La cartella N. 4
La Marchesa Colombi
LA MARCHESA COLOMBI
LA CARTELLA N. 4.
CAPO D'ANNO.
CHI LASCIA LA VIA VECCHIA PER LA NOVA....
I MORTI PARLANO.
RICCARDO CUOR DI LEONE. -- STORIA D'UNA VIOLA.
UNA PICCOLA VENDETTA.
CESENA,
LIBRERIA EDITRICE G. GARGANO.
MDCCCLXXX.
L'EDITORE
ADEMPIUTI I DOVERI
ESERCITERÀ I DIRITTI SANCITI DALLE LEGGI.
CAPO D'ANNO.
Dal trentuno dicembre al primo gennaio, non c'è che quel tempo
inafferrabile, d'una brevità infinitesimale, che corre tra l'ultimo
minuto secondo della dodicesima ora, al primo minuto secondo della
prima; -- il passaggio identico di ciascun giorno dell'anno al suo
domani; un attimo, una pulsazione, nulla.
Eppure tutti consideriamo la fine dell'anno come un punto fermo, come la
chiusura d'un periodo. Pare che tutte le cose intraprese debbano essere
compiute a quell'epoca, e che pel primo dell'anno venturo s'abbia da
ricominciare tutto daccapo.
La Chiesa inaugura il nuovo anno col -Veni creator-; i commercianti
chiudono i conti, ed i privati (pur troppo!) ci mettono il saldo; si
rinnovano i libri mastri; si licenziano o si confermano gl'impiegati;
chiunque ha l'incarico d'una gestione qualsiasi presenta il resoconto.
I giornali perdono dei collaboratori e ne acquistano di nuovi; e
proclamano che i nuovi sono genî e quelli perduti non valevano nulla,
senza tener conto dei pomposi elogi con cui li avevano annunciati l'anno
precedente; ed aprono nuove rubriche e nuovi abbonamenti fanno nuovi
programmi e nuove promesse.
Si è arrivati a quella stazione di fermata: che si chiama il capo
d'anno. Si riparte per un nuovo viaggio dove tutto è ignoto; ci si avvia
alle speranze; ciascuno dice sospirando «chissà!» come se da quell'ieri
a quell'indomani il mondo fosse interamente mutato, e le probabilità di
bene o di male preparate nell'anno precedente non contassero più; come
se le conseguenze del 1880 non avessero più nessun rapporto colle
premesse del 1879; come se quell'atomo di tempo che sfugge ad ogni
calcolo, dovesse spezzare tutti i vincoli tra le cause e gli effetti.
Mi ricordo quand'ero piccina, -in temporibus illis-, che trepidazione mi
si metteva nel cuore quando s'avvicinavano le feste di Natale e capo
d'anno!
Eravamo una serie di cugini che ci trovavamo tutti insieme il giovedì e
la domenica. -- Si faceva, naturalmente, un chiasso dell'altro mondo; e,
per una decina di giovedì, ed una decina di domeniche prima delle feste,
la zia Catterina che parlava a proverbi, quando si sentiva rompere il
capo dai nostri gridi, ci gettava contro, come una minaccia, il suo
proverbio di circostanza: -- «Anno nuovo, vita nuova!»
Noi restavamo tutti colpiti, e ci guardavamo l'un l'altro cogli occhi
sbarrati come per leggerci a vicenda nella mente l'idea di quella vita
nuova misteriosa ed ignota. -- «Cosa sarà?»
E noi pure avevamo da scrivere lettere e recitare complimenti con una
serie d'auguri agli altri e di propositi nostri per l'anno che
cominciava. Ed intanto, per incoraggiarci a quei propositi di lavoro,
d'obbedienza, di virtù, c'erano i doni di capo d'anno che fioccavano da
tutte le parti. -- Mamma, babbo, nonni materni e paterni, zii, prozii, da
lontano, da vicino, tutti i parenti, noti ed ignoti, risalendo fino a
certe parentele ipotetiche e lontane che non ci riesciva di capire,
tutti mandavano la strenna.
Erano processioni di bambole d'ogni dimensione, d'ogni condizione
sociale, dalla gran dama che arriva tra le nevi di gennaio in abito
scollato, scortata da un ricco mobiglio e da un abbondante corredo, fino
alla contadinetta di legno col vestitino corto di tela color di rosa
incollato sulla persona, e senza il lusso d'una calzetta o d'una
camicia.
Erano reggimenti di soldatini di piombo e di legno, ulani, croati,
bersaglieri, chasseurs d'Afrique, horseguards, -- tutte le armi e tutte
le nazioni, e tutti fraternizzavano sui nostri tavolini da gioco,
confondevano, scambiavano le bandiere, stringevano le alleanze più
imprevedute per impegnarsi in guerre mostruose, compievano atti
d'eroismo da far impallidire i Fabi ed i Maccabei, poi ad un tratto,
colti da un panico inesplicabile, s'abbandonavano alle fughe più
vergognose da cui risultavano vittorie incredibili, paci stupefacenti.
Ricordo quando gli anni furono passati per le bambole e pei soldatini,
quando noi altre fanciulle cominciammo a portare gli abiti lunghi ed i
maschi andarono all'università. Allora pel capo d'anno c'erano tutti i
presagi della nostra sorte futura. La sera prima, si metteva sulla
finestra una tazza d'acqua; e la mattina si dovevano vedere sulla
superficie di quell'acqua gelata gli emblemi dell'arte o del mestiere
del futuro marito. Erano sempre un'infinità di lineette diritte e
sottili che s'incrociavano in tutti i sensi; sembravano tanti aghi, ed
avevano finito a persuaderci che per tutte noi non c'era altra speranza
che di sposare un sarto.
Poi la mattina, appena alzata, ogni ragazza prendeva una pianella e la
gettava in alto. Se andava a cadere colla punta verso l'uscio, era certo
che la signorina sarebbe uscita da casa nell'annata per andare a marito;
altrimenti c'era un altro anno da aspettare, un'altra pianella da
buttare in aria, e chissà poi quanti anni e quante pianelle!
E nell'uscire di casa bisognava prestare una grande attenzione alla
prima persona che s'incontrava. -- Se era un prete si moriva entro
l'anno; se era un giovinotto si pigliava marito; se era una fanciulla
s'invecchiava zitella; se era un soldato guai in famiglia; se era una
vecchia, triste annata in ogni senso.
Ne avevamo da raccontare per tutta la giornata di capo d'anno. -- E poi
si narravano i doni avuti; erano doni più seri che quando eravamo
bambini, ma c'erano sempre. Ogni parente portava il suo: qualche vezzo,
qualche ornamento per le nostre camerette, e sopratutto libri; --
abbondavano i libri. I -Promessi sposi- legati in rosso, volta a volta
li abbiamo avuti tutti; poi L'-Angela Maria- del Carcano, poi la
-Corinne- della Staël; e così via via, man mano che crescevamo, si
passava dalla -Bibliothèque Rose- della Ségur, che ci aveva inspirati i
primi entusiasmi, fino a libri meno rosei che ci facevano pensare e
piangere.
Crescemmo tutti col culto delle strenne; e quando passammo dallo stato
sereno e spensierato di figli di famiglia, a quella più grave assai di
capi di casa, di nonni, di bisnonni, di antenati addirittura, non fu più
la parte piacevole di ricevere i doni che ci dette da pensare, ma quella
più difficile di farli. Tanto più difficile poi, per chi deve cavarli
dai magri frutti della sua penna. -- «I versi non danno pane» -- dice il
vecchio proverbio latino. Ed io conosco uno stornello inedito d'un poeta
moderno che inaugurava un tappeto nel suo salotto, e mi ricordo che
comincia così:
-- «Fior di tappeti!
È un fiore ignoto al mondo dei poeti.»...
Figurarsi poi la superfluità delle Strenne! Io ci penso tutta l'annata.
Ed appena passata la burrasca d'un capo d'anno, mi preparo una cartella
nuova, dove raccolgo man mano i miei lavori brevi per farne un volume al
capo d'anno seguente. -- Quella cartella è il mio salvadanaio; è la
strenna de' miei nipoti e pronipoti; è, per me, la gioia dei loro
desideri appagati, dei loro baci, dei loro sorrisi; del tripudio dei
bambini, delle soddisfazioni vanerelle delle giovinette, dei loro
spassi, delle loro letture. -- È per loro una promessa lungamente
aspettata, il realizzarsi d'una speranza, una prova del mio affetto. -- È
per tutti un giorno di allegria, d'espansione; una festa in famiglia.
E che ansietà negli ultimi mesi dell'anno! Grandi e piccini tutti
sappiamo che i doni del capo d'anno sono là in quella cartella, in
quegli scartafacci della bisnonna. -- Ma quelle carte non sono biglietti
di banca e debbono diventare biglietti di banca; e, perchè subiscano
questa metamorfosi occorre un editore.
E se l'editore non capitasse?
È una minaccia che ci impensierisce tutti, e me più di tutti.
Da qualche anno si va adottando nelle famiglie un'usanza che si chiama
-I desideri-. Quando s'avvicinano le feste, -- Natale e Capo d'anno, --
ogni individuo della famiglia scrive sopra un foglietto i suoi desideri.
Grandi e piccoli, modesti ed arditi, li enumera tutti; non si sa mai
cosa possa accadere! La borsa dei vecchi parenti è inesauribile come il
loro affetto; e la provvidenza divina è infinita.
E quei foglietti si abbandonano sopra un mobile, sul marmo del
caminetto, sul tappeto, in un paniere da lavoro... Si lasciano andare
dispersi per la casa. E chi deve fare un dono li trova, e, nella misura
de' suoi mezzi può fare una scelta, colla certezza di offrire una cosa
desiderata.
Si figurano, signori lettori, la nevicata di foglietti che vagola
intorno ad una vecchia bisnonna?
-- Un cappello Rubens. (Sessanta lire!)
-- Un abito di Casimira guarnito di lontra. (Trecento lire!)
-- -La Divina commedia- e l'-Orlando Furioso- illustrati dal Dorè.
(Cinquecento lire!)
I prezzi sono io che li aggiungo colla rapidità del pensiero: la
gioventù non discende alla prosa del calcolo; desidera, ambisce, spera,
intollerante delle limitazioni finanziarie che inceppano la fantasia.
Fra i desideri d'una bimba di quattro anni c'era: «Una carrozzella con
un asino -vivo- da far correre in salotto.»
La sua sorellina, non meno audace, desiderava: «Una bambola che parli,
-ma non di quelle che dicono sempre le stesse cose-.»
Un bambino aveva messo in nota: «Un cannone -che spari per davvero-.»
Codesti desideri, si sa, non si appagano; ma bisogna pure appagarne
qualcuno. Avevo già trovato una dozzina di foglietti, ed il novembre
cominciava appena. -- Mi si rizzavano in testa... le gale della cuffia,
quando guardavo la mia cartella, e pensavo:
-- E se l'editore non capitasse!
Le cartelle passate hanno trovato tutte il loro editore. -- Cartella N. 1
-Dopo il caffè-. -- Cartella N. 2 -Serate d'inverno-. -- Cartella N. 3
-Racconti di Natale-.
Hanno dato tutte il loro frutto, e furono convertite in doni di ceppo e
strenne, e sono andate.
E la Cartella N. 4? L'annata è stata cattiva; il denaro è scarso; gli
scrittori vengono su da ogni parte come i funghi, alcuni pochi grandi e
succosi, la maggioranza piccioletti, mingherlini, bistorti, stentatelli;
alcuni velenosi. Ma tutti nascono colla passione della caccia...
all'editore.
E gli editori invece diminuiscono come se ci fosse entrata la filossera.
--
Io pensavo tutto codesto, e ripetevo con un brivido:
-- E se l'editore non capitasse?
E mi figuravo i visi imbronciati delle mie nipotine capricciose; la
delusione melanconica delle più buone; lo stupore dei bambini, il loro
risentimento dinanzi alle scarpette rimaste tutta la notte al freddo sul
balcone e trovate il mattino vuote e raggrinzate dal gelo. -- Mi figuravo
la casa triste, senza i gridi di sorpresa e di gioia, senza l'enfasi dei
ringraziamenti, senza l'ansia del raccontare, senza l'entusiasmo
romoroso assordante pei balocchi nuovi, senza l'animazione, l'orgasmo,
la vita che anima le feste solenni.
Oh, se l'editore non fosse capitato!
Ma, per fortuna, l'editore non mi manca mai. È il dono di ceppo
dell'ava; forse la provvidenza lo concede alle preghiere dei bambini.
Venne il signor Gargano di Cesena e mi domandò La Cartella N. 4. -- Ed
anche questi scartafacci si poterono convertire in biglietti di banca,
ed anche quest'anno non mancheranno i doni di ceppo e le strenne.
Per tutti i cavallini e le carrozzelle e le armate internazionali di
legno e di piombo che faranno impazzare di gioia i miei bimbi, per tutte
le bambole e le casine e le cucinette ed i corredini, che inspireranno
alle bambine le prime idee casalinghe e materne, pei vezzi, pegli abiti,
pei buoni libri che faranno sorridere o palpitare le giovinette, io
auguro al mio nuovo editore che questo libro gli porti fortuna. Che
parenti ed amici glielo comprino per offrirlo in dono ai giovani delle
loro famiglie, e che lui pure, come noi trovi i suoi doni di capo
d'anno, nella Cartella N. 4.
LA MARCHESA COLOMBI.
CHI LASCIA LA VIA VECCHIA PER LA NOVA....
Un giorno ricevetti una lettera d'una giovinettina, la quale, trovandosi
a far parte d'una famiglia numerosa e ristretta di mezzi, aveva
concepita l'idea di studiare da telegrafista.
Conoscevo la posizione di quella ragazza, ed avevo sempre preveduto che
dovrebbe aprirsi una via di guadagno. -- Recitava benino, ed un momento
s'era anche parlato di farne un'artista drammatica; ma poi s'erano
enumerati ad uno ad uno i pericoli, gli inconvenienti di quella
carriera, e s'era respinto quel progetto.
All'udire che voleva farsi telegrafista, provai uno sgomento, una
ripugnanza, maggiore assai di quella che mi aveva inspirato il teatro.
L'altezza dell'ambiente morale in cui deve svolgersi un dramma per
essere ben accolto dal pubblico, quell'esposizione continua di caratteri
nobili, di azioni generose, e dietro ogni colpa la punizione ed il
rimorso, deve necessariamente esercitare un'azione salutare sull'animo
degli artisti; ed ho udito dire parecchie volte che gli artisti
drammatici sono per lo più gente onesta, generosa, di sentimenti
gentili. -- Questo, senza avermi riconciliata colla proposta di mettere
quella fanciulla sulle scene, era stato un -pro-, che avevo trovato da
opporre ai molti -contro-. Poi c'era anche l'idea dell'arte, della
possibile gloria avvenire... che so io?
Ma, per la telegrafista, l'avvenire doveva essere necessariamente oscuro
come il presente; -- e si trattava di vedere una ragazzina andare
all'ufficio come un giovinotto, bazzicare cogli impiegati, senza
sorveglianza, per riescire a che cosa poi? Ad essere tutta la vita un
umile impiegato.
-- Gli uomini che prendono quella carriera non hanno speranze maggiori, --
si diceva, -- e tuttavia se n'accontentano.
E questo è vero. Ma gli uomini non arrischiano tanto quanto una ragazza.
-- Ero malcontenta, diffidente.
In quell'incertezza pensai di scrivere ad una buona signora che era
stata più d'un anno telegrafista prima di maritarsi, e di domandare
consiglio a lei.
Mi rispose un biglietto breve, mandandomi un grosso manoscritto. Nel
biglietto mi diceva:
«Il miglior consiglio che io possa darle per la sua giovine protetta, è
di raccontarle la mia storia. Gliela faccia leggere, se ha coraggio. È
meglio ancora scoprirle il pericolo, che lasciarvela cadere ad occhi
chiusi. -- Sono certa che lei stessa, quando sarà in fine del mio
manoscritto, non permetterà a quella bimba di domandare l'impiego a cui
aspira, se non quando sarà più matura. Per una zitellona o per una
vedova, è una occupazione come un'altra. Ma per una giovinetta, creda a
me, non è affare.
«È un sacrificio ed un'umiliazione che m'impongo confidandole la mia
storia; forse potrà anche sembrarle una sconvenienza. -- Ma è la
sconvenienza di chi si denuda per gettarsi in mare a salvare un
naufrago. -- Me ne tenga conto, e se dovrà servirsi del mio esempio per
ammonire altre giovinette, pubblichi pure la mia storia; ma prima cambi
i nomi di persone e di paesi. Sono madre di famiglia, e non vorrei
essere riconosciuta.»[1]
[1] -Questo racconto è scritto da più anni. D'allora i regolamenti
hanno subite molte modificazioni, e gl'inconvenienti che io
deploravo furono in gran parte rimediati.-
L'AUTRICE.
Ho cambiato i nomi, ed ecco il manoscritto come l'ho ricevuto.
I.
Una fanciulla dev'essere pura come un lembo di cielo, come un giglio,
come una colomba, come tante cose rettoriche, della cui purezza non so
chi risponda, -- specialmente per la colomba.
Quando parte pel viaggio di nozze in un -coupé- di prima classe, non
deve saper altro dell'amore, che quanto ne ha imparato alla scuola
elementare: -nome comune, astratto, genere maschile, numero singolare-.
Le belle signore, che leggeranno forse queste memorie alla lampada del
loro salottino ben caldo, -- mentre Marietta prepara la loro abbigliatura
pel teatro, e Giovanni striglia i cavalli che debbono trascinarle nella
carrozza imbottita di raso, -- si mettano una mano alla coscienza e mi
dicano:
-- Quando si sono maritate non ne sapevano più di così? Proprio no?
Ebbene, credano a me; non se ne insuperbiscano. Si ricordano che
trincieramenti di babbi, di mamme, di zii, di prozii, di istitutrici,
avevano intorno quando andavano fuori? E nessuna lettera giungeva mai
fino a loro senza essere passata sotto gli occhi dei parenti. E di
visite da sole non ne ricevevano. Ed alle feste ballavano soltanto con
giovani, del cui procedere un comune conoscente si fosse in certo modo
reso garante colla presentazione.
Avrebbe dovuto essere ben poco gentiluomo, chi in simili circostanze
avesse osato dire una parola.... fuor di tempo. -- E per acquistare, in
fatto d'amore, delle cognizioni oltre quelle fornite dalla grammatica,
una signorina avrebbe dovuto metterci della buona, -- o piuttosto della
cattiva volontà.
Ho premesso tutto codesto per arrestare nelle mani delle signore senza
peccato la pietra, che mi avrebbero forse gettata fin dalle prime pagine
del mio racconto.
II.
La mia mamma abitava Livorno Torinese. Era vedova con quattro figlioli,
ed io era la maggiore. Si viveva tutti del frutto d'un poderino
minuscolo; era un magro vivere, ma si viveva.
Io avevo frequentato le scuole comunali, poi avevo continuato a studiare
coll'aiuto della maestra, nell'idea di ottenere anch'io il diploma di
classe inferiore. Quella maestra era istrutta, aveva molti anni di
pratica, ed aspirava ad un posto migliore; ed io aspiravo a prendere il
suo, quando lei lo avesse lasciato. Trecento lire e l'alloggio, aggiunto
ai frutti del nostro palmo di terra, per noi che avevamo pochi bisogni
ed abitudini modeste, sarebbero stati una fortuna.
Ci si pensava sempre. Si facevano progetti su progetti:
-- Trasportarci tutti nella casa magistrale; -- erano tre camere, ma
bastavano: non ne avevamo mai avute di più. -- Vivere come s'era vissuto
fin allora, soltanto con qualche privazione di meno; perchè, già,
c'erano giorni in cui non si metteva la pentola al fuoco; e, se ci fosse
venuto quell'aumento di rendita, codesto non sarebbe più accaduto. Esser
sempre ben coperti l'inverno, e far fare a tutti i ragazzi le quattro
elementari prima di mandarli ad un mestiere....
Io mi sentivo superba e contenta d'essere il perno su cui s'appoggiavano
questi disegni facili a realizzarsi, e che ci avrebbero permesso di
vivere tutti uniti, i figlioli sotto gli occhi della mamma, fintanto che
fossi stata più matura. Poi avrei potuto sperare un posto onorevole, da
istitutrice in una buona famiglia, o da direttrice in un collegio...
Un giorno venne fuori a trovarci una zia che avevamo a Torino, e mi
parlò di certi impieghi al telegrafo che si davano alle donne.
Si guadagnava di più che a far la maestra, c'erano speranze di aumento,
si poteva capitare a vivere in città.... Via; era una carriera aperta
come per gli uomini; e punto faticosa....
Quella prospettiva mi parve splendida. Stare in una città; andare allo
studio come un giovinotto; avere la -mia- casa, e molte ore di libertà;
ed essere indipendente.
La mia testa cominciò a fantasticare su quel tema. Il progetto di fare
la maestra nel mio piccolo paese a tutti quei contadinetti che conoscevo
e che mi conoscevano, mi parve meschino. Una maestra cosa poteva
aspettare dall'avvenire. Mentre una telegrafista, era un impiegato
governativo.
Non so proprio cosa ci vedessi di bello; ma è certo che la stessa
eccentricità della cosa lusingava la mia immaginazione. Quando ne
parlavo in paese e vedevo le meraviglie che suscitava quel discorso,
provavo un gran desiderio, una vera ambizione di raggiungere quella
posizione meravigliosa. E mi compiacevo a figurarmi di ritorno in paese
per qualche breve vacanza, vestita da cittadina, col titolo di
telegrafista, anzi d'-ufficiale telegrafico-, discorrendo d'orari, di
capi d'ufficio, d'avanzamenti, di traslochi; dicendo -noi- per nominare
tutta la rete telegrafica dello Stato, tutti gli impiegati, gli uffici,
le macchine, i pali e me stessa. Cos'era l'impiego decoroso di
direttrice al confronto di codesto? Di direttrici ce n'erano molte, ce
n'erano state sempre. Di telegrafiste non ne avevo vedute mai, e mi
pareva che quelle -donne impiegati- dovessero essere qualche cosa di
affatto differente dalle altre.
Avrei sempre portato denaro alla mamma; con uno stipendio che col tempo
avrebbe potuto salire fino a cento lire al mese...! Figurarsi! Noi, in
cinque che eravamo, non avevamo mai spese, e neppure vedute cento lire
al mese.
Fu la stessa zia di Torino che mi fece andare a casa sua, e mi tenne con
sè parecchi mesi, benchè fosse povera, per mandarmi alla scuola di
telegrafia, ed avviarmi a quella nuova carriera aperta alle donne, che
dev'essere la gloria, il trionfo dell'onorevole Salvatore Morelli;
l'alloro che gli farà da primo guanciale per riposarsi delle sue fatiche
parlamentari. Il secondo guanciale glielo farà il divorzio.
Lascio stare il tempo di studio, poi il primo impiego da -giornaliera-.
Ero chiamata quando il lavoro era eccessivo, ed in quei casi avevo due
lire al giorno. Se non c'era lavoro di troppo, non ero chiamata, e non
avevo nulla. Ma non importa. Vivevo colla zia. A lei una tazza d'acqua
di più nella pentola per aumentare d'una porzione la minestra, e quel
poco di più ch'io potevo mangiare costava poco, e lo dava volentieri.
Non voleva neppure i miei piccoli guadagni che servivano a vestirmi. Non
mi rimase mai nulla da mandare alla mamma. Ma era naturale. Ero in
principio di carriera. Una volta che avessi avuto un impiego fisso, con
un buono stipendio -- allora sì che avrei potuto aiutare la mia famiglia.
Finalmente, dopo un lungo tirocinio, e tante suppliche, ricorsi, palpiti
da pigliarne una malattia di cuore, lo ottenni quel sospirato impiego; e
nientemeno che negli uffici telegrafici di Milano, con uno stipendio di
ottocento lire all'anno.
A noi parve di veder giungere in casa Giove trasformato in pioggia d'oro
con quella notizia. Dico a noi così per dire; ma la zia, poveretta, ed i
suoi bambini non sapevano nulla di Giove e delle sue metamorfosi. E
quanto alla mamma, lei non si rallegrava di quell'avanzamento.
Aveva le idee piccine. Le pareva che sarebbe stato meglio guadagnare
soltanto trecento lire e stare in paese, e vivere tutti uniti aspettando
il meglio per quando fossi stata matura, che andare in giro, una
figliola di diciotto anni, sola per il mondo, a far l'impiegato.
-- Dà retta, -- mi diceva. -- Codeste cose sono buone per le signorine
venute al meno, che hanno la famiglia in città. -- Andranno all'ufficio
come tu dici; ma accompagnate dalla mamma o dal babbo; e, fuori di là,
saranno ancora coi loro parenti. Per quelle lo capisco; è un lavoro come
un altro. E poi ancora, se dentro gli uffici debbono stare cogli
impiegati, non ce le dovrebbero mettere prima de' venticinque o
trent'anni.
Lei non lo sapeva che uomini e donne sono eguali davanti al progresso, e
che l'emancipazione non ammette giovinette inesperte.
La lasciai accorata, povera donna, e venni sola a Milano. Nè lei nè la
zia potevano fare la spesa del viaggio per accompagnarmi, e tutte e due
avevano bambini da custodire.
Appena giunta mi presentai al capo d'ufficio, e lo pregai di dirigermi
un poco nella mia installazione.
-- Non ha altre risorse che il suo impiego? -- mi domandò.
-- Altre risorse! Ma il mio impiego mi frutta ottocento lire, -- risposi
sbalordita. -- Sessantasei lire e sessantasei centesimi al mese con una
frazione continua....
-- Trovare una pensione a questo prezzo è difficile, -- borbottò quel
signore.
Io cascavo dalle nuvole. Dovevo spendere sessantasei lire e sessantasei
centesimi soltanto nella pensione? E vestirmi? e mandare qualche cosa
alla mamma! -- Ma che! Quel signore, aveva idee troppo grandiose. Noi in
casa con poco più d'una lira al giorno si viveva tutti.
Il capo d'ufficio ebbe forse pietà della mia inesperienza. Si occupò del
mio magro affare, e gli riesci di collocarmi in una pensione dove mi
davano alloggio e vitto per cinquantacinque lire.
A me pareva una spesa enorme. Ma più tardi mi accorsi che per vivere in
città era pochissimo.
Alla fine del mese, appena ebbi riscosso il mio denaro, m'affrettai a
pagare la padrona di pensione ed a fare un vaglia delle altre undici
lire per la mamma. Coi sessantasei centesimi che avevo serbato per me,
pagai il vaglia postale ed il francobollo, e rimasi a secco.
Quando uscivo la mattina per andare all'ufficio le botteghe erano
chiuse, le strade quasi deserte; qualche lattivendolo, qualche
panattiere col cesto in capo come il gran panattiere di Faraone, era
tutta la gente che incontravo. Al ritorno gli altri impiegati salivano
nell'omnibus. Io facevo la strada sola, a piedi, nel fango, pensando
quali vantaggi mi procurava mai quell'impiego, che era sembrato a me ed
a' miei un colpo di fortuna.
La mamma scriveva che della mia lontananza risentiva soltanto il danno.
Quanto al mio mantenimento risparmiato non se ne accorgeva neppure. -- E
dire che a me quel mantenimento costava cinquantacinque lire! Cosa vuol
dire separarsi!
Ed intanto si lagnava che non m'aveva più accanto, che non l'aiutavo più
a custodire i bimbi ed a fare la massaia.
Le undici lire le aveva ricevute, ma mi raccomandava di non mandargliele
più, povera donna, e di serbarle per rinnovare gli stivalini e gli
abiti.
Sulle prime, la novità di trovarmi in una città grande, d'andare e
venire sola, di sedere a tavola in una pensione con molta gente, di
raccontare la mia posizione eccezionale, e di ripetere ancora ed ancora
alla padrona di pensione, ed alla serva stupefatta, ed ai compagni di
tavola, che ero impiegata come un uomo, e che guadagnavo come un uomo,
mi mantenne in uno stato d'esaltazione, e mi sentii felice.
Ma alla fine del secondo mese, quando la padrona di casa mi presentò il
conto della lavandaia, quello della stiratrice, più due lire pel lume
che non era compreso nella pensione, in tutto nove lire che dovevo
sborsare pigliandole sulla mesata ventura, cominciai a sgomentarmi.
Intanto era finito l'ottobre, ed il novembre cominciava con un freddo
invernale. La sera gelavo nella mia stanza. Qualche volta mi lasciai
andare al lusso di accendere il camino mentre stavo alzata a dare
qualche punto alle biancherie, ed a ravviare gli abiti. Ma la spesa
della legna era superiore a' miei mezzi. Quel mese, tolta la pensione e
quelle nove lire di conti pagati, m'erano rimaste due lire per le spese
straordinarie. Nella nostra povera casa non m'ero mai trovata in quegli
impicci.
Giorno e notte pensavo al modo di diminuire quelle spese. Rinunciai a
ber vino per farmi ribassare di qualche lira il prezzo della pensione;
ma tant'è tanto, se mi riesciva di pagare la lavandaia, la stiratrice ed
il lume, per la legna non mi rimaneva nulla. E quel ribasso di prezzo
aveva anche ribassata l'opinione che la padrona di casa aveva di me. Mi
trattava con disprezzo.
Era una vita arida e noiosa. Casa e studio, studio e casa, coi piedi
umidi, le membra assiderate, il pensiero occupato da calcoli minuti ed
uggiosi, nessun'affezione per consolarmi, nessuna distrazione. -- Ed i
miei abiti si sciupavano, le mie scarpe si logoravano.
Eppure guadagnavo ottocento lire all'anno. Avevo raggiunto il mio sogno
di grandezza, il mio ideale. Dio! che delusione!
Ero anche bellina. Quando andavo, sola e male in arnese per le strade,
c'era spesso chi mi diceva parolette dolci, chi si offriva
d'accompagnarmi, ed anche con molta insistenza e senza troppo rispetto.
Allora mi venivano in mente i discorsi della mamma, e le sue paure. -- Ma
poi tornavo alle mie idee:
-- Quando le donne hanno un'occupazione seria, e pensieri seri, non
cadono in leggerezze. La loro vanità dipende appunto dalla vita oziosa e
senza responsabilità a cui sono condannate, ecc. ecc.
A me i pensieri seri non mancavano. -- Avevo niente meno che da risolvere
il problema di andar vestita, bene o male, di calzarmi, e di non gelare,
senza spender denaro.
Ma tuttavia avevo diciotto anni. -- Due, tre, quattro uomini, dieci, mi
sembrarono insolenti e brutali colle loro parole galanti. Poi ne venne
uno che non mi sembrò insolente nè brutale. -- Era giovane, serio; per un
pezzo mi seguì senza dirmi nulla, mi guardava soltanto; ed io la notte,
nella mia stanza solitaria e fredda, rivedevo quello sguardo che la
riempiva di calore e di luce.
Poi un giorno, entrando a pranzo dalla padrona di casa lo vidi là, alla
tavola della pensione. -- Aveva veduto dove abitavo, ed era venuto; s'era
anche collocato accanto a me. Non mi aveva parlato brutalmente in
istrada. Aveva presa una via lunga, mi si presentava come si usa tra
gente ammodo. -- Gliene tenni conto; forse troppo.
Mi sentivo autorizzata a discorrere con lui come cogli altri della
pensione; e ne profittai. -- Mi gettai a capo fitto in quella prima
gioia; il mio cuore, giovane e caldo, sussultava alle sue parole. --
M'innamorai pazzamente, sinceramente.
Oh, se m'avesse veduto la mia mamma, uscire, di sera, con quel giovane,
rientrar tardi, agitata, impaurita, coll'anima combattuta tra la
passione ed il rimorso.
Come avrebbe, ripetuto, povera donna, che gli impieghi di quella sorta
si dovrebbero dare soltanto alle ragazze che hanno la famiglia in città,
che vanno all'ufficio accompagnate dalla mamma, e che per giunta non
sono più giovani. E che sarebbe stato meglio accontentarmi del posticino
di maestra in paese a trecento lire, e vivere tutti uniti!
Ma la mamma era lontana: io era sola, innamorata, e senz'altro conforto
al mondo che quell'amore.
Non serve dir altro. È la storia di molte ragazze indipendenti, e
disgraziate.
Speravo che mi sposasse; il matrimonio rimedia a tutto. -- Ma un bel
giorno mi scrisse che affari di famiglia lo chiamavano in provincia
presso i suoi parenti. Non sapeva quando tornerebbe. Suo padre era
rigorosissimo. Non osava dirmi di scrivergli perchè in casa sua, se si
fosse scoperta la nostra relazione, guai! Mi amava sempre; gli doleva di
lasciarmi; ma contro l'impossibile non si può andare.... ecc., ecc. Di
matrimonio neppure una parola, neppure una speranza lontana. --
M'abbandonava.
Rimasi come fulminata. -- Non me l'aspettavo, avevo riposta in lui tutta
la fiducia de' miei diciott'anni. Ero colpevole per lui; era lui che
doveva redimermi. Questo mi sembrava giusto, e credevo che quanto era
giusto si dovesse fare. Fu un balzo doloroso. Dal colmo della fede, alla
delusione assoluta, senza speranza.
Mi trovai sola in faccia alla mia vita di lavoro inglorioso, con tre
compagni tristi: l'isolamento, la miseria, la vergogna.
Malgrado tutto, mi durò un pezzo in cuore l'amore, e passai le lunghe
notti in veglie e rimpianti; perchè la passione non ragiona.
Ma anch'essa deve pur nutrirsi di qualche cosa. -- Ed io non avevo nulla.
Non ricevevo notizie nè dirette, nè indirette; non lo vedevo più; non
sapevo neppure dove fosse. A poco a poco le preoccupazioni aride del
pane quotidiano, i bisogni materiali ed imperiosi della vita,
soffocarono la passione, mi assorbirono tutta.
Ero triste, uggita. Non avevo a chi confidarmi. Avrei voluto ad ogni
costo uscire da quelle angustie; ma non osavo scrivere alla mamma che la
mia ambizione era stata illusoria, che tutte le mie belle speranze
m'avevano condotta a quegli estremi. Il posto di maestra era occupato; e
poi io avevo lasciato andare gli studi per buttarmi al telegrafo, e non
avevo diploma. -- Avrei dovuto tornare in famiglia senza guadagnar nulla.
-- Mi vergognavo. Preferivo soffrire, vivere di ripieghi, fare qualche
debituccio, ma lasciar ignorare alla mamma i miei guai, e salvare le
apparenze.
Tirai avanti così quasi un anno. -- Ero scoraggiata, delusa; non avevo
più nè fede nè amori; ero stanca; mi pareva d'essere vecchia.
III.
Era la fine d'ottobre. Tornava a venire l'inverno tanto difficile per
me.
Ero infreddata; da alcuni giorni una febbriciattola importuna mi rendeva
gravoso il lavoro, e pensavo con terrore che potrei ammalarmi, esser
costretta a stare in casa, a letto, ed a chiamare il medico, a comperar
medicine.... Come fare?
Era finito da poco il pranzo. Io m'ero accostata alla finestra, e stavo
là colla fronte contro il cristallo e l'occhio fisso nell'aria buia,
pensando vagamente che tornando nella mia stanza avrei freddo.
-- Ha la febbre, signorina? -- disse qualcuno accostandosi alla finestra
dall'altro lato. Era l'anziano della pensione. Un uomo sui quarant'anni;
un signore che veniva là a pranzo perchè non aveva famiglia e s'annoiava
a pranzar solo; era buono, cortese, generoso; godeva la simpatia di
tutti.
-- Sì, -- risposi, -- ho la febbre. Ma è un'infreddatura; passerà presto.
-- Però dovrebbe aversi riguardo; non esporsi all'umido.
-- Oh, non sono tanto delicata.
-- È giovane e forte; ma non bisogna abusarne. Domani dovrebbe stare in
casa.
-- Sa pure che non posso.
-- Perchè non può? Per un giorno d'assenza ed anche più, quand'è per
malattia, non si perde l'impiego.
Io non risposi. Pensavo che avrei voluto perdere l'impiego, perchè
quella desolazione completa m'avrebbe dato il coraggio di vincere tutti
i riguardi, tutte le soggezioni e di tornare nella mia famiglia. -- Egli
ripigliò:
-- E poi, se anche lo perdesse l'impiego....
In quel momento credetti che avesse indovinato il mio pensiero e dissi:
-- Sarebbe forse meglio.
-- Anch'io credo che sarebbe meglio, -- riprese. Poi domandò:
-- Cosa farebbe se perdesse l'impiego?
Io stavo appunto figurandomi il mio ritorno al paese in quello stato, i
commenti degli altri, la mia umiliazione. A quell'idea il coraggio mi
mancava, l'amor proprio mi dava la forza d'esitare ancora; e risposi:
-- Non so quel che farei. Non so.
-- Sa cosa dovrebbe fare, Maria? -- susurrò con dolcezza il mio
commensale.
-- Che cosa, signor Marco?
-- Dovrebbe rinunciare all'ambizione di bastare a sè stessa; dovrebbe
accettare l'appoggio che le offre un uomo di cuore, un amico che le vuol
bene....
Parlava sommesso, e gli oscillava la voce, e nel dire che mi voleva bene
cercò di prendermi la mano. Io ero così delusa, così avvilita, che avevo
paura di tutto; vedevo soltanto insulti e vergogne; ritirai la mano con
dispetto e lo respinsi per andare nella mia camera. Ma egli mi trattenne
e riprese:
-- Non mi giudichi male, Maria; non intendo farle torto. Sa pure che
nessuno la rispetta più di me, poverina. La proposta che le faccio può
dispiacerle forse, ma non può offenderla. -- Sono vecchio per uno sposo,
e lei è molto giovane per me; ma le voglio bene, mi creda; proprio di
cuore, e se mi vuole.... non so come dire.... non sono un eroe da
romanzo; ma sarò un buon marito, e credo che non si troverebbe male in
casa mia; sarebbe signora e padrona, di me, della casa, di tutto.
Diceva codesto a frasi staccate: ma io non cercavo più di interromperlo;
non fuggivo più. La riconoscenza m'aveva gonfiato il cuore. Ero
scoppiata in pianto.
Dopo tanta amarezza, tanto sconforto quelle parole buone, quell'affetto
generoso e vero mi commovevano profondamente. Era la vita che rientrava
nella mia anima sfiduciata. Avrei voluto gettarmi ai piedi di
quell'uomo, avrei voluto baciargli le mani, e dirgli che lo ringraziavo,
che lo benedivo perchè mi toglieva dall'abbattimento in cui ero caduta,
perchè m'aiutava a risorgere; che il mio cuore gli era guadagnato per
sempre; che avrei consacrata tutta la vita a lui con entusiasmo, per
compensarlo del bene che mi faceva in quel momento.
Ma non feci nulla, non dissi nulla. Continuai a piangere come una
disperata, come una Maddalena. Oh! pur troppo ero una Maddalena.
Però quello sfogo muto di pianto gli disse quanto avrebbero detto le mie
parole. Capì che era accettato, che era amato, che era benedetto. Non
domandò altro. Mi carezzò le spalle con dolcezza come si fa a' bimbi che
piangono, e mi disse:
-- Ora vada a riposarsi, Maria. Non pensi più ad andare all'ufficio.
Domattina stia a letto, faccia passare la sua infreddatura, poi mi dirà
lei quando vorrà ch'io scriva alla sua mamma, o che ci vada; farò tutto
quello che vorrà. Intanto penso io a liberarla per sempre dal telegrafo.
Io gli presi le mani, le strinsi con riconoscenza profonda, con amore;
ma non potei dir nulla.
Rientrai nella mia stanza consolata, con tutta la fede de' miei
diciott'anni rinata, e con essa tutte le speranze e tutti i sorrisi
della vita, e con un nobile affetto nel cuore.
Che cambiamento! Che gioia! Non ebbi bisogno di stare a letto; la febbre
dell'infreddatura fu assorbita dalla febbre d'entusiasmo che mi agitava
tutta. L'indomani ero florida e felice.
Marco era un nobile cuore. Il suo amore da uomo maturo, un amore
profondo senza tempeste, mi riposava delle tempeste passate. Mi sentivo
così tranquilla, così rassicurata, dacchè m'appoggiavo a lui, che
rinunciavo a pensare, a volere. Egli pensava e voleva per me. Era padre,
amico, sposo ad un tempo.
Un solo cruccio avvelenava la mia pace; il pensiero del passato; di
quell'altro amore, di quella colpa che Marco ignorava. Tutto quanto
c'era in me di dignità, di gratitudine, d'ammirazione per lui, si
rivoltava all'idea d'ingannarlo. Era un abuso di fiducia, una viltà. E
d'altra parte l'amavo; non solo per gratitudine; l'amavo come un
giovane, come un amante; come non avevo mai amato quell'altro. Sentivo
che, se a quella rivelazione mi avesse abbandonata, non avrei potuto
sopportarlo; ne sarei impazzita, ne sarei morta. Ed avevo paura di
perderlo, e lottavo colla coscienza.
Ma l'amore che m'inspirava quell'uomo generoso era pure generoso e degno
di lui. A misura che il giorno delle nozze si avvicinava, le mie
esitazioni, le paure codarde svanivano, ed il sentimento del dovere
s'imponeva alla mia coscienza. Tirai innanzi fino all'antevigilia del
matrimonio. La mamma era venuta a Milano; avevamo prese due stanze
arredate, e Marco veniva ogni sera come fanno gli sposi a trovarmi ed a
far progetti.
Quella sera, dopo avergli stretta la mano, dopo averlo veduto uscire
dall'uscio, dopo averlo guardato dalla finestra mentre s'allontanava, mi
posi al tavolo pensando:
-- Chissà! Forse non lo vedrò più.
Poi, malgrado il vuoto immenso che quel pensiero mi apriva dinanzi alla
mente impaurita, malgrado l'angoscia che ne risentivo nel cuore, gli
scrissi tutto, tutto. Non mi risparmiai, gli confessai che avevo ancora
molte lettere dell'altro.
«Se hai la forza, la clemenza,.... o la debolezza di perdonarmi, --
conclusi, -- vieni più presto questa sera. La mamma ha invitato qualcuno
perchè è la vigilia delle nostre nozze. Vieni prima degli altri. Saremo
soli; brucieremo quelle reliquie del mio disgraziato passato, e tutto
l'avvenire sarà tuo. Se non ti vedrò venire di buon'ora a domandarmi
quelle lettere, vorrà dire che non puoi perdonarmi, che non ti vedrò
più. Sia quel che Dio vuole di me; l'ho meritato.»
Fu un giorno d'agonia quella vigilia di nozze. Ogni volta che l'uscio
s'apriva sussultavo:
-- È lui. -- No, non era lui. -- Forse non verrà. -- Infatti, perchè
dovrebbe venire? Certe colpe un uomo non le perdona. -- Poi s'udiva
ancora un passo. -- Sì, eccolo. È qui. È tanto generoso. -- Ma ancora non
era lui.
Finalmente comparve il primo invitato. Erano le otto di sera. L'ora in
cui Marco veniva sempre; e non era giunto ancora; non mi aveva
perdonato. Non lo vedrei più.
Io non so come mi reggessi in piedi in quel momento. È certo che non
parlavo; non l'avrei potuto. Mi chiamavano -sposa-, mi facevano auguri,
mi portavano doni. Io non guardavo nulla, non rispondevo a nessuno.
Sentivo che intorno a me si ripeteva:
-- È la commozione. È naturale. Deve lasciare i suoi, cambiare stato....
Ed io non lasciavo più i miei, non cambiavo più stato, non avevo più
sposo.
Se ne avessi avuta la forza, lo avrei gridato a tutti. Non era il
meschino amor proprio di non suscitar commenti che mi facesse tacere;
era l'angoscia immensa che mi ammutoliva.
Ad un tratto udii entrare qualcuno; e tutti dissero:
-- Eccolo; è qui; finalmente!
Non poteva esser lui. Non alzai gli occhi continuai a piangere, finchè
una voce, una musica, un suono di cielo, mi disse:
-- Che cos'hai, Maria? Perchè piangi?
-- Oh Dio! Perchè? -- esclamai singhiozzando. -- Perchè non sei venuto
prima!
-- Mia cara, -- riprese colla sua calma abituale, -- è una grande sera
questa. Ho avuto parecchie cosuccia da sbrigare. Domattina si parte
presto; dovevo dar ordine a tutto....
Il suo sguardo era sereno e pieno d'amore, la sua voce era tranquilla.
Pareva che non sapesse nulla; era l'uomo del giorno prima. Io gli dissi:
-- Temevo che tu non venissi più.
Si mise a ridere e mi carezzò i capelli, dicendo:
-- Bambina! Perchè non avrei dovuto venire?
Assolutamente non sapeva nulla. Per istinto in quel momento ne fui
consolata.
-- Meglio così, pensai. Forse non mi avrebbe perdonata.
Avevo consegnato quella lettera ad un fattorino di piazza, che non
gliel'aveva portata.
Quella sera non fummo soli un momento. La mattina, quando venne a
prendermi, ero vestita da sposa e circondata da parenti ed amici. S'andò
subito al Municipio, poi in chiesa. Anche volendolo, non avrei potuto
ritentare la mia confessione. Ma non volevo più. Avevo veduto troppo
davvicino il pericolo di perderlo, la gioia immensa di ritrovarlo, per
espormi un'altra volta a quel rischio.
Il mio dovere l'avevo fatto. Il caso, la Provvidenza forse, aveva
impedito alla mia confessione leale di giungere fino a lui; io non ci
avevo colpa. Venni a transazione colla coscienza, e lo sposai col mio
segreto nel cuore.
IV.
Partimmo soli; andammo a Firenze, a Roma, a Napoli. Si passava di
bellezza in bellezza; era una serie d'emozioni, di sorprese, di gioie
insperate.
E la più cara era quella di sentirmi in una situazione legittima. Di
pensare:
«Quest'uomo a cui mi appoggio è mio marito. Ho diritto di appoggiarmi a
lui. Non dobbiamo nasconderci, possiamo darci il braccio in pieno
giorno, darci del tu dinanzi a tutti.»
Quando Marco incontrava qualche conoscente e mi presentava dicendo: «la
mia signora» il mio cuore sussultava di piacere e d'orgoglio.
Avevo provato l'umiliazione di dover scantonare in fretta in fretta per
non incontrare il signor Tale o la signora Talaltra, che conoscevano il
giovane a cui davo il braccio. Avevo veduto i garzoni d'albergo
sogghignare quando entravo con lui. Ora non sogghignavano più.
S'inchinavano seri seri, e mi chiamano rispettosamente -la signora-.
Quell'altro, -- Edmondo, -- m'aveva detto parecchie volte che l'amore
dev'essere libero per essere vero e bello. Che la poesia sta nelle
passioni indipendenti, e la legalità è la prosa della vita. Rideva dei
mariti; diceva -che il matrimonio è la tomba dell'amore-; chiamava il
maritarsi -fare una fine-, o -passare nel numero dei più-; parlava
sempre di dote a proposito di nozze; tutti i luoghi comuni rancidi, che
da più d'un secolo tengono luogo di spirito a chi non ne ha.
Io allora avevo cercato di entrare nelle sue idee per riconciliarmi
colla mia posizione. Ma ora vedevo, sentivo che tutti quelli erano
paradossi. Pel mio carattere serio e giusto, la poesia stava nella
legittimità; nel sentirmi d'accordo colle leggi della gente onesta.
Dopo il viaggio si tornò a Milano, e provai la gioia di essere padrona
in una casa rispettabile, di occuparmi della mia casa e di mio marito,
di far qualche cosa per lui; mi chiamava qualche volta -la sua massaia-,
ed io ne andavo superba.
Ogni giorno, ogni ora, benedivo il caso provvido, che aveva fatto
smarrire per via la lettera in cui gli avevo scritta la mia confessione.
Più conoscevo Marco, e più raccapricciavo all'idea che avrei potuto con
quella rivelazione allontanarlo da me per sempre.
La sua tenerezza dolce, profonda, protettrice, non si smentiva mai. Il
suo carattere era sempre sereno; il suo cuore pieno di bontà, di
giustizia; e, co' suoi quarant'anni, aveva più poesia, più entusiasmo
che non avessi trovato mai in nessun giovinotto.
Non diceva mai una parola scortese; correggeva con indulgenza, approvava
con gratitudine. Era un'anima generosa, elevata e buona, ed ero
orgogliosa d'appartenergli; l'adoravo.
Passò più d'un anno, rapido come un sogno di gioia; la poesia scritta,
gli idilli dell'immaginazione non hanno nulla che agguagli l'incanto di
quella pace d'amore.
Pareva che il cielo si compiacesse a versare su noi a piene mani tutte
le sue benedizioni. Eravamo ricchi, innamorati, ed avevamo la certezza
che fra pochi mesi un bambino, un figlio nostro, il caro vincolo di due
braccini fragili e rosati, verrebbe a legarci più strettamente ancora
l'uno all'altra.
Quando consideravo l'alta bontà di Marco, pensavo che Dio era giusto: ma
rivolgendo l'occhio su me, sul mio passato, avevo paura. -- Con che
diritto io, che avevo una colpa sulla coscienza, mi associavo alla
felicità di quell'uomo leale? E se invece avessi associato lui, -- lui
nobile, onesto, dignitoso, -- alla mia sorte, alla posizione che temevo,
alle conseguenze del male? La notte mi svegliavo in sussulto, impaurita
da quel pensiero. Era la sola nube che offuscasse il mio bell'orizzonte.
Ma una nube grave di tempesta.
V.
Era d'estate, la sera uscivamo insieme perchè nel mio stato avevo
bisogno di moto.
Una sera passeggiavamo lentamente sul Corso. Parlavamo del nostro
bambino; del nome che gli s'avrebbe a dare; era una questione che
agitavamo da un pezzo. Io volevo chiamarlo Marco o Marcella a seconda
del sesso; -- lui trovava che Marcella era brutto, e preferiva il nome di
Mario o Maria. Era una gara di cortesia e d'affetto, in cui ciascuno di
noi voleva far prevalere il nome dell'altro; poi ci eravamo messi di
buon umore, e Marco m'andava proponendo i nomi più strampalati:
Asdrubale, Melchisedecco, Ariodante.... ed io protestavo ridendo.
-- Macario -- disse Marco, scansandosi un poco per lasciar passare un
giovine che ci aveva preso la dritta. Io non risposi.
-- Non ti opponi? -- riprese. -- Chi tace consente. Lo chiameremo Macario.
Non risposi ancora. Lo stesso giovane, che era tornato indietro, era
ripassato accanto a mio marito, mi aveva sbirciata rapidamente ed aveva
tirato innanzi una cinquantina di passi. Mentre Marco parlava, io vedevo
quel giovane fermarsi un minuto presso la mostra di una bottega, poi
voltarsi e venirci incontro daccapo.
-- E così Maria? Perchè non rispondi? -- domandò Marco stringendomi il
braccio. -- Ti senti male?
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