In sella il fa salir del buon destriero; Poi dolce l'accommiata, e 'n varia parte La fuga affrena de le genti sparte. XII Ma sprona Oronte, e, studïando il passo, Del campo afflitto immantenente è fuora, E colà torna infievolito e lasso Ove il suo re tra' cavalier dimora; Fattosi da vicin col capo basso, Poi ch'è disceso dal destrier, l'onora; E mentre egli la lingua a dir sciogliea, Dal fianco il sangue tuttavia scendea. XIII Signor, posto in oblìo l'antico onore, Langue il tuo campo da temenza oppresso; E di quello AMEDEO l'opprime orrore Per solo scampo a' Rodïan concesso; Ma non de' duci tuoi langue il valore: Dirà di lor virtù, lor sangue istesso, Mal grado de' cristian, nel caso avverso, Ciò che dice di me, questo ch'io verso. XIV Tace, e con occhi di furor turbati Stassi Ottoman a riguardarlo alquanto; E via più sempre da gli stuol fugati Cresceva il grido ed il tumulto intanto. Sentelo il Turco, e con sembianti irati Volto a i Baran, c'ha reverenti a canto, Armi chiedea. Ma ne le furie accensa Aletto sovra lui forte ripensa. XV Poi batte l'ali, e de gli aerei regni Va tra gli umidi campi in un momento, Là dove rei demon tra rei disdegni Errano intenti ne l'altrui tormento; Però che 'l dì, che de gli spirti indegni Si vendicò nel ciel l'empio ardimento, E da l'eccelso olimpo ebbono bando, Per varie parti fur dispersi errando. XVI Verrà stagion, che l'universo intenda Terribil tromba di giudicj estremi Nel ciel sonarsi, e quindi ogni alma attenda Per sè miserie sempiterne, o premi: Allor sotterra ne la fiamma orrenda, Allor nel fondo de gli orror supremi Rinchiuderansi fulminati, allora Faran nel centro, e senza fin, dimora. XVII In tanto ognun per mille vie procura Che 'n ogni alma il peccar cresca diletto. Ora a quegli empi, che per l'aria oscura Han loro albergo, favellava Aletto: Già sprezzar l'armi, abbandonar le mura Era poc'anzi il Rodïan costretto; Già nulla di suo scampo avea speranza: Cotanto io crebbi ad Ottoman possanza. XVIII Quando AMEDEO fin da l'Italia corse E scese in Rodi ad arrecar salute, Ove gli amici così fier soccorse, Che son le glorie d'Ottoman perdute. Chi sia costui, ch'a noi contrario sorse, Qual ne la destra sua splenda virtute, Io nol dirò: del Vatican devoto, A grande onta di noi, pur troppo è noto. XIX O de l'orride nubi, o de' sonori Turbini al mondo eccitator famosi, Densate nebbie, e con più cupi orrori Gli almi raggi del sol volgami ascosi: Se 'n terra ad AMEDEO gli aspri furori Destra non è, che d'interromper osi, Voi sì misero giorno omai spegnete, Onde il campo de' Turchi aggia quiete. XX Fiera fremendo a questi detti a pena Ella il fin pose, che l'orribil stuolo, Come sua furia scelerata il mena, Su gli spazj di Rodi affretta il volo. Ed ecco perturbar l'aria serena, Ecco tempesta minacciarsi al suolo, Ed in un punto abominevol ombra Il cielo afflitto oscuramente ingombra. XXI Quanti torbidi nembi austro governa L'odiosa squadra in su quei campi aduna; Stende uggia folta; e d'atra nebbia inferna Abbuia l'aura, e più che pece imbruna; S'annotta sì, che de la fiamma eterna De l'aureo sol luce non splende alcuna Per l'orror tetro; indi si finge Aletto Le membra e l'armi e d'Ebräin l'aspetto. XXII E dove ardente il corridore ei sprona, Ottoman giunge, e, serenando il ciglio, Parla: Febo de' tuoi l'armi abbandona; Or di riposo è via miglior consiglio; Diman le trombe a novo assalto suona, Come il dì sorga in sul mattin vermiglio; Allor mia destra in guerreggiar fia teco. Sparve ciò detto, e va per l'aer cieco. XXIII A l'ammonir del tenebroso nume Placasi il Turco, e, raggirando il freno, Impon il suon, c'ha di raccor costume, E fra le tende aspetta il dì sereno. Ma, poi ch'a l'armi sue vien manco il lume, Da la pugna AMEDEO cessa non meno, E per mezzo il dolor, ch'alto s'udìa De' Turchi oppressi a la città s'invìa. XXIV Subito allor su le percosse mura L'Angel di Rodi protettor discende, E del greco Argilan presa figura, Col vecchio Folco a favellare ei prende: Ecco che sorta omai la notte oscura Rodi pur con le tenebre difende, E chiamano le trombe saracine I fieri Turchi a riposarsi al fine. XXV Nè men l'alto AMEDEO, che 'n sì brev'ora Ha percossa de' Tartari la spene, Da l'armi cessa, e fino a nova aurora Per teco starsi a la città sen viene. Tu movi incontra e riverente onora La fortissima destra, a cui s'attiene Nostra salute. E così detto sparve, E del ciel messo, disparendo, apparve. XXVI Udito il messaggier nulla altro aspetta Folco, nè sente quel parlare in vano: Ma de' gran duci suoi schiera diletta Seco s'aggiunge, il buon Velasco ispano, Il Baglione, il Brisacco; indi s'affretta Il rege invitto ad incontrar sul piano: Come fu da vicin, le guardie apriro La ferrea porta; e quei gran duci usciro. XXVII Ma fuor de la città corto cammino Segnaro d'orma le robuste piante, Che quasi su l'uscir fatto vicino Lo splendor de l'Italia ebber davante: Ei sotto l'elmo dell'acciar divino Sfavillava in magnanimo sembiante, E con le membra del rio sangue asperse Nobile vista e sovra umana offerse. XXVIII La destra porge caramente, e poi L'inchina: e dice il Rodïano appresso: Inclito sangue de' più forti eroi, Per nostro scampo a noi dal Ciel concesso, Se, pugnando Ottoman, da' furor suoi Doveva in guerra rimanermi oppresso, Io per far scherno a la miseria rea Qual miglior destra unqua invocar potea? XXIX Certo a l'orecchie altrui chiara memoria Nel mondo fia, ch'a noi porgendo aita, Rompesse d'Ottoman tanta vittoria, E s'affannasse così nobil vita. Così diss'egli. Ed AMEDEO: la gloria, S'a me pur ne verrà, verrà gradita, Poscia che per decreto io m'affatico Del Cielo, a scampo di cotanto amico. XXX Sì brevemente al Rodïan risponde; Poi rinova, d'amor la fronte adorno, Accoglienze dolcissime, gioconde; Ed indi fanno a la città ritorno. In tanto il suo venir fama diffonde Con spesse voci; ed a le porte intorno Già per tutto si spande il popol folto, Di veder vago il gran guerriero in volto. XXXI Gioioso incontro; qual veggiam, se il lume Rimena il sol de la fiorita estate, Che di volar gioconde han per costume Presso de l'aureo re l'api dorate; Con lui ne i campi erbosi, o lungo il fiume, O vanno intorno da le cere amate; Tal vanno i Rodïan, dove a grande agio Posi AMEDEO dentro il real palagio. XXXII Entrano presso l'immortal campione I sommi duci in quel sovran soggiorno, Che di trofei, di spoglie e di corone È la gran corte e le gran scale adorno; Là su giunto AMEDEO l'armi depone In chiusa stanza, ed a lui poscia intorno Sono i guerrieri; e de' guerrieri il duce In ampia sala con sua man l'adduce. XXXIII Ivi il cibaro; ove la voglia accesa De' cibi è spenta, il Rodïan ragiona: Non perchè picciol regno a sua difesa Ponga in sudor la tua gentil persona, Fia che di ciò, come di vile impresa, A te deggia venir vile corona, E deggia il mondo e la cristiana fede A l'altiera tua man scarsa mercede. XXXIV Chè noi quì posti a militar per questa Isola angusta, e custodir suoi liti, Fatti siam, come sponda a la tempesta Che possa uscir da faretrati sciti; I quai non più ladron per la foresta Predano biade, o peregrin smarriti; Ma seguendo Ottoman, che 'n loro regna, Alzano al ciel non vilipesa insegna. XXXV Ei, poste a fren le regïon bitine Tra ferro e fiamma, in che pugnò primiero, Allargò dentro l'Asia il suo confine, Noi minacciando di superbo impero: Or con mille nocchier l'onde marine Ingombra, e verso noi prende il sentiero; Perchè, Rodi abbattuta, una battaglia Il varco gli apra, onde l'Europa assaglia. XXXVI E noi quì lunge ad ogni aita, e stretti Per dura fame in sì guardati mari, A Dio sacriamo sanguinosi i petti, Stancando l'aste ed i nemici acciari; Ma tu, ch'a nostro scampo il corso affretti, Chi ti conduce? e di qual parte appari? Come fra le nostre arme oggi ti trovi? Senza scorta di noi certo non movi? XXXVII Gli risponde AMEDEO: per l'Occidente Erano a pena i vostri affanni intesi; Quando la tomba del gran Dio vivente Peregrinando a visitare io presi. Sciolsi, e per entro il mar l'onda fremente Mi fu seconda, e gli aquilon cortesi, Fin che nei campi dell'Egeo pervenni; Quivi d'alte procelle ira sostenni. XXXVIII Tre giorni in mezzo a le tempeste oscure Corsi là dove il turbine mi mena. A Sciro ruppi finalmente; e pure Giunsi notando in su l'asciutta arena: Quivi tra scogli e tra foreste oscure Trassi più giorni solitario in pena. Mossi indi al fin: ma ch'a trovarvi io vegna Dal ciel disceso messaggier m'insegna. XXXIX Tacque; ed incontra le sue nobil voci Folco dicea: dunque da noi lontano Vada ogni tema; i turbini veloci La sommergano in fondo a l'oceàno. Tu struggerai gli eserciti feroci Invitto, altier; fia di tua nobil mano Ottoman servo: or ne i silenzj ombrosi De l'alma notte il tuo valor riposi. XL Sì disse; e'n questa appar Lancastro inglese, Al cui valor la rodïana porta Commessa fu per le guerriere imprese; Ed egli ad un guerrier faceva scorta. Il guerrier su le giubbe al piè distese Lega con cinto d'or spada ritorta, E volge intorno al crin candida tela, Ed il sovran de le due labbra impela. XLI Ne l'aspetto di lui splende beltate, Ed era il viver suo lunge non molto Da' dieci lustri; e pur la lunga etate Con poche rughe gli solcava il volto. Ora a i Baron, che ne le sedi aurate Riposavano a mensa, ei fu rivolto; E chino ambe le man sul sen si pose; E 'n questi detti i suoi pensieri espose: XLII Il così fatto arnese, onde m'adorno, E più l'uscir da l'ottomane tende, Ove palesemente io fo soggiorno, Che Turco io sia testimonianza rende: Ma non debbo tacere in questo giorno, Che da' cristian l'origin mia discende, A ciò che più lontan d'ogni sospetto V'entri nel cor ciò, che da me fia detto. XLIII Or voi dell'ascoltar fatemi degno, Nè v'incresca raccor quanto ragiono, Securi a pien che io mi conduco e vegno De lo scampo di Rodi a farvi dono. Ch'ei dovesse parlar fecero segno Ambo quei grandi: ed ei soggiunse: io sono In fra ciascun, che de la grazia altiero Sen vada d'Ottoman, forse il primiero. XLIV Strano ad udir; ma le terrene genti Hanno di vita lagrimosa, o lieta Specchi a vicenda, onde a le umane menti Nulla temer, nulla sperar si vieta. Ora io deggio narrar, che miei parenti D'Italia usciro, e dimoraro in Creta: Quì dal grembo materno a la stess'ora Con un altro fratel men venni fuora. XLV Nove anni a pena in ciel Febo rivolse, Ch'andò la genitrice a l'ore estreme; Quinci di Creta il genitor si tolse, Perch'ebbe in Cipro d'avanzarsi speme: Dunque su legno, che primier disciolse Fidò se stesso, e noi suoi figli insieme, E non grande tesor: solcammo i mari, E fummo colti da' ladron corsari. XLVI Vennesi a l'arme, e con terribil core Travagliossi ciascun per sua salute: Ma, contrastando a barbaro furore, Non ebber peregrin pari virtute: Tratti furo i robusti a l'ultime ore, Nostre persone al ferro, indi vendute Ad un turco baron, nei cui servigi Molto sudammo ne i paesi frigi. XLVII II mio fratel, cui la città straniera Cangiò suo nome, ed appellollo Alcmano, Si dilettò fin da l'età primiera Di schermire da' morbi il corpo umano: Erba non era in giogo alpin, non era Suco salubre in solitario piano, Nè pregiate acque di riposto fonte, Ch'a l'industria di lui non fosser conte. XLVIII Lunga stagione in questi studj spese; Poscia a' popoli infermi egli sovvenne; Glorïoso si fe'; d'ogni paese Il suo bel nome a la notizia venne. E l'istesso Ottoman, come l'intese, A se chiamollo, ed in gran pregio il tenne, E quale avesse in lui dimostrò fede; Che de la vita sua cura gli diede. XLIX Sì caro al gran signor pormi in oblìo Fraterna carità non gli sofferse; Ma volto ad innalzar lo stato mio A la grazia real strada m'aperse. Colto opportuno tempo al suo disìo Dunque me servo ad Ottomano offerse, E sì degno mi fe', che notte e giorno A la persona sua dimoro intorno. L Posso a mia voglia entrar le regie tende, Nè, s'altri il divietasse, il passo arresto: Quando il re vegghia; e s'ei riposo prende, Non meno il servo, e le sue membra io vesto: Disiderio d'onor sì non m'accende Ch'io menta; quanto parlo è manifesto: Pregio di ventate apprezzo ed amo: Son noto a tutti; Agitercan mi chiamo. LI E non per tanto, s'appo voi sicuro Fia mio soggiorno, e, se miei merti avranno Appo voi grazia, io fo promessa, e giuro Che segherò la gola al fìer tiranno. Così fatto parlar sembrò ben duro A' Rodïan poi che sentito l'hanno; E co' sembianti lor segno ne fero; Onde soggiunse il cavalier straniero: LII Atto stimate d'ascoltarsi indegno Questa vendetta, che di far prometto, E forse incontra me d'aspro disdegno E di repentino odio empiete il petto: Ma quando il torto, che sì fier sostegno Da l'iniquo Ottoman, per me fia detto, Forse in voi cesserà la meraviglia. Quì tace alquanto, e poscia a dire ei piglia. FINE DEL CANTO VIII. ANNOTAZIONI AL CANTO VIII. Argomento del Poeta: «Nel VIII (-sic-) Aletto addensa l'aria in modo, che si cessa dal combattere: Amedeo entra nella città.» Nella st. 14 dice il Chiabrera: Sentelo il Turco, e con sembianti irati Volto a i Baron c'ha reverenti a canto ec. E il cav. d'Urfe' nota: «je ne say commant il puisse attribuer ce nom aux Turcs, qui n'ont point non seulement de ces titres de marquis contes ny barons, mais qui n'ont pas mesme celuy de noblesse.» Ha ragione il critico, ove il vocabolo -barone- si voglia intendere nel senso feudale dell'occidente; ma le parole pigliano assai volte un senso più largo che non avevano a principio: così -Marchese- propriamente significava Governatore civile e militare di una vasta provincia su i confini d'un grande impero: -Conte- voleva dire Governatore d'una città e provincia; ed ora sono puramente titoli d'onore. Ed anche si potrebbe dimostrare storicamente, che i Maomettani, se non hanno de' -Baroni-, hanno però de' feudatarj, che possono in nostra favella meritare quel titolo. Ma non occorre dir altro su questo proposito, sapendosi che -Barone- ne' poemi italiani significa un capitano di alto grado nell'esercito. Comincia alla stanza 40 un episodio; intorno al quale furono proposte alcune opposizioni. Ad una porta di Rodi, della quale aveva la guardia Lancastro inglese, si presenta Agitercano; che, avendo ricevuta una grave ingiuria da Ottomano, viene ad offerirsi a' Cristiani, promettendo di uccidere il Signore de' Turchi. Lancastro introduce Agitercano, e lo presenta a Folco Gran Mastro di Rodi. Parve al Duca di Savoja, udendo leggere il poema, che Lancastro avesse trasgredito le regole della guerra, introducendo nella città, in tempo dell'oppugnazione, un incognito che veniva dal campo nemico, senz'averne prima ottenuta facoltà dal capitano supremo. Il cav. d'Urfé trova ragionevole, ed a buon dritto, l'osservazione del Duca; ed aggiunge che il Poeta «devoit avoir fait faire a ce Turc quelque chose en vengeance de l'offance de la quelle il se plaignoit,» E veramente non facendo più nulla questo Agitercano, l'episodio non è collegato col poema; e senz'avere la bellezza di quello di Olindo e Sofronia del Tasso, ne ha il principale difetto. Un episodio che si può stralciare senza che il poema ne riceva danno, è contrario alle leggi della poesia. Ma l'Urfé propone un'altra censura, che risguarda alla moralità; ed è questa, che il Poeta doveva trovare l'incontro di mostrarci punito Agitercano del suo tradimento «pour montrer que Dieu punit toujours les traistres, et mesmes ceux qui pour quelque occasion qui ce soit veulent attanter a la vie de leur prince souvrain.»--Perciocchè, seguita a dire il critico, debbe il poeta sopra ogni cosa studiarsi ognora di proporre degli esempj di rimunerazione e di castigamento delle virtù e de' vizj, per allettare a quelle, e da questi allontanare i leggitori.» Sentenza degna di cavaliere cristiano! Com'ebbe Agitercano palesato il disegno di uccidere Ottomano, veggendo Amedeo che il Gran Mastro non faceva risposta, così prese a dire al traditore (canto IX 32): «... Guerrier, le tue ragioni intendo; L'opra del Re fu scellerata e rea: Il tuo disegno io volentier commendo; Ma non vo' che di pregio e che di gloria Si scemi con tua man nostra vittoria.» La qual risposta parve al cav. d'Urfé -une chose un peu estrange-: «Il me semble qu'une telle action ne devoit point estre avouee pour bonne par un si grand Prince.» Nell'Amedeide minore non si legge parola di quest'episodio di Agitercano. CANTO IX. ARGOMENTO. -Ode d'Ifigenia la trista istoria, E d'Alcmano AMEDEO: ma niega poi Che Agitercan rapisca a lui la gloria (Come promette co' disegni suoi, Uccidendo Ottoman) della vittoria. Folco a veder va gli impiagati Eroi; E, lor soavi compartendo accenti, Ne puote serenar le afflitte menti.- I Già sposò mio fratel per sua ventura, E per sua disventura una donzella, La qual formando s'ingegnò natura, Ch'avesse con ragion titol di bella; Taccio, che la sua treccia era ambra pura, Ed ogni sguardo suo fulgida stella, Rubin le labbra, e che di bel sereno Splendea la fronte e d'alabastro il seno. II Se movea passo, o se facea soggiorno, S'a detti, o s'a sospir la bocca aprìa, Posasse gli occhi, o li girasse intorno, Seco era gentilezza e leggiadrìa; E, se 'n nobile danza, abito adorno O domestici manti ella vestìa, Lasciava in dubbio altrui, quando maggiore Fosse di sua beltà l'almo splendore. III E queste doti eccelse e questi vanti, Di che pregiolla il cielo, incoronava Con una fè non mai veduta avanti, Onde gioconda il suo consorte amava: Ella da' cenni suoi, da' suoi sembianti Pendeva, i detti suoi soli ascoltava: Per tal modo in costei vedeansi insieme Somma virtù, nè men bellezze estreme. IV Or mentre il suo fratel söavemente Per sì fatta cagion mena la vita; Ecco caso avvenire, onde repente Sommerse tutti noi pena infinita: Un giorno in Prusia la più nobil gente Ottoman lieto a festeggiare invita, Bramoso d'onorar duci fenici Ch'indi facean cammin sì come amici. V Fessi di donne memorabil danza: Altra ammirossi per serene ciglia, Chi d'abito gentil, chi di sembianza, E chi di leggiadrìa diè meraviglia. Ma come ogni chiarezza in cielo avanza Febo, quando il precorre alba vermiglia; Per cotal guisa ogni beltà famosa Ivi del mio german vinse la sposa. VI Allo splender di quella luce altiera Ratto si volse ognun, come ella apparse; Ma guardolla Ottoman per tal maniera Che da prima lodolla, e poscia n'arse: Si danzò, si gioì, giunse la sera, E con doglia d'ognuno il sol disparse: Stassi Ottomano alquanto, e poscia invìa Bagon suo messo a la cognata mia. VII Perle, cui già nudrì l'onda eritrea, E forza d'or, che l'universo apprezza, Recolle in dono. Indi così dicea, Per adescar la feminil vaghezza: Recarti ei stesso questi don volea Ottoman per ornar la tua bellezza, Onde l'imperio suo si rende adorno: Ma poi volle serbarsi ad altro giorno. VIII Or manda me, ch'a nome suo t'onori, Onde la speme tua rimanga certa Che de' reali altissimi favori Per me ti faccia non bugiarda offerta. Felice te, che 'n sì sublimi amori Trovi la via senza cercarla aperta, E grazie godi, che per nulla etate S'affidò disïare altra beltate. IX Ifigenìa, che del parlare intese L'occulto fin, tale risposta diede: Troppo altamente il gran signor cortese Ad una vil sua serva usa mercede: Ma non mi dir, che meraviglia il prese De la scura beltà, che 'n me si vede; Ch'egli usato a mirarne alme ed altiere, D'una sì fral non può sentir piacere. X E qual mi sia, sai ben, ch'al mio consorte Mi lega d'Imeneo salda promessa, Sì che nol debbo ingiurïar sì forte; Ma non meno amar lui, ch'ami me stessa. Quì tacque. E visto per sì nobil sorte Mostrar la donna la sua voglia espressa, Fu stupido Bagon: poscia raccolse I suoi pensieri, indi la lingua sciolse: XI Forse avvien, che di me vergogna prendi; O ch'al mio favellar non dai credenza: Ma per mia bocca quelle cose intendi Ch'avria detto Ottomano in tua presenza. Or la cagione, onde al mio dir contendi, E che narrasti, è popolar sentenza, Ed indegna di te, nel cui bel petto E senno ed accortezza han suo ricetto. XII Qual sì felice fia per l'Orïente Alma, o sì paga degli uman desiri, Che per invidia non divenga ardente, Quando alle tue grandezze ella rimiri? Tu su le voglie d'Ottoman possente Sì ch'ubbidisca del tuo guardo ai giri? Sì che cangi color per tuoi sembianti? Sì che venga di ghiaccio a te davanti? XIII Sommo trïonfo di beltà, nè mai Visto fra noi; ma di tesori immensi Per ogni tempo il pieno arbitrio avrai, E fia tua sola man che li dispensi. Che di cotanto onor biasmar giammai Ti deggia Alcman, torto gli fai, sel pensi Ei come saggio sa, che 'l nostro bene Ne la grazia del re por si conviene. XIV Nè questo detto io vo' tenerti ascoso; D'Ottoman l'alma a disdegnarsi è presta. Ed io vorrei, pria che 'l suo cor sdegnoso, Incontrare un leon per la foresta. Sì disse lusinghiero e minaccioso; Ma non d'Ifigenìa la mente onesta Per forza di speranza e di spavento Scosse dal suo gentil proponimento. XV Ella con franca voce il fea sicuro Ch'ogni artificio s'adoprava invano: Era qualunque strazio a lei men duro, Che caricar di tanta infamia Alcmano, Credi Bagon; con veritade il giuro; Tanto del re non può donar la mano, Ch'a lui mi venda: e l'or, ch'oggi mi porgi, Io lo reputo vil; ben te n'accorgi. XVI Sia tuo; serbalo teco; io tel consegno: E tu del gran Signor tempra le voglie, Ed affatica il conosciuto ingegno Ad ammorzar l'ardor che 'n se raccoglie. Visto, ch'ella d'amar prende disdegno Sì fortemente, il messo indi si toglie; E noi creder dobbiam, ch'egli dicesse Poscia al tiranno fier quanto successe. XVII Finse Ottoman di disïar piacere Una giornata in caccia; e sul mattino Mosse con pochi a perseguir le fere, Per entro un bosco a la città vicino. Quivi lasciò de le seguaci schiere L'usata corte, e travïò camino, E, trapassando per lo folto, disse Co' cenni al mio fratel, che lo seguisse. XVIII Ed ei seguillo. Come seco il vede, Gli dimostra Ottoman volto giocondo, E seco parla, fin c'ha posto il piede In su la riva d'un vallon profondo. Come l'ebbe colà, spinta gli diede E traboccollo: non pervenne al fondo Il corpo infelicissimo, che spento Spirò la vita, e la disperse al vento. XIX Fornì la caccia; e sul fornir del giorno Ognuno il piè rivolse a le sue case: Torna ognun: solo Alcman non fa ritorno; E quinci Ifigenìa trista rimase. Spedì messaggi a ricercarlo intorno Ove lui ritrovar si persuase; E nulla fu del risaperne. Intanto Fingeasi in cor varie cagion di pianto. XX Mentre languisce, e ch'ella un dì sostiene Col sonno il cor da l'amarezza vinto, Ecco, che su l'aurora a lei sen viene In sogno l'ombra del consorte estinto. Ah che le ciglia sue non fur serene, Nè di neve, nè d'ostro il viso tinto! Nè ver lei sfavillava al modo usato La bella luce del sembiante amato. XXI Rabbuffato le chiome, il sguardo mesto, D'orrida pallidezza afflitto il volto, Ed il busto di piaghe atro e funesto, E di sangue e d'orror tutto era involto; E le diceva: il tuo consorte è questo: Io così sotto il ciel giaccio insepolto Esposto a saziar belve affamate, S'aiuto non mi vien da tua pietate. XXII Ottoman stesso ingiurioso ed empio, M'uccise. E quivi le solinghe rive, Ove sofferse il non temuto scempio, E come gli avvenisse a pien descrive. A l'esecrabile atto oltra ogni essempio Apre le luci di più viver schive La donna; e l'ombra apparsa più non vede; Sol pensa a quello annunzio, e vero il crede. XXIII E, poi che sorse il sol su l'emispero, Vien meco: Alcmano a ritrovare andiamo, Mi dice. Ed io con lei calco il sentiero, Ed in brev'ora la foresta entriamo; Molto cercammo, ed oh spettacol fiero! Al fine in scura valle il ritroviamo Tutto sanguigno, e le sue membra ancise, Sbranate e lacerate in varie guise. XXIV Subito fummo, io da mestizia oppresso, Gelido il petto, e con le ciglia immote, A lei di favellar non fu concesso: Cotanto pianto l'inondò le gote. Poi grida: e pur non ingannevol messo A me venisti, e vere fur tue note? E quivi di pallor copre l'aspetto, Stracciando i crini, e percotendo il petto. XXV Poscia narrommi d'Ottoman l'amore Nato fra balli, e che Bagon propose; I doni, i preghi ad ammollirle il core, E ciò che disdegnando ella rispose: Narrommi ancor, che sul notturno orrore Alcmano istesso i suoi martiri espose. Io stimai, ch'ei giungesse a quella morte Per cagion de l'amor de la consorte. XXVI E però senno giudicai frodarsi Con simulato cor tanta sventura, Che la colpa del re manifestarsi Mal nostra vita renderìa sicura. Dunque fra i pianti e fra i sospiri sparsi Pensammo come porsi in sepoltura Dovesse il corpo sfortunato; e poi Di lui non far parola unqua fra noi. XXVII Così dove men sodo era il terreno De l'ima valle ivi per noi s'aperse, Ed Alcman vi si pose, indi non meno De lo stesso terren si ricoperse. Ma chi giammai potrìa narrare a pieno Di che misere lagrime t'asperse? Al mesto loco alfin volgemmo il tergo, E tornammo dolenti al patrio albergo. XXVIII Dopo due giorni tra mortale affanno Secretamente Ifigenìa mi chiama; Ben nel volto di lei fuor d'ogni inganno Si conoscea del suo morir la brama. Ella mi disse: il perfido tiranno Questa bellezza miserabil ama; E, per ch'era a sue colpe impedimento Il tuo fratello, il traditor l'ha spento. XXIX Contrastare a la barbara vaghezza Di sì fiero uom qual sarìa mai bastante? Ma non vogl'io, che de la mia bellezza, Trattone Alcmano, altri si veggia amante: Dunque sul primo fior di giovinezza D'ognuno a gli occhi io mi torrò davante: Ho bevuto venen: tu se potrai Vendica i nostri incomparabil guai. XXX Poichè così parlommi, in tempo breve Abbassar gli occhi, e scolorir si mira; E sparsa di sudor come di neve Tutta si scote palpitando e spira. Sì fatto oltraggio perdonarsi deve? A torto mi lamento? ingiusta è l'ira? O pur debbo cercar con ogni ingegno Scacciar dal mondo il regnatore indegno? XXXI Trarlo di vita io ben potei sovente Con questa man: ma dove poi salvarmi? Or s'io l'uccido, infra la vostra gente, Consentendolo voi, posso ritrarmi; Ucciderollo, e di sue membra spente Al fin godrò: voi moverete l'armi. E sbigottito e sfortunato campo E senza re, quale indi aver può scampo? XXXII Quì fa punto al parlar, nè più dicea Agitercano. Ed AMEDEO, vedendo Che Folco a quel parlar non rispondea, Disse: guerrier, le tue ragioni intendo; L'opra del re fu scelerata e rea; Il tuo disdegno io volentier commendo: Ma non vuò, che di pregio e che di gloria Si scemi con tua man nostra vittoria. XXXIII Non ti dar pena, e, fin che sparga i rai Dimane il sol per l'universo, aspetta; Che con la morte d'Ottoman vedrai Farsi di tutti voi degna vendetta. Cotal diede risposta. E quando omai Al mezzo del cammin notte s'affretta Sì che cagion di riposarsi porge, Il vecchio Folco da la sedia sorge. XXXIV E rivolto de Turchi al cavaliero Ei così gli dicea lieto in sembianza: Che di' tu d'Ottoman? qual fa pensiero? De la nostra vittoria ha più speranza? Quei risponde: Ottoman superbo, altiero Ne i suoi disdegni e ne i furor s'avanza, E non sa sbigottir: ben la sua gente Sorpresa da timor fassi dolente. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000