Verso il campione; ed il campion, ch'udiva
Sì fatta offerta, in se medesmo ammira,
E ben fermato di non trarre a riva
Quella opera d'amor, ch'ella desira,
Pensando va, come cortese neghi
A la donna il piacer di che fa preghi.
XXXVII
Onde così parlò: felice appieno
Il grembo di colei, ch'a noi ti diede,
Qualunque è stata; e non felice meno
La patria terra, ove fermasti il piede;
Quale veggio splendor? quale sereno
Che del bel di là su ne può far fede?
E quale oggi beltà splende fra noi
Non vista pria, nè da vedersi poi?
XXXVIII
E s'a ciascuno il tuo valor sovrasta,
E durar teco in arme altri non vale
Cingendo il brando; o s'abbassando l'asta
Su spumante destrier non trovi eguale,
Meraviglia non è; chè non contrasta,
Ad immortal virtù forza mortale;
Ed a vergine tal darsi vittoria
È per l'uom vinto incomparabil gloria.
XXXIX
Di quì certo a ragion sommi guerrieri,
Ed hanno incliti Re l'animo acceso;
E come no? donna, tuoi pregi altieri
Vincono d'ogni donna il pregio inteso;
Ma non convien, che tanto bene io speri
Da sì forte cagion viemmi conteso;
E dolermen dovrei, ma che? non lice
Farsi per ogni via quà giù felice.
XL
Io meco ho sposa, e me la diede Amore,
E di più figli la mia reggia è lieta;
Che si pareggi al tuo non ha valore,
Ma non per tanto i miei desiri acqueta;
Altra sposarne, o dare ad altra il core,
Il Dio grande, ch'adoro il mi divieta;
Ed ei de' falli altrui piglia vendetta,
Però mi scusa, e mie ragioni accetta.
XLI
La vergine real, come orgogliosa,
E da ciascuno ad ammirarsi avvezza,
Quando meno il pensò, quasi vil cosa,
Sentendo disprezzar la sua bellezza,
Vassene fuor di se; pensa sdegnosa
Vendicarsi di lui, che la disprezza,
Pensa preghiera rinnovare ardente,
Ma d'ogni suo pensiero indi si pente.
XLII
Così confusa nè può far parola,
Nè sa tacere, onde s'arrabbia e strugge;
Alfine a gli occhi d'AMEDEO s'invola,
E di lui vergognando ella sen fugge;
Cerca piaggie romite, e quando è sola
Versa dolor, come leon che rugge,
E dal colmo veggendosi caduta
De l'alte glorie sue, vita rifiuta.
XLIII
Dunque, dicea, fra' Rodïan fian conte
Tante mie colpe? ed avverrà ch'uom dica
Le mie preghiere? e le ripulse e l'onte?
E mi predicheran come impudica?
Colui non pur solleverà la fronte
Per l'atterrata gente a lui nemica,
Ch'a se medesmo crescerà gli onori
Per miei derisi, e vilipesi amori?
XLIV
Pera quel giorno, ch'a venir quì presi;
E se pure a tal fin la reggia altiera
Trasportarmi dovea, quando v'ascesi
Per altrui don, pera quel giorno, pera;
Così porto terror? questi paesi
Domo così? così pugno guerriera?
Oh bel trofeo, che vana, e che lasciva
Oggi m'innalzo in su la patria riva!
XLV
Deh che pregai? deh che rivolsi in mente?
Che mi cosparse di veneno il petto?
Forse fu lui, che da la volgar gente
Fra tante meraviglie Amor vien detto?
S'è così fatto Amor veracemente,
Ei fu di tigre, e di leon concetto,
E da perversi mostri ebbe governo,
E bevè per suo latte onda d'inferno.
XLVI
Or che farò? se 'n Colco unqua ritorno,
Da quei Regi il mio biasmo ecco cantarsi;
Se nel Regno di Rodi io fo soggiorno,
Pur oggi i falli miei vi fian cosparsi,
Ed udralli Ottoman; cotanto scorno
Non è da sofferir per Anacarsi;
E se contra il desir stata è mal forte,
Emenda farne le convien con morte.
XLVII
Ma perchè m'abbandono? a che non stringo
La spada, e volgo il piè su quelle arene?
Chè non trovo quell'empio? chè non tingo,
Chè non lavo la man ne le sue vene?
Misera me, che i miei furor lusingo;
Giacciasi estinto, or quale onor men viene?
Ella si vendicò, diran le genti,
De' suoi non accettati abbracciamenti.
XLVIII
No, no; tutt'altro è in van; solo il morire
A tanto affanno, a tanto obbrobrio avanza,
Sì freme, e fra l'asprissimo martire
Omai di forsennata avea sembianza,
Indi con forte piè prende a salire
Rupe deserta, che di belve è stanza,
Le cui sublimi e solitarie sponde
Del mar spumante percotevan l'onde.
XLIX
Quì sta pensosa; e così grida al fine:
Deh perchè di Caffà le selve ombrose
Già mi salvaro e quelle balze alpine?
Ed in quel folto orror le fere ascose
Chè non fero di me strane rapine,
Allor che la mia vita ivi s'espose?
E de le membra con orribil strazio
Loro digiun non rimiraron sazio?
L
Ma non è tempo omai da più gir presso
A sì fatti pensier; le mie giornate
A fin son giunte, o morte, io mi t'appresso,
Raccogli tu le membra egre, affannate,
E se nume è là giù, cui sia commesso
D'un'anima dolente aver pietate,
Voglia d'un prego sol farmi contenta,
Ed è celarmi altrui poi che io sia spenta.
LI
O luce, o sol, che per le vie supreme
Corri tra' rai, d'ogni occhio almo desio;
O scettri, onde gioir tanta ebbi speme,
O reggia, o Colco, ecco io vi dico addio;
Queste, ch'io fo son le parole estreme,
Ch'omai fia ne gli abissi il parlar mio.
Sì disse, e traboccossi; il mare aperse
Con un grave rimbombo, e si sommerse.
LII
Erano intanto a guerreggiar feroci
Fatti al grande AMEDEO poco lontano
Gli esserciti di Colco, e più veloci
Sempre Aldemaro gli scorgea sul piano,
E Tesifone ria con nobil voci
Pur si manifestava in volto umano,
E lor fierezza a mantener più viva
Su la morta Reina ella mentiva.
LIII
Così dicea: deh rinforzate i passi,
Guerrier di Colco, in duro tempo apparsi
Rodi a domar, chè sbigottiti e lassi
I Turchi per lo campo omai son sparsi:
È ver ch'a fronte, e coraggiosa stassi
Contra il fiero AMEDEO l'alta Anacarsi,
È certo ver, ma non è buon consiglio
Lasciar sua vita in sì mortal periglio.
LIV
Così dicendo stimolava i petti;
E non men per la via forte Aldemaro
Al parlar del demon giunge suoi detti:
Popol di Colco in guerreggiar ben chiaro,
Sarà mestier, che voce d'uom v'affretti
In questo tempo a maneggiar l'acciaro?
In questo tempo, ove crudel battaglia
De l'inclita Reina il cor travaglia?
LV
A queste note i cavalieri armati
Movean per la campagna i piè leggieri,
Qual per i colli, o per gli aperti prati
Su rapide orme se ne van levreri,
Quando con strida, o dando il corno a i fiati,
Gli spinge per salvatici sentieri
L'ingordo cacciator, ch'avvampa d'ira
Per lieve cerva che fuggir si mira,
LVI
Tal vien quel stuol, ma da lo stuol converso
De' Turchi in fuga egli è per via percosso
Sì fieramente, che da pria disperso
E fu seco a fuggir poscia commosso;
Acqua di fiume rassembrò, che verso
Il mar sen va tutto agitato e grosso,
Da cui sospinta indietro, al fin spumosa
Ristagna in grembo di campagna erbosa.
LVII
Ma d'AMEDEO via più sfavilla il core,
E più divampa di disdegno in faccia,
E circondato da divin fulgore
Più con orride voci altrui minaccia;
Sembra leon, che per selvaggio orrore,
Secco le fauci, va ruggendo in caccia,
O tuono, ch'arde inaccessibile alpe,
O mar, ch'atroce inonda Abila e Calpe.
LVIII
Infocata Tesifone discerne
Omai di Rodi la vittoria, e dice:
Ecco l'umane, ecco le forze inferne
Uscite indarno; or che tentar più lice?
Ma se con l'armi onnipotenti, eterne
AMEDEO sorge a trionfar felice,
Perchè mirarlo? è meglio andar fra' rei
Là giù dove io pur anco alzo trofei.
LIX
Ciò detto ella ritorna ai campi ardenti
De la profonda region funesta;
Ivi più cruda ognor l'alme dolenti
Un punto sol di tormentar non resta;
Ma tuttavia fra le nemiche genti
Essercita AMEDEO la spada infesta,
Ed elle in fondo di mortale affanno
Null'altro omai, salvo fuggir non sanno.
FINE DEL CANTO XIV.
ANNOTAZIONI
AL CANTO XIV.
L'argomento postovi dal Chiabrera dice così: «Nel XIV viene a soccorso
d'Ottomano Anacarsi reina di Colco; ed essa rifiutata in amore da
AMEDEO, si annega.»
Nulla si ha nel MS. del cavaliere d'Urfè, che si possa riferire a
questo canto XIV.
CANTO XV.
ARGOMENTO.
-Ovunque il suo valore lo trasporta
Segue AMEDEO la fuggitiva gente,
E in campo e in mar strage infinita apporta.
A lui che nuota in sul destrier, repente
Megera turba il mar, ma lo conforta,
E 'l tragge al lido, dal celeste oriente
Sceso MAURIZIO il Santo, della chiara
Sua stirpe ei poi l'eccelse glorie impara.-
I
Giungono alfin del mar sonante in riva,
E pur fuggendo gli inimici sdegni
Verso l'armata a nuoto altri sen giva
Gittando l'armi con vili atti indegni;
Ed allor da le navi ecco appariva
Pronto soccorso di più lievi legni
Dal Demon mossi, e verso loro ardente
Caccia AMEDEO la sbigottita gente.
II
Egli a Tomandro d'Ismael figliuolo
Sì percote la fronte a sommo il naso,
Ch'ambe due le pupille in fiero duolo
Furo condotte in repentino occaso,
E quel meschin sul sanguinoso suolo
Con la misera vita orbo rimaso
Forte gridava, e per gli estremi uffici
Chiamava a nome i combattuti amici.
III
Ma diceva AMEDEO: costì rimanti,
Che la consorte non porrassi intorno
Per la vittoria tua pompa di manti,
Nè fregierà di treccie il crine adorno;
Poscia spirando ardir da i fier sembianti
Col sanguinoso acciar trascorre intorno
Quasi procella di rio vento, e d'onda
Su per le spiche de la messe bionda.
IV
Quinci a Techel, ch'a minacciar s'accinge,
La spada volge in ver la bocca; ei stride,
Ma la spada adirata gli rispinge
Le strida ne la gola, indi l'ancide.
Ad Alcanzo la manca, ond'egli stringe
L'arco, ch'armava di quadrel, recide;
Sì che morta ella casca in sul sentiero,
Ed in van duolsi lo storpiato arciero.
V
Poscia in mezzo a la plebe il brando gira,
Ed aspre piaghe rinovella e scempi,
E dove i meno sbigottiti ei mira
Dà con la spada di fortezza essempi;
Come procella, quando il ciel s'adira,
Le biade abbatte in sul terren de gli empi,
Che del gran Dio le leggi hanno in dispregio,
Tal rassembrava il cavaliero egregio.
VI
Incontra Ariovisto ei move in guerra;
E quei si ferma in minaccioso aspetto,
E d'un morto guerrier la picca afferra,
E l'aspra punta gli presenta al petto;
Da sì feroce ardir, che nel cor serra,
Fu tosto il duce a giudicar costretto
Ch'era ben prode, onde colpir nol lassa,
Ma spezzando la picca il cor gli passa.
VII
Ei crolla; ed Azamor la man gli porge
A sostentarlo, e pur trabocca al piano;
Ond'ei si volge ad AMEDEO, che scorge
Sì minacciar con la terribil mano:
Cotanto nel tuo cor d'orgoglio sorge,
Che 'l voler d'Ottoman speri far vano;
Non sai, come ogni Turco il sangue spanda
Pronto a la morte, ove il signor comanda?
VIII
A l'ignoto parlar non dà risposta
Il gran Campion; ma nel pugnar non stanco
L'acerba spada al temerario ha posta,
Che schermir non la sa, nel lato manco;
Passa il ferro mortal tra costa e costa
Vago di sangue, ed Azamor vien bianco,
E la luce del sol perdono gli occhi,
Ed in terra a cader piega i ginocchi.
IX
Sul caldo umor, che la ferita piove,
Tutto si bagna, e nel morir si scuote:
Tal veggiam traboccar quercia di Giove,
Che con bipenne il villanel percote;
Ei del carro talor con travi nove
Vuol ristorar le fracassate rote,
E taglia il piè di pianta aspra, selvaggia,
Ed ella ingombra in sul cader la piaggia.
X
Come toro superbo in riva amena,
Ove fu duce di mugghianti armenti
Sbranato da leon, con larga vena
Riversa sul terren caldi torrenti,
Tal colui sanguinoso in su l'arena
Macchia presso al morir l'arme lucenti;
A lui volge AMEDEO ben ratto il dorso,
E contra i rei nemici affretta il corso.
XI
Impiaga Soliman d'ampia ferita;
Dal ferro ebbe bambin scampo felice,
Chè per medica man venne a la vita,
Sì male il partoria la genitrice;
Ma quì sul colmo de l'età fiorita
A lui scampo simil sperar non lice,
Che trafitto le coste ei casca a terra;
Contra gli altri AMEDEO si move in guerra.
XII
Indi lunge fuggia Rossan non molto,
Che fra' Cilici, ove facea soggiorno,
Sempre di duo begli occhi, e d'un bel volto,
Servo d'Amore, ebbe la fiamma intorno.
E quì tra l'armi in bianca seta involto
D'oro fiammeggia, e di begli ostri adorno,
E pur pomposo d'apparir s'ingegna,
Sì come a' suoi seguaci Amore insegna.
XIII
Mentre questi a fuggir veloce attende,
Ver lui col ferro il gran Guerrier si volve,
E 'l piè quando per l'aria egli il sospende,
Fagli cader su la minuta polve;
Ei sì storpiato in sul terren si stende
Sangue versando, e giù del cor dissolve
Lunghi sospiri, e tre fiate chiama
Ariaden, cui di gran tempo egli ama.
XIV
E quel fedel, che da vicino il sente,
Dietro la voce, che 'l chiamò sen viene,
E dove il rimirò languir dolente
Porgea la man per medicar sue pene;
Ma quei: s'ho nel mio mal saggia la mente,
Nulla di viver più m'avanza spene,
Sì ne la piaga, e nel martir sofferto
Scorgo segnal, che di morir fa certo.
XV
Tu, se riponi entro i Cilici il piede,
Trova la bella donna, al cui bel foco
Con sì fatta possanza Amor mi diede,
Ch'ardere tormentando ebbi per gioco;
Dille, ch'io mi morii, ma che mia fede
Meco se ne verrà per ciascun loco,
Nè prenda a lagrimar sovra il mio stato,
Sol, ch'ella in cor mi serbi, io son beato.
XVI
Sì rivolto a colei, ch'era suo sole,
Cresce il martir de la giornata avversa;
E l'altro al caro suon de le parole
Rivi di pianto per lo sen rinversa;
In tanto par, che di terror sen vole
Anzi al fier braccio d'AMEDEO dispersa
Ogni barbara insegna; ed ei calcando
Va tronchi e morti, e non dà posa al brando.
XVII
Quivi tra' fuggitivi errava altiero
Con forti gridi, e con non fievol mano
Atanagildo in armi aspro guerriero,
E che del grande Araspe era germano;
Costui sedea sul tergo a gran destriero
Sauro di manto, il manco piè balzano,
Ferrigno d'unghia, e come stral veloce,
E fea sentirsi con terribil voce:
XVIII
Poi che virtute in voi così vien manco,
Indarno anco a fuggir siete sì presti;
Per Dio non sarà cor, non sarà fianco,
Ch'a piè nol mi trafigga, e nol calpesti;
Mirate me, se di timor son bianco?
Or non fia di voi tutti un, che s'arresti?
Sì dicea fra le turbe al mar vicine,
Ed incontra AMEDEO si scaglia al fine.
XIX
Lunga zagaglia, che dorata splende,
Scuote per l'aria, e violento sprona;
Con lo scudo AMEDEO se ne difende,
Ch'a le fiere percosse alto risuona,
Poscia l'appressa, e su la tempia il fende,
Nè, benchè a morte crolli, ei l'abbandona,
Ma gli trafora il fianco, e l'alta spada
Non cessa insanguinar fin che non cada.
XX
Poi che disteso il vede, e su l'arena
Vede, ch'ognun nel mar cerca soccorso,
Suoi spirti il vincitor punto non frena,
Ma del voto destrier salta sul dorso,
E spingesi fra lor; vasta balena,
Che per lungo digiun s'avvolge in corso
Ne l'immenso Ocean, fa minor scempi,
Che d'AMEDEO la forza infra quegli empi.
XXI
Indomito la man, feroce il brando,
Fra lampi d'ira fulminoso il ciglio
Trascorre intorno su l'arcion notando
L'armi, e le membra a riguardar vermiglio,
Fracassa i remi, e ne le prore urtando
Non lascia alma fuggir senza periglio;
E già per entro il mar vedeansi absorti
E ferri e spoglie, ed impiagati e morti.
XXII
Qual, se chiudendo in sen ghiaccio rifeo
Cui condensa ad ognor l'aspro Boote
Con esso Arturo ad infestar l'Egeo
Borea le piume formidabil scote;
O quale ad atterrar novo Tifeo
Fulmine piomba da l'eteree rote,
Tal, d'orribili rai sparso l'aspetto,
Ei colma a' Turchi di spavento il petto.
XXIII
Allor, posti in oblio gli usati orgogli,
Sospirano infelici i lor più cari,
E fuor che d'alti pianti, e di cordogli
Non han contra la morte altri ripari;
A quei flebili accenti arene e scogli
S'accordan scossi da sanguigni acciari,
E percossi da lunge, in voci meste,
Rispondono ululando antri e foreste.
XXIV
Ivi è Megera, e rimirando stride,
Ed alto grida il mostro a' suoi converso:
S'AMEDEO non si fuga, o non s'ancide,
Certo è l'imperio d'Ottoman disperso,
O forti, o dell'inferno anime fide,
Deh per vostro valor piombi sommerso,
E sul cielo, e sul mare or che 'l vedete
Col destrier navigar, turbo movete.
XXV
Allor per l'aria, e dell'Egeo sul regno
L'alme scacciate al sommo Dio rubelle
Tal, che de l'uso uman passano il segno,
Sollevano d'intorno aspre procelle;
Già mugghia il mar, già d'implacabil sdegno
La negra onda spumante alza a le stelle,
Già s'addensano i nembi, e già dal volto
De l'aureo sole ogni splendor s'è tolto.
XXVI
Rompe dal chiuso de le nubi oscure
Alto spavento, un minaccioso ardore;
E di tuoni un rimbombo, alte paure,
Accresce i mugghi del marin furore;
Fra quei flutti AMEDEO, poco sicure
Già sentendo le forze al corridore,
Tralascia il freno, e da la sella vota
Scagliasi in grembo al fier Nettuno, e nota.
XXVII
I salsi umori, onde la fronte è molle,
Scuote, e le piume, onde ha la chioma aspersa
Crollando il capo, e quanto può l'estolle,
E soffia incontra la procella avversa;
Così nel mar, che freme irato e bolle,
A le rive la vista ei tien conversa,
E con le man robuste, e con le piante
Facea contrasto a l'Ocean spumante.
XXVIII
Pur nel risco mortal volse la mente
A l'alta aita del celeste regno,
E MAURIZIO appellò, come possente
A ricovrarlo dal periglio indegno;
O gran MAURIZIO, le mie membra spente
Dunque fian schermo del marin disdegno?
Nè tra piaghe d'onor, qual cavaliero,
Ma mi morrò, come vulgar nocchiero?
XXIX
Vaglia teco mia fè, vagliano i voti,
Ch'a tua somma bontate i miei sacraro.
Così pregava il gran Campion, nè voti
Preda de la tempesta i preghi andaro;
Chiaro di pregi eterni in Ciel ben noti,
Ove più di be' rai l'Olimpo è chiaro,
Stava MAURIZIO, e d'ogni intorno avea
Chiara non men la legion Tebea.
XXX
Per quegli eterni alberghi alma infinita
Pace godeva, e ne beava il core,
Premio di quel, che ne la mortal vita
Fra l'empie man seppe soffrir dolore.
Ma ratto a quel pregar per via spedita
Trasvola inestimabile fulgore,
E de l'eterno Re s'inchina al piede,
E sovra i suoi desir grazia gli chiede.
XXXI
Poscia dal tranquillissimo sereno
De gli almi alberghi a l'Ocean discende,
Per tal sembianza ch'augellin via meno
Verso i sicuri nidi a volar prende;
Qual vola in un momento aureo baleno,
Se de l'oscure nubi il grembo fende,
Tal ei volò su i tempestosi flutti
E ne trasse AMEDEO su i lidi asciutti.
XXXII
E così gli dicea: nobil Campione,
Che 'n paesi stranier, tra ferri avversi
Portando a' Rodïan belle corone,
Hai lor nemici in fuga omai conversi,
Se 'n periglio mortal d'aspra tenzone
Da la fronte il sudor largo rinversi,
Se forte anela il sen, non te ne caglia,
Che fia trionfo tuo questa battaglia.
XXXIII
Io messaggio del Ciel, per cui contendi,
Oggi quì mi rivelo a tuo conforto;
Dammi l'orecchio, e ben disposto attendi
A tutto ciò, che favellando apporto:
È ver, che del gran sangue, onde discendi,
Infra mortali non ti pregi a torto,
Di verace valor prencipi altieri,
E fra regie virtù scettri primieri.
XXXIV
Ma per lo corso de' passati tempi
Essi con più fulgor non fur mai chiari,
Che quando con tesoro ersero tempi,
O pur con arme difendeano altari;
Godi ascoltando, e così fatti essempi
Al tuo nobile cor giungano cari,
Ed a seguir i gran cursor da presso
Con la memoria lor sferza te stesso.
XXXV
Che da' Germani errando il bon BERALDO,
BERALDO eccelso, e vostro ceppo antico,
Non men che le man pronte, il petto caldo
Avesse in armi per l'Imperio amico;
Che contra il suo poter non fosse saldo
In contrasto di guerra alcun nemico,
E ch'al suo giogo i mansueti spirti
Corresser di bon grado io non vuò dirti.
XXXVI
Ben ti dirò, che dove armato e forte
Del fier Piemonte l'orgogliose schiere
In val di Moriana ei trasse a morte,
Ed il sangue ondeggiò presso Cerdiere,
Non trascorse d'onor le strade torte,
Gran trofei sollevando al suo potere,
Anzi macchine alzò d'illustri marmi,
Ove a Dio si spargesse incensi e carmi.
XXXVII
Nè per la bella via correndo l'orme
L'alme de i successor furon men pronte;
Che 'l secondo AMEDEO ruppe le torme,
E pose in fuga di Gebenna il conte,
E poi di sacri alberghi altiere forme
Ei del Tamiso fe' mirar sul monte,
Ove devoto il peregrino inchina
De le stelle, e del ciel l'alta Reina.
XXXVIII
Fu chi d'Ambrun per lo pastor sacrato
Già discacciò l'occupator Delfino;
E di Sion il rubellante stato
Ritornò de la Chiesa al fren divino;
Posso nomar chi di bella asta armato
Argine fessi al corso Saracino,
E da la patria s'affannò ben lunge;
Chè l'uom trasvola, ove pietate il punge.
XXXIX
Degg'io parlar de la sacrata Terra
Che da piedi infedeli or si calpesta?
Nè di lei rimembranza in cor si serra?
Nè spirto di Cristian per lei si desta?
Freme Occidente, ed a disfarsi in guerra
Sorgon gli scettri, e l'uno e l'altro infesta,
È di fallace onor ciascuno ingordo,
Ed al divin cieco diventa e sordo.
XL
Grande stupor; ma di sì vil sciocchezza
Non fur per ogni etate infermi i cori,
Ch'Europa un tempo a nobili armi avvezza
Sgombrò Gerusalem d'ombre e d'orrori;
Alme, che peregrine ebber vaghezza
La fronte ornarsi di celesti allori,
Onde via più, che per altrui non s'usa,
Per loro udrassi incomparabil musa.
XLI
Or fra quei sommi duci, onde l'oltraggio
De la patria di Dio non fu sofferto,
Quale aquila su l'ali, al gran viaggio
Cinto di spada se ne corse UBERTO;
Quasi in notturno ciel di stella un raggio
De gli anni infra l'orror splenda suo merto,
E si dilati, e si sollevi come
Sul gran Libano cedro, il suo bel nome.
XLII
Ma segui me con la memoria, e mira
Quando in alta discordia il Vaticano
Sospirò sì, che men nocchier sospira
Sotto avverso aquilon per l'Oceano;
Allor di Pietro il sommo seggio in ira
Fu visto al quarto Enrico, empio germano,
Che versando nel cor dolcezze false,
De la legge di Dio poco gli calse.
XLIII
Ei non sen vide mai tanto raccolto,
Che molto più non dispergesse argento,
Sì che precipitando a freno sciolto
De l'or sacerdotale ebbe talento,
De la man largo, e de la mente stolto
Al manto Imperial non fu contento;
Sprezzò le chiavi eterne, e fece offesa
A la tanto di Dio diletta Chiesa.
XLIV
Le feroci superbie al Cielo avverse
Ben compianse di Roma il gran Pastore,
E con mel di parole il crudo asperse,
Ma via più sempre s'innasprì quel core;
Finalmente a giustizia il varco aperse,
Ed infiammato di superno ardore
Armò la destra, e fe' volarne i tuoni,
Stanco di preghi e d'offerir perdoni.
XLV
Sotto i fulmini sacri umil pensiero
Fece Germania, e scolorì sembianti,
Ed alzò gridi, e diè consiglio al fiero
Di fine imporre a quegli error cotanti;
Ei sazio d'empietà prese il sentiero
Per adorar col bacio i piedi santi,
E lasciata da parte ogni sua possa,
Sen venne al buon Gregorio entro a Canossa.
XLVI
Quivi per nova via strano veneno
Sorse d'inferno, onde bolleano i petti,
Sì ch'allentando a le querele il freno
Di novo udiansi germogliar sospetti;
Ma del vostro AMEDEO non venne meno
L'ardor de l'opre, ed il fervor de i detti,
Sì che valse a ritrar dal calle oblico
Per drittissima strada il fiero Enrico.
XLVII
Egli dicea, come del Tebro in riva
Il vicario di Dio ferma sua sede,
E che per ciascuna alma indi deriva
Certo tenor di non fallibil fede;
Come da sue vestigia altri partiva,
Poneva in via di precipizio il piede;
E come a tanta maestà piegarsi
Era l'arte qua giù d'alto levarsi.
XLVIII
Ben può, dicea, talor nembo d'inferno
Tra l'onde sollevar tempesta oscura,
Ma la nave di Pietro ha tal governo
Che dal rompersi in scoglio ella è sicura;
Con queste note de l'orgoglio interno
Spogliar l'anima incauta egli procura,
E con tanto di forza i preghi porse,
Che l'ingannato de l'error s'accorse.
XLIX
Quinci fu di letizia alma, infinita,
Poco sperata il Vaticano adorno,
Ed aurea pace di qua giù sbandita
Ver la greggia di Dio fece ritorno;
Quinci furo suoi paschi erba fiorita,
Ch'apriva rugiadosa a' colli intorno,
E trasvolò per l'aria aura lucente,
E sen corse di manna ogni torrente.
L
Sì fatto apparve intra virtù sublimi
Il sangue tuo: dietro sì belle scorte
Sul calcato sentier vestigia imprimi,
Che del ciel giungerai dentro le porte;
Servire a Dio sieno i pensier tuoi primi,
Poi fatti caro a la superna corte;
I Santi inverso voi tengono i guardi
Per lo vostro soccorso unqua non tardi.
LI
Io son MAURIZIO; infra le torme ancise
Tu me pregasti, io tue preghiere intesi;
Ricorsi al Rege eterno, ed ei commise
Che fossero tuoi giorni oggi difesi.
Sì disse al gran Campione, indi sorrise
Tra' chiari rai di caritate accesi,
Quasi de le sue glorie ei lieto fosse;
Poscia novellamente a parlar mosse:
LII
Su questa umida arena in van s'arresta
Tua spada omai; tutta la turba è spenta;
Mira, che su la riva atra e funesta,
S'altri non cade morto, almen paventa;
Ma per andar dove Ottoman tempesta,
Tue membra lasse il piede egro sostenta
Debilemente; or fin ch'a te non torno,
Quì non t'incresca far breve soggiorno.
FINE DEL CANTO XV.
ANNOTAZIONI
AL CANTO XV.
«Nel XV Amedeo perseguitando i Turchi che s'imbarcavano, è per
annegarsi in mare; Santo Maurizio il libera dal pericolo.» Quest'è
l'argomento postovi dall'Autore.
Nella st. 15 l'ediz. prima legge:
Tu se riponi entro Cilici il piede;
Ma l'ediz. 2.ª ci da una miglior lezione, o almeno più chiara:
Tu, se riponi entro i Cilici il piede.
Vuol dire -nella Cilicia-.
Maravigliose prove ci narra il Poeta, st. 1--20, del valore di Amedeo,
il quale urta l'oste nemica, e la sospinge verso il mare a cercarvi
riparo nelle navi: ma il cav. d'Urfè non sa darsi pace di tante
prodezze: »Quand il dit qu'Amedee luy seul poursuit et chasse tant de
milliers d'hommes, ne samble til point qu'il se moque du lecteur?»
Amedeo vedendo fuggire que' vili »del vôto destrier salta sul dorso»
spingesi fra loro nel mare, e fa scempio de' nemici. E questo ancora
spiace al nostro Censore. »Et quand il le fait entrer a cheval dans la
mer et poursuivre les barques, ne le represante il pas sans jugement?»
L'inferno, a procacciare scampo a' Maomettani, desta in mare una
orribile procella; ed Amedeo, abbandonato il cavallo, e postosi a
nuoto, invoca nel pericolo estremo il favore di S. Maurizio (st. 28).
Ed il Critico molto severamente ne rimbrotta il Poeta: «Et quand il le
fait plaindre et lamanter de peur de se noyer, ne le fait il pas
faible et perdu de courage? mais quelle action de courage et de
prudence lui attribuet il?» Il critico era scrittore di romanzi; e in
questo genere di libri non vi ha virtù naturale nè eroica; ma tutto è
tolto dalla immaginazione e spinto agli estremi. Il qual difetto parmi
di ravvisare in questo tratto della sua censura; perciocchè sarebbe
stupidezza, non valore, il non sentir dispiacere di morirsi per
naufragio. Il Chiabrera si ricordava dell'Eneide lib. I, non delle
virtù romanzesche.
S. Maurizio ascolta la preghiera del Duca; discende a consolarlo; e
gli narra le glorie de' principi di Savoja di lui predecessori. Il
cav. d'Urfè con più di ragione condanna questa parte del poema;
adducendone tre motivi; che i fatti degli antenati non dovevano essere
ignoti ad Amedeo; che non v'ha ragione di far palesare da persona
venuta dal Cielo le cose scritte nella memoria degli uomini; che non
era quello il momento di trattenere Amedeo ad udire il racconto di S.
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