Desta a travagli de l'orribil guerra, Ed indi i duci de le squadre altieri Ei chiama, e vanno colà dove in terra Giaceva il gran signor per indi trarlo, Ed a le pompe estreme almen serbarlo. XLIII Pien Glassarte di duol, pien di tormento, E pure Araspe di dolor ripieno Piangeva andando, e seco alto lamento Il canuto Ebrain facea non meno; Ma come impallidito, come spento, Come sparso di sangue il volto e 'l seno, E come steso il caro Re scorgea Ciascun di doppia doglia il core empiea. XLIV Tacquesi alquanto, indi Bostange: o degno Ben d'ampio impero, ecco, pur dianzi in core L'Asia volgevi, e de l'Europa il regno Come scettri dovuti al tuo valore, Or vinto, or morto, onde venir sostegno Deggia a' popoli tuoi contra il furore Di tanto vincitor ch'aspro s'adira, Dio lo si sa ch'a sì rio fin ti tira. XLV Così piangeva; ed a la man, che viva Dell'Asia i vinti Re tanto inchinaro, Ivi disciolta e di fortezza priva, Tutti in segno d'onor baci donaro; Dolenti al fin da la dolente riva Le care membra e riverite alzaro, E van con esse in ver le regie tende, E lor sempre nel sen pianto discende. XLVI Sultana intanto, i cui pensier confonde De l'amato signor speme e paura, A Licasta diceva: omai ne l'onde Il sol trabocca, e tutto il ciel s'oscura, E pur de' messaggier nessun risponde Qual del mio caro Re sia la ventura: Tanto ha di forza quel latin guerriero, Che consumi l'assalto un giorno intiero? XLVII In tanto affanno ad aspettar più forte La mia vita non è; movi, nutrice, Corri, comprendi d'Ottoman la sorte, E fa certa del ver questa infelice. Trema la lingua, ambe le guance smorte Tingonsi di pallor mentre ella dice; E la vecchia fedel, cui forte incresce Sì grave duol, del padiglion fuor'esce. XLVIII Ogni sembianza tra' guerrier dogliosa, Ivi mira, ch'ognun lagrime scioglie; Al fin che 'l Re sotto la man famosa Cadesse d'AMEDEO chiaro raccoglie. Traggene guai, ma certa ella non osa Le novelle recar di sì gran doglie, E tra' sospir di quella gente mesta Pur lagrimando a sospirar s'arresta. XLIX Di tanti indugi suoi punge più strano Timor Sultana, e lo sperar le vieta: Non è, dicea, ch'ella non torni, in vano; Non si cela ad altrui ventura lieta; Quinci nel biondo crin la bianca mano Sospinge, e l'alma in nulla parte acqueta; Al fin alto gridò: perchè non riede, Io pur vedrollo; indi moveva il piede. L Del grave duolo il vago volto impressa Va tra l'armate genti; ognun la mira, E mirarla di duol cotanto oppressa Più fuor de gli occhi altrui lagrime tira. Ella ciascun di dimandar non cessa, Ma tacendo ver lei ciascun sospira; Pur volge il guardo, ove dolente stassi Piangendo Alcasto, e colà move i passi. LI Quei l'alta donna reverente onora; Ed ella a lui, che le s'inchina avanti; Alcasto, il nostro Re dove dimora? E perchè quì tante querele e pianti? Il Capitan per la pietate allora Colma di più dolor voce e sembianti, Ed a Sultana la miseria indegna Con modo accorto palesar s'ingegna. LII E dice: il tuo signor nel campo uscita Fece, o Reina, ivi pugnò qual forte; Al nemico AMEDEO diede ferita, Ma le battaglie non han stabil sorte; Tu sai, che per l'onor cara è la vita, E che pur per l'onor cara è la morte; Ben verso lui, s'è di mestier soccorso, Bostange, Araspe e 'l buon Giassarte è corso. LIII Non prima il Cavalier tenne la voce, Ch'ella di nuovi pianti il sen fa molle, E grida sospirando: ah cor feroce, Pregai cotanto, ed egli udir non volle; Pena de le mie colpe; indi veloce Fuor da gli ampi steccati ella si tolle, E scorge Araspe, e che ciascun sen viene, E che le membra d'Ottoman sostiene. LIV Fassi al corpo vicina in un momento, E di pena e di morte è sua sembianza; Ma quando il vede trapassato e spento Gridava: o mio conforto, o mia speranza! E cotanto di forza ebbe il tormento, Che di più favellar non ha possanza, Sol bacia il volto, e colà dove aperse La dura spada ch'AMEDEO v'immerse. LV Poi tra l'angoscia, onde si stempra il core, Il collo abbraccia del signor diletto, E sì vien da quegli occhi il pianto fuore, Che 'l viso tutto, e gliene lava il petto; Tal colmi di mestizia e di dolore Vanno a le tende del real ricetto, E grande il morto Re turba accompagna, Nè di tanti è pur un ch'alto non piagna. LVI Come dentro son giunti, ed ella il posa Sovr'auree sete ed odorate tele, Indi le piaghe sue mira pensosa, Indi comincia a rinnovar querele: O di stato mortal grandezza odiosa! O spettacol di Regi empio e crudele! Ed io dannata a miserabil scempio Perchè ci nacqui d'infelici esempio? LVII Visto ho nemici in su la patria riva, E d'altrui man nostri tesor fur prede, Spenti i parenti e de lo scettro priva, D'altro non fui che di miserie erede; Poscia per Ottoman, ben che captiva, Altra volta fui posta in regia sede; Cotanto, o stelle, m'innalzaste, e solo Per crescer più de' precipizii il duolo. LVIII Ah crudeltà, col Ciel forse contesi? Trassi gli altar con empie fiamme a terra? O rubella del padre il ferro presi? O pur contra la patria io mossi in guerra? Deh spengansi del sol le fiamme accese, Caschino l'alte stelle omai sotterra, E travolgasi il mondo in forma nova, Poi ch'innocente cor pietà non trova. LIX Ma se 'l tenore è del mio mal sì forte Ch'io non deggia aspettar, salvo tormenti, Con franchezza di cor cerchiam la morte, Sol refugio de' mesti e de' dolenti; Tra queste amare voci apre le porte A caldi pianti, ed a sospiri ardenti, Straccia le chiome, e a gran furor percote Pur con ambe le palme ambe le gote. FINE DEL CANTO XXI. ANNOTAZIONI AL CANTO XXI. «Nel XXI. Amedeo uccide Ottomano; et Amedeo ferito si medica. Sultana piange sopra Ottomano.» Così l'argomento postovi dal Poeta. Il Cav. d'Urfè trova molto da censurare in questo canto. Comincia con osservare che l'Autore «il fait combattre Amedee et Ottoman sans dire commant cela pouvoit estre, parceque de croire, qu'Ottoman soit veu (vu) combattre et mal traitté, et que les siens ne le secourent point il n'est pas vraysamblable, d'autant que ce n'estoit pas un combat assigné ny fait avec les assurances d'un coté et d'autre.» E vuol dire che l'incontro di Amedeo con Ottomano non essendo un combattimento singolare concertato secondo le regole invariabili dell'antica cavalleria, per le quali niuno poteva recare soccorso a' combattenti, è perciò cosa incredibile che i Turchi veggendo il duce loro in pericolo non si movessero a dargli soccorso. Ma si potrebbe dire in contrario, che sebbene i due campioni non avessero assegnato nè il giorno nè il luogo alla pugna, vero è non pertanto, che il dirizzarsi dell'uno contro dell'altro, lasciando qualunque altra cura degli eserciti, veniva a costituire -ipso facto- una singolar tenzone, in cui altri non si poteva introdurre senza disonorare se medesimo ed i campioni. E per tal motivo panni al tutto fuor di proposito il suggerimento del critico: «c'est pourquoy je pense qu'il ent esté fort a propos de faire que la foule de Turcs voulant secourir Ottoman les separe mais trop tard pour Ottoman qui meurt incontinant apres des grands coups receus.» Meglio ponderata mi sembra la censura seconda. Finge il Poeta, che durando tuttora la battaglia tra' due campioni, -l'eterno Dio-, «.... alme bilance ei prese Splendide d'or con infallibil mano, Et ivi dentro in un momento appese Che sperare e temer possa Ottomano; Sua colpa in giù profondamente scese ecc.» Ma il Cav. d'Urfè osserva come «la balance que Dieu prand pour savoir lequel des deux mourra, d'Amedee et d'Ottoman, est une imitation d'Homere en ce qui est d'Achile et d'Hector, mais ce me samble peu convenablement apropriee en ce lieu, car Homere dit que les dieux n'estoient pas resolu lequel devoit vaincre, et en ce combat il n'est pas ainsy, car puisqu'Amedee avoit les armes invincibles et contre les quelles rien ne pouvoit resister, il est certain que Dieu avoit desia (-deja-)* resolu qu'il vincroit.» Ma con pace del Censore, qui si trattava non se dovesse aver la vittoria Ottomano ed Amedeo, sì se Ottomano avesse a cadere quel dì precisamente sotto la spada invincibile del Duca: Giunto è l'ultimo dì........ .................. Ora dunque Amedeo nel tragga a morte.» Quanto al non potere Ottomano resistere alle armi di Amedeo, ciò vuolsi intendere con alcuna riserva: noi veggiam pure che «Dal Turco infuriato esce percossa Che Amedeo trova e nella coscia il fere Gagliardo sì, ch'ivi tremar fe l'ossa: Tosto che rimirò le vene altiere La terra far del nobil sangue rossa ecc.» Non è dunque da pensare che niun pericolo incorresse Amedeo combattendo coll'armi temprate dal favore celeste. «De plus (continua il Critico) Achile et Hector estoient et l'un et l'autre soutenus par des dieux partials, ce qui n'est pas en ceux cy; car l'un qui est Amedee est du tout soustenu de Dieu. De plus la balance estoit pour peser lequel estoit meilleur: pour le moins il dit que les coulpes d'Ottoman le firent dessandre en bas: et en cela il samble qu'il outrage Amedee et sa prud'hommie de le balancer luy qui est si grand serviteur de Dieu avec un Turc qui en est si grand ennemi.» Ripeto che nel poema, secondo il testo a stampa, non si mettono sulla bilancia i meriti di Amedeo e di Ottomano, ma solamente si determina se le colpe del Turco sieno giunte a quel segno che provoca il colpo finale della vendetta, ossia giustizia divina. «Il dit que les esprits inferneaux pleignoient autour du corps d'Ottoman; et peu au paravant il avoit dit que l'Ange les avoit par comandement de Dieu ranfermé tous en enfer, et mesme (XX. st. 38) il en fait une longue description.» L'ordine dato da Michele agli spiriti rubelli non era già che più non uscissero d'inferno, ma che più non osassero portare soccorso agli Ottomani: canto XX. st. 48: «Ma quì non sia chi sovvenir l'oppresse Schiere con opra o con pensier pur tenti.» Quantunque le osservazioni critiche dell'Urfè sul canto XXI sieno assai deboli prese partitamente, tuttavia nel complesso non sono d'aversi a vile; e concorro di buon grado con esso lui a giudicare poco avvedutamente introdotto l'episodio delle bilance nella mano di Dio, trattandosi di cristiani e d'infedeli, e di guerra apertamente ingiusta dalla parte de' Maomettani. L'ultima censura cade sull'arte militare; ed in questa, come si è detto più volte, il Chiabrera mancava di teoria e di pratica: «Il fait que les Chrestiens se retirent apres ce combat d'Ottoman dans Rhodes, sans dire commant les deux armees se separent, et tout aynsi que si c'estoit une chose fort aysee et de nulle importance. N. B. Nella st. 29 si legge: -ma che da Rodi- ecc. può stare così; ma forse piacerebbe meglio; -nè che da Rodi- ecc. La st. 58 è difettosa nelle rime, così nell'ediz. in 4.º, come nell'Amedeida minore (X. 37): si poteva emendare: «Trassi gli altar con empie forze a terra? . . . . . . . . . . . . . . Deh spengansi del sole i raggi accesi.» ma nulla si vuol mutare senza l'autorità de' testi antichi. CANTO XXII. ARGOMENTO. -De' Saracin gli avanzi insiem raccolti Tengon fra loro l'ultimo consiglio; Sorte contraria fa che ognuno ascolti, Ed apra gli occhi sul comun periglio; Onde da Rodi a dipartir son volti, Ed a pigliarne volontario esiglio. Per Ottoman scioglie ai lamenti il freno Sultana, e beve poi letal veneno.- I Così la vince il gran martir; ma volse A lo scampo de' suoi Bostange il core Sul risco estremo, ed i guerrieri accolse Che nel campo godean grado d'onore; Guardogli alquanto; indi la lingua sciolse, Nel profondo del cor chiuse il dolore, Ed a' mesti baron chiedea consiglio Con salda voce nel sovran periglio: II De le nostre battaglie ove trascorso Or sia lo stato vel vedete aperto; Rodi su quel momento ebbe soccorso Che lo sterminio ella attendea per certo; Ottoman combattendo a morte è corso; La plebe vinta, e del martir sofferto Isbigottita, s'avvalora in vano, Nè più porgere a' ferri osa la mano. III Or quando incontra noi veggiam converse Tante miserie, e sì gran Duce armarsi, Ed è per l'uom ne le stagioni avverse Prova d'alto valor ben consigliarsi, Che proponete? in questi detti aperse Le labbra il Cavaliero; ove chetarsi Mirollo Araspe, alzò la fronte altiera, Poi sospinse dal cor voce guerriera, IV E disse: uscimmo dai paterni tetti Rodi a domar; taccio i piagati e i morti, Ma son d'assedio i difensor si stretti, Che speranza non han che li conforti: Or qual dunque timor n'ingombra i petti? Qual gelo i nostri cor rende men forti? Per lor giunse AMEDEO, forse direte? Ah vergogna! d'un sol dunque temete? V Se cadde il gran Signor, tra' più lodati Famoso almeno egli cadeo; ma spento Dimostra a noi contra nemici armati Se si deggia nutrir pari ardimento; O per addietro invitti, ora fugati, Gite in Asia a mostrar vostro spavento; Là fien de' vostri onor l'aure ripiene; Io per me vuò morir su queste arene. VI Sì colmo Araspe di soverchio ardire Porgea consiglio e su la guancia sparto Egli avea fiamme; indi secondo a dire Con tranquillo parlar sorse Giassarte: Se di mortal guerriero orgogli ed ire, E di battaglie esperienza ed arte Ne chiudesse a vittoria oggi la strada, Io vorrei l'asta ed adoprar la spada. VII Non son nuovo agli assalti, in guerra il pelo Fatto ho canuto; io mille volte i lidi Visti ho sanguigni, ed or venir di gelo Le squadre, or franche sollevare i gridi, Ma non pertanto contrastar col cielo Ardimento mortal non mai m'affidi, Nè sia coraggio d'uom che mi sospinga Sì che contra il gran Dio la spada io stringa. VIII Non prezzo i Cavalier ch'entro si serra Rodi, non prezzo d'AMEDEO le prove, Prezzo che s'AMEDEO si move in guerra, A suo prò l'universo anco si move: Non rimirate voi scoter la terra? Che mugghia il mar, che 'l ciel grandina e piove? Che con terribil suon fulmini avventa? E che sparso di fiamme altrui sgomenta? IX Per lunga fama ed approvata intendo, Che l'uomo saggio il suo poter misura; S'altramente vi sembra, io non contendo; Il morire al mio cor non fa paura. Di costoro al parlar va trascorrendo Un mormorio, ma picciol tempo dura, Che Bostange la destra innanzi stese, E fe' silenzio ed a sì dire ei prese: X Amici, in campo la battaglia alterna Vittorie e danni; de le guerre i fini Non son certi giammai; s'altri governa Il suo consiglio co' voler divini È fuor di biasmo; che la destra eterna A la vita mortal ferma i confini, Nè ci ha giudicio su' giudicii suoi; Ed oggi, amici, ella è contraria a noi. XI Però cediam; con questi avanzi io spero Tornare in Asia, e ristorando i danni Al figlio d'Ottoman guardar l'impero Fin ch'egli giunga de lo scettro agli anni; Dunque ciascun di voi svegli il pensiero, E le sue squadre a raunar s'affanni, E per l'ombra notturna armando i legni Senza dimora veleggiar s'ingegni. XII Tu ver le tende di Sultana andrai, E palese farai nostra partita A sua grandezza, e come è giusto avrai Cura, Ebrain, de la real sua vita. Così non vil, ma cauto in mezzo a guai Bostange favellò con fronte ardita, E sprezzando egualmente ogni riposo Alcun di quei baron non fu ritroso. XIII Ma ciascun mosse, ed al disperso stuolo La legge del partir fa manifesta, Che come notte più ricopra il polo Ogni bandiera a navigar sia presta: Sì come in lunghe file erra sul suolo, Nè trasportando salme unqua s'arresta Di formiche un gran popolo; talmente Sen giva al mar la comandata gente. XIV Solo Ebrain verso Sultana il piede Volgendo afflitto da sua fè sospinto L'alta donna trovò che 'n terra siede Presso il feretro del signore estinto; Ivi che piange e che sospira ei vede, E ch'oggimai di morte il viso ha tinto, E che sommersa nel cordoglio e lassa Su la sinistra palma il capo abbassa. XV Da prima entrando il Cavalier l'inchina, E seco geme a quel dolor cotanto, Poscia con lento piè le s'avvicina, E guarda in terra e stassi immoto alquanto. Scorgendo il suo fedel l'egra Reina Stima ch'ei vegna a rasciugarle il pianto, Nè volendo a sue pene atroci ed empie Conforto sofferir, scote le tempie. XVI Poi dice: indarno movi al mio martire Racconsolar, ch'ogni conforto ei schiva: Di Sultana il conforto oggi è morire, E fora biasmo il rimaner più viva. Ascoltando Ebrain, che al suo desire L'addolorata donna il varco apriva, Discreto da lontan move a tentarla Con detti oscuri, e sì con essa ei parla. XVII Grandemente amerei nel caso indegno Ragione aver da consolar tua pena; Ma perder tuo signor, perder tuo regno, Tra nemici aspettar dura catena, È tanto affanno che trapassa il segno, E d'ogni aita a disperar mi mena, E fa mestier nel così gran dolore Di forte destra e di non debil core. XVIII Ma pur nel mondo ogni minaccia, ogn'ira, Ogni grave miseria anco sostiensi. Sì dicendo da lei gli occhi non gira, Tutto intento a spiar ciò ch'ella pensi. Ed ella giù nel cor prima sospira, Soggiunge poscia: di martiri immensi Altra vivendo non rifiuti il peso, Ciò non fia certo di Sultana inteso. XIX A che deggio, Ebrain, dianzi beata Via più d'ogni Reina altra terrena, Farmi al mondo veder serva, legata, Vinta le braccia e i piè d'aspra catena? Qui dentro i Rodïan, gente spietata, Forse ho da trastullar con la mia pena, E di quì tratta per Italia alfine Ho da soffrir le ferità latine? XX Unqua al fiero AMEDEO vedran le genti Piegarmi in atto di supremo onore? E baciar quelle man che fur possenti Dar percossa di morte al mio signore? Me, me de l'alto Ciel fulmini ardenti, Prima traete a l'infernale orrore; Me, me togliete a l'esecrabii sorte; A voi mi volgo, io d'Ottoman consorte. XXI Così nel caso miserabil, rio Ella il suo nobil cor mostrava aperto, Ed ei del suo signor mostra il desio, E lascia in bando il ragionar coperto: Vera Regina, e che più dir degg'io? Su tua miseria il tuo pensiero è certo, E certo a te sottrai d'alti perigli Altieramente il tuo gran cor consigli. XXII Sultana allor: se la presente sorte, E se 'l risco vicin di maggior pianti A farmi dolce reputar la morte Oggi non fossero, Ebrain, bastanti, Pur la vita troncarmi esser dee forte Questo Re che trafitto emmi davanti, Cui fermamente io so che fui diletta, E che pur con desio seco m'aspetta. XXIII Così diceva, e con l'eburnea mano Asciuga i lumi nubilosi e mesti; Cui rispose Ebrain: non credi in vano, Di creder ciò mille argomenti avesti; Pur dirne un grande io vuò: dianzi Ottomano Chiamommi in sul vestir gli acciar funesti, E disse: io muovo in su l'assalto estremo Contra AMEDEO, nè de la morte io temo. XXIV Temo ben io, che s'egli avvien ch'io mora, Sultana incontrerà strania ventura, E sì fatto timor tanto m'accora, Che del morir la pena è via men dura; Deh ch'ella meco se ne venga allora, O diletto Ebrain, seco procura; A mio nome con lei raddoppia i preghi, Che 'l segno estremo di sua fè non neghi. XXV Qui tacque il servo; e la Reina volse Il volto impresso di più reo tormento Verso le membra d'Ottomano, e sciolse Voce interrotta da mortal lamento: Ah mio Re, cui nemico empio mi tolse Quando più n'era il mio desir contento, Sì poco dunque la mia fede espressi, Che tu venirne in dubbio unqua dovessi? XXVI Qui l'oro straccia de le chiome e 'l seno Fa risonar de le percosse crude, Poi comanda: Ebrain, reca veneno, Che spegner prestamente aggia virtude. Egli a quel comandar non tiensi a freno: Sultana allor nel padiglion si chiude, Ed ivi presso al suo signor s'asside, E lui guardando alza un sospiro e stride. XXVII Chiunque aspira a le grandezze estreme Più sempre vago di superbo impero, E giù dal colmo ruinar non teme, Ne lo stato di noi volga il pensiero; Per alcun tempo a la mortale speme Non si rappresentò specchio più vero, Nè si mostrò come caduca e vana Sia giuso in terra la possanza umana. XXVIII Chi giammai dentro il cor potea fermarsi Che omai di Rodi vincitor, che omai Suoi muri in guerra ed abbattuti ed arsi, Dovessimo incontrar sì fieri guai? Misera! quai preghiere? e quai non sparsi Pianti? che non fec'io? che non tentai? Da quale parte non sperai soccorso? Anco a numi d'inferno ebbi ricorso. XXIX O sul fior de l'età pronta a morire Per lo scampo di noi, diletta Irene, Su le tue piaghe, e contra il tuo desire, Ecco pur ch'Ottoman morte sostiene; Ma ci veggo dannati a tal martire, Ed è sì grande il mar di nostre pene, Che non so con qual senso io mi rimanga, Irene, e se t'invidii, o se ti pianga. XXX Incliti scettri, altieri manti adorni Son tornati per noi ceppi dolenti: Oh tra le fasce e su l'april dei giorni Fossimo al mondo trapassati e spenti, Ch'oggi il sommo dolor de' nostri scorni Non faria liete le cristiane genti, Nè per l'Europa i nostri casi avversi Darian materia de' Cristiani ai versi. XXXI Ottoman, su tua morte alzano il canto, Me destinando a vil servigio indegno; Ma nol faran, ch'io vuò morire; intanto Queste misere chiome io ti consegno; Di mirra in vece io t'ungerò col pianto; E tu, mio Re, nol ti recare a sdegno, Che lo sgorgano gli occhi, onde uscia lume, Che pure avesti d'apprezzar costume. XXXII In questa da gli abissi un mostro apparse Quasi Ottoman; sotto le ciglia accende Altiero sguardo, e su le guancie sparse Di puro latte un vivo minio splende; Con quel vigor, con quel furore onde arse Fiero di cor ne le battaglie orrende A la dolente donna ei si dipinge, E vaso d'or con la sinistra stringe. XXXIII Perchè l'indugio quel suo moto interno Non queti, e cessi d'ammazzar se stessa, Adducendo il demon tosco d'inferno, Verso Sultana ingannator s'appressa: O dolce del mio cor tormento eterno, Pena per mio conforto a me concessa, Perchè contristi sì l'alta beltate Vientene a me, che tu mi fai pietate. XXXIV A questo dir, tutta agitata, ardente L'afflitta donna sollevossi in piede, E verso il suo signor mosse repente, E con tai note a ragionar si diede: Vaneggio io forse nel gran duol presente? O senza inganno lo mio sguardo or vede? Se sei vero Ottoman, perchè ritorni? Quale è la vita tua? dove soggiorni? XXXV Così gridava, e scolorita in faccia Tra fervidi sospir pianti rinnova, Ed abbracciarlo vuol, ma con le braccia, Fuor che vani color, nulla non trova, Risponde l'ombra, e col suo dir procaccia Ch'ella animosamente a morir mova: A che piangi di me, ch'altiero vivo In lieta parte, e non d'imperj privo? XXXVI Fuior del caduco mondo aurei splendori Ornano campi, ove Regine, e Regi Di sempiterno gaudio empiono i cori, Premio dell'armi e degli affanni egregi; Or se con me goder cotanti onori Di fragil vita per desio non spregi, Sugo ti porgo, che d'un sorso solo Basta il vigore, e te ne vieni a volo. XXXVII Cotanto appena il rio demon favella, Che s'involve di nebbia atra e profonda, Ma lascia l'oro avvelenato; ed ella Ponselo a bocca, e tutto il cor n'inonda; Nè fra tanti martir punto men bella, Stassi del caro letto in su la sponda; Ivi del suo signor la destra prende Con la sua destra, e l'ultim'ora attende. XXXVIII Fra pensier varj ora rivolge in mente Scettri, corone, e quegli onor cotanti, Onde fu lieta; or la stagion presente, E l'acerbo dolor, ch'ella ha davanti; Quando poscia partir l'anima sente, Compone il busto, e con le man tremanti Sul volto si dispiega un aureo velo, E traendo sospir fassi di gelo. XXXIX Qual, se candida nube in alto ascesa Le rose adombra, onde il mattin s'infiora, Ben rimiriam ch'ella ne langue offesa, Ma pure è vaga a riguardar l'aurora; Tal già la guancia di bell'ostro accesa Sotto freddo candor si discolora, E di mortal pallor le labbra asperse Han non so qual beltate anco a vederse. XL Quasi non era ancor dal corpo adorno L'afflitto spirto per sua via partito, Che facendo Ebrain colà ritorno D'Ottomano il desir vide fornito; Pria dal duol vinto fe' sonare intorno Gemito tal, che rassembrò muggito; Disse poscia: alto Re, dovunque godi Vita immortale, il tuo fedele or odi. XLI Nel punto estremo di tua morte indegna, Qual commettesti tu, serbai tua fede; Ora a te ne verrei; ma ch'io non vegna Il vuole amor del tuo diletto erede; E perchè trasportare indi disegna Le regie membra in ver le navi, ei chiede E d'ancelle, e di serve il pronto aiuto, E stassi percotendo il sen canuto. XLII Infra la turba lagrimosa e trista, Ch'al chiamar d'Ebrain mossero il passo, Venne Licasta, ed a la flebil vista Ella si feo come insensibil sasso; E quando a favellar forze racquista, Gridò gemendo: o del mio viver lasso E de gli affanni miei solo sostegno, In quale guisa a ritrovarti vegno? XLIII Non son già queste de' miei pregi altieri Quella che tu nutrivi in me speranze, Quando fra semplicissimi pensieri Pargoleggiavi per le regie stanze; Oh de gli scherzi e de' tuoi dì primieri Amare e sfortunate rimembranze; Tu davi al collo mio baci soavi, E così tra bei vezzi indi parlavi: XLIV Allor che stanca e per l'età matura Volerà del tuo sen l'anima fuori, Io chiuderotti gli occhi, e 'n sepoltura Ti spargerò di più soavi odori. Così dicevi; ma crudel ventura Che mi sommerge in mar d'aspri dolori, Or mi fa ricordar fra duri affanni Come per la speranza altri s'inganni. XLV Tu non a me sul fin di mia vecchiezza Gli occhi componi; io son, che morta omai Sul tuo più vago fior di giovinezza Mando sotterra te che tanto amai. Qual ti farà chiamar la tua grandezza? Per lo scettro real qual nome avrai? Ah che se fra' mortali il ver si dice, Altro nome non è, salvo infelice. XLVI Quì fra le turbe a lamentarsi pronte Ella quasi di duol si venia meno; Poscia Ebrain con lamentevol fronte A gridi sciolse ed a querele il freno: Deh chi de gli occhi miei fa larga fonte E d'alti pianti oggi m'inonda il seno Sì che di fede e di dovuto amore Possa far testimonio al mio signore? XLVII Ottoman piango; ed ho nel cor disdegno Che parcamente i pianti miei sian sparsi; Ma pur Meandro e di Panfilia il regno Di martirj e di duol non ti fian scarsi; Là da' popoli tuoi senza ritegno Preveggo al tuo morir l'esequie farsi Con abissi di pianto; ed è ragione, Poi che perdono in te tante corone. XLVIII Chi tra gli allor che le provincie ornaro Innalzerà vincendo omai trofei? Ed onde avrassi scampo, onde riparo Al minacciar de gli avversarii rei? O di trionfo, o di vittorie chiaro, Grande Ottoman, dove sparito or sei? Dove trasporti tu la nostra speme, Noi quì lasciando infra miserie estreme? XLIX Parmi che su ne l'alto il Sol non splenda, E che seco ogni luce a noi sia tolta, Onde in profondità di notte orrenda Si rimanga per sempre Asia sepolta. Oh del mondo qua giù strana vicenda, Ecco Europa a gioir quinci è rivolta Allor ch'ogni speranza avea perduta, E la nostra allegrezza in duol si muta! L Fra questi detti, che si vada al mare Per prestamente veleggiar procaccia, Onde a le membra riverite e care Ciascuno a gara ivi soppon le braccia; E per tutta la via lagrime amare Del popolo leal bagnan la faccia, Nè puossi udir tra le funeste genti Se non un lungo suon d'aspri lamenti. FINE DEL CANTO XXII. ANNOTAZIONI AL CANTO XXII. Non poteva farsi argomento più breve di quello postovi dal Poeta: «Nel XXII. Sultana s'avvelena.» Una sola critica osservazione si legge nel ms. del Cav. d'Urfè, ed è la seguente: «Ce chant est beau et tragique, mais il me samble que les plaintes de la nourrice et du valet de chambre sont trop longues, parce qu'aux choses tristes il faut estre brief, parce qu'autremant l'esprit du lecteur se lasse et s'ennuye grandement.» Ottimo è il suggerimento del Critico; e fu detto anticamente, niuna cosa asciugarsi più presto delle lagrime. CANTO XXIII. ARGOMENTO. -Ove del gran Batista il nome onora Popol devoto, i Cavalier sen vanno; Quivi l'Eterno Dio ringrazia e adora AMEDEO genuflesso; ed ogni affanno Sgombro da lui con lode in sino allora Incontro al truce Saracin tiranno Ricorda Doroteo. Fuggon, ma rotte Il vasto mar le infide navi inghiotte.- I Già trascorrea del ciel l'alto sentiero, Notte più scura; ed AMEDEO piagato Vigilando tenea fisso in pensiero Ciò ch'egli udì dal messaggier beato, Ch'ei ben de la vittoria andrebbe altiero, Ma che del viver suo fora troncato Lo starne in Rodi; onde devoto e forte S'apparecchiava a la propinqua morte. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000