«Mamma cara,
«Perdonami se vado via per alcuni giorni senza salutarti; e consolati
nel tuo cuore amoroso, pensando che sono guarito dalle ubbie che mi
tormentavano,
«Vado dalle signore Nardi. Le mie circostanze sono un po' mutate. Non
so se la sposa che avevo scelta quando mi credevo ricco s'accontenterà
ora d'un povero giovane senza patrimonio.
«Perchè sai che non ne ho, non posso averne. L'usufrutto appartiene a
te, e la proprietà della sostanza Bellazio spetta ai figli della mia
povera sorella.
«Ho fede nell'affezione e nella generosità della Maria, e credo che il
matrimonio si farà egualmente e presto. In tal caso accompagnerò
quelle signore a Gradate, perchè desidero di maritarmi quietamente in
campagna, e poi anderò a fare un breve viaggio per aspettare il giorno
delle nozze. Allora ci rivedremo, mia cara mamma, e vivremo sempre
uniti, nel nostro bel quartierino, che la tua bontà ci ha preparato, e
dove la camera nuziale non sarà più chiusa. Parleremo dell'avvenire
che ci aspetta, soltanto dell'avvenire; e saremo tutti felici. Tu pure
sarai felice, mamma cara e venerata sempre.
«-Il tuo- MARCO.»
Quando la mattina volle consegnare la lettera alla cameriera, da
rimettere a sua madre appena si fosse svegliata, gli fu risposto che
la signora aveva dovuto uscire di buon'ora, ed aveva lasciato nella
sua camera un'imbasciata per lui.
Marco entrò subito nella camera di sua madre, e trovò infatti un
biglietto sulla scrivania diretto a lui.
--«Non posso assistere alle tue nozze, scriveva la povera donna, nè
vivere, come avevo sognato, presso di te. Non si può illudersi che il
male non si espii presto o tardi; e questa è la mia espiazione. Vado a
Nervi presso i bambini della povera Elena, e se il loro babbo mi
vorrà, rimarrò con loro. Posso sperare almeno che tu mi scriva?»
L'umiltà di quella lettera fece male al cuore buono di Marco. Ma egli
non potè a meno di approvare quella separazione.
Erano appena le nove, e sarebbe stato impossibile andare a quell'ora
in casa Nardi. Impiegò il tempo che gli rimaneva da aspettare, a
scrivere una lettera a sua madre, invece di quella che aveva
preparata. Le notificò la sua risoluzione di rinunciare al patrimonio
Bellazio, ed aggiunse dei rimpianti per la sua lontananza e delle
espressioni affettuose, molto al disotto però della tenerezza
vivissima che provava in quel momento per lei. Temeva che qualsiasi
manifestazione insolita potesse parere un'allusione alla confessione
ricevuta, e si trattenne per non dir troppo.
Dalle signore Nardi, Marco trovò facilmente il modo di spiegare come
si fossero dissipati i dubbi che lo tormentavano circa la sua salute.
L'assicurazione ripetuta del medico dopo un'osservazione di quattro
mesi, era più che sufficiente a persuadere chiunque della sua buona
costituzione. Ma fu imbarazzato per addurre una ragione soddisfacente
del suo improvviso cambiamento di stato. Non c'era tempo da pensarci
su, e dovette appigliarsi al solito pretesto delle speculazioni mal
riescite. Gli era rimasto soltanto un piccolo capitale, che aveva
sacrificato per fare una rendita vitalizia a sua madre, affinchè
potesse godere le agiatezze alle quali era avvezza....
Se si fosse trattato di persone più cupide ed esperte di affari,
sarebbero forse nate discussioni sulla legalità della cosa. Ma la
Maria era innamorata, e non badava ad altro; e la madre, vedova
anch'essa, approvò di buon grado quello che un figlio devoto aveva
fatto per un'altra madre vedova. Del resto gli sposi, tra tutti e due,
potevano mettere insieme circa dieci mila lire all'anno; Marco era
avviato in una buona carriera e la sua condizione prometteva di
migliorare sempre; era ancora un discreto partito. Quelle ragioni
d'interesse spiegarono anche l'allontanamento improvviso della signora
Bellazio. Certo fra lei ed il figlio c'era stata qualche discussione
che, per quanto accomodata, lasciava un lieve screzio, e li faceva
desiderare di non far casa comune.
Le nozze, il viaggio, quelle prime sorprese della felicità,
assorbirono talmente Marco, che non ebbe testa di pensare a nulla.
Mandò due telegrammi a Nervi, nei quali non faceva che dare nuove
ottime di sè e della sposa, e sfogare la sua gioia. Fu soltanto al
ritorno, coll'animo più tranquillo, che cominciò ad avvedersi d'un
grande riserbo nelle lettere di sua madre.
Erano scarse e brevi; parlavano pochissimo di lei, e più dei bambini,
che crescevano sempre bellini e gracili. Marco aveva risentita tanta
riconoscenza per l'abnegazione, con cui quella povera donna, ch'egli
avrebbe onorata sempre come una santa, s'era avvilita con una
confessione tanto penosa, pur di rassicurarlo sulla sua salute, che
non capiva come mai ella non gli tenesse conto di tanta gratitudine e
di tanta indulgenza. Dal canto suo la madre, in quella prima lettera
di Marco, dove anche le parole di perdono e d'amore erano tenute nei
limiti del linguaggio abituale, per timore d'offenderla con
un'allusione al suo errore, aveva trovata una freddezza, che non la
faceva pentire di certo della sua confessione eroica, ma gliela faceva
considerare mal compensata.
Ella si andava ripetendo la vecchia storia di Cristo e della Maddalena
che ha incoraggiati tanti errori, e imbaldanziti tanti colpevoli, e
pensava che Marco era stato crudelmente severo verso di lei, che gli
aveva consacrata tutta la vita. Quel rifiuto del patrimonio non
l'aveva preveduto, e la crucciò profondamente. Avvezza ad una vita
molto agiata, le pareva che Marco dovesse patire delle privazioni. E
d'altra parte, a che titolo poteva insistere perchè accettasse quel
danaro? Non osò parlarne; non osò neppure mandare il dono di nozze che
aveva preparato per la sposa; tutti i suoi gioielli nuziali rilegati a
nuovo. Era ancora una ricchezza di casa Bellazio; la respingerebbero
di certo, e lei fremeva al solo pensiero di quell'affronto.
Dal canto suo Marco diceva:
--Povera donna. Nell'impeto dell'affetto materno la sua coscienza le
ha strappato quella confessione: ma ora rimpiange l'aureola d'onestà
che ha dovuto sacrificarmi, e nel suo orgoglio offeso non mi perdona
d'averla involontariamente obbligata ad un'umiliazione.
Finirono per credere ciascuno ad un risentimento che in realtà non
esisteva nell'altro. Cioè, esisteva, sì, nell'animo di Marco, un
immenso rammarico per quella colpa della madre. Come mai aveva
offuscata la sua bella riputazione di donna onesta? E chi era
quell'uomo? Ci pensava con fastidio, e non avrebbe voluto conoscerlo.
Non gli perdonava d'aver avvilita sua madre. E quel povero marito
malato, debole, condannato ad una morte immatura, e, per colmo di
sventura, tradito, prendeva nel suo cuore generoso il posto del padre
che disprezzava. Di tutto questo si era proposto di non lasciar
trasparire nulla alla sua povera mamma, e di perdonare, di perdonar
tutto, di gettare un velo sul passato, ricordandosi soltanto la sua
lunga vita di solitudine e di dolore e di devozione materna.
Ma la freddezza di lei inasprì il suo giudizio, ed egli finì per
pensare:
--Infine, se si allontana da me, se non vuol vivere colla mia sposa
onesta, vuol dire che sa di non meritarlo, o che non mi ama quanto io
credevo.
E rivolse tutto il suo affetto alla propria famiglia, la quale andò
d'anno in anno aumentando d'un piccolo essere, che reclamava un
grandissimo posto nel suo cuore e ne' suoi pensieri.
Quando i bambini furono quattro, e la Maria, un po' stanca, sentì il
bisogno d'un aiuto, Marco non osò pregare sua madre di venire a vivere
in casa sua. S'era allontanata di sua volontà, non gli aveva fatto
neppure una visita in sei anni; non conosceva nessuno de' suoi figli;
non lo amava più. Egli diceva fra sè:
--Accade alle volte che una donna onesta, trascinata in fallo da un
momento di passione, prenda in uggia il figlio che le ricorda
quell'ora vergognosa della sua vita. Io poi, che fatalmente dovetti
saper tutto....
Fu la madre di sua moglie che andò a vivere con loro per assistere la
Maria nelle sue cure materne.
Marco provò un momento d'imbarazzo quando dovette annunciare alla
signora Bellazio quella novità. Due volte cominciò una lettera su
quell'argomento, ma non gli riescì di concluder nulla. Finì per dire
la cosa semplicemente, come una circostanza secondaria in una lettera
delle solite, senza mostrare di darci maggior importanza.
«Mia suocera, che in causa dei bambini è venuta a vivere in famiglia
con noi, m'incarica di unire i suoi saluti affettuosi ai nostri....»
La risposta, sebbene molto ritardata, era piena di malinconia. La
mamma ritrovava tutta la sua tenerezza. «Si struggeva di vedere Marco.
Sapeva che la vita attiva lo aveva fortificato, che era anzi sulla via
d'ingrassare. Il medico glie lo aveva scritto. Le era riserbata quella
gioia dopo tanti dolori, di sapere che suo figlio vivrebbe lungamente,
sano, con una famiglia rigogliosa. Oh quanto desiderava di vederla
quella famiglia, quanto!»
Marco, nel segreto del suo studio, pianse su quella lettera della
madre. «Ella si teneva in corrispondenza col medico per essere
informata della sua salute, povera donna. Egli l'aveva accusata a
torto di non amarlo. Non era che il sentimento della sua umiliazione
che la teneva lontana.»
Marco non aveva mai avuto bisogno di cure mediche in quei sei anni.
Aveva un florido appetito, digeriva senza avvedersene, dormiva bene,
resisteva alla fatica; il suo umore era sereno ed uguale, i suoi nervi
tranquilli. La Maria, nei lievi incomodi delle sue crisi materne,
aveva desiderato d'essere assistita dal suo medico di famiglia, che
più tardi aveva curati anche i bambini nelle loro piccole malattie.
Il vecchio medico Andreoni era stato lasciato da parte. Marco lo aveva
incontrato qualche volta qua e là, ma aveva appena scambiate poche
parole, e l'aveva lasciato senza invitarlo a visitare sua moglie. Gli
rimaneva un resto d'imbarazzo per la scena della sua tisi supposta;
non sapeva in che termini la signora Bellazio gli avesse spiegata la
guarigione di quell'idea fissa. Temeva che sapesse tutto, perchè
godeva da anni la confidenza della famiglia. Ed il dottore era tanto
vecchio, e d'un'onestà così esemplare e riconosciuta, che Marco si
trovava male dinanzi a lui, pensando che forse giudicava severamente
sua madre.
Ma, al ricevere da lei quella lettera affettuosa, provò un gran
desiderio di rivedere il vecchio amico della sua famiglia. Dacchè sua
madre gli scriveva, e riceveva da lui le informazioni sulla salute del
figlio, era certo ch'egli la teneva sempre nella stessa
considerazione, e non sapeva nulla.
Non osò andarlo a trovare dopo tanto tempo, ma frequentò il circolo
politico dove l'aveva incontrato qualche volta, sperando in una
combinazione fortunata. Sgraziatamente la combinazione non capitò, e,
domandando ad un conoscente, seppe che il dottor Andreoni era
ammalato.
Allora non esitò più, ed andò a vederlo. Non era una malattia grave;
era un accesso di podagra che impediva al vecchio quasi ottuagenario
di uscire di casa. La vista di Marco gli fece un piacere vivissimo.
Gli strinse le mani, tanto commosso, che alla prima non potè parlare;
poi gli disse:
--Dammi un buon bacio, figliolo; e raccontami come stai e cosa fai.
Marco lo informò della sua situazione, della sua famiglia, di tutto.
--Cinque bambini! esclamò il vecchio. Daranno molto da fare alla tua
sposa.
--C'è la sua mamma che l'aiuta, disse Marco un po' imbarazzato.
--Ma non vive con voialtri, osservò il vecchio,
--Sì, da qualche mese facciamo casa comune; appunto per i bambini....
--Ah! Era il posto della tua povera mamma, quello! sospirò il medico.
--Ma quegli altri due laggiù che sono orfani, hanno tanto bisogno di
lei, s'affrettò a rispondere Marco.
--È vero, è vero, soggiunse il medico. E la tua salute come va? Ci hai
più pensato alla tisi?
--Che! Non ci ho disposizione; disse Marco. Ora ingrasso davvero. E
poi ho fatte le mie prove. Capirà che la direzione d'un'officina così
vasta non mi lascia molto riposo. Alle volte mi tocca di salire venti,
trenta chilometri al giorno, in montagna, per vedere dei materiali;
non posso badare nè al sole nè all'umidità; eppure non ho mai avuto
una tosse. Sono refrattario.
--E non hai paura che quel male si sviluppi?
--Che! È stata un'impressione giovanile. Ero appunto nell'età in cui
sono morti tutti i miei. Ma ora l'ho passata quell'età, e di parecchi
anni, purtroppo.
--Quanti anni hai?
--M'avvio verso i trentatrè,
--Dunque ora sei sicuro. Ed il medico continuò a parlargli di
quell'argomento. Gli narrò molti casi, di famiglie colpite da una
malattia ereditaria, nelle quali poi il contagio s'era arrestato per
non ripetersi più per molte e molte generazioni. Del resto Marco non
ci pensava più da un pezzo, ed anche indipendentemente dalla ragione
suprema che gli aveva data sua madre, non capiva come mai avesse
potuto lasciarsi impressionare a quel modo.
Quando si alzò per congedarsi, il vecchio gli disse:
--Non permetterai che, quando potrò uscire, io venga a conoscere la
tua signora?
Marco accolse quella domanda con gioia; provava un vero sollievo a
quel ravvicinamento. Infatti, circa due settimane dopo, il dottor
Andreoni andò in casa Bellazio, si fece subito amico colla Maria e
volle vedere tutti i bambini che trovò belli e floridi. Più li
esaminava e più si metteva di buon umore.
--Che toraci! esclamava, e che organi vocali! Questo deve rassicurarti
sullo stato dei loro polmoni.
Marco sorrideva di compiacenza. Aveva infatti la calma serena d'un
uomo felice.
--Se li vedesse tua madre! disse il medico. Una nube passò sulla
fronte di Marco. Forse quella stessa salute di lui e dei figli, non
farebbe che richiamarle il ricordo vergognoso della loro origine.
Intanto le nuove di Nervi erano consolanti a proposito dei nipotini di
Marco. L'aria marina aveva rifrancata la loro costituzione debole. La
ginnastica, un buon regime igienico, avevano contribuito a risanarli.
Tutti e due avevano scelta la carriera militare, e si disponevano ad
entrare in un collegio dì marina.
Una mattina Marco ricevette un biglietto dal dottor Andreoni che lo
pregava di recarsi da lui, e vi corse subito.
--Non sono venuto io da te perchè avevo bisogno di parlarti da solo,
disse il vecchio appena lo vide entrare. Aveva un'aria assai grave, e
Marco si impauri.
--La mamma è ammalata? domandò ansiosamente.
--No, figliolo. Tua madre è sana e forte, ed è lei che ha trasfuso in
te quell'onda di sangue puro che ti ha salvato.
Marco chinò il capo, e non disse nulla.
--Sicuro, ripigliò il medico. Lei, lei sola, capisci?
L'imbarazzo di Marco cresceva. Cosa voleva dire quell'allusione? Alzò
gli occhi imbarazzato, un po' severo, come per far comprendere al suo
vecchio amico che quel discorso era indiscreto. Ma il dottore
continuò:
--Al suo sangue robusto devi la tua salute fisica; ed al suo cuore
generoso ed eroico, devi la tua salute morale.
Tacque un minuto, guardando il giovine onestamente negli occhi, poi
vedendolo turbato e commosso soggiunse:
--Ti ha ingannato! È sempre stata la più onesta delle mogli, adorava
il suo povero marito, ed adora te, perchè sei tutto quanto le è
rimasto di lui.
Marco si alzò con impeto, tutto pallido e tremante come per correre ad
abbracciare sua madre. Poi si gettò al collo del vecchio, e rompendo
in un pianto convulso esclamò:
--Oh, dottore! Mi dica che è vero!
--L'ha immaginato lei, nella sua disperazione quell'inganno pietoso.
Me lo disse più tardi, ed io non potei che approvarlo, dacchè ti aveva
guarito dall'idea fissa che ti perseguitava; ma non sapevo che dovesse
costarle tanto dolore, nè durar tanto. Speravo che tu la richiamassi,
e che avreste continuato a vivere insieme fino al giorno in cui,
vedendoti rassicurato, ella potesse giustificarsi con questa lettera.
E gli porse una lettera suggellata. Marco l'aperse, e, traverso le
lagrime che gli velavano gli occhi, lesse:
«Figlio mio, legittimo e caro:
«Il medico mi dice che, se non riesco a rassicurarti sulla tua salute,
la tua vita e la tua ragione sono in pericolo.
«Finora non vissi che per te, ti sacrificai la mia gioventù; ora ti
sacrifico assai più: l'orgoglio d'essere stimata da te. Affronto il
tuo disprezzo per salvarti; mi accuso d'una colpa che non ha commessa;
ma quando sarò morta, il dottore, o chi ne riceverà l'incarico da lui,
ti consegnerà questo foglio. Ed allora saprai che oggi ho mentito per
salvarti, ma che non ho mai mancato a' miei doveri di moglie; e
rispetterai ancora la mia memoria.»
Quella lettera portava la data di circa otto anni prima; il giorno
indimenticabile di quella rivelazione.
Il povero giovane si disperò, pianse come se avesse ricevuto un
annunzio di sventura. Non poteva perdonare a sè stesso di avere
creduto quell'enormità, d'aver lasciato sua madre sotto il peso di
quell'accusa. Diceva al vecchio parole crudeli perchè aveva permesso
quel sacrificio inumano, poi lo baciava, e lo bagnava di lagrime, e lo
benediva per averglielo rivelato.
La mattina del giorno seguente, dopo la colazione, la signora Bellazio
madre stava nella stanza da pranzo di suo genero a Nervi, preparando
il corredo dei giovani marinai, tutta intenta a numerare le camicie,
le calze, le pezzuole. Ma era triste. Quei fanciulli, che aveva
cresciuti con tanta cura, se ne andavano; il padre voleva stabilirsi
alla Spezia per essere vicino a loro. E lei doveva di nuovo cambiar
paese, trovarsi un'altra volta fra gente ignota, lontana da tutti
quelli che amava. Suo genero, del resto, aveva poco più di
quarant'anni. Era amantissimo dei grandi viaggi; era lui che aveva
insinuato ai figli l'idea di scegliere quella carriera. Alla prima
partenza, di certo egli si sarebbe imbarcato per seguirli; e lei
sarebbe rimasta sola, ora che cominciava a sentirsi vecchia,
--Arrivano dei signori, nonna, disse il più giovane dei suoi nipoti,
entrando tutto eccitato; sono scesi or ora al cancello del cortile.
La signora Bellazio si scosse di dosso qualche filo bianco, che le era
rimasto dal riavviare la biancheria, e s'avviò verso l'uscio per
andare nel salotto.
Ma, prima che ci arrivasse, vide entrare il vecchio medico, che le
aperse le braccia, e le disse:
--Sono qui tutti, e sanno ogni cosa. L'ho detto; non ne potevo più;
ora che lei rimaneva sola...
E Marco si precipitò al collo di sua madre, singhiozzando come un
bambino; e dopo un primo sfogo le mise intorno tutti i suoi figli, e
sua moglie, dicendo:
--Oh, mamma cara! mamma santa!
La Maria s'era inginocchiata presso la suocera e le baciava le mani,
mentre i bambini, a cui avevano detto di abbracciare la nonna,
esclamavano giubilanti:
--Un'altra nonna! un'altra nonna!
VITE SQUALLIDE.
Erano due vecchie zitelle, e vivevano sole. La signora Rosa, tutta
piccina, tutta giallina per una malattia epatica, portava una
cuffietta bianca con alcune cocche di nastro turchino. La trina ed il
tulle erano di cotone, rilavati ed insaldati finchè ci potevano
reggere; ed il nastro aveva conservata appena una pallida tinta del
turchino primitivo. Nessuno, neppure tra i più vecchi conoscenti, si
ricordava d'aver mai visto la signora Rosa senza la cuffia; il fatto
era che quella cuffia l'aveva adottata prima di compir i quindici
anni, quando aveva sofferto per la prima volta un'itterizia acutissima
che non era poi mai guarita del tutto, e l'aveva accompagnata
fedelmente per tutta la sua povera vita. La signora Caterina invece
era forte e robusta, alta come un granatiere; ed anche i suoi modi
bruschi e la sua intelligenza rudimentale, sarebbero stati più adatti
ad un soldato che ad una signora. Signora, tanto per dire; ed equivale
a donna del ceto civile; ma quelle due sorelle erano poverissime.
Possedevano di patrimonio comune ed indiviso, seimila lire, le quali,
collocate presso un banchiere amico e lontano parente, fruttavano una
somma netta di trecento lire all'anno.
Fino a pochi anni prima che io le conoscessi molto davvicino, le due
zitellone avevano avuto la madre completamente cieca. A quell'epoca un
cugino parroco, cedeva alla vecchia parente un quartierino, annesso
alla sua parrocchia di S. Giovanni; quattro camere ed un giardinetto.
Lo cedeva gratuitamente, a condizione che le tre donne tenessero in
ordine la biancheria della chiesa ed i paramenti.
Con quanta coscienza adempivano a quell'impegno! La domenica e tutte
le feste comandate mettevano da parte i lavori dai quali cavavano da
vivere, e, dalla mattina alla sera, s'affrettavano ad intrecciare alte
trine a maglie complicate, per le tovaglie dell'altare. La signora
Rosa, che sapeva lavorar di fino, ricamava a punto buono l'animetta
per coprire il calice, il corporale, le cotte; orlava finamente i
camici, gli amitti, ed i purificatori. Non c'era sagrestia più ben
tenuta di quella di S. Giovanni.
La signora Caterina aveva la passione dei fiori; una passione muta,
senza espansioni, e modestissima. Non ricercava piante esotiche o
fiori di specie rara; curava devotamente i suoi geranî, i suoi
oleandri, le limonarie, le aspedistre, ed era felice di moltiplicarli,
di coprirne tutto il parapetto e tutte le aiuole del piccolo giardino.
Era la sua unica distrazione, il suo solo piacere.
Le trecento lire di rendita delle tre donne non bastavano al loro
vitto, per quanto modesto. Ed esse lavoravano per un negozio.
Lavoravano assiduamente, un lavoro monotono e mal compensato, e ci
mettevano uno zelo da artista. La signora Rosa cuciva biancherie
finissime, faceva trafori che parevano trine, rammendi che non
lasciavano più trovare la traccia della laceratura. La signora
Caterina non lavorava che a punto di calza; ma in quello era maestra.
Le venivano dal negozio delle calze colorate a disegni strani, delle
uose dello spessore di due centimetri, giubbini e mutande modellati
come maglie da teatro, coperte da letto d'un lavoro complicatissimo.
Lei prendeva quei modelli con mal garbo, dichiarava che erano
sciocchezze, che un bel punto semplice valeva sempre meglio, che, del
resto, lei non era capace d'imitare quelle corbellerie; che, neppure
sapendo, l'avrebbe fatto, perchè non metteva conto; erano idee da
gente leggera; preferiva perdere la pratica del negozio che
sottomettersi a fare quelle stranezze....
Intanto guardava, esaminava ben bene il modello co' suoi occhi loschi,
preparava i ferri in misura, la lana, infilava i punti, e, dopo
qualche tentativo più o meno felice, riesciva sempre a copiare la
nuova maglia.
Allora cominciava a sorridere colla sua povera bocca storta, un
sorriso muto e gongolante di legittimo orgoglio. E si metteva a quel
nuovo lavoro con ardore, immaginava tutte le applicazioni che gli si
potevano dare, se ne innamorava, disprezzava tutti i punti dell'anno
precedente; poi, quando il nuovo cominciava a passar di moda, si
ribellava, protestava, s'aggrappava a quell'ultimo capriccio, finchè
non ne veniva un altro ad innamorarla daccapo. Erano i suoi soli
amori, da vent'anni in poi, ed erano sempre amori degli altri, che le
venivano imposti.
Una volta sola nella sua vita aveva avuto un amore suo, un amore
d'elezione. Era come un romanzo la storia della signora Caterina; lei
non ne parlava mai, ma la signora Rosa si compiaceva di raccontarla
sommessamente, guardando sua sorella con un'ammirazione retrospettiva,
che nessuno poteva più condividere.
Da giovinetta, la signora Caterina era bellissima di volto come di
persona; allora c'era ancora suo padre, negoziante di generi
coloniali, che guadagnava molto; la famiglia viveva benino, e quella
bella fanciulla consolava i genitori del cruccio d'avere la
primogenita malata, ed invecchiata anzi tempo col suo pallore
giallognolo e la sua cuffia. Quando la Caterina ebbe vent'anni, le
misero il primo vestito da ballo e la condussero ad una festa. Là fece
la conquista d'un professore di contrabasso dell'orchestra della Scala
di Milano, che si trovava a Novara per la gran Messa in musica della
festa di S. Gaudenzio.
Prima di ripartire per Milano, egli domandò la Caterina in isposa; e
si combinarono le nozze col consenso di tutti, per la prossima Pasqua.
Durante quei mesi, lo sposo faceva frequenti gite a Novara. Non era nè
molto giovane nè molto bello; aveva una persona colossale, un viso
paffuto e colorito, troppo colorito. Ma era gioviale, buono,
espansivo; la Caterina ne fu presto innamorata come un'eroina da
romanzo. L'abito da ballo fu riposto nell'armadio, perchè il
corpulento fidanzato non si sentiva bastantemente leggero per danzare,
e non amava di vedere la sua bella sposa danzare cogli altri: ella non
rimpianse quel piacere appena assaporato; il suo amore si compiaceva
del sacrificio.
Dal dì di S. Gaudenzio, che è il 22 gennaio, alla Pasqua, corsero
dieci settimane, e furono dieci visite dello sposo, dieci gioie mute e
frenate per la Caterina, che lo vedeva in presenza dei suoi, gioiva e
palpitava di sentirselo accanto, ma non osava aprir bocca, e lo
guardava appena. La decima visita, però, doveva unirli per sempre; e
lo sposo, che giunse la sera, era tripudiante, esaltato, pazzo d'amore
e di felicità. La Caterina piangeva in silenzio; si sentiva tanto
contenta e tanto amata, che ne era commossa.
La mattina, vestita da sposa, e pallida pel turbamento interno, era
più bella che non fosse stata mai. Rimaneva muta dinanzi allo
specchio, guardandosi fissa, come se quella bella figura le riescisse
nuova, e sorridendo forse al pensiero della gioia che proverebbe il
suo sposo al vederla. La piaceva di sentirsi ammirata. Scese le scale,
voltandosi indietro per vedersi lo strascico dell'abito bianco; era il
suo primo abito a strascico.
C'erano tutti gl'invitati, e le carrozze erano alla porta. Soltanto lo
sposo non era comparso.
Aspettarono un quarto d'ora, poi giunse il sagrestano a dire che in
Duomo tutto era pronto, e che il parroco si impazientava, perchè
c'erano molti ammalati di vaiuolo, che aspettavano i sacramenti.
--Infatti c'è il Tale che sta male, ed il Talaltro che è moribondo,
disse il padre della sposa che conosceva tutte le famiglie della
città. Questo vaiuolo fa strage, da pochi giorni in qua.
Si mandò un garzone del negozio all'albergo a chiamare lo sposo, per
non far attendere il parroco più a lungo. Lo sposo dormiva
saporitamente. Bussa e ribussa, non c'era verso di farsi udire; e
l'uscio della camera era chiuso internamente. Era un giovane
assestato; aveva con sè il denaro pel viaggio da nozze, aveva dei
gioielli, e non s'era fidato, con quel sonno di piombo che benediva le
sue notti, a lasciar l'uscio aperto in una pubblica locanda.
Vedendo che il giovane del negozio non tornava nè collo sposo nè colla
risposta, il suocero ci andò lui, e volle che l'albergatore facesse
aprir l'uscio del suo futuro genero.
--Ieri sera era in allegria, ha bevuto anche qualche bicchiere di
marsala; chissà quando si sveglierebbe, a lasciarlo fare.
L'albergatore aveva una seconda chiave, colla quale riescì a spingere
fuor dalla toppa quella che c'era di dentro, e poi ad aprire.
Entrarono nella camera. Le imposte erano chiuse, e lo sposo dormiva
sempre.
--Che sonno da marmotta!, disse l'albergatore. E spalancando le
imposte, fece entrare un bel raggio bianco di sole invernale che
illuminò tutta la stanza.
In quella la voce del suocero esclamò:
--Per Dio! Si doveva prevederlo, che era una disgrazia!
Il giovane giaceva col capo rovesciato sui guanciali, il volto
pavonazzo, gli occhi iniettati e grossi come se fossero per uscire
dall'orbite, e la bocca contorta, dalla quale pendeva la lingua
stretta fra i denti, ed orribilmente gonfiata. Era morto d'apoplessia.
Si fece di tutto per ingannare la Caterina. Si disse d'un telegramma,
che lo aveva chiamato improvvisamente a Milano, che tornerebbe... Ma
non c'era apparenza di verità. Il matrimonio sospeso, il turbamento
mal dissimulato di tutti, le fecero indovinare una catastrofe, e la
misero in una convulsione terribile. Piangeva, urlava, sragionava, si
strappava i capelli e le vesti, voleva fuggire, voleva gettarsi dalle
finestre.
Bisognò chiamare il medico, il vecchio medico di sua sorella Rosa, che
era sempre in cura pel suo fegato. Per disgrazia, appunto quel giorno
il medico era a letto con un'infreddatura. Gli altri erano tutti in
giro per le visite mattutine; e nè in casa nè alle farmacie si
potevano trovare. Intanto la ragazza dava in ismanie, pareva che
impazzisse.
Finalmente il padre pensò ad un malato di vaiuolo, presso il quale un
medico aveva passata la notte, perchè l'infermo era aggravatissimo. Vi
accorse, e trovò appunto il dottore che usciva dalla camera del
moribondo. Non gli parve vero di condurlo subito da sua figlia, che a
forza di calmanti si tranquillò, sebbene rimanesse inconsolabile.
Era guarita dalla convulsione; però, dopo alcuni giorni, fu presa dal
vaiuolo, che si sviluppò violento, terribile. Il medico le aveva
portata l'infezione. La sua forte natura, la sua gioventù lottarono
lungamente, e trionfarono del male; ma la bella fanciulla rimase
orrenda. La bocca era contorta, gli occhi loschi; la pelle violacea e
fortemente butterata pareva la corteccia d'un popone; ed uno
stiramento di nervi sotto la guancia sinistra, torceva perennemente il
collo da quella parte. Così erano finite la gioventù e la bellezza
della signora Caterina. Quelle dieci visite dello sposo, avevano
riassunta tutta la parte di poesia e d'amore, concessa alla sua povera
vita.
Dopo d'allora erano passati molti anni. Il padre era morto, lasciando
gli affari del negozio in cattivo stato; e le due sorelle,
invecchiate, s'erano trovate povere colla madre cieca, e s'erano
ritirate nella casa del prete, dove, per dodici anni, avevano fatto la
stessa vita di lavoro e di reclusione solitaria.
Dopo dodici anni, la madre cieca si era spenta quietamente, senza
malattia grave, senza dolore. Ed allora il prete aveva reclamato il
suo quartierino.
Quando io le vedevo giornalmente, la casa di San Giovanni non era più
che una memoria rimpianta del loro monotono passato. La signora
Caterina non aveva più fiori. Abitavano sulla piazza del mercato di
contro alla nostra casa. Avevano una camera da letto, dove dormivano
tutte e due, ed una prima stanza che chiamavano sala, ma che in realtà
sarebbe stata una cucina. C'era un camino, nel quale la signora
Caterina cucinava il pranzo, una tavola coperta di marmo bianco, che
era il mobile di lusso, l'orgoglio delle due sorelle, due seggiole
poste ai lati del balcone, e, contro la parete di faccia alla tavola,
un mobile misterioso coperto con un tappeto verde. Quel mobile erano i
fornelli; ma non funzionavano da fornelli. Nei due vani, destinati ad
accogliere il carbone acceso, erano stati messi due grandi bacini di
terra, che lungo il giorno stavano coperti da un'asse sul quale si
stendeva il tappeto. Nel vuoto sotto i fornelli c'era il secchio
coll'acqua, c'era la mestola e c'erano due casseruole lucenti, avanzo
della passata grandezza, che non s'adoperavano mai.
Per quanto di buon'ora si alzassero i vicini, nessuno riesciva mai ad
essere tanto sollecito da prevenire le due zitellone. Quanto a me, a
qualunque ora scendessi dal letto, le vedevo sempre sedute ai due lati
del balcone, con due panierini di vimini ai piedi per riporvi le lane,
il filo, le forbici, e tutti gli arnesi da lavoro. La signora Rosa
cuciva, tenendosi il lavoro sulla punta del naso perchè era miope; e
la signora Caterina faceva calze con una rapidità sorprendente, dalla
parte del cuore, perchè non poteva voltare il capo dall'altro lato.
Aveva raccolta qualche novità da raccontare alla sorella, perchè a
quell'ora aveva già fatta la sua corsa giù nella piazza del mercato,
per le provviste della giornata. Narrava il prezzo delle ova, del
burro, dei legumi, e se dalla fruttaiola l'aveva servita la madre o la
figlia, e quanta gente c'era dal salumaio. La signora Rosa ascoltava
in silenzio; aveva i gusti più fini, e quelle ciarle da mercato non la
interessavano.
Quando mancava un quarto d'ora al mezzodì, la signora Caterina posava
il lavoro nel suo panierino, allontanava il paracamino, accendeva il
fuoco e con un pentolino ed una padelletta, che stavano appunto
nascoste sotto il camino, preparava il pranzo: una zuppa di magro,
oppure condita col lardo, e delle ova o della verdura.
Al mezzodì tutto era pronto, e le due sorelle pranzavano, civilmente,
con una bella tovaglia pulita sulla tavola di marmo. Poi la signora
Rosa, colle sue mani gialline e delicate, toglieva il tappeto che
copriva i fornelli, alzava l'asse, e nei due bacini, rigovernava. Non
ho mai capito perchè quella faccenda la facesse appunto lei, che aveva
bisogno di serbare il suo ricamo candidissimo. Forse perchè era tanto
esigente sulla pulizia, e non si fidava della rigovernatura sollecita
che avrebbe fatta sua sorella. Ad ogni modo le sue mani non serbavano
la menoma traccia di quell'ingrata operazione; erano sempre morbide e
gialline, ed il ricamo non ne pativa. Al tocco il camino era di nuovo
mascherato dal paracamino, i fornelli, ricoperti dall'asse e dal
tappeto, avevano ripresa la loro aria misteriosa di sarcofago, e le
due sorelle erano sedute al loro posto ai lati del balcone, coi loro
lavori, che non ismettevano più fino alla sera.
Quando imbruniva, profittavano del breve momento in cui non era tanto
buio da accendere il lume, per cenare con pane e noci, o pane e frutta
fresca, a seconda della stagione. Poi accendevano una lampadetta ad
olio, e tornavano a lavorare fino alle nove. Dacchè erano venute ad
abitare di contro, la sera la passavano spessissimo da noi. Ma sempre
lavorando. In casa loro, il balcone aperto era l'unico distintivo
dell'estate; il caldanino ai piedi era l'unico distintivo
dell'inverno. Il fuoco non era mai acceso nel camino fuorchè quando
s'aveva a preparare il pranzo. Stufe non ce n'erano. I caldanini erano
fatti colla carbonella e duravano tutto il giorno; e dovevano
prepararli in quelle ore mattutine che non mi riescì mai di
sorprendere, quando nessuno, tranne le due zitellone, era fuori dal
letto. Da venti, da trenta, da quarant'anni facevano sempre quella
vita, tutti i giorni eguale, meschina, arida, senza un bene,
strascicando una salute sciupata in una sequela di privazioni.
All'estate l'aria era cattiva. Tutti s'andava in campagna; Novara
rimaneva deserta. Le due sorelle s'affacciavano al balcone per vederci
salire in carrozza, colle valigie, la mattina della partenza; ci
salutavano colla mano, e prima che la carrozza avesse voltata la
cantonata, erano ancora sedute ai loro posti, coi loro lavori.
Passavano per noi tre mesi di gite, di vendemmie, di merende, di balli
campestri, di recite di beneficenza, di spassi d'ogni maniera; ed alla
fine di novembre, arrivando in città, sbucando sulla piazza, le prime
cose a vedersi erano la signora Rosa e la signora Caterina ai due lati
del balcone, coi due panierini, e la calza, ed il ricamo.
Veniva il carnovale; c'erano i teatri, i balli, noi s'andava fuori
quasi ogni sera; le due zitellone non potevano più venire a lavorare
in compagnia; ma la loro vita non mutava; era sempre quella, sempre
eguale, regolata come un orologio; sempre le stesse cose alle stesse
ore. Eppure non si lagnavano mai, ed erano sempre pulite, e pei giorni
di festa serbavano un vestito di seta nera; andavano superbe delle
loro trecento lire di rendita, e la signora Caterina diceva: «E non
sono imbarazzata a guadagnarne altrettante». La signora Rosa sorrideva
in silenzio, perchè in realtà la maggior parte di quel magro guadagno
era dovuto a' suoi fini lavori; ma la signora Caterina, che era la più
forte, si considerava come capo della casa, e parlava sempre in prima
persona.
Un giorno, un unico giorno indimenticabile, le vidi capitare a casa
nostra in un'ora insolita, mentre era chiaro, e si sarebbe potuto
lavorare. La signora Caterina era più rossa, più violacea del solito;
la signora Rosa era più gialla, ed ansimava di più. Entrarono nello
studio del mio padrigno, e chiusero l'uscio.
S'udì un parlare concitato, poi dei singhiozzi; poi l'uscio si aperse
e la signora Rosa uscì per la prima col viso inondato di lagrime; ma
neppur il pianto convulso aveva potuto arrossare la sua faccina
anemica; era giallina come al solito; soltanto gli occhi natavano
nelle lagrime e la faccia era lucida. La signora Caterina si soffiava
il naso, e diceva, facendo l'indifferente: «C'è una nebbia quest'oggi
che la si taglierebbe col coltello». Mio padrigno aveva la parrucca di
sghembo coll'incavo d'un orecchio in mezzo alla fronte; segno di gran
turbamento di spirito. Uscì subito colle zitellone.
Il banchiere, amico e lontano parente, pressa il quale erano collocate
le seimila lire famose delle povere donne, era fallito.
Per più d'un mese non udii parlar d'altro che di fallimento, di
sindaci di fallimento, tanto per cento, ecc. ecc. Non credevo di veder
più la fine di quel discorso; e mi faceva una gran pena. La signora
Rosa non era più giallina, ma color d'arancio, e non mangiava più. La
signora Caterina, malgrado la diminuzione della rendita, faceva delle
spese stravaganti per preparare dei piattini alla sorella. Comperava
del cervello di capretto; un giorno mise persino al fuoco una delle
casseruole relegate sotto i fornelli. La signora Rosa sorrideva d'un
sorriso mesto, e contemplava con ammirazione la sua sorella burbera e
buona, che non se ne avvedeva perchè non poteva voltare il capo.
Ci fu un grande andirivieni in tribunale; e poi una mattina le due
donne vennero da noi, portando qualche cosa nel grembiule. La signora
Rosa aveva sempre quel sorriso desolato; ma la signora Caterina era
raggiante di gioia. Nel grembiule aveva tremila lire; il cinquanta per
cento ottenuto dal sindaco del fallimento sul loro capitale. Quel
capitale lei non lo aveva mai veduto, era come nominale. Invece le
tremila lire le sentiva, vedeva luccicare i marenghi nel suo
grembiule; alla sua corta intelligenza riesciva impossibile di
comprendere che aveva fatta una perdita, mentre aveva tutto quel
denaro che le tintinniva in grembo; le pareva d'essere arricchita, e
rideva del suo riso muto e gongolante, dicendo alla sorella:
--Via! Ti posso dare molti fritti di cervello, con tutto questo.
Mio padrigno trovò modo d'impiegare quelle tremila lire al sei per
cento. Ma tuttavia v'erano sempre centoventi lire all'anno di meno: il
prezzo della pigione. Senz'allontanarsi dalla piazza le povere donne
mutarono alloggio e presero una camera sola. Poi ripigliarono la
solita vita lavorando ancora di più, mangiando ancora meno, facendo
durare più a lungo le cuffie della signora Rosa, i vestiti, le scarpe;
ma serbandosi sempre pulite, e nei giorni di festa portando sempre il
vestito di seta nera.
Mio padrigno morì; la nostra famiglia si disperse. Io fui assente da
Novara parecchi anni; quando ci tornai, di passaggio, le due zitellone
erano ancora sedute ai due lati del balcone, coi due panierini ed i
due lavori. La signora Rosa ricamava cogli occhiali, la signora
Caterina aveva delle rughe che complicavano ancora più i rabeschi
fatti dal vaiuolo sul suo volto violaceo. Si intrattenevano ancora,
una del romanzo della signora Caterina, l'altra dell'avventura del
fallimento.
Sempre malate, sempre miserabili, sempre laboriose, sempre rassegnate,
hanno bisogno di tutte le forze, di tutto il coraggio, e di tutte le
ore della loro povera vita, per mantenerla in quello squallore. Ora
debbono essere vecchie del tutto; in quell'età in cui i mali si
aggravano, il lavoro riesce più difficile, e le forze mancano per
sopportare le privazioni.
Ma finchè la morte o l'infermità non le avranno atterrate, lavoreranno
ancora, lavoreranno sempre, lavoreranno l'una per l'altra, e,
nell'assenza d'ogni speranza, la loro anima semplice e mite non
conoscerà la disperazione.
Ricchi generosi che amate di far il bene, e cercate le miserie
tragiche nelle cronache dei giornali, quando le due seggiole saranno
abbandonate ai lati del piccolo balcone, possa il caso o Dio farvi
alzare lo sguardo a quei posti deserti. Forse nei loro lettini bianchi
le due vecchie piangeranno per la prima volta di non poter lavorare.
Forse la più malata sarà già morta, e la superstite, nella sua
miseria, soffrirà sola.
LE BRICIOLE D'EPULONE.
«Quei poveri -spostati!- Quegli infelicissimi che debbono vivere con
una rendita insufficiente ai loro bisogni!» È un tema di discorso dei
più commoventi. Non c'è famiglia che non ne conosca qualcheduno, o
anche parecchi, e non ne senta una grande pietà. La sera d'inverno,
quando la vampa attirata dall'aria, russa ed ansima nella stufa, e la
lampada velata da un paralume spande intorno una luce mite, e l'acqua
pel tè gorgoglia nella cuccuma, e la tavola è coperta di giornali, di
disegni, di ricami, di fotografie, di romanzi che ci hanno occupati
piacevolmente un'ora prima, e ci occuperanno ancora allo stesso modo
più tardi, o il domani, ci rannicchiamo ben bene nelle poltroncine a
molla, sui divani morbidi, e, nella generosità del nostro cuore,
facciamo un confronto straziante fra la nostra esistenza e quella di
quei poveri spostati. «Vi sono degli impiegati a cento lire al mese e
con una speranza d'avanzamento così lento! Dovranno avere i capelli
grigi per arrivare a dugento lire. E i maestri di scuola? E questi? E
questi altri? Ce n'è che si struggono per guadagnare tre lire al
giorno. Pare incredibile; eppure è una crudele verità.
«Il peggio è per quelli che erano in una condizione migliore; trovarsi
ad un tratto impoveriti, e dover rinunciare alle loro abitudini
d'agiatezza! Perchè, infine, erano avvezzi a vivere -come noi!- E
debbono accontentarsi di pranzare in un'osteria a due lire, di dormire
in una cameruccia mobiliata, e magari di cercarsi un sovraccarico di
lavoro per potersi pagare i vestiti e le scarpe, e passar la serata a
fare delle traduzioni, o tenere in ordine il libro mastro di un
negozio. E pochi anni prima andavano in carrozza...»
Conobbi molte persone buone e ricche, le quali s'intenerivano fino al
pianto per quelle miserie. Gli spostati erano l'oggetto della loro
massima compassione, ed inventavano ogni sorta di sotterfugi delicati
per alleviare le difficoltà della loro vita, senza umiliarli. «Quelli
che sono sempre stati poveri, dicevano, fanno minor pena, perchè sono
avvezzi a quella vita, non si vergognano, possono fare ogni sorta di
lavori, possono mendicare, e se la cavano sempre. Ma i -poveri in
guanti- che debbono serbare una certa apparenza di benessere...»
Una contessa ne conosceva uno che era figlio di un ricchissimo
possidente. Soltanto pochi anni prima la sua famiglia era due volte
millenaria; aveva carrozza, non se ne parla nemmanco, e servitù, ed
una mensa ospitale; sempre gente a pranzo, sempre invitati a
villeggiare nella sua bella campagna, e per lui maestri di lingue,
maestri di musica, di scherma, d'equitazione, e che bei cavalli da
sella! E l'aveva goduta fino a ventun anno questa cuccagna. Poi il
padre s'era messo nelle speculazioni, tutto gli era andato male, e
s'era ridotto con nulla; era morto povero. Ed il figlio era venuto a
Milano con cinquanta lire al mese.
Dio! se ho dovuto udirne, e farne, delle esclamazioni su quel
miserrimo caso! E se n'ho ascoltate delle ammirazioni per quel giovane
coraggioso, che s'accontentava di quella condizione finchè non gli
capitasse di meglio! La contessa pietosa gli aveva offerta una
cameruccia con pochi mobili in una sua casa che affittava ad operai,
tanto per risparmiargli la spesa della pigione. Avevano scritto ad una
parente di lui agiata, e l'avevano indotta a dargli ancora venti lire
al mese. Facevano settanta lire in tutto, e con quelle il giovane
martire riusciva a vivere; ed era sempre d'umore sereno, serbava
sempre i suoi modi da gentiluomo, ed aveva tanta cura de' suoi abiti,
reliquie della passata grandezza, che non isfigurava punto in società.
Ma che privazioni doveva soffrire! Non fumava, se non quando qualche
conoscente gli offriva un sigaro, il dopo pranzo, perchè spesso
l'invitavano a pranzo. Ma di solito andava a desinare all'osteria
solo. E qualcuno aveva osservato che qualche volta non beveva vino e
non prendeva frutta. Una minestra, un piatto di carne, ed un po' di
formaggio.... Un eroe addirittura!
Conoscevo la vita dei contadini nelle risaie del Novarese, e nella
bassa Lombardia, e sul Piacentino nella vallata del Po; paesi di
febbre, di pellagra; conoscevo i quartieri più poveri della grande
città. E certi spettacoli induriscono il cuore. Quella minestra, quel
piatto di carne, quel formaggio, non mi strappavano nemmeno un
sospiro.
La miseria umana m'aveva confidati ben altri dolori! Alcune finestre
interne del mio quartiere aprivano appunto sul cortile dell'osteria,
dove il giovane milionario decaduto, e molti altri infelici dai minimi
stipendi, compievano ogni giorno l'atto eroico di pranzare con due
lire, e magari con meno.
Una quantità di camerieri e cuochi e guatteri erano in moto fin
dall'alba a mettere in ordine e pulire ogni cosa; c'era una donna che
passava delle ore accoppiando grembiuli da cucina, e tovaglioli, e
tovaglie sporchi prima di darli al bucato; c'era un uomo che tutto il
santo giorno girava il manubrio del tostino. Ogni mattina veniva il
carro chiuso del panettiere, col pane comune, ed il pane da caffè; poi
il carro del macellaio, quello del pollame, quello delle ova; un
ortolano portava dei grandi panieri di verdura e di frutta; ed in
tutte le stagioni, anche nel cuore dell'inverno, un contadino
conduceva un carro di ghiaccio. Appena arrivato buttava addosso al
cavallo sudato una coperta di lana, poi saliva sul carro e cominciava
a scaricare quella massa gelata, coi piedi nel ghiaccio, maneggiando
con forza il badile, riscaldandosi, sudando, senza punto badare a
coprirsi come aveva coperto il cavallo.
Tutti costoro lavoravano a preparare quel miserabile pranzo a due
lire, ed anche a meno. Poi i camerieri, i guatteri, quanti servivano
all'osteria, mangiavano gli avanzi dei poveri spostati. E gli altri
tornavano alle loro case e si nutrivano d'una minestra condita col
lardo, o d'un po' di polenta non condita affatto.
Al confronto, il pranzo a due lire era un banchetto da Epulone, e
tutta quella gente ne raccoglieva le briciole. Ma c'era anche un
Lazzaro che moriva di fame alla porta.
Verso le sette del mattino entrava nel cortile, aprendosi la via tra
quell'andirivieni di provveditori, il carro d'un allevatore di maiali,
colla grande botte nella quale raccoglieva la rigovernatura per
ingrassare le sue bestie. Quel villano aveva un servitore, un
trovatello, che sua moglie aveva preso a baliatico all'ospedale, e che
s'era tenuto per mandarlo fuori a custodire i maiali. Da dieci anni
faceva quel mestiere, e la mattina veniva in città col padrone, per
vuotare nella botte i secchi della rigovernatura. Quand'era freddo o
pioveva, il villano si rinvoltava bene in un grosso pastrano, e si
tirava sulle gambe una copertaccia di lana; ma il servitore aveva
sempre gli stessi calzoni e la stessa giubba di fustagno; e attraverso
gli strappi, sulle ginocchia ed altrove, si vedevano le carni
assiderate. Non aveva calze, portava le scarpe vecchie del padrone,
che lasciavano uscire le dita, ed erano tanto grandi che s'empivano
d'acqua ed i piedi ci andavano a sguazzo.
«Ma lui era giovane, diceva il villano. Alla sua età non doveva aver
bisogno di coprirsi, nè poteva soffrire dell'umidità; e se non fosse
stato un principio di pellagra a renderlo così pigro e malandato, un
ragazzo come quello, a sedici anni, avrebbe dovuto esser forte come un
toro. Ed invece non era buono a nulla; e bisbetico! In certi momenti
si buttava in terra, e si rotolava, ed urlava come un pazzo; e
dicevano che anche quello era un effetto della pellagra; un brutto
effetto per un padrone che si teneva in casa quel ragazzo da quand'era
poppante. Ma lui era un buon padrone; e purchè, malato o sano, il
ragazzo lavorasse, anche pellagroso non lo mandava via, e continuava,
a dargli la polenta come gliel'aveva data sempre, ed a lasciarlo
dormire sul fienile. Il fienile era aperto ai quattro venti, e la
polenta era fatta col grano fermentato; ma a sedici anni non si è
sensibili a queste cose, e se Pietro non avesse avuto la pellagra,
avrebbe dovuto esser forte come un toro.»
Scendevano dal carro tutti e due; il padrone entrava all'osteria per
mangiar un boccone. Pietro apriva la cassetta sotto il sedile del
carro, e tirava fuori un pezzo di pane di gran turco; poi prendeva un
secchio, e col secchio in una mano ed il pane nell'altra,
mangiucchiando ed andando a trasciconi, cominciava il trasporto della
rigovernatura.
Quando usciva col secchio pieno, riponeva il pane nello sparato della
camicia, alzava il secchio con tutte e due le braccia, e versava nella
botte una broda scura e densa, nella quale nuotavano degli avanzi
spoltigliati. Qualche volta, prima di versare il secchio, lo posava
sulla botte, immergeva il braccio fino al gomito in quel luridume, e
lo rimoveva per far venire a galla quello che c'era di solido; e se
vedeva qualche avanzo di carne o di pesce, li pescava, li rinvoltava
in un cencio di pezzuola turchina, e li nascondeva sotto una coperta
umidiccia che faceva da cuscino al sedile del carro; poi tra un
secchio e l'altro, quando il suo-padrone non c'era, andava a sollevare
la coperta ed addentava avidamente quei rimasugli.
I monelli ed i guatteri si divertivano di quel selvaggio. Lo spiavano
per coglierlo sul fatto, e quando stava per mordere al suo pasto, gli
gridavano imitando i camerieri che servivano i signori nell'osteria:
«Filetto al sugo! Costolette alla marsigliese! Servito!» Pietro non
capiva la burla, ma capiva che lo burlavano, e mostrava i pugni ai
monelli.
Quasi alla stess'ora della botte di Pietro, sovente assai prima,
arrivava il carro d'un ortolano che veniva a prendere le spazzature.
Era tirato da un asino magro e piccino. L'ortolano staccava il ciuco,
lo legava con una corda ad un anello infisso nel muro, poi apriva la
botola delle spazzature, e prima di buttarle sul carro, le rimoveva
per vedere cosa c'era di buono; e trovava sempre qualche limone
ammuffito, qualche mela mézza, che metteva da parte sull'orlo della
botola; anche il ciuco adocchiava delle cose appetitose, dei torsoli
di frutta o di cavolo. Ma la corda era troppo corta e non poteva
arrivarci; ed il padrone gli legava il muso in un sacco di fieno
ispido come paglia: doveva mangiar quello; mangiarlo col muso legato
per non distrarsi. Intanto tutti i monelli che passavano gli tiravano
la coda: ci si attaccavano per dondolarsi, abbandonandosi a
quell'appoggio con tutto il loro peso. Il povero ciuchino scuoteva la
testa.
Avevo preso a cuore quell'essere umano e quella bestia che morivano
lentamente, ogni giorno un poco, per la crudeltà degli uomini.
Una mattina di febbraio mi alzai ed apersi le imposte un po' più
presto del solito. Il ciuchino era solo al suo posto: ma non aveva il
muso legato nel sacco: era troppo malato. Aveva un largo tumore in
fondo al dorso sopra la coda, e teneva, le orecchie basse, e tratto
tratto rabbrividiva tutto. Pioveva da tutto il giorno innanzi, da
tutta la notte: una pioggia fitta, incessante, diaccia. Il cielo era
grigio come di piombo, l'aria rigida, un fanghiccio nerognolo copriva
il cortile e la pioggia cadeva, cadeva.
La botte di Pietro entrò, tutta lucente dalla lunga lavatura. Il
padrone ed il cavallo erano coperti da un cencio di lana inzuppato.
Pietro era vestito co' soliti abiti: stava tutto raggrinchiato, come
se volesse farsi entrare le gambe e le braccia nel torso per
riscaldarle. Si lasciò cadere dal carro tutto d'un pezzo, e rimase là
tremando e scotendosi, colla facciona gialla così grossa che pareva
ingrassato.
Il padrone gli buttò contro il secchio, e lo spinse verso l'uscio
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