II
Sforza il fievole corpo, e sovra il letto
In zelo ardendo le ginocchia piega
E giunge umile ambe le palme al petto,
E sì la lingua inverso Dio dispiega:
Signor, se come il tuo messaggio ha detto
Più de la vita a me spazio si nega,
A tuo grado, o Signor, l'alma si sciolga,
Ma sia tua santa man, che la raccolga.
III
Poi da gli occhi versando un caldo fiume
Largo chiedeva a' falli suoi perdono;
Ed ecco sfavillar mirabil lume,
Di cui s'udia via più mirabil suono;
Il gran Batista ivi battea le piume,
Del santissimo aspetto i fulgor sono
Ch'ivi splendeano; e per divin decreto
Voci formava ad AMEDEO far lieto:
IV
Inclito Eroe, per la cui man sì forte
Sorge, la fè che 'l Vatican sublima,
Acciò splendesse il tuo valor, di morte
Ti si fe' motto del Filermo in cima;
Ma d'altrove morir t'è dato in sorte,
E palme illustri adorneranti prima;
Sveglia l'anima invitta a novi vanti,
Mentir non sanno i messaggier stellanti.
V
Così gli disse; e di licor soavi
Dolce la piaga inonda; ella repente
Salda diviene; e mitigar le gravi
Angoscie, e franco il Cavalier si sente.
Giunse il Batista allor: verso le navi
Affretta il piè la sbigottita gente,
E sarebbe ragion stringer la spada,
Ed a la fuga lor romper la strada.
VI
Ma nol farai; vuole il Monarca eterno
Contra loro agitar l'onde marine;
E poi ch'ad onta del dannato inferno
Rodi de' rischi suoi rimira il fine,
L'armi, ch'avesti tu dal Ciel superno
Io porterolle a le magion divine,
E là ne l'alto serberansi appese
Per darle a' tuoi ne le più gravi imprese.
VII
Non parlo in van; ciò che lassù nei cieli
Dal supremo Signor non mi s'ascose,
Quì consiglia ragion, ch'oggi io riveli;
Ascoltami e gioisci: opre famose
In soggiogar tiranni aspri e crudeli,
In calpestar corone ingiuriose,
Faran pur con queste armi i tuoi sublimi;
Ma duo fra tanti appariranno i primi.
VIII
Nè creder tu ch'entro sanguigno acciaro
De gli aspri assalti a la stagione orrenda
Deggia il nemico aver lungo riparo
Ove a l'incontro un di costor contenda;
L'alme de l'universo il vedran chiaro
Quando avverrà ch'EMANUEL s'accenda,
E che 'n battaglia fier fulmini spanda,
Ingombrando d'orror l'onda normanda.
IX
Fremeran l'armi de l'Europa; ed arsi
Andranno in ira i regnator possenti,
Onde di sangue e di sudor cosparsi
I campi ondeggieran d'atri torrenti,
Ma poi che i grandi altieramente apparsi
Porransi in fuga, o sotto lui fian spenti,
Darà, traendol di dolor profondo,
Quel sommo Eroe leggi di pace al mondo.
X
Succederan de le rie trombe ai crudi
Rimbombi suoni a belle danze eletti,
E de gli usberghi in su le dure incudi
Faransi aratri, e dei dorati elmetti;
Allor le muse, e fioriran gli studi
D'ogni bell'arte nei terribil petti,
E sbandito il furor, porransi in sede
A ben regnar vera Pietate, e Fede.
XI
Nè meno Astrea, che a l'immortal soggiorno
Avea già da la terra i piè rivolti,
Con sue bilancie trascorrendo intorno
Empierà di letizia i seni e i volti;
Sì fatto il vincitor farà ritorno
A gli scettri paterni a lui mal tolti,
Ove innalzando al Ciel sommi trofei
Godrà pregio real d'alti imenei.
XII
Non già così, che l'onorata spada
Non cinga ardente, e 'l viver suo non scherna
Quando in periglio di macchiarsi cada
Del grandissimo Dio la legge eterna;
Quinci a' trionfi s'aprirà la strada
Stringendo a fren più d'una valle inferna,
Tra varchi alpestri e dirupati scogli
Domando atroci, et esecrati orgogli.
XIII
CARLO vien poi, che di Gebenna a gli empi
Mal soffrirà lasciar l'alpi sicure;
CARLO il famoso, che gli altar, che i tempi
Trarrà dal sangue e da le fiamme impure;
Alzerà di pietate incliti esempi,
E di fortezza in quelle etati oscure
Ratto col ferro a procacciar corona
In campo allor che 'l Vatican lo sprona.
XIV
Farà ben saggio da ria turba infesta
Schermo a Saluzzo; e di Durenza il regno
Avrà per aspra ed infernal tempesta
Da la spada real saldo sostegno;
Vinon con asta in man, con elmo in testa
Vedrallo incontra ad empio stuolo indegno
Che sol guardarlo in fronte ivi s'affida,
Poi che fugge il fellon, che 'n campo il guida.
XV
Mal felice è la froda; il sole ardente
Non sì ratto distrugge aria nebbiosa
Come CARLO quei crudi, indi repente
Empie del suo valor l'alpe selvosa,
Isara quivi fulminar lo sente;
Il sente, e geme; ei sul destrier non posa
Fra sparsi infino al Ciel gridi infiniti
Fin che di tronchi non sian carchi i liti.
XVI
Di magnanimo ardir sparso i sembianti
Calcherà dentro il sangue elmi ed usberghi,
Sì ch'al fier brando volgeran tremanti
Le turbe in corso sbigottite i terghi;
Ben dureranno a gli orfanelli infanti
Lunga memoria nei funesti alberghi,
Cui bagneranno in grembo a le nudrici
Con latte di dolor pianti infelici.
XVII
Che più deggio narrarti? immensa istoria
Faransi al mondo i costui fatti egregi,
Nè per gli anni remoti unqua memoria
Fia, che pensando con stupor nol pregi;
Indarno a segno di cotanta gloria
Dispiegheranno Imperadori e Regi
O carchi d'arme, o disarmati il volo;
E scoppierà l'Invidia arsa di duolo.
XVIII
Ove si favellò, le labbra chiuse,
E sparse al suo fulgor nuvoli densi,
Ma di celeste Arabia odor diffuse;
Dolcezza ignota de' mortali ai sensi;
Con basse ciglia, a tanto onor non use,
Che soffersero male i raggi immensi,
Stassi cheto AMEDEO non picciola ora,
E del gran Dio l'alta pietate adora.
XIX
Ma risorta dal mar l'alba celeste
Tingeva di rossor l'aure serene
Quando le membra il Cavalier riveste
Di vigore immortal tutto ripiene;
Nè più lento di lui le ciglia ha deste
Folco, ma ratto a salutarlo viene,
E come su la soglia ha posto il piede,
Fattolo franco, e che passeggia ei vede.
XX
S'arresta e ne l'Eroe fisa le ciglia
Sì come in larve simulate e vane;
E quei soave a favellargli piglia
Quando sì di stupor colmo rimane:
Quale ingombra il tuo cor gran meraviglia?
Non di licor, non di scienze umane
Sconosciuta virtù sano m'ha reso;
Ma di Dio messo per pietà disceso.
XXI
Così ragiona, e ver lui move il passo;
Ma Folco al gran campion più s'avvicina,
E giocondo a mirar, col capo basso
Il ginocchio piegando umil s'inchina;
Dice poscia: è ragion, che 'l corpo lasso
Ti ristori, o Signor, grazia divina,
Poi che per Dio sì travagliarlo godi;
Or l'eterna bontà sempre si lodi.
XXII
Ma del campo infedel, ch'a tua possanza
Jer si sottrasse, oggi che fia? per terra
Correr farai de l'empio stuol ch'avanza
L'odiato sangue, e fornirai la guerra?
Ed AMEDEO: fora di Marte usanza;
Ma di Dio messaggier la via ci serra,
Nè vuol ch'usciamo a più pugnar sul piano,
Spegnerà gli empi l'immortai sua mano.
XXIII
Noi lo spazio del dì, ch'a l'altrui vita
Troncar doveasi, ed a l'assalto estremo,
Lodando la possanza alta infinita,
Ne i sacri templi a consumare andremo.
Sì disse; e da l'albergo ei fa partita;
Subito appresso il Cavalier supremo,
Seguendo i Rodïan l'inclito esempio
Volgono l'orme del Batista al tempio.
XXIV
Ampia nel mezzo a la città sorgea
De' monti eccelsi e de le nubi al paro
La sacrata magion che di Giudea
Quivi giungendo i Cavalier fondaro;
Ella qual neve candida splendea
Infra selci finissimo di Paro;
E per gradi purissimi s'ascende
Scala, che pur di Paro ampia risplende.
XXV
Le ricche porte di fin oro ardente
Sopra soglia di porfido fiammante
Hanno di cedro e d'ebano lucente,
Fregi contesti e d'indico elefante;
Dentro, sudor d'innumerabil gente,
Colonne stan, che fur montagne avante;
Di vaghi marmi è variato il piano,
Lunga vigilia di Dedalea mano.
XXVI
Per l'immensa parete, onde si gira
Il gran Ciel de la macchina superba,
Del Precursor santissimo si mira
La dura vita e la ria morte acerba;
Evvi, che da le turbe il piè ritira
Vago di bere il fiume e pascer l'erba,
Sol di ruvido pel tutto coperto,
Solingo cittadin d'aspro deserto.
XXVII
Poi del Giordano a le paterne sponde
Fassi veder da l'orrida foresta,
Ove gridando infra le turbe immonde
L'erto cammin de la salute appresta;
Evvi, ch'umile al Redentor diffonde
Limpido rio su l'adorata testa;
Evvi, che d'alto il Genitor rimbomba;
Evvi fra lampi d'or l'alma colomba.
XXVIII
Altrove al Re di Galilea s'invia
Là, dove ardor di caritate il mena
A forte biasimar la fiamma ria,
Che suggendolo va di vena in vena;
Ma quei sì dolce le parole udia,
Che pria lo strigne in ceppi, indi lo svena
Tosto che per mercè vergine il chiede,
Che 'n ballo mosse allettatrice il piede.
XXIX
Sì leggiadra le piante ella governa
Quando s'indugia il suon, quando s'affretta,
Che 'l Re commosso da dolcezza interna
Par ch'a sua voglia il guiderdon prometta:
Ella per appagar l'ira materna
Procurava ingiustissima vendetta;
Del gran Battezzator la morte prega;
E ch'ei s'ancida il Galileo non nega.
XXX
Turba di Siri sagittaria scende
De l'uomo giusto a le prigioni oscure;
Egli il collo magnanimo distende,
Sicuro a la carnefice secure;
Sì bipartito da percosse orrende
Fa larga fonte di sue vene pure;
Stassi nel sangue il freddo busto involto;
Il caro capo i rei ministri han tolto.
XXXI
Al fin rinchiuso entro reale argento
L'aspra donzella il si vagheggia; e gode,
Che 'l nobil teschio condennato e spento
Sia di sue danze testimonio e lode,
Ma pur ne gli occhi si leggea tormento
Chiuso nel petto al dispietato Erode;
Sì de la vita e del gran santo estinto
L'ammirabile tempio era dipinto.
XXXII
Ivi non prima i Cavalier crociati
Entrano pronti a gli immortali onori
Che trascorrendo van musici fiati
Per dotta man su gli organi canori;
Varca AMEDEO fra' popoli adunati
Là dove cinto di perpetui ardori
Dentro gran gemme il Redentor si serba
D'infinite ricchezze opra superba.
XXXIII
Sovra ampio altar, cui porpora di Tiro
Fregiata di tesor fascia ogni sponda,
Erta splendea dì Nabateo zafiro
Pur sovra base d'or mole ritonda;
D'alti piropi luminoso giro
Preziose colonne la circonda;
Sovra loro, a mirar gran meraviglia,
Posa cornice di rubin vermiglia.
XXXIV
Quinci s'innalza di topazio ardente
Il tetto, e curvo si rinchiude al fine
Tempestato di perla risplendente,
Puro tesor de l'Eritree marine;
Sul colmo si vedea l'asta possente.
Sacra ne le vittorie alme e divine
La bella croce, onde l'inferno è vinto;
Ed ella rilucea d'alto giacinto.
XXXV
Or l'Italico Re lunga dimora
Quivi fa cinto de' baron più noti
Inginocchiato, e la grande ostia adora,
Fisso nel suo Signor gli occhi devoti;
Da lunge il vulgo; ed ei s'atterra ancora
A Dio sciogliendo, o confermando i voti
Nel risco fatti de la patria; intanto
Ergeasi al Ciel de' Sacerdoti il canto.
XXXVI
Poi che su i sacri altar l'alto mistero,
E fur gli uffici de la Fè forniti,
Doroteo rese grazie al gran guerriero,
E fur di lui cotali accenti uditi:
Or che per la tua man fugge leggiero
L'affanno, onde a ragion fummo smarriti,
Giustissima ragion ne stringe il core
A dar pregio di gloria al tuo valore.
XXXVII
Ma qual fia mai per così larga impresa
Lingua mortale a faticarsi ardita?
Tu de la Fè, tu de gli altar difesa,
Unica tu de Rodïani aita;
La fiamma rea per questi altari accesa
Spegnesti tu; fosti a la debil vita
Di canuti e d'infanti alto riparo;
Ciascuno al fin le forze tue salvaro.
XXXVIII
Nei secoli avvenir, fra sudor tanti,
I rischi tuoi ben d'ogni gloria degni
Quanto grave imporran peso di canti
Ai cari a Febo, ed a' sublimi ingegni?
Ma perchè forse i tuoi mirabil vanti
Quì lungamente d'ascoltar disdegni,
Io reggendo il parlar come conviensi
Cosa dirò, ch'ad ogni Re pertiensi.
XXXIX
In Chiaramonte a la sacrata guerra
S'unirò un tempo i più veraci Eroi;
Ivi Francia, ivi Scozia, ivi Inghilterra,
E l'alma Italia ivi sospinse i suoi.
Del sommo Dio, del suo Vicario in terra
Udiro il prego ubbidienti; e poi
Con mille trombe coraggiosi e fieri
Chiamaro a le belle armi i buon guerrieri.
XL
Gli ampii tesor, che per ben lunga etate
Frenando i suoi desir gli avi serbaro,
S'aperser tutti; ed a le squadre armate
I regni i Re cortesi anco donaro;
Non fu per opra di si gran pietate,
Non fu man scarsa e non fu petto avaro,
E nulla altra vaghezza altrui ritenne,
Ma ciascuno al desir giunse le penne.
XLI
De' figli amore il petto lor non vinse,
Nol vinse amor de le gentil consorti;
Studio del Ciel tutti infiammolli e spinse
In mare e 'n terra a disprezzar le morti:
Ben l'empio inferno in contra lor s'accinse;
Ma nulla fu; chè coraggiosi e forti
Più sempre ebbono l'alme e le man pronte,
E di Sion voller vedere il monte.
XLII
Che fu mirar dentro dorato usbergo
Con aste invitte e fulminose spade
Battere allor de' Saracini il tergo,
E d'atro sangue dilagar le strade?
Qual torna sbigottita al chiuso albergo,
Se da torbido ciel grandine cade,
Vaga schiera d'augei rapidamente,
Cotal vinto fuggì l'empio Oriente.
XLIII
Egli il più forte de le mura scelse
A rinfrancare il suo smarrito ardire,
Ma punto non giovar le torri eccelse
Contra lo sforzo de le nobil ire,
Franse ogni marmo ed ogni porta svelse
Il vincitor; quinci crudel martire,
Grave strido d'orror confuso ed alto
Diè la vittoria e terminò l'assalto.
XLIV
Allor non più di minaccevol canto
L'aer turbava sanguinosa tromba,
Ma con pensier di penitenza e pianto
Tutti adorar la sacrosanta tomba.
Sì vinser quegli Eroi, del cui gran vanto
Sì chiara la memoria anco rimbomba;
Ma pure Europa neghittosa or gode
In gran letargo e 'l rimbombar non ode.
XLV
Spirti, che tra' fulgor d'eterna gloria
Splendete in Cielo a par del sol ben noti,
Vedete voi che debile memoria
Di vostra gran virtù tocca i nipoti?
Lasso, caduta è quì l'alta vittoria,
Chè al peregrin son contrastati i voti,
Nè di Sion può rimirar le mura,
E 'l gran sepolcro è di rei cani usura.
XLV
Mal spiegaro per noi l'inclita insegna,
Mal diero assalto, e trionfar quel giorno,
Se la lor fama gloriosa e degna
Ne dovea partorir vergogna e scorno;
Tanta viltà deh chi sarà che vegna
Omai d'Europa a disgombrar dintorno?
Sì che pensiero ella raccolga in seno
Se non d'onor, de' suoi perigli almeno?
XLVII
Tu, de' cui raggi luminosi, ardenti
Più che Gange del sol gode la Dora,
Come oggi Rodi afflitta, i suoi tormenti
Ti metta in cor Gerusalemme ancora;
Oh che loda! oh che pregio appo le genti
Per cui la croce del gran Dio s'adora,
Se col valor de la tua nobil spada
Al bramato Giordan s'apre la strada?
XLVIII
Allor del Nilo ignoto oltre a la fonte,
Oltra l'Atlante, oltra Boote andranno
Altieramente le tue glorie conte,
Ch'or per mia bocca risonar non sanno;
Ma pur queste d'amore anime pronte
Alzano al Cielo il tuo sofferto affanno,
E sto quasi per dir, che 'n lieti gridi
Fansi ver te queste onde e questi lidi.
XLIX
E se fia mai, che de' reali eredi
Il giustissimo scettro unqua s'infesti,
Di quanti Cavalier vedi, e non vedi,
L'armi fien pronte, e i fieri cor fian presti.
Mentre dicea, ne le dorate sedi
Affermar quei baron veduto avresti;
Quinci AMEDEO dopo i sacrati uffici
Al palagio sen va fra i duci amici.
L
Ed in quel punto si scorgea lontano
I legni infidi da le Rodie arene,
I gran campi varcar de l'Oceano
Con bel volo di vele culiate e piene;
Era il suolo del mar tranquillo e piano
E correan d'ognintorno aure serene,
Nè fosca nube lor faceva oltraggio;
Quando scese di Dio forte messaggio.
LI
Su le piaggie de l'aria almo a mirarsi
Con imperio frenò l'ali veloci,
E spinse tra fulgor di rai cosparsi
Orribil suon di sempiterne voci;
Non fremono cotanto, ove ad armarsi
Chiamano mille trombe i cor feroci,
Se Marte ama versar torbido in guerra
Di sangue un mare e funestar la terra:
LII
Venti, dicea, che da principio venti
Pria che 'n aria vi fosse il soffiar dato
Nulla eravate; e con le man possenti
Dio poi creovvi, e sì vi pose in stato;
Udite, o venti, il suo volere attenti;
Nel mar scendete e con terribil fiato
Gonfiate l'onde e 'n suo cammin dispersi
Siano i perfidi Turchi al fin sommersi.
LIII
Indi sul colmo de l'eteree sfere
Ratto sen va per lo sentier superno,
Là, 've d'Angeli sacri immense schiere
Cantano gloria al gran Monarca eterno;
Ed ecco sorge in su le piume nere
Austro di Libia ad eccitar gran verno
Contra le navi, e dissipate e rotte
Nel grembo irato il vasto Egeo le inghiotte.
FINE DEL CANTO XXIII.
ANNOTAZIONI
AL CANTO XXIII.
L'argomento postovi dal Poeta dice brevemente così: «Amedeo risanato
va coi Rodiani al tempio, e si rendono grazie a Dio per la vittoria.»
Le osservazioni critiche del Cav. d'Urfè sono molte, ma perchè fatte
sul MS. non più rispondono in tutto al poema, qual si legge in
istampa. Non piace, a cagion d'esempio, al Critico, che l'Autore
faccia «predire par S.t Maurice les actions du Duc Emanuel Philibert
et de V. A. (-del Duca Carlo- -Emanuele-).... il devoit mettre la
bataille de S.t Maurice, et cela d'autant plus que c'estoit S.t
Maurice qui parloit.» Ora nella stampa la predizione si fa da S.
Giovanni Batista; e molto convenevolmente, essendo il protettore de'
Cavalieri di Rodi.
Quanto ai fatti che il Chiabrera non fece predire, e che il Critico
suggerisce come degni d'essere predetti, trovasi quello -de la prise
de Monferrat;- ma il Poeta che si godeva una pensione sulla tesoreria
del Monferrato concedutagli da' Gonzaga, allora principi Sovrani di
questo paese, non doveva toccare una corda così delicata, trattandosi
di fatto recentissimo, con certezza di offendere il Duca del
Monferrato suo benefattore.
E perciò, tralasciando quelle cose che l'Urfè vorrebbe
nel poema, che sono consigli non critiche, dirò
di due difetti da lui notati in quest'ultimo canto.
Nella St. 6. dice il Batista ad Amedeo:
L'armi ch'avesti tu dal ciel superno
Io porterolle a le magion divine,
E là ne l'alto serberansi appese
Per darle a' tuoi nelle più gravi imprese.
E il Critico: «Je trouve aussy que d'avoir osté les armes divines a
Amedee n'est pas bien a propos, parce que jamais Dieu ne nous oste les
graces qui nous l'alt que quelque nostre demerite ne precede... mais
i'eusse voulu les luy laisser, et pour montrer la particuliere
protection qu'il plait a Dieu d'avoir a jamais de la Maison de Savoye,
ie voudroit les luy laisser sa vie durant avec promesse de mettre les
armes invincibles dans la Savoye et les garder la a iamais pour la
conservation et assurance des estats de ses grands et iustes
successeurs.» Confesso il vero, quel ripigliarsi l'armi celesti date
al Duca, non mi sembra invenzione lodevole; ma forse il Poeta non
sapendo dove collocarle degnamente (chè il metterle in Savoja avrebbe
potuto dispiacere a' dominj italiani della R. Casa) si volse al
partito di farle trasportare colà dond'erano venute.
La censura seconda, ch'è pure l'ultima, cade sopra la chiusa del
poema: i Cristiani vanno con Amedeo al tempio a render grazie
all'Altissimo Iddio per vedersi liberati dal pericolo; benchè i Turchi
o non siano ancora partiti dall'isola, o si trovino sulle navi vicino
a Rodi. E bene osserva il Cav. d'Urfè che la vicinanza d'un nemico
potente mantenendo il pensiero del pericolo, non lascia luogo ad
allegrezza intera e sicura; e che perciò si doveva descrivere in primo
luogo la tempesta che fece perire le navi co' Turchi fuggitivi, e poi
condurre i duci, i soldati e il popolo tutto a ringraziare di tanto
favore il Dio degli eserciti. Questa censura è lodevole, non solamente
per la ragione addotta dal Francese, ma sì per quest'altra, che
chiudendosi il poema col naufragio de' nemici, il fine ha una certa
tristezza, che lascia una sensazione dolorosa negli animi gentili;
dove al contrario, affondate le navi, perduti con esse i Turchi
assalitori, viene il canto di grazie, l'allegrezza della vittoria, la
sicurtà del paese; tutte immagini gioconde che dolcemente si spargono
per l'animo del leggitore, facendogli dimenticare gli sdegni, il
sangue e le rovine della guerra.
«Voila, Monseigneur, (conchiude il Cav. d'Urfè parlando al Duca) ce
qui me samble de ce poeme qui a la veritè est beau et docte, mais que
ie croy qui plaira plus aux savants qu'au vulgaire: aussi n'est il pas
permis a tous de se servir de la masse d'Hercule.... J'ay remarqué ces
choses a la haste et par le commandement qu'il a pleu a V. A. de m'en
faire, parlant touttefois avec toutte sort de respect d'un si grand
personnage qui est le Seigneur Chiabrera. »
Il manuscritto, dal quale abbiamo ricavato le critiche, serbasi nella
Civica Biblioteca Berio, ed è copia tutta di mano del dottissimo
Barone Vernazza fatta sull'originale in Torino nel 1791.
PARALLELO
DELL'AMEDEIDA MINORE
COLLA MAGGIORE.
L'Amedeida maggiore, ossia quella pubblicata dall'Autore, Genova
1620 in 4.º, è partita in canti 23, ed ha in tutto 1335 stanze:
l'Amedeida minore, cioè quella impressa in Genova dal Guasco, 1654
in 12.º in soli 10 canti, contiene stanze 667. Non sarebbe senza
qualche diletto l'investigare i motivi che indussero il Poeta a
ridurre alla metà precisamente il suo nobil lavoro; ma la brevità
delle nostre illustrazioni non ci consente di far lungo discorso.
S'egli avverrà mai che sieno date al pubblico le lettere del
Chiabrera a Bernardo Castello, delle quali il diligentissimo signor
Ponthenier incominciò la stampa nel 1834, si avranno in esse molte
notizie sull'accrescimento che o il Poeta o l'altrui desiderio
andavano procacciando all'Amedeida; e chi vorrà tener conto di
non pochi stralciamenti, s'accorgerà che vennero suggeriti
all'irritabile autore da un pensiero di quella vendetta poetica, che
involge nel silenzio i falsi promettitori e gli uomini ingrati.
Consiglio più generoso sarebbe stato il cacciare da se l'iracondia,
e rider degli uomini stolti; ma dovendo il Chiabrera troncare tanta
parte del poema, malagevolmente poteva resistere alla tentazione di
far una forse giusta, ma non leggiadra vendetta. Come che sia, ecco
un parallelo delle due Amedeide, che può tener luogo di ambedue
l'edizioni; stantechè il Poeta nulla mutò dell'elocuzione, nulla
dell'ordine, nulla delle parti fondamentali: troncò de' canti
interi, delle descrizioni, delle dicerie, degli episodj, ma con
avvedimento così sottile, che le cose stralciate si potrebbono
rimettere a' luoghi proprj senza guastare l'Amedeida minore. Per
qual forma il facesse, diciam brevemente.
I. Il primo canto della minore è quel desso che si ha nella maggiore.
II. Una sola variante si osserva nel canto 2.º della minore, ed è
indicata nelle nostre annotazioni: nel rimanente ambedue l'edizioni si
trovano concordi.
III. Il canto 3.º della minore non differisce dal terzo della
maggiore, se non se in questo, che mancano ad esso le stanze 8, 9, 10,
11, 15, 47 e 48 della maggiore. Le poche varianti si leggono
registrate nelle nostre annotazioni.
N.B. I canti IV. e VI. della maggiore furono soppressi interamente
nella minore.
IV. A formare il canto IV. della minore concorsero il V. e il VII.
della maggiore: cioè fu conservato tutto il V, meno le stanze 9-18,
36, 37, 38, 39, e meno le ultime quattro; e i troncamenti furono
compensati con introdurvi le stanze 1-22 del canto VII. Le annotazioni
al canto V. della magg. additano le varianti dei due testi.
V. Per comporre il canto V. della minore si adunarono le spoglie dei
canti VII. VIII, e IX. della maggiore.
Del VII. si ritennero le st. 23-59, meno le st. 26, 27 e 47. La 72.
che nella maggiore diceva,
Feroce, atroce, e fa sanguigni i lidi
Fra pianti avversi, fra dolor, fra gridi;
nella minore vedesi racconcia così:
Feroce, atroce; ma tra furie accensa
Su 'l risco Aletto d'Ottoman ripensa.
Il canto VIII. diede le st. 15-39.
Il canto IX. contribuì le st. 36 fino alla 55. ch'è l'ultima del IX.
nella maggiore e del V. nella minore.
N.B. Il verso della st. 36. canto IX. della magg.
Amedeo seco: ei di sua man l'adduce,
trovasi nel V. della min. mutato nel seguente:
Così dicendo, di sua man l'adduce.
VI. Il canto VI. della minore formasi del X. della maggiore, soppresse
in quella le st. 48, 63 e 68, e racconciato il primo verso dell'ultima
nella maniera seguente:
Così dicendo, a l'infernal soggiorno.
VII. Può dirsi che il canto VII. della min. altro non sia, se non se
l'undecimo della maggiore. La differenza consiste nello stralciamento
delle st. 24, 40, 45, 46, 47, 52 e 53; e nelle varietà di lezioni, che
qui si registrano.
St. 44. -magg.-
Venuta a men nel duol che la trafisse:
Allora Irene ver Sangario disse:
nella -min.-
E venia manco: Irene indi diparte,
E si rinchiude in solitaria parte.
I primi due versi della st. 48. -magg.- sono così emendati nella
-min.-
E prende ferro bene acuto, e franca
Pur con lo sguardo ec.
Similmente vi ha diversa lezione nella st. 54 -magg.- che nella -min.-
si legge:
Nè così tosto il molle petto aperse,
Che vaga Fama a raccontar si mise
Come a morte magnanima s'offerse
La bella Irene, e di sua man s'uccise.
A nunzio sì crudel ecc.
VIII. Quattro canti della maggiore cedettero alcuna parte delle loro
ottave per formare il canto VIII, della minore.
Il XII. diede le st. 1, 38, 39-48, 51 e 58. Ma la 51. è rifatta nella
-min.- come segue:
Cotale altier su l'arenosa riva
Giva Ottomano, e fra le schiere egli erra,
E dovunque nel campo egli appariva;
Nessun la bocca a le sue glorie serra;
Et Amedeo da l'altra parte usciva
A franca far la rodiana terra;
E fra gridi magnanimi cosparsi
Fermo alquanto ciascun fa rimirarsi.
Il primo verso della st. 58 così è scritto nella minore:
Movonsi poscia a la battaglia, e crudi ecc.
Dal canto XIII. passarono nell'VIII. della -min.- le stanze 1-19 e
37-41. Il ritratto di Megapente che occupava le tre st. 42, 43, e
parte della 44, trovasi compendiato in una sola:
Costui fra l'armi e fra l'orror di Marte ecc.
Le altre st. 44, 45, 46, 55, 56 e 57 sono pure concorse alla
formazione del canto VIII.
Nulla contribuì il XIV. stralciato interamente.
Il canto XV. diede le st. 1, 2, 4, 12, 13-32. e la 51. Ma nella 2.ª
della magg. leggevasi -Tomandro-; dove nella min. si legge, e meglio,
-Timandro-.
Una sola stanza potè salvarsi del canto XVI. per passare nell'VIII.
con questa variante:
Ma poi cosparge d'un odor possente.
Per altro tra la st. penultima e l'ultima del canto VIII, della minore
apparisce una lacuna, chi ne considera il senso; ma non sapremmo come
restituire la vera lezione.
IX. Anche il canto IX. della minore componsi di brani tolti a diversi
canti della maggiore.
Il XVII. diede le st. 2-7, 18, 40, 41, 42, 43, 57 e 58. Le due st. 44
e 46 vennero dal Poeta ristrette in questa forma:
Ma sì fatte d'amor memorie antiche
Dentro il seno del tempo anco ben chiare,
Benechè per uso a gioventute amiche,
Al giovinetto cor poco eran care:
Quinci lasciando le campagne apriche
Ove Scamandro se ne corre al mare,
Ei venne a Rodi, e fra cotante squadre
Armarsi volle e seguitare il padre.
La st. 57. varia così nella -minore-:
Feroce oltra l'etate or quì saetta,
E dal suo segno in discoccar non erra:
Ma gridava il Baglione: oggi n'aspetta ecc.
Nulla potè contribuire il canto XVIII. troncato al tutto dal poema.
Il XIX. porgeva le st. 1-35.
Dal XX. s'ebbero le st. 1, 2, 3, 4, 5, 6, 35-50.
Furono tratte dal canto XXI. le st. 1-9, 13, 14 e 15.
X. Il canto X. ed ultimo della minore si compone di spoglie rapite a'
tre ultimi della maggiore.
Dal canto XXI. passaron nel X. la stanza 20; i primi sei versi della
21 e gli ultimi due della 24; le st. 31-40; 42, 43, 44, 45, 46, 47,
48, 49, 50; i primi sei versi della 51, e gli ultimi due della 53; le
st. 54-59.
Il canto XXII. porse la st. 14. così ritoccata:
E tosto inverso lei volgendo il piede
Mesto Ebram da la sua fe sospinto;
la 15; la 19. col primo verso così rifatto:
A che deggio, Ebrain, dianzi beata;
la 22 col primo verso racconcio in tal guisa:
Deh! che dich'io? se la presente sorte
la 23, la 24, la 25. La seconda metà della st. è così rifatta nella
-minore-:
Et egli un vaso le ne dà ripieno,
Che tosto de la vita i varchi chiude,
Indi fuore se n'esce. Ella dolente
Così parlò sovra il destin presente:
Le altre stanze del XXII. conservate nella minore, sono la 30, e la
31. Avvi qualche varietà ne' primi versi della 37, che nella minore si
leggono in tal forma:
Cotanto appena il rio demon favella,
Che s'involve di nebbia atra e profonda,
Ma lascia l'oro avvelenato, ed ella
Ponselo a bocca, e tutto il sen n'inonda.
Hannovi senza discrepanza le st. 38 e 39.
Dal canto XXIII. trasse il Poeta la st. 1. con ritoccarne il verso
primo,
E già correa del ciel l'alto sentiero;
e le st. 2, 3, 4, e 5. La 6. ha una variante di molto rilievo: nella
magg. diceva:
Per darle a' tuoi nelle più grand'imprese,
e nella -min.- vi si legge,
Per darle a' Grandi nelle grav'imprese.
Appresso si trovano le st. 18, 19, 20, 21, 22 e 23. La 35. sta nella
min. con una leggerissima variante:
Quì l'italico Re lunga dimora ec.
Chiudono la minore le st. 50, 51, 52 e 53 che similmente impongono
fine alla maggiore.
GLI ARGOMENTI
DI ANDREA PESCHIULLI
ALL'AMEDEIDA MINORE.
La discrepanza già rilevata tra le due edizioni dell'Amedeide, spiega
il motivo perchè non ci fu possibile dare gli argomenti del Peschiulli
nelle annotazioni appiè d'ogni canto di questa nuova edizione. Ma
fedeli alla nostra promessa di raccogliere in un solo volume e la
maggiore e la minore, trascriviamo in questo luogo le ottave molto
lodevoli di quel letterato idrontino.
Arg. del canto I. vedilo a facc. 28.
» II. » 57.
» III.» 86.
» IV. » 128.
Arg. del canto V:
1
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48
49
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68
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992
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999
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