Senz'Amore
La Marchesa Colombi
MILANO
ALFREDO BRIGOLA e C.--EDITORI
Via A. Manzoni, 5.
PROPRIETÀ. LETTERARIA
Varese, Tip. Macchi e Brusa.
PREFAZIONE.
Il proto, nel comporre questo libro, si meravigliava, di trovare
tratto tratto della gente innamorata. Come mai, dacchè il volume è
intolato -Senz'Amore?- E, da quel proto coscienzioso e prudente che è,
mi metteva nelle bozze di stampa un bel punto d'interrogazione in
margine ad ogni scenetta d'amore, ad ogni palpito, per quanto segreto,
che sembrasse a lui aver per movente il sentimento proscritto dal
libro, e che l'aveva in realtà.
Perchè i lettori non abbiano a spedirmi essi pure i loro punti
interrogativi, i quali, non avendo il comodo delle bozze di stampa,
dovrebbero venire per posta costando a loro la spesa del francobollo,
o peggio dovrebbero venire in qualche articolo critico, costando a me
il dispiacere d'un rimprovero ingiusto, metto in questa pagina la mia
risposta ai punti d'interrogazione del proto, e con essa rispondo
anticipatamente anche a quelli dei lettori.
Intitolando questi racconti: -Senz'Amore,- ho voluto alludere alla
tristezza, alla solitudine, all'abbandono sconsolante di molte
esistenze, sulle quali la grande passione che nacque con Adamo e che
morrà soltanto coll'ultimo uomo, se pure morrà, non ha sparso le sue
grandi commozioni, le sue gioie vive ed i suoi vivi dolori Ho voluto
dire che le miserie umane sono infinitamente più cupe quando non hanno
quel conforto: e che, fra i poveri, fra gli infelici, fra i
diseredati, i soli assolutamente diseredati, assolutamente infelici,
assolutamente poveri, sono quelli che non amarono, o non furono amati:
la povera Cecchina della -Fede,- la madre di Marco nella
-Confessione,- le due vecchie delle -Vite squallide-, -Le
Affittacamere-, Vicentino il prete, Pietro ed il ciuchino delle
-Briciole d'Epulone-.
Non è una tesi che mi sono proposta, e non ho inteso insegnar nulla nè
rimediare a nulla. Non si può mettere l'amore dove non c'è; e, ad ogni
modo, non so chi la provvidenza potrebbe incaricare di questa briga.
Ho voluto fare degli studi dal vero su questo tema, come nell'altro
volume che seguirà questo,--quando seguirà,--e che s'intitolerà
-Amore-, studierò il conforto che questo sentimento può recare alle
miserie della vita, e di che illusioni, di che poesia, di che sorrisi,
di che idealità può arricchire le più povere esistenze.
Saranno due studi che avrò fatto per amor dell'arte, come un pittore
fa degli studi di paesaggio o di figura, senza pretendere di bandire
la legge dell'amore, o di imporre una multa a chi non è innamorato.
Avrei fatto a meno di scrivere questa prima pagina, quando era già
composta l'ultima, se i dubbi del proto non mi avessero fatto temere
che il mio titolo potesse far prendere in isbaglio il volume per un
libro di morale o un libro di scuola, che proprio, con mio sommo
rincrescimento, non è.
PSICOLOGIA COMPARATA.
Il pollaiolo fece entrare il cuoco di casa Trestelle nella
retrobottega, a vedere il suo nuovo apparecchio per l'ingrassamento
meccanico dei volatili. Lo aveva fatto venire da Parigi; una riduzione
di quello inventato da Odile Martin; costava cinquecento lire. Era una
grande stìa, o piuttosto un piccolo carcere cellulare di forma
cilindrica. I polli avevano una cella per ciascuno; erano incatenati
pei piedi al fondo; non si potevano muovere, nè vedevano nulla a
destra nè a manca. Udivano gli altri prigionieri gorgogliare qualche
-cocò-cocò-, o mandare una specie di rantolo; e sporgevano il capo
curiosamente dal vano dinanzi della stìa; ma non vedevano che la
penombra vuota della stanzaccia, che era quasi una cantina, perchè si
dovevano scendere parecchi scalini per arrivarci, ed era debolmente
rischiarata da due fori aperti nell'alto della parete.
Dagli occhi di quei polli sì vedeva che erano tutti impensieriti.
Rispondevano -cocò-cocò- sullo stesso tono sommesso, poi tornavano a
sporgere il capo colle pupille lucenti come fiammelle, ed il loro
sguardo, ed il movere inquieto del collo parevano dire:
--Dove sono quegli altri?
Quella stìa di nuovo genere non aveva nè beccatoio nè beverino.
--E il becchime? domandò il cuoco di casa Trestelle.
--Il becchime non ingrassa, sentenziò il pollaiolo coll'aria di chi la
sa lunga. State a vedere qual è il mangime che fa la fortuna dei polli
e la nostra.
Prese colla destra un tubo di gomma infisso in una caldaia dove c'era
una miscela di latte e farina d'orzo; afferrò colla sinistra il becco
d'una gallina, e v'introdusse il bocchino del tubo; poi, premendo col
piede un pedale, mise in moto una pompa, che mandò la razione voluta
dalla caldaia nello stomaco della bestia.
--Ecco, disse togliendo il tubo e passando ad -operare- il pollo della
cella seguente. Per otto ore questa gallina è provveduta.
--Non mangerà altro? domandò il cuoco stupefatto.
--Ha avuta la sua misura rispose il pollaiolo. Guardate; «Centilitri
venticinque»; ed accennò una lastra di latta con quella cifra incisa,
infissa sulla parete esterna della cella. Ogni pollo aveva la sua
razione indicata a quel modo, come la dieta dei malati sui letti
dell'ospedale.
Ce n'erano di grassissimi, immersi in una specie di sonnolenza ebete,
come ghiottoni assorti nella beatitudine del chilo. Soltanto quando la
macchina girava sul perno, ciondolavano stupidamente sulle gambe,
sproporzionate al peso del corpo, socchiudevano gli occhi un momento,
poi ricadevano nel loro sopore.
C'erano dei capponi dagli occhi ardenti come brace, che si scotevano
tutti in uno sforzo supremo per tirar su una gamba sotto l'ala. Ma la
catena era ben salda, ed i due piedi dovevano rimanere immobili sul
fondo della prigione; ed i capponi gorgogliavano una specie
d'imprecazione e gli occhi fosforescenti mandavano lampi.
La gallina invece, la pollastrella ch'era stata cibata per la prima,
aveva la testina fine, i movimenti del collo ondulati, le penne
lucenti, ed il suo corpo, floridamente arrotondato dall'assoluto
riposo e dalla nutrizione conveniente, non era ancora deformato dalla
pinguedine.
Appena il pollaiolo ebbe finito di nutrirla, diede una scossettina al
capo, allungò il collo per ingollare del tutto il latte a la farina
d'orzo che le avevano messo in corpo, poi guardò in giù avidamente
come cercando qualche cosa da beccare.
Ma era ad un piano alto; c'erano molte celle sotto la sua, per cui il
pavimento rimaneva lontano, ed in quella semi-oscurità non le riusciva
di vederlo. Dubitando forse de' suoi occhi, sperando nel buio, spinse
due o tre volte il becco in giù, più in giù, quanto glielo permise la
legatura dei piedi; ma non toccò nulla, e si ritrasse.
Il cuoco si fece più accosto, e guardò nella cella. La gallina s'era
accovacciata, e rimaneva immobile cogli occhi chiusi come se dormisse.
Ma, traverso le palpebre sottili, l'occhio si moveva, ed un pigolìo
sommesso e lieto accompagnava il suo respiro.
Tratto tratto apriva gli occhi, poi li richiudeva in fretta, come
premurosa di ripigliare il filo d'un sogno caro. Forse, nell'ardore
del desiderio giovanile, si figurava di razzolare nello spazio
sterminato d'un'aia; sognava, in quel beato dormiveglia, la vita
rumorosa d'un cortile rustico; una ressa di tacchini, di anatre, di
oche, di polli che s'incrociavano, si urtavano, vociavano alto, e le
liti dei galli, che facevano accorrere ed ammutolivano di sgomento, la
folla del pollame.
Due o tre volte le sfuggì una voce gongolante, un -ohhh!- gutturale e
prolungato, e mostrò un momento gli occhi ridenti di gioia. Chi sa che
non rivedesse colla fantasia da gallina, gli sciami di piccioni
bianchi, turchini, violetti, i bei polli volanti nell'aria, che
scendono nei cortili a narrare le vastità azzurre dell'orizzonte,
devastano in fretta e in furia il becchime e ripartono a volo. E le
aiuole verdi, e la delizia di aprirsi un varco nella frescura
dell'insalata ancora bianca, del prezzemolo tenerello, delle fragole
bagnate di rugiada, come nei labirinti d'una foresta, e l'emozione
viva d'affrontare la granata dell'ortolana, o di scansarla dietro i
cavoli grandi!.. Solo chi è nato per vivere all'aperto, nell'infinita
libertà dei campi, può immaginare che visioni di verde, d'azzurro, di
sole, potevano balenare a quegli occhi chiusi! Ed il galletto
innamorato che segue la gallina colla testa alta, e la cresta
rosseggiante, che le si pianta dinanzi con una gambina alzata, assorto
in ammirazione fissandola cogli occhi sanguigni...
Ad un tratto s'udì sorgere dal cortile d'un pollaiolo accanto la voce
giuliva d'un galletto libero:
---Chicchirichi!!!-
La gallina si rizzò d'un balzo; le penne le si gonfiarono intorno, la
cresta si fece scarlatta, e, tutta fremente di gioia, sporse il capino
dalla cella, e voltando il collo a scatti di qua e di là, guardò nel
vuoto cogli occhi dilatati, come se vedesse gli orti, l'aia, il gallo;
e, dal fondo del cuore, mise fuori anch'essa una voce acuta,
giubilante come una risata:
---Chicchirichìiiii!!!-
--«Gallina che canta da gallo, temporale o disgrazia» disse il cuoco,
il quale, malgrado i suoi vent'anni di vita cittadina, non aveva
dimenticati i proverbi del basso Novarese dov'era nato; e se ne andò
canticchiando fra i denti una vecchia canzone burlesca:
«Senza galletto, la mia gallina
O poverina--come farà...»
Ma le dava un'intonazione malinconica, allentava le cadenze, pareva
che cantasse il -Miserere-; e finì la strofetta con un sospiro, poi
camminò a lungo in silenzio, borbottando solo di tratto in tratto:
Poveretta!
Giunto a casa, depose le provviste in cucina, poi salì finchè c'erano
scale, alle soffitte dove i padroni gli avevano assegnata una camera.
C'erano parecchi usci sul pianerottolo, ed uno era socchiuso. Prima di
aprire il suo, il cuoco spinse quello, ed entrò. Era una camera lunga
e stretta, coll'ingresso ad un capo ed una finestrella all'altro.
Pareva un -omnibus-. Contro la parete destra, accanto all'uscio, c'era
un lettuccio poco più largo appunto del sedile di un -omnibus-; nella
parete di contro c'era il camino, ed ai due lati del camino, un
cassettone ed un armadio nel muro per le stoviglie, la pentola, il
secchio, la mestola e tutti gli arnesi da cucina. Ai piedi del letto
si rizzava l'asta d'un attaccapanni mobile, le cui gruccie
scomparivano sotto un carico di vestiti, coperti tutt'in giro da una
vecchia gonnella scolorita, stretta in alto da un cordone passato in
una guaina, e ricadente giù molle come un ombrello senza stecche, che
dava a quel mobile economico un'apparenza misteriosa. Sembrava un
trabicolo, sembrava una incubatrice per i bachi, e, pel momento, la
sua rotondità ricordò al cuoco la macchina per ingrassare i polli, e
gli strappò ancora un sospiro.
--Sempre malinconico, signor Battista?--gli disse la sua vicina di
soffitta, con un sorriso amichevole, alzando gli occhi dal tombolo sul
quale stava rammendando una trina di Honiton.
Era una giovane sui vent'anni, ma così mingherlina, pallida e bassina
di statura, che ne dimostrava sedici, a dir molto. Non aveva altri
parenti che la madre; ed anche con quella non viveva insieme, sebbene
abitassero nello stesso casamento.
La madre serviva una zitellona sola ed inferma giù nei mezzanini; un
servizio pesante, perchè doveva fare da cuoca, da cameriera, ed anche
da infermiera, di giorno e di notte, dormendo accanto alla padrona, e
spesso vegliandola. Questa la pagava pochino, e la manteneva a
stecchetto cogli avanzi del suo mangiare da malata, ed in compenso
esigeva di molto, e guai se la serva l'abbandonava un dieci minuti per
salire dalla figliola. Ma aveva l'astuzia di farle balenare la
speranza d'un buon legato, e la povera donna si sacrificava e
sopportava tutto, pensando le due belle camerine che avrebbero poi
mobigliate lei e la sua Teresa con quel denaro, e che vita tranquilla
avrebbero passata insieme, lavorando senza ammazzarcisi.
Per questo la Teresa rimaneva sola nella soffitta, ma la madre le
teneva gli occhi sopra, e badava chi saliva e scendeva. Del resto,
erano precauzioni superflue; la Teresa era una buona figliola,
tranquilla, e la sua giornata era così occupata che non aveva tempo di
badare ad altro che al suo lavoro. Dall'alba alla sera era sempre là
sotto la finestrella alta, col tombolo in grembo, puntando e
ripuntando nei fori delle trine degli eserciti di spilli, colla
maestria d'un generale che dirige una manovra.
Era una buona operaia. Le signore se l'erano raccomandata l'una
all'altra e le affidavano trine di molto prezzo. Quel lavoro le
fruttava a sufficienza per i suoi modesti bisogni; ma era faticoso,
difficile; e doveva eseguirlo rapidamente per non ritenere a lungo
quegli oggetti di valore. Per accontentare tutte le sue pratiche,
doveva lavorare di giorno e di sera, assiduamente, anche la festa,
sempre con quel tombolo sulle ginocchia, sempre sotto quella
finestrella, per raccogliere quanta più luce poteva sulla trina in
riparazione. L'inverno ce n'era poca della luce là dentro; ma quando
veniva l'aprile, giù dal finestrino cadeva una striscia chiara,
rosseggiante nelle ore meridiane ch'era una delizia. Sovente la Teresa
alzava il capo dal tombolo e rimaneva cogli occhi fissi su quel
quadrato turchino di cielo che vedeva traverso la finestra, e ne
pensava la vastità, e l'infinito paese che ricopriva. Era come un
paesaggio che Michetti avesse dipinto per lei, ed essa ci vedeva tutto
il mondo, come un infermo, che ammira le bellezze della natura in una
marina appesa alla parete di contro al suo letto, e s'imbarca su
quelle navi minuscole, e traversa gli oceani, e sfida pericoli
immaginarii.
--Sempre malinconico, signor Battista?--Aveva detto la fanciulla che,
nella serenità confidente de' suoi vent'anni, sorrideva spesso delle
tristezze incomprensibili del vecchio. Ed allora Battista le aveva
detto della macchina per l'ingrassamento meccanico dei volatili.
--Una barbarie! Tenere quelle bestie al buio senza mangiare nè bere;
perchè non si poteva dir mangiare il ricevere tre volte al giorno un
nutrimento nello stomaco senza averne sentito il gusto.
La Teresa lo ascoltava stupefatta. «Sì; era crudele. Povere bestie!
Farle vivacchiare a quel modo prive d'aria e di luce, toglier loro la
libertà di starnazzare, e d'appollaiarsi, condannarle a non gustar mai
le delizie del greppo, contrariare tutti gli istinti della loro
natura! e perchè? Per il vantaggio di pochi signori che al loro
-greppo- troveranno un bocconcino più saporito.... Povere bestie!
Povere bestie!»
E la fanciulla, che passava la vita rinchiusa in quella stanzetta,
colle mani e gli occhi forzatamente intenti sul tombolo, s'inteneriva
sulla sorte crudele dei polli prigionieri.
--È così bella la libertà! diceva. E correre per la campagna verde...
--Come la conosce la campagna, lei che non esce mai da questa stanza?
domandò il cuoco.
--Ci sono stata una volta, quando andavo a scuola ad imparare il
mestiere. La maestra, pel suo onomastico, ci condusse tutte a pranzare
a Sesto. Allora ne ho visti dei polli felici. C'era una covata di
pulcini che beccava pigolando beatamente sopra un letamaio; ed avevano
l'aria soddisfatta e ghiottona come tanti bimbi intorno alla vetrina
d'un confettiere.
Continuò a lavorare in silenzio, sorridendo alle sue memorie, poi
riprese:
--È tutto bello per loro quando si trovano nel loro ambiente rustico.
C'era un'enorme scrofa, disfatta dalla eccessiva pinguedine, che
sonnecchiava grugnendo ai piedi del letamaio al quale si addossava,
colla pancia stesa e tremolante come una vescica piena d'acqua o una
pelle di olio. Ed i pulcini, beccando e pigolando, scesero giù l'uno
dopo l'altro su quella vasta superficie nerastra; e passeggiavano come
sopra una piazza, cacciando il becco fra i crini, e comunicandosi a
vicenda le loro impressioni con dei -pi pi pi- pieni di meraviglia. Ce
ne fu uno che imprese un viaggio d'esplorazione nei labirinti d'un
orecchio; ma la scrofa, sentendosi solleticata, diede uno scossone che
lo fece cadere a terra con tutti i suoi compagni. E che pigolìo
allora, che chiocciare della mamma spaurita, che batter d'ali, che
vocio per tutto il cortile!...
Smosse parecchi spilli, intrecciò i capi di filo facendo risuonare i
fusi innumerevoli che si urtavano, poi, sorridendo sempre alle sue
immagini serene, tornò a dire:
--Com'è bella la campagna!
--E neppure oggi non esce? domandò il cuoco. Se vedesse che giornata,
che sole!
--Che! Non ho tempo neppure di farmi la minestra. Non so quando mi
potrò muovere; ho un lavoro straordinario. Le signore hanno bisogno
delle trine per le bagnature; s'io vado a spasso chi le prepara? Debbo
star qui tutto il giorno e tutta la sera chi sa fin quando; e la mamma
pure ha bisogno che lavori per darle un po' di quattrini....
Il cuoco ridiscese alla sua cucina più malinconico di prima,
strascicando ancora più lentamente le cadenze della sua canzone:
«Senza galletto, la mia gallina
O poverina--come farà....»
E la Teresa continuò ad armeggiare cogli spilli e coi fusi. Tratto
tratto alzava il capo e lo spingeva indietro girandolo da destra a
sinistra per isgranchirsi il collo indolorito dal lungo star curvo.
Più volte si coperse gli occhi con una mano, e li tenne stretti per
riposarli. Poi ripigliava con maggior lena il lavoro; ed intanto
ripensava la miseria di quei polli: «Quanto dovevano essere infelici!
Certo non cantavano più là dentro; dovevano morire di malinconia.»
Sull'imbrunire, mentre la Teresa si curvava cogli occhi fin sul
tombolo per profittare dell'ultimo barlume di giorno, s'udì una voce
d'uomo, giovane ed alta che cantava:
«Morettina dove vai?
Vado a Monza sul tranvai.»
La Teresa stette un momento a sentire, poi posò il tombolo, salì in
piedi sulla sedia, e s'affacciò al finestrino che metteva sul tetto.
Guardò quella distesa sterminata di tetti e comignoli e gronde e
grondaie e cupole di chiese e campanili, e più lontano, come una
fascia verde, le cime degli ippocastani dei bastioni; poi l'azzurro,
l'azzurro chiaro, infinito, come se dopo i bastioni ci fosse il mare.
E le parve di vedere la campagna de' suoi ricordi; le parve d'esser
laggiù, non più bambina con la maestra trinaia, in un'osteria di
Sesto, ma giovinetta innamorata della libertà, dell'aria pura, della
natura bella, e di camminare, di camminare sotto i viali verdi,
sull'erba umida e fresca.
«Morettina dove vai?
Vado a Monza sul tranvai....»
ripeteva un po' in falsetto quella voce di tenore.
E la Teresa pensava d'andare a Monza sul tranvai, col suo vestito da
festa; e quel giovane che cantava, quello o un altro, era là sulla
panchetta del tranvai che l'aspettava. Andavano insieme; lui la
guardava negli occhi e lei si sentiva arrosire. Non parlavano, ma
erano felici, felici in silenzio, finchè scendevano alla stazione, si
pigliavano a braccetto, e via pel viale fin giù nel parco, dove
sedevano accanto, sull'erba verde, sotto il cielo turchino...
Le balzava il cuore di commozione, le brillavano gli occhi guardando
nell'ombra che era scesa tutt'intorno sulla città, e lei pure colla
voce tremante si mise a cantare:
«Morettina dove vai?
Vado a Monza sul tranvai
Vado a Monza sul tranvai...»
Il cuoco, che stava rigovernando giù in fondo al cortile presso la
finestra della cucina, alzò il capo verso il tetto che non vedeva, ed
esclamò malinconicamente:
--Com'è bella la gioventù!
UNA CONFESSIONE
RACCONTO.
--A martedì, disse Marco, stringendo lungamente la mano della sua
sposa e guardandola fisso.
--A martedì, rispose lei, abbassando gli occhi e facendosi rossa come
una fiamma. Egli si chinò e la baciò sulla fronte il che sollevò un
vocío di commenti giulivi da parte della mamma, delle amiche, e di
vari signori. Ma, nè Marco nè la Maria mostrarono d'udire quegli
scherzi. Per loro nulla era più serio del sentimento che li turbava.
Si strinsero la mano di nuovo e si separarono in silenzio.
Erano alla stazione di Camerlata. Marco salì in convoglio per tornare
a Milano. La sposa colla sua mamma ed alcuni conoscenti, montarono in
varie carrozzelle da nolo per tornare alla villa, tra Gradate e
Portichetto.
Le nozze dei due giovani si dovevano celebrare il martedì prossimo a
Gradate, ed era appunto la sera del giovedì, quattro giorni prima, che
Marco si separava per l'ultima volta dalla sua sposa. Aveva passata
quasi una settimana alla villa della vedova Nardi, che stava per
diventare sua suocera, ed in quel tempo s'era fatta la richiesta al
Municipio, s'erano presentate le carte necessarie, e Marco ne
riportava le copie a Milano, per riporle fra i documenti di famiglia.
Salito nel vagone guardò traverso lo steccato la Maria che saliva in
carrozza, svelta ed elegante; nell'oscurità della sera non vedeva che
la linea della persona disegnata dal vestito chiaro. Ma l'aveva nel
pensiero, nel cuore, negli occhi, e gli pareva di distinguere il viso
lungo e delicato, la pelle bianca, i grandi occhi turchini ombreggiati
da ciglia scure, la fronte larga e bassa, ed i bei capelli biondi che
le facevano intorno una frangia di riccioli.
Non s'amavano d'un lungo amore da romanzo, non erano cugini nè amici
d'infanzia. Un conoscente comune aveva detto a Marco:
--Dovresti sposare la signorina Nardi. Non è ricca, ma ha una trentina
di mille lire, è semplice, colta, gentile, timida come una bambina
dinanzi agli estranei, ma in famiglia è allegra, schietta e
coraggiosa. E sopratutto è buona; profondamente buona.
--Non la conosco, aveva risposto Marco.
--Non conosci quella bionda alta e sottile che incontriamo spesso,
quando siamo a Como, sulla strada di Camerlata in compagnia di una
signora matura, che è sua madre?
Era la mamma di Marco che prendeva parte al discorso per richiamargli
alla mente la giovinetta. Suo figlio aveva venticinque anni passati;
ella desiderava che si ammogliasse, ed osservava le fanciulle che
incontrava, per cercare una nuora. Quella le era andata a genio; era
anch'essa, come Marco, figlia unica d'una vedova; l'analogia della
situazione poteva essere una causa d'amicizia, un vincolo fra le due
mamme.
Marco si ricordò infatti quella giovinetta. L'aveva osservata poco;
gli era sembrata una bambina. Ma dopo quel discorso ci pensò, se la
richiamò alla mente, bella, ingenua nella sua gioventù immacolata, e
provò un turbamento al pensare che quella fanciulletta candida la
darebbero a lui, che potrebbe essere sua, vivere con lui nella più
stretta intimità.
Il giorno dopo gli riesci d'incontrarla che usciva di casa colla
madre; la seguì da lontano, inebriandosi all'idea di possedere quella
bella figurina bionda, che gli altri osavano appena guardare, dinnanzi
alla quale si dovevano studiare delle perifrasi per velare i discorsi
meno che puri, ed evitare ogni parola ardita. La vide farsi rossa
rossa nel salutare un signore che aveva inchinata sua madre, e pensò
che quel rossore verginale egli potrebbe, forse tra poco, baciarlo.
La signora Bellazio incaricò l'amico, da cui era venuta la prima
proposta, di fare la domanda di matrimonio; le signore Nardi madre e
figlia conoscevano Marco di persona, e la Maria si fece molto rossa
quando sua madre le domandò come lo trovasse.
Il portatore dell'imbasciata fu incaricato d'invitare i signori
Bellazio a passare una giornata alla villa Nardi presso Gradate; e
Marco vi andò agitatissimo, turbato da mille curiosità, impazienze,
paure. Era già innamorato, e quando ripartì la sera per Milano, non
solo era fidanzato, ma era certo d'essere amato dalla Maria.
Erano passate sei settimane soltanto, e Marco tornava un'altra volta a
Milano solo; ma era l'ultima. Fra quattro giorni doveva andare a
Gradate, prendersi la sua bella sposa, e partire con lei per un luogo
qualsiasi; lui solo con lei sola. Quell'amore di due mesi era più
caldo che un amore d'infanzia, che una passione contrastata da anni.
Serbavano tutta la loro freschezza d'impressioni, non avevano esaurita
la gioia di vedersi, di parlarsi, di studiarsi; si promettevano ancora
un mondo di scoperte e di rivelazioni nella conoscenza più intima.
C'era nel cuore di Marco la commozione profonda di chi aspetta una
gioia sicura. Non si impazientava. Si deliziava di pensare a quel
breve passato; di sentire la sua tenerezza, di figurarsi quella di lei
ricordandone le parole, gli sguardi, i rossori; e di pregustare la
felicità che si era assicurata. Era una commozione che lo faceva
piangere, ma anche il piangere gli riesciva dolce.
Arrivò a Milano tardi. Sua madre era già a letto. S'affaccendava tutto
il giorno fuori di casa, nel nuovo alloggio che avevano appigionato,
per apparecchiare il quartierino degli sposi, accanto al quale s'era
riservate tre stanzette per sè; e quando rientrava nella casa che
stava per abbandonare, era tanto stanca che andava subito a dormire.
Marco invece era troppo eccitato quella sera per aver sonno. Aprì la
cassetta della scrivania nella quale doveva riporre i documenti di
famiglia che aveva riportati. Pose la sua fede di battesimo in una
busta con quelle de' suoi fratelli e d'una sorella. Erano stati
quattro, ed ora si trovava solo.
Mise un sospiro, che passò come un soffio lieve sul giubilo del suo
cuore, poi prese una seconda busta, sulla quale era scritto di mano di
sua madre: «Fedi mortuarie.»
Anche là ce n'erano parecchie, tutte piegate insieme l'una nell'altra
per ordine di data. Marco aperse il piego e si pose a leggerle:
«Alberto Bellazio; morto il 20 gennaio 1873, nato il 2 febbraio 1847.»
--Aveva ventisei anni, povero Alberto, pensò Marco. Ora ne avrebbe
ventotto, sarebbe già ammogliato; aveva un'amore d'infanzia colla
signorina Montani.... E si figurò quella graziosa donnina giovane alle
sue nozze; invece da parte sua non c'erano altri parenti che sua madre
da invitare.
Mise da parte quella fede, e guardò l'altra che stava sotto:
«Elena Bellazio, maritata Villa, morta il 4 luglio 1871, nata il 10
agosto 1845.»
--Anche lei aveva ventisette anni, ed ha lasciati quei due bambini
tanto gracili, che il padre dovette andare a stabilirsi in riviera per
tenerli vivi coll'aria e coi bagni di mare.
La gioia di Marco era offuscata. Il pensiero di quei cari morti che
gli lasciavano tanto vuoto intorno, di quei nipotini la cui vita era
tanto incerta, lo rattristava. C'era ancora una fede da togliere prima
di mettere a posto quella del padre.
«Vittorio Bellazio morto il 30 settembre 1868, nato il 2 agosto 1843.»
A ventiquattro anni non ancora compiti. Si moriva tutti tanto giovani
nella sua famiglia! Povera mamma! Di quattro figli ne aveva già
sepolti tre. Ed era stata sola a sopportare quegli immensi dolori. Il
marito l'aveva perduto da tanti anni, quando i figli erano ancora
piccini. Marco non l'aveva neppure conosciuto. Era nato da poche
settimane, quando il padre era morto, dopo sei anni di matrimonio. Sei
anni, povera mamma, e poi venticinque di solitudine. E non s'era
rimaritata, non aveva amato più. Tutti quegli anni di gioventù li
aveva consacrati ai suoi figli...
Marco rimaneva intento su quella carta, col capo fra le mani,
fantasticando tutto quel passato triste, quelle date funebri che
avevano funestata la sua famiglia; e non poteva scacciarsi dal
pensiero quell'età: ventisette anni. Tutti erano morti prima di
compire i ventotto. E lui ne aveva quasi ventisei.
Se anche lui avesse dovuto morire fra un anno, fra pochi mesi! E
lasciare la sua sposa vedova, così giovinetta... E magari con un
bambino; un bambino gracile, malaticcio, come i figli della povera
Elena... E condannarla ad una vita d'abnegazione e senz'amore come
quella della sua mamma!.. Oh Dio Dio! Ma perchè morivano tutti. a
quell'età? Che maledizione li perseguitava?
Lui era sempre stato assente in quelle circostanze. Aveva passati sei
anni in Isvizzera; i particolari delle malattie che gli avevano
portati via tre fratelli li ignorava. Ma doveva essere una soia
identica malattia; una triste eredità di famiglia.
Impaziente, nervoso, frugò ancora fra le carte, e tirò fuori le
dichiarazioni mortuarie del medico, delle quali sua madre aveva
serbate le copie.
«Tisi polmonare. Tubercolosi. Tisi galoppante...»
Marco s'era fatto pallidissimo, fino le labbra erano bianche. Tremava
tutto, aveva le mani diaccie, ed un infinito abbattimento lo invadeva
come se stesse per morire.
--La tisi non perdona. Io pure dovrò andarmene come i miei fratelli.
Questo pensiero si formulò nel cervello di Marco come una verità
accertata, indiscutibile. Gli pareva impossibile di non averlo saputo
prima. Era alto e sottile; era magro anzi. Ecco perchè sua madre non
gli aveva mai voluto parlare delle malattie de' suoi poveri morti.
Gli diceva che quel discorso la rattristava troppo. Ma invece, era per
non impensierir lui, che lo sfuggiva. E suo padre pure era morto prima
dei ventotto anni, d'una malattia di languore, diceva la vedova.
Doveva essere lo stesso male che si era riprodotto nei figli. Marco
esaminò le dichiarazioni mediche che rimanevano, spiegazzando le carte
con mano febbrile. Anche il padre era morto di tisi polmonare.
Marco ripensò i bambini di sua sorella pallidi e biondi, colle manine
lunghe o la vocina esile.--Così sarà tutta la nostra generazione. La
mia, perchè quei bambini non vivranno tanto da procreare altri
infelici...
Tutti i sogni ridenti che aveva portati da Gradate erano dileguati;
pareva che gli avessero steso dinanzi un velo nero fitto.
Vedeva sè stesso debole, steso in una poltrona, e la sua bella sposa
dimagrita, curva sulla culla d'un bimbo moribondo, in una casa
malinconica...
Piangeva un pianto silenzioso, desolato; piangeva la sua salute
perduta, le sue speranze morte, il suo amore...
--Dovrò confessar tutto alla Maria ed a sua madre. Non voglio
ingannarle. In coscienza non potrei farlo. Se accetta di dividere la
mia vita di sventura...
Quella scena triste tornò a passargli dinnanzi al pensiero; e la Maria
era vestita a bruno, ed il bimbo moriva...
--Se accetta? Ma son io che non debbo accettare il suo sacrificio. Son
io che debbo rinunciare a sacrificare una povera giovane, a mettere al
mondo dei bimbi malati, ad eternare la disgrazia che pesa sulla mia
famiglia...
Sonò il tocco dopo mezzanotte. Alla metà di settembre le nottate
cominciano ad essere fredde. Marco sentì un brivido percorrergli le
reni, ed un impeto di tosse gli scosse un momento il petto. Crollò il
capo, come per dire: «Ecco, sono andato.»
Poi prese un foglio di carta e si mise a scrivere. La penna scorreva,
scorreva nervosamente, le righe si coprivano con grande rapidità, ed
intanto i singhiozzi lo scotevano tutto, e tratto tratto qualche
lagrima cadeva sul foglio. Si asciugava gli occhi perchè non ci vedeva
più, e tirava via a scrivere, a scrivere. Era un addio disperato,
tragico, alla sua sposa. Non doveva vederla più, ed esser forte. La
sua coscienza glielo comandava; voleva obbedire coraggiosamente, pel
bene di lei. Poi cominciava a dirgliene la ragione. E si fermava a
piangere su quelle morti immature, su quelle tombe, e s'inteneriva, e
s'abbandonava a ricordare i suoi sogni di felicità svaniti per sempre,
a fare grandi proteste d'amore e di devozione malgrado tutto, fino
alla morte, alla sua morte solitaria...
Traverso i vetri chiusi della finestra si vedeva già il bianco
dell'alba che non pareva ancora luce, e Marco non aveva finito di
scrivere, e piangeva sempre. Continuò ad accumulare le pagine, triste,
desolato, ed ogni volta che la brezza mattutina, gli dava un brivido,
provava come il terrore della morte.
Quando, più tardi, entrò nella camera della sua mamma, la povera donna
fu impaurita, tanto era pallido in viso, cogli occhi cerchiati e
profondamente mesti.
--Che cosa ti accade, Marco? Per carità! gridò balzandogli incontro.
Egli si lasciò andare come morto sopra una sedia, e cedette ancora ad
un impeto di pianto. Poi, facendosi forza, vergognoso di quell'atto di
debolezza, si asciugò gli occhi, cercò di rinfrancare la voce, e
disse:
--Non è nulla, mamma; non istò male per ora; soltanto, sento una
sensazione di freddo in mezzo alle scapole, ed ho un po' di tosse...
La mamma si fece bianca bianca, ed un'espressione di inesprimibile
angoscia le alterò il volto. Aveva udite tante volte quelle parole!
--Ma da quando hai la tosse? domandò tutta tremante. Da quando ti è
venuto questo male?
--Chi lo sa? È il nostro male di famiglia; ne portiamo il germe
nascendo... Ma questo non importa, soggiunse Marco sedendo accanto
alla signora Bellazio, che a quel discorso era caduta sulla sedia in
una profonda desolazione. Non importa ch'io viva qualche anno più o
meno. Quello che mi affligge è di non averci pensato, avanti di
contrarre un'impegno colla Maria... Io non ho diritto di prender
moglie per trasmettere ai figli la disgrazia che ha colpiti tutti
noi...
E le disse la sua risoluzione, tornando a commuoversi.
--Staremo fra noi, mamma. Mi assisterai tu come hai assistiti gli
altri, ed almeno non avremo rimorsi...
Le preghiere, le persuasioni della madre non valsero a nulla; era così
convinto di dover morire che si sentiva già staccato da tutto;
studiava in sè i sintomi del male, e vedeva coll'immaginazione il
quadro della sua fine.
Tutto quello che la signora Bellazio potè ottenere fu che non
prendesse una risoluzione prima d'aver parlato col medico.
Lei non poteva credere che Marco fosse malato.
--Sei sempre stato forte, andava ripetendo. È la prima volta che dici
d'aver la tosse. E poi, non rassomigli a nessuno de' tuoi fratelli, nè
al babbo, poveretto. Rassomigli a me che sono robusta. Ma che! Ma che!
Tu non hai nulla...
Il tempo incalzava. Si chiamò il medico il giorno stesso; il dottor
Andreoni, un vecchio che aveva assistiti tutti i figli ed il marito
della signora Bellazio. Egli fece una lunga oscultazione, esaminò il
giovane minutamente, e si mostrò soddisfatto del suo stato.
--Non solo non ha la menoma lesione ai polmoni, disse, ma non ha
nessuna disposizione ad averne. Ha un bel torace ampio, e
l'apparecchio respiratorio non potrebbe essere meglio costituito. Stai
di buon animo, figliolo. Potrai morire di qualsiasi male, perchè tutti
si muore, ma non morrai di tisi.
La signora Bellazio piangeva di gioia a quelle parole. E Marco pure
parve rassicurato. Soltanto disse che aveva ricevuto una scossa, che,
qualunque ne fosse la causa, pel momento non si sentiva bene. E senza
mandare quella lettera disperata che aveva scritta, volle ad ogni
costo che si differissero le nozze per qualche tempo, finchè egli non
si sentisse completamente ristabilito in salute.
La signora Bellazio andò in persona a Gradate il giorno stesso per
evitare che si facessero gli ultimi apparecchi; espose le circostanze
che avevano inquietata pel momento la coscienza delicata di Marco, ed
ottenne dalla signora Nardi, non solo una facile adesione, ma una
vivissima approvazione per quella misura di prudenza, che mirava a non
esporre sua figlia ad un matrimonio disgraziato. Le due vedove si
separarono amichevolmente:
--I ragazzi sono giovani, conclusero; quando Marco sarà guarito, se la
Maria sarà ancora libera, si riuniranno.
In casa Bellazio si riprese la solita vita. Da circa un anno, Marco
aveva ottenuto il posto di direttore meccanico in una grande officina.
Passati quei giorni di turbamento, ricominciò ad uscire il mattino pe'
suoi lavori, ed a passare la giornata fuori. Era taciturno, e questo
faceva meraviglia perchè aveva un carattere naturalmente sereno ed
espansivo. Ma sua madre attribuì quella malinconia all'allontanamento
della sposa, alle speranze che aveva lasciate svanire, e non gliene
parlò. Alla fine di settembre madre e figlio andarono ad abitare il
nuovo alloggio preparato per gli sposi; ma la sposa non c'era, e
l'inaugurazione del quartierino elegante fu tutt'altro che festosa. La
camera nuziale rimase chiusa, e Marco si fece mettere un letto nello
studio, una stanzetta piccola dove stava rinchiuso tutte le ore che
non erano reclamate dalle sue occupazioni fuori di casa, assorto in
lunghe letture.
Sua madre avrebbe preferito di passare la sera in compagnia, o di
vederlo andar fuori e divertirsi; ma egli rispondeva sempre:
--Questa sera non ho voglia di parlare; preferisco leggere un poco;
sarà per domani, mamma. Ma il domani di star allegro e di divertirsi
non veniva mai.
--Non ti senti bene? domandava spesso sua madre. Ma egli la
rassicurava: era soltanto un po' stanco... E lei confidava che col
carnevale tornerebbe allegro, e si riprenderebbero le relazioni colle
signore Nardi.
L'ottobre passò uggioso a quel modo. Neppure l'ora del piccolo pranzo
di famiglia, che altre volte era tanto animata dalle ciarle di Marco,
dalle sue dimostrazioni affettuose verso la mamma, dalle loro
discussioni sulla musica, sull'esposizione di Brera, sulle mode, sulle
nuove pubblicazioni, ora era silenziosa e triste. Marco mangiava poco
e distrattamente, ed appena aveva finito, pigliava un giornale o un
libro per aspettare il caffè, poi se ne andava nella sua camera.
Qualche volta la signora Bellazio lo pregava di accompagnarla a
teatro. «Al Manzoni c'era la compagnia Pietriboni che dava una nuova
commedia di Ferrari. Al Dal Verme c'era l'opera semiseria con artisti
buoni...» Marco non si faceva pregare; ma rimaneva tutta la serata in
fondo al palco, senza prestare la menoma attenzione allo spettacolo.
In novembre il dottor Andreoni, che andava qualche volta a passare la
sera colla signora Bellazio, le disse:
--Che cos'ha Marco? Questa mane l'ho incontrato; era un po' abbattuto,
e serio serio. Ha in mente ancora quella malinconia della tisi?
--No, rispose la madre. Dice che non ci pensa più; ma di certo ha
cambiato carattere dopo che ha mandato a monte il matrimonio.
--Cerchi di ravvicinarlo alla sposa. Dacchè è rassicurato sulla sua
salute, non c'è più ragione che rinunci a' suoi disegni. L'amore della
sposa, il cambiamento di vita, l'orgasmo delle nozze, gli faranno del
bene. Non mi piace quella tristezza.
La signora Bellazio ne parlò al figlio:
--Ora che sei persuaso di non essere ammalato, perchè non vai a fare
una visita alle signore Nardi che sono tornate in città?
--Non mi pare il caso, rispose Marco. Dacchè abbiamo rotto il
matrimonio...
--Rimandato soltanto, a tempo indeterminato; e fra noi non c'è stato
nessun dissapore. Temevi per la tua salute, hai preso tempo a
riflettere. Ora stai bene, la tua affezione è sempre la stessa per la
Maria, mi figuro. È naturale che tu ritorni a lei.
--È ancora troppo presto, disse Marco. E poi, non si sa che
impressione abbia fatto sulla Maria il mio distacco. Preferisco
incontrarla in società, vedere prima come si contiene, se si mostra
risentita, se ha cambiato pensiero...
Ma in società Marco non ci andava. Diceva sempre che era stanco, che
aveva da scrivere, e differiva di volta in volta. Si faceva sempre più
misantropo.
Il dicembre fu molto rigido. Ci furono delle grandi nevicate che
rendevano le contrade quasi impraticabili. Andando all'officina, dove
per la fine dell'anno si dovevano fare delle riforme e degli
ingrandimenti, Marco si prese un'infreddatura, che lo obbligò a stare
qualche giorno a letto. La signora Bellazio fece subito chiamare il
medico, e quando questi entrò in camera, Marco disse:
--Ci siamo, dottore; ora comincia la tosse.
--E domani finirà, rispose il medico ridendo; poi, dopo averlo
visitato, soggiunse:
--Ti sei buscata una bronchite; leggera, ma che ti farà stare a letto
una settimana.
Marco sorrise con aria incredula, e non rispose.
Dopo cinque o sei giorni si alzò, ma sempre più triste. Il dottor
Andreoni lo trovò seduto in una poltrona colle mani pendenti, il capo
chino, un'aria da vittima rassegnata, come se fosse stato infermo
tutta la vita. Gli applicò il termometro sotto l'ascella, lo esaminò,
poi disse:
--Sei guarito; abbiti un po' di cura per alcuni giorni ancora, e non
c'è altro. Sta di buon animo.
--Sì, sì, sono guarito; ripetè Marco col solito piglio incredulo.
--Perchè lo dici a quel modo? Cosa ti senti?
--Nulla mi sento. Sto benissimo. Fra sei mesi starò anche meglio. Non
vede come ingrasso? E mostrò le sue mani, che infatti, da qualche
tempo, erano smagrite, como tutta la sua persona.
--Sfido! Se non mangi...
--Si mangia a seconda dell'appetito che si ha, e si ha appetito a
seconda della salute.
--Ma la salute, mio caro, dipende anche molto dalle disposizioni
d'animo in cui viviamo. Tu, da un pezzo in qua, ti dai alla vita
solitaria, alla malinconia. Se credi che questo regime ti giovi...
--Caro dottore; io non sono più pauroso d'un altro. La morte non mi
spaventa; ma ammetterà che la prospettiva di finire come i miei poveri
fratelli, di lasciar qui la mamma sola, dopo averle straziato il cuore
con una lunga malattia, non è fatta per mettermi di buon umore.
--Ma dove la vedi questa prospettiva? domandò il medico; t'assicuro
che sei forte, che stai benissimo.
Marco mostrò parecchi trattati di medicina che aveva sulla scrivania,
e che da qualche tempo erano diventati i suoi libri prediletti, e
disse:
--Questi sono più sinceri di lei, dottore; mi dicono la verità che lei
vorrebbe nascondermi, e mi fanno bene, perchè mi preparano
all'avvenire che mi aspetta.
Il dottore si trattenne a lungo a discorrere con lui; gli espose
minutamente il suo stato di salute, la sua costituzione, quali gli
risultavano dalle ripetute visite, precisamente come avrebbe fatto con
un collega chiamato in consulto. Ma Marco gli rispondeva colla solita
ragione del male ereditario. Quell'idea gli si era fitta in mente con
una forza spaventosa, e gl'impediva di apprezzare qualsiasi argomento
in contrario.
I giorni passarono, venne il gennaio, cominciarono le feste del
carnevale, e Marco continuava a stare in casa come un convalescente.
Quando gli dicevano di uscire rispondeva che faceva freddo, che il
tempo era umido, e rimaneva per lunghe ore immobile nella poltrona, e
guardava fuori dalla finestra con certi occhi da moribondo che saluta
la luce, che faceva veramente pietà.
Il medico cominciò a mettersi in pensiero seriamente.
--Se vai di questo passo, ti ammalerai davvero, gli diceva.
Ma tutto era inutile, e Marco dimagrava visibilmente.
Sul finir di gennaio il dottor Andreoni prese a parte la signora
Bellazio e le disse:
--Mia cara signora, bisogna assolutamente che quel ragazzo cambi modo
di vivere, se non vuole ammalarsi. Sono quattro mesi che si sta
crucciando con un'idea penosa; è dimagrato, e quella malinconia
potrebbe procurargli il male che teme.
--Ma cosa posso fare? domandava la povera donna piangendo; ho tentato
ogni mezzo, gli ho proposto di viaggiare, ho invitati i suoi amici,
l'ho obbligato ad accompagnarmi fuori; ma, con chicchessia e dovunque,
la sua tristezza non lo abbandona mai. Cosa posso fare, mio Dio?
--Cerchi di persuaderlo che non ha nessun male, che non ha
disposizione alla tisi; non c'è altro. Infatti non ci ha disposizione,
glielo assicuro io in coscienza.
Dopo un lungo colloquio col medico, che passò una parte della serata
con lei, la signora Bellazio entrò da Marco, pallida ed abbattuta,
cogli occhi ancora rossi, ed un gran peso sul cuore. Era una scena
desolante. Avere in sè la certezza che il suo ultimo figlio era sano,
che avrebbe potuto vivere, e vederlo spegnersi volontariamente per un
pensiero ostinato, vederlo andare incontro alla morte straziante de'
suoi poveri fratelli, era una tortura, per quella madre già tanto
sventurata.
Eppure in quel momento era evidente che un'altra agitazione la
turbava. Lottava con sè stessa. Sentiva d'avere un dovere da compiere,
e non ne aveva la forza.
Un momento s'accostò al figlio, e susurrò: «Senti, Marco;» poi le
mancò il coraggio di proseguire; una timidezza invincibile le
strozzava le parole in gola. Quello che doveva dire era troppo
difficile.
Sull'imbrunire, rinfrancata dalla penombra che la avvolgeva come in un
velo, cominciò:
--Senti, Marco; debbo dirti una cosa...
Ma quand'egli le alzò in viso i suoi occhioni indifferenti con
un'aspettazione senza interessamento, si intimidì un'altra volta, e
soggiunse fremendo:
--No; non posso. Vi sono delle confessioni difficili; troppo
difficili, per una povera donna.
Andò fin sull'uscio per ritirarsi nella sua camera, poi tornò
indietro, nervosa, eccitata, ed esclamò:
--E tuttavia non posso lasciarti passar la notte così. Da' retta, tu
non sei malato, non puoi esserlo; capisci che non puoi esserlo;
capisci che non puoi? Che sono io che te lo dico?
--Tu ne sai di molto, rispose Marco, col suo sorriso rassegnato. Lo
dici oggi perchè l'avrai udito dal medico. Ma se non è oggi sarà
domani. Quando si è di quel ceppo....
--Ma se -non sei- di quel ceppo! gridò la povera donna, nascondendosi
il volto fra le mani e scoppiando in singhiozzi.
--Mamma!... esclamò Marco balzando in piedi.
Ma la vide in una convulsione di pianto, avvilita, vergognosa, e non
osò dir altro.
Ella rimase un momento, forse aspettando una interrogazione
conciliante sulla colpa che confessava, poi uscì sempre piangendo e
senza scoprirsi il volto.
Marco non ebbe il coraggio di trattenerla. Provava un'ignota
sensazione di vergogna come se il colpevole fosse stato lui. Ad un
tratto si sentì travolto in tutt'altro ordine di sentimenti e d'idee.
Il germe del male di famiglia non c'era; non potè pensarci più. Ma
sentì un'onta pesargli addosso, come un nemico da combattere, e tutto
il suo sangue si mise a ribollirgli nelle vene. Non era debole, non
era malato, ed aveva un avvenire dinanzi a sè. Sentì di dover agire,
ed il primo pensiero che gli si affacciò alla mente fu per sua madre.
L'aveva vista piangere di vergogna, e ne sentiva una grande pietà.
Avrebbe voluto andare ad abbracciarla, a dirle che comprendeva quanta
abnegazione doveva esserle costata la rivelazione di quel segreto; che
quell'atto di lealtà espiava molto; che l'amava sempre, che voleva
perdonarle. Pensava delle scuse per lei; la sua gioventù, l'infermità
del marito, forse un matrimonio contratto senza amore; ma al momento
d'avviarsi gli mancò il coraggio.
Dacchè era al mondo, era avvezzo a trattarla con tanto rispetto, che
gli sarebbe sembrato d'insultarla facendo allusione a quanto lei aveva
confessato. Era un argomento di cui non era possibile parlare fra
loro. Non avrebbe osato neppure di rivederla per qualche tempo;
sarebbe bastato che i loro occhi si fossero incontrati, per
confonderli e farli arrossire tutti e due.
Si diede a pensare seriamente che cosa potrebbe fare.
Dopo quella rivelazione le cose erano mutate per lui. Il patrimonio
del signor Bellazio non gli apparteneva. Egli poteva, per salvare
l'onore di sua madre, portarne il nome, ma non voleva appropriarsene
il denaro. Quando aveva domandata la mano della Maria era quasi ricco;
ora possedeva soltanto il suo impiego e poche migliaia di lire
guadagnate nella sua brevissima carriera da ingegnere, e che aveva già
spese in parte per addobbare la sua nuova casa.
--Se mi ama davvero, questo non dovrebbe cambiare le sue risoluzioni,
pensò. E stabilì di andare dalle signore Nardi la mattina seguente.
Quanto a sua madre, non si sentiva la forza di rivederla pel momento.
Scrisse un biglietto:
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