XXXIX
Or così vada, e se cadrommi in guerra,
Memoria serba de' miei lunghi affanni,
E d'un breve sospir degna la terra,
In cui rinchiuderansi i miei verdi anni;
E se di questo amor, che 'n me si serra,
Sarà lingua mortal, che mi condanni
Come superbo, e che trapassi il segno
De la modestia, io di perdon son degno.
XL
Il pregio singolar di tua bellezza,
Ove pregio mortal non può salire,
Mise in cotanto ardor mia giovinezza
Che di teco sposarmi io presi ardire.
Ora che d'oro, e che di fral ricchezza
Altri non mi soverchi, io non vuo' dire;
Potrai con altri consumar tuoi giorni,
Che 'l tuo bel volto di più gemme adorni:
XLI
Ma ne l'amar, nel procacciarti onore,
Ne l'inchinar, nel riverirti appieno,
Al mondo mai non troverassi un core,
Ch'avanzi questo, che ti serbo in seno.
O preghi sparsi, o sostenuto ardore,
O lunga fè mai non venuta a meno,
O quanti mai non furo in petto umano
Da me sofferti affanni; e tutti in vano.
XLII
Mentre l'arso garzon fa sue querele,
Tratto a parlar per amoroso duolo,
Ed ora alza Alcimida al suo fedele
Gli occhi infiammati, ora gli abbassa al suolo;
Ecco d'arco acerbissimo crudele
Venir saetta sibilando a volo,
Che d'altrui pianto, e di far strazio vaga,
A la vaga donzella il braccio impiaga.
XLIII
Disgorga il sangue, e per l'avorio bianco
Va de la mano, ed il gentil vermiglio
Su la guancia rosata indi vien manco,
E nube di cordoglio adombra il ciglio.
Il giovinetto allor tragge dal fianco
Alti sospir nel repentin periglio,
Ed agitato da la smania atroce
Percotendosi il petto alza la voce:
XLIV
Questa dunque d'Amor fia la pietate,
Ove han da consolarsi i miei dolori?
Specchiarmi in queste membra insanguinate,
E vederle coprir d'atri pallori?
O dolcissima fronte, o ciglia amate,
Son pervenuti a fin vostri splendori?
Non fia, che 'l vostro lume io più rimiri?
Qual mio fallo mi dà tanti martiri?
XLV
Deh chi fa per pietà scorta a mia mano,
Si ch'io spenga e disperga il crudo arciere!
Ma lasso me, che quì minaccio in vano,
Ed ei sen va della percossa altiero.
Ah! tra spume l'inghiotta aspro Oceàno;
Ah! pera di dolor sì come io pero.
Quì tace alquanto, e piange; e poscia grida:
Queste ultime parole odi, Alcimida:
XLVI
Se per l'acerba piaga a te fia tolta
Vita più lunga, io vo' sperar, ch'andrai
Su ne l'alto del Cielo, ove raccolta
Fra' canti eterni, eterno albergo avrai;
E da quegli almi seggi a noi rivolta
Co' tuoi begli occhi rimirar potrai
Come intenso dolor, come infinita
Fia destinata angoscia a la mia vita.
XLVII
Povero d'ogni ben, fuor di sostegno,
Specchio a gli afflitti io menerò l'etate,
Ed in odio di me, finchè non vegno
A presentarmi a' rai di tua beltate;
Ma se non dassi dal superno regno
Per un misero cor bando a pietate,
Deh! scendi a consolar col tuo sereno
Se non le mie vigilie, i sonni almeno.
XLVIII
Volea seguir; ma ne l'eburneo petto
Prese novo vigor l'alma smarrita;
Onde la donna a l'amator diletto
Porge conforto, ed a sperar l'invita:
Tempra il timor; non conturbar l'aspetto;
È lieve a sofferir questa ferita;
Sol fa ch'io gema, e che martir ne senta
Veder, che 'l vostro cor tanto tormenta.
XLIX
Mentre così dicea, fosco diviene
L'ostro amoroso in su la guancia smorta.
Allora Adrasta a medicar le pene
Ritorno far ne la magion conforta;
Quinci il fievole corpo ella sostiene,
Quindi parte Erimanto in braccio il porta
Soavemente; e del comune affanno
Pensosi e muti per cammin sen vanno.
L
Giunti a l'albergo de la donna amata,
Tiensi Erimanto in su la soglia; e quando
Son per entrar, la damigella ei guata
Tra pensier varii, e di se stesso in bando;
Nè può voce formar, ma s'acommiata
Altamente gemendo, e sospirando;
E bestemmiando sua crudel ventura,
Volge ratto i vestigi in ver le mura.
LI
Seco dicea: perchè lo strale odioso
Ha l'innocente vergine trafitta,
E non questo mio cor? ch'ei men doglioso,
E men l'anima mia ne fora afflitta.
Oh! d'amore quaggiù mar tempestoso,
Ove rompendo in scoglio ogn'or tragitta.
Ma chi fia tra' mortali, o tra' celesti,
Ch'a nostra aita per pietà s'appresti?
LII
Vergine bella, che sul Nilo a vôto
Facesti uscir de l'altrui senno i pregi,
Ed a l'eterno Dio serbasti il voto
Tra le minacce di superbi Regi,
Questa vergine guarda, ed io devoto
Tue Chiese adornerò d'altari egregi,
E sovra il Sinaì fermando il piede,
Farò memoria di sì gran mercede.
LIII
Sì nudrendo nel cor mesti pensieri,
Volgeva i passi; ed a la fin si trova
Dove Fernando tra' campioni Iberi
D'orribile battaglia arte rinnova.
Lor si giunge Erimanto; e tra' più fieri
Mena la spada, e di morir fa prova.
Saliano i Turchi impetuosi; e quivi
Di caldo sangue trascorrean gran rivi.
FINE DEL IV CANTO.
ANNOTAZIONI
AL CANTO IV.
1. Di questo canto nulla si ha nell'Amedeide
minore; e niente che ad esso si riferisca, trovo nelle
osservazioni critiche del Cav. d'Urfé.
2. Gli argomenti del Poeta ai canti III e IV
sono i seguenti.
«Nel III il Vescovo fa preghiere a Dio per lo scampo di Rodi; i
Turchi danno assalto: della lingua francese è malamente ferito
Enrico lor duce; Fernando duce degli Spagnoli (-sic-) amazza Alfange
Bassà.»
«Nel IV le donne di Rodi si muovono per andare alla muraglia:
Alcimida parlando con Erimanto suo innamorato, ivi è ferita.»
CANTO V.
ARGOMENTO.
-Incomincia di Marte orrido assalto
Tra le infedeli e le italiane schiere:
Nell'auree sedi dell'eterno smalto
Matteo d'un Doria a pro porge preghiere.
Compie furia infernal quella, che in alto
Morte, mirando in giù dall'alte sfere,
A Giordan degli Orsin Iddio destina:
Ferito Trasideo, tratto è ad Egina.-
I
In guisa tal scotea torbido Marte
L'Ispane genti. Su quella ora istessa
Non men fassi aspra guerra in quella parte,
ch'a l'Italiche destre era commessa;
Ivi con asta infra le genti sparte
Chiama suo stuol, se da gli assalti cessa,
In su le mura, e Turacan salito,
Di molti ancisi insanguinava il lito.
II
Spense, fra' molti, Artemidor Visconte,
Di Milan pregio; indi Guiscardo Albano,
Germe de la Città, che sul bel monte
Vagheggia il Brembo, ov'ei trascorre il piano;
Poi nubiloso di furor la fronte
Con guardo fier, come leone ircano,
Contra le spade avverse, aspro fremea,
Ed ad Orcan suo fido alfier dicea:
III
Alza la destra, e lo stendardo porta
Ben oltra, ad onta de la turba indegna.
E quello alfier come il signor conforta,
Sospinse i passi, e sollevò l'insegna;
Ma non sì tosto ha tanta audacia scorta
Che de Riarj un cavalier si sdegna:
Costui nacque sul mar, là dov'ei suona
Battendo il muro a la non vil Savona.
IV
Termo appellossi, e di gran spada armato
Su per le mura sanguinose, immonde,
Ei percosse ad Ircano il manco lato,
E caccia il ferro, dove il fiel s'asconde.
Ratto quei sovra il suol cade gelato,
E de la piaga fuor sangue diffonde,
E mentre afflitto in sul morir sospira,
Pur trabocca dal fiele un fonte d'ira.
V
Allor di mille accenti in se discordi
S'innalza tuon, che tutta l'aria spezza,
Tuono de' Turchi, ch'a pugnar concordi
Essempio dan di sanguinosa asprezza.
Ma tu grande Roman ben ti ricordi
Nel risco fier, de la natìa fortezza,
Nè su quell'ore a sommo duol vicine
Ti prese oblìo de le corone Orsine.
VI
Anzi ti stai come caucàsea sponda
Alzata al ciel presso le rive algose,
Che giù nel basso centro il piè profonda,
E sul dosso sostien foreste ombrose:
Sorge Nettuno imperador de l'onda,
Esercita su lei l'ire spumose;
Ma benchè gli aspri fianchi ogn'or percota,
Ella sprezza gli assalti, e stassi immota.
VII
Tal'era il gran Campion. Dal forte essempio
Mosso è contra nemici alto drappello.
Primier n'andò vago di far gran scempio
Il nobil cor del Parmeggian Torello;
Ma venne d'arco ben lunato ed empio
Sibilando per aria empio quadrello;
Ed al pronto guerrier piagò la coscia,
Che zoppo andarne fu costretto poscia.
VIII
Un, che già bevve di Bologna il Reno,
Nobil Campeggio, a Turacan s'avventa;
E gli s'avventa uno Speron non meno
Pianta gentil de l'Antenorea Brenta;
Ed un cresciuto di Verona in seno
Non punto contra i ferri il corso allenta:
Nacque del sangue Fracastoro antico,
Sangue di Febo e de le muse amico.
IX
Pronto ciascun ne la contraria sorte
Lasciar di sè quaggiù lunga memoria,
Ed acquistar con onorata morte
Su per l'Olimpo non caduca gloria,
Fieri movean; ma di ciascun più forte
Acciar più forte maneggiava un Doria:
Era Telefo altier: stringe la spada,
Ed al rio Turacan rompe la strada.
X
Per questo ardir tanti nemici arcieri,
Quanti su corde tese ebbono strali,
Tutti contra il Campion spinsero fieri
A bagnar nel suo sangue il ferro, e l'ali;
Ma sen giro delusi i lor pensieri:
Tante percosse in lui non che mortali,
Anzi fallaci fur per varie guise:
La Regina del Ciel così commise.
XI
Quando su la prima alba al duro assalto
Sorser le destre de la gente armata,
Stimolata d'Amor sorse ne l'alto,
Del sacrato Matteo l'alma bëata;
Per l'auree strade de l'eterno smalto
Giunse, dove immortal sede stellata
Marìa raccoglie, e colà dove ogn'ora
Da la milizia del gran Ciel s'adora.
XII
A Lei, che d'alma caritate ardenti
Gli occhi volgea, con umiltà si piega,
E con dolcezza di dimessi accenti
Divinamente il suo desir le spiega:
Madre di Dio, s'a l'affannate genti
Già mai conforto tua pietà non nega,
Non oblïar la grazïosa usanza;
Ed or porgi la destra a mia speranza:
XIII
La giù di Rodi a la fedel difesa
Armi veste de' Doria un gran guerriero,
Che ne l'orror de la sanguigna impresa
I sommi rischi incontrerà primiero.
Questi ha ben di pietà l'anima accesa
Verso ogni nume del celeste impero;
Ma più con mente immaculata e pura
A me si volge, e gli onor miei procura.
XIV
Ne la città, che di Liguria i mari
Corregge, alza di marmi altiera mole;
Ed ivi intorno a' sacrosanti altari
Appender voto, ed invocarmi ei suole:
O che sorga la notte, o che rischiari
L'umide nebbie, ritornando il sole,
Che mi si cantino inni, ha per costume,
E ch'ivi eterno mi si nudra il lume.
XV
Unica de' mortali egri, dogliosi
Speme, che 'l mondo di clemenza adorni,
Ferma sovra esso lui gli occhi pietosi,
E fa da l'arme altrui schermo a' suoi giorni.
Sì quel Santo diceva. Altri amorosi
Spirti raccolti ne i divin soggiorni
Segno facean de la lor voglia interna;
Cui diè risposta la Reina eterna:
XVI
Se per nulla virtù nel mondo errante
Fosse quel Duce a gli occhi miei non noto,
Per ch'io ben lo gradissi, era bastante
L'affermarsi da te, ch'è tuo devoto.
Ne l'assalto mortal fermi le piante,
Che 'l tuo giusto desir non andrà voto:
Ogni percossa di nemica mano
Contra la vita sua fia spesa in vano.
XVII
Ella così parlò: quinci secura
Di quel buon cavalier fu la salute,
Mentre cadean ne la battaglia dura
Tanti baron tra le saette acute.
Svegliare intanto Turacan procura
Entro gli assalitor forza e virtute,
Ed il suo stuol ne la cittate invìa,
A cui dincontra il gran Orsin sen gìa.
XVIII
Perchè lasciaste, o di Gesù campioni,
Sul fior de gli anni la paterna sede?
Non perch'ognun di voi fama incoroni
Qual difensor de la cristiana fede?
Eccovi l'ora: a le più ree stagioni
Vostro nobile voto or vi si chiede.
Sì dice, e d'ogni intorno ei si rivolve
Sparso di sangue, in nembo atro di polve.
XIX
Quinci ben pronto a gli ultimi soccorsi
Con rattissimi passi ognun sen giva.
Fra tutti primo un cavalier de' Corsi
Prodotto d'Arno in su la nobil riva,
Infra color, ch'a morte eran trascorsi,
E fra la turba in guerreggiar mal viva
Con intrepido piè giva veloce;
Quando chiamarsi udì con fievol voce:
XX
Bardo, deh posa, e le mie voci ascolta,
Ben che tempo crudel t'inviti a guerra;
Breve ho da favellarti. Ei si rivolta,
E scorge Cosmo de' Capponi in terra;
Vedegli il busto, e l'armatura involta
Nel proprio sangue, e ch'omai gli occhi ei serra;
E segno di virtù palese e certo,
Vedegli il petto in molte parti aperto.
XXI
Chinasi a lui, che tutto inonda il suolo,
E dice: o pregio di Firenze nostra,
Il così rimirarti emmi gran duolo;
Pur verace valor tal mi ti mostra.
E quei risponde: a morte omai men volo,
Sia 'l nome mio ne la memoria vostra,
E fa conto tal'or lungo il bello Arno,
Che bianca croce io non vestiva indarno.
XXII
Questo commetto a la tua nobil fede,
Perchè lo rechi a' miei consorti: chiaro
Quì de gli assalti miei parte si vede.
Si disse; e de lo scudo alzò l'acciaro;
Sferza di gloria a generoso crede
Esser può quel metallo; ivi piagaro
Cento faretre, e del nemico sdegno
Per cento spade è manifesto il segno.
XXIII
Ed ecco alzarsi di più trombe i canti,
E nove arme ingombrar l'alta muraglia:
Ciò furo squadre, che spingeansi avanti
Perchè più forte, e più mortal s'assaglia.
Bardo diceva allor: Cosmo, rimanti;
Non mi lascia più quì l'aspra battaglia:
Tanto farò, quanto per te s'attende,
Se barbarico stral nol mi contende.
XXIV
Ciò detto corse, e con la destra forte
Forte contrasta a' salitori il varco,
Là dove a segno d'infallibil morte
Posto era in terra il Rodïan Nearco:
L'anima di costui per varie porte
Già se ne va, sì di ferite è carco,
Nè più soccorso palpitando aspetta:
Sì gran stuol di faretre ivi saetta.
XXV
Per ciò non teme; anzi 'n dorato acciaro
Stassi de' Martinenghi il fiero Alberto,
Chiaro per sangue in fra Bresciani, e chiaro
Per l'alma Italia d'onorato merto:
D'elmo, che 'n patria i fabbri suoi tempraro
La magnanima fronte è ricoperto,
Su cui di piume alto cimiero ondeggia,
E con la spada in pugno arde, e lampeggia.
XXVI
Era a veder, quale è d'un stagno a i lidi
Gran nibbio; a l'aie ben talor sen vola,
Ma de la villanella udendo i gridi
Non de la chioccia i pargoletti invola;
Quinci infestando i limacchiosi nidi
D'attorte bisce il suo digiun consola,
E col curvo picchiar del becco forte
Le rane gracidose ei tragge a morte.
XXVII
A l'alte prove un Beccarìa presente,
Nato in Pavia, di fulminar non resta,
Crudo a veder, qual Mongibello ardente,
Crudo come Ocèan quando tempesta.
Seco col grido, e con la man possente
Un Castiglion le turbe avverse infesta,
Cui del Sol luminoso a i raggi diede
La città, che nel Mincio altiera siede.
XXVIII
Gonfio di rabbia Turacano intanto
Le fiere labbra ad alte voci aperse,
Gridando: ah gran viltà! spazio cotanto
A dissipar sì poche turbe avverse?
Voi già di tante palme aveste il vanto;
Mal le vostre battaglie Asia sofferse;
Ed ora afflitto, ed affamato stuolo
Vi romperà de la vittoria il volo?
XXIX
Per questi detti a rinforzar s'appresta
Folta schiera de' Turchi, e l'arme, e l'ire,
E le già tronche membra ognun calpesta
Sordo a querele de l'altrui martire.
Ma ne l'Orsin magnanimo si desta
Di vittoria, o di morte alto desire,
E col sembiante, e con la destra ardita
I suoi seguaci a famose opre invita.
XXX
Nobil guerrier, che su ne l'alto eletti
Ha Dio con armi a sostentar sua fede,
La bella croce, onde segnate i petti
Vi faccia forza a quì fermare il piede;
Care son queste piaghe; ogni alma aspetti
Per alquanto di sangue ampia mercede
Di celeste corona. E a queste voci
Va tra' nemici con le man feroci.
XXXI
Al vecchio Alcalde di Laruna taglia
La destra guancia; indi rivolve il passo,
E porta ad Affarèo mortal battaglia,
Nobile abitator d'Alicarnasso;
Poscia fremendo a Goldeman si scaglia,
Squarciagli il gozzo; indi col ferro basso
A Techedel l'epa trafora; ed ambe
Al rapido Gomel tronca le gambe.
XXXII
Sì lo sdegno infiammando, aspro governo
Ei fa de' Turchi, ed a morir li tragge.
Gange non mai, s'unqua ha le sponde a scherno,
Doma sì fier le soggiogate piagge;
Non s'orgoglioso per orribil verno
Il gonfiano di pioggia alpi selvagge;
E per distrutto gel scendendo altiere
L'accompagnano al mar cento riviere.
XXXIII
E già di rotti acciar, d'aste recise,
Di scudi aperti, di stendardi sparsi,
Di membra altre spiranti, ed altre ancise
Sembrano monti d'ogni intorno alzarsi.
Ma fermàti da lunge in varie guise
Non sono i Turchi a guerreggiarlo scarsi:
Piombi, lance, saette, e selci alpestre
Lanciangli incontra l'adirate destre.
XXXIV
Ed ei nol prezza, e contra lor fremente
Su l'elmo scote le cerulee piume,
E da gli smalti de lo scudo ardente
Travolve intorno formidabil lume;
E fra le torme lacerate e spente
Guazza nel sangue, onde trascorre un fiume,
E per tutto col brando aspro s'avventa,
E da lunge co' gridi altrui sgomenta.
XXXV
Qual fassi entro l'orror d'atra tempesta
Per ermo calle il peregrin già stanco,
Se con monti di ghiaccio alta foresta
Ha da varcar con anelante fianco:
Tale i turchi si fean, lento s'arresta,
Non pur l'orgoglio in Turacan vien manco.
Ma disperando Aletto ulula e mugge,
Nè sa biasmar chi volge il tergo, e fugge.
XXXVI
In su quel punto dal fulgor profondo,
Onde Egli avvolto immortalmente bea
L'alme celesti, il Correttor del mondo
L'eterno sguardo al grande Orsin volgea:
Non è forza mortal, che trarlo in fondo
Esser possa bastante, Egli dicea,
Nè destra, che più forte abbia la terra,
Può dargli palma di martirio in guerra.
XXXVII
Ed ei la brama, e da l'immobil core
Più sempre caldi ne raddoppia i preghi;
S'ascolti dunque omai: piaga d'onore
L'anima bella dal mortal disleghi.
Ei così ferma; e l'infernal furore
Lascia, ch'Aletto nel gran fatto impieghi;
E l'orrido demon, quando s'accorse
De la data balìa, rapido corse.
XXXVIII
Con empia destra non visibil toglie
Al duce invitto il saettato scudo,
E de la spada lo disarma, e scioglie
Da l'elmo il capo, e fa vederlo ignudo.
Quinci i Turchi infiammati, ognun raccoglie
Novo ardimento ed in battaglia è crudo.
Ma Pirro al gran guerrier trafisse il tergo,
Nè resse a la percossa il forte usbergo.
XXXIX
Giordano allor dal grave duol non vinto
Diceva: o Dio, non vano amor, non sdegno,
Non onor popolar l'armi m'han cinto,
Non cupidigia di tesor, non Regno;
Pugnai per te: s'io ne rimango estinto,
L'immensa tua bontà me ne fa degno.
Quì traboccò: lunge risuona il suolo;
E Turacan corregli sopra a volo.
XL
Con ferrata asta al cavaliero impiaga
Di nuovo il petto; indi gridava: o fiero,
Che 'l tanto sangue, che dintorno allaga,
Dianzi spargendo te ne andavi altiero,
Or giaci estinto, e i nostri voti appaga.
E Giordan rispondea: Turco guerriero,
Che tra i rischi de l'arme il fianco affanni,
Deh lascia il culto, e di Macon gl'inganni.
XLI
Ei promettendo altrui gaudj supremi
Vi caccia in fondo di miserie orrende;
Ma tu, se brami non fallaci premi,
Corri a la Fè, che 'n Vatican s'apprende.
Quì rinchiuse le labbra a i detti estremi;
E su l'Olimpo a trïonfare ascende,
Ove a' piedi di Dio l'anima grande
Colse d'eterna gloria auree ghirlande.
XLII
Nè fra l'ire de l'armi in lui converse
Giacque ludibrio a non dovute offese
Il busto altier; ma fra le turbe avverse
L'Angelo suo custode in guardia il prese;
Ei d'alma ambrosia medicollo, e terse
L'oneste piaghe, e luminoso il rese;
Ed a sacrarsi lo depose in Roma
Sul nobil monte, che da lui si noma.
XLIII
Qual, senza il buon mastin, pasto diviene
A lo scannar de gli affamati denti
Torma d'agnelli, ove talor sen viene
Lupo notturno intra vellosi armenti:
Tal senza il grande Eroe mal si sostiene
L'usato ardir de le cristiane genti;
Se non, ch'avverso a Turacan sen corre
De' fier Baglioni il coraggioso Astorre;
XLIV
Non scuro lampo di Perugia, degno
D'allor sul mare, e via più degno in terra;
Ma dignissimo quì, dove sostegno
Fassi de l'alme disperate in guerra;
A l'intrepida man giunge l'ingegno,
Sì ch'a' barbari stuoli il varco serra,
Parte col ferro i turchi a terra stende,
Parte i seguaci suoi col grido accende.
XLV
Ah cavalier! dunque dimessi il ciglio
Andrem per l'Asia vilipesi e schiavi?
Non risospingerem tanto periglio?
Ove de' padri? ove il valor degli avi?
Così d'alta virtù porgea consiglio
Il buon campion ne i tempi avversi e gravi,
Nè d'un buon Piccolomini s'affrena
La destra forte, onde vien pregio a Siena.
XLVI
Già di sangue infedel molle il terreno,
Ed è sparso per lui di membra ancise.
Ma benchè fier, benchè possente, a pieno
Atropo di sua vita il fil recise,
Fra tanti, che salìan scorge Algazeno
Di quel ferir le memorabil guise;
E curva l'arco, e 'l tende: indi lo scocca,
Piagalo in fronte, ed il guerrier trabocca.
XLVII
Cresce il tumulto, e la crudel tenzone
Chiama al periglio i cavalieri eletti;
Onde v'accorre il Ravegnan Raspone,
E d'Ancona superba Anzio Ferretti.
Ch'indi ritiri il piè non è campione:
Travagliansi le man, spongonsi i petti
Al crudo acciar, ma Trasideo già privo
D'ogni vigor se ne languìa mal vivo.
XLVIII
Trasideo sorse al primo albore, ed arse,
Le trombe udendo, e fulminò su i vinti,
E sordo a preghi inesorabil sparse
Di sangue il campo, e calpestò gli estinti;
Poi fra le selci per lo ciel cosparse,
E fra gli strali da le corde spinti
Tutto trafitto egli caddeo sul muro,
Ivi fatto a mirar spettacol duro.
XLIX
Macchiansi i crin ne l'atro sangue appresi,
Ch'a l'oro per l'addietro il pregio han tolto,
E su le spoglie de i dorati arnesi
Pure un torbido sangue erra disciolto.
Gli occhi d'ardor già vivamente accesi
Omai non apre, e impallidisce il volto;
E per le parti estreme immobil gela,
E fuor del petto a gran fatica anela.
L
In tale stato duo scudier l'han scorto,
Ismeno, e Codro; e favellava Ismeno:
Codro, che direm noi? del tutto è morto,
O la grande alma anco raccoglie in seno?
E Codro: ecco ei rispira; abbia conforto,
A lui medica man non vegna meno,
Fia forse a la sua vita alcun riparo.
E su le braccia il grave peso alzare.
LI
Indi gemendo tra sospir sen vanno
Suo signor sostenendo, a passi lenti.
Ma Trasideo dal sostenuto affanno
Alza alquanto per via gli occhi dolenti.
Ravvisa i buon scudier, che 'n braccio l'hanno,
E dicea lor con interrotti accenti:
Or come è, che da l'armi io vo lontano?
Più nulla in guerra ha da sperar mia mano?
LII
Dimmi: son forse giunti i dì supremi?
E trascorre Ottoman dentro le mura?
Nò; Codro rispondea: soverchio temi;
Pugnano i cavalieri; Rodi è sicura.
E quì la forza de i dolori estremi
Gli occhi di nuovo al gran guerriero oscura,
E gli toglie il vigor, s'a dire ei prende:
Ma pure Egina mormorar s'intende.
LIII
Quinci il trassero a lei. Con nobil core
Pensava al punto de l'orribil sorte
La vergine real, s'unqua il valore
Del campo Rodïan fosse men forte,
Come sottrarsi al barbaro furore
Dovesse, o se con fuga, o se con morte,
Ferma in non consentir, che mai possente
Sia sovra lei l'abbominata gente.
LIV
Tal su dorato seggio in se romita
Altieramente i suoi pensier consiglia,
E del risco mortal nulla smarrita
A gran pittura ella volgea le ciglia:
Ivi è, che larga de la nobil vita
La terra con acciar facea vermiglia
La Romana Lucrezia, e per diletto
D'alta onestà si trapassava il petto.
LV
Guardavi intenta, e per l'esempio Egina
Via più sentiasi a le belle opre accesa;
Quando con Trasideo fatta vicina
La mesta coppia i suoi dolor palesa;
E le diceva Ismeno: alta Reina,
Rodi dal signor nostro ebbe difesa:
Finalmente cadèo; spirto gli avanza,
Ed abbiam de lo scampo anco speranza.
LVI
Non risponde la donna al dir doglioso:
Chirurghi chiama, ed a' rimedi è presta;
E perchè l'egre membra aggian riposo,
Fa che a tenero letto ei si disvesta;
Ed ella stessa al moribondo sposo
Toglie con franca man l'elmo di testa,
E gli discinge il brando, e 'n tanta pena,
Cotanto è forte, i suoi cordogli affrena.
LVII
Tra così cari uffici alza languente
Lo sguardo alquanto il cavaliero, e mira
La bellissima donna, onde repente
Si disacerba il duol, che lo martira;
Crescere intorno il cor gli spirti sente;
Da l'affannato sen largo respira;
E sotto gli occhi amati ei si rinfranca.
Tanto, ch'a' detti suoi voce non manca.
LVIII
Su l'alte torri, e per la patria armato
Ritrovai morte, ove cercarla è degno;
Ed ora a farmi nel morir beato,
Donna, fra le tue braccia a spirar vegno.
Così disse egli: e per lo sen piagato
Il sangue se ne va senza ritegno,
E del letto cosparge ambe le sponde;
Ed Egina il rasciuga, indi risponde:
LIX
S'unqua varrà studio mortal, se care
Fian ne l'alto del ciel nostre preghiere,
Avrà la doglia, che sì forte appare
Contra lo scampo tuo picciol potere:
Ma queste piaghe, che a mirar sì chiare
Al mondo ammireran l'alme guerriere,
Esserti, o Trasideo, non posson gravi,
Come a gran successor de' tuoi grandi avi.
LX
Io certamente porgo aìta al core
In tanto affanno, e mi conforto alquanto
Ripensando, che 'l ciel diemmi a signore,
Ch'altri nol possa pareggiar col vanto.
Così tenendo a fren l'aspro dolore
L'altera donna dava bando al pianto;
E la turba fedel, ch'ivi dolente
Ode il parlar, con meraviglia il sente.
LXI
Fra l'armi intanto, e ne le ree contese
Era sul muro lo spettacol fiero
Più d'ora in or; colà forte s'accese
D'alto disdegno Emanuel Rovèro.
Questi gentile a pien, dal sangue scese,
Che già de' Longobardi ebbono impero;
E la stanza paterna altier fermava
Là, 've Tanaro d'Asti i campi lava.
LXII
Ma quì sovra elmo luminoso scote
Argentee piume, ed in corazza ardente
Con lunga asta serrata aspro percote,
E tiene a freno d'Ottoman la gente:
O per gran nobiltate anime note,
E per virtù, ciascun si volga in mente
L'antico onor, sospireremlo invano
Se ne l'armi oggidì langue la mano:
LXIII
Sì parla, e va ne la battaglia dura,
Perchè del suo valor prova si scerna.
Ma l'Angel, che di Rodi il ben procura,
Umil parlava a la possanza eterna:
Mova tua pièta grande oltra misura
Contra il furor de la malizia inferna
Di Rodi afflitta la miseria omai,
E per tua destra si sottragga a' guai.
LXIV
Corrono i Turchi minacciando, e lieti
Omai di certa speme empiono il petto:
Io non m'oppongo lor, chè tu mel vieti;
E di tua volontate il cenno aspetto.
Sì chiedeva di Dio gli alti decreti
L'Angel di Rodi a la difesa eletto
In zelo ardendo, e con dimesse fronti
Pure altri spirti a ripregar son pronti.
FINE DEL V CANTO.
ANNOTAZIONI
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