridava, non diceva nulla, e guardava sempre
il foglio.
I pochi contadini che, allarmati dalle smanie di Vicenzino, si erano
fatti intorno al vecchio, furono pronti a sorreggerlo quando barcollò,
e videro che aveva gli occhi vitrei come impietriti e non leggeva più
da un pezzo.
XI.
Intanto Vicenzino proseguiva la sua corsa sfrenata, fremendo all'idea
di non giungere in tempo, singhiozzando, smaniando ad alta voce. Dopo
un tratto vide venire una carrozza, e le si precipitò contro a rischio
di farsi sfracellare, gridando colla voce strozzata dall'ansimare
violento:
--Lasciatemi salire; presto; bisogna che io sia a San Germano fra un
quarto d'ora.
Era la carrozza di una famiglia signorile di Santhià; il cocchiere
conosceva il piccolo Dogliani, l'-americano-, e lo tirò su quasi senza
fermare, dicendo:
--Perchè non pigliare la strada ferrata, se aveva tanta fretta?
A quel pensiero Vicenzino si cacciò le mani nei capelli e mise un
grido furioso.
«Aveva lasciato morire il cugino per la sua balordaggine!» Come mai
non aveva pensato alla strada ferrata? Era impazzito di certo...
E fece per balzar giù dalla carrozza, come se volesse prendere il
treno. Davvero il dolore e lo spavento lo facevano delirare. Il
cocchiere lo trattenne, e, un po' colle buone, un po' colla violenza,
riuscì a persuaderlo che il treno era passato da mezz'ora, per
conseguenza prima che egli avesse ricevuta la lettera di Vincenzo. Era
commosso anche lui da quella disperazione, e frustava i cavalli senza
pietà, e li faceva volare addirittura sulla strada maestra. Ma
Vicenzino si impazientiva di rimanere inerte in carrozza; batteva i
piedi furiosamente, si mordeva i pugni, si strappava i capelli.
Appena vide il campanile della chiesa di San Germano, cercò un'altra
volta di buttarsi giù, come per arrivare più presto all'albergo; ma il
cocchiere lo frenò ancora giurandogli che arriverebbero prima colla
carrozza; ed infatti, dopo due minuti, si fermava all'albergo del
Gallo, dove Vicenzino saltò nell'atrio e infilò la scala, senza neppur
aver aperto lo sportello della carrozza.
L'oste corse fuori dalla cucina, e gli gridò dietro:
--Dove va? Eh, signore, dove va? E l'altro, senza fermarsi:
--C'è qui mio cugino; un giovane che si è chiuso in camera per
uccidersi; se pure non s'è buttato in acqua.... Presto, presto, per
carità!...
Fu un allarme generale. Oste, ostessa, tutta la famiglia, tutto il
vicinato invase la scala e si avventò all'uscio dell'unico ospite
dell'albergo.
--Ha detto che si coricava presto perchè non istava bene.....
borbottava l'oste tutto impaurito. Chi poteva pensare?...
L'uscio non era neppure chiuso a chiave. Vincenzo sapeva che in quella
modesta locanda di villaggio non c'era caso che i camerieri entrassero
a sorprenderlo. Il povero giovane era steso sul letto, colle vene dei
polsi aperte, pallido, freddo, morto. Il braccio destro pendeva giù
dal letto, ed il sangue sgocciolava ancora per terra. Il sinistro era
steso lungo il fianco ed immerso nel sangue che aveva inzuppate
lenzuola e coperte. Ma un grumo che si era fermato sulla ferita aveva
arrestato l'emorragia.
--Oh mio Dio! Se gli fosse rimasto tanto sangue da farlo rivivere!
esclamò Vicenzino; e, mentre fasciava stretto l'altro braccio,
gridava:
--Chiamate il medico, il farmacista, chiunque può aiutarlo.
L'oste spinse un ragazzo fuori dell'uscio, dicendogli:
--Va, corri.
Ma si strinse nelle spalle sfiduciato, e tutti crollavano il capo.
Quel giovane era morto.
La voce di una tragedia all'albergo del Gallo, era già corsa da un
capo all'altro del paese; e il medico, che passava la serata in
farmacia, si era affrettato spontaneamente, e s'avviava su per le
scale, appunto quando il ragazzo scendeva in cerca di lui. Lo respinse
per salire più presto, ed entrò affannato nella camera, domandando:
--Cosa c'è? Cos'è stato?
Tutti si scostarono per lasciarlo avvicinare al cadavere; ma appena
egli lo vide, gridò:
--Per Dio! è troppo tardi. L'avete lasciato morire!...
--No, no! urlò Vicenzino. Senta, non può essere morto. Guardi; qui il
sangue si è rappreso.
Il medico esaminò il povero giacente, gli applicò un orecchio sul
petto, e rimase quasi un minuto oscultando; quando si rizzò, il suo
volto non esprimeva nulla di consolante. Strinse forte il torace del
paziente, lo scosse ripetutamente, poi oscultò di nuovo. Nella camera
regnava un silenzio solenne. Tutti gli occhi erano fissi sul medico.
Vicenzino, che lo spiava più avidamente di tutti, appena lo vide
risollevare il capo, mise un grido di gioia. Infatti il medico disse:
--C'è un battito lievissimo, irregolare, ma c'è. E subito prendendo il
moribondo per le spalle, lo tirò sino alla sponda del letto, e gli
abbassò il capo fin quasi in terra, poi si mise a stropicciargli forte
tutto il corpo. Dopo alcuni minuti la pelle cominciò ad arrossire un
pochino, e le pulsazioni si fecero più distinte. Ma il malato era
talmente dissanguato, che non ricuperava i sensi. Il rum, l'etere,
tutti i cordiali portati sollecitamente dal farmacista, non riescirono
a farlo rinvenire.
--Povero giovane, disse il medico; questo non è di quelli che si
suicidano soltanto un poco per commuovere la gente. L'ha fatto sul
serio.
--Ma non morrà? implorò Vicenzino. Non è possibile, non deve morire!
Il medico si strinse nelle spalle, ed applicò al paziente due
vescicanti che aveva fatti preparare. Sotto l'azione di quella prova
dolorosa, Vincenzo ebbe un lieve sussulto, e poco dopo mosse una mano,
come per portarla alla parte dolente.
Ma non fu che un cenno, a cui le forze non risposero, e, dalla bocca
aperta, non uscì alcuna, voce. Tuttavia la respirazione si era fatta
quasi regolare, e, dopo circa mezz'ora di cure energiche, Vincenzo
aperse gli occhi e fissando le pupille dilatate sul volto di Vicenzino
che gli stava dinnanzi, parve riconoscerlo.
Tuttavia la sentenza del medico non fu consolante.
--Ha perduto troppo sangue, disse; è impossibile che si riabbia da sè.
Soltanto la trasfusione potrebbe salvarlo.
Vicenzino si rizzò, impetuoso ed ardente come un eroe che corre al
sacrifizio, gridando:
--Oh il mio sangue, tutto il mio sangue per lui!
Ma anche questa volta il suo eroismo fu inutile.
L'oste possedeva un agnello, ed il medico preferì aprire le vene di
quella bestia, che quelle di un essere umano, il quale non sembrava
neppur averne di troppo. L'operazione fu fatta con rapidità, e
l'effetto ne fu quasi immediato.
L'infermo mise due o tre gemiti, girò gli occhi intorno, fece un lieve
cenno di saluto a Vicenzino, ingoiò qualche cucchiaio di marsala, poi
ricadde in un assopimento profondo ma tranquillo. Allora il medico
dettò le prescrizioni per la notte; brodo ristretto, vino, cordiali,
ed il più assoluto riposo; poi si ritirò, promettendo di tornare il
mattino, e lasciando buone speranze.
Vicenzino rimase solo dinnanzi a quell'ombra dell'amico adorato, del
fanciullo forte e felice, che era andato a cercarlo nel suo abbandono,
che gli aveva dato una casa, una famiglia.
XII.
Vicenzino stette un pezzo accanto al letto, contemplando quel bel
volto di una pallidezza marmorea, quegli occhi profondamente
infossati, curvandosi coll'orecchio sulle labbra di Vincenzo per
udirne il respiro lieve come un soffio. Oh! era così felice di poter
udire quel respiro! Era stato lui che glielo aveva dato. Gli pareva
che Vincenzo gli appartenesse come cosa sua, dopo che, in un modo
qualunque, aveva contribuito a richiamarlo alla vita. Provava un
sentimento grave di responsabilità, come se omai toccasse a lui di
render conto al mondo della felicità di quell'esistenza che aveva
voluto ad ogni costo strappare alla morte. La sua amicizia si
riscaldava d'una tenerezza protettrice, paterna. Sentiva un gran
desiderio di togliere all'immobilità quella creatura che aveva un po'
messa al mondo lui, di abbracciarla, di farla parlare, di sentirla
vivere. Dovette allontanarsi per resistere alla tentazione.
Pian piano, camminando in punta di piedi, andò a sedere accanto alla
finestra aperta. Nell'immenso buio di quella notte soffocante
d'agosto, nel silenzio profondo del villaggio addormentato, la sua
fantasia da poeta evocava come un'oasi laggiù, lontano, la casa di
Santhià, coi vetri delle finestre scintillanti al sole, e la porta
aperta, e sulla soglia il bel vecchio coi capelli bianchi, e le
fanciulle sorridenti, e tutte le braccia stese verso di lui, portatore
della lieta novella. Si ricordava tremando il bacio dell'Elena
quand'era tornato dal campo. Ora tornava da ben altra battaglia. Aveva
lottato colla morte e riconduceva un figlio a suo padre.
Ad un tratto, un pensiero terribile gli balenò alla mente. Quale
sarebbe ora l'avvenire di Vincenzo? Aveva voluto uccidersi per non
farsi prete, ed era per rimetterlo in quella condizione odiosa ch'egli
l'aveva salvato? Salvarlo dalla morte non era più un bene, se non
poteva anche salvarlo da quel destino che gli faceva orrore, se non
poteva renderlo felice. A queste riflessioni gravi e penose, il
sentimento di responsabilità si faceva sentire potentemente nel cuore
onesto di Vicenzino, e lo turbava come una minaccia.
Ne' suoi tre mesi di vita militare Vincenzo si era lasciata crescere
la barba che, con quel pallore da moribondo, con quelle traccie di
patimento sul volto, gli dava l'aria di un Nazzareno. La fantasia
eccitabile di Vicenzino se lo figurava nei giorni di tortura che aveva
passati errando solo per la campagna, implorando come Cristo:
«Allontanate da me questo calice», quando per allontanarlo si era
rassegnato a morire a ventun'anni, nel fiore della gioventù e della
salute. Ed egli, l'amico fedele, il parente vincolato da tanta
gratitudine, era andato a cercarlo nella pace fredda della morte, per
dirgli: «Sorgi, povero spirito abbattuto dalle lotte, ricomincia a
lottare; povero corpo sfinito dalla emorragia, torna a curvarti sotto
la tua croce». No. Questo non poteva essere. Sarebbe stato crudele.
Bisognava ad ogni costo che Vincenzo, ricuperando i sensi, potesse
consolarsi di essere tornato alla vita, e non maledirla un'altra
volta.
Ma come fare? Come? Persuadendo il signor Dogliani a perdere il
benefizio? Non sarebbe stato difficile, perchè amava molto suo figlio,
e non avrebbe voluto punto sacrificarlo. Ma poi, come avrebbe vissuto,
povero vecchio? Vincenzo l'aveva detto: doveva immolare sè stesso, o
condannare suo padre alla miseria. Essere un cattivo prete o un figlio
ingrato.
Vicenzino ripetè a sè stesso tutta la storia del passato. La
generosità dello zio pe' suoi genitori, la loro sconoscenza, e (nel
segreto del suo cuore lo diceva con amarezza) la loro slealtà. Si
rammentò la devozione riconoscente ed il desiderio profondo di
espansione che avevano travagliata la sua infanzia sentimentale ed i
sacrifici che avrebbe voluto fare per dimostrare a quei parenti la sua
gratitudine. Con che cuore avrebbe dato la vita per loro!
Ebbene, ora era venuto il momento di mostrarsi grato, di compensare
benefizio per benefizio. Era venuta l'ora d'essere eroico. Ma non si
trattava di buttarsi in Po, di ricevere un colpo di fucile nel petto,
di quegli atti di devozione istantanei che si compiono in un
eccitamento di passione e durante un attimo. Era un eroismo di tutti i
giorni, di tutte le ore, che il suo gran cuore generoso suggeriva alla
sua immaginazione atterrita. Era l'immolazione della sua libertà, del
suo avvenire, delle sue aspirazioni, delle sue speranze. Della sua
libertà, che si sentirebbe vincolata in tutti gli istanti della sua
vita, del suo avvenire condannato a battere tutt'altra via di quella a
cui tendevano le sue aspirazioni, delle sue speranze, che gli
sorgerebbero ogni giorno impetuose nel cuore, per essere di nuovo ogni
giorno con una lotta violenta respinte e soffocate.
Doveva prendere per sè il calice che Vincenzo aveva voluto
allontanare, la croce sotto la quale era caduto: una vita senza amore.
Doveva farsi prete.
Il benefizio, per volere del testatore, in caso che il ramo
primogenito dei Dogliani non avesse un figlio prete, doveva passare ad
un figlio del ramo secondogenito, che volesse abbracciare la carriera
ecclesiastica. E, soltanto nel caso che anche questi mancasse, il
capitale sarebbe passato ad un'opera pia. Egli solo dunque era come
fatalmente indicato, per risolvere la situazione dolorosa che aveva
portato il carattere violento di Vincenzo ad un partito disperato.
Anche l'anima generosa di Vicenzino si ribellava a quell'immenso
sacrificio. I suoi vent'anni l'impaurivano; il pensiero dell'Elena lo
faceva piangere.
E pianse lungamente, scosso da forti singhiozzi, un pianto amaro,
disperato. Aveva sempre dinanzi al pensiero il giorno in cui Vincenzo
era andato a cercarlo alla fattoria, orfano, solo, miserabile, e
l'aveva condotto a suo padre; e questi, aprendogli la sua casa, gli
aveva detto: «Entra.»
Sentiva che doveva tutto in compenso di quella generosa ospitalità;
eppure rimaneva perplesso, raccapricciava dinanzi all'audacia di
quella risoluzione.
Prima dell'alba s'udì un rumore affrettato di zoccoli, ed un
contadinello portò un biglietto desolato dell'Elena.
Il signor Dogliani, riportato in casa la sera come svenuto, era stato
colpito poco dopo da un attacco d'aploplessia. Soltanto molto tardi
nella notte aveva ricuperato i sensi e la parola, ma tutto il lato
destro era rimasto paralizzato. Il medico aveva detto che, quando pure
potesse guarire, sarebbe infermo pel resto de' suoi giorni. Intanto
stava ancora assai male, e le figlie, che lo curavano tremando per la
sua vita, non potevano abbandonarlo, neppure per correre presso
l'altro malato di San Germano, altrettanto caro.
Erano tutti ansiosissimi per Vincenzo. Sapevano appena dal cocchiere
che aveva condotto Vicenzino, che non era morto. Il povero vecchio non
faceva che disperarsi all'idea di perdere il figlio, e di lasciare le
figliole nella miseria; non v'era modo di calmarlo....
Dinanzi alla scena straziante che gli presentava quella lettera, le
esitazioni di Vicenzino cessarono. Con un sospiro, che gli veniva dal
fondo del cuore, gemette: «È necessario.» E scrisse all'Elena un
biglietto che le mandò dallo stesso contadino:
«Vincenzo è fuori di pericolo; vivrà, e sarà felice. Rassicura il
babbo; non sarete nella miseria; il beneficio che Vincenzo perde lo
acquisto io; rimane nella famiglia, dacchè tuo padre m'ha accolto come
un figlio. -Sarò io il fratello prete.-»
Era la prima lettera che scriveva all'Elena; ed era per chiamarsi il
fratello prete! le lagrime gli oscuravano la vista, e cadevano grosse
e fitte sulla carta; eppure a lui pareva di compiere un dovere
inevitabile, di fare una cosa naturale. Pensava: «Chiunque nel caso
mio farebbe lo stesso.» Era della creta di cui si fanno gli eroi.
XIII.
Quando, un'ora dopo, alla luce bianca e melanconica dell'alba,
Vincenzo si svegliò e gli sorrise, Vicenzino era ancora pallido ed
abbattuto, ma non piangeva più, ed il suo volto era calmo. Vincenzo si
guardò intorno trasognato, ingoiò avidamente il brodo ed il vino che
Vicenzino gli porgeva; poi, a poco a poco, il suo sorriso si dissipò e
l'espressione del suo volto si fece ansiosa. Gli tornava la memoria, e
con essa tornavano tutti i dolori della vita. Mise un gran sospiro,
gli si empirono gli occhi di lagrime, e sussurrò:
--Perchè non m'hai lasciato morire?
Era la parola dolorosa che Vicenzino s'era immaginata di udire, ed
alla quale s'era preparato a rispondere col sacrificio di tutto il suo
avvenire. Ma s'era preparato con coraggio, e la sua risoluzione era
ferma. Gli rispose con la voce un po' commossa, ma semplicemente, e
sforzandosi di sorridere:
--Perchè hai prese le cose troppo tragicamente, amico. Se non ti
sentivi proprio di farti prete, perchè non dirlo? Sai pure che a tutto
c'è rimedio, fuorchè alla morte.
--Non a tutto. Ricordati l'uggiosa circostanza del benefizio che mio
padre perderebbe. E con che potrebbe vivere, alla sua età? Sai ch'io
non sono in grado di guadagnar nulla per ora, e chissà fin quando; tu
stesso dovrai andare soldato fra poco, e non potrai aiutarlo....
--Ma se tu lasci il beneficio, sono io che lo eredito. Ed allora non
andrò più soldato, e tuo padre vivrà quasi come vive ora....
--Ma tu neppure vuoi esser prete! esclamò Vincenzo. Tu me l'hai
detto....
--Non avrei voluto altre volte, riprese Vicenzino, chinando il volto
sulle mani dell'amico per nascondere la sua agitazione, e parlandogli
sommesso all'orecchio. Ma, dacchè ho provato ad uscire dal paese, a
vedere un po' di mondo, ho compreso che il movimento, il tumulto, le
passioni violente, non sono fatti per me....
Il cuore gli batteva da schiantargli il petto, aveva la gola arsa e le
labbra tremanti. Posò la bocca sulla mano di Vincenzo, e la baciò
devotamente per prender coraggio e per non alzare il capo.
Vincenzo, nella sua estrema debolezza, era come abbagliato da quella
rivelazione, e, senza poter cercare di vederci più chiaro, disse
pensosamente carezzando il capo dell'amico:
--E vorresti farti prete?
--Sì, sussurrò dolcemente Vicenzino colla voce affannata e rotta dalle
pulsazioni violente del cuore. Prenderò il tuo posto al Seminario. Sai
che so il latino; che ho studiato un po' di tutto; è la mia vocazione
lo studio.... Fra un anno, potrò prendere gli Ordini maggiori....
Sentì che un singhiozzo gli soffocava le parole in gola e non disse
altro. Vincenzo fece uno sforzo per mettersi a sedere sui letto. Poi
sollevò con tutte e due le mani il capo di Vicenzino, e guardandolo in
faccia gli disse:
--Ma non pensi che hai vent'anni, e che la vita è lunga? Che sarai
morto a tutte le gioie? Che non avrai mai una famiglia?
Vicenzino impaurito da quello sguardo, aveva fatto uno sforzo violento
sopra sè stesso, ed era riescito a dominare la sua commozione. Potè
rispondere col suo sorriso dolce, che, da adolescente, lo faceva
paragonare ad un arcangelo:
--Non siete voi altri la mia famiglia? Cercherò di essere non
collocato lontano da voi; e voi mi amerete un poco....
--Io ti adoro, noi ti adoreremo tutti, insistè Vincenzo. Ma non basta
per un uomo giovane....
Prima che dicesse di più, Vicenzino s'affrettò a rispondere a quel
pensiero, che temeva di sentirgli esprimere, e che gli straziava il
cuore:
--Io non ho amori. Poi si alzò, ed andò ad affacciarsi alla finestra,
perchè la voce gli si strozzava in gola, e le lagrime gli velavano gli
occhi.
XIV.
Più volte, durante la sua convalescenza, Vincenzo tornò su quel
discorso che riesciva penosissimo al suo compagno. Ma c'era tale
giubilo nel cuore del malato, tanto ardore di giovanili speranze, che
il pensiero della felicità che dava, confortava in parte Vicenzino di
quella che perdeva. Ogni giorno i due giovani avevano nuove del signor
Dogliani, il quale benediva il nipote come il salvatore della sua
famiglia. Era sempre l'Elena che scriveva, e lei pure aveva pel cugino
parole di fervente gratitudine. Si sentiva che era commossa; c'erano
delle lagrime nelle sue lettere, e Vicenzino, nel leggerle, pensava
che il suo sacrificio era stato compreso in tutta la sua grandezza, e
che un altro cuore soffriva con lui dello stesso dolore. E questo
pensiero gli dava coraggio.
Appena l'ammalato fu in grado di muoversi, i due giovani tornarono
insieme a Santhià; e Vicenzino trovò su tutti i volti ed in tutti i
cuori le traccie della sua bella azione. Nella casa, benchè impoverita
per l'infermità del padre, regnava il contento per il fratello
ricuperato e felice; e la fronte grave del vecchio infermo, esprimeva
la calma e la gioia di vedere assicurato l'avvenire de' suoi figli.
Egli stese al nipote la sola mano che poteva muovere, e gli disse
piangendo:
--Dio ti benedica! figlio mio, Dio ti benedica!
Ma le fanciulle non saltarono al collo del loro giovane parente; non
lo baciarono come quando era tornato dal campo. Gli parlarono con
affetto e con una gratitudine rispettosa; ed egli fin d'allora sentì
d'essersi fatto prete.
Rimase pochi giorni in famiglia, poi, col cuore addolorato, ma
coll'anima forte, partì pel Seminario, mentre Vincenzo, seguendo lo
slancio del suo carattere impetuoso ed avido d'emozioni, tornava ad
arruolarsi, ma questa volta nella milizia regolare, per fare la
carriera del soldato.
Per un anno Vicenzino studiò assiduamente, e, nelle aride discipline
della teologia morale e dogmatica e del diritto canonico, cercò un
contrasto alle calde aspirazioni ed ai rimpianti del suo giovane
cuore. Ma a vent'anni passati, quella vita di reclusione,
quell'esistenza in comune con una frotta di giovani cresciuti in
convitto, che avevano tutte le ingenuità e tutte le malizie dei
collegiali, che si compiacevano di giuochi puerili, di pettegolezzi
insulsi, era, per la natura gentile di Vicenzino, qualche cosa di
irritante, che eccitava più che mai i suoi nervi già tesi. Quelle
risate goffe, quei discorsi scuciti, offendevano il sentimento
d'abnegazione sublime e grave che gli riempiva il cuore. E la fede
cieca ed il fervore religioso, vero o apparente, che lo circondavano,
non trovavano eco in lui. Sentiva di non aver intorno nessuno che
potesse comprenderlo, e si racchiudeva tristamente in sè stesso.
La notte poi, quando tutti dormivano in quelle lunghe file di letti
bianchi che parevano tombe, ed egli solo vegliava alla luce scialba
d'una lanterna, che proiettava negli angoli delle ombre paurose, sotto
il grande Cristo scarno che biancheggiava in alto colle braccia
lungamente stese sul fondo nero della croce, gli pareva di trovarsi
vivo in un cimitero, lo coglieva un senso d'abbandono e di morte,
sentiva che non era più di questo mondo. E tuttavia questo mondo
esercitava il suo fascino potente sulla sua fantasia; ed il povero
giovane subiva lotte crudeli, tentazioni di ribellione, che lo
impaurivano. E si metteva più accanito allo studio, per consacrare al
più presto con un voto solenne, quella risoluzione che la foga della
gioventù faceva ancora vacillare.
Appena ebbe compito il ventunesimo anno, prese il suddiaconato, e fu
irrevocabilmente prete.
Allora, non avendo più nulla a temere dalla propria debolezza, si
sentì più calmo. L'idea alta del dovere lo rassicurava, e potè
dedicarsi con tutta la sua intelligenza allo studio. A 22 anni e 6
mesi, ottenne di ricevere il presbiterato, e poco dopo lasciò il
Seminario, ed in capo a pochi mesi, ebbe la fortuna d'essere collocato
come viceparroco nella parrocchia stessa della famiglia Dogliani, dove
il parroco già avanti negli anni, aveva bisogno un aiuto, per la parte
più faticosa del suo ministero.
Ed allora cominciò per Vicenzino la sua triste vita senza amore. La
sola passione che gli era concessa, era quella del bene; ed egli
metteva tutto il suo cuore nell'assistere i moribondi, nel soccorrere
i poveri, nel sollevare gli spiriti abbattuti con parole di conforto e
di fede. Ma non era un cattolico fervente, aveva idee liberali, e
questo attenuava di molto agli occhi de' suoi superiori il merito del
suo zelo. Egli però se ne consolava col pensiero di far vivere la sua
famiglia adottiva col magro frutto delle sue prime fatiche, e colla
rendita del suo beneficio. Ma anche questa nobile gioia doveva
essergli amareggiata e resa difficile. Alla fine del 1870 la nuova
legge sui beni ecclesiastici minacciò di sopprimergli il benefizio; e
fu soltanto dopo una lite lunga e dispendiosa per rivendicarlo, che
potè riaverlo, diminuito d'un terzo.
Dovette cercare di dar lezioni in paese, farsi ripetitore presso vari
studenti del liceo, per sovvenire ai bisogni della casa e del vecchio
infermo. Tra i suoi doveri ecclesiastici e quelli d'insegnante, faceva
una vita laboriosa, occupato tutte le ore del giorno, e spesso
strappato al sonno la notte, per accorrere al letto di qualche
ammalato.
Quelle fatiche, nelle quali si esaurivano le sue forze giovanili, lo
lasciavano prostrato, e la sua mente stanca non aspirava che al breve
riposo che le era concesso. Così viveva relativamente tranquillo,
troppo occupato per pensare ad altre eccitazioni, ad altre tempeste.
Soltanto la presenza dell'Elena qualche volta lo turbava. Uno sguardo,
una parola amichevole, bastavano a richiamargli al pensiero le dolci
visioni d'avvenire ch'egli aveva vagheggiate altre volte, ed a
gonfiargli il cuore di amarezza e di rimpianti. Ma, troppo onesto per
abbandonarsi a quelle fantasie tentatrici, egli si consolava de' suoi
sogni svaniti, pensando che una volta, nel segreto del suo cuore
quella bella fanciulla bionda lo aveva amato. E quel vago ed innocente
ricordo era la sola gioia della sua vita.
A vent'anni la Laura venne fidanzata ad un giovane napoletano
impiegato al telegrafo. Ci furono due mesi di agitazione insolita in
casa. Gli apparrecchi pel corredo, i doni nuziali, i disegni
d'avvenire, ed un po' il rincrescimento della separazione, perchè lo
sposo doveva essere traslocato a Milano, occupavano straordinariamente
le fanciulle. Poi c'erano le visite dello sposo, le sue tenerezze, i
rossori espressivi della giovinetta, i loro colloqui a mezza voce.
Vicenzino faceva la parte di vecchio parente; provvedeva a tutto,
assisteva a quelle visite; pensava alle carte, alla richiesta al
municipio, alle pubblicazioni, a tutto. Ma in quei giorni era triste e
nervoso, e la sua alta missione di carità non bastava a consolarlo.
La vigilia delle nozze, mentre gli sposi, colla mano nella mano, erano
assorti in un lungo silenzio d'amore, la Maria che a diciotto anni
aveva ancora tutta la spensieratezza d'una fanciulla viziata, disse
all'Elena:
--Perchè la Laura, che è più giovane, si marita prima di te?
--Io non penso a maritarmi, rispose l'Elena. E c'era un accento di
malinconia così profonda in quelle semplici parole, che Vicenzino si
sentì tutto turbato. Essa lo aveva amato, aveva compreso il suo
sacrificio, ed accettandolo pel bene de' suoi, s'era sacrificata con
lui. Quando uscì per ritirarsi, nel silenzio della strada buia, il
giovane prete alzò le braccia al cielo e ringraziò Iddio per quella
gioia.
Vincenzo doveva arrivare nella notte pel matrimonio della sorella, e
quando vide l'amico la mattina seguente, gli trovò un aspetto così
soavemente calmo, così sereno, che non ebbe neppure l'ombra d'un
sospetto del sacrificio che gli aveva fatto, ed abbraciandolo
allegramente gli disse:
--Mio bell'arcangelo, eri proprio nato per essere prete.
L'anno seguente si maritò la Maria, ed anche lei se ne andò fuori di
paese. La casa divenne silenziosa e mesta, troppo vasta, per quel
vecchio infermo e quella fanciulla. Vicenzino ci tornava ogni sera: il
vecchio steso in una poltrona leggicchiava un giornale o sonnecchiava.
L'Elena lavorava al suo tavolino, ed il cugino sedeva dall'altro lato,
in faccia a lei, come una volta. Parlavano della salute del babbo,
delle sorelle lontane, di Vincenzo che stava per passare ufficiale;
erano tanti affetti comuni, tanti vincoli che li legavano. Vicenzino
narrava de' suoi poveri, de' suoi malati, che l'Elena prendeva molto a
cuore. La vita omai pareva facile e dolce al giovane prete, confortata
da quella pura affezione fraterna, e dalla calda amicizia di Vincenzo.
Omai le prove erano finite, le tempeste erano cessate; qualche anno
ancora, poi Vicenzino prenderebbe il posto del vecchio parroco che
pensava a ritirarsi, accoglierebbe i suoi due parenti nella casa
parrocchiale, e vivrebbero assolutamente in famiglia. E quando, per
disgrazia, dovesse mancare il sig. Dogliani, sarebbe passato del
tempo, del tempo assai. I due cugini non sarebbero più giovani,
avrebbero presa l'abitudine di vivere uniti, e potrebbero continuare a
vivere così, come buoni fratelli, senza pericolo. E chissà, forse
allora anche Vincenzo, stanco della vita militare, avrebbe ascoltato
il consiglio del suo cuore affettuoso e riconoscente, sarebbe venuto a
vivere presso il suo salvatore, con una sposa e dei bambini,
riscaldando il suo triste focolare da prete colla vista di quella
felicità di cui andava debitore a lui. Gli pareva di vederle, intorno
alla sua mensa, le dolci testine bionde, e di udire la voce di
Vincenzo a dirgli:
--La gioia d'essere sposo e padre sei tu che me l'hai data.... Quella
gioia Vicenzino se l'era strappata dal cuore per cederla al cugino; ma
era contento del suo sacrificio, pensando che l'Elena l'aveva compreso
e ne aveva accettata la sua parte, che aveva lei pure rinunciato ad
esser sposa e madre, per esser fedele a quel primo raggio d'amore che
le era balenato davanti un momento; e che il pensiero di lei tornava
col suo, alla dolcezza di quel ricordo.
XV.
Così passarono due anni. L'Elena ne aveva ventitrè ed aveva già preso
l'aspetto calmo ed un po' grave d'una zitellona. Si vedeva che aveva
accettata la sua situazione, e, dal sorriso dolce e sereno che volgeva
a suo padre ed a Vicenzino, dall'aria riposata colla quale badava alla
sua casa e prendeva cura di loro, si comprendeva che era contenta;
quei due affetti bastavano ormai al suo cuore. Vincenzo faceva tratto
tratto delle visite a Santhià, e riempiva la casa del rumore allegro
della sua spada e della sua voce gioconda. Era un bell'ufficiale,
elegante, spiritoso, gaio; e Vicenzino s'aspettava di volta in volta
la notizia del suo matrimonio. Non poteva tardare. Era per avere una
famiglia che non aveva voluto essere prete, ed il cuore amoroso di
Vicenzino si struggeva d'avere la sua parte di quella famiglia
giovinetta.
Intanto il vecchio parroco sentiva il peso di quei due anni di più, ed
aveva rinunciato alla sua carica, che, dopo la Pasqua, doveva essere
occupata da Vicenzino. Mancava poco più d'un mese all'avverarsi del
melanconico sogno, lungamente vagheggiato, di trasportare il vecchio
zio e la cugina nella casa parrocchiale, e di stabilirvisi in
famiglia, pel calmo ed uniforme avvenire che li aspettava. Vicenzino
si occupava delle riparazioni indispensabili alla casa, e ci metteva
tutto il suo cuore. Ogni cosa era modesta anzi disadorna. Le mura
erano bianche in tutte le stanze, senz'altro ornamento che pochi
quadri sacri. La camera destinata al signor Dogliani era la sola in
cui ci fosse il pavimento coperto da un tappeto, ed una sedia a
bracciuoli. Ma l'austerità dell'addobbo era mitigata dai fiori che
ornavano le finestre, dalla vegetazione abbondante che verdeggiava nel
piccolo giardino, dalla prospettiva grandiosa dei monti lontani e dei
colli, dall'aria pura e dal sole che entravano in abbondanza dagli
ampi finestroni. Semplici com'erano, tanto lui che l'Elena, potevano
vivere felici in quella parrocchia un poco isolata dal paese; e
l'Elena avrebbe trovato modo di rendere elegante quella povera dimora,
col modo grazioso di collocare un mobile, con qualche pianta verde, o
soltanto colla sua presenza.
Era circa la metà di marzo; le giornate erano già lunghe, ed un tempo
costantemente splendido anticipava la primavera. Vicenzino era stato
trattenuto a lungo presso un moribondo, e quella sera giungeva molto
in ritardo in casa Dogliani. Contro le abitudini freddolose del
vecchio, la porta a vetrate che dava sul giardino era aperta, ed una
luce, insolitamente abbagliante, metteva come un gran quadro bianco in
quella cornice vuota, che si disegnava sul fondo scuro della sera.
Vicenzino, che era entrato appunto dal giardino per abbreviarsi la
strada, pensò quale festa ricorresse il domani. L'Elena aveva
l'abitudine di festeggiare le solennità con qualche improvvisata la
sera della vigilia per compensare Vicenzino delle maggiori fatiche che
doveva sostenere in quelle circostanze. Gli suonava qualche bel pezzo
di musica sacra sul pianoforte, gli faceva trovare tutta una tavola
coperta di fiori, che poi disponevano insieme per la sua chiesa, dei
ricami o delle trine fatte da lei per le tovaglie del suo altare. Ma
no. Il domani non era che la quarta domenica di quaresima.... Cosa
poteva essere quella novità?
Vicenzino entrò sorridendo, malgrado il suo aspetto stanco e
abbattuto, come per andare incontro alla lieta novella. Ma non c'era
nulla di nuovo. Soltanto la due grandi lampade del camino erano
accese, e, sulla credenza, c'erano ancora delle posate, dei piatti di
dolci e di frutta, delle bottiglie, come quando c'è stato un invito a
pranzo.
--Delle novità questa sera? domandò Vicenzino all'Elena che gli era
andata incontro fino alla porta.
--O, delle grandi novità...., rispose la fanciulla con un accento
tutto nuovo. Egli la guardò come per interrogarla, e la vide colorita
in volto, cogli occhi luccicanti, e con una bella rosa nei capelli.
--Che cos'è? Cos'è stato? È tornato Vincenzo? tornò a dire Vicenzino.
No, non ancora. Il babbo ti dirà..., disse l'Elena mettendogli una
sedia accanto alla poltrona del signor Dogliani. Poi se ne andò al
pianoforte che era aperto, e si mise a suonare un minuetto, con dei
-pianissimo- che sfumavano come un profumo lieve di viola, e degli
-andante- che parevano scoppi di risa.
Vicenzino, meravigliato di quella musica tutt'altro che quaresimale,
domandò allo zio:
--Ma si può sapere che bella cosa è accaduta, che qui si fa festa?
--O, la festa non è per noi, mio caro Vicenzino, sospirò il vecchio.
Noi resteremo soli, non avrai più che questo povero vecchio infermo
nella tua bella casa parrocchiale....
Vicenzino si sentì impallidire, e non ebbe la forza di parlare.
L'infermo riprese:
--La nostra Elena se ne va anche lei.
--È capitato uno sposo? disse Vicenzino tutto tremante.
--O, è un pezzo che è capitato. Sono sette anni che lo aspetta. Era
nelle Indie... Vicenzino si alzò come per andare a congratularsi colla
cugina, ma in realtà per nascondere il tremito che lo scoteva tutto.
S'avviò lentamente, si fermò a guardare in giardino, poi chiuse le
vetrate, mormorando che l'aria era troppo fresca per lo zio; e
finalmente, pallido ancora ma padrone di sè, andò a sedere presso
l'Elena, e le domandò:
--Dunque avevi un segreto?
--Sì, disse l'Elena voltandosi a guardarlo coi suoi begli occhi
limpidi. Ma non devi lagnarti, perchè ne profittavate tutti. Era il
segreto del mio buon umore, della rassegnazione con cui vedevo passare
gli anni e partire le mie sorelle. Ero certa che sarebbe tornato.
--Da sette anni? balbettò Vicenzino.
--Sì. Da quando tu eri a Vercelli col tuo povero babbo. Egli passò
quell'anno qui in permesso; s'era ammalato nel suo primo viaggio al
Giappone....
--È in marina?
--Sì; nella marina mercantile.
--Ah, era per questo che amavi tanto i libri di viaggi, i vasti
orizzonti, i quadri di marina....
--Sapevo che quella sarebbe un giorno la mia vita.
--Ma eri certa fin d'allora che pensava a te, che sarebbe tornato?
--Ero certa del suo cuore come lo sono del tuo, rispose l'Elena con
tutta la fede del suo forte amore, senza dubitare della pena che
poteva fare al povero prete quel confronto.
--In sette anni non hai mai avuto un dubbio? domandò ancora Vicenzino
aggrappandosi ad un'ultima speranza, che, almeno in un'ora di dubbio,
quel giovane cuore si fosse rivolto a lui.
--Mai. Disse risolutamente l'Elena. Se avessi dubitato di lui sarei
morta.
Vicenzino si sentì morire in cuore l'ultima gioia. Non lo aveva amato
mai; non lo aveva compreso; non era per lui che era rimasta fanciulla.
Era per un altro! Anche il suo passato, il solo ricordo che lo
consolasse, il solo raggio d'amore della sua vita, era spento. Ebbe
uno di quegli impeti di dolore irresistibili, che possono sopraffare
anche le anime più forti. Riaperse la porta del giardino, ed uscì a
capo scoperto nell'oscurità. L'Elena credette che volesse passeggiare
un poco per continuare il suo interrogatorio, e, devota alla sua
autorità da fratello prete, si alzò per seguirlo. Ma egli camminava a
passi concitati e s'era già perduto nel buio della notte.
--Vicenzino non sembra contento del mio matrimonio, disse l'Elena
rientrando presso il padre, e spingendo la sua poltrona a ruote per
condurlo a coricarsi.
Il vecchio scosse il capo bianco, e sospirò:
--Gli è che la vita sarà triste per noi. Quanto a me sono vecchio,
pazienza. Ma lui ha ventisei anni....
XVI.
Però il giorno dopo Vicenzino rassicurò l'Elena. Quella sera era
stanco, e triste per aver assistito fin allora un moribondo. Ma era
contento della sua felicità, oh, tanto contento. La sua pallidezza e
gli occhi infossati confermavano che infatti era stanco. L'Elena si
tranquillò, e la sera stessa gli presentò il suo sposo.
Vicenzino fece per lei quanto aveva fatto per le altre cugine.
Soltanto, in quei giorni quaresimali, vicino alla Pasqua, colla nuova
casa da ordinare, era tanto occupato che di rado poteva passare la
sera cogli sposi. E mentre essi deploravano la sua assenza, egli, solo
nel suo studio squallido come una cella da frate, si sforzava di
leggere o di studiare, ma rimaneva sempre cogli occhi fissi senza
veder nulla, mentre le lagrime gli sgorgavano sulle pagine.
Vincenzo, che giunse in paese pochi giorni prima delle nozze, trovò il
cugino molto abbattuto. Ma la sua venuta fece tanto piacere a
Vicenzino, che presto le traccie della sua stanchezza scomparvero. Fu
soltanto un po' commosso il giorno della cerimonia nel benedire gli
sposi, e dovette scusarsi di non fare nessun discorso di circostanza
in causa di quel suo malessere nervoso, per cui alla menoma lettura,
alla menoma parola un po' tenera, si turbava fino al pianto.
--Resterò io a finire il mio permesso qui per farti guarire, disse
Vincenzo abbracciandolo allegramente. Io non dico parole tenere.
Ed infatti, partita anche l'Elena, il suo umore gioviale era la sola
cosa che mettesse un po' di vita in quella casa deserta. Erano già
traslocati nella casa parrocchiale, ma parecchie camere rimanevano
chiuse. Vicenzino le aveva preparate per l'Elena. Durante il soggiorno
di Vincenzo a Santhià, il giovane prete si sentì riscaldare il cuore
da quell'amicizia che aveva riempita tutta la sua gioventù. E gli
rinacque la speranza di vedersi crescere intorno i bimbi dell'amico,
di aiutarlo ad allevarli ed istruirli, di trovare un pascolo pel suo
cuore amoroso in quei nuovi affetti. Vincenzo non ne parlava mai.
Forse aveva anche lui un segreto come l'Elena. Forse se lo chiudeva
nell'anima come lei fin dal giorno in cui aveva preferito morire che
vivere senz'amore. Ma Vicenzino aveva bisogno di quel conforto ora che
l'amico stava per lasciarlo; ed il giorno della sua partenza gli
disse:
--Quando tornerai?
--Chissà! rispose Vincenzo. C'è un tratto da Napoli a qui. Quando
potrò avere un permesso un po' lungo....
--E.... tornerai solo? domandò Vicenzino esitando.
--Come, solo? ripetè l'altro. Poi, ad un tratto indovinando dal
sorriso di Vicenzino cosa aveva voluto dirgli, esclamò con una risata:
--Ah! no no. Dio mi scampi! voglio la mia libertà. Il matrimonio non
lo desiderano che i preti, perchè non lo possono fare.
Vicenzino sentì un brivido corrergli per tutto il corpo. Era per
questo che si era sacrificato!
Gli anni passarono lenti, monotoni, tristi nella casa parrocchiale. Il
vecchio s'andò lentamente spegnendo, perdendo ogni giorno una parte
delle sue facoltà, finchè chiuse gli occhi, ed il giovane parroco
rimase solo. Solo a trent'anni, senza fervore religioso per riempirgli
il cuore, camminando faticosamente sull'arida via del dovere. Il suo
aspetto concentrato e mesto non gli ravvicinava i cuori. Tutti lo
rispettavano, era circondato di stima, ma non aveva amici. Era sempre
pallido e magro, la sua persona alta e fine s'incurvava come quella
d'un vecchio, ed i capelli biondi cominciavano ad incanutire. In paese
dicevano che si distruggesse a forza di macerazioni e digiuni devoti.
Lo credevano un santo: nessuno sapeva che era un martire. Qualcuno
cominciò a dire che era di quei cristiani entusiasti, di cui si fanno
i missionari. Altri ripeterono che voleva farsi missionario. La voce
finì per diffondersi in paese: «Il parroco va in missione alle Indie.»
Vicenzino lo seppe, ma non aveva la vocazione nè l'energia per
quell'impresa. E continuò la sua vita monotona, triste, solitaria.
Un giorno, dopo cinque anni, l'Elena gli scrisse una lettera
disperata. Suo marito era morto di febbre gialla sul bastimento che li
riconduceva in Italia. Era sbarcata a Genova con un bambino. Non aveva
coraggio di vivere fra la gente; il movimento della città la
spaventava. Gli domandava di accoglierla. «Sarò la custode della tua
casa, e tu alleverai il mio povero Vicenzino. Mi perdonerai il mio
immenso dolore. Non sarò una compagnia piacevole come altre volte; ma
ti compenserò col mio affetto della tua grande bontà, e tu
m'insegnerai colla tua fede a rassegnarmi...»
Fu l'ultimo sfogo di passione, l'ultima convulsione di pianto, che
scosse l'anima forte e combattuta di Vicenzino. L'ultima lotta della
sua vita. Rispose all'Elena.
«Non sai che mi faccio missionario? È un pezzo che nessuno ignora
questo mio disegno in paese. Non ho più casa da offrirti. Colla
prossima missione partirò per le Indie. Saluta Vincenzo, e digli che
si faccia una famiglia anche lui. È triste invecchiar solo.»
FINE.
INDICE
Psicologia comparata
Una confessione
Vite squallide
Le briciole d'Epulone
Le affittacamere
Fede
Tre paia d'alari
Nell'azzurro
Senz'amore
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
32
33
34
35
36
37
38
39
40
41
42
43
44
45
46
47
48
49
50
51
52
53
54
55
56
57
58
59
60
61
62
63
64
65
66
67
68
69
70
71
72
73
74
75
76
77
78
79
80
81
82
83
84
85
86
87
88
89
90
91
92
93
94
95
96
97
98
99
100
101
102
103
104
105
106
107
108
109
110
111
112
113
114
115
116
117
118
119
120
121
122
123
124
125
126
127
128
129
130
131
132
133
134
135
136
137
138
139
140
141
142
143
144
145
146
147
148
149
150
151
152
153
154
155
156
157
158
159
160
161
162
163
164
165
166
167
168
169
170
171
172
173
174
175
176
177
178
179
180
181
182
183
184
185
186
187
188
189
190
191
192
193
194
195
196
197
198
199
200
201
202
203
204
205
206
207
208
209
210
211
212
213
214
215
216
217
218
219
220
221
222
223
224
225
226
227
228
229
230
231
232
233
234
235
236
237
238
239
240
241
242
243
244
245
246
247
248
249
250
251
252
253
254
255
256
257
258
259
260
261
262
263
264
265
266
267
268
269
270
271
272
273
274
275
276
277
278
279
280
281
282
283
284
285
286
287
288
289
290
291
292
293
294
295
296
297
298
299
300
301
302
303
304
305
306
307
308
309
310
311
312
313
314
315
316
317
318
319
320
321
322
323
324
325
326
327
328
329
330
331
332
333
334
335
336
337
338
339
340
341
342
343
344
345
346
347
348
349
350
351
352
353
354
355
356
357
358
359
360
361
362
363
364
365
366
367
368
369
370
371
372
373
374
375
376
377
378
379
380
381
382
383
384
385
386
387
388
389
390
391
392
393
394
395
396
397
398
399
400
401
402
403
404
405
406
407
408
409
410
411
412
413
414
415
416
417
418
419
420
421
422
423
424
425
426
427
428
429
430
431
432
433
434
435
436
437
438
439
440
441
442
443
444
445
446
447
448
449
450
451
452
453
454
455
456
457
458
459
460
461
462
463
464
465
466
467
468
469
470
471
472
473
474
475
476
477
478
479
480
481
482
483
484
485
486
487
488
489
490
491
492
493
494
495
496
497
498
499
500
501
502
503
504
505
506
507
508
509
510
511
512
513
514
515
516
517
518
519
520
521
522
523
524
525
526
527
528
529
530
531
532
533
534
535
536
537
538
539
540
541
542
543
544
545
546
547
548
549
550
551
552
553
554
555
556
557
558
559
560
561
562
563
564
565
566
567
568
569
570
571
572
573
574
575
576
577
578
579
580
581
582
583
584
585
586
587
588
589
590
591
592
593
594
595
596
597
598
599
600
601
602
603
604
605
606
607
608
609
610
611
612
613
614
615
616
617
618
619
620
621
622
623
624
625
626
627
628
629
630
631
632
633
634
635
636
637
638
639
640
641
642
643
644
645
646
647
648
649
650
651
652
653
654
655
656
657
658
659
660
661
662
663
664
665
666
667
668
669
670
671
672
673
674
675
676
677
678
679
680
681
682
683
684
685
686
687
688
689
690
691
692
693
694
695
696
697
698
699
700
701
702
703
704
705
706
707
708
709
710
711
712
713
714
715
716
717
718
719
720
721
722
723
724
725
726
727
728
729
730
731
732
733
734
735
736
737
738
739
740
741
742
743
744
745
746
747
748
749
750
751
752
753
754
755
756
757
758
759
760
761
762
763
764
765
766
767
768
769
770
771
772
773
774
775
776
777
778
779
780
781
782
783
784
785
786
787
788
789
790
791
792
793
794
795
796
797
798
799
800
801
802
803
804
805
806
807
808
809
810
811
812
813
814
815
816
817
818
819
820
821
822
823
824
825
826
827
828
829
830
831
832
833
834
835
836
837
838
839
840
841
842
843
844
845
846
847
848
849
850
851
852
853
854
855
856
857
858
859
860
861
862
863
864
865
866
867
868
869
870
871
872
873
874
875
876
877
878
879
880
881
882
883
884
885
886
887
888
889
890
891
892
893
894
895
896
897
898
899
900
901
902
903
904
905
906
907
908
909
910
911
912
913
914
915
916
917
918
919
920
921
922
923
924
925
926
927
928
929
930
931
932
933
934
935
936
937
938
939
940
941
942
943
944
945