XXXV
Ma non per tanto hai da temer: s'attende
Con non picciole navi alta reina;
Ella fra' Colchi impera, in armi splende,
E viene ad affrettar vostra ruina.
Come cosa, che 'n gioco altri si prende
Ascoltandolo Folco oltra cammina;
E pur con voci e con fattezze liete
Sen giva a ritrovar stanze secrete.
XXXVI
AMEDEO seco: ei di sua man l'adduce
Là ove le membra col dormir ristori;
Stanza real, che 'n tenebre riluce,
Sì tutta d'ostri ella è fornita e d'ori.
Posa AMEDEO; solo di Rodi il duce
Vegghia più parte de' notturni orrori,
Ben provvedendo a la città mal forte
Ed a' sommi guerrier piagati a morte.
XXXVII
Verso i tetti d'Enrico i passi ei torse,
E non pochi guerrier gli vanno appresso;
Pervenuto colà tosto s'accorse,
Ch'a lui poco di vita era concesso;
Sì vinto gli occhi, e di pallor gli scorse
Ambe le labbra, e tutto il volto impresso:
Sì palpitava, e per sì picciol via
Dal travagliato sen lo spirto uscìa.
XXXVIII
Vicino al cavalier fermossi in piede
Folco, e gli disse: tra' funesti acciari,
In verso il ciel de la tua nobil fede,
Ecco che i segni a rimirar son chiari.
Per te di gloria a divenire erede
In mezzo l'armi ogni ben nato impari;
E ti fia gaudio: i cavalier sublimi
Corrono a' rischi ed a la morte i primi.
XXXIX
Quì tacque Folco. E raccogliendo al fiato
Ben lentamente, e ravvivando il volto
Enrico favellò: stanco e piagato
Da l'assalite mura oggi fui tolto:
Poscia nulla seppi io del nostro stato.
Signor, che fia di noi? sarà disciolto
Il barbarico assedio? abbiam possanza?
A che segno riman nostra speranza?
XL
E Folco rispondea: rinfranca il core;
Sono al barbaro stuol chiuse le porte:
Noi da le mura lo spingemmo, e fuore
La spada d'AMEDEO gli trasse a morte.
Quì soverchiando del mortal dolore
L'estrema angoscia a favellar fu forte
Con più chiarezza, e poteo far palese
L'interno gaudio il cavalier francese.
XLI
Chiudansi a posta lor questi occhi; omai
Il viver di qua giù lieto abbandono;
E se poco potei, se poco oprai,
Folco, in servigio tuo, cheggio perdono.
Poscia cedendo de le piaghe a' guai
Fornì del suo parlar l'ultimo suono,
Ed agghiacciando il sangue in ogni vena
Tragge un lento sospir, ch'a morte il mena.
XLII
Fra le turbe dolenti a piè del letto
Stava d'Enrico un ben gentil nipote,
Poco sovra due lustri, altier d'aspetto,
Inanellato il crin, bianco le gote;
E mentre ei piagne, e da l'acceso petto
Con fervidi sospir l'aria percote,
Folco a lui si rivolse in quegli affanni;
E confortò l'infermità de gli anni.
XLIII
E così gli dicea: cessa il tormento,
Nobil fanciul, che ti destini a Marte,
E sappi che 'l cordoglio e lo spavento
Da le scole di lui vanno in disparte:
Le ferite del zio, che piagni spento
Ti siano specchio; indi raccogli l'arte
De le battaglie, e fian di gloria adorni
Se con tal pregio forniran tuoi giorni.
XLIV
Così 'l fanciullo avvalorar procura;
Poi verso Trasideo prende sua via:
Ma quale avesse il grande Orsin ventura
Da' cavalier, che lo seguiano ei spia;
E risponde il Baglion: sovra le mura
Io lo mirai ne la battaglia ria
Col ferro in man fra le nemiche schiere
Da prima fulminar, poscia cadere.
XLV
Ma tramontando il sol, quando rispinti
Furo i Turchi costretti alfin ritrarsi,
Fattolo ricercar fra i corpi estinti.
Ivi non fu concesso unqua trovarsi
Con occhi gravi e di mestizia vinti,
Udendo Folco, dimostrò turbarsi;
E diceva: al maggior dei nostri amici
Non si daran d'amor gli estremi uffici?
XLVI
A l'ingiurie del vento e de la pioggia
Il nobil busto gitteran quei cani?
E già feansi dal tetto ove s'alloggia
Il piagato baron poco lontani.
Come ivi giunse, immantenente poggia
Folco del ricco albergo a i primi piani,
Ed ivi fassi incontra, ove l'inchina
Con esso Ermosa la leggiadra Egina.
XLVII
Chiede da l'alte donne, ed indi intese
Sovra il dolor da Trasideo sofferto,
Che da molte percosse egli s'offese;
Ma non per tanto, che suo scampo è certo;
Onde con esso lor sen va cortese
A trovare il guerrier di sì gran merto,
E con sembianze di allegrezza asperse
Primier le labbra a favellargli aperse.
XLVIII
E seco s'allegrò, che fosser frali
State l'armi nemiche, onde ei s'afflisse;
Ma che del pregio suo palme immortali
Fama nel mondo tesserìa, gli disse.
Rispose Trasideo: l'ore mortali
Non fu veduto mai ch'altri fuggisse,
E de l'uomo caduco il viver breve
Rendere eterno col valor si deve.
XLIX
Tu su l'ultima età con chiari essempi
Infiammasti a la pugna il desir mio,
E ne la pugna difendeansi i tempi,
I sacri altar, le leggi alme di Dio:
Lascio di dir, ch'io ritoglieva a scempi
Donna sola, per cui viver disio,
Per cui le piaghe numerose e gravi
Che soffersi in pugnar mi son soavi.
L
Or se quinci avverrà, ch'onor men vegna,
È la mercè, che da gli affanni attendo.
Per gloria anelo, e così far m'insegna
Il nome di quel grande, onde discendo.
Quì tacque e teme non dolor sostegna
Folco il guerrier più lungamente udendo;
Però non dà risposta, e s'accommiata,
E fa ritorno a sua magione usata.
LI
Di colà manda l'onorata gente
Seco venuta a ristorarsi alquanto,
Ed ei si disciogliea l'elmo lucente,
E l'aureo brando si togliea da canto.
Ma pure al grande Orsin volge la mente,
E ne le ciglia non ritiene il pianto:
Alfin sul letto a ricercar riposo
Le membra adagia, e tuttavia pensoso.
LII
Nè così tosto nel silenzio avvolto,
Dolce requie d'altrui, sonno l'adombra,
Che del caro campion dal corpo sciolto
Rapidamente gli s'offerse l'ombra;
Rideano i guardi, sfavillava il volto,
E l'alma fronte era d'affanno sgombra:
Le piaghe, onde sgorgò di sangue un fiume
Pareano a rimirar fonte di lume.
LIII
Egli diceva: estremamente ho caro,
Anima grande, che di me ti caglia;
Ma de' miei giorni, ch'a l'occaso andaro,
Nulla, se prezzi il ver, pena t'assaglia:
Le membra ancise da nemico acciaro,
Tolte per man del ciel da la muraglia,
Son date in Roma a la pietà paterna;
E l'alma gode alma letizia eterna.
LIV
Folco, son fosche nebbie i carri altieri,
E già del Tebro i sì famosi allori
Appo quei che ne l'alto a' suoi guerrieri
Il grandissimo Dio comparte onori:
Esperto il dico; i detti miei son veri:
Tu fanne certi de' seguaci i cori,
Perchè, spendendo l'animose vite,
Aggiano per tesor le sue ferite.
LV
Così diceva, e non d'umani accenti,
Tant'era caro, rassembrava il dire.
Indi si scorse fra bei lampi ardenti,
Tornando al ciel, come balen sparire;
Di repentino oblio sparge i tormenti
Folco ascoltando, ed un novel gioire
Par che nel petto afflitto al duol succeda,
E tutta volta era del sonno in preda.
FINE DEL IX CANTO.
ANNOTAZIONI
AL CANTO IX.
L'argomento in prosa dice così:
«Nel IX. Agitercano Turco si offere di uccidere Ottomano; et Amedeo
non l'accetta. Il Gran Maestro visita Enrico e Trasideo feriti.»
L'episodio di Agitercano avendo principio nel canto VIII. è da vedere
quanto si è detto nelle annotazioni a quel canto.
Il Cav. d'Urfè ha due sole censure pel IX.
Aveva detto il Poeta, che Ottomano, condotto Alemano
«In sulla riva d'un vallon profondo,
Come l'ebbe colà, spinta gli diede
E trabocollo......»
«Il me samble (-parla il Critico-) que quand Ottoman tue Alcmane ce
soit une chose contraire a ce que les grans Turcs ont accoutumé de
faire, parce que leur ordinaire est de le faire faire par autre;
touttefois s'il se peut excuser sur la colere, je m'en remets au
jugement d'autruy, et mesme s'il y a subjet de colere, puisqu'il
estoit blessé et que mesme il dit que le sang couloit encore, et que
Alcmane le dit luy mesme a Ottoman.»
Quanto al fare che Ottomano uccida l'infelice di sua mano propria,
vero è che i gran Signori de' Turchi si servono in cotali uccisioni
del braccio altrui; ma quì trattavasi di materia gelosa, e in ispecie
nell'Oriente, ed in un secolo non ancora guasto dalla mollezza; e però
il far trucidare Alemano alla scoperta, sarebbe stato come un far
pubblica l'onta di una fiamma disonesta.
L'altra parte della censura, ingenuamente dichiaro ch'io non
l'intendo. Può essere che il Chiabrera mutasse alcuna cosa nel dare
alle stampe il poema; e da ciò verrebbe l'oscurità della critica fatta
sul manuscritto. Più chiara è questa che segue.
«En ce chant on ne voit presque rien que des songes et des apparitions
d'esprits, et des discours des démons entre-eux qui sont du tout trop
ordinaires, comme V. A. a bien remarqué.»
Questo difetto tolse il Poeta riducendo l'Amedeida a soli dieci canti;
e ordinando che fosse pubblicata lui morto. Ma su questo poema convien
leggere le lettere del Chiabrera a Bernardo Castello, che si stampano
dal sig. Ponthenier; essendo in esse la storia minutissima
dell'Amedeida.
CANTO X.
ARGOMENTO.
-Prende le forme di Licasta, e muove
Così la Furia di Sultana al letto;
Onde ella di distor faccia sue prove
Dal desio di pugnar il Re diletto.
Prega essa; ma pregar nulla ha che giove,
Nè ardore ammorza nel guerriero petto.
La Furia allor da le tartaree grotte
I figli tragge dell'eterna notte.-
I
Ma carco d'armi il natural riposo
Schifa ne l'ombra taciturna, e bruna
Ottoman fiero, e su quel dì pensoso
A se davanti i sommi Duci aduna;
Ivi con guardo turbido, focoso
Da prima voce non esprime alcuna;
Poi con sembianza tal, ch'a rimirarla
Porgea spavento, apre la bocca, e parla.
II
Senza che sporlo favellando io tenti
Creder per voi si po, che quì v'aspetto
Per alto sublimar vostri ardimenti,
E la virtù, che vi sfavilla in petto;
Ah cani, ah cervi a sola fuga intenti;
Anco il piè vi conduce al mio cospetto?
Tornate a me così sconfitti in guerra?
Oltre, vil schiavi, ad abitar sotterra.
III
Degnati in campo al più sublime onore,
Scelti fra tanti a dilatar l'Impero,
Dovevate fuggir colmi d'orrore
Non per altre arme, che d'un sol guerriero?
Or sì come dal mar l'alba vien fuore
Pur di ratto fuggir fate pensiero,
Perchè di gente tal possa vantarmi,
Eterna infamia del mestier de l'armi?
IV
Tal minacciava; e da la fronte oscura
Per gli occhi fiamma sfavillava intorno,
Gelidi i capitan d'alta paura
A le tende ciascun fa suo ritorno;
Quivi, presaga di più rea ventura,
La vinta plebe al trapassato giorno
Volgea la mente, e tra' più rei martiri
Bestemmia d'Ottoman gli empi desiri.
V
Non è chi terga elmi sanguigni, o studi
Ne l'ampio vallo disfrenar destrieri;
L'aste vedresti, e gl'ingemmati scudi
In folta polve, e i ricchi arnesi altieri;
Erra fremendo orrida Aletto, e crudi
Giù ne l'alma infernal nudre pensieri,
Gli aspidi vibra in su la fronte atroce,
Ed ivi errando se ne va veloce.
VI
Ella, che sa quanto languisce, e quanto
Ne le vene Ottoman chiude d'ardore,
Creder non vuol, che di Sultana al pianto
Non pieghi alfine intenerito il core.
Dunque sen vola; e su per l'aria intanto
Lascia il sembiante, e l'infernal terrore,
Fassi Licasta, ch'a Sultana in culla
Diè la mammella, e la nudrì fanciulla.
VII
La nobil donna lagrimava, e mesta
Sola traeva guai sul regio letto,
E de l'interno duol nube funesta
Turbava l'aria del sereno aspetto;
La manca mano ha sotto l'aurea testa,
La destra in su l'avorio del bel petto;
Sì stava, di gran mal quasi indivina,
Quando il rio mostro da vicin l'inchina.
VIII
E dice: abbandonata quì dimori,
Ed apri al pianto, ed a' sospir le porte,
Ma schernendo Ottoman gli altrui timori
Contra il grande AMEDEO s'appresta a morte;
Certo, che fra le piaghe, e fra i dolori
Andranne al ciel re coraggioso, e forte,
Specchio ad altrui de la virtute umana;
Ma pensa tu, che fia di te, Sultana.
IX
Tolta dal regno a dispietate genti
Cotanto offese, e vincitrici in mano,
Onde a' tuoi duri oltraggi, onde a' tormenti
Sperar mercè potrai se non invano?
Dunque non versar quì pianti e lamenti,
Anzi lavane i piedi ad Ottomano
Inginocchiata, e fa che posta ei miri
La beltà, ch'egli adora, in gran martiri.
X
Al così favellar doglia profonda
D'alto gelo a Sultana empie le vene;
Indi si scote; e su l'eburnea sponda
L'afflitta guancia con le man sostiene:
Oh per me, disse alfine, ora gioconda,
Se come a far m'accinsi, uscia di pene
Col ferro allor che 'l genitor mio sparse
L'alma canuta, e che la patria s'arse.
XI
Che quel dì mi togliesse a scempio indegno,
Ch'Ottoman di mio mal prendesse cura,
Acerbo fu d'alcun demon disdegno,
Che quì mi serba a più crudel ventura;
Ch'ei torni in Asia tuttavia m'ingegno
Per comune salute, ed ei s'indura,
E sprezza quanto il ciel chiaro predice
Per ambedue d'atroce, e d'infelice.
XII
Tu di', ch'io pianga, e che l'angoscia io versi,
Ch'io mi strugga dolente al suo cospetto;
Oh non del mio dolor tutto il cospersi?
Non mi vide egli a se morir sul petto?
Omai preveggo i Rodian perversi
De le miserie mie farsi diletto;
Certo è così, ma schernirogli almeno
O con coltello, o con mortal veneno.
XIII
Cotal diss'ella, e giù dal fianco svelte
Sospiri ardenti; e per lo sen le scende
Caldo ruscel di lagrime novelle;
Allora il mostro a così dir le prende:
Reina, anco dal cielo, e da le stelle
S'armato è di prudenza uom si difende;
Rinova i preghi; a la tua nobil vita
Giugne soccorso d'immortale aita.
XIV
Indi per foschi nembi, atro sentiero,
La simulata imagine sen vola,
Come per soffio d'aquilon leggiero
Ratto a lo sguardo altrui nube s'invola;
Ma la donna real, ch'entro 'l pensiero
De la finta nudrice ha la parola,
Speme avvivando, si rinfranca, e move
A far co' preghi suoi l'ultime prove.
XV
Lascia le piume, ed abbandona ogni arte.
Onde con pompa sue bellezze onori;
Nulla su' manti suoi gemma comparte,
Nulla s'asperge di soavi odori;
Le belle chiome al vento ivano sparte
Argomento a mirar d'alti dolori;
Nè del bel collo al puro latte intorno
Giransi perle, onde fiammeggi adorno.
XVI
Così veloce ad Ottoman sen riede,
E col bel guardo di mestizia pieno
Fiso il rimira, e gli si getta al piede,
E vinta di dolor quasi vien meno:
Egli in foco sen va come la vede,
L'alza da terra, e la si stringe al seno,
E stan gemendo, e palpitando alquanto;
Sultana alfine apre le porte al pianto;
XVII
Percote il petto, e con la man dolente
Le bende straccia, indi le chiome aurate,
Poi con singulti fece udire ardente,
Il suono afflitto de le voci amate:
Ne l'empio risco, e nel gran mal presente
Deh risorga, Ottoman, l'alta pietate,
Che nel petto real da prima sorse
Mirando me di me medesma in forse.
XVIII
Volgiti addietro, e ti rammenta il giorno,
Che Lidia in guerra soggiogata ardea,
Allor ch'a' vinti si girava intorno
Tra sangue e foco ogni miseria rea,
Io per tor la mia vita a scempio, a scorno
Quel giorno a morte volentier correa,
Stringea la spada, e già feriami il petto,
Quando il ciel ti condusse al mio cospetto.
XIX
Vittorioso intra gli acciar funesti
Movevi intento a le nemiche offese,
Ma non prima lo sguardo in me volgesti,
Che di mio stato alta pietà t'accese;
Corresti, e l'arme di mia man traesti,
Prendesti meco a favellar cortese,
Comandando a ciascun, che 'n ogni loco
Cessasse il sangue, e s'affrenasse il foco.
XX
Poco alfin ti sembrò, che scampo avesse
La serva tua da miserabil morte,
Che 'l tuo nobile cor tosto m'elesse,
Infinita mercè, per sua consorte;
Indi per l'Asia a le reine istesse
Beata apparvi, e s'ammirò mia sorte,
Che nel corso degli anni un picciol punto
Non fosse il fianco mio dal tuo disgiunto.
XXI
Io ne le liete, io ne le sorti avverse
Sempre in terra ed in mar fra le tue schiere;
La bella asta real per me si terse;
Adornossi il cimier di piume altiere;
E se nel corpo tuo piaga s'aperse
Le labbra mie la ti baciar primiere,
E sempre, che 'n sudor tornasti avvolto
Fur queste man che t'asciugaro il volto.
XXII
Or lassa ove t'offesi? ove cotanti
Error commisi, che da me lontano
Rivolgi il cor sì, che mi struggo in pianti
Te pur pregando, e mi distruggo invano?
Forse tra scogli, e turbini sonanti
Ti produsse, Ottoman, l'empio Oceano?
Ch'a te non cal, che fra i Latin schernita
Tragga in dolor la miserabil vita?
XXIII
Quì tra lunghi sospir china l'adorno
Suo guardo a terra moribonda, e geme;
Ed egli arso d'amore, arso di scorno,
Tra molli pianti inesorabil freme;
E grida: a te dure catene intorno?
Tu n'andrai serva a le miserie estreme?
Sultana d'Ottoman tanto temesti?
Unqua voce sì ria formar potesti?
XXIV
Certo, ch'infra Latin porrai le piante,
Ma colà giù fra lor ti vo' reina;
Vogl'io, ch'a' cenni tuoi cangi sembiante,
E corra Italia tributaria inchina;
Roma fra sette colli arsa, fumante
De gli eserciti tuoi farò rapina,
Ed in lei marmi sacrerotti eterni;
Cotali avrai per me catene e scherni.
XXV
Quì tacque; ed ella con sembianza oscura
Per grave duolo a così dir riprese:
Mentr'io timida il cor su tua ventura
Dianzi piangea, dal cielo ombra discese,
Ch'a' tuoi guerrier battaglia avversa e dura,
E duro fin de l'animose imprese,
Ed a gli assalti tuoi pianto predisse,
Se quinci il campo tuo lunge non gisse.
XXVI
Che possa l'asta d'Ottoman fe' chiaro
Asia, dicea, dove ei fermò l'impero,
Ove, se regi le provincie armaro,
Per loro morte ei più divenne altiero;
Or sotto Rodi egli cadrà; riparo
Altro non è, che rimutar pensiero;
Corri, Sultana, a dipartirsi il prega;
Miseri voi, se 'l tuo pregar nol piega.
XXVII
Così dicendo se n'andò co' venti,
E rivolando al ciel subito sparse,
Ed io son quì; tu le minacce senti,
Senti, che d'alto messaggier m'apparse:
Or che farai? deh se gli strali ardenti
Più stanti al fianco, e se l'incendio, ch'arse
Per me tuo core, or più t'avvampa il petto,
Al celeste voler non far disdetto.
XXVIII
Mira, ch'a pianger teco oggi non vegno
Per leggiera cagion con tante pene;
Piango la vita tua, piango il tuo regno,
Piango ogni mio conforto, ogni mio bene:
Onde, se non da te, scampo, e sostegno?
Onde refugio alcun sperar conviene?
Ove ho da riparar? quale speranza
In tanti mali a la mia vita avanza?
XXIX
Padre non ho, ch'antivedendo i danni
Di vita uscì, tanto dolore il vinse
Per tue battaglie; e sul fiorir de gli anni
Tre miei fratelli la tua spada estinse;
La madre oppressa per cotanti affanni
Al nobil collo un duro laccio avvinse;
Gli amici o che dispersi, o che sotterra
Pur mandommegli allor forza di guerra.
XXX
Oh fra tante miserie alfin beata,
Se 'ntra le fiamme de la patria, vinta,
Battuta, vilipesa, incatenata
Come nemica era a morir sospinta:
Fossi, misera me, foss'io non nata,
Foss'io tra fasce ne la culla estinta,
Se 'l pianto scherni onde ti lavo i piedi,
E se del cielo a messaggier non credi,
XXXI
Ove torci la fronte? ove i sembianti?
Il carissimo sguardo ove raggiri?
Quì non son mostri; inginocchiata avanti
Hai Sultana, che sparge alti sospiri.
Diceva ancor, ma lo sgorgar de i pianti
Tra singulti interrotto, e tra sospiri
Il vigor tolse; e sì l'angoscia crebbe
Ch'ella a più favellar forza non ebbe.
XXXII
Irta le chiome, pallida, gelata
Palpitando riman tra viva e morta;
Sovra aureo letto di sudor bagnata
Stuol di vergini serve indi la porta;
Ma per lei da martir tanto agitata
Il feroce Ottoman si disconforta
E si contrista sì, che non ha posa
Ne le gran fiamme sue l'alma amorosa.
XXXIII
Scuotesi tutto; e l'empio duol del core
Per mille guise gli apparisce in volto;
Pietà di lei, suo natural furore
Il turban sì, che di se stesso è tolto;
Poi che di guerra, e che pensier d'amore
L'ha lungamente alfin volto, e rivolto,
Tragge un sospiro, e con la destra segna
Ch'Ebrain sì diletto a lui sen vegna.
XXXIV
Corre il buon servo, ed al tiranno avante
S'atterra; ei l'alza, e la sinistra pone
Sul caro tergo; indi in real sembiante
Incomincia con lui grave sermone:
Sultana, come donna, e come amante,
Ha de' sospetti suoi molta cagione,
Ma perch'al suo voler pronto m'inchini
Aggiunge segni, e messaggier divini.
XXXV
Turbami, che da se lunge non spinga
De l'acerbo mio fin tanti sospetti;
Ch'ella per suo cordoglio il mal si finga,
E che mia morte, e mia miseria aspetti;
Duolmi che 'n van tanto dolor la stringa;
Ma debbo dar de' miei nemici a i petti
Le spalle in guerra? e s'a pugnar mi chiede
Giusta cagion, volgere in fuga il piede?
XXXVI
Fia, che l'Asia di me tanta viltate,
O pur l'Europa, cui minaccio, intenda?
Varchi, Ebraino, a la futura etate
Arte miglior, che d'Ottoman s'apprenda;
Uscirò, pugnerò; mia feritate
Mia destra, il nome mio m'armi e difenda;
Contra ogni cavalier non son possente?
Or ciò che prendo a favellar pon mente.
XXXVII
Quanta nel petto mio fiamma dimora
Per l'altiera beltà, ch'Amor m'offerse
Quando Sultana appena vista ancora
Con l'afflitta sembianza il cor m'aperse,
Io non dirò: tu meco fosti, allora
Nulla del caso mio ti si coperse;
Ben per altra cagion dirti potrei
Non furo ardor da pareggiarsi a' miei.
XXXVIII
Ed or che presso le fatiche estreme
O vincere, o morir m'accingo in armi,
Non mi turba la morte, o ciò che insieme
Sul punto del morir possa incontrarmi;
Solamente, o fedel, per me si teme
Che de l'alta beltà possa spogliarmi
Troppo avversa battaglia; e solo ho cura
Dopo il mio fin de la costei ventura.
XXXIX
Che fia di me, se giù per l'ombra inferna
Fra re guerrieri ed amorosi accolto
Udrò, ch'altri ne goda, o pur che scherna
Con indegni servigi il suo bel volto?
Ah colà tra gli abissi atra caverna
Mi s'apra innanzi, e d'ogni orror più folto
Tutto m'involga, e non ritrovi via,
Per impiagarmi il cor, fama sì ria.
LX
Che per la morte mia d'ogni mio bene
Alcuno altro amator faccia rapina?
O per onta di me d'aspre catene
Gravi perversa man la mia reina?
Ella goda qua suso aure serene
Fin ch'io godo del ciel l'aura divina;
S'incontra il mio valor miseria indegna
Ovunque son per gir meco sen vegna.
XLI
Tanto vogl'io, tanto Ebrain richiede
Per estremo conforto a' casi duri
L'antico tuo signor; s'ami la fede,
Fa, che ben cauto i miei desir procuri;
Non ingombri tuo cor vana mercede;
Pronto disponti a ciò; vuo' che tu giuri,
Che s'io rimango ne la pugna oppresso,
Sultana per tua man verrammi appresso.
XLII
Sì disse: e di dolor grave i sembianti
Fiso lo sguardo in Ebrain volgea;
L'antico servo se n'andava in pianti,
E con singulti al suo signor dicea:
Non sorga giorno di dolor cotanti;
Ma se pur ne verrà stagion sì rea,
Di questo tuo desir vivi sicuro;
Mio solo Re, per ogni fe' tel giuro.
XLIII
Quì tacque: ed Ottoman, come dolente,
Torna a le piume, e ne l'orribil guerra
I duci estinti rivolgendo in mente
In tra duri pensier gli occhi non serra:
Così molto vegghiò; pur finalmente
Sonno lo sforza lusingando, ed erra
Per lo petto agitato alma quiete,
Ch'ogni aspra cura gli sommerge in Lete.
XLIV
Ma breve fu, che non biondeggia ancora
Dentro l'orror, che tutto il ciel coperse,
Cinta di rose la novella aurora,
Ch'egli si scosse, e le palpebre aperse;
E pur si volve, e col pensier dimora
Su per le squadre in guerreggiar disperse,
E del fin de la guerra omai dubbioso
Rigira in mille parti il cor pensoso.
XLV
Che dee far egli? alto campion contende
Sì, che Rodi atterrar non è speranza;
Se quinci ne i suoi regni a tornar prende,
Quel suo ritorno ha di fuggir sembianza;
Fra se diceva: or l'universo attende
Quanto mia forza in arme oltra s'avanza,
E se col mio furor son van gli schermi,
E nel più nobil corso udrà cadermi?
XLVI
Sparsa è la fama; ed omai l'Asia crede,
Che per me giaccia il Rodiano oppresso,
E colà porterò repente il piede
Di mie vergogne messaggiero io stesso?
Facciami il ciel d'altra memoria erede;
Questa io rifiuto: ad AMEDEO concesso
Sia fornir contra me tutti i desiri,
Ma ch'io volga le spalle, unqua nol miri.
XLVII
In cotal guisa favellando ei veste
D'usata pompa il regio busto, e guarda
Che chiude l'alba ancor l'uscio celeste,
E d'ira par, che per l'indugio egli arda;
Torna a le piume, e pur le ciglia ha deste,
Onde tra quei riposi ei più non tarda;
Va per le tende, e perturbato in faccia
Con interrotto suon duolsi e minaccia.
XLVIII
Obbrobrio d'Asia, a la stagione eletta
Per la vittoria ogni guerrier paventa?
Meglio era lor..... ma di costui vendetta
Prima farò, che i Rodian sostenta:
Oh se questo arco incontra lui saetta!
Oh se con cento piaghe aspro il tormenta!
E se lupo a le tane esca sel porti?
Sì forsennando avvien ch'ei si conforti.
XLIX
Ma dal rabbioso cor voci spietate
Spargeva Aletto, e sì terribil freme,
Che da la fronte, e da le ciglia irate
Fiamma rinversa, e rio veneno insieme;
Spento Ottoman, spente sue squadre armate
Quì rimiro oggi mai, spenta ogni speme,
E che si possa far, quinci m'adiro,
Per opra nostra a suo favor, non miro.
L
L'aer qua giù contra i furori inferni
Tutto è ripien di messaggier celesti,
E dal colmo del ciel fulmini eterni,
Dianzi il vedemmo, a rimbombar son presti:
O noi nati a soffrir tormenti e scherni!
Ella nel così dir par che tempesti,
Sì d'atra spuma ambe le labbra asperge,
E 'n furor novo il rio demon s'immerge.
LI
Di tanti suoi desir non ben sicuro
Volge in un sol pensier cose infinite;
Al fin va, dove al ciel stellante e puro
Asfaltide diffonde alta mefite;
Quinci si scaglia più che l'ombre oscuro
Per l'ombre oscure a la città di Dite,
E batte in quegli orror non mai sereni
L'ali infette di serpi e di veneni.
LII
Varca Cocito ed Acheronte immondo,
Varca di Stige i gorghi atri e bollenti,
E s'innabissa al Tartaro profondo
Tra fier rimbombi de le fiamme ardenti:
D'Erebo quivi è tenebroso il fondo;
Stanza eterna di pianti e di tormenti;
Quivi al fin scorge de' tartarei chiostri
L'aspro rettor tra formidabil mostri.
LIII
Per l'ima tomba al sommo Olimpo avversa,
Ove giammai pietà non segna l'orme,
Fremea su l'empia turba arsa e sommersa
Orrendo, immenso, tenebroso, informe;
Versa ardor da mille occhi, ardore ei versa
Da mille petti in mille orribil forme,
E da ben mille bocche orribil tuona;
A lui s'inchina Aletto, indi ragiona:
LIV
O de gli orrendi e tenebrosi imperi
Arbitro incontrastabile, sovrano,
Io de l'ardir de' Rodïan guerrieri
A te quì scendo messaggier non vano;
Non vinti, no, che coraggiosi, altieri
Danno assalto di morte ad Ottomano
Insuperbiti: ognun minaccia e freme,
E di salute, e di vittoria han speme.
LV
Di lor presso ch'estinti alta speranza
Giunse AMEDEO, che di Savoia in fronte
Porta corona, e di sua gran possanza
Van mille prove glorïose e conte;
Pur io su Rodi a l'infernale usanza
Volea rinovellar tormenti ed onte,
E farla campo a falciator di biada,
E vibrasse AMEDEO l'asta e la spada:
LVI
Se non che duci eccelsi, eccelse schiere
A' Turchi incontro armi superne han prese,
E fan volar da le stellanti sfere
Nembi sonanti di saette accese;
Non han cotanto i miei furor potere
Sì che di tutto il Ciel stanchi l'offese,
Ma se tu la grand'alma empi di sdegno,
E gridi a l'arme, io pur ne bramo il segno.
LVII
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