-- Bravo ragazzo! -- gridò il contadino, battendogli sur una spalla.
-- Cotesti sentimenti ti fanno onore: e per provarti la mia grande
soddisfazione, ti lascio libero fin d'ora di tornare a casa. --
E gli levò il collare da cane.
XXIII.
Pinocchio piange la morte della bella Bambina dai capelli turchini:
poi trova un Colombo, che lo porta sulla riva del mare, e lì si getta
nell'acqua per andare in aiuto del suo babbo Geppetto.
Appena Pinocchio non sentì più il peso durissimo e umiliante di quel
collare intorno al collo, si pose a scappare attraverso ai campi, e non
si fermò un solo minuto finchè non ebbe raggiunta la strada maestra,
che doveva ricondurlo alla casina della Fata.
Arrivato sulla strada maestra, si voltò in giù a guardare nella
sottoposta pianura, e vide benissimo, a occhio nudo, il bosco dove
disgraziatamente aveva incontrato la Volpe e il Gatto: vide, fra mezzo
agli alberi, inalzarsi la cima di quella Quercia grande, alla quale era
stato appeso ciondoloni per il collo; ma, guarda di qui, guarda di là,
non gli fu possibile di vedere la piccola casa della bella Bambina dai
capelli turchini.
Allora ebbe una specie di tristo presentimento; e datosi a correre con
quanta forza gli rimaneva nelle gambe, si trovò in pochi minuti sul
prato, dove sorgeva una volta la Casina bianca. Ma la Casina bianca non
c'era più. C'era, invece, una piccola pietra di marmo, sulla quale si
leggevano in carattere stampatello queste dolorose parole:
QUI GIACE
LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI
MORTA DI DOLORE
PER ESSERE STATA ABBANDONATA DAL SUO
FRATELLINO PINOCCHIO.
Come rimanesse il burattino, quand'ebbe compitate alla peggio quelle
parole, lo lascio pensare a voi. Cadde bocconi a terra, e coprendo di
mille baci quel marmo mortuario, dètte in un grande scoppio di pianto.
Pianse tutta la notte, e la mattina dopo, sul far del giorno, piangeva
sempre, sebbene negli occhi non avesse più lacrime: e le sue grida e
i suoi lamenti erano così strazianti ed acuti, che tutte le colline
all'intorno ne ripetevano l'eco.
E piangendo diceva:
«O Fatina mia, perchè sei morta?... perchè, invece di te, non sono
morto io, che sono tanto cattivo, mentre tu eri tanto buona?... E
il mio babbo dove sarà? O Fatina mia, dimmi dove posso trovarlo, chè
voglio stare sempre con lui, e non lasciarlo più! più! più!... O Fatina
mia, dimmi che non è vero che sei morta!... Se davvero mi vuoi bene....
se vuoi bene al tuo fratellino, rivivisci.... ritorna viva come prima!
Non ti dispiace a vedermi solo, abbandonato da tutti?... Se arrivano
gli assassini, mi attaccheranno daccapo al ramo dell'albero.... e
allora morirò per sempre. Che vuoi che io faccia qui solo in questo
mondo? Ora che ho perduto te e il mio babbo, chi mi darà da mangiare?
Dove anderò a dormire la notte? Chi mi farà la giacchettina nuova? Oh!
sarebbe meglio, cento volte meglio, che morissi anch'io! Sì, voglio
morire! ih! ih! ih!»
[Illustrazione: -- O Fatina mia perchè sei morta?]
E mentre si disperava a questo modo, fece l'atto di volersi strappare i
capelli: ma i suoi capelli, essendo di legno, non potè nemmeno levarsi
il gusto di ficcarci dentro le dita.
Intanto passò su per aria un grosso Colombo, il quale soffermatosi, a
ali distese, gli gridò da una grande altezza:
-- Dimmi, bambino, che cosa fai costaggiù?
-- Non lo vedi? piango! -- disse Pinocchio alzando il capo verso quella
voce, e strofinandosi gli occhi colla manica della giacchetta.
-- Dimmi, -- soggiunse allora il Colombo -- non conosci per caso fra i
tuoi compagni, un burattino, che ha nome Pinocchio?
-- Pinocchio? Hai detto Pinocchio? -- ripetè il burattino saltando subito
in piedi. -- Pinocchio sono io! --
Il Colombo, a questa risposta, si calò velocemente e venne a posarsi a
terra. Era più grosso di un tacchino.
-- Conoscerai dunque anche Geppetto? -- domandò al burattino.
-- Se lo conosco! È il mio povero babbo! Ti ha forse parlato di me?
Mi conduci da lui? ma è sempre vivo? rispondimi, per carità; è sempre
vivo?
-- L'ho lasciato tre giorni fa sulla spiaggia del mare.
-- Che cosa faceva?
-- Si fabbricava da sè una piccola barchetta, per traversare l'Oceano.
Quel pover'uomo sono più di quattro mesi che gira per il mondo in cerca
di te: e non avendoti potuto mai trovare, ora si è messo in capo di
cercarti nei paesi lontani del nuovo mondo.
-- Quanto c'è di qui alla spiaggia? -- domandò Pinocchio con ansia
affettuosa.
-- Più di mille chilometri.
-- Mille chilometri? O Colombo mio, che bella cosa potessi avere le tue
ali!...
-- Se vuoi venire, ti ci porto io.
-- Come?
-- A cavallo sulla mia groppa. Sei peso dimolto?
-- Peso? tutt'altro! Son leggiero come una foglia. --
E lì, senza stare a dir altro, Pinocchio saltò sulla groppa al Colombo;
e messa una gamba di qui e l'altra di là, come fanno i cavallerizzi,
gridò tutto contento: «Galoppa, galoppa, cavallino, chè mi preme
di arrivar presto!...» Il Colombo prese l'aìre e in pochi minuti
arrivò col volo tanto in alto, che toccava quasi le nuvole. Giunto a
quell'altezza straordinaria, il burattino ebbe la curiosità di voltarsi
in giù a guardare: e fu preso da tanta paura e da tali giracapi,
che per evitare il pericolo di venir di sotto, si avviticchiò colle
braccia, stretto stretto, al collo della sua piumata cavalcatura.
[Illustrazione: Si avviticchiò colle braccia, stretto stretto,
al collo della sua piumata cavalcatura.]
Volarono tutto il giorno. Sul far della sera, il Colombo disse:
-- Ho una gran sete!
-- E io una gran fame! -- soggiunse Pinocchio.
-- Fermiamoci a questa colombaia pochi minuti; e dopo ci rimetteremo in
viaggio, per essere domattina all'alba sulla spiaggia del mare. --
Entrarono in una colombaia deserta, dove c'era soltanto una catinella
piena d'acqua e un cestino ricolmo di vecce.
Il burattino, in tempo di vita sua, non aveva mai potuto patire le
vecce: a sentir lui, gli facevano nausea, gli rivoltavano lo stomaco:
ma quella sera ne mangiò a strippapelle, e quando l'ebbe quasi finite,
si voltò al Colombo e gli disse:
-- Non avrei mai creduto che le vecce fossero così buone!
-- Bisogna persuadersi, ragazzo mio, -- replicò il Colombo -- che quando
la fame dice davvero e non c'è altro da mangiare, anche le vecce
diventano squisite! La fame non ha capricci nè ghiottonerie! --
Fatto alla svelta un piccolo spuntino, si riposero in viaggio, e via!
La mattina dopo arrivarono sulla spiaggia del mare.
Il Colombo posò a terra Pinocchio, e non volendo nemmeno la seccatura
di sentirsi ringraziare per aver fatto una buona azione, riprese subito
il volo e sparì.
La spiaggia era piena di gente che urlava e gesticolava, guardando
verso il mare.
-- Che cos'è accaduto? -- domandò Pinocchio a una vecchina.
-- Gli è accaduto che un povero babbo, avendo perduto il figliuolo,
gli è voluto entrare in una barchetta per andare a cercarlo di là dal
mare; e il mare oggi è molto cattivo e la barchetta sta per andare
sott'acqua....
-- Dov'è la barchetta?
-- Eccola laggiù, diritta al mio dito -- disse la vecchia, accennando una
piccola barca che, veduta a quella distanza pareva un guscio di noce
con dentro un omino piccino piccino.
Pinocchio appuntò gli occhi da quella parte, e dopo aver guardato
attentamente, cacciò un urlo acutissimo gridando:
-- Gli è il mi' babbo! gli è il mi' babbo! --
Intanto la barchetta, sbattuta dall'infuriare dell'onde, ora spariva
fra i grossi cavalloni, ora tornava a galleggiare: e Pinocchio, ritto
sulla punta di un alto scoglio, non finiva più dal chiamare il suo
babbo per nome, e dal fargli molti segnali colle mani e col moccichino
da naso e perfino col berretto che aveva in capo.
E parve che Geppetto, sebbene fosse molto lontano dalla spiaggia,
riconoscesse il figliuolo, perchè si levò il berretto anche lui e
lo salutò e, a furia di gesti, gli fece capire che sarebbe tornato
volentieri indietro, ma il mare era tanto grosso, che gl'impediva di
lavorare col remo e di potersi avvicinare alla terra.
[Illustrazione: Pinocchio, non finiva più dal chiamare il suo
babbo per nome.]
Tutt'a un tratto venne una terribile ondata, e la barca sparì.
Aspettarono che la barca tornasse a galla: ma la barca non si vide più
tornare.
-- Pover'uomo -- dissero allora i pescatori, che erano raccolti sulla
spiaggia; e brontolando sottovoce una preghiera, si mossero per
tornarsene alle loro case.
Quand'ecco che udirono un urlo disperato, e voltandosi indietro, videro
un ragazzetto che, di vetta a uno scoglio si gettava in mare gridando:
-- Voglio salvare il mio babbo! --
Pinocchio, essendo tutto di legno, galleggiava facilmente e nuotava
come un pesce. Ora si vedeva sparire sott'acqua, portato dall'impeto
dei flutti, ora riappariva fuori con una gamba o con un braccio, a
grandissima distanza dalla terra. Alla fine lo persero d'occhio, non lo
videro più.
-- Povero ragazzo! -- dissero allora i pescatori, che erano raccolti
sulla spiaggia; e brontolando sottovoce una preghiera, tornarono alle
loro case.
XXIV.
Pinocchio arriva all'isola delle «Api industriose» e ritrova la Fata.
Pinocchio, animato dalla speranza di arrivare in tempo a dare aiuto al
suo povero babbo, nuotò tutta quanta la notte.
E che orribile nottata fu quella! Diluviò, grandinò, tuonò
spaventosamente e con certi lampi, che pareva di giorno.
Sul far del mattino, gli riuscì di vedere poco distante una lunga
striscia di terra. Era un'isola in mezzo al mare.
Allora fece di tutto per arrivare a quella spiaggia: ma inutilmente. Le
onde, rincorrendosi e accavallandosi, se lo abballottavano fra di loro,
come se fosse stato un fuscello o un fil di paglia. Alla fine, e per
sua buona fortuna, venne un'ondata tanto prepotente e impetuosa, che lo
scaraventò di peso sulla rena del lido.
Il colpo fu così forte, che battendo in terra, gli crocchiarono tutte
le costole e tutte le congiunture; ma si consolò subito col dire: --
Anche per questa volta l'ho scampata bella! --
Intanto a poco a poco il cielo si rasserenò; il sole apparve fuori in
tutto il suo splendore, e il mare diventò tranquillissimo e buono come
un olio.
Allora il burattino distese i suoi panni al sole per rasciugarli, e
si pose a guardare di qua e di là se per caso avesse potuto scorgere
su quella immensa spianata d'acqua una piccola barchetta con un omino
dentro. Ma dopo aver guardato ben bene, non vide altro dinanzi a sè che
cielo, mare e qualche vela di bastimento, ma così lontana lontana, che
pareva una mosca.
-- Sapessi almeno come si chiama quest'isola! -- andava dicendo. --
Sapessi almeno se quest'isola è abitata da gente di garbo, voglio
dire da gente che non abbia il vizio di attaccare i ragazzi ai
rami degli alberi! ma a chi mai posso domandarlo? a chi, se non c'è
nessuno?... --
Quest'idea di trovarsi solo, solo, solo, in mezzo a quel gran paese
disabitato, gli messe addosso tanta malinconia, che stava lì lì per
piangere; quando tutt'a un tratto vide passare, a poca distanza dalla
riva, un grosso pesce che se ne andava tranquillamente per i fatti suoi
con tutta la testa fuori dell'acqua.
Non sapendo come chiamarlo per nome, il burattino gli gridò a voce
alta, per farsi sentire:
-- Ehi, signor pesce, che mi permetterebbe una parola?
-- Anche due -- rispose il pesce, il quale era un Delfino così garbato,
come se ne trovano pochi in tutti i mari del mondo.
-- Mi farebbe il piacere di dirmi se in quest'isola vi sono dei paesi
dove si possa mangiare, senza pericolo d'esser mangiati?
-- Ve ne sono sicuro! -- rispose il Delfino. -- Anzi, ne troverai uno poco
lontano di qui.
-- E che strada si fa per andarvi?
-- Devi prendere quella viottola là, a mancina, e camminare sempre
diritto al naso. Non puoi sbagliare.
-- Mi dica un'altra cosa. Lei che passeggia tutto il giorno e tutta
la notte per il mare, non avrebbe incontrato per caso una piccola
barchettina con dentro il mi' babbo?
-- E chi è il tuo babbo?
-- Gli è il babbo più buono del mondo, come io sono il figliuolo più
cattivo che si possa dare.
-- Colla burrasca che ha fatto questa notte -- rispose il Delfino -- la
barchetta sarà andata sott'acqua.
-- E il mio babbo?
-- A quest'ora l'avrà inghiottito il terribile Pesce-cane, che da
qualche giorno è venuto a spargere lo sterminio e la desolazione nelle
nostre acque.
-- Che è grosso dimolto questo Pesce-cane? -- domandò Pinocchio, che di
già cominciava a tremare dalla paura.
[Illustrazione: -- Arrivederla, signor pesce: scusi tanto
l'incomodo, e mille grazie della sua garbatezza.]
-- Se gli è grosso!... -- replicò il Delfino. -- Perchè tu possa fartene
un'idea, ti dirò che è più grosso di un casamento di cinque piani, ed
ha una boccaccia così larga e profonda, che ci passerebbe comodamente
tutto il treno della strada ferrata colla macchina accesa.
-- Mamma mia! -- gridò spaventato il burattino; e rivestitosi in fretta
e furia, si voltò al Delfino e gli disse:
-- Arrivederla, signor pesce: scusi tanto l'incomodo, e mille grazie
della sua garbatezza. --
Detto ciò prese subito la viottola e cominciò a camminare di un passo
svelto: tanto svelto, che pareva quasi che corresse. E a ogni più
piccolo rumore che sentiva, si voltava subito a guardare indietro, per
la paura di vedersi inseguire da quel terribile Pesce-cane grosso come
una casa di cinque piani e con un treno della strada ferrata in bocca.
Dopo aver camminato più di mezz'ora, arrivò a un piccolo paese detto
«il paese delle Api industriose.» Le strade formicolavano di persone
che correvano di qua e di là per le loro faccende: tutti lavoravano,
tutti avevano qualche cosa da fare. Non si trovava un ozioso o un
vagabondo nemmeno a cercarlo col lumicino.
-- Ho capito; -- disse subito quello svogliato di Pinocchio -- questo
paese non è fatto per me! Io non son nato per lavorare! --
Intanto la fame lo tormentava, perchè erano oramai passate
ventiquattr'ore che non aveva mangiato più nulla; nemmeno una pietanza
di vecce.
Che fare?
Non gli restavano che due modi per potersi sdigiunare: o chiedere un
po' di lavoro, o chiedere in elemosina un soldo o un boccon di pane.
A chiedere l'elemosina si vergognava: perchè il suo babbo gli aveva
predicato sempre che l'elemosina hanno il diritto di chiederla
solamente i vecchi e gl'infermi. I veri poveri, in questo mondo,
meritevoli di assistenza e di compassione, non sono altro che quelli
che, per ragione d'età o di malattia si trovano condannati a non
potersi più guadagnare il pane col lavoro delle proprie mani. Tutti
gli altri hanno l'obbligo di lavorare; e se non lavorano e patiscono la
fame tanto peggio per loro.
In quel frattempo, passò per la strada un uomo tutto sudato e
trafelato, il quale da sè solo tirava con gran fatica due carretti
carichi di carbone.
Pinocchio, giudicandolo alla fisonomia per un buon uomo, gli si accostò
e, abbassando gli occhi dalla vergogna, gli disse sottovoce:
-- Mi fareste la carità di darmi un soldo perchè mi sento morir dalla
fame?
-- Non un soldo solo, -- rispose il carbonaio -- ma te ne do quattro,
a patto che tu m'aiuti a tirare fino a casa questi due carretti di
carbone.
-- Mi meraviglio! -- rispose il burattino quasi offeso; -- per vostra
regola io non ho fatto mai il somaro; io non ho mai tirato il carretto!
-- Meglio per te! -- rispose il carbonaio. -- Allora, ragazzo mio, se
ti senti davvero morir dalla fame, mangia due belle fette della tua
superbia e bada di non prendere un'indigestione. --
[Illustrazione: -- Mi fareste la carità di darmi un soldo
perchè mi sento morir dalla fame?]
Dopo pochi minuti passò per la via un muratore, che portava sulle
spalle un corbello di calcina.
-- Fareste, galantuomo, la carità d'un soldo a un povero ragazzo, che
sbadiglia dall'appetito?
-- Volentieri; vieni con me a portar calcina, -- rispose il muratore -- e
invece d'un soldo, te ne darò cinque.
-- Ma la calcina è pesa, -- replicò Pinocchio -- e io non voglio durar
fatica.
-- Se non vuoi durar fatica, allora, ragazzo mio, divertiti a
sbadigliare, e buon pro ti faccia. --
In men di mezz'ora passarono altre venti persone, e a tutte Pinocchio
chiese un po' d'elemosina, ma tutte gli risposero:
-- Non ti vergogni? Invece di fare il bighellone per la strada, va'
piuttosto a cercarti un po' di lavoro, e impara a guadagnarti il
pane! --
Finalmente passò una buona donnina, che portava due brocche d'acqua.
-- Vi contentate, buona donna, che io beva una sorsata d'acqua alla
vostra brocca? -- chiese Pinocchio, che bruciava dall'arsione della
sete.
-- Bevi pure, ragazzo mio! -- disse la donnina, posando le due brocche in
terra.
Quando Pinocchio ebbe bevuto come una spugna, borbottò a mezza voce,
asciugandosi la bocca:
-- La sete me la son levata! Così mi potessi levar la fame!... --
La buona donnina, sentendo queste parole, soggiunse subito:
-- Se mi aiuti a portare a casa una di queste brocche d'acqua, ti darò
un bel pezzo di pane. --
Pinocchio guardò la brocca, e non rispose nè sì nè no.
-- E insieme col pane ti darò un bel piatto di cavol fiore condito
coll'olio e coll'aceto -- soggiunse la buona donna.
Pinocchio dètte un'altra occhiata alla brocca, e non rispose nè sì nè
no.
-- E dopo il cavol fiore ti darò un bel confetto ripieno di
rosolio. --
Alle seduzioni di quest'ultima ghiottoneria, Pinocchio non seppe più
resistere, e fatto un animo risoluto, disse:
-- Pazienza! vi porterò la brocca fino a casa! --
La brocca era molto pesa, e il burattino, non avendo forza di portarla
colle mani, si rassegnò a portarla in capo.
Arrivati a casa, la buona donnina fece sedere Pinocchio a una piccola
tavola apparecchiata, e gli pose davanti il pane, il cavol fiore
condito e il confetto.
Pinocchio non mangiò, ma diluviò. Il suo stomaco pareva un quartiere
rimasto vuoto e disabitato da cinque mesi.
Calmati a poco a poco i morsi rabbiosi della fame, allora alzò il capo
per ringraziare la sua benefattrice: ma non aveva ancora finito di
fissarla in volto, che cacciò un lunghissimo -ohhh!- di maraviglia, e
rimase là incantato, cogli occhi spalancati, colla forchetta per aria
e colla bocca piena di pane e di cavol fiore.
-- Che cosa è mai tutta questa meraviglia? -- disse ridendo la buona
donna.
-- Egli è.... -- rispose balbettando Pinocchio -- egli è.... egli è....
che voi mi somigliate.... voi mi rammentate... sì, sì, sì, la stessa
voce.... gli stessi occhi.... gli stessi capelli.... sì sì, sì....
anche voi avete i capelli turchini.... come lei! O Fatina mia!... O
Fatina mia!... ditemi che siete voi, proprio voi!... Non mi fate più
piangere! Se sapeste! Ho pianto tanto, ho patito tanto!... --
E nel dir così, Pinocchio piangeva dirottamente, e gettatosi
ginocchioni per terra abbracciava i ginocchi di quella donnina
misteriosa.
XXV.
Pinocchio promette alla Fata di esser buono e di studiare, perchè è
stufo di fare il burattino e vuol diventare un bravo ragazzo.
In sulle prime, la buona donnina cominciò col dire che lei non era la
piccola Fata dai capelli turchini: ma poi, vedendosi ormai scoperta
e non volendo mandare più in lungo la commedia, finì per farsi
riconoscere, e disse a Pinocchio:
-- Birba d'un burattino! Come mai ti sei accorto che ero io?
-- Gli è il gran bene che vi voglio, quello che me l'ha detto.
-- Ti ricordi, eh? Mi lasciasti bambina, e ora mi ritrovi donna; tanto
donna, che potrei quasi farti da mamma.
-- E io l'ho caro dimolto, perchè così, invece di sorellina, vi chiamerò
la mia mamma. Gli è tanto tempo che mi struggo di avere una mamma come
tutti gli altri ragazzi!... Ma come avete fatto a crescere così presto?
-- È un segreto.
-- Insegnatemelo: vorrei crescere un poco anch'io. Non lo vedete? Son
sempre rimasto alto come un soldo di cacio.
-- Ma tu non puoi crescere -- replicò la Fata.
-- Perchè?
-- Perchè i burattini non crescono mai. Nascono burattini, vivono
burattini e muoiono burattini.
-- Oh! sono stufo di far sempre il burattino! -- gridò Pinocchio, dandosi
uno scappellotto. -- Sarebbe ora che diventassi anch'io un uomo....
-- E lo diventerai, se saprai meritarlo....
-- Davvero? E che posso fare per meritarmelo?
-- Una cosa facilissima: avvezzarti a essere un ragazzino perbene.
-- O che forse non lo sono?
-- Tutt'altro! i ragazzi perbene sono ubbidienti, e tu invece....
-- E io non ubbidisco mai.
-- I ragazzi perbene prendono amore allo studio e al lavoro, e tu....
-- E io, invece, faccio il bighellone e il vagabondo tutto l'anno.
-- I ragazzi perbene dicono sempre la verità...
-- E io sempre le bugie.
-- I ragazzi perbene vanno volentieri alla scuola...
-- E a me la scuola mi fa venire i dolori di corpo. Ma da oggi in poi
voglio mutar vita.
-- Me lo prometti?
-- Lo prometto. Voglio diventare un ragazzino perbene, e voglio essere
la consolazione del mio babbo... Dove sarà, il mio povero babbo, a
quest'ora?
-- Non lo so.
-- Avrò mai la fortuna di poterlo rivedere e abbracciare?
-- Credo di sì: anzi ne sono sicura. --
A questa risposta fu tale e tanta la contentezza di Pinocchio, che
prese le mani alla Fata e cominciò a baciargliele con tanta foga,
che pareva quasi fuori di sè. Poi, alzando il viso e guardandola
amorosamente, le domandò:
-- Dimmi, mammina: dunque non è vero che tu sia morta?
-- Par di no -- rispose sorridendo la Fata.
-- Se tu sapessi che dolore e che serratura alla gola che provai, quando
lessi -qui giace-...
-- Lo so: ed è per questo che ti ho perdonato. La sincerità del tuo
dolore mi fece conoscere che tu avevi il cuore buono: e dai ragazzi
buoni di cuore, anche se sono un po' monelli e avvezzati male, c'è
sempre da sperar qualcosa: ossia, c'è sempre da sperare che rientrino
sulla vera strada. Ecco perchè son venuta a cercarti fin qui. Io sarò
la tua mamma....
[Illustrazione: -- Dimmi, mammina: dunque non è vero che tu sia
morta?]
-- Oh che bella cosa! -- gridò Pinocchio saltando dall'allegrezza.
-- Tu mi ubbidirai e farai sempre quello che ti dirò io.
-- Volentieri, volentieri, volentieri!
-- Fino da domani -- soggiunse la Fata -- tu comincerai coll'andare a
scuola. --
Pinocchio diventò subito un po' meno allegro.
-- Poi sceglierai a tuo piacere un'arte o un mestiere.... --
Pinocchio diventò serio.
-- Che cosa brontoli fra i denti? -- domandò la Fata con accento
risentito.
-- Dicevo.... -- mugolò il burattino a mezza voce -- che oramai per andare
a scuola mi pare un po' tardi....
-- Nossignore. Tieni a mente che per istruirsi e per imparare non è mai
tardi.
-- Ma io non voglio fare nè arti nè mestieri....
-- Perchè?
-- Perchè a lavorare mi par fatica.
-- Ragazzo mio, -- disse la Fata -- quelli che dicono così, finiscono
quasi sempre o in carcere o all'ospedale. L'uomo, per tua regola,
nasca ricco o povero, è obbligato in questo mondo a far qualcosa, a
occuparsi, a lavorare. Guai a lasciarsi prendere dall'ozio! L'ozio è
una bruttissima malattia e bisogna guarirla subito, fin da bambini; se
no, quando siamo grandi non si guarisce più. --
Queste parole toccarono l'animo di Pinocchio, il quale, rialzando
vivacemente la testa, disse alla Fata:
-- Io studierò, io lavorerò, io farò tutto quello che mi dirai, perchè
insomma, la vita del burattino mi è venuta a noia, e voglio diventare
un ragazzo a tutti i costi. Me l'hai promesso, non è vero?
-- Te l'ho promesso, e ora dipende da te. --
XXVI.
Pinocchio va co' suoi compagni di scuola in riva al mare, per vedere il
terribile Pesce-cane.
Il giorno dopo Pinocchio andò alla Scuola comunale.
Figuratevi quelle birbe di ragazzi, quando videro entrare nella
loro scuola un burattino! Fu una risata, che non finiva più. Chi gli
faceva uno scherzo, chi un altro: chi gli levava il berretto di mano:
chi gli tirava il giubbettino di dietro; chi si provava a fargli
coll'inchiostro due grandi baffi sotto il naso, e chi si attentava
perfino a legargli dei fili ai piedi e alle mani, per farlo ballare.
Per un poco Pinocchio usò disinvoltura e tirò via; ma finalmente,
sentendosi scappar la pazienza, si rivolse a quelli che più lo
tafanavano e si pigliavano giuoco di lui, e disse loro a muso duro:
-- Badate, ragazzi: io non son venuto qui per essere il vostro buffone.
Io rispetto gli altri e voglio esser rispettato.
-- Bravo Berlicche! Hai parlato come un libro stampato! -- urlarono
quei monelli, buttandosi via dalle matte risate: e uno di loro più
impertinente degli altri, allungò la mano coll'idea di prendere il
burattino per la punta del naso.
Ma non fece a tempo: perchè Pinocchio stese la gamba sotto la tavola,
e gli consegnò una pedata negli stinchi.
-- Ohi! che piedi duri! -- urlò il ragazzo stropicciandosi il livido che
gli aveva fatto il burattino.
-- E che gomiti!... anche più duri dei piedi! -- disse un altro che, per
i suoi scherzi sguaiati, s'era beccata una gomitata nello stomaco.
Fatto sta che dopo quel calcio e quella gomitata, Pinocchio acquistò
subito la stima e la simpatia di tutti i ragazzi di scuola: e tutti gli
facevano mille carezze e tutti gli volevano un ben dell'anima.
E anche il maestro se ne lodava, perchè lo vedeva attento, studioso,
intelligente, sempre il primo a entrare nella scuola, sempre l'ultimo
a rizzarsi in piedi, a scuola finita.
Il solo difetto che avesse era quello di bazzicare troppi compagni;
e fra questi c'erano molti monelli conosciutissimi per la loro poca
voglia di studiare e di farsi onore.
[Illustrazione: E anche il maestro se ne lodava, perchè lo
vedeva attento, studioso, intelligente.]
Il maestro lo avvertiva tutti i giorni, e anche la buona Fata non
mancava di dirgli e di ripetergli più volte:
-- Bada, Pinocchio! Quei tuoi compagnacci di scuola finiranno, prima o
poi, col farti perdere l'amore allo studio e, forse forse, col tirarti
addosso qualche grossa disgrazia.
-- Non c'è pericolo! -- rispondeva il burattino, facendo una
spallucciata, e toccandosi coll'indice in mezzo alla fronte, come per
dire: «C'è tanto giudizio qui dentro!»
Ora avvenne che un bel giorno, mentre camminava verso la scuola,
incontrò un branco dei soliti compagni, che, andandogli incontro, gli
dissero:
-- Sai la gran notizia?
-- No.
-- Qui nel mare vicino è arrivato un Pesce-cane grosso come una montagna.
-- Davvero?... Che sia quel medesimo Pesce-cane di quando affogò il mio
povero babbo?
-- Noi andiamo alla spiaggia per vederlo. Vuoi venire anche tu?
-- Io no: voglio andare a scuola.
-- Che t'importa della scuola? Alla scuola ci anderemo domani. Con una
lezione di più o con una di meno, si rimane sempre gli stessi somari.
-- E il maestro che dirà?
-- Il maestro si lascia dire. È pagato apposta per brontolare tutti i
giorni.
-- E la mia mamma?
-- Le mamme non sanno mai nulla -- risposero quei malanni.
-- Sapete che cosa farò? -- disse Pinocchio. -- Il Pesce-cane voglio
vederlo per certe mie ragioni.... ma anderò a vederlo dopo la scuola.
-- Povero giucco! -- ribattè uno del branco. -- Che credi che un pesce
di quella grossezza voglia star lì a fare il comodo tuo? Appena s'è
annoiato, piglia il dirizzone per un'altra parte, e allora chi s'è
visto s'è visto.
[Illustrazione: Coi loro libri e i loro quaderni sotto il
braccio si mossero a correre attraverso ai campi.]
-- Quanto tempo ci vuole di qui alla spiaggia? -- domandò il burattino.
-- Fra un'ora siamo bell'e andati e tornati.
-- Dunque, via! e chi più corre, è più bravo! -- gridò Pinocchio.
Dato così il segnale della partenza, quel branco di monelli coi
loro libri e i loro quaderni sotto il braccio si messero a correre
attraverso ai campi e Pinocchio era sempre avanti a tutti, pareva che
avesse le ali ai piedi.
Di tanto in tanto, voltandosi indietro, canzonava i suoi compagni
rimasti a una bella distanza, e nel vederli ansanti, trafelati,
polverosi, e con tanto di lingua fuori, se la rideva proprio di cuore.
Lo sciagurato, in quel momento, non sapeva a quali paure e a quali
orribili disgrazie andava incontro.
XXVII.
Gran combattimento fra Pinocchio e i suoi compagni: uno dei quali
essendo rimasto ferito, Pinocchio viene arrestato dai carabinieri.
Giunto che fu sulla spiaggia, Pinocchio dètte subito una grande
occhiata sul mare; ma non vide nessun Pesce-cane. Il mare era tutto
liscio come un gran cristallo da specchio.
-- O il Pesce-cane dov'è? -- domandò, voltandosi ai compagni.
-- Sarà andato a far colazione -- rispose uno di loro, ridendo.
-- O si sarà buttato sul letto per fare un sonnellino -- soggiunse un
altro, ridendo più forte che mai.
Da quelle risposte sconclusionate e da quelle risatacce grulle,
Pinocchio capì che i suoi compagni gli avevano fatto una brutta celia,
dandogli ad intendere una cosa che non era vera; e pigliandosela a
male, disse loro con voce di bizza:
-- E ora? che sugo ci avete trovato a darmi ad intendere la storiella
del Pesce-cane?
-- Il sugo c'è sicuro!... -- risposero in coro quei monelli.
-- E sarebbe?
-- Quello di farti perdere la scuola e di farti venire con noi. Non ti
vergogni a mostrarti tutti i giorni così preciso e così diligente alla
lezione? Non ti vergogni a studiar tanto, come fai?
-- E se io studio, che cosa ve ne importa?
-- A noi ce ne importa moltissimo, perchè ci costringi a fare una brutta
figura col maestro....
-- Perchè?
-- Perchè gli scolari che studiano, fanno sempre scomparire quelli, come
noi, che non hanno voglia di studiare. E noi non vogliamo scomparire!
Anche noi abbiamo il nostro amor proprio!...
-- E allora che cosa devo fare per contentarvi?
-- Devi prendere a noia, anche tu, la scuola, la lezione e il maestro,
che sono i nostri tre grandi nemici.
-- E se io volessi seguitare a studiare?
-- Noi non ti guarderemo più in faccia, e alla prima occasione ce la
pagherai.
-- In verità mi fate quasi ridere -- disse il burattino con una
scrollatina di capo.
-- Ehi, Pinocchio! -- gridò allora il più grande di quei ragazzi
andandogli sul viso. -- Non venir qui a fare lo smargiasso: non venir
qui a far tanto il galletto!... perchè se tu non hai paura di noi,
neanche noi abbiamo paura di te! Ricordati che tu sei solo e noi siamo
sette.
-- Sette come i peccati mortali -- disse Pinocchio con una gran risata.
-- Avete sentito? Ci ha insultati tutti! Ci ha chiamato col nome di
peccati mortali!...
-- Pinocchio! chiedici scusa dell'offesa.... e se no, guai a te!...
-- Cucù! -- fece il burattino, battendosi coll'indice sulla punta del
naso, in segno di canzonatura.
-- Pinocchio! la finisce male!...
-- Cucù!
-- Ne toccherai quanto un somaro!...
-- Cucù!
-- Ritornerai a casa col naso rotto!...
-- Cucù!
-- Ora il Cucù te lo darò io! -- gridò il più ardito di quei monelli. --
Prendi intanto quest'acconto, e serbalo per la cena di stasera. --
E nel dir così, gli appiccicò un pugno nel capo.
Ma fu, come si suol dire, botta e risposta; perchè il burattino,
com'era da aspettarselo, rispose subito con un altro pugno: e lì, da un
momento all'altro, il combattimento diventò generale e accanito.
Pinocchio, sebbene fosse solo, si difendeva come un eroe. Con quei suoi
piedi di legno durissimo lavorava così bene, da tener sempre i suoi
nemici a rispettosa distanza. Dove i suoi piedi potevano arrivare e
toccare, ci lasciavano sempre un livido per ricordo.
Allora i ragazzi indispettiti di non potersi misurare col burattino a
corpo a corpo, pensarono bene di metter mano ai proiettili; e sciolti
i fagotti de' loro libri di scuola, cominciarono a scagliare contro di
lui i -Sillabari-, le -Grammatiche-, i -Giannettini-, i -Minuzzoli-,
i -Racconti- del Thouar, il -Pulcino- della Baccini e altri libri
scolastici: ma il burattino, che era d'occhio svelto e ammalizzito,
faceva sempre civetta a tempo, sicchè i volumi, passandogli di sopra al
capo, andavano tutti a cascare nel mare.
Figuratevi i pesci! I pesci, credendo che quei libri fossero roba da
mangiare, correvano a frotte a fior d'acqua; ma dopo avere abboccata
qualche pagina o qualche frontespizio, la risputavano subito, facendo
con la bocca una certa smorfia, che pareva volesse dire: «Non è roba
per noi: noi siamo avvezzi a cibarci molto meglio!»
Intanto il combattimento s'inferociva sempre più, quand'ecco che un
grosso Granchio, che era uscito fuori dell'acqua e s'era adagio adagio
arrampicato fin sulla spiaggia, gridò con una vociaccia di trombone
infreddato:
-- Smettetela, birichini che non siete altro! Queste guerre manesche
fra ragazzi e ragazzi raramente vanno a finir bene. Qualche disgrazia
accade sempre!... --
[Illustrazione: Quand'ecco che un grosso Granchio, che era
uscito fuori dall'acqua....]
Povero Granchio! Fu lo stesso che avesse predicato al vento. Anzi,
quella birba di Pinocchio, voltandosi indietro a guardarlo in cagnesco,
gli disse sgarbatamente:
-- Chetati, Granchio dell'uggia! Faresti meglio a succiare due pasticche
di lichene per guarire da codesta infreddatura di gola. Va' piuttosto
a letto, e cerca di sudare!...
In quel frattempo i ragazzi, che avevano finito ormai di tirare tutti
i loro libri, occhiarono lì a poca distanza il fagotto dei libri del
burattino, e se ne impadronirono in men che non si dice.
Fra questi libri, v'era un volume rilegato in cartoncino grosso, colla
costola e colle punte di cartapecora. Era un -Trattato di Aritmetica-.
Vi lascio immaginare se era peso di molto!
Uno di quei monelli agguantò quel volume, e presa di mira la testa di
Pinocchio, lo scagliò con quanta forza aveva nel braccio: ma invece di
cogliere il burattino, colse nella testa uno dei compagni, il quale
diventò bianco come un panno lavato, e non disse altro che queste
parole:
-- O mamma mia,... aiutatemi perchè muoio!... -- Poi cadde disteso sulla
rena del lido.
Alla vista di quel morticino, i ragazzi spaventati si dettero a
scappare a gambe, e in pochi minuti non si videro più.
Ma Pinocchio rimase lì; e sebbene per il dolore e per lo spavento,
anche lui fosse più morto che vivo, nondimeno corse ad inzuppare il
suo fazzoletto nell'acqua del mare, e si pose a bagnare la tempia del
suo povero compagno di scuola. E intanto, piangendo dirottamente e
disperandosi, lo chiamava per nome e gli diceva:
-- Eugenio!... povero Eugenio mio!... apri gli occhi e guardami!...
Perchè non mi rispondi? Non sono stato io, sai, che ti ho fatto tanto
male! Credilo, non sono stato io!... Apri gli occhi, Eugenio.... Se
tieni gli occhi chiusi, mi farai morire anche me.... O Dio mio! come
farò ora a tornare a casa?... Con che coraggio potrò presentarmi alla
mia buona mamma? Che sarà di me?... Dove fuggirò?... Dove anderò a
nascondermi?... Oh quant'era meglio, mille volte meglio che fossi
andato a Scuola!... Perchè ho dato retta a questi compagni, che sono
la mia dannazione? E il maestro me l'aveva detto!... e la mia mamma
me l'aveva ripetuto: «Guardati dai cattivi compagni!» Ma io sono un
testardo.... un caparbiaccio.... lascio dir tutti, e poi fo sempre a
modo mio! E dopo mi tocca a scontarle.... E così, da che sono al mondo,
non ho mai avuto un quarto d'ora di bene. Dio mio! Che sarà di me, che
sarà di me, che sarà di me? --
E Pinocchio continuava a piangere, a berciare, a darsi dei pugni nel
capo e a chiamar per nome il povero Eugenio, quando sentì a un tratto
un rumore sordo di passi che si avvicinavano.
Si voltò: erano due carabinieri.
-- Che cosa fai così sdraiato per terra? -- domandarono a Pinocchio.
-- Assisto questo mio compagno di scuola.
-- Che gli è venuto male?
-- Par di sì!...
-- Altro che male! -- disse uno dei carabinieri chinandosi e osservando
Eugenio da vicino. -- Questo ragazzo è stato ferito in una tempia: chi
è che l'ha ferito?
-- Io no! -- balbettò il burattino che non aveva più fiato in corpo.
-- Se non sei stato tu, chi è stato dunque che l'ha ferito?
-- Io no! -- ripetè Pinocchio.
-- E con che cosa è stato ferito?
-- Con questo libro. -- E il burattino raccattò di terra il -Trattato
di Aritmetica-, rilegato in cartone e cartapecora, per mostrarlo al
carabiniere.
-- E questo libro di chi è?
-- Mio.
-- Basta così: non occorre altro. Rizzati subito, e vien via con noi.
-- Ma io....
-- Via con noi!...
-- Ma io sono innocente....
-- Via con noi! --
Prima di partire, i carabinieri chiamarono alcuni pescatori, che in
quel momento passavano per l'appunto colla loro barca vicino alla
spiaggia, e dissero loro:
-- Vi affidiamo questo ragazzetto ferito nel capo. Portatelo a casa
vostra e assistetelo. Domani torneremo a vederlo. --
Quindi si volsero a Pinocchio, e dopo averlo messo in mezzo a loro due,
gl'intimarono con accento soldatesco:
-- Avanti! e cammina spedito! se no, peggio per te! --
Senza farselo ripetere, il burattino cominciò a camminare per quella
viottola, che conduceva al paese. Ma il povero diavolo non sapeva
più nemmeno lui in che mondo si fosse. Gli pareva di sognare, e che
brutto sogno! Era fuori di sè. I suoi occhi vedevano tutto doppio: le
gambe gli tremavano: la lingua gli era rimasta attaccata al palato e
non poteva più spiccicare una sola parola. Eppure, in mezzo a quella
specie di stupidità e di rintontimento, una spina acutissima gli bucava
il cuore: il pensiero, cioè, di dover passare sotto le finestre di
casa della sua buona fata, in mezzo ai carabinieri. Avrebbe preferito
piuttosto di morire.
[Illustrazione: Si volsero a Pinocchio, e dopo averlo messo in
mezzo a loro due.]
Erano già arrivati e stavano per entrare in paese, quando una folata di
vento strapazzone levò di testa a Pinocchio il berretto, portandoglielo
lontano una diecina di passi.
-- Si contentano -- disse il burattino ai carabinieri -- che vada a
riprendere il mio berretto?
-- Vai pure; ma facciamo una cosa lesta. --
Il burattino andò, raccattò il berretto.... ma invece di metterselo
in capo, se lo mise in bocca fra i denti, e poi cominciò a correre di
gran carriera verso la spiaggia del mare. Andava via come una palla di
fucile.
I carabinieri, giudicando che fosse difficile raggiungerlo, gli
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