rapida; e non potevo gridare: «--Ma presto; affrettatevi. «Turiddo andò all'uscio, e disse: «--E non tornano coll'apparecchio per la respirazione artificiale! È il solo mezzo di salvarlo. «Aveva già mandato a prendere l'apparecchio! Ebbi ancora un filo di speranza. Ma soffocavo. Intanto il professore si opponeva energicamente a quella prova. Era pura testardaggine? Era la vanità di non voler vedere smentita la sua sentenza? Tornò ad ascoltarmi il petto, poi disse: «--Via, sentite. Anche il cuore cessa di battere. Quando mai un uomo può vivere senza che gli batta il cuore? Ma che scienza può insegnarvi questo, figlio mio? «--Vi assicuro, professore, che Claude Bernard... «--Ma che Bernard! Sono francesate! Gl'Indiani muoiono da centinaia d'anni col -curare- come questo mio povero discepolo, e non sono mai risuscitati. «--No, no, professore. State a sentire, insisteva Turiddo parlando con una rapidità febbrile, mentre gli altri studenti erano usciti per sollecitare a far portare l'apparecchio domandato. State a sentire. L'elemento nervoso sensitivo, l'elemento nervoso motore, e l'elemento muscolare, hanno ciascuno la sua autonomia. Uno solo può morire, mentre gli altri vivono. Navaro non può parlare nè muoversi, ma la sua sensitività ed i suoi muscoli sono vivi; l'elemento nervoso motore, che trasmette ai muscoli le manifestazioni della sensitività, è il solo avvelenato; e per mancanza di quel tramite le manifestazioni sono impossibili. «Il prof. Dulcamara alzava le braccia in alto, giungeva le mani, crollava il capo co' suoi grandi gesti da meridionale, ed esclamava fuori di sè, andando su e giù per la stanza: «--Cosa mi tocca sentire! Cosa mi tocca sentire! «Furono le ultime parole che udii. L'apparecchio per la respirazione artificiale entrava appunto, quando cessai di vedere, udii ronzarmi negli orecchi dei suoni confusi, e m'avvidi, disperato, che morivo al momento in cui stavo per esser richiamato alla vita.» Conchiudendo queste parole, il professor Navaro respinse noi tutti, che lo stringevamo davvicino, e s'accostò alla tavola per versarsi un bicchierino di -cognac-. Ma noi lo seguimmo domandando: --Ma poi? Non è morto, professore, dacchè è qui a narrarlo. Dica, come finì? --Si può figurarselo, riprese con maggior calma, dopo aver bevuto. Dopo non so quanto tempo, apersi gli occhi, e mi vidi solo con Turiddo, che mi faceva respirare artificialmente. A quel primo segno di vita egli mise un grido di gioia e staccò il soffietto... Io ricaddi svenuto. Allora ricominciò, e dopo più d'un'ora potei muovermi e parlare. La sera stessa ero completamente guarito, e dopo alcuni giorni stavo anche meglio di prima. --Ma, caro Navaro, esclamò un professore di filosofia: io non capisco nulla. È uno scherzo, un racconto di fantasia alla Poe che ci ha fatto? Come mai! Avvelenato, morto a mezzodì, e sano la sera? --Morto, no; lo sarei stato fra pochi minuti, e nessuno avrebbe sospettato mai che avevo vissuto fin allora: perchè il -curare- paralizza la circolazione come paralizza tutti i movimenti, perchè, come s'è detto, agisce sui nervi motori. Ma se colla respirazione artificiale si riesce in tempo a ravvivare la circolazione ed a mantenerla per un tempo sufficiente, il -curare- si elimina per le vie ordinarie e l'ammalato guarisce. L'importante degli esperimenti di Claude Bernard, fatti su molti animali e riferiti nel suo libro -La science experimentale-, sta appunto in questo, d'aver accertato che, per un dato periodo, prima che la paralisi dei polmoni non abbia prodotta l'asfissia, quell'essere, che presenta tutti i sintomi della morte, vive e può essere salvato. Ma io credo d'essere il solo uomo che ha provato su sè stesso gli effetti di quello strano veleno senza esserne morto. Più volte mi venne l'idea di pubblicare una memoria su quel caso; ma mi ripugna di occuparmene. --E Rosario! quel gesuita di Rosario, domandammo noi, frementi d'indignazione. Non l'ha ucciso, professore? Non l'ha denunciato? --Sporsi querela contro di lui per omicidio. Ci fu un principio d'istruzione. Turiddo dichiarò d'avergli tenuto un lungo discorso sugli effetti del -curare-, e sulla possibilità di salvare chi ne fosse avvelenato; io deposi le parole che aveva dette a me quando giacevo come morto; ma egli negò tutto. Ho già detto che aveva delle alte protezioni. D'altra parte il professor Dulcamara, che era rimasto molto umiliato dal trionfo di Turiddo sulla sua scienza, finì col persuadersi che quella era stata una commedia combinata fra Turiddo e me, e continuò a negare che un uomo veramente avvelenato col -curare- potesse riaversi. Conclusione: Non si fece luogo a procedere, e, circa un mese dopo, Turiddu ed io fummo invitati dalla polizia borbonica a lasciare la Sicilia, dove eravamo mal notati all'università di Messina, come imbevuti di idee liberali, e perturbatori dell'ordine. «Fu allora che venni in Piemonte, dove terminai gli studi a questa università di Torino, e, dopo varie vicende, finii, per tornarci col titolo di professore. --Ah! è un'infamia che Rosario sia rimasto impunito! disse qualcuno. E non ne seppe più nulla, professore? Non lo rivide più? --Lo rividi, rispose il professore un po' turbato. Lo rividi una volta sola... poco fa. Era la persona che mi domandava in salotto. A quella rivelazione sorse un grido d'orrore. Tutti ci alzammo, alcuni cercarono di correre all'uscio, come per far giustizia di quell'uomo. Ma il professore trattenendoli riprese: --Ora è molto lontano. Dacchè le cose sono mutate in Sicilia, è mutata anche la sua fortuna. È venuto qui povero, umile, malandato, a domandarmi cento lire per pagare il viaggio e tornare in paese. --E gliele ha date, professore? No? --Sì, gliele ho date. Ho fatto come i miei vecchi; non ho respinto neppure il mio assassino il giorno di Natale. Poi con un sorriso che rimaneva sempre buono, soggiunse, come per iscusare la sua buona azione. --Dacchè ho ereditato il loro patrimonio, ed i loro nervi eccitabili, dovevo pure accettare anche i loro pregiudizi. E la parte passiva dell'eredità. SUOR MARIA RACCONTO DI NATALE I. Erano quattro anni che vivevano insieme il vecchio ed il fanciullo. La madre di Carlo era morta nel giorno stesso della sua nascita. Tre anni dopo, il padre, che lavorava da muratore, era caduto da un ponte e s'era ucciso. Il bimbo era rimasto col nonno paterno, il solo parente che avesse. Abitava una camera terrena fuori di porta Garibaldi. Andrea era nato contadino, e non sapeva adattarsi a vivere in città, ad un piano alto, in una stanza chiusa; aveva bisogno del pian terreno che aprisse sul cortile, con qualche albero in vista, e l'aria aperta. La mattina uscivano assieme, e, dopo un breve tratto, si separavano. Carlo andava alla scuola; Andrea entrava in città e si recava all'officina. Non si rivedevano più fino alla sera. La giornata del nonno finiva assai più tardi della scuola, e Carlo era sempre il primo a tornare. Era un fanciullo un po' viziato dall'amore esclusivo del nonno, e non si trovava bene che con lui; cogli altri era selvatico; non entrava mai nelle case dei vicini, i quali, del resto, erano gente occupata e povera, che non badava a lui. Quelle ore d'aspettativa dopo la scuola le passava solo, in casa o nel cortile, baloccandosi come poteva. Poi giungeva il nonno col passo lento d'una persona stanca. Poteva aver sessant'anni al più; ma, passati al fuoco della fucina, maneggiando un martello che, ad ogni colpo, strappa un ruggito dal petto dell'operaio, sessant'anni contano molto, e sono quasi l'estremo limite della vecchiezza. Fin allora però Andrea resisteva bene alla fatica, e quando Carlo gli correva incontro nel cortile, e lo accompagnava in casa saltellandogli intorno e dicendogli che aveva fame, si rallegrava tutto, e non sentiva più la stanchezza. Preparava la minestra lentamente per lasciare al bambino l'illusione di aiutarlo colle sue manine inesperte; poi sedeva sullo scalino del focolare, si prendeva il bimbo fra le ginocchia, e, con un cucchiaio ciascuno, mangiavano nella medesima scodella. Era il momento più bello della loro giornata. Facevano a chi prendeva più cucchiaiate, ed il ragazzo rideva tanto di quel gioco, che s'imbrodolava tutto e comunicava al vecchio la sua ilarità. Carlo raccontava gloriosamente i progressi che faceva alla scuola. --Studio l'abaco. Sai quanto fanno due per due? E tre per tre? Poi faceva dei disegni per l'avvenire: --Farò il soldato di cavalleria, e ti condurrò a spasso a cavallo. Il nonno ascoltava quelle ciarle con compiacenza d'amore, senza badare al tempo che passava. Sovente il bambino gli si addormentava tra le braccia chiacchierando. Allora il vecchio operaio lo portava sul letto, lo svestiva pian piano con una delicatezza da donna per non risvegliarlo, poi fumava la sua pipa in silenzio, e si coricava senza più uscir di casa. Dacchè gli era toccata quell'eredità d'affetto, non aveva più messo piede in un'osteria; non aveva più fatto una partita alla morra. Si era isolato completamente nell'adorazione del suo figliolo. Vivevano l'uno per l'altro, si bastavano, si rendevano felici a vicenda. Sovente, nelle ore solitarie della sera, Andrea pensava all'avvenire, ai suoi sessant'anni vicini, all'infanzia acerba di quel fanciullo che gli dormiva accanto; e tremava, calcolando il poco tempo che gli rimaneva ancora da lavorare, e forse da vivere. E poi? Ma si sentiva forte, ed aveva un gran desiderio di resistere finchè il bimbo potesse aiutarsi da sè; e finiva sempre col dire: «Sarà quel che Dio vorrà.» E tirava innanzi, felice di quel grande affetto che gli ringiovaniva il cuore. II. Verso la metà di dicembre Carlo cominciò a non parlar più d'altro che del Natale. Andrea, tornando dal lavoro, lo vedeva far capolino dall'uscio socchiuso, col visino roseo pel freddo, cogli occhi lucenti dalla gioia. Aspettava il nonno, ansioso di parlare, e gli si precipitava incontro, cominciando a discorrere tutto ansimante prima d'essere a portata della voce. --I ragazzi della scuola mettono la scarpa sotto il focolare la notte di Natale, ed il Bambino scende giù dal camino tutto vestito d'oro, con un gran paniere d'oro pieno di strenne. Metteremo anche noi, nevvero, le scarpe sotto il focolare? Ma soltanto le mie, perchè ai nonni il Bambino non porta nulla. Da qualche giorno Andrea aveva tutte le membra infreddolite, e tossiva. Ma, alla vista del bimbo tutto vispo e contento, si rianimava, parlava anche lui della strenna di ceppo, per informarsi dei desiderii di Carlo ed appagarli poi; almeno nel limite del possibile, perchè l'immaginazione del fanciullo faceva certi voli da mettere in pensiero anche un nonno milionario. Sognava una carozzona con due cavalli vivi; una barca grande, da poterla metterla sul Naviglio ed andarci dentro... Però, quando il nonno, per condurlo ad idee più pratiche, gli parlava di cavallini di legno, di soldatini di piombo, il bimbo si esaltava ugualmente per quelle inezie come pei suoi grandiosi castelli in aria. Organizzavano il programma della loro festa di Natale, ed il pranzo, che il fanciullo doveva combinare, per metterci tutte le cose che gli piacevano meglio. Ogni giorno pensava una nuova lista di piatti insensati, che il nonno approvava sempre. Ma l'infreddatura d'Andrea, invece di guarire, andava peggiorando, gli toglieva l'appetito ed il sonno, lo prostrava. Carlo non capiva gran cosa, ma soffriva di vedere il suo vecchio a quel modo, e di mangiar solo. Una sera era tornato dalla scuola eccitatissimo per le belle cose che aveva vedute nelle botteghe dei pasticcieri e dei salumai; era più chiacchierino del solito, e redigeva un -menu- di pranzo per Natale, in cui entravano un gran maiale intero con dei fiocchi rossi sul muso e sulla coda, un pasticcio fatto come il Duomo, e tutte le sontuosità che i bottegai mettono in mostra per tentare i ricchi. Andrea si dava da fare intorno alla pentola per nascondere le lacrime copiose che gli piovevano dagli occhi. Quel giorno appunto, aveva cominciato a sentire al fianco destro un dolore pungente, che era andato aumentando d'ora in ora. Si contorceva, si mordeva le labbra per non gridare; ma lo spasimo era tale che lo faceva piangere. Vi sono azioni eroiche, scritte nelle storie, che non hanno costate le sofferenze inaudite, i prodigi di coraggio, che costò ad Andrea la cucinatura di quella minestra. Sperava di resistere finchè il bambino si fosse addormentato. Ma quando si accostò alla tavola per versare il riso nella scodella, quello sforzo lieve gli strappò un grido di dolore. Carlo era già meravigliato del suo silenzio, fu sbalordito addirittura da quel grido, e sopratutto dalle lacrime che gonfiavano gli occhi del vecchio. Non aveva mai visto piangere un adulto, rimase impaurito. Il nonno gli appariva così differente dal solito, ed il dolore ha sempre in sè qualche cosa di tanto solenne, che il fanciullo si sentì preso da una soggezione tutta nuova. Non osava parlare: guardava timidamente il suo vecchio compagno, e non gli reggeva l'anima di mettersi a mangiare. Finalmente il male si fece così violento che il pover'uomo si buttò attraverso il letto, gemendo: --Ah, non ne posso più. Chiama qualcuno. Carlo uscì tutto tremante ed andò a bussare all'uscio della stanza vicina. Fece un grande sforzo, per rivolgere la parola a quella gente che gli metteva soggezione. --Il nonno sta male; piange. --Che cos'ha? domandò la Margherita. Ma Carlo era già scomparso. Ella corse nella stanza d'Andrea, gli rivolse due o tre domande, a cui il vecchio potè rispondere soltanto con un gemito, poi ordinò a suo marito d'andare in cerca del medico. Era una buona donna, ma ciarlona, e molto rozza. Mentre applicava dei pannicelli caldi alla parte indolorita dell'infermo, borbottava: --È in causa di quel ragazzo che vi siete maltrattato così. Vi logorate la vita per fargli fare il signore. E volgendosi a Carlo gli gridava: --Vedi? È per colpa tua che il nonno è malato. Purchè tu abbia da mangiare e da bere, eh? E che il povero vecchio s'ammazzi al lavoro, non importa... Carlo si stizziva dell'ingiustizia di quei rimproveri. Non capiva che colpa avesse lui di quella malattia del vecchio. Ne era invece molto crucciato, e non aveva fatto nulla di cui il nonno avesse dovuto rimproverarlo. Cercava di connettere l'idea del suo mangiare e bere, coll'ammazzarsi dell'altro al lavoro; ma non gli riusciva. Guardò la sua minestra intatta, e disse come per giustificarsi: --Non ho neppure mangiato io. --Ecco, i ragazzi non pensano che a mangiare; ma c'è altro a fare ora, che dar da mangiare a te; ribattè la Margherita, prendendo quella scusa per una insinuazione. E tirò via a dire, che i bambini sono tutti egoisti: «e poi, che costrutto si cava dai sacrifici che si fanno per loro? Dell'ingratitudine; appena mettono i primi peli al mento si guardano intorno a cercar moglie, ed i poveri vecchi... Era il caso d'un suo figliolo, che le aveva tolte le illusioni materne, ed essa lo rimproverava a tutti i ragazzi, ne faceva una regola sconsolante, per sfogare la sua pena in qualche modo. Il medico trovò che il male era grave; si trattava d'una pleurite acuta, ed era urgente di trasportare il malato all'ospedale la sera stessa. Quando Carlo vide sollevare di peso il suo nonno, e metterlo nella portantina, dopo quanto aveva detto la Margherita pensò che fosse una risoluzione sua di allontanare il vecchio da lui, e la accusò d'ingiustizia e di crudeltà. Quella notte, solo nel letto in cui aveva sempre dormito col suo vecchio parente, ebbe dei sogni agitati. I vicini, dalla stanza accanto, lo udirono singhiozzare nel sonno, e la Margherita dichiarò che bisognava dargli sulla voce, perchè non avesse a far scene che finirebbero per farlo ammalare anche lui. Ed il mattino entrò presto a pigliarlo, lo tirò per forza in casa sua, mezzo vestito e mezzo da vestire, e lo buttò a sedere dinanzi ad una scodella di polenta. L'intenzione era benevola; ma Carlo era troppo bimbo per poterla indovinare sotto l'asprezza dei modi. Il nonno l'aveva abituato ad esser trattato con amore, ad essere considerato come un amico. Qualunque cosa egli avesse detta, era sempre ascoltata con deferenza. La noncuranza apparente della Margherita, la privazione di ogni carezza gli riescivano dolorose come un maltrattamento; ed aggiunte al rancore profondo che le serbava per avergli portato via il nonno, gli rendevano uggiosa la compagnia di quella donna, ed insopportabile la vita presso di lei. Cominciavano appunto quel giorno le vacanze di Natale: non poteva neppure andar a scuola; non sapeva dove stare. Usciva dalla sua stanza nel cortile, poi rientrava e tornava ad uscire, muto, imbronciato, intrattabile. Ogni tanto piagnucolava: --Voglio andare dal nonno. --Ci si andrà domenica, gli rispose finalmente la Margherita, e profittò di quel discorso avviato, per tirar via a dirgli: che il nonno avrebbe dovuto viziarlo meno, ed insegnargli ad esser un po' più riconoscente verso i vicini di casa che gli facevano del bene... --Quand'è domenica? tornò a domandare il bimbo senza darle retta. --Doman l'altro. Carlo non aveva idea esatta del tempo; il giorno dopo appena svegliato disse: --È domenica? --No; t'ho detto doman l'altro. Se fosse stato oggi, avrei detto domani, rispose la Margherita con tuono cattedratico. --Quand'è doman l'altro? insistè Carlo. --Domani. Carlo passò un'altra giornata, triste, malcontento, capriccioso. Mangiò in silenzio, si lasciò sgridare senza rispondere, piagnucolò senza motivo; e la mattina seguente, prima che la Margherita entrasse nella sua camera, ne uscì vestito alla peggio, abbottonato a sghembo, e disse colla fronte accigliata: --Oggi è doman l'altro: voglio andare dal nonno. Per tutta la strada camminò innanzi, voltandosi appena ad ogni cantonata come per domandare da che parte dovesse dirigersi, poi tirando via daccapo frettoloso e muto. Voleva essere il primo a rivedere il nonno; gli dava noia che la Margherita entrasse con lui; gli tardava di parlargli da solo, di sedergli sulle ginocchia, di dirgli tutto quello che aveva sul cuore. Si figurava di trovarlo in una bella stanza, sano ed allegro com'era stato sempre. Gli avevano detto che all'ospedale lo farebbero guarire, ed egli lo aveva creduto. Non s'era rassegnato che a quella condizione. Invece entrando, vide una corsia lunga lunga, con un altare in fondo come una chiesa, ed una sfilata di letti, quasi tutti occupati da figure macilente con un berretto bianco; vide le monache con quella vestitura stravagante, che passavano, come ombre, di letto in letto, parlando piano, e fermandosi appena; udì quel rumore triste di tossi, di rantoli, di scodelle urtate, di lamenti, ripercosso dalle vôlte immense; ed ebbe paura. Si voltò severamente alla Margherita e le domandò: «Dov'è il nonno?» coll'accento che deve aver avuto il signore domandando a Caino: «Dov'è Abele?» --Numero trentanove, rispose tranquillamente la donna; ed accennò ai numeri sovrapposti ai letti. --È in letto? domandò Carlo stupito. --Sicuro; dove vuoi che sia? --Allora non l'hanno fatto guarire, avete detto la bugia, ribattè il bimbo più severo che mai. E, vinto il primo sgomento, s'affrettò innanzi solo per trovare il nonno da sè. III. Fu invece Andrea che vide lui, e pregò una suora, che aveva accanto, di chiamare il fanciullo. --Vieni; disse suor Maria facendosi incontro a Carlo, il tuo nonno è là. E gli porse la mano. Egli prese il giro un po' largo per iscansarla, e corse al letto indicato. Il vecchio fissava con passione su lui i suoi occhi tristi da moribondo, e susurrava:--Oh, Carlo! Oh, povero Carletto! Carlo, ammutolito da quella scena di dolore inaspettata, cercò d'aggrapparsi alle coperte per alzarsi un poco verso il nonno, ma non potè riescirvi. Guardò la suora che gli era venuta dietro. Era una donna matura, delicata ed invecchiata anzi tempo. Carlo era avvezzo alle rughe. La vecchiaia d'Andrea era stata la sua protettrice, la sua compagna; s'era piegata alle sue voglie, aveva giocato con lui, l'aveva amato e reso felice. Ed egli amava i volti vecchi; gl'inspiravano confidenza. Diede una strappatina all'abito della monaca e le disse accennando al malato: --Non ci arrivo; è alto. Suor Maria lo sollevò tra le braccia, e si pose e sedere accanto al letto, tenendosi il fanciullo inginocchiato in grembo. Così Carlo si trovò volto a volto col vecchio, che sporse la mano scarna e gli accarezzò la guancia ed i capelli ripetendo: --Povero Carlo! Che il Signore abbia pietà di te povero figliolo! Carlo guardava cogli occhi sbarrati senza trovar nulla da dire. Gli entrava nel cuore un sentimento nuovo pel suo nonno. Gli pareva di dover fare il segno della croce davanti a lui, e parlare sommesso come in chiesa. Lo invadeva il primo senso di dolore, e gli dava un'aria smarrita. Stettero un pezzo in silenzio, uno accanto all'altro; poi la monaca, vedendo che non dicevano nulla e soffrivano, e che le ciarle della Margherita, a cui nessuno dava retta, stordivano il malato, volle abbreviare quella vista e disse a Carlo. --Via, dai un bacio al nonno, e poi vai a casa a pregare per lui, che possa guarir presto. Il vecchio sporse avidamente la faccia per ricevere quel bacio, ed il fanciullo se gli strinse accanto, nascose il volto sulla spalla di lui, e sfogò in un pianto convulso la passione dolorosa ed ignota che gli gonfiava il cuore. Suor Maria lo tolse di là, e tenendolo per mano, lo ricondusse fin in fondo alla corsia dicendogli delle parole carezzevoli e consolanti: --Il nonno sarebbe presto tornato a casa; Gesù Bambino l'avrebbe fatto guarire, per fargli passare un bel Natale col suo nipotino... Poi alla porta, mentre aspettava la Margherita, a cui il malato aveva accennato di voler parlare, si accoccolò, si strinse il bimbo tra le braccia, e lo baciò sulle due guancie. Erano i primi baci di donna su quel volto di fanciullo. Due ore prima, nella sua timidezza selvatica, egli se ne sarebbe scansato rozzamente. Ma, in quella disposizione d'animo penosa, nell'abbandono che lo impauriva, sentiva il bisogno di attaccarsi a qualcheduno, ed apprezzò tutta la dolcezza di quell'atto. Lungo la strada del ritorno, e nella lenta giornata solitaria, rammentò spesso quella monaca buona e desiderò d'averla accanto invece della Margherita. Questa descriveva diffusamente agli altri vicini del casamento la magrezza del povero Andrea, gli occhi infossati nell'orbita, il naso assottigliato, che, secondo lei, era un segno di malaugurio; e Carlo, al cui sguardo inesperto quei particolari erano sfuggiti, se ne risentiva internamente contro quella donna come se li cagionasse lei. E, tra per questo, tra pel confronto che faceva tra lei e suor Maria, sentiva farsi più forte l'antipatia che aveva risentita dapprincipio per la vicina. Tratto tratto domandava: --Quanti giorni mancano al Natale? Non era più la strenna, nè il pranzo, nè la festa che sospirava; era il ritorno del nonno che la monaca gli aveva promesso, era il termine di quella esistenza che gli diveniva ogni giorno più uggiosa. Quando gli dissero: «mancano soltanto due giorni» provò una grande gioia. Gli pareva d'essere stato tanto a lungo solo in casa della Margherita, e quel tempo che si esprimeva con quelle brevi parole, -due giorni-, doveva essere così poco al paragone... Ma suor Maria gli aveva raccomandato di pregare pel nonno; e, con quel malumore che lo invadeva, egli non aveva pregato punto. Bisognava pensare a riparare quella mancanza che gli rimordeva la giovine coscienza. Quella notte sognò la chiesa, l'altare illuminato, i canti alti della benedizione; e la mattina i vicini non lo trovarono più nel suo letto; la camera era deserta. --È un piccolo vagabondo, disse la Margherita. Sarà andato a giocare coi monelli. Quando avrà fame tornerà. In fondo ne era dispiacente ed inquieta: soltanto, invece di dimostrarlo con rimpianti, il suo carattere aspro si sfogava con rimproveri e male grazie. Passò l'ora della colazione, poi quella del pranzo; si fece buio, ed il fanciullo non si rivide. La Margherita e suo marito lo ricercarono per tutto il casamento, lungo la contrada; ne domandarono a tutti, lo aspettarono fino a tarda sera, poi lasciarono l'uscio della sua stanza aperto tutta la notte, ed un lume acceso, perchè potesse rientrare senza aver paura. Ma Carlo non rientrò. IV. La vigilia del Natale verso il mezzodì una carrozza si fermò all'ingresso del cortile. --È quel vagabondo di Carlo, disse la Margherita correndo fuori con premura. Ma tosto soggiunse, come per nascondere il sentimento buono che le faceva provare una vera consolazione pel ritorno del fanciullo: --Ecco, me lo riconducono. Il mal seme non si perde mai. E si compose un viso arcigno mentre si affrettava verso la carrozza. Ma ne discese soltanto una suora di carità. Invece di ricondurre il bimbo veniva a cercarlo. Andrea era in fin di vita, e desiderava vederlo prima di morire. La Margherita si senti mancar il cuore a quella notizia; e, nel malcontento della delusione provata, disse brutalmente: --A quest'ora, pensa al suo nonno come alle prime scarpette che ha portate. È fuggito ieri per andare a far il chiasso fuori, e non è più tornato nè per mangiare nè per dormire. E ricominciò a battere i dintorni in cerca del fanciullo, mentre la carrozza s'allontanava. Suor Maria s'era fatta monaca a ventisette anni nello scoraggiamento d'un disinganno d'amore, che aveva troncati dei disegni d'avvenire lungamente vagheggiati. Oltre al dolore della delusione sofferta, aveva contribuito molto a farle prendere quella risoluzione, l'idea di sfuggire ai commenti della gente, a cui s'era presentata per molti anni come fidanzata; e fors'anche una speranza segreta di commuovere l'amante infedele. Non per nulla aveva scelto l'ordine delle Suore di carità, dove i voti sono annuali. Ma quando, dopo meno d'un anno, ammogliandosi prosaicamente con una vedova ricca, quell'uomo tolse alla povera giovine l'ultima illusione, che mettendo un po' di poesia nel sacrifizio, l'aiutava a sopportarlo, ella ne sentì tutto il peso, e rimpianse amaramente le gioie dell'amore e della maternità alle quali aveva rinunciato. Era troppo dignitosa per uscire dal convento, -in cerca d'un altro sposo-, come non avrebbero mancato di dire i malevoli. Ma vi rimase senza passione e senza convinzione. Il bene, che faceva per vero sentimento di carità, avrebbe preferito farlo senza quella messa in iscena di regolamenti e di costume, e sopratutto senza quella privazione d'ogni affetto durevole, che la isolava e le assiderava il cuore. La sua anima appassionata prendeva a ben volere tutti gli infermi, tutti i trovatelli abbandonati. Poi, gli infermi che la morte risparmiava, se ne andavano, e non li rivedeva più. I trovatelli venivano reclamati dai parenti, da una nutrice, da un primo venuto, che ne aveva bisogno per farsi servire, ed essi pure se ne andavano, e non li rivedeva più. Tutti i suoi affetti erano troncati, e la monaca rimaneva sempre sola. Intanto gli anni passavano, ed a misura che cresceva in età, suor Maria trovava più gravosa quella vita di soggezione; anche la sua salute s'era alterata in quella reclusione continua, nell'aria malsana degli ospedali. Più volte i medici l'avevano consigliata a svestire l'abito religioso per tornare ad un'esistenza più confacente alla sua salute delicata. Suo padre, morendo, le aveva lasciata una rendita sufficiente pe' suoi bisogni. Allora era già lontano il tempo in cui si sarebbe potuto supporre che uscisse dal convento -per la smania di pigliar marito-. Non era più giovine, ed il mondo non si curava più di lei. Eppure d'anno in anno differiva quella risoluzione. Era una di quelle anime amorose, che hanno bisogno di vivere per qualcheduno, di sacrificarsi. Vivere per sè stessa, le sembrava l'ultima espressione dell'egoismo, e, malgrado le esigenze della sua salute, se ne sarebbe vergognata. --Qui almeno sono utile a qualcheduno, pensava. Se proprio mi sentirò incapace di resistere, uscirò dal convento; ma finchè posso... Ed a forza di tirare innanzi, di girar gli ospedali, se n'era fatta un'abitudine, quasi una necessità; e sebbene non avesse rinunciato al disegno di rifarsi laica, nessuno ci credeva più; era piuttosto un'idea vaga, un sogno destinato a rimaner sempre sogno, per consolarla dell'aridità della sua vita reale. Aveva quarantacinque anni quando Carlo l'aveva conosciuta quella domenica. La mattina il medico le aveva detto: --Il numero trentanove va male; ne avrà per un paio di giorni al più. La monaca era corsa presso Andrea, e s'era commossa profondamente della desolazione che turbava le ultime ore di quel vecchio, al pensiero dell'abbandono in cui lasciava un bambino. Lei pure aveva aspettato con ansietà il fanciullo, e mentre l'aveva tenuto sulle ginocchia, e ne aveva sentito scotere le fragili membra nella convulsione del pianto, aveva pensato come il vecchio: --Cosa sarà di lui? Più tardi tornò, sola e pensosa, al letto del moribondo e gli susurrò dolcemente: --Quel bimbo è vostro nipote? Il vecchio chinò più volte il capo in atto di sconforto, come per dire: --Pur troppo! --Non ha nessun parente? domandò ancora la monaca. --Solo al mondo! sospirò l'infermo con accento disperato; ed i suoi poveri occhi spenti si velarono di lagrime. Quel giorno Suor Maria fu impensierita e distratta. Più volte traversò la corsia senza scopo, e, nell'oratorio, invece di recitare le solite preghiere, rimase assorta in riflessioni profonde, e tratto tratto fu udita sospirare: --Sono quasi vecchia... Ma! Ma! Cosa fare?... Pensava al mondo cui aveva desiderato di tornare, e le pareva che fosse un deserto. Si hanno dei parenti, degli amici; ma col tempo i vecchi muoiono, i giovani si disperdono. Uno che tornasse dopo tanti anni sarebbe isolato... Guardava i pochi mobili della sua cella, il letto, il crocifisso, l'inginocchiatoio, e si sentiva presa da una profonda tenerezza per quegli oggetti rozzi e logori. Un medico, attribuendo quell'eccitamento al suo malessere, la fermò mentre traversava la corsia, e le disse, toccando leggermente la sua larga cuffia insaldata: --Dovete risolvervi a lasciar la -cornetta-, Suor Maria, se volete star bene. --Oh se fosse per me sola, a questa ora non ci penserei più, sospirò la suora. Ma, cosa fare? Quando Andrea la fece chiamare, per pregarla di condurgli ancora una volta il bambino prima che morisse, Suor Maria rimase un pezzo immobile a guardare il moribondo, come combattuta fra due pensieri; poi si avviò lentamente senza rispondere. Ma dopo pochi passi si fermò, tornò risolutamente indietro, e disse: --Mettete l'anima in pace, pover'uomo; al vostro bimbo ci penserò io; uscirò dal convento, e lo terrò con me; siete contento? Andrea strinse le mani congiunte, come in atto di adorazione; poi, nell'impeto della riconoscenza, riuscì a piegare il capo verso la sponda del letto, dove la monaca posava una mano, e la baciò, lasciandola bagnata di lagrime. Suor Maria uscì subito in carrozza per condurre il fanciullo al suo vecchio parente; ma Carlo era fuggito, e quando la suora tornò all'ospedale con quella nuova disperante, Andrea era morto. --Meglio così! sospirò la monaca. Dio gli ha risparmiato l'ultimo dolore. Poi chiuse pietosamente gli occhi del morto, e gli coprì il volto col lenzuolo, pensando a quel bambino che errava abbandonato, con un gran cruccio sul cuore. V. Quella mattina che era uscito solo dalla sua casa, Carlo, dopo aver dette e ripetute nella chiesa parrocchiale tutte le preghiere che sapeva, s'avviò per la strada di Circonvallazione, ruminando i suoi rancori contro la Margherita. Se avesse potuto non tornar più in casa se non quando ci tornerebbe il nonno! Gli avevano detto la sera innanzi che mancavano due giorni a Natale. Si studiava di calcolare quanto poteva esserci di meno dopo quella notte trascorsa. Ad ogni modo poteva esser poco; e pensava: --Appena sarà Natale andrò all'ospedale a prendere il nonno. La monaca ha detto che il Bambino lo farà guarire. Torneremo a casa insieme, faremo il nostro pranzo, e saremo contenti come prima. Ma intanto cominciava ad aver fame, e, malgrado la sua ostilità contro la Margherita, la buona scodella di polenta che doveva esserci sulla tavola a quell'ora, lo consigliava a tornare verso casa. Era appunto in quella perplessità, quando si sentì urtare, e riconobbe un suo compagno, che aveva frequentata la scuola in novembre, e poi era scomparso. --Perchè non vieni più a scuola? domandò Carlo. --Siamo andati ad abitare fuori di Porta Romana, e vado alle scuole di laggiù. Carlo gli narrò i casi suoi, ed il suo desiderio di non restituirsi a domicilio prima di Natale, per aspettare il nonno. --Non so dove stare intanto, concluse un po' scoraggiato. --Vieni a casa mia, propose ospitalmente il compagno. Mio padre lavora fuori di Milano, e torna a casa soltanto la sera del sabato. Domani sera verrà perchè è la vigilia di Natale; ma oggi non c'è. --E la tua mamma? domandò Carlo, a cui la Margherita aveva destato in cuore una grande paura delle massaie. --La mia mamma va a servire in città, e sta fuori anche lei tutto il giorno. --Ma io ho fame; osservò il piccolo fuggiasco impensierito. --Quando saremo a casa ti darò metà della mia colazione: poi giocheremo tutto il giorno, e vedremo passare il -tram-, e andremo alla Certosa di Chiaravalle, dove si sale sul campanile per una scaletta in aria, che fa paura, ed è facile cader giù... Carlo seguì il compagno, sedotto da quella prospettiva; ed i fanciulli passarono delle buone ore insieme. Ma quando cominciò a farsi buio, si trovarono imbarazzati. La mamma stava per tornare, e pare che non fosse molto indulgente, perchè il suo figliolo si metteva in grave pensiero. --Se ti vede qui mi sgrida; diceva. D'altra parte Carlo, dopo essere stato assente tutta la giornata, si sentiva meno disposto che mai a riaffrontare solo la Margherita: e le strade buie gli mettevano paura. A lungo pensare, il suo ospite trovò un ripiego: in fondo al casamento c'era un piccolo fienile. --Dormirai nel fieno, disse a Carlo. È bello, sai! Ora ti rimpiatti lassù; ed appena avrò la mia minestra, salirò anch'io e mangeremo insieme. La mamma non s'accorgerà di nulla. La cosa andò benissimo. Carlo s'addormentò, o quasi, prima che il suo compagno lo lasciasse, e tirò via a dormire fino al mattino. L'altro, che si divertiva di quella novità d'aver un ospite, e che desiderava di farlo sgattaiolare prima che il padrone del fienile potesse scoprirlo e denunciarlo alla sua mamma, era già accanto all'amico quando questi si destò. Lo fece scendere subito, e traverso i campi, lo ricondusse sulla strada, dividendo con lui un pezzo di polenta fredda ed una cipolla, che sua madre gli aveva dato per colazione. Prima di lasciar Carlo, gli disse: --Vai sempre dritto: poi volta a destra e troverai l'ospedale. Oggi è la vigilia di Natale, ti lasceranno entrare. Dacchè il tuo nonno deve uscire domani, è segno che sta bene, e potrà anche venire con te questa sera. Carlo approvò quel facile accomodamento, e s'avviò col cuore leggero. Ma, appena ebbe passato il dazio, ricominciarono le difficoltà. Quando doveva voltare a destra? Alla prima contrada? Alla seconda? Per non sbagliare, voltò alla prima; prese i bastioni, ed arrivò fino a Porta Venezia. Ma non s'imbattè in nessuna costruzione che gli ricordasse l'ospedale. Allora entrò in città, e si diede a camminare di su, di giù, distraendosi a guardare le botteghe, poi ripigliando la sua strada, poi fermandosi di nuovo. Forse in quei lunghi giri e rigiri passò anche dinanzi all'ospedale; ma non lo riconobbe. Avrebbe voluto domandare a qualcuno dov'era, ma non osava, e camminava sempre, pensando che finirebbe per arrivarci. Nelle prime ore del pomeriggio si trovò in piazza Cavour, all'ingresso dei giardini pubblici. Andò fino al laghetto a vedere le anatre, poi più in giù alla grande gabbia degli uccelli, poi tornò indietro, e si fermò allo steccato, in cui s'aggiravano melanconicamente due cervi freddolosi. Addossati alle sbarre, parecchi bambini eleganti ben ravvoltolati nelle pelliccie, porgevano delle chicche ai cervi, mentre le bambinaie discorrevano coi loro conoscenti. Un bambinello tutto vestito di bianco, che si reggeva appena, non riesciva, per quanto allungasse il braccino minuscolo, ad attirare l'attenzione d'un cervo sul suo pezzo di chicca. Carlo aveva fame, prese pian piano dalla manina del bimbo quel dono trascurato dall'animale, e si pose a mangiarlo. L'infante rimase stupefatto a guardarlo coi ditini stesi nel suo guanto bianco; aperse la bocca come per piangere; poi gli venne un'idea più amena. Prese il resto della chicca che aveva nell'altra mano, e cominciò a mangiare anche lui, sorridendo a Carlo con aria d'intelligenza. Più tardi cominciò a cadere un nevischio gelido; scese la nebbia. Carlo aveva ripreso ad errare per le contrade, ma il freddo gli penetrava nelle ossa. Avvezzo dal nonno a tutte le agiatezze, quell'umidità che gli gelava i panni addosso, gli dava noia. Si trovava in piazza del Duomo. Pensò che quel giorno non aveva pregato, e che per questo non gli riusciva di trovar l'ospedale. Entrò in chiesa. Era un po' assonnato; non si rendeva ben conto di quanto farebbe dopo. S'andò a rannicchiare in un angolo buio, nell'ultima cappella a sinistra che era in riparazione. C'erano ponti da tutti i lati, travi, tele distese, materiali da lavoro. Ma in quell'ora i lavori erano sospesi, ed il fanciullo si trovò isolato nella massima tranquillità. L'atmosfera interna era tepida; regnava una penombra scura, ma, lungo le navate, un rumore incessante di passi, faceva sentire che c'era molta gente in chiesa, e rassicurava il bambino. Da lontano, nel coro, s'udiva un salmeggiare monotono che conciliava il sonno. Carlo, stanco, assiderato, non potè sostenere a lungo l'attenzione alla preghiera; chinò il capo verso la parete, e s'addormentò. Fu risvegliato molte ore dopo, da una molestia allo stomaco. Non era un dolore. Era uno stiramento, una nausea. Aveva fame. Chiamò due o tre volte il nonno; era il nome che gli veniva alle labbra ogni giorno al primo destarsi, dacchè sapeva parlare. Ma non udì la buona voce del vecchio, e si ricordò vagamente la sua storia dolorosa. Stese le braccia, e sentì che non era in letto. Si rizzò ingranchito, confuso; fece alcuni passi, ed urtò negli attrezzi degli operai che ingombravano la cappella. Non sapeva più dove fosse. Si pose a camminare a tentoni nell'oscurità, urtando ad ogni tratto, scansando un intoppo, impigliandosi in un altro; tremava tutto; piagnucolava, ancora istupidito dal sonno. Finalmente non incontrò più ostacoli, non trovò più appoggio da nessun lato, si sentì solo, smarrito, nelle tenebre infinite, nel silenzio pauroso. Atterrito cominciò a chiamare strillando; e le vôlte immense ripeterono le sue grida con un suono cavernoso, che veniva da lontano, si ripercoteva, si frangeva, si prolungava, e moriva lentamente nel buio e nel silenzio di tomba. Allora la paura invase la mente del fanciullo come un delirio. Egli si pose a correre nell'oscurità, urlando, strillando, disperato, pazzo di terrore. VI. Suor Maria vegliava la notte di Natale al letto d'una donna malata. Nascondeva il volto fra le braccia incrociate, e piangeva sul suo abito grigio, pensando il Natale delle famiglie, le madri puerilmente occupate del segreto delle strenne, i bimbi giulivi intorno alle mense festive. Lei pure, dopo aver lottato contro la inerzia delle abitudini, ed aver vinto, aveva sognato un momento il sorriso d'un fanciulletto, e la sua prima strenna di ceppo. E quella speranza era nata nel suo cuore in un impeto di carità per un vecchio moribondo. Ma pareva che una maledizione ingiusta la condannasse a vivere solitaria e senza affetti; anche la buona azione era rimasta infeconda, per non procurarle una gioia. Ed il vecchio era morto solo; ed il bimbo errava solo nelle gelide notti d'inverno; e la suora generosa e buona, era sola fra due letti d'ospedale. Fu tolta a quelle meditazioni da una infermiera che veniva a chiamarla. Si asciugò gli occhi, ricompose le pieghe rigide del suo grembiule da monaca e s'affrettò dietro la donna. Una brigata di giovinotti entrando in Duomo per la messa della mezzanotte, avevano trovato un bambino svenuto e lo avevano trasportato all'ospedale. Per la prima volta, nella sua lunga pratica d'infermiera, suor Maria dimenticò la malata affidata alle sue cure, e la notte passò senza ch'ella ricomparisse nella corsia. La mattina di Natale, traverso l'uscio della sua cella, s'udiva uno strano rumore come il ruzzolare di carrozzelle di legno sul pavimento, ed il cinguettìo d'una voce infantile. Più tardi, all'ora del pranzo, la monaca non scese in refettorio; e la suora conversa che le recava i piatti dalla cucina, la trovò seduta ad una piccola mensa allegramente ornata di chicche e di arance, ed apparecchiata per due. Carlo sedeva in faccia a suor Maria, rispondendo amichevolmente alle sue domande, ingrossando la voce per narrarle il terribile fatto della sua reclusione in Duomo, interrogando a sua volta circa una certa casetta bianca con un giardinetto verde, dove la monaca gli diceva che dovevano recarsi presto, ad abitare insieme. Tratto tratto la campana dell'ospedale riprendeva a sonare a morto, e la suora rabbrividiva. Poi s'udì lontan lontano il fischio acuto della locomotiva sibilare fra i rintocchi lenti della campana. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000