mettervi dentro la coda, quando il tempo cominciava a piovere.
-- Su da bravo, Medoro! -- disse la Fata al Can-barbone. -- Fa' subito
attaccare la più bella carrozza della mia scuderia e prendi la via del
bosco. Arrivato che sarai sotto la Quercia grande, troverai disteso
sull'erba un povero burattino mezzo morto. Raccoglilo con garbo,
posalo pari pari sui cuscini della carrozza e portamelo qui. Hai
capito? --
Il Can-barbone, per fare intendere che aveva capito, dimenò tre o
quattro volte la fodera di raso turchino, che aveva dietro, e partì
come un barbero.
Di lì a poco, si vide uscire dalla scuderia una bella carrozzina color
dell'aria, tutta imbottita di penne di canarino e foderata nell'interno
di panna montata e di crema coi savoiardi. La carrozzina era tirata da
cento pariglie di topini bianchi, e il Can-barbone, seduto a cassetta,
schioccava la frusta a destra e a sinistra, come un vetturino quand'ha
paura di aver fatto tardi.
[Illustrazione: Il Can-barbone partì come un barbero.]
Non era ancora passato un quarto d'ora che la carrozzina tornò, e
la Fata, che stava aspettando sull'uscio di casa, prese in collo il
povero burattino, e portatolo in una cameretta che aveva le pareti di
madreperla, mandò subito a chiamare i medici più famosi del vicinato.
E i medici arrivarono subito uno dopo l'altro: arrivò cioè, un Corvo,
una Civetta e un Grillo-parlante.
-- Vorrei saper da lor signori -- disse la Fata, rivolgendosi ai tre
medici riuniti intorno al letto di Pinocchio -- vorrei sapere da lor
signori se questo disgraziato burattino sia vivo o morto!... --
[Illustrazione: La Fata prese in collo il povero burattino.]
A quest'invito, il Corvo, facendosi avanti per il primo, tastò il polso
a Pinocchio; poi gli tastò il naso, poi il dito mignolo dei piedi: e
quand'ebbe tastato ben bene, pronunziò solennemente queste parole:
-- A mio credere il burattino è bell'e morto: ma se per disgrazia non
fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo!
-- Mi dispiace -- disse la Civetta -- di dover contraddire il Corvo, mio
illustre amico e collega; per me, invece, il burattino è sempre vivo;
ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che è morto
davvero.
-- E lei non dice nulla? -- domandò la Fata al Grillo-parlante.
-- Io dico che il medico prudente, quando non sa quello che dice,
la miglior cosa che possa fare, è quella di stare zitto. Del resto
quel burattino lì, non m'è fisonomia nuova: io lo conosco da un
pezzo! --
Pinocchio, che fin allora era stato immobile come un vero pezzo di
legno, ebbe una specie di fremito convulso, che fece scuotere tutto il
letto.
-- Quel burattino lì -- seguitò a dire il Grillo-parlante -- è una birba
matricolata.... --
Pinocchio aprì gli occhi e li richiuse subito.
-- È un monellaccio, uno svogliato, un vagabondo.... --
Pinocchio si nascose la faccia sotto i lenzuoli.
-- Quel burattino lì è un figliuolo disubbidiente, che farà morire di
crepacuore il suo povero babbo!... --
A questo punto si sentì nella camera un suono soffocato di pianti e
singhiozzi. Figuratevi come rimasero tutti, allorchè, sollevati un poco
i lenzuoli, si accorsero che quello che piangeva e singhiozzava era
Pinocchio.
-- Quando il morto piange è segno che è in via di guarigione -- disse
solennemente il Corvo.
-- Mi duole di contraddire il mio illustre amico e collega, -- soggiunse
la Civetta -- ma per me quando il morto piange, è segno che gli dispiace
a morire. --
XVII.
Pinocchio mangia lo zucchero, ma non vuol purgarsi; però quando vede
i becchini che vengono a portarlo via, allora si purga. Poi dice una
bugia e per gastigo gli cresce il naso.
Appena i tre medici furono usciti di camera, la Fata si accostò a
Pinocchio, e, dopo averlo toccato sulla fronte, si accòrse che era
travagliato da un febbrone da non si dire.
Allora sciolse un certa polverina bianca in un mezzo bicchier d'acqua,
e porgendolo al burattino, gli disse amorosamente:
-- Bevila, e in pochi giorni sarai guarito. --
Pinocchio guardò il bicchiere, storse un po' la bocca, e poi domandò
con voce di piagnisteo:
-- È dolce o amara?
-- È amara, ma ti farà bene.
-- Se è amara non la voglio.
-- Da' retta a me: bevila.
-- A me l'amaro non mi piace.
-- Bevila: e quando l'avrai bevuta, ti darò una pallina di zucchero, per
rifarti la bocca.
-- Dov'è la pallina di zucchero?
-- Eccola qui -- disse la Fata, tirandola fuori da una zuccheriera d'oro.
-- Prima voglio la pallina di zucchero, e poi beverò quell'acquaccia
amara....
-- Me lo prometti?
-- Sì.... --
La Fata gli dette la pallina, e Pinocchio dopo averla sgranocchiata e
ingoiata in un attimo, disse leccandosi i labbri:
-- Bella cosa se anche lo zucchero fosse una medicina!... Mi purgherei
tutt'i giorni.
-- Ora mantieni la promessa e bevi queste poche gocciole d'acqua, che ti
renderanno la salute. --
Pinocchio prese di mala voglia il bicchiere in mano e vi ficcò dentro
la punta del naso: poi se l'accostò alla bocca: poi tornò a ficcarci la
punta del naso: finalmente disse:
-- È troppo amara! troppo amara! Io non la posso bere.
-- Come fai a dirlo, se non l'hai nemmeno assaggiata?
-- Me lo figuro! L'ho sentita all'odore. Voglio prima un'altra pallina
di zucchero.... e poi la beverò! --
Allora la Fata, con tutta la pazienza di una buona mamma, gli pose
in bocca un altro po' di zucchero; e dopo gli presentò daccapo il
bicchiere.
-- Così non lo posso bere! -- disse il burattino, facendo mille smorfie.
-- Perchè?
-- Perchè mi dà noia quel guanciale che ho laggiù sui piedi. --
La Fata gli levò il guanciale.
-- È inutile! Nemmeno così la posso bere.
-- Che cos'altro ti dà noia?
-- Mi da noia l'uscio di camera, che è mezzo aperto. --
La Fata andò, e chiuse l'uscio di camera.
-- Insomma, -- gridò Pinocchio dando in uno scoppio di pianto --
quest'acquaccia amara, non la voglio bere, no, no, no!...
-- Ragazzo mio, te ne pentirai....
-- Non me n'importa....
-- La tua malattia è grave.
-- Non me n'importa.....
-- La febbre ti porterà in poche ore all'altro mondo....
-- Non me n'importa....
-- Non hai paura della morte?
-- Nessuna paura! Piuttosto morire, che bevere quella medicina
cattiva. --
A questo punto, la porta della camera si spalancò, ed entrarono dentro
quattro conigli neri come l'inchiostro, che portavano sulle spalle una
piccola bara da morto.
[Illustrazione: Entrarono dentro quattro conigli neri come
l'inchiostro.]
-- Che cosa volete da me? -- gridò Pinocchio, rizzandosi tutto impaurito
a sedere sul letto.
-- Siamo venuti a prenderti -- rispose il coniglio più grosso.
-- A prendermi? Ma io non sono ancora morto!...
-- Ancora no: ma ti restano pochi momenti di vita, avendo tu ricusato di
bevere la medicina, che ti avrebbe guarito dalla febbre!
-- O Fata mia, o Fata mia! -- cominciò allora a strillare il burattino
-- datemi subito quel bicchiere.... Spicciatevi, per carità, perchè non
voglio morire, no.... non voglio morire. --
E preso il bicchiere con tutt'e due le mani, lo votò in un fiato.
-- Pazienza! -- dissero i conigli. -- Per questa volta abbiamo fatto il
viaggio a ufo. -- E tiratisi di nuovo la piccola bara sulle spalle,
uscirono di camera bofonchiando e mormorando fra i denti.
Fatto sta che di lì a pochi minuti, Pinocchio saltò giù dal letto,
bell'e guarito; perchè bisogna sapere che i burattini di legno hanno il
privilegio di ammalarsi di rado e di guarire prestissimo.
E la Fata, vedendolo correre e ruzzare per la camera, vispo e allegro
come un gallettino di primo canto, gli disse:
-- Dunque la mia medicina t'ha fatto bene davvero?
-- Altro che bene! Mi ha rimesso al mondo!
-- E allora come mai ti sei fatto tanto pregare a beverla?
-- Egli è che noi ragazzi siamo tutti così! Abbiamo più paura delle
medicine che del male.
-- Vergogna! I ragazzi dovrebbero sapere che un buon medicamento preso a
tempo, può salvarli da una grave malattia e fors'anche dalla morte....
-- Oh! ma un'altra volta non mi farò tanto pregare! Mi rammenterò di
quei conigli neri, con la bara sulle spalle.... e allora piglierò
subito il bicchiere in mano e giù....
-- Ora vieni un po' qui da me, e raccontami come andò che ti trovasti
fra le mani degli assassini.
-- Gli andò, che il burattinaio Mangiafoco, mi dette cinque monete
d'oro, e mi disse: -- To', portale al tuo babbo! -- e io, invece, per la
strada trovai una Volpe e un Gatto, due persone molto per bene, che mi
dissero: -- Vuoi che codeste monete diventino mille e duemila? Vieni con
noi, e ti condurremo al Campo dei miracoli. -- E io dissi, andiamo; --
e loro dissero: -- Fermiamoci qui all'osteria del Gambero Rosso, e dopo
la mezzanotte ripartiremo. -- E io quando mi svegliai, non c'erano più,
perchè erano partiti. Allora io cominciai a camminare di notte, che
era un buio che pareva impossibile, per cui trovai per la strada due
assassini dentro due sacchi da carbone, che mi dissero: -- Metti fuori
i quattrini; -- e io dissi: -- non ce n'ho; -- perchè le monete d'oro me
l'ero nascoste in bocca, e uno degli assassini si provò a mettermi le
mani in bocca, e io con un morso gli staccai la mano e poi la sputai,
ma invece di una mano sputai uno zampetto di gatto. E gli assassini a
corrermi dietro, e io corri che ti corri, finchè mi raggiunsero, e mi
legarono per il collo a un albero di questo bosco col dire: -- Domani
torneremo qui, e allora sarai morto e colla bocca aperta, e così ti
porteremo via le monete d'oro che hai nascoste sotto la lingua. --
-- E ora le quattro monete dove le hai messe? -- gli domandò la Fata.
-- Le ho perdute! -- rispose Pinocchio; ma disse una bugia, perchè invece
le aveva in tasca.
Appena detta la bugia il suo naso, che era già lungo, gli crebbe subito
due dita di più.
-- E dove le hai perdute?
-- Nel bosco qui vicino. --
A questa seconda bugia, il naso seguitò a crescere.
-- Se le hai perdute nel bosco vicino -- disse la Fata -- le cercheremo e
le ritroveremo: perchè tutto quello che si perde nel vicino bosco, si
ritrova sempre.
-- Ah! ora che mi rammento bene -- replicò il burattino imbrogliandosi
-- le quattro monete non le ho perdute, ma senza avvedermene, le ho
inghiottite mentre bevevo la vostra medicina. --
[Illustrazione: Il naso gli si allungò in un modo così
straordinario....]
A questa terza bugia, il naso gli si allungò in un modo così
straordinario, che il povero Pinocchio non poteva più girarsi da
nessuna parte. Se si voltava di qui, batteva il naso nel letto o nei
vetri della finestra, se si voltava di là, lo batteva nelle pareti
o nella porta di camera, se alzava un po' di più il capo, correva il
rischio di ficcarlo in un occhio alla Fata.
E la Fata lo guardava e rideva.
-- Perchè ridete? -- gli domandò il burattino, tutto confuso e
impensierito di quel suo naso che cresceva a occhiate.
-- Rido della bugia che hai detto.
-- Come mai sapete che ho detto una bugia?
-- Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito, perchè ve ne sono di
due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che
hanno il naso lungo: la tua per l'appunto è di quelle che hanno il naso
lungo. --
Pinocchio, non sapendo più dove nascondersi per la vergogna, si provò a
fuggire di camera, ma non gli riuscì. Il suo naso era cresciuto tanto,
che non passava più dalla porta.
XVIII.
Pinocchio ritrova la Volpe e il Gatto, e va con loro a seminare le
quattro monete nel Campo dei miracoli.
Come potete immaginarvelo, la Fata lasciò che il burattino piangesse e
urlasse una buona mezz'ora a motivo di quel suo naso che non passava
più dalla porta di camera: e lo fece per dargli una severa lezione e
perchè si correggesse dal brutto vizio di dire bugie, il più brutto
vizio che possa avere un ragazzo. Ma quando lo vide trasfigurato e
cogli occhi fuori della testa dalla gran disperazione, allora, mossa
a pietà, battè le mani insieme, e a quel segnale entrarono in camera
dalla finestra un migliaio di grossi uccelli chiamati -Picchi-,
i quali, posatisi tutti sul naso di Pinocchio, cominciarono a
beccarglielo tanto e poi tanto, che in pochi minuti quel naso enorme e
spropositato si trovò ridotto alla sua grandezza naturale.
-- Quanto siete buona, Fata mia, -- disse il burattino, asciugandosi gli
occhi -- e quanto bene vi voglio!
-- Ti voglio bene anch'io, -- rispose la Fata -- e se tu vuoi rimanere con
me, tu sarai il mio fratellino e io la tua buona sorellina....
-- Io resterei volentieri.... ma il mio povero babbo?
-- Ho pensato a tutto. Il tuo babbo è stato digià avvertito: e prima che
faccia notte, sarà qui.
-- Davvero? -- gridò Pinocchio, saltando dall'allegrezza. -- Allora,
Fatina mia, se vi contentate, vorrei andargli incontro! Non vedo l'ora
di poter dare un bacio a quel povero vecchio, che ha sofferto tanto per
me!
-- Va' pure, ma bada di non ti sperdere. Prendi la via del bosco, e sono
sicura che lo incontrerai. --
Pinocchio partì: e appena entrato nel bosco, cominciò a correre come
un capriòlo. Ma quando fu arrivato a un certo punto, quasi in faccia
alla Quercia grande, si fermò, perchè gli parve di aver sentito gente
fra mezzo alle frasche. Difatti vide apparire sulla strada, indovinate
chi?... la Volpe e il Gatto, ossia i due compagni di viaggio coi quali
aveva cenato all'osteria del Gambero rosso.
-- Ecco il nostro caro Pinocchio! -- gridò la Volpe, abbracciandolo e
baciandolo. -- Come mai sei qui?
-- Come mai sei qui? -- ripetè il Gatto.
-- È una storia lunga -- disse il burattino -- e ve la racconterò a
comodo. Sappiate però che l'altra notte, quando mi avete lasciato solo
nell'osteria ho trovato gli assassini per la strada....
-- Gli assassini?... Oh povero amico! E che cosa volevano?
[Illustrazione: -- Ecco il nostro caro Pinocchio! -- gridò la
Volpe, abbracciandolo.]
-- Mi volevano rubare le monete d'oro.
-- Infami!... -- disse la Volpe.
-- Infamissimi! -- ripetè il Gatto.
-- Ma io cominciai a scappare -- continuò a dire il burattino -- e loro
sempre dietro: finchè mi raggiunsero e m'impiccarono a un ramo di
quella quercia.... --
E Pinocchio accennò la Quercia grande, che era lì a due passi.
-- Si può sentir di peggio? -- disse la Volpe. -- In che mondo siamo
condannati a vivere! Dove troveremo un rifugio sicuro noialtri
galantuomini? --
Nel tempo che parlavano così, Pinocchio si accorse che il gatto era
zoppo dalla gamba destra davanti, perchè gli mancava in fondo tutto lo
zampetto cogli unghioli; per cui gli domandò:
-- Che cosa hai fatto del tuo zampetto? --
Il gatto voleva rispondere qualche cosa, ma s'imbrogliò. Allora la
Volpe disse subito:
-- Il mio amico è troppo modesto, e per questo non risponde. Risponderò
io per lui. Sappi dunque che un'ora fa abbiamo incontrato sulla strada
un vecchio lupo, quasi svenuto dalla fame, che ci ha chiesto un po'
d'elemosina. Non avendo noi da dargli nemmeno una lisca di pesce, che
cosa ha fatto l'amico mio, che ha davvero un cuore di Cesare? Si è
staccato coi denti uno zampetto delle sue gambe davanti e l'ha gettato
a quella povera bestia, perchè potesse sdigiunarsi. --
E la Volpe, nel dir così si asciugò una lagrima.
Pinocchio, commosso anche lui, si avvicinò al Gatto, sussurrandogli
negli orecchi:
-- Se tutti i gatti ti somigliassero, fortunati i topi!
-- E ora che cosa fai in questi luoghi? -- domandò la Volpe al burattino.
-- Aspetto il mio babbo, che deve arrivare qui di momento in momento.
-- E le tue monete d'oro?
-- Le ho sempre in tasca, meno una che la spesi all'osteria del Gambero
rosso.
-- E pensare che, invece di quattro monete, potrebbero diventare domani
mille e duemila! Perchè non dài retta al mio consiglio? Perchè non vai
a seminarle nel Campo dei miracoli?
-- Oggi è impossibile: vi anderò un altro giorno.
-- Un altro giorno sarà tardi! -- disse la Volpe.
-- Perchè?
-- Perchè quel campo è stato comprato da un gran signore, e da domani in
là non sarà più permesso a nessuno di seminarvi i denari.
-- Quant'è distante di qui il Campo dei miracoli?
-- Due chilometri appena. Vuoi venire con noi? Fra mezz'ora sei là:
semini subito le quattro monete: dopo pochi minuti ne raccogli duemila,
e stasera ritorni qui con le tasche piene. Vuoi venire con noi? --
Pinocchio esitò un poco a rispondere, perchè gli tornò in mente la
buona Fata, il vecchio Geppetto e gli avvertimenti del Grillo-parlante;
ma poi finì col fare come fanno tutti i ragazzi senza un fil di
giudizio e senza cuore; finì, cioè, col dare una scrollatina di capo,
e disse alla Volpe e al Gatto:
-- Andiamo pure; io vengo con voi. --
E partirono.
Dopo aver camminato una mezza giornata arrivarono a una città che
aveva nome «Acchiappacitrulli.» Appena entrato in città, Pinocchio
vide tutte le strade popolate di cani spelacchiati, che sbadigliavano
dall'appetito, di pecore tosate, che tremavano dal freddo, e di galline
rimaste senza cresta e senza bargigli, che chiedevano l'elemosina d'un
chicco di granturco, di grosse farfalle che non potevano più volare,
perchè avevano venduto le loro bellissime ali colorite, di pavoni
tutti scodati, che si vergognavano a farsi vedere, e di fagiani che
zampettavano cheti cheti, rimpiangendo le loro scintillanti penne d'oro
e d'argento, ormai perdute per sempre.
In mezzo a questa folla di accattoni e di poveri vergognosi, passavano
di tanto in tanto alcune carrozze signorili con entro o qualche Volpe,
o qualche Gazza ladra, o qualche uccellaccio di rapina.
-- E il Campo dei miracoli dov'è? -- domandò Pinocchio.
-- È qui a due passi. --
[Illustrazione: Vide tutte le strade popolate di cani
spelacchiati.]
Detto fatto traversarono la città, e, usciti fuori delle mura, si
fermarono in un campo solitario che, su per giù, somigliava a tutti gli
altri campi.
-- Eccoci giunti; -- disse la Volpe al burattino -- ora chinati giù a
terra, scava con le mani una piccola buca nel campo, e mettici dentro
le monete d'oro. --
Pinocchio obbedì. Scavò la buca, ci pose le quattro monete d'oro che
gli erano rimaste: e dopo ricoprì la buca con un po' di terra.
-- Ora poi -- disse la Volpe -- va' alla gora qui vicina, prendi una
secchia d'acqua e annaffia il terreno dove hai seminato. --
Pinocchio andò alla gora, e perchè non aveva lì per lì una secchia, si
levò di piedi una ciabatta, e riempitala d'acqua, annaffiò la terra che
copriva la buca. Poi domandò:
-- C'è altro da fare?
-- Nient'altro; -- rispose la Volpe -- ora possiamo andar via. Tu poi
ritorna qui fra una ventina di minuti, e troverai l'arboscello già
spuntato dal suolo e coi rami tutti carichi di monete. --
Il povero burattino, fuori di sè dalla gran contentezza, ringraziò
mille volte la Volpe e il Gatto, e promise loro un bellissimo regalo.
-- Noi non vogliamo regali; -- risposero que' due malanni -- a noi ci
basta di averti insegnato il modo di arricchire senza durar fatica, e
siamo contenti come pasque. --
Ciò detto salutarono Pinocchio, e augurandogli una buona raccolta, se
ne andarono per i fatti loro.
XIX.
Pinocchio è derubato delle sue monete d'oro, e per gastigo si busca
quattro mesi di prigione.
Il burattino, ritornato in città, cominciò a contare i minuti a uno a
uno: e quando gli parve che fosse l'ora, riprese subito la strada che
menava al Campo dei miracoli.
E mentre camminava con passo frettoloso, il cuore gli batteva forte e
gli faceva tic, tac, tic, tac, come un orologio da sala, quando corre
davvero. E intanto pensava dentro di sè:
-- E se invece di mille monete ne trovassi su i rami dell'albero
duemila?... E se invece di duemila, ne trovassi cinquemila? e se invece
di cinquemila, ne trovassi centomila? O che bel signore, allora, che
diventerei!... Vorrei avere un bel palazzo, mille cavallini di legno
e mille scuderie, per potermi baloccare, una cantina di rosolii e
di alchermes, e una libreria tutta piena di canditi, di torte, di
panettoni, di mandorlati e di cialdoni colla panna. --
[Illustrazione: Tirò fuori una mano di tasca e si dette una
lunghissima grattatina di capo.]
Così fantasticando, giunse in vicinanza del campo, e lì si fermò a
guardare se per caso avesse potuto scorgere qualche albero coi rami
carichi di monete: ma non vide nulla. Fece altri cento passi in avanti,
e nulla; entrò sul campo.... andò proprio su quella piccola buca, dove
aveva sotterrato i suoi zecchini, e nulla. Allora diventò pensieroso,
e, dimenticando le regole del Galateo e della buona creanza, tirò fuori
una mano di tasca e si dette una lunghissima grattatina di capo.
In quel mentre sentì fischiarsi negli orecchi una gran risata: e
voltandosi in su, vide sopra un albero un grosso pappagallo, che si
spollinava le poche penne che aveva addosso.
-- Perchè ridi? -- gli domandò Pinocchio con voce di bizza.
-- Rido, perchè nello spollinarmi mi son fatto il solletico sotto le
ali. --
Il burattino non rispose. Andò alla gora e riempita d'acqua la solita
ciabatta, si pose nuovamente ad annaffiare la terra, che ricopriva le
monete d'oro.
Quand'ecco che un'altra risata, anche più impertinente della prima, si
fece sentire nella solitudine silenziosa di quel campo.
-- Insomma, -- gridò Pinocchio arrabbiandosi -- si può sapere, Pappagallo
mal educato, di che cosa ridi?
-- Rido di quei barbagianni, che credono a tutte le scioccherie e che si
lasciano trappolare da chi è più furbo di loro.
-- Parli forse di me?
-- Sì, parlo di te, povero Pinocchio: di te che sei così dolce di sale,
da credere che i denari si possano seminare e raccogliere nei campi,
come si seminano i fagiuoli e le zucche. Anch'io l'ho creduto una
volta, e oggi ne porto le pene. Oggi (ma troppo tardi!) mi son dovuto
persuadere che per mettere insieme onestamente pochi soldi bisogna
saperseli guadagnare o col lavoro delle proprie mani o coll'ingegno
della propria testa.
-- Non ti capisco -- disse il burattino, che già cominciava a tremare
dalla paura.
-- Pazienza! Mi spiegherò meglio -- soggiunse il Pappagallo. -- Sappi
dunque che, mentre tu eri in città, la Volpe e il Gatto sono tornati
in questo campo: hanno preso le monete d'oro sotterrate, e poi sono
fuggiti come il vento. E ora, chi li raggiunge è bravo! --
Pinocchio restò a bocca aperta, e non volendo credere alle parole del
Pappagallo, cominciò colle mani e colle unghie a scavare il terreno che
aveva annaffiato. E scava, scava, scava, fece una buca così profonda,
che ci sarebbe entrato per ritto un pagliaio: ma le monete non c'erano
più.
Preso allora dalla disperazione, tornò di corsa in città e andò
difilato in tribunale, per denunziare al giudice i due malandrini, che
lo avevano derubato.
Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla: un vecchio
scimmione rispettabile per la sua grave età, per la sua barba bianca e
specialmente per i suoi occhiali d'oro, senza vetri, che era costretto
a portare continuamente, a motivo d'una flussione d'occhi, che lo
tormentava da parecchi anni.
[Illustrazione: Pinocchio, alla presenza del giudice raccontò
per filo e per segno l'iniqua frode.]
Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò per filo e per segno
l'iniqua frode, di cui era stato vittima; dette il nome, il cognome e
i connotati dei malandrini, e finì chiedendo giustizia.
Il giudice lo ascoltò con molta benignità; prese vivissima parte al
racconto: s'intenerì, si commosse: e quando il burattino non ebbe più
nulla da dire, allungò la mano e sonò il campanello.
A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da
giandarmi.
Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro:
-- Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d'oro:
pigliatelo dunque, e mettetelo subito in prigione. --
Il burattino, sentendosi dare questa sentenza fra capo e collo,
rimase di princisbecco e voleva protestare: ma i giandarmi, a scanso
di perditempi inutili, gli tapparono la bocca e lo condussero in
gattabuia.
E lì v'ebbe a rimanere quattro mesi: quattro lunghissimi mesi:
e vi sarebbe rimasto anche di più, se non si fosse dato un caso
fortunatissimo. Perchè bisogna sapere che il giovane Imperatore
che regnava nella città di Acchiappacitrulli, avendo riportato una
bella vittoria contro i suoi nemici, ordinò grandi feste pubbliche,
luminarie, fuochi artificiali, corse di barberi e di velocipedi, e in
segno di maggiore esultanza, volle che fossero aperte anche le carceri
e mandati fuori tutti i malandrini.
-- Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch'io -- disse
Pinocchio al carceriere.
[Illustrazione: -- Quel povero diavolo è stato derubato di
quattro monete d'oro: pigliatelo dunque, e mettetelo subito in
prigione.]
-- Voi no, -- rispose il carceriere -- perchè voi non siete del bel
numero....
-- Domando scusa; -- replicò Pinocchio -- sono un malandrino anch'io.
[Illustrazione: Gli tapparono la bocca e lo condussero in
gattabuia.]
-- In questo caso avete mille ragioni, -- disse il carceriere; e
levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo, gli aprì le porte
della prigione e lo lasciò scappare.
XX.
Liberato dalla prigione, si avvia per tornare a casa della Fata; ma
lungo la strada trova un serpente orribile, e poi rimane preso alla
tagliuola.
Figuratevi l'allegrezza di Pinocchio quando si sentì libero. Senza
stare a dire che è e che non è, uscì subito fuori della città e riprese
la strada che doveva ricondurlo alla Casina della Fata.
A cagione del tempo piovigginoso, la strada era diventata tutta un
pantano e ci si andava fino a mezza gamba.
Ma il burattino non se ne dava per inteso.
Tormentato dalla passione di rivedere il suo babbo e la sua sorellina
dai capelli turchini, correva a salti come un can levriero, e nel
correre le pillacchere gli schizzavano fin sopra il berretto. Intanto
andava dicendo fra sè e sè:
-- Quante disgrazie mi sono accadute... E me le merito! perchè io
sono un burattino testardo e piccoso..., voglio far sempre tutte le
cose a modo mio, senza dar retta a quelli che mi voglion bene e che
hanno mille volte più giudizio di me!... Ma da questa volta in là,
faccio proponimento di cambiar vita e di diventare un ragazzo ammodo
e ubbidiente!... Tanto ormai ho bell'e visto che i ragazzi, a essere
disubbidienti, ci scapitano sempre e non ne infilano mai una per il su'
verso. E il mio babbo mi avrà aspettato?... Ce lo troverò a casa della
Fata? È tanto tempo, pover'uomo, che non lo vedo più, e che mi struggo
di fargli mille carezze e di finirlo dai baci! E la Fata mi perdonerà
la brutta azione che le ho fatta?... E pensare che ho ricevuto da lei
tante attenzioni e tante cure amorose.... e pensare che se oggi son
sempre vivo, lo debbo a lei! Ma si può dare un ragazzo più ingrato e
più senza cuore di me?... --
Nel tempo che diceva così, si fermò tutt'a un tratto spaventato, e fece
quattro passi indietro.
Che cosa aveva veduto?
Aveva veduto un grosso serpente, disteso attraverso alla strada, che
aveva la pelle verde, gli occhi di fuoco e la coda appuntata che gli
fumava come una cappa di camino.
Impossibile immaginarsi la paura del burattino: il quale,
allontanandosi più di mezzo chilometro, si mise a sedere sopra un
monticello di sassi, aspettando che il serpente se ne andasse una buona
volta per i fatti suoi e lasciasse libero il passo della strada.
Aspettò un'ora; due ore: tre ore: ma il serpente era sempre là, e
anche di lontano, si vedeva il rosseggiare de' suoi occhi di fuoco e la
colonna di fumo che gli usciva dalla punta della coda.
Allora Pinocchio, figurandosi di aver coraggio, si avvicinò a pochi
passi di distanza, e facendo una vocina dolce, insinuante e sottile,
disse al serpente:
-- Scusi, signor Serpente, che mi farebbe il piacere di tirarsi un
pochino da una parte, tanto da lasciarmi passare? --
Fu lo stesso che dire al muro. Nessuno si mosse.
Allora riprese colla solita vocina:
-- Deve sapere, signor Serpente, che io vado a casa, dove c'è il mio
babbo che mi aspetta e che è tanto tempo che non lo vedo più!... Si
contenta dunque, che io seguiti per la mia strada? --
Aspettò un segno di risposta a quella domanda: ma la risposta non
venne: anzi il serpente, che fin allora pareva arzillo e pieno di vita,
diventò immobile e quasi irrigidito. Gli occhi gli si chiusero, e la
coda gli smesse di fumare.
-- Che sia morto davvero? -- disse Pinocchio, dandosi una fregatina
di mani dalla gran contentezza; e senza mettere tempo in mezzo, fece
l'atto di scavalcarlo, per passare dall'altra parte della strada. Ma
non aveva ancora finito di alzare la gamba, che il serpente si rizzò
all'improvviso come una molla scattata: e il burattino, nel tirarsi
indietro spaventato, inciampò e cadde per terra.
[Illustrazione: Cadde così male, che restò col capo conficcato
nel fango della strada....]
E per l'appunto cadde così male, che restò col capo conficcato nel
fango della strada e colle gambe ritte su in aria.
Alla vista di quel burattino, che sgambettava a capofitto con una
velocità incredibile, il serpente fu preso da una tal convulsione di
risa che ridi, ridi, ridi, alla fine, dallo sforzo del troppo ridere,
gli si strappò una vena sul petto: e quella volta morì davvero.
Allora Pinocchio ricominciò a correre per arrivare a casa della Fata
avanti che si facesse buio. Ma lungo la strada, non potendo più reggere
ai morsi terribili della fame, saltò in un campo coll'intenzione di
cogliere poche ciocche d'uva moscadella. Non l'avesse mai fatto!
Appena giunto sotto la vite, -crac-.... sentì stringersi le gambe da
due ferri taglienti, che gli fecero vedere quante stelle c'erano in
cielo.
Il povero burattino era rimasto preso a una tagliuola appostata là
da alcuni contadini per beccarvi alcune grosse faine, che erano il
flagello di tutti i polli del vicinato.
XXI.
Pinocchio è preso da un contadino, il quale lo costringe a far da can
di guardia a un pollaio.
Pinocchio, come potete figurarvelo, si dètte a piangere, a strillare,
a raccomandarsi: ma erano pianti e grida inutili, perchè lì all'intorno
non si vedevano case, e dalla strada non passava anima viva.
Intanto si fece notte.
Un po' per lo spasimo della tagliuola che gli segava gli stinchi, e un
po' per la paura di trovarsi solo e al buio in mezzo a quei campi, il
burattino principiava quasi a svenirsi: quando a un tratto, vedendosi
passare una lucciola di sul capo, la chiamò e le disse:
-- O lucciolina, mi faresti la carità di liberarmi da questo
supplizio?...
-- Povero figliuolo! -- replicò la lucciola, fermandosi impietosita a
guardarlo. -- Come mai sei rimasto colle gambe attanagliate fra cotesti
ferri arrotati?
-- Sono entrato nel campo per cogliere due grappoli di quest'uva
moscadella, e....
-- Ma l'uva era tua?
-- No....
-- E allora chi t'ha insegnato a portar via la roba degli altri?...
-- Avevo fame....
-- La fame, ragazzo mio, non è una buona ragione per potersi appropriare
la roba che non è nostra...
-- È vero, è vero! -- gridò Pinocchio piangendo -- ma un'altra volta non
lo farò più. --
A questo punto il dialogo fu interrotto da un piccolissimo rumore di
passi, che si avvicinavano. Era il padrone del campo che veniva in
punta di piedi a vedere se qualcuna di quelle faine, che gli mangiavano
di nottetempo i polli, fosse rimasta presa al trabocchetto della
tagliuola.
E la sua maraviglia fu grandissima quando, tirata fuori la lanterna di
sotto al pastrano, s'accòrse che, invece di una faina, c'era rimasto
preso un ragazzo.
-- Ah, ladracchiòlo! -- disse il contadino incollerito -- dunque sei tu
che mi porti via le galline?
-- Io no, io no! -- gridò Pinocchio, singhiozzando. -- Io sono entrato nel
campo per prendere soltanto due grappoli d'uva!
-- Chi ruba l'uva è capacissimo di rubare anche i polli. Lascia fare a
me, che ti darò una lezione da ricordartene per un pezzo. --
[Illustrazione: -- Ah, ladracchiòlo! dunque sei tu che mi porti
via le galline?]
E aperta la tagliuola, afferrò il burattino per la collottola e lo
portò di peso fino a casa, come si porterebbe un agnellino di latte.
Arrivato che fu sull'aia dinanzi alla casa, lo scaraventò in terra: e
tenendogli un piede sul collo, gli disse:
-- Oramai è tardi e voglio andare a letto. I nostri conti gli
aggiusteremo domani. Intanto, siccome oggi m'è morto il cane che mi
faceva la guardia di notte, tu prenderai subito il suo posto. Tu mi
farai da cane di guardia. --
[Illustrazione: -- Tu puoi andare a cuccia in quel casotto di
legno.]
Detto fatto, gl'infilò al collo un grosso collare tutto coperto di
spunzoni d'ottone, e glielo strinse in modo, da non poterselo levare
passandoci la testa di dentro. Al collare c'era attaccata una lunga
catenella di ferro: e la catenella era fissata nel muro.
-- Se questa notte -- disse il contadino -- cominciasse a piovere, tu puoi
andare a cuccia in quel casotto di legno, dove c'è sempre la paglia
che ha servito di letto per quattro anni al mio povero cane. E se per
disgrazia venissero i ladri, ricordati di stare a orecchi ritti e di
abbaiare. --
Dopo quest'ultimo avvertimento, il contadino entrò in casa chiudendo
la porta con tanto di catenaccio: e il povero Pinocchio rimase
accovacciato sull'aia più morto che vivo, a motivo del freddo, della
fame e della paura. E di tanto in tanto cacciandosi rabbiosamente le
mani dentro il collare, che gli serrava la gola, diceva piangendo:
-- Mi sta bene!... Pur troppo mi sta bene! Ho voluto fare lo svogliato,
il vagabondo.... ho voluto dar retta ai cattivi compagni, e per questo
la fortuna mi perseguita sempre. Se fossi stato un ragazzino per bene,
come ce n'è tanti; se avessi avuto voglia di studiare e di lavorare, se
fossi rimasto in casa col mio povero babbo, a quest'ora non mi troverei
qui, in mezzo ai campi, a fare il cane di guardia alla casa di un
contadino. Oh se potessi rinascere un'altra volta!... Ma oramai è tardi
e ci vuol pazienza! --
Fatto questo piccolo sfogo, che gli venne proprio dal cuore, entrò
dentro il casotto e si addormentò.
XXII.
Pinocchio scuopre i ladri, e in ricompensa di essere stato fedele vien
posto in libertà.
Ed era già più di due ore che dormiva saporitamente, quando verso la
mezzanotte fu svegliato da un bisbiglio e da un pissi--pissi di vocine
strane, che gli parve di sentir nell'aia. Messa fuori la punta del
naso dalla buca del casotto, vide riunite a consiglio quattro bestiole
di pelame scuro che parevano gatti. Ma non erano gatti: erano faine,
animaletti carnivori, ghiottissimi d'uova e di pollastrine giovani.
Una di queste faine, staccandosi dalle sue compagne, andò alla buca del
casotto, e disse sottovoce:
-- Buona sera, Melampo.
-- Io non mi chiamo Melampo -- rispose il burattino.
-- O dunque chi sei?
-- Io sono Pinocchio.
-- E che cosa fai costì?
-- Faccio il cane di guardia.
-- O Melampo dov'è? dov'è il vecchio cane, che stava in questo casotto?
-- È morto questa mattina.
-- Morto? povera bestia!... Era tanto buono!... Ma giudicandoti dalla
fisonomia, anche te mi sembri un cane di garbo.
-- Domando scusa, io non sono un cane!...
-- O chi sei?
[Illustrazione: Una di queste faine, staccandosi dalle sue
compagne andò alla buca del casotto.]
-- Io sono un burattino.
-- E fai da cane di guardia?
-- Pur troppo: per mia punizione!...
-- Ebbene, io ti propongo gli stessi patti che avevo col defunto
Melampo, e sarai contento.
-- E questi patti sarebbero?
-- Noi verremo una volta la settimana, come per il passato, a visitare
di notte questo pollaio e porteremo via otto galline. Di queste
galline, sette le mangeremo noi, e una la daremo a te, a condizione,
s'intende bene, che tu faccia finta di dormire e non ti venga mai
l'estro di abbaiare e di svegliare il contadino.
-- E Melampo faceva proprio così? -- domandò Pinocchio.
-- Faceva così, e fra noi e lui, siamo andati sempre d'accordo. Dormi
dunque tranquillamente, e stai sicuro che prima di partire di qui ti
lasceremo sul casotto una gallina bell'e pelata per la colazione di
domani. Ci siamo intesi bene?
-- Anche troppo bene!... -- rispose Pinocchio: e tentennò il capo in
un certo modo minaccioso, come se avesse voluto dire: -- Fra poco ci
riparleremo!... --
Quando le quattro faine si credettero sicure del fatto loro, andarono
difilato al pollaio, che rimaneva appunto vicinissimo al casotto del
cane; e aperta a furia di denti e di unghioli la porticina di legno,
che ne chiudeva l'entrata, vi sgusciarono dentro, una dopo l'altra.
Ma non erano ancora finite d'entrare, che sentirono la porticina
richiudersi con grandissima violenza.
Quello che l'aveva richiusa era Pinocchio; il quale, non contento di
averla richiusa, vi passò davanti per maggior sicurezza una grossa
pietra, a guisa di puntello.
E poi cominciò ad abbaiare: e, abbaiando proprio come se fosse un cane
di guardia, faceva colla voce: -bù--bù-bù-bù-.
A quella abbaiata, il contadino saltò il letto, e preso il fucile e
affacciatosi alla finestra, domandò:
-- Che c'è di nuovo?
-- Ci sono i ladri! -- rispose Pinocchio.
-- Dove sono?
-- Nel pollaio.
-- Ora scendo subito. --
E difatti, in men che si dice -amen-, il contadino scese: entrò di
corsa nel pollaio, e dopo avere acchiappate e rinchiuse in un sacco le
quattro faine, disse loro con accento di vera contentezza:
-- Alla fine siete cascate nelle mie mani! Potrei punirvi, ma sì vil
non sono! Mi contenterò, invece, di portarvi domani all'oste del vicino
paese, il quale vi spellerà e vi cucinerà a uso lepre dolce e forte. È
un onore che non vi meritate, ma gli uomini generosi come me non badano
a queste piccolezze!... --
Quindi, avvicinatosi a Pinocchio, cominciò a fargli molte carezze, e
fra le altre cose, gli domandò:
-- Com'hai fatto a scoprire il complotto di queste quattro ladroncelle?
E dire che Melampo, il mio fido Melampo, non s'era mai accorto di
nulla!... --
Il burattino, allora, avrebbe potuto raccontare quel che sapeva;
avrebbe potuto, cioè, raccontare i patti vergognosi che passavano tra
il cane e le faine; ma ricordandosi che il cane era morto, pensò subito
dentro di sè: -- A che serve accusare i morti?... I morti son morti, e
la miglior cosa che si possa fare è quella di lasciarli in pace!...
-- All'arrivo delle faine sull'aia, eri sveglio o dormivi? -- continuò a
chiedergli il contadino.
-- Dormivo: -- rispose Pinocchio -- ma le faine mi hanno svegliato coi
loro chiacchiericci, e una è venuta fin qui al casotto per dirmi:
«Se prometti di non abbaiare, e di non svegliare il padrone, noi
ti regaleremo una pollastra bell'e pelata!» Capite, eh? Avere la
sfacciataggine di fare a me una simile proposta! Perchè bisogna sapere
che io sono un burattino, che avrò tutti i difetti di questo mondo: ma
non avrò mai quello di star di balla e di reggere il sacco alla gente
disonesta!
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