davvero; perchè insomma, per comprarmi i libri e per farmi istruire,
è rimasto in maniche di camicia.... a questi freddi! Non ci sono che i
babbi che sieno capaci di certi sacrifizi!... --
Mentre tutto commosso diceva così, gli parve di sentire in lontananza
una musica di pifferi e di colpi di grancassa: pì-pì--pì, pì-pì--pì, zum,
zum, zum, zum.
Si fermò e stette in ascolto. Quei suoni venivano di fondo a una
lunghissima strada traversa, che conduceva a un piccolo paesetto,
fabbricato sulla spiaggia del mare.
-- Che cosa sia questa musica? Peccato che io debba andare a scuola, se
no.... --
E rimase lì perplesso. A ogni modo, bisognava prendere una risoluzione;
o a scuola, o a sentire i pifferi.
-- Oggi anderò a sentire i pifferi, e domani a scuola. Per andare a
scuola c'è sempre tempo -- disse finalmente quel monello, facendo una
spallucciata.
Detto fatto, infilò giù per la strada traversa e cominciò a correre a
gambe. Più correva e più sentiva distinto il suono dei pifferi e dei
tonfi della grancassa: pì-pì--pì, pì--pì-pì, pì-pì--pì, zum, zum, zum,
zum.
Quand'ecco che si trovò in mezzo a una piazza tutta piena di gente,
la quale si affollava intorno a un gran baraccone di legno e di tela
dipinta di mille colori.
-- Che cos'è quel baraccone? -- domandò Pinocchio, voltandosi a un
ragazzetto che era lì del paese.
-- Leggi il cartello, che c'è scritto, e lo saprai.
-- Lo leggerei volentieri, ma per l'appunto oggi non so leggere.
-- Bravo bue! Allora te lo leggerò io. Sappi dunque che in quel
cartello a lettere rosse come il fuoco, c'è scritto: GRAN TEATRO DEI
BURATTINI....
-- È molto che è incominciata la commedia?
-- Comincia ora.
-- E quanto si spende per entrare?
-- Quattro soldi. --
Pinocchio che aveva addosso la febbre della curiosità, perse ogni
ritegno e disse, senza vergognarsi, al ragazzetto col quale parlava:
-- Mi daresti quattro soldi fino a domani?
-- Te li darei volentieri, -- gli rispose l'altro canzonandolo -- ma oggi
per l'appunto non te li posso dare.
-- Per quattro soldi ti vendo la mia giacchetta -- gli disse allora il
burattino.
-- Che vuoi che mi faccia di una giacchetta di carta fiorita? Se ci
piove su, non c'è più verso di cavarsela da dosso.
-- Vuoi comprare le mie scarpe?
-- Sono buone per accendere il fuoco.
-- Quanto mi dai del berretto?
-- Bell'acquisto davvero! Un berretto di midolla di pane! C'è il caso
che i topi me lo vengano a mangiare in capo! --
[Illustrazione: -- Vuoi darmi quattro soldi di
quest'Abbecedario nuovo?]
Pinocchio era sulle spine. Stava lì lì per fare l'ultima offerta: ma
non aveva coraggio: esitava, tentennava, pativa. Alla fine disse:
-- Vuoi darmi quattro soldi di quest'Abbecedario nuovo?
-- Io sono un ragazzo e non compro nulla dai ragazzi -- gli rispose il
suo piccolo interlocutore, che aveva più giudizio di lui.
-- Per quattro soldi l'Abbecedario lo prendo io -- gridò un rivenditore
di panni usati, che s'era trovato presente alla conversazione.
E il libro fu venduto lì su due piedi. E pensare che quel pover'uomo
di Geppetto era rimasto a casa, a tremare dal freddo in maniche di
camicia, per comprare l'Abbecedario al figliuolo!
X.
I burattini riconoscono il loro fratello Pinocchio e gli fanno
una grandissima festa; ma sul più bello esce fuori il burattinaio
Mangiafoco, e Pinocchio corre pericolo di fare una brutta fine.
Quando Pinocchio entrò nel teatrino delle marionette, accadde un fatto
che destò una mezza rivoluzione.
Bisogna sapere che il sipario era tirato su, e la commedia era già
incominciata.
Sulla scena si vedevano Arlecchino e Pulcinella, che bisticciavano fra
di loro e, secondo il solito, minacciavano da un momento all'altro di
scambiarsi un carico di schiaffi e di bastonate.
La platea tutta attenta, si mandava a male dalle grandi risate,
nel sentire il battibecco di quei due burattini, che gestivano e si
trattavano d'ogni vitupero con tanta verità, come se fossero proprio
due animali ragionevoli e due persone di questo mondo.
Quando all'improvviso, che è che non è, Arlecchino smette di recitare,
e voltandosi verso il pubblico e accennando colla mano qualcuno in
fondo alla platea, comincia a urlare in tono drammatico:
-- Numi del firmamento! sogno o son desto? Eppure quello laggiù è
Pinocchio!...
-- È Pinocchio davvero! -- grida Pulcinella.
[Illustrazione: .... Eppure quello laggiù è Pinocchio!...]
-- È proprio lui! -- strilla la signora Rosaura, facendo capolino in
fondo alla scena.
-- È Pinocchio! è Pinocchio! -- urlarono in coro tutti i burattini,
uscendo a salti fuori delle quinte.
-- È Pinocchio! È il nostro fratello Pinocchio! Evviva Pinocchio!...
-- Pinocchio, vieni quassù da me! -- grida Arlecchino -- vieni a gettarti
fra le braccia dei tuoi fratelli di legno! --
A questo affettuoso invito, Pinocchio spicca un salto, e di fondo
alla platea va nei posti distinti; poi con un altro salto, dai posti
distinti monta sulla testa del direttore d'orchestra, e di lì schizza
sul palcoscenico.
È impossibile figurarsi gli abbracciamenti, gli strizzoni di collo, i
pizzicotti dell'amicizia e le zuccate della vera e sincera fratellanza,
che Pinocchio ricevè in mezzo a tanto arruffio degli attori e delle
attrici di quella compagnia drammatico-vegetale.
Questo spettacolo era commovente, non c'è che dire: ma il pubblico
della platea, vedendo che la commedia non andava più avanti,
s'impazientì e prese a gridare: -- Vogliamo la commedia! vogliamo la
commedia! --
Tutto fiato buttato via, perchè i burattini, invece di continuare la
recita, raddoppiarono il chiasso e le grida, e, postosi Pinocchio sulle
spalle, se lo portarono in trionfo ai lumi della ribalta.
Allora uscì fuori il burattinaio, un omone così brutto, che metteva
paura soltanto a guardarlo. Aveva una barbaccia nera come uno
scarabocchio d'inchiostro, e tanto lunga, che gli scendeva dal mento
fino a terra: basta dire che, quando camminava se la pestava coi
piedi. La sua bocca era larga come un forno, i suoi occhi parevano
due lanterne di vetro rosso, col lume acceso di dietro; e con le mani
schioccava una grossa frusta, fatta di serpenti e di code di volpe
attorcigliate insieme.
[Illustrazione: All'apparizione inaspettata del burattinaio,
ammutolirono tutti.]
All'apparizione inaspettata del burattinaio, ammutolirono tutti:
nessuno fiatò più. Si sarebbe sentito volare una mosca. Quei poveri
burattini, maschi e femmine, tremavano come tante foglie.
-- Perchè sei venuto a mettere lo scompiglio nel mio teatro? -- domandò
il burattinaio a Pinocchio, con un vocione d'Orco gravemente infreddato
di testa.
-- La creda, illustrissimo, che la colpa non è stata mia!...
-- Basta così! stasera faremo i nostri conti. --
Difatti, finita la recita della commedia, il burattinaio andò in
cucina, dov'egli s'era preparato per cena un bel montone, che girava
lentamente infilato nello spiede. E perchè gli mancavano le legna per
finirlo di cuocere e di rosolare, chiamò Arlecchino e Pulcinella e
disse loro:
-- Portatemi di qua quel burattino, che troverete attaccato al chiodo.
Mi pare un burattino fatto di un legname molto asciutto, e sono
sicuro che a buttarlo sul fuoco, mi darà una bellissima fiammata
all'arrosto. --
Arlecchino e Pulcinella da principio esitarono; ma impauriti da
un'occhiataccia del loro padrone, obbedirono: e dopo tornarono
in cucina portando sulle braccia il povero Pinocchio, il quale,
divincolandosi come un'anguilla fuori dell'acqua, strillava
disperatamente: -- Babbo mio, salvatemi! Non voglio morire, no, non
voglio morire!... --
XI.
Mangiafoco starnutisce e perdona a Pinocchio, il quale poi difende
dalla morte il suo amico Arlecchino.
Il burattinaio Mangiafoco (che questo era il suo nome) pareva un
uomo spaventoso, non dico di no, specie con quella sua barbaccia nera
che, a uso grembiale, gli copriva tutto il petto e tutte le gambe; ma
nel fondo poi non era un cattiv'uomo. Prova ne sia, che quando vide
portarsi davanti quel povero Pinocchio, che si dibatteva per ogni
verso, urlando «Non voglio morire, non voglio morire!» principiò subito
a commuoversi e a impietosirsi; e dopo aver resistito un bel pezzo,
alla fine non ne potè più, e lasciò andare un sonorosissimo starnuto.
A quello starnuto, Arlecchino che fino allora era stato afflitto e
ripiegato come un salcio piangente, si fece tutto allegro in viso, e
chinatosi verso Pinocchio gli bisbigliò sottovoce:
-- Buone nuove, fratello! Il burattinaio ha starnutito, e questo è segno
che s'è mosso a compassione per te, e oramai sei salvo. --
Perchè bisogna sapere che, mentre tutti gli uomini quando si sentono
impietositi per qualcuno, o piangono, o per lo meno fanno finta di
rasciugarsi gli occhi, Mangiafoco, invece, ogni volta che s'inteneriva
davvero, aveva il vizio di starnutire. Era un modo come un altro, per
dare a conoscere agli altri la sensibilità del suo cuore.
Dopo avere starnutito, il burattinaio, seguitando a fare il burbero,
gridò a Pinocchio:
-- Finiscila di piangere! I tuoi lamenti mi hanno messo un'uggiolina qui
in fondo allo stomaco.... sento uno spasimo, che quasi quasi.... -etcì,
etcì!- -- e fece altri due starnuti.
-- Felicità! -- disse Pinocchio.
-- Grazie. E il tuo babbo e la tua mamma sono sempre vivi? -- domandò
Mangiafoco.
-- Il babbo, sì; la mamma non l'ho mai conosciuta.
-- Chi lo sa che dispiacere sarebbe per il tuo vecchio padre, se
ora ti facessi gettare fra quei carboni ardenti. Povero vecchio! lo
compatisco.... -etcì, etcì, etcì-, -- e fece altri tre starnuti.
-- Felicità! -- disse Pinocchio.
-- Grazie. Del resto bisogna compatire anche me, perchè come vedi,
non ho più legna per finire di cuocere quel montone arrosto, e tu,
dico la verità, in questo caso mi avresti fatto un gran comodo! Ma
ormai mi sono impietosito e ci vuol pazienza. Invece di te, metterò a
bruciare sotto lo spiede qualche burattino della mia compagnia. Olà,
giandarmi! --
A questo comando comparvero subito due giandarmi di legno, lunghi
lunghi, secchi secchi, col cappello a lucerna in testa e colla sciabola
sfoderata in mano.
[Illustrazione: -- Pigliatemi lì quell'Arlecchino....]
Allora il burattinaio disse loro con voce rantolosa:
-- Pigliatemi lì quell'Arlecchino, legatelo ben bene, e poi gettatelo
a bruciare sul fuoco. Io voglio che il mio montone sia arrostito
bene! --
Figuratevi il povero Arlecchino! Fu tanto il suo spavento, che le gambe
gli si ripiegarono e cadde bocconi per terra.
Pinocchio alla vista di quello spettacolo straziante, andò a gettarsi
ai piedi del burattinaio, e piangendo dirottamente e bagnandogli di
lacrime tutti i peli della lunghissima barba, cominciò a dire con voce
supplichevole:
-- Pietà, signor Mangiafoco!...
-- Qui non ci sono signori! -- replicò duramente il burattinaio.
-- Pietà, signor Cavaliere!...
-- Qui non ci sono cavalieri!
-- Pietà, signor Commendatore!
-- Qui non ci sono commendatori!
-- Pietà, Eccellenza!... --
A sentirsi chiamare Eccellenza, il burattinaio fece subito il bocchino
tondo, e diventato tutt'a un tratto più umano e più trattabile, disse
a Pinocchio:
-- Ebbene, che cosa vuoi da me?
-- Vi domando grazia per il povero Arlecchino!...
-- Qui non c'è grazia che tenga. Se ho risparmiato te, bisogna che
faccia mettere sul fuoco lui, perchè io voglio che il mio montone sia
arrostito bene.
-- In questo caso -- gridò fieramente Pinocchio, rizzandosi e gettando
via il suo berretto di midolla di pane -- in questo caso conosco qual è
il mio dovere. Avanti, signori giandarmi! Legatemi e gettatemi là fra
quelle fiamme. No, non è giusta che il povero Arlecchino, il vero amico
mio, debba morire per me! --
Queste parole, pronunziate con voce alta e con accento eroico, fecero
piangere tutti i burattini che erano presenti a quella scena. Gli
stessi giandarmi, sebbene fossero di legno, piangevano come due
agnellini di latte.
Mangiafoco, sul principio, rimase duro e immobile come un pezzo di
ghiaccio: ma poi, adagio adagio, cominciò anche lui a commuoversi e a
starnutire. E fatti quattro o cinque starnuti, aprì affettuosamente le
braccia e disse a Pinocchio:
-- Tu sei un gran bravo ragazzo! Vieni qua da me, e dammi un
bacio. --
Pinocchio corse subito, e arrampicandosi come uno scoiattolo su per la
barba del burattinaio, andò a posargli un bellissimo bacio sulla punta
del naso.
-- Dunque la grazia è fatta? -- domandò il povero Arlecchino, con un fil
di voce che si sentiva appena.
[Illustrazione: E arrampicandosi come uno scoiattolo su per la
barba del burattinaio....]
-- La grazia è fatta! -- rispose Mangiafoco; poi soggiunse sospirando e
tentennando il capo:
-- Pazienza! per questa sera mi rassegnerò a mangiare il montone mezzo
crudo: ma un'altra volta, guai a chi toccherà!... --
Alla notizia della grazia ottenuta, i burattini corsero tutti sul
palcoscenico e, accesi i lumi e i lampadari come in serata di gala,
cominciarono a saltare e a ballare.
Era l'alba e ballavano sempre.
XII.
Il burattinaio Mangiafoco regala cinque monete d'oro a Pinocchio
perchè le porti al suo babbo Geppetto: e Pinocchio, invece, si lascia
abbindolare dalla Volpe e dal Gatto e se ne va con loro.
Il giorno dipoi Mangiafoco chiamò in disparte Pinocchio e gli domandò:
-- Come si chiama tuo padre?
-- Geppetto.
-- E che mestiere fa?
-- Il povero.
-- Guadagna molto?
-- Guadagna tanto quanto ci vuole per non aver mai un centesimo in
tasca. Si figuri che per comprarmi l'Abbecedario della scuola dovè
vendere l'unica casacca che aveva addosso: una casacca che, fra toppe
e rimendi, era tutta una piaga.
-- Povero diavolo! Mi fa quasi compassione. Ecco qui cinque monete
d'oro. Va' subito a portargliele, e salutalo tanto da parte mia. --
Pinocchio, come è facile immaginarselo, ringraziò mille volte il
burattinaio: abbracciò, a uno a uno, tutti i burattini della compagnia,
anche i giandarmi; e fuori di sè dalla contentezza, si mise in viaggio
per ritornarsene a casa sua.
[Illustrazione: -- Com'è che sai il mio nome?]
Ma non aveva fatto ancora mezzo chilometro, che incontrò per la strada
una Volpe zoppa da un piede e un Gatto cieco da tutt'e due gli occhi,
che se ne andavano là là, aiutandosi fra di loro, da buoni compagni di
sventura. La Volpe, che era zoppa, camminava appoggiandosi al Gatto: e
il Gatto, che era cieco, si lasciava guidare dalla Volpe.
-- Buon giorno, Pinocchio, -- gli disse la Volpe, salutandolo
garbatamente.
-- Com'è che sai il mio nome? -- domandò il burattino.
-- Conosco bene il tuo babbo.
-- Dove l'hai veduto?
-- L'ho veduto ieri sulla porta di casa sua.
-- E che cosa faceva?
-- Era in maniche di camicia e tremava dal freddo.
-- Povero babbo! Ma, se Dio vuole, da oggi in poi non tremerà più!
-- Perchè?
-- Perchè io sono diventato un gran signore.
-- Un gran signore tu? -- disse la Volpe, e cominciò a ridere di un riso
sguaiato e canzonatore: e il Gatto rideva anche lui, ma per non darlo
a vedere, si pettinava i baffi colle zampine davanti.
-- C'è poco da ridere -- gridò Pinocchio impermalito. -- Mi dispiace
davvero di farvi venire l'acquolina in bocca, ma queste qui, se ve ne
intendete, sono cinque bellissime monete d'oro. --
E tirò fuori le monete avute in regalo da Mangiafoco.
Al simpatico suono di quelle monete, la Volpe per un moto involontario
allungò la gamba che pareva rattrappita, e il Gatto spalancò tutt'e due
gli occhi, che parvero due lanterne verdi; ma poi li richiuse subito,
tant'è vero che Pinocchio non si accòrse di nulla.
-- E ora -- gli domandò la Volpe -- che cosa vuoi farne di codeste monete?
-- Prima di tutto -- rispose il burattino -- voglio comprare per il mio
babbo una bella casacca nuova, tutta d'oro e d'argento, e coi bottoni
di brillanti: e poi voglio comprare un Abbecedario per me.
-- Per te?
-- Davvero: perchè voglio andare a scuola e mettermi a studiare a buono.
-- Guarda me! -- disse la Volpe. -- Per la passione sciocca di studiare ho
perduto una gamba.
-- Guarda me! -- disse il Gatto. -- Per la passione sciocca di studiare ho
perduto la vista di tutt'e due gli occhi. --
In quel mentre un Merlo bianco, che se ne stava appollaiato sulla siepe
della strada, fece il suo solito verso e disse:
-- Pinocchio, non dar retta ai consigli dei cattivi compagni: se no, te
ne pentirai! --
Povero Merlo, non l'avesse mai detto! Il Gatto spiccando un gran salto,
gli si avventò addosso, e senza dargli nemmeno il tempo di dire -ohi-,
se lo mangiò in un boccone con le penne e tutto.
Mangiato che l'ebbe e ripulitosi la bocca, chiuse gli occhi daccapo e
ricominciò a fare il cieco come prima.
-- Povero Merlo! -- disse Pinocchio al Gatto -- perchè l'hai trattato così
male?
[Illustrazione: Spiccando un gran salto, gli si avventò
addosso.]
-- Ho fatto per dargli una lezione. Così un'altra volta imparerà a non
metter bocca nei discorsi degli altri. --
Erano giunti più che a mezza strada, quando la Volpe, fermandosi di
punto in bianco, disse al burattino:
-- Vuoi tu raddoppiare le tue monete d'oro?
-- Cioè?
-- Vuoi tu, di cinque miserabili zecchini, farne cento, mille, duemila?
-- Magari! e la maniera?
-- La maniera è facilissima. Invece di tornartene a casa tua, dovresti
venir con noi.
-- E dove mi volete condurre?
-- Nel paese dei Barbagianni. --
Pinocchio ci pensò un poco, e poi disse risolutamente:
-- No, non ci voglio venire. Oramai sono vicino a casa, e voglio
andarmene a casa, dove c'è il mio babbo che m'aspetta. Chi lo sa,
povero vecchio, quanto ha sospirato ieri, a non vedermi tornare.
Purtroppo io sono stato un figliuolo cattivo, e il Grillo-parlante
aveva ragione quando diceva: «I ragazzi disobbedienti non possono aver
bene in questo mondo.» Ed io l'ho provato a mie spese, perchè mi sono
capitate molte disgrazie, e anche ieri sera in casa di Mangiafoco ho
corso pericolo.... Brrr! mi viene i bordoni soltanto a pensarci!
-- Dunque, -- disse la Volpe -- vuoi proprio andare a casa tua? Allora va'
pure, e tanto peggio per te.
-- Tanto peggio per te! -- ripetè il Gatto.
-- Pensaci bene, Pinocchio, perchè tu dai un calcio alla fortuna.
-- Alla fortuna! -- ripetè il Gatto.
-- I tuoi cinque zecchini, dall'oggi al domani sarebbero diventati
duemila.
-- Duemila! -- ripetè il Gatto.
-- Ma com'è mai possibile che diventino tanti? -- domandò Pinocchio,
restando a bocca aperta dallo stupore.
-- Te lo spiego subito; -- disse la Volpe -- bisogna sapere che nel paese
dei Barbagianni c'è un campo benedetto chiamato da tutti il Campo dei
miracoli. Tu fai in questo campo una piccola buca e ci metti dentro,
per esempio, uno zecchino d'oro. Poi ricoprì la buca con un po' di
terra: l'annaffi con due secchie d'acqua di fontana, ci getti sopra una
presa di sale, e la sera te ne vai tranquillamente a letto. Intanto,
durante la notte, lo zecchino germoglia e fiorisce, e la mattina dopo
di levata, ritornando nel campo, che cosa trovi? Trovi un bell'albero
carico di tanti zecchini d'oro quanti chicchi di grano può avere una
bella spiga nel mese di giugno.
-- Sicchè dunque -- disse Pinocchio sempre più sbalordito -- se io
sotterrassi in quel campo i miei cinque zecchini, la mattina dopo
quanti zecchini vi troverei?
-- È un conto facilissimo; -- rispose la Volpe -- un conto che puoi farlo
sulla punta delle dita. Poni che ogni zecchino ti faccia un grappolo
di cinquecento zecchini: moltiplica il cinquecento per cinque, e la
mattina dopo trovi in tasca duemilacinquecento zecchini lampanti e
sonanti.
-- Oh che bella cosa! -- gridò Pinocchio, ballando dall'allegrezza. --
Appena che questi zecchini li avrò raccolti, ne prenderò per me duemila
e gli altri cinquecento di più li darò in regalo a voialtri due.
-- Un regalo a noi? -- gridò la Volpe sdegnandosi e chiamandosi offesa.
-- Dio te ne liberi!
-- Te ne liberi! -- ripetè il Gatto.
-- Noi -- riprese la Volpe -- non lavoriamo per il vile interesse: noi
lavoriamo per arricchire gli altri.
-- Gli altri! -- ripetè il Gatto.
-- Che brave persone! -- pensò dentro di sè Pinocchio: e dimenticandosi
lì sul tamburo, del suo babbo, della casacca nuova, dell'Abbecedario e
di tutti i buoni proponimenti fatti, disse alla Volpe e al Gatto:
-- Andiamo subito, io vengo con voi. --
XIII.
L'osteria del «Gambero Rosso.»
Cammina, cammina, cammina, alla fine sul far della sera arrivarono
stanchi morti all'osteria del Gambero Rosso.
-- Fermiamoci un po' qui, -- disse la Volpe -- tanto per mangiare un
boccone e per riposarci qualche ora. A mezzanotte poi ripartiremo, per
essere domani, all'alba, nel Campo dei miracoli. --
Entrati nell'osteria si posero tutt'e tre a tavola: ma nessuno di loro
aveva appetito.
Il povero Gatto, sentendosi gravemente indisposto di stomaco, non
potè mangiare altro che trentacinque triglie con salsa di pomodoro e
quattro porzioni di trippa alla parmigiana: e perchè la trippa non gli
pareva condita abbastanza, si rifece tre volte a chiedere il burro e il
formaggio grattato!
La Volpe avrebbe spelluzzicato volentieri qualche cosa anche lei: ma
siccome il medico le aveva ordinato una grandissima dieta, così dovè
contentarsi di una semplice lepre dolce e forte, con un leggerissimo
contorno di pollastre ingrassate e di galletti di primo canto. Dopo la
lepre si fece portare per tornagusto un cibreino di pernici, di starne,
di conigli, di ranocchi, di lucertole e d'uva paradisa; e poi non volle
altro.
[Illustrazione: Quello che mangiò meno di tutti fu Pinocchio.]
Aveva tanta nausea per il cibo, diceva lei, che non poteva accostarsi
nulla alla bocca.
Quello che mangiò meno di tutti fu Pinocchio. Chiese uno spicchio di
noce e un cantuccio di pane e lasciò nel piatto ogni cosa. Il povero
figliuolo, col pensiero sempre fisso al Campo dei miracoli, aveva preso
un'indigestione anticipata di monete d'oro.
Quand'ebbero cenato, la Volpe disse all'oste:
-- Datemi due buone camere, una per il signor Pinocchio e un'altra per
me e per il mio compagno. Prima di ripartire stiacceremo un sonnellino.
Ricordatevi, però, che a mezzanotte vogliamo essere svegliati per
continuare il nostro viaggio.
-- Sissignore -- rispose l'oste, e strizzò l'occhio alla Volpe e al
Gatto, come dire: «Ho mangiato la foglia e ci siamo intesi!...» --
Appena che Pinocchio fu entrato nel letto, si addormentò a colpo, e
principiò a sognare. E sognando gli pareva di essere in mezzo a un
campo, e questo campo era pieno di arboscelli carichi di grappoli,
e questi grappoli erano carichi di zecchini d'oro che, dondolandosi
mossi dal vento, facevano -zin, zin, zin-, quasi volessero dire: «Chi
ci vuole, venga a prenderci.» Ma quando Pinocchio fu sul più bello,
quando cioè allungò, la mano per prendere a manciate tutte quelle belle
monete e mettersele in tasca, si trovò svegliato all'improvviso da tre
violentissimi colpi dati nella porta di camera.
Era l'oste che veniva a dirgli che la mezzanotte era sonata.
-- E i miei compagni sono pronti? -- gli domandò il burattino.
-- Altro che pronti! son partiti due ore fa.
-- Perchè mai tanta fretta?
-- Perchè il Gatto ha ricevuto un'imbasciata che il suo gattino
maggiore, malato di geloni ai piedi, stava in pericolo di vita.
[Illustrazione: Era l'oste che veniva a dirgli che la
mezzanotte era sonata.]
-- E la cena l'hanno pagata?
-- Che vi pare? Quelle lì sono persone troppo educate, perchè facciano
un affronto simile alla signoria vostra.
-- Peccato! Quest'affronto mi avrebbe fatto tanto piacere! -- disse
Pinocchio grattandosi il capo. Poi domandò:
-- E dove hanno detto di aspettarmi quei buoni amici?
-- Al Campo dei miracoli, domattina, allo spuntare del giorno. --
Pinocchio pagò uno zecchino per la cena sua e per quella dei suoi
compagni, e dopo partì.
Ma si può dire che partisse a tastoni, perchè fuori dell'osteria c'era
un buio così buio, che non ci si vedeva di qui a lì. Nella campagna
all'intorno non si sentiva alitare una foglia. Solamente alcuni
uccellacci notturni, traversando la strada da una siepe all'altra,
venivano a sbattere le ali sul naso di Pinocchio, il quale, facendo
un salto indietro per la paura, gridava: -- Chi va là? -- e l'eco delle
colline circostanti ripeteva in lontananza: -- Chi va la? chi va là? chi
va là? --
Intanto, mentre camminava, vide sul tronco di un albero un piccolo
animaletto, che riluceva di una luce pallida e opaca, come un lumino da
notte dentro una lampada di porcellana trasparente.
-- Chi sei? -- gli domandò Pinocchio.
-- Sono l'ombra del Grillo-parlante -- rispose l'animaletto con una
vocina fioca fioca, che pareva venisse dal mondo di là.
-- Che vuoi da me? -- disse il burattino.
-- Voglio darti un consiglio. Ritorna indietro e porta i quattro
zecchini, che ti sono rimasti, al tuo povero babbo, che piange e si
dispera per non averti più veduto.
-- Domani il mio babbo sarà un gran signore, perchè questi quattro
zecchini diventeranno duemila.
-- Non ti fidare, ragazzo mio, di quelli che promettono di farti ricco
dalla mattina alla sera. Per il solito o sono matti o imbroglioni! Dài
retta a me, ritorna indietro.
-- E io invece voglio andare avanti.
-- L'ora è tarda!...
-- Voglio andare avanti.
-- La nottata è scura....
-- Voglio andare avanti.
-- La strada è pericolosa....
-- Voglio andare avanti.
-- Ricordati che i ragazzi che vogliono fare di capriccio e a modo loro,
prima o poi se ne pentono.
-- Le solite storie. Buona notte, Grillo.
-- Buona notte, Pinocchio, e che il cielo ti salvi dalla guazza e dagli
assassini. --
Appena dette queste ultime parole, il Grillo-parlante si spense a un
tratto, come si spenge un lume soffiandoci sopra, e la strada rimase
più buia di prima.
XIV.
Pinocchio, per non aver dato retta ai buoni consigli del
Grillo-parlante, s'imbatte negli assassini.
-- Davvero.... -- disse fra sè il burattino rimettendosi in viaggio --
come siamo disgraziati noialtri poveri ragazzi! Tutti ci sgridano,
tutti ci ammoniscono, tutti ci dànno dei consigli. A lasciarli dire,
tutti si metterebbero in capo di essere i nostri babbi e i nostri
maestri; tutti; anche i Grilli-parlanti. Ecco qui: perchè io non
ho voluto dar retta a quell'uggioso di Grillo, chi lo sa quante
disgrazie, secondo lui, mi dovrebbero accadere! Dovrei incontrare
anche gli assassini! Meno male che agli assassini io non ci credo,
nè ci ho creduto mai. Per me gli assassini sono stati inventati
apposta dai babbi, per far paura ai ragazzi che vogliono andar fuori
la notte. E poi, se anche li trovassi qui sulla strada, mi darebbero
forse soggezione? Neanche per sogno, anderei loro sul viso, gridando:
«Signori assassini, che cosa vogliono da me? Si rammentino che con
me non si scherza! Se ne vadano dunque per i fatti loro, e zitti!»
A questa parlantina fatta sul serio, quei poveri assassini, mi par
di vederli, scapperebbero via come il vento. Caso poi fossero tanto
ineducati da non volere scappare, allora scapperei io, e così la farei
finita.... --
Ma Pinocchio non potè finire il suo ragionamento, perchè in quel punto
gli parve di sentire dietro di sè un leggerissimo fruscìo di foglie.
Si voltò a guardare, e vide nel buio due figuracce nere, tutte
imbacuccate in due sacchi da carbone, le quali correvano dietro a lui
a salti e in punta di piedi, come se fossero due fantasmi.
-- Eccoli davvero! -- disse dentro di sè: e non sapendo dove nascondere
i quattro zecchini, se li nascose in bocca e precisamente sotto la
lingua.
Poi si provò a scappare. Ma non aveva ancora fatto il primo passo,
che sentì agguantarsi per le braccia e intese due voci orribili e
cavernose, che gli dissero:
-- O la borsa o la vita! --
Pinocchio non potendo rispondere con le parole a motivo delle monete
che aveva in bocca, fece mille salamelecchi e mille pantomime, per
dare ad intendere a quei due incappati, di cui si vedevano soltanto gli
occhi attraverso i buchi dei sacchi, che lui era un povero burattino e
che non aveva in tasca nemmeno un centesimo falso.
-- Via via! Meno ciarle e fuori i denari -- gridarono minacciosamente i
due briganti.
E il burattino fece col capo e colle mani un segno, come dire: «Non ne
ho.»
[Illustrazione: Sentì agguantarsi per le braccia....]
-- Metti fuori i denari o sei morto; -- disse l'assassino più alto di
statura.
-- Morto! -- ripetè l'altro.
-- E dopo ammazzato te, ammazzeremo anche tuo padre!
-- Anche tuo padre!
-- No, no, no, il mio povero babbo no! -- gridò Pinocchio con accento
disperato: ma nel gridare così, gli zecchini gli sonarono in bocca.
-- Ah furfante! dunque i denari te li sei nascosti sotto la lingua?
Sputali subito! --
E Pinocchio, duro.
-- Ah! tu fai il sordo? Aspetta un po', che penseremo noi a farteli
sputare! --
Difatti uno di loro afferrò il burattino per la punta del naso
e quell'altro lo prese per la bazza, e lì cominciarono a tirare
screanzatamente uno per in qua l'altro per in là, tanto da costringerlo
a spalancare la bocca: ma non ci fu verso. La bocca del burattino
pareva inchiodata e ribadita.
Allora l'assassino più piccolo di statura, cavato fuori un
coltellaccio, provò a conficcarglielo a guisa di leva e di scalpello
fra le labbra: ma Pinocchio, lesto come un lampo, gli azzannò la mano
coi denti, e dopo avergliela con un morso staccata di netto, la sputò e
figuratevi la sua maraviglia quando, invece di una mano, si accòrse di
aver sputato in terra uno zampetto di gatto.
Incoraggito da questa prima vittoria, si liberò a forza dalle unghie
degli assassini, e saltata la siepe della strada, cominciò a fuggire
per la campagna. E gli assassini a correre dietro a lui, come due cani
dietro a una lepre: e quello che aveva perduto uno zampetto correva con
una gamba sola, nè si è saputo mai come facesse.
Dopo una corsa di quindici chilometri, Pinocchio non ne poteva più.
Allora vistosi perso, si arrampicò su per il fusto di un altissimo
pino e si pose a sedere in vetta ai rami. Gli assassini tentarono di
arrampicarsi anche loro, ma giunti a metà del fusto sdrucciolarono, e
ricascando a terra, si spellarono le mani e i piedi.
Non per questo si dettero per vinti: che anzi, raccolto un fastello di
legna secche a piè del pino, vi appiccarono il fuoco. In men che non
si dice, il pino cominciò a bruciare e a divampare come una candela
agitata dal vento. Pinocchio, vedendo che le fiamme salivano sempre più
e non volendo far la fine del piccione arrosto, spiccò un bel salto
di vetta all'albero, e via a correre daccapo attraverso i campi e ai
vigneti. E gli assassini dietro, sempre dietro, senza stancarsi mai.
Intanto cominciava a baluginare il giorno e si trovò improvvisamente
sbarrato il passo da un fosso largo e profondissimo, tutto pieno
di acquaccia sudicia, color del caffè e latte. Che fare? «Una, due,
tre!» gridò il burattino, e slanciandosi con una gran rincorsa, saltò
dall'altra parte. E gli assassini saltarono anche loro, ma non avendo
preso bene la misura, -patatunfete!-... cascarono giù nel bel mezzo
del fosso. Pinocchio che sentì il tonfo e gli schizzi dell'acqua, urlò
ridendo e seguitando a correre:
-- Buon bagno, signori assassini. --
E già si figurava che fossero bell'e affogati, quando invece,
voltandosi a guardare, si accòrse che gli correvano dietro tutt'e due,
sempre imbacuccati nei loro sacchi, e grondanti acqua come due panieri
sfondati.
XV.
Gli assassini inseguono Pinocchio; e dopo averlo raggiunto lo impiccano
a un ramo della Quercia grande.
Allora il burattino, perdutosi d'animo fu proprio sul punto di gettarsi
a terra e di darsi per vinto, quando, nel girare gli occhi all'intorno,
vide fra mezzo al verde cupo degli alberi biancheggiare in lontananza
una casina candida come la neve.
-- Se io avessi tanto fiato da arrivare fino a quella casa, forse sarei
salvo! -- disse dentro di sè.
E senza indugiare un minuto, riprese a correre per il bosco a carriera
distesa. E gli assassini sempre dietro.
Dopo una corsa disperata di quasi due ore, finalmente, tutto trafelato,
arrivò alla porta di quella casina e bussò.
Nessuno rispose.
Tornò a bussare con maggior violenza, perchè sentiva avvicinarsi il
rumore dei passi e il respiro grosso e affannoso dei suoi persecutori.
Lo stesso silenzio.
Avvedutosi che il bussare non giovava a nulla, cominciò per
disperazione a dare calci e zuccate nella porta. Allora si affacciò
alla finestra una bella Bambina, coi capelli turchini e il viso bianco
come un'immagine di cera, gli occhi chiusi e le mani incrociate sul
petto, la quale senza muover punto le labbra, disse con una vocina che
pareva venisse dall'altro mondo:
-- In questa casa non c'è nessuno; sono tutti morti.
-- Aprimi almeno tu! -- gridò Pinocchio piangendo e raccomandandosi.
-- Sono morta anch'io.
-- Morta? e allora che cosa fai costì alla finestra?
-- Aspetto la bara che venga a portarmi via. --
Appena detto così, la Bambina disparve e la finestra si richiuse senza
far rumore.
-- O bella Bambina dai capelli turchini, -- gridava Pinocchio -- aprimi
per carità! Abbi compassione di un povero ragazzo inseguito dagli
assass.... --
Ma non potè finir la parola, perchè sentì afferrarsi per il collo, e le
solite due vociacce che gli brontolarono minacciosamente:
-- Ora non ci scappi più! --
Il burattino, vedendosi balenare la morte dinanzi agli occhi, fu preso
da un tremito così forte, che nel tremare, gli sonavano le giunture
delle sue gambe di legno e i quattro zecchini che teneva nascosti sotto
la lingua.
-- Dunque? -- gli domandarono gli assassini -- vuoi aprirla la bocca, sì o
no? Ah! non rispondi? Lascia fare: che questa volta te la faremo aprir
noi!... --
E cavati fuori due coltellacci lunghi lunghi e affilati come rasoi,
-zaff- e -zaff-... gli affibbiarono due colpi nel mezzo alle reni.
Ma il burattino per sua fortuna era fatto d'un legno durissimo, motivo
per cui le lame, spezzandosi, andarono in mille schegge e gli assassini
rimasero col manico dei coltelli in mano, a guardarsi in faccia.
-- Ho capito; -- disse allora uno di loro -- bisogna impiccarlo.
Impicchiamolo!
-- Impicchiamolo -- ripetè l'altro.
Detto fatto gli legarono le mani dietro le spalle, e passatogli un nodo
scorsoio intorno alla gola, lo attaccarono penzoloni al ramo di una
grossa pianta detta la Quercia grande.
Poi si posero là, seduti sull'erba, aspettando che il burattino facesse
l'ultimo sgambetto: ma il burattino dopo tre ore aveva sempre gli occhi
aperti, la bocca chiusa e sgambettava più che mai.
Annoiati finalmente di aspettare, si voltarono a Pinocchio e gli
dissero sghignazzando:
-- Addio a domani. Quando domani torneremo qui, si spera che ci
farai la garbatezza di farti trovare bell'e morto e con la bocca
spalancata. --
E se ne andarono.
Intanto s'era levato un vento impetuoso di tramontana, che soffiando e
mugghiando con rabbia, sbatacchiava in qua e in là il povero impiccato,
facendolo dondolare violentemente come il battaglio d'una campana che
suona a festa. E quel dondolìo gli cagionava acutissimi spasimi, e
il nodo scorsoio, stringendosi sempre più alla gola, gli toglieva il
respiro.
A poco a poco gli occhi gli si appannarono; e sebbene sentisse
avvicinarsi la morte, pure sperava sempre che da un momento a un altro
sarebbe capitata qualche anima pietosa a dargli aiuto.
Ma quando, aspetta aspetta, vide che non compariva nessuno, proprio
nessuno, allora gli tornò in mente il suo povero babbo.... e balbettò
quasi moribondo:
-- Oh babbo mio! se tu fossi qui!... --
E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò
le gambe, e dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito.
XVI.
La bella Bambina dai capelli turchini fa raccogliere il burattino: lo
mette a letto, e chiama tre medici per sapere se sia vivo o morto.
In quel mentre che il povero Pinocchio impiccato dagli assassini a un
ramo della Quercia grande, pareva oramai più morto che vivo, la bella
Bambina dai capelli turchini si affacciò daccapo alla finestra, e
impietositasi alla vista di quell'infelice che, sospeso per il collo,
ballava il trescone alle ventate di tramontana, battè per tre volte le
mani insieme, e fece tre piccoli colpi.
A questo segnale si sentì un gran rumore di ali che volavano con foga
precipitosa, e un grosso Falco venne a posarsi sul davanzale della
finestra.
-- Che cosa comandate, mia graziosa Fata? -- disse il Falco abbassando il
becco in atto di riverenza; perchè bisogna sapere, che la Bambina dai
capelli turchini, non era altro, in fin dei conti, che una buonissima
Fata, che da più di mill'anni abitava nelle vicinanze di quel bosco.
-- Vedi tu quel burattino attaccato penzoloni a un ramo della Quercia
grande?
-- Lo vedo.
-- Orbene: vola subito laggiù; rompi col tuo fortissimo becco il
nodo che lo tiene sospeso in aria, e posalo delicatamente sdraiato
sull'erba, a piè della Quercia. --
Il Falco volò via, e dopo due minuti tornò dicendo:
-- Quel che mi avete comandato è fatto.
-- E come l'hai trovato? Vivo o morto?
[Illustrazione: Un grosso Falco venne a posarsi sul davanzale
della finestra.]
-- A vederlo pareva morto, ma non dev'essere ancora morto perbene,
perchè appena gli ho sciolto il nodo scorsoio che lo stringeva intorno
alla gola, ha lasciato andare un sospiro, balbettando a mezza voce:
«Ora mi sento meglio!...» --
Allora la Fata, battendo le mani insieme, fece due piccoli colpi, e
apparve un magnifico Can-barbone, che camminava ritto sulle gambe di
dietro, tale e quale come se fosse un uomo.
Il Can-barbone era vestito da cocchiere in livrea di gala. Aveva in
capo un nicchiettino a tre punte gallonato d'oro, una parrucca bionda
coi riccioli che gli scendevano giù per il collo, una giubba color di
cioccolata coi bottoni di brillanti e con due grandi tasche per tenervi
gli ossi, che gli regalava a pranzo la padrona, un paio di calzon
corti di velluto cremisi, le calze di seta, gli scarpini scollati, e
di dietro una specie di fodera da ombrelli, tutta di raso turchino, per
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