Dacchè aveva cominciato a ragionare, il suo babbo era stato l'amore,
la gioia ed il cruccio della sua giovane vita. Mentre la sua mente
precoce vedeva e riconosceva i torti di quell'uomo, il suo cuore ne
era affascinato. La madre non lo aveva mai vezzeggiato molto; il suo
amor proprio di bella donna non era lusingato dall'aspetto malaticcio
di quel bimbo, che fino ai cinque anni era stato quasi incapace di
camminare; e quando il bimbo, un po' rinvigorito, aveva cominciato a
crescere, a muoversi come gli altri, e ad essere ammirato per la sua
bellezza gracile ed un po' effeminata, la povera donna era già tanto
ammalata che non prendeva più interesse a nulla.
Il padre invece, dacchè suo figlio aveva sviluppata quella gentile ed
esile persona, che gli dava l'aria d'un piccolo principe, dacchè quel
volto bianco, quegli occhi turchini, quei lineamenti delicati avevano
perduta l'espressione penosa della sofferenza, andava superbo della
bellezza del fanciullo; lo chiamava «il suo arcangelo biondo», si
gloriava di lui come si era gloriato della moglie quando questa era
stata oggetto dell'ammirazione di tutti, più per vanità che per
intensità d'affetto. Il signor Teodoro aveva sempre bisogno di
insuperbirsi di qualche cosa, di vantare una superiorità qualsiasi.
Altre volte era andato superbo del suo lusso, della vita signorile che
menava, del denaro che spendeva. Ora di denaro non ne aveva più, ma
gli erano rimaste le idee grandiose, alle quali credeva in buona fede:
immaginava delle speculazioni impossibili, dei grandi affittamenti di
terreni da pagarsi dopo il primo raccolto, che, ben inteso, doveva
essere abbondantissimo, e diceva:
--Lasciate soltanto ch'io abbia concluso questo contratto, e poi
vedrete come farò presto a rifarmi un patrimonio. Pago tanto, raccolgo
tanto; mi resta tanto di guadagno; e l'anno venturo con questa somma
in commercio posso cavarne tanto...
Era la storia della donna dal paniere d'ova.
E le sue ricchezze avvenire, dacchè nè lui nè la moglie non erano più
giovani, le destinava a far brillare suo figlio.
--Ti metterò nel primo collegio d'America; ne uscirai con
un'educazione da principe; e quando ti condurrò in Italia ti saranno
aperte tutte le vie. Ti faranno deputato, senatore, ministro....
Si eccitava a quelle idee magnifiche e vane; rizzava orgogliosamente
il capo, s'impettiva, gli brillavano gli occhi e si sentiva veramente
felice, come se quei sogni fossero già avverati, ed egli fosse già il
padre fortunato del primo diplomatico d'Italia.
Se per caso si trovava in possesso di una piccola somma, trascurava di
pagare i debiti, di comperare le cose più necessarie, per portare un
abito o un berretto nuovo a Vicenzino.
--Voglio che tu figuri bene, gli diceva contemplandolo; hai un grande
avvenire, ma per raggiungerlo è necessario salvare le apparenze. Il
mondo è leggiero, e ci bada molto alle apparenze. Voglio che
t'ammirino fin d'ora, e che questi americani capiscano che non sei un
ragazzo comune.
Vicenzino si sentiva intenerito da quelle dimostrazioni, e non osava
respingere i doni del padre per timore di affliggerlo. Pensava:
«Povero babbo, mi vuol tanto bene che fa delle pazzie per me». Ed
adorava quel padre puerile come un gran fanciullone ingenuo, che ha
bisogno di molta indulgenza. Specialmente dopo la morte di sua madre
aveva riportato su quell'unico parente tutto l'affetto del suo cuore.
Avrebbe voluto poter consacrare al suo idolo una stima pari all'amore.
Ma non poteva dimenticare il fatto delle ventimila lire.
Quando poi era tornato in Italia, quel pensiero aveva preso a
tormentarlo come un incubo. Gli pareva che tutti conoscessero
l'ingratitudine di suo padre, la sua slealtà, e che lo disprezzassero;
ed egli si sentiva umiliato, e soffriva dolorosamente di quel
disprezzo. Uscendo nella strada col babbo, gli parlava con atti di
devozione, tratto tratto gli baciava la mano, come per dire alla
gente: «Vedete come lo onoro, io che lo conosco davvicino?» Reagiva
contro il giudizio del pubblico, che in fondo era anche il suo, e
pretendeva di modificarlo.
Ma quelli che lo intimidivano di più, erano i suoi parenti
sconosciuti. Si figurava la casa da dove erano uscite le ventimila
lire indimenticabili, come il tempio di tutte le virtù, e lo zio,
grande e terribile come il Padre Eterno nella sua giustizia offesa, lo
faceva tremare.
Suo padre invece, nella sua inesauribile vanità, non avendo altro di
cui far pompa pel momento, faceva pompa di quel fratello stimato e
ricco. Gli attribuiva un patrimonio immaginario, e diceva ai vicini di
casa:
--Conoscete il signor Anselmo Dogliani, quel riccone?.... Non sembra,
perchè è modesto, ma se ne ha di quattrini! Io lo so perchè sono suo
fratello.
Gli operai che abitavano l'umile casamento in cui s'era alloggiato
lui, non la sapevano tanto lunga; per loro chiunque non lavorava a
giornata era un signore, ed ammiravano compiacentemente
quell'inquilino fanfarone, che aveva una parentela così ricca; tanto,
in quelle ore di riposo, non avevano di meglio a fare.
E l'altro, lusingato, tirava via a raccontare come un giorno il
fratello gli avesse dato ventimila lire (qualche volta diceva trenta,
cinquanta) così sulle unghie; e soggiungeva, tronfio come un tacchino
che fa la ruota:
--Sono passate tutte per queste mani; e ci è passato ben altro! Se ne
gloriava; non provava nè riconoscenza pel fratello, nè vergogna di sè.
Si sentiva superiore a quei poveri, ed era felice.
Quando Vicenzino era stato alla vigilia d'andare alla scuola, gli
aveva detto in presenza dei vicini:
--Domattina alla scuola troverai tuo cugino, il figlio di mio fratello
Anselmo. Si chiama Vincenzo Dogliani come te. È il nome di nostro
padre...
Vicenzino si era fatto tutto rosso. Lui, piccino com'era, non traeva
vanto di quella parentela; si sentiva sulle spalle tutti i torti del
padre, e l'idea di trovarsi in faccia al cugino lo faceva piangere di
vergogna.
Appena entrato nella scuola aveva cercato ansiosamente di indovinare
qual'era il figlio di suo zio; ma non aveva osato domandarne a
nessuno.
Poi lo aveva veduto vestito da prete, e questo aumentava la sua
suggezione. Quel costume eccezionale formava l'orgoglio di Vincenzo e
l'ammirazione de' suoi compagni. Quei riccoli provinciali di Santhià
consideravano il neo chierico come un ragazzo serbato ad alti destini.
Sapevano che aveva avuto un pro-zio arcivescovo, dal quale proveniva
il benefizio ereditario nella sua famiglia; e ripensavano il piviale
d'oro e la mitra dell'arcivescovo di Vercelli, che era stato l'anno
innanzi a Santhià per amministrare la cresima. Si figuravano di vedere
Vincenzo vestito a quel modo, in mezzo ad una nuvola d'incenso, sotto
un baldacchino bianco ed oro, con tanti preti intorno, andare in giro
pian piano per la chiesa, dando degli schiaffettini con due dita sulle
guancie arrossate dei bimbi, e susurrando delle parole latine. Di
certo non poteva essere un ragazzo come gli altri, uno che doveva
arrivare a codesto, ed i suoi compagni avevano per lui un certo
rispetto.
Vicenzino si sentì addirittura avvilito da quella futura autorità
ecclesiastica. Gli parve che Vincenzo fosse prete apposta, per
presentare i torti di suo padre al tribunale divino. Si rannicchiò, si
rimpicciolì nel suo angolo remoto da ultimo venuto, ed evitò persino
di guardare il cugino, e se ne tenne lontano come un reprobo
dall'altare. Gli pareva ad ogni momento di vederselo venire innanzi a
chiamarlo «figlio d'un ingrato». Nella sua mente paragonava i due
fratelli Dogliani ad Abele e Caino, e tremava di vergogna e di
spavento.
Invece Vincenzo, che ammirava il parente sconosciuto, per quanto c'era
di meraviglioso nella sua storia di grandezza, e di miseria, e di
emigrazione in paesi lontani, era anche lui in suggezione e non osava
avvicinarlo. E Vicenzino, interpretando anche questo a suo modo,
pensava: «Ecco, mi sfugge; suo padre gli ha proibito di parlarmi». E
non ebbe neppure un momento l'idea temeraria di opporsi a quel giusto
divieto. Continuò a stare in disparte, a non parlare, a non giocare
con nessuno.
Studiava; lo faceva per inclinazione, e per diventare un grand'uomo,
come diceva suo padre. Aveva un ideale, un ideale serio e senza
azzurro, ben differente dagli ideali fantastici dei fanciulli; un
ideale prosaico da uomo venale: «Guadagnare ventimila lire».
IV.
Vincenzo non amava il latino. Quella lingua morta non voleva entrargli
nella testa. Appena usciva di classe sentiva il bisogno di darsi
movimento, di gridare, di reagire in tutti i modi a quella quiete
opprimente. L'idea del cómpito lo crucciava, ed egli rimandava a più
tardi l'ingrato dovere; e quando per forza ci si metteva, aveva
tardato tanto che non c'era più tempo per tutto, e lasciava indietro
il lavoro latino, il più lungo e difficile.
Più volte il signor Anselmo Dogliani aveva ricevuto delle lagnanze dai
maestri per la negligenza del figlio appunto nel latino, senza il
quale la carriera ecclesiastica non era possibile. Egli lo aveva
ammonito severamente, e lo trattava con sussiego, sebbene passasse poi
le notti a vegliarlo, quando, nelle lunghe e gloriose battaglie a
palle di neve coi compagni, si buscava delle tossi, che minacciavano
di schiantargli il suo petto robusto.
Lungo l'inverno Vincenzo pensava: «Avrò tempo a studiare questa
primavera, quando le giornate saranno più lunghe...» Ma nella
primavera la campagna era bella, ed era un piacere andare in giro. Per
studiare c'era tempo gli ultimi mesi...
Un giorno il signor Dogliani gli disse:
--Se quest'anno non passi gli esami, debbo toglierti la sottana, e si
perde il benefizio, che omai è la nostra sola ricchezza. Queste sono
le consolazioni che mi dai.
E c'era una tale sfiducia e tanta amarezza in quelle parole, che
Vincenzo se ne sentiva annientato; lui che aveva creduto di poter
essere il sostegno della famiglia. Avrebbe dato Dio sa che cosa per
poter tornare indietro al principio dell'anno, e incominciare l'annata
in tutt'altro modo, studiando un poco ogni giorno...
Venne il termine dell'anno scolastico; tutti gli altri esami andarono
così così, tanto da passar la classe. Ma quando Vincenzo si trovò alle
prese colla traduzione latina si sentì perduto. Vide svanire la sua
veste da prete, si vide con vergogna ridivenuto un semplice fanciullo
come gli altri, in pantaloni e giubba, senza la menoma speranza di
piviale e mitra d'oro.
Ed il babbo, che era tanto afflitto pel benefizio perduto! Quel
benefizio di certo era una ricchezza, Vincenzo non aveva idea di
quanto fruttasse; ma gli pareva qualche cosa come le ventimila lire
portate via dallo zio d'America. Dacchè era al mondo aveva sempre
udito parlare di quel benefizio. Molte volte gli era venuto
all'orecchio questo discorso, che l'aveva fatto palpitare d'orgoglio:
«Se le ragazze non troveranno marito perchè non hanno dote, avranno
sempre il fratello prete, e non mancheranno di nulla». Gli era
sembrato d'esserci già, grande e maestoso, nella sua bella casa
parrocchiale, e di atteggiarsi da sovrano magnifico e generoso,
raccogliendo le sorelle sotto la sua protezione: «Venite qui tutte. Io
provvedo». Ed invece, là, nella sala degli esami, doveva convincersi
che egli non sarebbe mai il fratello prete, dacchè non potrebbe
entrare in seminario; che non potrebbe mai far nulla pel babbo e per
le sorelle, e che sarebbe sempre considerato nullo come lo era stato
fin allora.
Mentre questi pensieri passavano l'un dietro l'altro, lenti e neri
come un funerale, nella mente di Vincenzo, il tempo concesso al
cómpito latino scorreva, e sulla pagina bianca non c'erano che delle
lagrime che gonfiavano in vari punti il foglio. Man mano che uno
scolaro piegava il lavoro, lo consegnava all'assistente e se ne
andava, Vincenzo si sentiva più scoraggiato, come se le sue insegne
ecclesiastiche fossero uscite dall'uscio ad una ad una dietro quei
ragazzi. Pensava:
--Ecco, quando saranno andati via tutti, e resterò qui solo, dovrò
dire che non lo so fare il cómpito, ed allora, addio benefizio. Dovrò
tornare a casa con questa nuova.
S'era già fatto un gran vuoto intorno a lui. Non c'erano più in classe
che sei o sette scolari di poca vaglia, assai lontani l'uno
dall'altro. Ora che la vigilanza dell'assistente cominciava a
stancarsi e sarebbe stato più facile eluderla, Vincenzo non poteva più
domandare aiuto a nessuno, perchè i suoi vicini erano tutti usciti, ed
era solo nel banco.
Stava col gomito sinistro sul banco ed il capo appoggiato alla mano,
mentre colla destra teneva la penna sulla carta nell'atto di scrivere;
ma non scriveva. Aveva gli occhi fissi in terra tra il sedile ed il
banco, e piangeva in silenzio.
Ad un tratto, di sotto al sedile, vide sorgere una mano con un
fogliolino piegato, e posarglielo sulle ginocchia. Vincenzo era troppo
avvezzo alle gherminelle di scuola per non capire all'istante. Quel
fogliolino era la traduzione latina, la sua salvezza, la sua veste da
prete, il seminario, il benefizio, la ricchezza della sua famiglia. La
gioia lo invase, gli diede un tremito per tutte le membra, un calore
ardente alle guancie. Ma non gridò, seppe frenarsi. Prese il foglio,
lo spiegò pian piano in grembo colla mano destra, senza togliere il
gomito dal banco, senza muovere il capo. Poi ripigliò la penna, e,
sempre nello stesso atteggiamento, si mise a ricopiare febbrilmente il
cómpito che gli era piovuto bell'e fatto dal cielo, fremente di veder
scorrere i minuti, ansioso di arrivare alla fine.
Aveva appena scritte poche parole, quando l'assistente disse parlando
al fondo della classe dietro a lui:
--Dogliani Vincenzo, laggiù; cosa fai sotto il banco?
--Ho raccolto il foglio che m'era caduto...... rispose colla voce
turbata Vicenzino. E, consegnata la sua pagina, uscì tutto rosso in
viso, senza guardare il cugino. Ma questi non ignorava più da che
parte gli era venuto quel soccorso.
V.
Vicenzino fece la strada di corsa. Nell'eccitazione della mente, col
cuore che gli sussultava, non avrebbe potuto camminare adagio. Se non
aveva del tutto raggiunto un ideale lungamente vagheggiato, lo aveva
avvicinato assai, ed aveva intraveduta la possibilità di raggiungerlo.
Dacchè aveva conosciuto Vincenzo, il rimpianto per la vecchia rugine
di famiglia che lo avviliva in faccia al cugino, era diventato un
tormento pel suo cuore. Oh, se avesse potuto riparare quel passato!
Vedersi stendere la mano da quei parenti! Entrare in quella casa! Se
avesse potuto diventare l'amico di Vincenzo!
Tutto l'anno la sua immaginazione aveva divagato intorno a
quell'aspirazione, che si andava facendo più intensa, a misura che il
tempo passava lasciandola insoddisfatta. Fantasticava delle scene
drammatiche in cui egli con atti eroici salvava la vita a Vincenzo:
poi scene tenere che lo commovevano fino al pianto. Altre volte erano
idillî buffi coi quali blandiva dolcemente la sua manía. Pensava di
uscire solo, di notte, di andare sotto le finestre di Vincenzo e di
cantare una serenata che aveva udito in teatro:
«Bella siccome un angelo
«Ti vidi e t'adorai...
Diceva -bello- invece di -bella-, e cantava con una voce un po' falsa
ed ineguale da adolescente, ma che prometteva di diventare una bella
voce di tenore, e che possedeva un accento di passione assai raro nei
tenori da teatro.
Copiava nei libri che gli capitavano sotto mano dei brani declamatorî
sull'amicizia, e li raccoglieva in un taccuino, dedicandoli nel
segreto del suo cuore a Vincenzo.
Finalmente gli esami gli avevano fornito il mezzo di dare una prova
del suo affetto al cugino. Era un mezzo poco drammatico, ma di una
tale utilità, che Vincenzo l'apprezzò altamente.
Non salì nelle nuvole come il sentimentale Vicenzino; però, appena
copiata la famosa traduzione latina, corse fuori dalla scuola,
impaziente di saltare al collo del suo salvatore per ringraziarlo. Ma
Vicenzino non lo aveva aspettato. Egli non isperava dei
ringraziamenti. Al confronto delle gesta eroiche che aveva sognate di
compiere per Vincenzo, quanto aveva fatto gli pareva troppo piccola
cosa. Ma era felice ad ogni modo di essersi creato un rapporto con
lui, ed era corso via per la campagna, per deliziarsi con una delle
sue visioni, non più fantastica ed inverosimile, ma rievocata dal vero
in tutti i suoi particolari: le lagrime silenziose di Vincenzo che
sgocciolavano sul foglio bianco, lo sforzo fatto da lui, Vicenzino,
per avvicinarlo senza essere veduto dall'assistente, ed il turbamento
e la passione che aveva posta nel compiere quell'atto tanto comune
nelle scuole, dove è considerato semplicemente una burla ai maestri.
In casa Dogliani fu un gran chiacchierare dei ragazzi sul bel tratto
di Vicenzino, e le cuginette lo ammirarono molto.
A pranzo il signor Anselmo domandò a Vincenzo con piglio severo:
--E così? l'esame di latino?... e crollò il capo come per dire che non
ne sperava nulla.
--L'ho fatto bene! gridò Vincenzo con uno scoppio di voce. Tutta la
pagina senza un errore..... E gesticolava pavoneggiandosi come se
credesse realmente di averlo fatto lui quel lavoro.
--Oh! Oh! esclamò il babbo. Dio ti benedica, figlio mio. Dio ti
benedica! E mise un gran sospiro di sollievo, e si rasserenò tutto,
poi stese la mano traverso la tavola, e disse:
--Via, diamoci una buona stretta di mano come due amici. Ti avevo
giudicato male, ma vedo che non vuoi affliggermi. Ti ringrazio di
questa buona nuova.
Vincenzo mise la sua mano in quella del babbo, e scoppiò in un pianto
dirotto. Era il rimorso, ridestato dalla tenerezza di quelle parole,
che lo faceva piangere. Ma pochi minuti dopo non ci pensava più, e,
felice di aver contentato il babbo, guardava le sorelline con
orgoglio, dall'alto della sua gloria.
Finito il pranzo, tornò ad uscire in cerca di Vicenzino; ma quello
strano ragazzo non si lasciò vedere, ed egli portò in giro per tutto
il paese la sua riconoscenza, a rischio di farla raffreddare. Fu
soltanto pochi giorni dopo che lo incontrò.
Vincenzo s'era fermato a confabulare in istrada con alcuni compagni
per uno spasso che dovevano pigliarsi la mattina seguente, quando vide
passare Vicenzino, che s'era fatto rosso al vederlo e camminava lesto
lesto, come se non lo avesse riconosciuto.
--Oooh! Vicenzinooo!... strillò Vincenzo con quanta voce aveva in
corpo, e rialzando la sottana, e lasciando cadere in terra il largo
cappello da prete, raggiunse di corsa il cugino, gli buttò le braccia
sulle spalle per obbligarlo a voltarsi, e gli disse tutto eccitato:
--Anche tu verrai a cercar fanghi con noi domani. È bello, sai, ci si
diverte tanto...
E rivolgendosi ai compagni che l'avevano seguito da lontano, gridò:
--Verrà anche lui! Voglio che venga perchè è mio cugino, e mio
amico... e perchè... perchè...
Non lo potè dire il perchè. Gli pareva che gli altri dovessero burlarsi
di lui, se sapevano che faceva tanto caso di quell'avvenimento
scolastico. Si voltò invece a guardare Vicenzino e soggiunse:
--Lo sappiamo noi il perchè. E, dandogli un'altra stretta alle spalle,
lo fece girare due volte intorno a sè, in segno di tenerezza, poi lo
piantò là, corse a pigliare il suo cappello e se ne andò, gridando da
lontano:
--Ricordati, Vicenzino! Domattina alle sei, qui, sulla piazza.
Vicenzino fu puntuale come un innamorato, e da quel giorno i due
fanciulli furono inseparabili. Vincenzo inventava ogni sorta di
chiassate per quegli ultimi mesi che gli rimanevano di libertà, si
ubbriacava d'allegria, di rumori, di giochi; correva fino a perdere il
fiato, faceva salti da rompersi il collo, metteva grida da schiantarsi
il petto, ed era felice.
Vicenzino lo seguiva dovunque assorto nella gioia di aver raggiunto il
suo ideale. Avrebbe voluto Vincenzo più quieto, più esclusivamente
suo. La brigata dei compagni, che si tirava sempre dietro, lo
manteneva così distratto, che non poteva fissarsi sopra un'idea, e la
continua eccitazione dei giochi che lo attraevano, paralizzava la sua
immaginazione ed il suo cuore. Non era possibile ottenere da lui un
discorso intimo, una confidenza, uno sfogo d'espansione. Era troppo
divagato. Ma tuttavia era là accanto a Vicenzino; tratto tratto gli
saltava al collo o gli dava un urtone, non erano più estranei l'uno
all'altro, si davano del -tu-...
Tutti e due pensavano qualche volta al seminario, che doveva
separarli. Vincenzo ne parlava con orgoglio. Il seminario era il primo
passo verso la sua futura grandezza.
--Quando dirò la prima messa, diceva, si farà una gran festa. Il babbo
darà un pranzo magnifico, perchè il benefizio è mio. Tu mi scriverai
un sonetto apposta, ed il municipio farà i fuochi d'artificio...
Vicenzino lo ascoltava con deferenza, poi gli domandava dolcemente:
--Mi scriverai quando sarai in seminario? E si consolava un poco della
loro prossima separazione, riflettendo che, nelle lettere, avrebbe
osato meglio esprimere tutta la sua tenerezza, domandare un equo
ricambio di quell'amicizia che sentiva con tanta intensità, e che
Vincenzo pigliava un po' troppo alla leggera.
VI.
Tutto questo accadeva nell'autunno del 1859. Ai primi di novembre
Vincenzo, che aveva appena compiti i tredici anni, partì da Santhià
per andare in seminario a Novara.
Il benefizio, legato alla famiglia Dogliani da uno zio arcivescovo di
Vercelli, non era molto grasso. Era un capitale di trentamila lire
investite nella casetta abitata dal signor Anselmo ed in un fondo che
egli coltivava con ogni cura per cavarne il maggior frutto possibile.
Nei piccoli paesi si vive con poco, e quel fondo e un altro dell'egual
misura all'incirca, che il signor Dogliani prendeva in affitto, gli
fornivano un'entrata magra, ma sufficiente per vivere co' suoi quattro
figliuoli.
Aveva indugiato a mettere Vincenzo in seminario finchè non avesse
passate tutte le classi che poteva fare in paese, dove c'era un
ginnasio di terza classe per tardare quanto più era possibile ad
aggravare il bilancio di famiglia con quella pensione.
L'avversione che Vincenzo aveva sempre dimostrata pel latino aveva
tenuto in pensiero il signor Anselmo tutti quegli anni. Se suo figlio
fosse fallito agli esami, se fosse stato dichiarato assolutamente
inabile a quello studio, avrebbe dovuto rinunciare a fargli percorrere
la carriera ecclesiastica, e per conseguenza al benefizio; e la
famiglia sarebbe rimasta senz'altro mezzo di sussistenza che il lavoro
di lui, già avanti negli anni, che poteva mancare da un giorno
all'altro e lasciare i figli nella miseria.
Per tutte queste considerazioni la buona riuscita dell'esame aveva
assunta tanta importanza, ed aveva disposto l'animo del padre ad una
gran deferenza per quel fanciullo, che considerava come il sostegno
della casa e delle bambine.
Nella quiete del seminario Vincenzo si propose di lavorare seriamente
per non deludere le aspettative di suo padre, che aveva riposta tanta
fiducia in lui. L'intelligenza non gli mancava, e meno libero, meno
distratto, fra condiscepoli già avvezzi alla disciplina della
comunità, che giuocavano poco e studiavano seriamente, potè egli pure
applicarsi con ardore a vincere le difficoltà dello studio. Non riescì
mai a distinguersi fra i primi della scuola, ma superò d'anno in anno
gli esami, e, compiuti gli studi liceali, ricevette gli ordini minori,
e fu ammesso al primo corso di teologia.
Fin dai primi mesi della loro separazione, Vicenzino aveva cominciato
a scrivergli, e quelle lettere, giungendogli nella lontananza di tutti
i suoi, nel raccoglimento di una vita uniforme e quieta, gli avevano
risvegliata la fantasia. Quelle proposte d'amicizia fervente ed eroica
lo avevano appassionato, ed egli aveva riposto in quell'affetto tutto
l'ardore che metteva prima nei giochi e nei piaceri. Si erano
scambiati giuramenti di completa fiducia, e di reciproco aiuto, a
costo di qualunque sacrificio.
Anche Vicenzino aveva lasciato quasi subito Santhià. Suo padre era
riescito a collocarsi come fattore in un tenimento signorile presso
Vercelli, dove mandava a scuola il figlio per fargli continuare gli
studi liceali, dopo i quali intendeva che andasse a Torino
all'Università, e prendesse una laurea. Era la sua ambizione, ed in
essa aveva attinto il coraggio di cercare un impiego e di adattarvisi,
il che gli costava non lieve sacrifizio, sebbene lo avesse ridotto ad
una specie di sinecura. Si consolava facendola da despota e signore
coi contadini suoi dipendenti. Intanto il fanciullo, intelligente ed
amante dello studio, faceva progressi meravigliosi.
Così i due giovani amici erano giunti uno a diciotto, l'altro a
dicianove anni, senza essersi più riveduti. Nell'inverno del 1864
Vincenzo trovò nella biblioteca del seminario, fra i libri che era
permesso agli alunni di leggere: -Il primato morale e civile
degl'Italiani-, di Gioberti. E, dopo avere scorse le prime pagine con
fatica, si era venuto via via interessando a quella lettura, che gli
aveva ravvivato nel cuore il sentimento patriottico fino allora
latente. Provò un vivissimo desiderio di saperne di più, e, non
trovando altre opere di quel genere, ne domandò ad un compagno, il
quale poteva avere dei libri per mezzo di un fratello, che glieli
consegnava di nascosto nelle visite domenicali. Cosi lesse -Le
speranze d'Italia-, del Balbo. E quelle vecchie speranze, in gran
parte conseguite, gli fecero palpitare il cuore. Ripensò quell'immenso
passaggio di soldati francesi che aveva veduti nel 59. Suo padre, con
una coccarda tricolore sul cappello, lo aveva condotto a Vercelli,
dove, in piedi sopra un tavolino da caffè, aveva veduto per ore ed ore
sfilare soldati e baionette, ed aveva udito gridare: «Viva l'Italia!
Viva l'Italia!» Anche lui aveva gridato colla sua esile vocina da
fanciullo, ed i soldati si erano messi a ridere, dicendo: «-Le petit
prêtre-».
Allora non aveva capito gran cosa; ma ora, a diciotto anni, tutto
quelle scene gli tornavano in mente, ed il solo ricordo di quelle
masse esultanti, di quelle armi, di quelle grida di popolo, lo
esaltavano. Dopo le -Speranze d'Italia- lesse una raccolta di poesie
patriottiche, del Berchet, del Foscolo, del Manzoni. Imparò a mente i
cori del -Conte di Carmagnola-, e la sera li ripeteva tra sè nel
silenzio del dormitorio buio, e si addormentava mormorando con fervore
quei canti di guerra. Erano le sue preghiere.
La sua testa si esaltò, il suo sangue giovane cominciò a ribollirgli
nelle vene, e le mura del seminario gli parvero una prigione, e la
sottana nera gli riescì grave. Passò dei giorni di ansietà crudeli,
combattuto tra la smania di correre da suo padre, di gettare la veste
ed il tricorno, e di dirgli: «Sono italiano, mi devo alla mia patria,
non voglio essere prete», ed il dolore di portare un colpo simile al
povero vecchio che aveva fede in lui, e che quella sua risoluzione
avrebbe ridotto alla miseria. Non aveva più testa allo studio, evitava
i compagni, smaniava, si strappava i capelli, piangeva disperatamente,
non scriveva neppure più a Vicenzino, gli pareva d'impazzire. Nelle
ore di ricreazione, mentre i piccoli seminaristi giocavano, ed i
grandi discorrevano ad alta voce, egli profittava di quel chiasso, che
impediva di distinguere i vari suoni, per cantare i vecchi inni del
1848, che si udivano ancora qualche volta nelle campagne del Piemonte.
Un giorno fu sorpreso da un assistente mentre strillava con tutta la
forza de' suoi polmoni---Va' fuori d'Italia, va' fuori, o
stranier!---e fu rinchiuso per castigo in un camerino di penitenza.
D'allora confuse l'assistente coi tiranni della patria, e quando
pensava alla redenzione d'Italia, pensava di redimersi dall'Austria e
da lui.
Circa quel tempo le lettere di Vicenzino cominciarono a farsi meno
verbose, meno sentimentali. Aveva realmente qualche cosa da scrivere
all'amico, un'angoscia da confidargli. Suo padre era ammalato. Egli
cessò di fantasticare sull'amicizia, per descrivere le sofferenze
dell'infermo, la tosse, l'affanno, le veglie; per riferire i giudizi
del medico.
Vincenzo aveva voluto bene a quel parente senza conoscerlo, forse per
una certa analogia nei loro caratteri. La sua malattia lo distolse
alquanto dai pensieri turbolenti che lo agitavano. Aspettava le nuove
dell'infermo con ansietà, ed aveva ripreso a scrivere all'amico, per
dargli coraggio e dirgli parole di simpatia. Un giorno ricevette un
biglietto brevissimo: «Mio padre è morto quasi improvvisamente, quando
pareva che cominciasse a star meglio. Sono solo al mondo.»
Erano vicine le feste di Natale. Vincenzo domandò una licenza per
andar a passarle in famiglia, e partì, impaziente come Damone
accorrente alla salvezza di Pizia.
Prima di andare a Santhià scese a Vercelli, e corse a vedere il cugino
nella fattoria dove aveva vissuto quegli ultimi anni con suo padre, e
dove l'aveva perduto. I due fanciulli erano molto cambiati, ma si
riconobbero subito. Tutti e due erano cresciuti. Vincenzo era forte,
quasi grasso, colorito in volto, ed una folta barba nera, sebbene
accuratamente rasa, gli coloriva di una tinta azzurrina le guance ed
il mento. Vicenzino invece, più alto del cugino di quasi un palmo, era
pallido e magro. I suoi dolci occhi turchini erano abbattuti dalle
veglie e dal pianto, ed i capelli biondi, arruffati sulla fronte gli
facevano una bella aureola, da arcangelo.
La loro lunga corrispondenza li aveva fatti conoscere così intimamente
l'uno all'altro, che ogni soggezione era scomparsa fra loro, ed al
primo vedersi si stesero le braccia, come se, prima di quella
separazione, avessero già vissuto molto tempo insieme. Vicenzino
pianse lungamente in silenzio, e Vincenzo non cercò di consolarlo. Se
lo teneva abbracciato come per fargli sentire che, dopo quel grande
amore che aveva perduto, gli restava ancora la sua amicizia; ma non
glielo diceva. Vicenzino però sentiva il cambiamento avvenuto nel
cugino in quei quattro anni. Lo sentiva egualmente impetuoso, ma
espansivo, riflessivo, serio, e questo gli faceva bene. Era l'amico
che egli aveva sognato.
Sfogato l'impeto del dolore, Vincenzo disse:
--Vieni con me. E, con quel fare sicuro ed imperioso che gli aveva
guadagnata altre volte una facile superiorità sui compagni, gli buttò
addosso mantello e cappello, e lo condusse alla stazione di Vercelli,
dove presero il treno che doveva condurli a Santhià.
Arrivati in paese si diressero subito verso la casa Dogliani. Erano
passate le quattro del pomeriggio, e nevicava; era quasi buio. Quando
furono a pochi passi dalla porta videro il signor Anselmo che si
avanzava dalla parte opposta.
--Babbo, gridò Vincenzo. E la sua voce echeggiò nel silenzio della via
deserta. Il signor Dogliani si fermò; rizzò il capo, che teneva chino
per ripararsi dal freddo col bavero del mantello, e, vedendo una
figura lunga e nera da prete, esclamò stupefatto:
--Vincenzo! Sei tu?
--Sì, rispose Vincenzo. Vengo a condurti un figlio di più. E spingendo
innanzi Vicenzino soggiunse mestamente:
--Suo padre è morto.
Il signor Dogliani tremava tutto come côlto da brividi, e non
rispondeva, e Vicenzino, mortificato da quel silenzio, vedendosi
respinto, fece per andarsene. Ma Vincenzo gli riprese il braccio, poi
accostando il volto a quello del padre e parlandogli sommessamente,
gli disse:
--Siamo amici da anni, e mi ha reso dei servigi....
Ma il signor Anselmo lo interruppe colla voce tanto commossa, che
spiegava il suo lungo silenzio:
--È figlio di mio fratello, e basta. Poi, accennando la porta di casa
colla mano che tremava come una foglia scossa dall'aria, disse a
Vicenzino:
--Entra.
Nella stanza da pranzo le ragazze aspettavano il babbo per mettersi a
tavola. L'Elena aveva quattordici anni, e pareva già una signorina. Le
altre due pure erano cresciute, ed avevano gli abiti troppo corti e le
gambe troppo lunghe.
Al vedere entrare i due giovani egualmente inaspettati, misero
un'esclamazione, e balzarono incontro al fratello. Ma il volto pallido
del signor Anselmo che comparve subito dietro al figlio, aveva qualche
cosa di più grave del solito, che le fece ammutolire. Egli però disse
semplicemente alle fanciulle, mettendo una mano sulla spalla di
Vicenzino:
--Vi conduco un nuovo cugino, lo conoscete?
--Sì, risposero le due ragazze maggiori. E quell'affermazione non
meravigliò affatto il babbo, che di certo aveva indovinato che da un
pezzo le sue figlie prendevano a cuore quel parente. Egli le presentò
ad una ad una, dicendo:
--Elena, la mia primogenita; Laura, la nostra piccola massaia, e
Maria, che ti farà sopportare i suoi capricci, perchè tra tutti
l'abbiamo viziata un pochino.
Fu la sola allusione che fece all'installamento del nipote in casa
sua. Poi tutti si misero a tavola, e la Laura cominciò a scodellare la
minestra.
VII.
Vincenzo doveva passare dieci giorni a Santhià per cominciare l'anno
nuovo colla sua famiglia. Ma, malgrado la presenza dei due giovani, la
casa era malinconica e silenziosa. Vicenzino aveva il cuore riboccante
di riconoscenza, ma sentiva che non avrebbe potuto parlarne senza
commoversi, ed evitava quell'argomento. Guardava lungamente Vincenzo,
ed i suoi occhi si empivano di lagrime. La stessa povertà della casa
che lo aveva ospitato lo commoveva. Le ventimila lire date a suo padre
acquistavano un valore assai maggiore, dacchè sapeva che il signor
Anselmo viveva quasi meschinamente, e la sua ammirazione per quello
zio, facendosi più grande, aumentava la sua tristezza per i ricordi
del passato.
Anche Vincenzo, con grande stupore delle sue sorelle, parlava poco ed
era spesso impensierito. Quando, con una vecchia burla che aveva
sempre lusingata la sua vanità, lo chiamavano arcivescovo, non
s'insuperbiva più affatto, e con quella cortesia che si usa tra
fratelli e sorelle, scoteva le spalle e borbottava: «Stupide».
La Laura, discorrendo coll'Elena di quel cambiamento, diceva:
--Non è più tanto vanitoso Vincenzo; si va migliorando.
Ma l'Elena, che non era assorta nelle faccende di casa, per le quali
non aveva gusto, ed aveva più agio di studiare il fratello, rispondeva
impensierita:
--Chissà che cos'abbia, povero Vincenzo!
Una mattina che i due giovani erano usciti a fare una lunga
passeggiata sulla neve gelata della strada maestra, incontrarono un
gruppo di contadine con dei panieri di ova e pollame, che andavano a
vendere a Santhià. Una bella donnona sulla trentina, che camminava
davanti a tutte, dondolandosi sui fianchi, guardò arditamente in
faccia Vincenzo, poi, ammiccando alle compagne con un riso maligno che
le scopriva dei bellissimi denti, susurrò abbastanza forte per essere
udita:
--Che bel prete!
Le altre risero forte.
Vincenzo si fece rosso, i suoi occhi lampeggiarono di sdegno; mosse un
passo innanzi come se volesse attaccar briga; ma subito si frenò, e
mormorò con rabbia:
--Sciocche! Villane!
Vicenzino, che aveva abbassato gli occhi per pudore, fu meravigliato
di quel risentimento, e disse:
--Via, non t'ha detto nulla di male, infine.....
--Sono villane, ripetè Vincenzo con denti stretti. Non sanno veder un
uomo vestito di nero senza chiamarlo prete.
--Ti fanno un onore anticipato, tornò a dire Vicenzino con piglio
conciliativo; se non sei ancora prete lo sarai.
Vincenzo stette un po' senza rispondere, guardando in terra, poi disse
colla voce strozzata:
--Già, lo sarò.
Vicenzino si fermò sui due piedi e fissò in volto il cugino. Questi
era acceso come una fiamma, teneva gli occhi chini a terra, e si
mordeva rabbiosamente le labbra. Vicenzino gli prese le mani e gli
domandò con affetto, ma coll'accento imperioso di un amico che ha
diritto di conoscere i segreti dell'amico:
--Che cos'hai?
Vincenzo non rispose e scosse il capo come per dire: «A che serve? È
un caso disperato». E due lucciconi, che gli tremavano sugli occhi,
caddero come due perle sulle mani congiunte dei due amici.
--Non sei contento di far il prete? tornò a domandare Vicenzino.
--Saresti contento tu? rispose l'altro con uno scoppio di voce che
tradì un singhiozzo.
--Io non ho la vocazione.
--Ed io l'ho la vocazione? Ho il benefizio; ho il dovere di conservare
quella rendita al babbo che è vecchio, alle sorelle che non hanno
dote... Eccola la mia vocazione! Debbo sagrificarmi per gli altri;
sagrificarmi tutta la vita.
--Eri pur contento del tuo stato, prima.... insistè Vicenzino.
--Prima ero un ragazzo. Non pensavo neppure d'aver una patria. Credevo
che le guerre si facessero solamente nei libri di Storia. Perchè non
avevo mai visto un Tedesco qui, non pensavo che vi sono delle
provincie d'Italia che essi invadono.....
E raccontò le sue letture, le sue febbri d'entusiasmo patriottico, le
lagrime divorate in segreto.... Parlava con enfasi, piangeva, tremava
tutto ed esclamava disperatamente:
--Dovrò rimanere inerte come un vile! Come un vile!
Vicenzino aveva già espresso all'amico il suo piano d'avvenire:
compiere da sè in casa quell'anno di studi per non obbligare lo zio a
pagargli una pensione a Vercelli; poi prendere il diploma di maestro
superiore, e collocarsi come insegnante nel ginnasio pareggiato di
Santhià per guadagnarsi la vita, durante il tempo che gli mancava
ancora prima di essere chiamato alla coscrizione. Ma egli pure aveva
sentimenti patriottici e si proponeva, se durante quei tre anni
Vittorio Emanuele od altri avessero -fatto qualche cosa-, di
arruolarsi come volontario.
Egli comprese dunque l'afflizione di Vincenzo, la sua lotta crudele
tra il dovere di figlio e quello di cittadino, e, non vedendo altro
mezzo di consolarlo, gli disse:
--Chi impedisce ad un prete di battersi quando occorra per la sua
patria?
--Nulla glielo impedisce nell'eccitamento di una crisi politica,
nell'ardore di una battaglia; ma il giorno dopo tornerà ad essere
estraneo a tutto quel che si fa pel suo paese; sarà sempre un prete,
ed io sento che son nato per essere un soldato. Oh, se non avessi quel
benefizio che mi lega...
--Se tu fossi cappellano d'un reggimento..., del -mio reggimento-....,
disse Vicenzino.
Nella sua desolazione Vincenzo s'aggrappò a quell'idea che gli
permetteva di fare una vita attiva, di vivere in caserma, di battersi,
di raccogliere i feriti, di assisterli, di conservare alla sua
famiglia il benefizio del quale viveva, essendo meno prete ed un po'
soldato. Ne parlarono a lungo, e Vincenzo, coll'ardore che metteva in
ogni cosa, finì coll'innamorarsi della sua missione di cappellano, e
gli ultimi giorni della sua vacanza apparve animato, eccitato,
contento, e partì colla fantasia riscaldata, facendo giurare a
Vicenzino di tenerlo informato di quanto si preparerebbe per la
liberazione di Venezia, e di chiamarlo al primo sintomo di prossima
guerra.
VIII.
Prima d'andare a rinchiudersi, Vincenzo pensò a provvedersi di libri,
per isfogare colla lettura, la passione che gli ferveva nel cuore.
Comperò i romanzi di Guerrazzi, di Massimo d'Azeglio, di Tommaso
Grossi, e li lesse e rilesse con l'avidità di chi morde un frutto
proibito.
Ma, accanto ad ogni maschia figura d'eroe, egli trovava una dolce
figura di donna, il cui nome si confondeva con quello della patria nel
pensiero del guerriero innamorato. E, a misura che il tempo passava,
il conforto che il povero seminarista aveva trovato nell'idea di farsi
cappellano di reggimento, prete-soldato, non gli bastava più; tornava
a sorgergli nell'anima, più ardente di prima, la ribellione contro il
suo destino. Alle scene di guerra che avevano turbata la sua fantasia,
ora succedevano le scene d'amore, che la turbavano ben più. Gli
bastava di portare lo sguardo sulla tonsura de' suoi compagni, per
sentirsi tutto ardere di sdegno. L'uscire in istrada colla lunga fila
dei seminaristi era un supplizio per lui. Gli pareva che gli uomini
ridessero nell'incontrarlo, e che le donne, nel guardarlo, non
arrossissero come arrossivano guardando gli altri giovani della sua
età. Si ricordava la contadina rubiconda che sulla strada di Santhià
gli aveva detto: «Che bel prete!» E si mordeva i pugni e piangeva di
rabbia. Egli non sarebbe mai altro che un bel prete!
Quei due anni, dal sessantaquattro al sessantasei, furono due anni di
tortura per lui. La sua veste nera gli era divenuta addirittura
odiosa. Non osava confidare a Vicenzino le angoscie segrete che lo
agitavano; si vedeva preso inesorabilmente nella fatale alternativa di
essere un cattivo prete o un figlio crudele, troppo debole per
accettare il sacrificio, troppo buono per liberarsene ad ogni costo.
Intanto Vicenzino viveva nell'azzurro di un bel sogno d'amore. Stando
in casa coll'Elena, omai vicina ai quindici anni, bionda, pallida,
sentimentale come lui, dal cuore generoso, dalla mente elevata, era
venuto a poco a poco a trattarla con intimità fraterna.
La Laura era nata massaia. Trottava tutto il giorno per la casa, dalla
cantina al solaio, badando alla cucina, alla guardaroba, alle
provviste per l'inverno, dando ordini, ricevendo conti. La Maria
andava ancora alla scuola, e quand'era in casa correva sempre sulle
calcagna della sorella più attiva. L'Elena invece aveva dei gusti
signorili. Le sue mani erano sempre bianche, e ne aveva una cura
grandissima; portava i suoi vestiti, più che modesti, con un garbo
squisito, e trovava sempre modo d'avere un fiore nei capelli e qualche
nastro sul petto. Delle faccende domestiche aveva scelta la più
pulita. Riceveva e raccomodava il bucato. Il tavolino da lavoro dove
altre volte si occupava come sapeva meglio la Caterina, ora era
diventato il posto dell'Elena, che ne aveva coperto il cuscino con un
ricamo, e ci aveva messo accanto un bel cesto di vimini ricamato
anch'esso, nel quale riponeva la biancheria da rammendare. Nella
cassetta del tavolino teneva sempre qualche libro, e tratto tratto
lasciava il lavoro per leggere un poco.
Vicenzino studiava allo scrittoio poco discosto, e quando aveva
finito, non aveva che da voltare la sedia per trovarsi accanto al
tavolino dell'Elena, in faccia a lei. Le parlava del libro che stava
leggendo, delle lettere di Vincenzo, della sua infanzia triste da
fanciullo malato, dell'America; le confidava i suoi disegni
d'avvenire.
--Sono avvezzo a studiare da solo. Nel tempo che sarò soldato studierò
sempre, assiduamente, e quando ritornerò, potrò avere il diploma
superiore per insegnare nei licei. Allora avrò una buona situazione.
Non diceva di più. L'Elena era troppo bambina perchè egli osasse
parlarle d'amore. Ma pensava che nei due anni che gli rimanevano,
avanti di essere chiamato alla coscrizione, la bambina sarebbe
diventata una giovane, e l'avrebbe amato, e prima di partire per
quella lunga assenza, col cappotto e la giberna, egli le avrebbe
svelato il suo segreto, ed avrebbe portato con sè, nella vita rumorosa
delle caserme, nelle marce faticose, nell'uggia delle manovre,
nell'eccitazione della guerra, la soave fiducia d'essere amato, di
trovare al suo ritorno quella dolce fanciulla bionda che lo avrebbe
aspettato, che gli porgerebbe la mano, e gli direbbe «sono tua». E la
situazione, guadagnata con tanto studio e tanta fatica, egli potrebbe
dividerla con lei, colla sua sposa, solo con lei, in un lungo avvenire
d'amore e di pace.
IX.
Ma prima che la coscrizione chiamasse Vicenzino a portare il cappotto
e la giberna, il movimento del 1866 per la liberazione del Veneto,
venne a fare un'utile diversione nelle idee dei due giovani. Appena
Vicenzino potè scrivere segretamente all'amico, che Garibaldi
raccoglieva i volontari per una prossima guerra, il povero seminarista
dimenticò i suoi segreti dolori, e, bollente di patriottismo, non
pensò che ad ottenere da suo padre il permesso d'uscire
temporariamente dalla sua prigione per andare a battersi. Il signor
Anselmo Dogliani non era uomo da opporsi.
Verso la fine di maggio i due cugini partirono per Milano, eccitati
dalla novità del viaggio, dei nuovi paesi, della guerra, comperando ad
ogni stazione giornali e proclami, stringendo amicizia coi giovani
della loro età che viaggiavano verso la stessa meta, sognando la
camicia rossa e la vittoria.
Ma furono presto separati. Vicenzino rimase ferito nel primo scontro a
Ponte Caffaro, e fu trasportato all'Ospedale di Salò. Vincenzo andò
solo a Monte Suello ed a Bezzecca, col cuore diviso tra l'entusiasmo
della guerra e l'ansietà per l'amico lontano; ed appena i corpi
volontari furono sciolti, corse a raggiungerlo. Vicenzino era fuor di
pericolo, ed in istato di essere condotto a casa. Ma era ancora
debolissimo; il viaggio era lungo, il caldo opprimente. Bisognò farlo
viaggiare comodamente, lasciarlo riposare una notte a Milano, un'altra
a Novara. Vincenzo lo accompagnava con una sollecitudine
affettuosissima, scegliendo i treni del mattino per evitargli l'ardore
dei vagoni infocati dal sole di agosto, procurandogli i brodi
sostanziosi di cui aveva bisogno, reggendolo fra le sue braccia quando
doveva fare qualche passo. Vicenzino, colla mente confusa dalla
eccessiva debolezza, senza voce per parlare, sentiva dolcemente quella
tenerezza da amico, e la confondeva nel suo pensiero coll'altra
tenerezza lungamente sognata; e, malgrado le sue sofferenze ed i
disagi del viaggio, assorto in una specie di vaneggiamento sereno, si
sentiva felice.
Vincenzo invece, appena cessato l'eccitamento della battaglia, aveva
pensato con raccapriccio al ritorno in seminario, ove doveva ricevere
gli ordini maggiori alla fine d'agosto, dopo pochi giorni soltanto:
gli ordini maggiori che lo consacravano prete, che lo obbligavano a
rinunciare per sempre ai sogni inebrianti della sua gioventù. E si era
fatto cupo, silenzioso, scoraggiato, e tratto tratto un impeto d'ira
gli faceva salire il sangue al volto, o la profonda disperazione gli
strappava le lagrime.
Quando, arrivati a Santhià, i due giovani entrarono in casa, l'uno
appoggiato all'altro, le fanciulle, che erano corse ad incontrarli,
nell'entusiasmo che in quei giorni riscaldava tutti i cuori, li
abbracciarono tutti e due come due fratelli. Vincenzo, coll'animo in
tempesta, rimase freddo; non era più il giovane ardente di due mesi
prima: un'ombra di tristezza profonda oscurava il suo volto. Ma la
fine inaspettata e sconfortante della campagna, gli forniva un
pretesto per nascondere i suoi veri sentimenti. Alle domande inquiete
dell'Elena e di suo padre, rispondeva:
--Non credevo che le cose dovessero finire a questo modo.
Vicenzino solo non s'avvedeva di nulla. Appena aveva sentito sulle sue
guancie le labbra della Elena, s'era messo a tremare, ed era scoppiato
in un pianto convulso. Era troppo debole per quella sorpresa di
felicità.
--È la stanchezza, s'era detto in casa; è un accesso nervoso. E
Vincenzo, che non vedeva l'ora di sottrarsi agli sguardi del padre e
delle sorelle, aveva portato quasi di peso il cugino in camera, e
l'aveva fatto coricare. Sfinito, in uno stato di prostrazione, vicino
a svenire, Vicenzino sorrideva come un estatico. Poco dopo Vincenzo
gli domandò:
--Come stai?
--Sono felice, susurrò l'ammalato.
Vincenzo si scostò dal letto premendosi i pugni sugli occhi, battendo
i piedi in terra, fremendo per tutto il corpo. Rimase a lungo colla
faccia rivolta alla finestra aperta, come se contemplasse lo splendido
tramonto che irradiava la cima delle Alpi lontane, come tante punte
d'oro, e chiudeva l'orizzonte turchino con un'immensa striscia d'un
rosso infocato. Ma il povero giovane non vedeva nulla, e stava voltato
così per divorare le sue lagrime senza farsi scorgere. Era una
precauzione superflua. Vicenzino guardava nel vuoto, nell'ideale; non
si accorse di quella disperazione, e, con un filo di voce, chiamò:
--Vincenzo!
L'eccesso della sua felicità gli pesava sulla coscienza come un
rimorso. Sentiva di doverla rivelare all'amico; l'aveva attinta nella
sua casa, gli era venuta da lui, ed aveva potuto fargliene un segreto!
Alla sua fantasia indebolita questo sembrava un atto di mala fede, una
colpa. Vincenzo si avvicinò, cupo, senza parlare, e l'ammalato gli
disse:
--Ho un segreto da rivelarti.
L'altro non rispose, ed egli, credendo che aspettasse quella
rivelazione, riprese:
--Ora non ho forza. Ti scriverò. Poi mormorò: Sono tanto felice!
Vincenzo lo abbracciò con impeto, tanto stretto che gli fece male, poi
uscì singhiozzando.
Rimase ancora alcuni giorni in famiglia, finchè vide Vicenzino un po'
rinforzato dalle cure e dall'agiatezza della casa. Ma il tempo
stringeva. Era martedì, e la domenica seguente doveva ricevere gli
ordini maggiori. Il signor Dogliani sembrava inquieto, temeva che
Vincenzo non avesse tempo di prepararsi alla cerimonia, e lo esortava
a tornare in seminario. Vincenzo non si fece più pregare. La mattina
del mercoledì salutò con infinita tenerezza tutti i suoi, abbracciò il
padre piangendo, e partì. Ma quando fu per salire in vagone disse a
Vicenzino che l'aveva accompagnato in carrozza col signor Dogliani
alla stazione:
--Non ti senti la forza di venire fino a San Germano? Sono pochi
minuti di corsa in ferrovia; anche tu, babbo; accompagnami ancora
questo trattino.
--Temo che Vicenzino si stanchi, rispose il signor Dogliani, e non sia
poi in grado di venir domenica a Novara per la cerimonia; vogliamo
esserci tutti; è una gran giornata domenica....
Vincenzo non rispose altro. Strinse forte la mano a tutti e due, e
salì in fretta nel vagone.
X.
Vicenzino si rimetteva rapidamente. L'Elena, dacchè era tornato così
malato, gli usava delle cure gentili ed amorevoli che lo inebriavano.
Nell'eccesso della gioia il giovane convalescente doveva far violenza
a sè stesso per non lasciar irrompere la passione che lo agitava.
Voleva confidarsi prima a Vincenzo; subito dopo la cerimonia, la
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
32
33
34
35
36
37
38
39
40
41
42
43
44
45
46
47
48
49
50
51
52
53
54
55
56
57
58
59
60
61
62
63
64
65
66
67
68
69
70
71
72
73
74
75
76
77
78
79
80
81
82
83
84
85
86
87
88
89
90
91
92
93
94
95
96
97
98
99
100
101
102
103
104
105
106
107
108
109
110
111
112
113
114
115
116
117
118
119
120
121
122
123
124
125
126
127
128
129
130
131
132
133
134
135
136
137
138
139
140
141
142
143
144
145
146
147
148
149
150
151
152
153
154
155
156
157
158
159
160
161
162
163
164
165
166
167
168
169
170
171
172
173
174
175
176
177
178
179
180
181
182
183
184
185
186
187
188
189
190
191
192
193
194
195
196
197
198
199
200
201
202
203
204
205
206
207
208
209
210
211
212
213
214
215
216
217
218
219
220
221
222
223
224
225
226
227
228
229
230
231
232
233
234
235
236
237
238
239
240
241
242
243
244
245
246
247
248
249
250
251
252
253
254
255
256
257
258
259
260
261
262
263
264
265
266
267
268
269
270
271
272
273
274
275
276
277
278
279
280
281
282
283
284
285
286
287
288
289
290
291
292
293
294
295
296
297
298
299
300
301
302
303
304
305
306
307
308
309
310
311
312
313
314
315
316
317
318
319
320
321
322
323
324
325
326
327
328
329
330
331
332
333
334
335
336
337
338
339
340
341
342
343
344
345
346
347
348
349
350
351
352
353
354
355
356
357
358
359
360
361
362
363
364
365
366
367
368
369
370
371
372
373
374
375
376
377
378
379
380
381
382
383
384
385
386
387
388
389
390
391
392
393
394
395
396
397
398
399
400
401
402
403
404
405
406
407
408
409
410
411
412
413
414
415
416
417
418
419
420
421
422
423
424
425
426
427
428
429
430
431
432
433
434
435
436
437
438
439
440
441
442
443
444
445
446
447
448
449
450
451
452
453
454
455
456
457
458
459
460
461
462
463
464
465
466
467
468
469
470
471
472
473
474
475
476
477
478
479
480
481
482
483
484
485
486
487
488
489
490
491
492
493
494
495
496
497
498
499
500
501
502
503
504
505
506
507
508
509
510
511
512
513
514
515
516
517
518
519
520
521
522
523
524
525
526
527
528
529
530
531
532
533
534
535
536
537
538
539
540
541
542
543
544
545
546
547
548
549
550
551
552
553
554
555
556
557
558
559
560
561
562
563
564
565
566
567
568
569
570
571
572
573
574
575
576
577
578
579
580
581
582
583
584
585
586
587
588
589
590
591
592
593
594
595
596
597
598
599
600
601
602
603
604
605
606
607
608
609
610
611
612
613
614
615
616
617
618
619
620
621
622
623
624
625
626
627
628
629
630
631
632
633
634
635
636
637
638
639
640
641
642
643
644
645
646
647
648
649
650
651
652
653
654
655
656
657
658
659
660
661
662
663
664
665
666
667
668
669
670
671
672
673
674
675
676
677
678
679
680
681
682
683
684
685
686
687
688
689
690
691
692
693
694
695
696
697
698
699
700
701
702
703
704
705
706
707
708
709
710
711
712
713
714
715
716
717
718
719
720
721
722
723
724
725
726
727
728
729
730
731
732
733
734
735
736
737
738
739
740
741
742
743
744
745
746
747
748
749
750
751
752
753
754
755
756
757
758
759
760
761
762
763
764
765
766
767
768
769
770
771
772
773
774
775
776
777
778
779
780
781
782
783
784
785
786
787
788
789
790
791
792
793
794
795
796
797
798
799
800
801
802
803
804
805
806
807
808
809
810
811
812
813
814
815
816
817
818
819
820
821
822
823
824
825
826
827
828
829
830
831
832
833
834
835
836
837
838
839
840
841
842
843
844
845
846
847
848
849
850
851
852
853
854
855
856
857
858
859
860
861
862
863
864
865
866
867
868
869
870
871
872
873
874
875
876
877
878
879
880
881
882
883
884
885
886
887
888
889
890
891
892
893
894
895
896
897
898
899
900
901
902
903
904
905
906
907
908
909
910
911
912
913
914
915
916
917
918
919
920
921
922
923
924
925
926
927
928
929
930
931
932
933
934
935
936
937
938
939
940
941
942
943
944
945
946
947
948
949
950
951
952
953
954
955
956
957
958
959
960
961
962
963
964
965
966
967
968
969
970
971
972
973
974
975
976
977
978
979
980
981
982
983
984
985
986
987
988
989
990
991
992
993
994
995
996
997
998
999
1000