Il bambino alzò il dito, come per accennare quel suono ben noto, che gli
richiamava tante storie e promesse serene di viaggi, e susurrò cogli
occhi scintillanti e la bocchina aperta al sorriso.
--È il nonno che torna!
--No; è il nonno che parte: rispose gravemente la suora che conosceva la
campana.
--Va in quel sito lontano dove lo fanno guarire? disse un po' meno lieto
il fanciullo.
--Sì; in quel sito lontano dove starà sempre bene.
--Quando tornerà? domandò Carlo.
--Non tornerà: andremo noi a raggiungerlo.
Il bambino contento di quella promessa, stese le braccia verso la suora
che lo prese in grembo; poi ricominciò le sue chiacchierine
sconclusionate, con certe note acute, certe risate argentine, che
echeggiavano stranamente fra le muraglie nude della cella. E suor Maria,
abbracciandolo stretto, benediva il cielo che, per una vita di carità,
le aveva concesso un amore; e pensando all'avvenire non si sentiva più
sola.
SILENZI D'AMORE.
Lui si chiamava Fausto; aveva poco più di trentacinque anni, ed era
artista di canto; tenore.
Lei era una di quelle signore eleganti di cui si dice sempre il casato
ed il titolo, e si possono frequentare un mese senza saperne il nome.
Non si conoscevano. Fausto era stato a Pegli, dove un'altra dama di
Milano gli aveva dato una lettera di presentazione per la contessa
Floralio di Santigliano, che doveva trovare a Recoaro.
--Una donnina elegante, spiritosa, simpatica; una giovine vedova.
Fausto aveva incontrati a Recoaro molti conoscenti: aveva domandato
della contessa:
--Aveva realmente le attrattive che gli avevano detto?
--Sì; Ma aveva delle timidezze da provinciale. Non osava stare
all'albergo. Aveva preso alloggio da una famiglia ammodo; una mamma
grassa e tre giovinette magre che si tirava sempre dietro come
un'aureola di onestà.
Fausto rimise nel portafogli la lettera di presentazione.
Colla sua bella e florida gioventù, col suo carattere leale, il suo
spirito sereno, il suo gran nome, e la fortuna che gli sorrideva, non
aveva che a presentarsi per incontrare delle simpatie, non gli
occorrevano lettere.
Da due, tre, dieci persone, la contessa s'intese dire che era arrivato
Fausto, il più celebre dei tenori viventi, che cantava una sola stagione
dell'anno al Covent-Garden o a Pietroburgo, ed in due mesi di trionfi e
di gloria, si faceva una rendita da principe. Tutta Recoaro era agitata
dalla speranza di udirlo.
--Canterebbe?
In società no. Era noto che non lo faceva mai. Ma se si fosse combinato
il solito concerto a beneficio?...
Poi l'amica di Milano scrisse alla contessa:
«Come aveva trovato il suo raccomandato? Simpatico vero? Si vedevano
spesso? Le faceva la corte?»
La contessa si meravigliò che non fosse comparso: se ne meravigliò al
casino, se ne meravigliò alla fonte:
--Ma questo signore è un orso!
Fausto lo seppe, e, martire della cortesia, si mise i guanti e fece la
visita.
Fu introdotto in uno di quei salotti borghesi che stanno sempre chiusi
perchè il sole non abbia a sciupare i mobili, e di cui la serva apre le
imposte quando ha fatto entrare un visitatore, lo abbaglia col riflesso
del sollione che batte sul muro bianco di facciata, poi si volta, vede
che si copre gli occhi colle mani, torna a chiudere un po' più, un po'
meno, e lo fa assistere ad una serie d'effetti di luce, pittorici forse,
ma punto comodi.
Fausto si guardò intorno, e fece una smorfia. Era un salotto freddo ed
inospitale, senza il posto della signora, il suo angolo, la sua nicchia
dove un amico può sederle accanto, presso il suo tavolino, e i suoi
lavori, i suoi libri, i suoi giornali, i suoi albums e discorrere
intimamente, sfogliando di quà, guardando di là, sgomitolando un filo di
seta, disegnando un profilo colla matita, leggicchiando un'epigrafe,
commentando, saltando di palo in frasca, mentre la signora continua a
stare al suo posto a fare quello che stava facendo, senza aver l'aria
d'essere là per riceverlo, di perdere il suo tempo per lui.
Era il salotto pretenzioso ed ingenuo delle famiglie che ricevono poco,
e, per conseguenza, non sanno ricevere.
Un divano contro una parete, le poltrone in giro ed una tavola in mezzo
su cui la vanità del proprietario mette in mostra tutti quegli oggetti,
che la sua modestia considera troppo belli per farli servire al loro
scopo.
Tazze in cui nessuno ha mai bevuto; servizi da thè e da caffè vergini
d'ogni contatto colle bibite suddette; calamai che non conoscono neppur
di vista l'inchiostro; e poi, fiori artificiali, uccelli imbalsamati ed
i ricami più o meno scoloriti delle signorine di casa; e su tutte le
spalliere dei mobili quadrati e dischi all'uncinetto per difendere la
stoffa dal contatto dei visitatori.
La contessa entrò, salutò in piedi, sedette a disagio sul divano, colle
mani in mano, impacciata di trovarsi là fuor di posto, con quell'aria di
ricevimento che sembra misurare il tempo alle visite.
Fausto, che era avvezzo ad essere ricevuto fra gli intimi delle belle
signore, rimase stonato anche lui.
Fecero i discorsi di circostanza:
--È da parecchio, che è giunto a Recoaro?
Poi un'occhiatina alla data della lettera che lo presentava, ed un
sorriso dissimulato con ostentazione, ma senza osare di parlarne.
--E le acque le fanno bene? Io ne bevo tanti bicchieri, e lei? È poco. È
troppo. Quanto tempo si aspetta alla fonte!...
Una conversazione da far dormire in piedi. La contessa cercò di metterci
qua e là qualche parola spiritosa. Ma non si sentiva a suo agio, ed a
Fausto fecero l'effetto d'una guarnizione di tartufi e d'un bicchiere di
bordeaux introdotti improvvisamente nel -menu- di un pranzo casalingo.
Non erano in armonia con tutto il resto, stonavano.
Uscì col fermo proposito di non ripetere la visita che alla vigilia
della partenza, nutrendo speranza di non trovare in casa la signora, e
di potersela cavare col laconico -p. p. c.-, in margine di una carta da
visita.
Ma, per quanto la speranza sia economica a nutrirsi, quella di Fausto
non potè vivere a lungo.
Il giorno seguente incontrò la contessa alla fonte.
Era appoggiata colle spalle ad un albero, aspettando il suo turno per
andare a bere.
Aveva intorno le solite signorine magre ed alcuni uomini.
Là in piedi, con quell'albero per tutto mobiglio, si trovava assai meno
a disagio che nel salotto borghese.
Appena Fausto le si fece incontro, gli stese la mano mettendo un «Buon
giorno» tra due virgole del discorso, e continuò a parlare:
--Senza dubbio, ha sapore d'inchiostro, ma mi ci sono avvezza. Non fosse
altro, a forza di dirlo; è la quarta volta che lo ripeto stamane.
--Lo ripeta anche a me, disse Fausto.
--Parlava dell'acqua?...
--Sfido! Dell'acqua, del sapore d'inchiostro, della maggiore o minore
ripugnanza che ci si ha... Qui si parla a rime obbligate.
--Ma le signore di spirito sapranno introdurvi qualche variante, ribattè
Fausto coll'intenzione di fare un complimento.
--È una rima obbligata anche il fare dei madrigali alle signore, disse
la contessa.
--Ed il presentarli anche quando non sono riesciti nevvero? soggiunse
tutto umiliato il povero Fausto, che avrebbe voluto ritirare il suo.
--Come vede... rispose la contessa accennando a lui.
Ma lo disse ridendo per togliere l'amarezza a quell'ironia. Poi troncò
lì quel discorso, presentò Fausto alle signorine Asting, agli altri
conoscenti, e s'avviò per cercare il suo bicchiere.
Era davvero elegante, ben fatta; vestita bene; era giovine, allegra,
cordialissima, entrava subito in confidenza. Era una di quelle signore,
colle quali gli uomini stanno volentieri in compagnia, perchè sanno
discorrere, tolgono di mezzo la soggezione senza mai perdere la loro
dignità di contegno, e non annoiano mai; una di quelle donne di cui le
altre dicono:
--Non si capisce che cosa ci trovino gli uomini di attraente. Non è
bella.
--Non era al casino ieri sera? domandò Fausto.
E vedendo che la contessa lo guardava ridendo, soggiunse:
--È anche questa una rima obbligata?
--Ed anche questa è la quarta volta che si ripete, perchè lei è il
quarto conoscente che incontro. No, al casino non c'ero. La signora
Asting non ci andava, e non mi trova abbastanza vecchia per affidarmi le
sue figlie. Non potevo andarci sola.
--Se potessi offrirmi di venire a prenderla io... disse Fausto.
--Sarebbe proprio il caso di dire: -meglio sola che male accompagnata-.
--Lei almeno non ci pensa affatto a fare dei madrigali.
--Ma li faccio senza pensarci.
--Dicendomi che con me sarebbe male accompagnata?...
--Se fosse vecchio e brutto, non glielo direi.
--Allora vorrei essere vecchio e brutto.
La Contessa lo guardò ridendo, ma non rispose. Si vedeva però che aveva
qualche cosa da dire, e Fausto glielo domandò:
--Perchè ride? Pensa qualche cosa di male sul conto mio?
--Sì. Penso che è un po' volubile.
--Può darsi, rispose Fausto.
Poi accorgendosi che aveva detto una fatuità, soggiunse:
--Non voglio contraddirla. Ma da che lo argomenta?
--Fino a ieri s'è tenuto in tasca una lettera a maturar la data, per
evitare di vedermi; ed oggi vorrebbe essere vecchio e brutto per
accompagnarmi.
--Fino a ieri non la conoscevo.
Fausto sarebbe andato lontano su quella via, ma lei si limitò ad
inchinarsi ridendo al suo complimento, e parlò di altro.
Non insisteva mai sui discorsi, quando cominciavano a prendere una piega
galante; li lasciava cadere, salvo ad intavolarne altri che seguiva fino
allo stesso punto, per piantarli lì daccapo. È un gioco che piace molto
alle belle donnine; un gioco pericoloso. È come quella mezza ebbrezza
che procura l'oppio, quell'esaltamento lieve che si attinge in un
bicchiere di Sciampagna, un'ebbrezza, un esaltamento innocenti, ma
terribilmente arrischiati. Un altro bicchiere di Sciampagna, un grano
d'oppio di più, possono trascinare all'ubbriachezza e magari alla morte.
Vi sono tante esistenze oneste che pericolano a questo gioco.
La sera, Fausto e la Contessa si rividero al passeggio, l'indomani alla
fonte, e così via, come accade sempre alle acque ed ai bagni. Si fa vita
insieme e si è presto amici.
Erano sempre contenti di ritrovarsi, si mettevano subito in allegria. Ma
non erano mai soli. La Contessa giungeva inevitabilmente accompagnata
dalle signorine Asting, e la conversazione era generale.
Fausto s'andava ogni giorno innamorando un po' di più della Contessa, e
lei sentiva crescere in modo inquietante la sua simpatia per lui.
Ma non si conoscevano abbastanza per abbandonarsi ad una fiducia che
poteva essere ingannevole. Stavano in guardia tutti e due.
Fausto insinuava, quando poteva farlo, qualche parola tra scherzosa e
seria, che turbava la Contessa: qualche volta era lei che la provocava
ed era lui che si turbava.
Ma ogni volta che stava per affermare a sè stesso: «Sì, è innamorata di
me» si ricordava le notizie che gli avevano date della Contessa al suo
arrivo a Recoaro:--«gentile, cordiale con tutti socievolissima,
brillante, ma buona madre di famiglia ed onesta.»
Quanto a lei, vedeva quelle esitazioni, capiva che la sua onestà lo
scoraggiava, e ci aveva rabbia.
Avrebbe voluto che fosse stato certo alla prima che non c'era nessuna
speranza clandestina da fondare su di lei ma che l'amasse ugualmente.
Non era libera? Non erano liberi tutti e due? L'idea che quel sentimento
che l'agitava tutta non trovasse altro riscontro nel cuore di lui
fuorchè la speranza ignobile d'un'avventura galante, l'offendeva.
Qualche volta si mostrava scettica per strappargli ogni illusione, e
pensava:
«Meglio che disperi e non mi ami, che amarmi a quel modo.»
Un giorno che le signorine Asting parlavano di due innamorati da -fatto
diverso-, disse:
--Se avessero preso del chinino, questa catastrofe non sarebbe accaduta.
Il chinino è un calmante eccellente pei nervi; e l'amore non è che una
malattia nervosa.
Pare che lei ne faccia uso del chinino, disse Fausto. Ne ha studiato
molto gli effetti.
Glielo disse a mezza voce perchè gli altri non udissero, irritato da
quella negazione fredda che lo scoraggiava.
Ma a lei quella parola sommessa, sussurrata come una confidenza fece
l'effetto d'una carezza, malgrado l'insolenza che racchiudeva.
S'indispettiva di non risentirsi di quell'insolenza, ma non si
risentiva.
Tutto il giorno, tutta la sera, ripensò quella voce bassa, quella frase
mormorata per lei sola, quell'atto intimo di parlarle piano. Le pareva
che l'indomani e tutti i giorni dovesse sempre parlarle così.
Scrisse una lunga lettera a' suoi due figli; una lettera di madre
appassionata:
«Non aveva sulla terra altri affetti che loro due, s'era votata ad una
vedovanza perpetua per non defraudarli d'una parte della sua tenerezza.
«Era impaziente di vedere la fine di quel mese, per andarli a prendere
al collegio, e portarli con sè in villa, e vivere tutto l'autunno in
famiglia. Le era penoso starsene sola a quel modo. Alle acque
s'annoiava... s'annoiava...»
Voleva persuaderlo a sè stessa; ma invece alle acque ci aveva un
interessamento troppo vivo. Aspettava con impazienza il mattino per
andare alla fonte, e se per caso ne tornava senza una parola che
l'avesse agitata, era triste.
E le accadeva sovente. Fausto s'annoiava di quella tutela che lei aveva
sempre intorno. Gli pareva un'ostentazione di diffidenza, e si metteva
in diffidenza anche lui.
La contessa invece avrebbe voluto svincolarsi da quelle soggezioni, ma
era timida, non osava più.
Prima era andata parecchie volte alla fonte sola: ma, dacchè conosceva
Fausto, le sarebbe sembrato di andare a cercarlo; si sarebbe vergognata
di lui più che degli altri; e si circondava più che mai.
Avevano tutti e due uno strano modo di parlare fissandosi gli occhi
negli occhi con un'intensità che pareva fatta per accompagnare dei
discorsi appassionati. Invece sovente dicevano:
«Guardi quel cappellino. Sa chi è quella signora? Oggi le signore Asting
sono più eleganti del solito» e simili sciocchezze.
E poi, in mancanza di parole affettuose da ricordare, ricordavano gli
sguardi; quell'occhio largo, intento, profondo, ritornava con insistenza
alla loro mente nelle ore solitarie e lente della lontananza, esaltava
la fantasia innamorata, che ne riscaldava, coll'intensità del desiderio,
la muta eloquenza.
Un giorno qualcuno propose una gita sui somarelli; Fausto mise un grande
impegno nel combinarla, se ne entusiasmò addirittura. Gli pareva che la
campagna, l'allegria della circostanza, gli avrebbero fornita
l'occasione di isolarsi colla contessa un po' a lungo, di parlare con
calma, senza soggezione.
Non aveva il proposito di precipitarsi a' suoi piedi come faceva nei
melodrammi nella sua qualità di tenore. Anzi, appunto perchè era un
cantante, s'impuntiva a non far nulla di melodrammatico, e per evitare
ogni atteggiamento teatrale, si mostrava prosaico fino all'affettazione.
Ma nella sua anima d'artista sentiva potentemente la poesia della vita.
Quella donna vedova, indipendente che vedeva ogni giorno senza poter mai
svincolarla dalle soggezioni da giovinetta di cui s'era circondata, quei
discorsi nervosi in cui apparivano lampi di passione, e che, subito
dopo, una nota di scetticismo o di puritanismo smentiva, gli avevano
messa la febbre nel cuore.
Era risoluto a parlare, ad uscire da quell'incertezza ad ogni costo, a
costo di fare una dichiarazione d'amore sul dorso di un asino.
Appunto in quel giorno il seguito della Contessa era al gran completo.
Oltre alla signora Asting, le figlie, i conoscenti soliti, c'era un
giovine di Milano arrivato allora, che le portava una grande provvista
di novità, e le faceva la corte anche lui.
Fausto non era geloso, e la Contessa neppure. Avevano troppo spirito per
questo. Ma tutti i terzi che s'intromettevano fra loro li irritavano;
d'altra parte, avevano abbastanza pratica di società per saper pigliare
le cose con disinvoltura, e nascondere il loro malcontento.
Ma nascondendolo agli altri, se lo nascondevano anche a vicenda, e
ciascuno interpretava come indifferenza la rassegnazione dell'altro, e
si scoraggiava, e ci metteva della dignità a dissimulare ed a vincere un
sentimento che non credeva più corrisposto.
Così non cercarono più di isolarsi.
Lui andò a far la corte alle altre signore, e lei si lasciò far la corte
dagli altri giovinotti.
Soltanto tratto tratto si mandavano una parola al volo, si guardavano da
lontano, ed erano sempre quelle occhiate profonde, intime, amorose che
suscitavano una tempesta nel cuore di tutti e due.
Mentre mangiavano seduti in un prato, Fausto udì la Contessa discorrere
col giovine milanese di una sua idea paradossale di andare in Terra
Santa colla società della -Propaganda Fide-.
Era smaniosa di vedere quei luoghi pittoreschi tutti idealizzati dalla
poesia del cristianesimo...
«--E non c'era obbligo di far propaganda, nè di associarsi a tutte le
preghiere ed ai digiuni.» Ciascuno era libero di agire come gli
consigliava la sua coscienza; onestamente, ben inteso. Si pagavano mille
lire e si era provveduti di tutto per sei mesi; viaggio, carovane, guide
per essere accompagnati nei luoghi pericolosi; era anche un'economia...
--Quando partiamo? disse Fausto.
--Ma che! Lei crede di trovare sul Golgota codeste fette di
-roast-beef-? rispose la Contessa.
Aveva sentita una scossa al cuore a quella parola, colla quale pareva
che Fausto volesse dirle che si credeva unito a lei, che le apparteneva
già tanto, da associarsi ad ogni suo disegno stravagante ed
ineffettuabile, e voleva nascondere la sua commozione.
Lui dovette scusarsi del suo appetito; s'irritò di quella risposta
prosaica.
Se l'avesse amato, se avesse desiderato di sapersi amata da lui, avrebbe
potuto rispondergli:--Con che diritto, perchè vuol venire con me?
E lui le avrebbe sussurrato: «--Perchè l'amo.»
Invece l'aveva evitata quella parola: non voleva udirla. E più tardi,
sola nella sua camera, anche la Contessa rimpiangeva la stessa cosa. Se
avesse osato domandargli perchè si associava a quel suo disegno, egli le
avrebbe risposto:
«--Perchè l'amo.»
Risentiva nel silenzio della notte quella parola sussurrata da quella
voce; ne provava un fremito, una soavità infinita. Sperava che gliela
direbbe il domani, e fantasticava la poesia dolce d'una confessione
d'amore.
Ma i domani si succedevano tutti ugualmente delusori.
Sempre le stesse soggezioni da cui non osava svincolarsi; sempre la
stessa timidezza, le stesse diffidenze; la stessa conversazione, a
frizzi, scherzosa, paradossale, di cui avevano presa l'abitudine, e che
toglieva ogni valore anche alle espressioni più amorose ed ardite.
Fausto ebbe ancora una speranza, una sera che la Contessa lo invitò a
prendere il tè.
Si figurò uno di quei tè intimi, una cuccuma piccina piccina, due sole
tazze, due mani che si sfiorano tremando nell'accendere un fiammifero e
nel dar fuoco allo spirito, due cuori che battono forte forte, mentre
stesi in due poltroncine, col capo abbandonato indietro e la tazza fra
le mani, i due amici, uomo e donna, si mandano traverso il fumo del tè
delle frasi brevi, un po' nervose, colla voce convulsa, collo sguardo
largo e fisso.
Poi posano le tazze, lui prende quell'occasione per alzarsi, per
accostarsi a lei, le va dietro pian piano, si appoggia alla spalliera
della poltrona, e col capo sul capo di lei, colle labbra che le sfiorano
l'orecchio, coll'alito ardente che le brucia il collo le dice:
«--Lo sapete, Maria--lo sapete, Bianca--lo sapete, Teresa, che vi voglio
bene?»
Fra le altre miserie Fausto non conosceva il nome della Contessa. Doveva
mettere dei puntolini al posto del nome, nel suo sogno d'amore. Ma
pazienza; purchè quel sogno si avverasse era anche disposto a chiamarla
Contessa per l'ultima volta.
Aspettò quella sera commosso, felice, impaziente. Ci andò troppo presto;
ma doveva essere un altro disinganno.
La Contessa era seduta sul divano colla signora Asting e la signorina
maggiore. Le altre sorelle sonavano un pezzo a quattro mani!!!!
Se intanto avesse potuto sedere accanto alla Contessa, benedetto il
pezzo a quattro mani che gli avrebbe permesso di parlarle piano. Ma i
posti erano occupati a destra ed a sinistra. Bisognò sentire,
assaporare, lodare il «tremulo» perfettamente eseguito con tanta
agilità, tanta forza, un pezzo così difficile...
Poi vennero i discorsi musicali. La Contessa era nervosa; voleva che le
opere si musicassero su libretti in prosa. La poesia era una puerilità.
Perchè misurare il pensiero sopra un metro, contarci le parole, fissarci
le cadenze? Questo era ufficio della musica. Ed anche essa doveva essere
semplice, naturale, senz'artificio; un lungo recitativo, filato,
drammatico. Lì sui due piedi, ridusse in prosa da parodia, la CELESTE
AIDA ed il CIEL O MAR! della Gioconda, e volle che Fausto cantasse le
sue arie così.
Lei aveva fatto la sua parte bene, però; e lui fece bene la sua, come
faceva bene tutto. Aveva quel dono prezioso. Ci mise dell'umorismo.
Poi la Contessa gli strinse la mano per ringraziarlo, e quella stretta
di mano lunga, espressiva, lo fece tremare di gioia.
--Ed ora basta, nevvero, di bandire la poesia? le disse. Ora torniamo
poeti.
--Ma no. La poesia è una convulsione dei nervi, insistè la Contessa, che
li aveva lei i nervi in convulsione, perchè era malcontenta dalla sua
serata.
--Come l'amore allora? disse Fausto.
--Come l'amore.
--E si guarisce anche col chinino?
--Perchè lo domanda? È poeta lei?
--No, sono innamorato, rispose Fausto. Ma lo disse stizzito. Quella
scherma di frasi artifiziose, di paradossi, lo irritava.
Tuttavia la Contessa provò un sussulto al cuore a quella confessione. Ma
le signorine Asting si mordevano le labbra come per reprimere una voglia
di ridere che non avevano, e lei rispose:
--Ah! allora la compiango.
--Perchè? domandò Fausto.
--Perchè è capitato qui dove siamo tutta gente prosaica.
--Non credono all'amore?
--Sì; ci crediamo, come alla febbre; e consigliamo il chinino.
--Io se conoscessi una donna innamorata, le consiglierei le acque di
Recoaro, disse Fausto stizzito.
--Per averla vicina?
--No. Non l'avrei vicina perchè parto domani. Per guarirla dell'amore
come lei.
--La prego di credere che io non ho avuto bisogno di guarire. Non ne ero
malata.
--Mai?
--Mai. Poi ripigliò: Forse, quando mi sono maritata...--Era un modo di
troncare il discorso. L'annuncio di quella partenza l'aveva scossa
tutta. Perchè partiva?
Quella sera si separarono amareggiati, irritati; si strinsero la mano
convulsamente. E nelle lunghe ore d'una notte insonne, la Contessa si
tormentò con pensieri sconfortanti:
«Dunque non l'amava, non l'aveva amata mai dacchè se ne andava così,
senza rivederla, come un estraneo. Era venuto dopo di lei. Non aveva
scritture che lo chiamassero altrove. Se ne andava per andarsene; perchè
ne aveva assai, di Recoaro. La sua presenza non contava per nulla, non
aveva influenza per trattenerlo. O Dio! E lei che s'era montata la
testa!...»
La mattina si alzò dal letto scoraggiata, disillusa, ma calma come una
donna ragionevole. Le faceva male di rinunciare a quell'ultima
illusione. Era l'ultima. Aveva già creduto di non poter averne più. Poi
sul suo orizzonte grigio di madre, di vedova, era apparsa quell'ultima
striscia rosea di crepuscolo, quell'ultimo bagliore di luce,
quell'ultimo saluto di sole.
S'era sentita ravvivare la fantasia, riscaldare il cuore. Ed ora
bisognava rinunciarvi, ritornare al grigio, ritornare alla solitudine
fredda, e alla sua età era per sempre!
Voleva pensare ad altro. A' suoi figli; ad Alfredo che aveva bisogno dei
bagni di mare: ed al suo villino sul lago di Como a cui si dovevano fare
delle riparazioni importanti e costose. Come tutrice de' suoi figli,
queste dovevano essere le sue cure. Ed intanto le tornavano insistenti
al pensiero due versi d'una romanza moderna che aveva cantata tutto
l'inverno senza badarci.
La vita è solitudine
Senz'amor, senza sogni e senza Dei.
Si vestì coll'abito da mattina tutto bianco, che la faceva svelta e
sottile. Poi andò al balcone irritata dalla penombra grigia che
l'avvolgeva, assetata di luce, assetata d'azzurro, e spalancò le gelosie
con un impeto nervoso, mormorando sempre
La vita è solitudine
Senz'amor, senza sogni e senza Dei.
Ma rimase là, colle braccia alzate, colla frase interrotta, paralizzata,
immobile, bianca sul fondo scuro del balcone aperto, come una statua in
una nicchia. Aveva ritrovata la poesia rimpianta, aveva ritrovato il suo
amore, il suo sogno, la sua fede.
Giù nella via, appoggiato al muro di contro al balcone, aveva veduto
Fausto, colla faccia alzata verso di lei, che l'aveva aspettata, che la
guardava fissa co' suoi grandi occhi innamorati.
Quella dichiarazione tanto aspettata, tanto invocata, che nessuna parola
aveva potuto esprimere, che nessuna dimostrazione era valsa ad
affermare, ora era detta, chiara, appassionata, irrevocabile. In quel
momento ogni dubbio scomparve. Tutta la storia del loro cuore si
rivelava in quello sguardo muto. Non si salutarono. Anche il saluto è
una convenzione e loro erano fuori di tutte le convenzioni, di tutte le
regole. Tra un grande artista e una gran dama, quell'amore dal balcone
alla maniera degli studenti, per non essere ridicolo doveva essere
solenne e grande come una vera passione.
Da parte di Fausto era un atto disperato.
Irritato con sè stesso di non poter dire quello che aveva nel cuore,
irritato colla Contessa che non voleva comprenderlo, irritato più che
mai con tutti i terzi e con tutte le soggezioni che si frapponevano tra
loro, in un momento di dispetto si era lasciato sfuggire quella parola:
«Parto domani.» Non era un proposito, non ci aveva pensato, non aveva
risoluto nulla. Ma omai l'aveva detto, e doveva partire per non
suscitare commenti pettegoli. E tuttavia non voleva partire con quella
spina nel cuore; non poteva tollerare quell'incertezza.
Un momento gli era venuta l'idea di scrivere alla Contessa; ma quando
era stato lì per scrivere l'indirizzo di quella signora, di cui non
conosceva neppur il nome, aveva esitato.
E se non l'avesse amato? Se fosse stata un'illusione la sua, e lei
dovesse ridere di lui e della sua lettera? Se realmente non avesse
creduto all'amore come diceva? E ad ogni modo, qualunque emozione le
avesse suscitata nell'animo quella confessione scritta, se s'era
proposta serbare il suo segreto, la lettera non avrebbe giovato a
strapparglielo. E due ore dopo, Fausto l'avrebbe riveduta col solito
sorriso sulle labbra, e se c'era stata una tempesta, non ne avrebbe
saputo nulla. Ed egli voleva saperlo, voleva sorprenderla quella
tempesta che rispondeva in un altro cuore alla tempesta del suo.
Quando mi vedrà, all'alba, fermo in istrada a contemplare la sua
finestra, come un innamorato da romanzo, come un pazzo, non potrà
pigliarlo per un complimento. Dovrà comprendere che l'amo, e confessare
che lo comprende.
E la Contessa non esitò a confessarlo. Rimase affascinata, col cuore
palpitante, cogli occhi fissi negli occhi di lui, bevendo a larghi sorsi
la felicità, in quel lungo silenzio d'amore. Rimase senza misurare il
tempo, senza contare le ore. Dopo la luce rosea dell'alba, venne un
soffione che le ardeva il capo, che la avvolgeva tutta in un'aureola
d'oro, che le infiammava il volto, che strappava raggi e scintille da'
suoi cappelli biondi. E Fausto dimenticava il tempo, la strada, la
gente, non vedeva che lei in quella gloria di luce e d'amore.
E quando dovettero ritirarsi, riportarono nel cuore la gioia intensa
dalla passione corrisposta. Non diffidavano più: erano certi l'uno
dell'altra. La società abusa di tutto, toglie il valore ad ogni cosa. Le
più calde proteste sono complimenti; una stretta di mano forte, lunga,
amorosa, è un saluto; le assiduità più insistenti, sono cortesie. Ma
quella corrispondenza muta di due sguardi, l'eloquente poesia di quel
silenzio, non era registrata fra gli atti regolari della vita, non si
poteva giustificare con un nome profano.
Era il linguaggio della passione.
Più tardi, quando s'incontrarono alla fonte, la Contessa non era più
timida e peritante; colla sicurezza della felicità, si lasciò dietro un
tratto la sua inevitabile tutela, e, per la prima volta, lei e Fausto,
si trovarono liberi di parlarsi senza testimoni. Ma si erano detto tutto
in quel lungo silenzio d'amore, si sentivano d'accordo. Si strinsero la
mano; poi Fausto le offerse il braccio, e si avviarono lentamente
inebbriati e felici, appoggiati l'una all'altro, come dovevano esserlo
per tutta la vita.
UNA VOCAZIONE.
--Cosa volete? È una necessità... disse il signor Cantinelli avviandosi
verso l'uscio, con un sorriso un po' forzato, sul viso giallastro. Il
Signore m'ha tolta troppo presto la vostra povera mamma... Cosa fare?
Cosa fare?
Le due ragazze erano sedute una in faccia all'altra, nel vano della
finestra, ai due lati d'un gran telaio sul quale era stesa una stoffa di
seta bianca, destinata a diventare, quando il ricamo fosse finito, uno
stendardo da portare in processione per la festa della Madonna del
rosario.
Non alzarono gli occhi dal lavoro, e non risposero.
Il signor Cantinelli stette un momento esitante tra il parlare ancora e
l'andarsene. Aveva detto quanto doveva dire; la nuova ufficiale del suo
secondo matrimonio. Ma quel silenzio, quella freddezza delle sue
figliole, lo lasciavano scontento. Era buono; avrebbe voluto vedere
tutti soddisfatti. E d'altra parte, non poteva nè voleva rinunciare alle
seconde nozze. Cercò di strappare una parola d'approvazione alle ragazze
dicendo:
--Il Signore ha stabilito così, e sia fatta la sua volontà, nevvero
figliuole?
--Tu sai quel che fai babbo... rispose la Bianca in fretta, senza
guardarlo.
La Paola non rispose affatto.
Allora il signor Cantinelli insinuò la sua persona piccola, ossuta e
magra, traverso l'uscio socchiuso, e, sempre con quel risolino compunto
sul largo viso incorniciato dai capelli e dalle basette biondiccie,
richiuse l'uscio pian piano, e senza rumore.
Quando fu scomparso, le ragazze affrettarono i punti al ricamo,
vergognose di quell'idea che stava fra loro, sentendosi offese nel loro
pudore delicato di giovinette, e non osando parlarne.
--Dammi il filo d'oro, disse dopo un tratto la Bianca, questo contorno
deve riuscire bellissimo.
E guardava attentamente il ricamo, come se da un pezzo non avesse
pensato ad altro, ed il discorso di suo padre non l'avesse menomamente
distratta da quel pensiero.
--Il filo d'oro è nell'armadio, della nostra camera, rispose la Paola.
Poi, tirando l'ago in fretta e senza guardare sua sorella soggiunse:
--La nostra povera camera che dobbiamo abbandonare.
Le tremava la voce ed era tutta convulsa.
La Bianca arrossì vivamente, ma non rispose, e non si mosse per andare a
prendere il filo d'oro. L'aveva domandato per dir qualche cosa, ma non
le occorreva.
Intanto la Paola diventava più agitata. Le tremava la mano, ed il
respiro le si faceva corto ed affannoso. Sentiva il bisogno di sfogare
l'amarezza che le si accumulava in cuore di minuto in minuto.
Quella nuova inaspettata, impreveduta affatto, l'aveva ferita aspramente
nel suo amor proprio di donna di casa, e più che tutto, nel suo pudore
verginale.
--È crudele, disse fremendo, essere scacciate dalla nostra camera. E
perchè? Da tre anni che dirigo io la casa, ho sempre bastato a tutto, e
non -ha- mai dovuto farmi rimproveri, mi pare.
Parlava di suo padre, ma in quel momento non voleva nominarlo.
--Dobbiamo rassegnarci, rispose la Bianca in tono conciliante, e sempre
cogli occhi bassi. Dacchè non c'è un'altra camera abbastanza vasta...
--Ma che bisogno c'era della camera vasta... e del resto? esclamò con
impeto la Paola, rizzandosi tutta nervosa, ed andando a parlare ai vetri
della finestra. Non si stava bene tra noi? Che bisogno c'era?...
--Forse al babbo riesciva d'imbarazzo l'accompagnarci, il vegliare su
noi... Bisogna aver pazienza... suggerì la Bianca, che, sebbene più
giovine di sua sorella, era più positiva, e meno facile ad eccitarsi.
--Ma che! Ma che! Io ho ventidue anni, mi so custodire da me, e tu pure;
ed usciamo così poco che non può dargli fastidio l'accompagnarci; in
casa non vien mai nessuno ...
--Sentiva troppo la perdita della povera mamma, ritornò a dire la
Bianca. Aveva bisogno d'una compagna anche lui...
--Stai zitta! Stai zitta! gridò la Paola febbrilmente, turandosi le
orecchie. Certe cose mi fanno vergogna. La sua compagna l'ha avuta. Dio
gliel'ha tolta; è una disgrazia; ma non ha diritto lui di trovarsene
un'altra. L'amore il matrimonio, devono legare per sempre, per questa
vita e per l'altra.
--Sai; ciascuno ha il suo modo di sentire... Ora il babbo ha un'altra
affezione...
--Oh! alla sua età! Un padre di famiglia... pensa!
E la Paola si pose a ravviare con una fretta convulsa le sete sparse sul
telaio; poi se lo caricò sulle spalle per andarlo a riporre borbottando:
--Ah! povera mamma! povera mamma! Chi muor muore, e chi vive si fa core!
La Bianca le andò dietro nella famosa camera che dovevano abbandonare, e
quando il telaio fu appeso al chiodo in fondo ad un grande armadio,
abbracciò, per di dietro, le spalle della sua sorella maggiore, e
posandole la guancia sulle treccie per non incontrare il suo sguardo
durante quel discorso imbarazzante, le susurrò:
--Cerchiamo di prendere la cosa in buona parte, Paola. È il nostro
babbo, ed è buono; non tocca a noi di giudicarlo.
--Io non posso a meno di soffrire; farò male, me ne confesserò; non so
che farci; c'è qualche cosa dentro di me che s'offende, mi vergogno;...
Non so... Al solo pensarci mi vengono le fiamme al viso.
E con un gesto di ripugnanza esclamò:
--Oh! alla loro età!
--Ma via! Sei un'esagerata! Una sensitiva! Lei ha dieci o dodici anni
più di te; non è vecchia. Non sarà una matrigna. Saremo tre sorelle
invece di due...
--Che! tre sorelle! ribattè la Paola crollando le spalle. Prima di
tutto, non è già più giovane se ha dodici anni più di me. E poi...
poi... Tu non pensi alle conseguenze...
E non osò dir altro. Arrossirono tutte e due senza guardarsi, come
avrebbero fatto dinanzi ad un'immagine troppo nuda.
*
* *
Il signor Cantinelli era molto devoto; frequentava la chiesa ed i
sacramenti, mangiava di magro il venerdì ed il sabato, non lavorava mai
la domenica nè le altre feste comandate, a costo di morir di noia, ed
era in buona fede.
Aveva ereditato da suo padre un patrimonio meschino, ed un'intelligenza,
ancor più meschina del patrimonio.
Aveva tentato di studiare per ottenere un grado accademico, ma non era
riuscito. S'era voluto avviarlo al commercio; ma aveva manifestato, alle
prime prove, un'assoluta incapacità.
S'era dunque accontentato d'un impiego modesto in una banca, dove la sua
grande onestà gli faceva perdonare di non avere altri meriti.
Da buon cristiano però egli s'appagava del suo stato; era umile, non
aveva ambizioni. Era stato buon marito, ed era buon padre, affettuoso,
carezzevole, perfino sdolcinato; incapace del menomo atto violento, e
neppure d'alzare la voce.
Badava a fare il suo dovere, come l'intendeva lui, -da galantuomo e da
buon cristiano-, ed era sempre contento.
Non desiderava la roba d'altri, e, finchè aveva avuto la moglie, e
finchè gli era durato il dolore d'averla perduta, non aveva mai
desiderata neppure la donna d'altri.
Appena rimasto vedovo aveva ritirate le sue figliole dal convento, aveva
ceduto a loro la camera nuziale coi due lettini gemelli, ed era andato a
dormire nella cameretta, dove stavano le fanciulle quand'erano piccine.
La Paola aveva assunto il governo della casa che disimpegnava benissimo,
mettendo in ogni cosa la raffinatezza, l'eleganza, l'idealismo che erano
nella sua natura.
E, tra il lavoro, le preghiere, le pratiche religiose e le carezze che
prodigava alle figliole, quel buon uomo, tutto tenerume, credeva di
poter durare tutta la vita.
Ma aveva poco più di cinquant'anni; era vegeto, tranquillo; ed un bel
giorno s'avvide che il desiderio peccaminoso della donna d'altri, o
almeno della donna non sua, cominciava a spuntargli nel cuore.
Se fosse stato prete o frate, nella sua grande onestà avrebbe ricorso ai
cilici, alle macerazioni, magari alla disciplina, e, di certo non
avrebbe trasgredito il suo dovere.
Ma, dacchè non aveva fatto dei voti, e gli era possibile di conciliare i
suoi desideri col suo dovere, di farsi anzi un dovere di quanto ora lo
turbava come una tentazione, non gli parve vero di mettersi d'accordo
colla santa madre chiesa e con sè stesso, aggiungendo un nuovo piacere
alla sua vita da cuor contento.
Sicuro della santità delle sue idee, si mise ad adocchiare le donne che
incontrava, specialmente all'uscire dalla chiesa, per esser certo
d'imbattersi in una sposa timorata di Dio; e non tardò ad accorgersi che
una donnetta, belloccia, piccolina e grassa, faceva accelerare le
pulsazioni del suo cuore, ogni volta che lo sfiorava col vestito
passando, o che fermava a caso gli occhi chiari da bionda, nei suoi.
Le tenne dietro; seppe chi era, e dove abitava, e che era vedova, senza
prole. Le espose nei termini più onesti la sua domanda, che venne
accettata; e, colla coscienza tranquilla ed il cuore giubilante, andò ad
annunciare alle sue figliole la nuova de' suoi serotini amori.
Aveva cominciato la confidenza abbracciandole, accarezzandole,
vezzeggiandole, com'era sua abitudine. Ma il rossore, la confusione di
loro a quella rivelazione, lo avevano imbarazzato; e se ne era andato
via un po' impensierito, non potendo capire come mai un fatto legittimo
e santo, come il settimo sacramento, potesse offendere chicchessia.
Non erano coniugi sant'Anna e san Gioachino, san Giuseppe e la
Madonna...?
*
* *
Anche la prima moglie del signor Cantinelli era stata allevata
religiosamente, e, vivendo con quel divoto convinto, era diventata
divota, ed aveva inculcati gli stessi sentimenti alle sue figliole.
Queste non avevano un vero fervore religioso. Avevano accolti sentimenti
e credenze, senza discuterli, e come cose indiscutibili. Non provavano
gran dolcezza nelle preghiere, nè estasi nella meditazione; non si
commovevano alla confessione nè alla comunione; ma avrebbero creduto di
commettere un'enormità trascurando quei sacramenti, o perdendo la messa
una domenica.
La Bianca, di carattere sereno e calmo come suo padre, di mente
ristretta, punto fantastica, metteva d'accordo le pratiche religiose e
la vita di famiglia, pensava che un giorno o l'altro la domanderebbero
in moglie, si mariterebbe, avrebbe dei figlioli da allevare; ed
aspettava tranquillamente quell'avvenire che le sorrideva.
La Paola, invece, aveva un ideale poetico, mezzo uomo e mezzo angelo;
pensava all'amore come ad una musica serafica, ad un vincolo misterioso,
solenne ed eterno; il matrimonio se lo figurava «il traversare la vita
tenendosi per mano». Era per lei il colmo della poesia, un quadro di
bellezza, di gioventù, di luce e d'azzurro.
Nessuno le mostrava mai la parte vera e positiva dell'esistenza nel
matrimonio. Sua sorella, meno idealista, la vedeva da sè. Ma lei avrebbe
avuto bisogno di un correttivo alla mente troppo immaginosa ed alla sua
sensibilità eccessiva.
E questo correttivo non lo trovava di certo nell'ambiente in cui viveva.
Il riserbo della vita monastica, nel convento, aveva anzi aumentata la
sua suscettibilità. La menoma parola meno che pura, o che lei credesse
tale, la faceva arrossire. Se stava cucendo una camicia, quando entrava
qualcuno, la nascondeva in fretta come una cosa indecente, e per quanto
poteva, evitava persino di nominarla.
In casa loro non c'erano quadri nè statue profane. Nell'entrata c'era
una nicchia con una statua della Madonna dinanzi alla quale ardeva
sempre un lumicino. Nella camera delle ragazze c'era un'altra madonnina
di gesso. Un bambino Gesù di cera, che riposava da anni ed anni sotto
una campana di vetro nel salotto, era stato pudicamente vestito di una
tunichina di seta bianca, che il tempo aveva ingiallita; e le ragazze
l'avevano veduto sempre così.
Non erano mai state in una pinacoteca, nè ad una esposizione artistica;
e, persino in istrada, il signor Cantinelli studiava dei giri viziosi
per non farle passare dinanzi ai monumenti, dove avrebbero potuto vedere
qualche figura di donna col petto scoperto o qualche puttino nudo.
Avevano letti i romanzi della contessa di Segur, della signora Fleuriot,
del padre Bresciani, ed altri dello stesso genere. Ma questi appunto
avevano fomentate le aspirazioni idealiste della Paola, che, nelle
coppie di sposi, voleva vedere soltanto dei Malek Hadel e delle Matilde.
In tanta purezza d'azzurro, quel matrimonio d'un uomo vecchio con una
donna matura, quel discorso del cambiamento di camera per cedere a loro
la camera comune coi due letti gemelli, suscitò tutte le ripugnanze
della poetica Paola.
L'amore vecchio, che s'adagiava senza riserbo dov'era passato un altro
amore giovine e pieno delle ingenuità e dei rossori dei primi
sentimenti, offendeva la sua delicatezza di fanciulla, la metteva
nell'imbarazzo, come se avesse commessa lei un'azione sconveniente.
Il signor Cantinelli presentò le sue figlie alla sposa in una visita di
cerimonia, nella quale si contenne con un grande riserbo; e poi affrettò
le nozze per uscire da quella situazione difficile.
Fece colla sposa un brevissimo viaggio di nozze, perchè i suoi mezzi e
l'impiego non gli permettevano di prolungarlo e perchè, come padre
affettuoso e compreso del suo dovere, non voleva lasciar lungamente due
giovinette sole.
E dopo otto giorni tornò a custodirle, offrendo agli occhi modesti delle
due fanciulle, pei quali s'era messa una camicia al bambino Gesù, lo
spettacolo della sua luna di miele; certi baci e certe occhiate da fare
arrossire la Vergine di gesso nella sua nicchia.
Faceva il suo dovere di sposo cristiano amando la sposa che Dio gli
aveva concessa; e, del resto, era carezzevole per natura, baciucchiava
la moglie come baciucchiava le figlie; di atti scandalosi non sarebbe
stato capace di commetterne; e la sua coscienza non gli rimproverava
nulla.
Infatti la Bianca non ci vedeva alcun male.
Quando sua sorella usciva dal salotto tutta rossa ed indignata,
spingendosi indietro l'uscio, per isfuggire la vista di quelle carezze,
lei la seguiva e le diceva:
--Ma perchè ti agiti a questo modo, Paola? Non vuoi che il babbo voglia
bene alla sua sposa? È la religione stessa che comanda agli sposi
d'amarsi.
La Paola non rispondeva, come non aveva parlato neppur prima. Non si
rendeva ragione della ripugnanza che provava. Non faceva un torto a suo
padre della sua tenerezza. Ma sentiva che ognuna di quelle carezze
distruggeva una sua illusione; le faceva vedere vecchio, brutto,
materiale, l'amore che lei aveva collocato in alto, sulle nuvole, puro e
bello come una visione di cielo; profanava il suo idolo.
La Bianca la capiva in parte, ma non poteva ragionarla molto. Era un
argomento troppo scabroso per loro. Tutt'al più le diceva:
--Tu hai troppa poesia in testa. Ti figuri che tutti abbiamo le tue
delicatezze. Invece il mondo è differente; e bisogna pigliarlo com'è. Se
vorrai maritarti, mia cara, ti ci dovrai avvezzare.
--No, è impossibile, diceva la Paola, se il matrimonio è così non ne
voglio sapere.
--Ma come vuoi che sia? insisteva la Bianca, vincendo un poco l'usato
riserbo del loro parlare, per dare un poco d'ilarità alla sorella troppo
ideale. Vuoi che due sposi stiano a guardarsi da lontano come due papi
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