Sì dice Aletto; e l'infernal tiranno
L'unghie affocate in se rivolve, e i denti,
E con atroce, alto anelar d'affanno
Cosparge intorno opache nubi ardenti;
Cotal divien, che 'n rimirar ne tranno
Novo, immenso dolor l'alme dolenti;
Ed egli impria per formidabil rabbia
A pena infuriato apre le labbia:
LVIII
Diffonde poscia minaccioso, orrendo
Fragor, che turba l'ampia valle inferna,
Che fa tremare il Tartaro tremendo,
Che scuote i campi de la notte eterna;
Prorompe al fin sulfureggiando, ardendo
In vasti accenti la procella interna,
E sgorga fuor l'irrefrenabil ira;
Colmo d'orrore ogni demonio il mira.
LIX
Dunque, diss'ei, ne l'alto Olimpo ardente
Valsi a tentar l'inaccessibil sorte,
Ed or caduco ardir di mortal gente
Su l'ima terra a contrastarmi è forte?
Io poi d'orrore, io poi d'ardor possente?
Io de l'inferno re? re de la morte?
Che re? che 'nferno? io non mi scorgo intorno
Altro, che sprezzo obbrobrioso e scorno:
LX
Essi re lui, che va superbo in terra
D'eterna aver sul Vatican sua sede,
Che trionfa di noi, ch'a noi fa guerra,
Che rompe il corso a le tartaree prede,
Ei le porte del ciel serra e disserra,
Sacransi l'orme, ove egli imprime il piede,
Noi detti rei, detti essecrabil mostri;
Non regni, no; son vil sepolcri i nostri.
LXI
Se sostenga AMEDEO forza divina,
O nol sostenga, oggi a pensar non vegno;
Ma poi, ch'al pescador Rodi s'inchina,
Ardo ver lei d'aspro immortal disdegno;
E s'orrenda tentarsi alta ruina,
Scuoter de l'onde, e de la terra il regno,
Al fin s'è forza traboccarsi al fondo
Per lei domar, traboccherovvi il mondo.
LXII
Ma non tanto sudor, non tanto affanno
Convien, che Rodi in soggiogar mi prenda,
Che per recarle addosso ultimo danno
Con cotanto di sforzo oggi io contenda;
A terra sparse le sue torri andranno,
V'andranno, e Pier s'ei sa, se le difenda;
Or tu d'anime inferne arma uno stuolo
E contra lei te ne ritorna a volo.
LXIII
Quinci le squadre a straziar più pronte,
E qual s'agita più larva sdegnosa,
Aletto aduna di Cocito al fonte
Rapidamente; e di venen spumosa,
E d'accesi serpenti irta la fronte
Gonfiale con sue strida; indi non posa,
Ma con rimbombo d'odiose voci
Prende a cercar quelle provincie atroci.
LXIV
Piomba là, 've tra fiamme, alta riviera
Sulfureo spuma il Flegetonte eterno,
E trova armata infuriar Megera
Tra' più rei mostri, e tormentar l'inferno:
O tra spirti feroci aspra guerriera,
Le dice, incontro al regnator superno,
O pronta sempre a traversar la strada,
Onde in cielo a bearsi alma non vada;
LXV
Tu pur di ferri, e di ceraste intorte
Flagelli intorno a l'infocate arene;
Ma quanti quì de la tartarea corte
Ministri son, rinnovator di pene?
In tanto a novo scempio, a nova morte
Sorgon lassù fra lor l'armi terrene,
Nè pria porrà nel mar Febo la chioma,
Che n'andrà Rodi o vincitrice, o doma.
LXVI
Qual per noi danno unqua maggior, quali onte,
Che s'a' Turchi de l'Asia il fren si tolle?
O che se mai del Vaticano il monte
Suo nome in Asia, e la sua legge estolle?
Diceva ancor, ma di Megera in fronte
De gli atri abissi il rio venen ribolle,
E la dura alma, a l'universo infesta,
In fra turbini d'ira alto tempesta.
LXVII
E s'affretta a gridar: fin che ne l'alto
Le stelle, ove pugnammo, in giro andranno,
L'armi e le forze, onde l'inferno esalto
Mai sempre infeste al Vatican saranno:
Gonfi, gonfi le trombe; al fiero assalto
L'insegne spieghi il Rodïan tiranno:
Questo infra i giorni tenebrosi, acerbi
Vogl'io, che Rodi eternamente il serbi.
LXVIII
Ella nel così dir batte le piume,
E con l'empia compagna il volo stende,
E là sen van dove de l'arso fiume
Su l'aspra riva ogni demon l'attende;
Ivi con strida a l'infernal costume
Alto commove le falangi orrende,
E de la rabbia, onde hanno gonfio il petto,
Lor cresce il foco imperversando Aletto.
LXIX
Sì provveduta a l'infernal soggiorno
Rivolge il tergo bestemmiando, e fiera
Fa contra Rodi a guerreggiar ritorno
La Furia rapidissima, leggiera;
A pena ella apparia, che 'l volto adorno
De l'auree stelle, e tutto il ciel s'annera,
Tanto de gli atri abissi a lei van dietro
Puzzo ed orror caliginoso e tetro.
FINE DEL X CANTO.
ANNOTAZIONI
AL CANTO X.
L'argomento dell'Autore dice così: «Nel X Sultana prega Ottomano a
lasciare l'impresa di Rodi: Aletto ritorna all'inferno, e mena squadre
di diavoli per soccorrere i Turchi.»
Due sono le censure del Cavaliere d'Urfè sul canto X. La prima è una
ripetizione di quella dianzi riportata appiè del IX: «Ce chant est
aussy tout plein d'esprits; et je ne say pourquoy Aletto qui fait
ranforcer le combat et l'assaut contre Rhody, fait ce qu'elle peut
pour persuader la Sultane de faire partir Ottoman et laisser le siège:
il samble, qu'il y ayt de la contradiction.» Non v'ha contraddizione
di sorta. Al trionfo de' Turchi o conveniva che Rodi fosse espugnata,
o che Ottomano si ritirasse prima che una di lui sconfitta potesse
rendere più gloriosi e più forti i Cristiani. Aletto perciò adopera
due mezzi, che pajono l'un l'altro contrarj; ma che tendono pure ad un
fine medesimo; ch'è quello o di espugnar Rodi, dovesse pure andarvi la
vita di Ottomano, o di farlo risolvere a ritirarsi avanti che fosse
vinto con danno e vergogna de' Musulmani.
L'altra critica annotazione dell'Urfè può dar motivo di risa al nostro
secolo; ma era cosa molto seria nei tempi del Chiabrera: «L'Auteur dit
que Sangario estoit magicien; et touttefois touttes les choses qu'il
lui attribue en descrivant cet homme ne sont que celles d'un sorcier,
qui est de gresler, faire la tempeste et l'orage, faire mal au bestail
et samblables: et il faut noter qu'il y a grande differance du sorcier
au magicien, car le magicien fait ses sortileges avec art, et le
sorcier ne fait que les maux que le Diable luy donne a faire, et par
des choses les quelles luy mesme n'entend pas.» Nel secolo XVIII il
Tartarotti con un libro pieno di erudite citazioni si sforzò di
difendere altra cosa essere l'arte magica, ed altra la stregheria;
negando questa, e quell'altra ammettendo. Contro a questo libro del
Tartarotti pubblicò il Marchese Maffei due operette, -l'Arte magica
dileguata, e l'Arte magica distrutta-; ed avendo il Tartarotti, e con
lui molti altri scrittori, combattuto in difesa della Magia, pubblicò
finalmente l'-Arte magica annichilata-. Noi rimettiamo i dilettanti di
stregherie e di magiche frodi a' libri degli autori citati;
aggiungendo solamente che la stregheria ammessa così seriamente dal
cav. d'Urfè, è negata dall'Ab. Tartarotti, che ammette solamente la
magia. Così che a difesa del Chiabrera dovrem dire ch'egli un secolo
prima del Tartarotti pensò doversi attribuire alla magia tutte le
operazioni che altri ripartivano tra la magia e la stregheria.
N.B. Nella st. 8 di questo canto X ambedue l'edizioni hanno--ma
schermendo Ottoman ec.--Noi abbiamo stampato -schernendo-, sembrandone
che così richiedesse il contesto. Alla st. 13 dove l'ediz. prima legge
-trova le piume-, la seconda ha invece -torna a le piume-.
CANTO XI.
ARGOMENTO.
-Sultana d'Ottoman volta allo scampo
Sangario invoca, e gli esecrati incanti;
Ei di battaglia a scongiurar sul campo
Va i morti corpi, quivi oprar suoi vanti:
Surge un estinto nel tracciato campo
Degli incantati al suon magici canti;
All'annunzio di quello, offre sua vita
Per dare al re la bella Irene aita.-
I
E pur Sultana in quel notturno orrore
Con fervido pensier cerca ogni strada
Perchè tra gli aspri assalti il suo signore
Soverchio ardito in guerreggiar non cada:
De gli annunzj del Ciel prende timore,
E teme d'AMEDEO l'invitta spada.
Così molto rivolve il cor dolente;
Al fin Sangario le ritorna in mente.
II
Costui scorse del sole il primo aspetto,
E di sua vita le stagion novelle
Trasse sul Nilo; ed ivi ebbe diletto
Osservando il girar de l'auree stelle;
Al fine empio divenne, e volse il petto
A gli inganni de l'ombre a Dio rubelle,
E ne l'arte infernal trascorse avanti,
Maestro rio d'abbominati incanti.
III
Poi giunse in Asia; a sua gran fama intento
Quivi Ottoman d'ogni favore il degna;
Or con sì fatto mago il suo tormento
Sultana afflitta consigliar disegna:
Quinci manda Arimeo, che 'n un momento
Comandi a lui, perch'egli a lei sen vegna;
Ed Arimeo trovollo, ove rinchiuso
Lunge da gli altri essercitarsi era uso.
IV
Colà su l'ora, che più folta e scura
La notte al colmo de' suoi corsi ascende,
Artefice crudel spende ogni cura
Ne la malvagità de l'opre orrende;
Toglie corpi infelici a sepoltura,
E di sanguigne membra empie le tende,
E da loro unghie egli disvelle e chiome,
E di cento demoni invoca il nome.
V
Quinci è forte a sfiorir de i pregi amati
Gentil beltà sì che si prenda a scherno,
E guastando per via parti aspettati
Infecondare altrui l'alvo materno;
Quinci rompe de l'anno i corsi usati
Ed usa a le stagion cangiar governo,
E cosparge per l'aria umidi nembi,
E de l'umide nubi asciuga i grembi.
VI
Mentr'egli col favor de l'orrida ombra
Ne gli studi essecrabili s'avanza,
Arimeo giunge, e di timor s'ingombra
In su l'entrar de la terribil stanza;
Sì folto ciglio ambe le luci adombra
Al mago, e così fosca ha la sembianza,
E sì bieca la vista e venenosa
Che sofferirla il messaggier non osa.
VII
Ei si ferma da lunge, e gli occhi bassi
Da lui rivolve, ed a sì dir gli prende:
Vuolti Sultana; or meco movi i passi,
Là, 've bramosa il tuo venire attende.
Dentro la tenda ria pigro non stassi
Come il desir de la regina intende
Sangario, e col messaggio a lei s'affretta,
Ed a lei giunto il suo parlare aspetta.
VIII
Ella di pianti nubilosa il ciglio,
E punta il cor d'inconsolabil duolo,
Scolora in su la guancia il bel vermiglio,
Ed indi scioglie a questi detti il volo:
Mirabile maestro, il cui consiglio
Ne i gravi affanni è mio refugio solo,
Ed a cui di spiar non è chi vieti
De l'inferno e del ciel gli alti secreti;
IX
Se mai tuo spirto in su l'Olimpo ascese
A misurar de l'auree stelle i segni,
E s'affannando per eccelse imprese
Mai scongiurasti de l'abisso i regni;
Oggi del tuo saper siami cortese,
E l'alma tua più che giammai s'ingegni,
E di quanto ella può nulla mi neghi,
Ch'altissima cagion fa, che ten preghi.
X
Già tu saper ben dei, come Ottomano
Soggiogava di Rodi omai l'impero,
Quando improvviso, e per cammin lontano
Venne da l'alma Italia alto guerriero,
E con atroce incontrastabil mano
Come fece di sangue ogni sentiero,
E chiudendo per noi la strada aperta
Oggi ne rende la vittoria incerta.
XI
Di quì s'infiamma, ed a lo sdegno il freno
Ottoman scioglie, e guerreggiar destina,
Nè vuol, che per altrui gli venga meno
La palma al suo valor tanto vicina;
Mentr'ei sì di furor rigonfia il seno,
A me dianzi discese ombra divina,
E con certo parlar fe' manifesto
Il fin di queste guerre empio e funesto.
XII
Consiglionne di quì partir veloce
E così torsi a le miserie crude;
Io pregai del mio re l'alma feroce,
Ed ebbe il mio pregar nulla virtude;
Chiude gli occhi al mio pianto, ed a mia voce
Ognor l'orecchie inesorabil chiude,
Sì che sperar non so, che a i casi rei
Altri 'l sappia involar, se tu non sei.
XIII
Movi, Sangario, e ne l'orribil sorte
Salda la fede, e l'arti tue sian pronte;
Ed imprimi quei segni, onde sei forte
Scotere i campi, e di Cocito il fonte;
Rimira, ch'Ottoman sen corre a morte:
Deh togli a l'Asia e le miserie e l'onte,
E ti caglia di me, cui si riserba
Più ch'ad altro mortal miseria acerba.
XIV
Sangario volto a que' begli occhi aspersi
Di caldo pianto, ch'a pietate invita,
Rispose: quando a' Rodïan dispersi
Cantò la fama, che verrebbe aita,
Io con gli studi miei l'alma conversi
A bene esaminar la voce udita,
Saper bramando qual nemico fosse,
Che sì da lunge i nostri cor percosse.
XV
E risposto mi fu, che dal confine
De l'alma Italia appariria guerriero
Con la cui nobil destra armi divine
A Rodi afflitta manterrian l'impero;
Io chiedei molto, e molto intesi; al fine,
Vincer le costui forze è van pensiero,
E s'altri soverchiar spera suo vanto,
Erede fia d'incomparabil pianto.
XVI
Muto rimasi, e palpitommi il core,
E ciò sentendo ebbi di ghiaccio il petto;
Ed ora il mio timor fassi maggiore
Quando cotanto mal vienti predetto;
Duolmi, che 'l grande ardir del tuo signore
Abbia di quì pugnar sì gran diletto;
Chè la vaghezza de gli uman pensieri
Sovente a gran tormento apre i sentieri.
XVII
Ma non per tanto e sacri rombi, e rote
Composte a' vampi di sulfurei fumi,
Ed al senno mortale erbe non note,
Colte per opra di tartarei numi,
Spenderò tutte, e l'ineffabil note
Onde ne i corsi lor fermansi i fiumi,
Ed a' lumi del cielo erranti e fissi
Darò travaglio, e stancherò gli abissi.
XVIII
Tacquesi a tanto; e la reina allora
Con sembiante gentil grazie gli rende,
E fra nobili detti, onde l'onora,
D'alte promesse a caricarlo prende;
Ma Sangario colà non fa dimora,
Anzi ritorna a le rinchiuse tende,
E d'esecrati arnesi ei si provvede,
Poi sul campo dei morti affretta il piede.
XIX
Ivi, somma pietate al guardo umano,
Scannato in terra canuto uom rimira,
E da gli altri cadaveri lontano
Infra duo fochi di cipresso il tira:
Poi supin lo distende, indi sul piano
Ben sette volte a lui dintorno ei gira
Vibrando con la destra un orrido angue,
Ma spande con la manca onda di sangue.
XX
E grida orrendo: o del più basso inferno
Squallidi campi e tenebrosi orrori,
E del fier Flegetonte incendio eterno,
E del golfo leteo zolfi e bollori,
Spirti, che di Pluton siete al governo,
E tu Pluton, che ne i profondi ardori
Tormento assegni, e dai supplicio a gli empi,
E cresci ognor di feritate esempi;
XXI
Se pur d'atrocità sommo diletto
Sempre ho nel cor; s'a scongiurar non vegno
Che di furia infernal non gonfi il petto,
E le leggi del ciel non prenda a sdegno,
Infra voi mio desir non sia negletto,
Numi possenti del tartareo regno,
Ma siavi a grado, e questo incanto udite
Fatto con tanto studio, ombre di Dite.
XXII
Batta le piume, e la prigion profonda
L'anima di costui lasci a' miei preghi,
E ne l'esangui fibre ella s'asconda,
E le venture d'Ottoman dispieghi;
S'avvien, ch'al gran signor vita gioconda
E di più quì regnar spazio si neghi,
Lecito sia, che per sua voce intenda
Quale a scampo di lui può farsi emenda.
XXIII
Così dicea; ma l'infelice estinto
Le membra a quel suo dir nulla non mosse.
Allor Sangario ambe le guancie è tinto
D'atro pallore, e le pupille ha rosse;
Muto riguarda, e da furor sospinto
Calcò pria lo scannato, indi il percosse
Con le vipere ree, che 'n man stringea,
E con gridi, e latrati alto dicea:
XXIV
Posasi il mondo, ed in pregarvi io solo
M'affanno, e tutto ciò vien, che non vaglia
Sì mal m'udite, e pur n'andreste a volo,
A scongiuri di Colco e di Tessaglia;
Torme cadute da l'etereo polo,
Fia mai, che di mio studio a voi non caglia?
Onde l'orgoglio? or così poco è noto
Il valor de' miei carmi, Atropo e Cloto?
XXV
Forse spargete la mia voce a i venti,
Nè sonvi a cor le mie vergogne e l'onte,
Perchè tempro con voi soavi accenti?
Nè so gridar? nè le minaccie ho pronte?
Ah Persefone ria, non ti rammenti
Quando a te col mio dir cangio la fronte?
E che, se forte a scongiurarlo prendo,
Costringo al mio voler l'Erebo orrendo?
XXVI
Non pose fine al favellar, che sorto
Scorse l'uom spento e 'n guisa tal s'offerse,
Che sembrava a mirar tra vivo e morto
Di sì fatto colore ei si coperse;
Era sanguigno i crin, lo sguardo torto,
La fronte oscura; e sì le labbra aperse
Che, qual fischio per l'aria udir si suole,
Ferian l'orecchie altrui le sue parole.
XXVII
E dice: a che 'l tuo cor cotanto or freme?
Perchè minacci? e di gridar non resti?
O te crudel, che dopo l'ore estreme
I miseri svenati anco molesti;
Cadrà 'l popolo turco, e seco insieme
Questi campi Ottoman farà funesti
Del proprio sangue dilagati e sparsi
Pria che dimane il sol veggia corcarsi.
XXVIII
Egli scampo non ha; tutta è fornita
La speranza di voi, se per pietade
Vergine non espon sua propria vita,
E se stessa uccidendo ella non cade,
Come dal petto fìer la voce uscita
Nunzia fu de l'atroce crudeltade,
Fece in aria volar strida dogliose,
Indi il morto cadeo, nè più rispose.
XXIX
Poi che da l'ombra ria Sangario colse
Esser la morte d'Ottoman vicina,
E quale era il rifugio, ei si rivolse
A farne saggio il cor de la regina;
Ella ben pronta il suo venir raccolse,
Ma da gli atti di lui duol s'indivina
Onde non può tacer tosto che vede
Quegli occhi foschi, e disiosa chiede:
XXX
Che rechi tu? l'oscurità del ciglio,
E l'affanno, che 'n faccia io ti rimiro
Danmi certezza del mortal periglio,
E de l'immenso danno, ond'io sospiro.
O del grande Ottoman fiero consiglio,
Ostinato ad ogn'or nel mio martiro?
Sara pur ver, che ne gli strazj acerbi
Per me nulla pietate il Ciel riserbi?
XXXI
Mentre si lascia in preda a fier cordogli,
Sangario le dicea: perchè t'affanni?
In van da gli atti miei pena raccogli,
Falso argomenti, e te medesma inganni;
Reina, dal timor l'alma disciogli,
Chè non è stella in Ciel, che ti condanni,
Anzi a tua vita ritrovar conforto
Aperto varco e non fallace ho scorto.
XXXII
Indi il secreto inferno ei le dispiega
E quale scampo ad Ottomano avanza,
E varj detti accortamente impiega,
Per forte sollevar la sua speranza;
Ella gli occhi dogliosi a terra piega,
Tutta vinta d'angoscia a la sembianza,
E stette immota alquanto, indi si scosse,
E poi la fronte con la man percosse.
XXXIII
Ululi l'Asia, ella diceva, e i canti
Oblii dolente, e tutta a brun si vesta,
Ed ogni sposa co' più rei sembianti
Omai de l'aureo crin rada la testa;
Qual fra miserie, e fra dolor cotanti
Ora puossi aspettar salvo funesta?
E qual con Ottoman, che corre a morte
Non ci s'appresta miserabil sorte?
XXXIV
A lo scampo di lui propensi aita
Se verginella al suo morir succede;
Se donna si chiedeva, era mia vita
Ben pronta ad offerir l'estrema fede:
Ah che nostra salute oggi è schernita;
Una vergine a morte ecco si chiede
Che trovar non sapremo, ed io che presta
A morir mi sarei, non son richiesta.
XXXV
Or chi verrà che nostre colpe emendi?
Come in ciel placherassi il fier disdegno?
Chi chiuderà la strada a casi orrendi?
Da qual possanza aspetterem sostegno?
Ottoman, tu sei morto; in van contendi,
Rodi fia de' tuoi giorni ultimo segno;
Sì grida; e tratta a le sì nove pene
Ver lei sen venne, e presentossi Irene.
XXXVI
Costei nacque reina, ed a Sultana
Poi crebbe in seno, a lei minor sorella,
Bella così, ch'ogni bellezza umana
Perdeva in paragon nome di bella;
E ne l'aria del volto umile e piana
Ogni sguardo di lei sembrava stella
Che scintillando intra notturni orrori
Vibri in cielo seren raggi maggiori.
XXXVII
Era sul terzo lustro, e ne l'aspetto
Le rideva il bel fior di gioventute,
Ma per eccelso cor nudriva in petto
Saldo desir d'ogni maggior virtute;
Or quando udì ciò che Sangario ha detto,
Del sovrano signor per la salute,
Intenerita di Sultana al duolo,
Franca disciolse a questi detti il volo.
XXXVIII
E disse: o del mio cor cara germana,
Ed o cara reina, onde disperi?
Perchè cotanti guai? mira, Sultana,
Che di troppo spavento empi i pensieri;
Se da Sangario vien fama non vana
Sottrarremo Ottomano a' casi fieri,
Che per farti felice alto diletto
Sarammi il sangue riversar dal petto.
XXXIX
Ella così dicea: ma prende a sdegno
Sultana quel parlar, come l'ascolta,
E mesta sì, che non può stare a segno,
Gli occhi ora in terra, ed or al ciel rivolta;
Pera Ottoman; vada sossopra il regno,
Ed io nel mio dolor stiami sepolta,
Io via più di ciascun, per cui sola una
Guasta i pregi de l'Asia empia fortuna.
XL
Per me di fiera guerra orribile arte
Arma di Rodi il campo in questi giorni,
Che se del gaudio suo non fossi a parte,
Forano d'Ottoman lieti i ritorni;
E d'altrui si vedran le vene sparte
Perchè regia corona il crin m'adorni?
Tale offerta s'udrà? tu, che l'intendi
O celeste pietà non te ne offendi?
XLI
Deh come lieta, e del mio ben gioiosa
Verrebbe l'Asia a rimirarmi intenta
Veggendomi apparir vittoriosa
Col voto altier de la sorella spenta?
Qual non sarà per me vista sdegnosa?
O qual fìa lingua a bestemmiarmi lenta?
Chi da me lunge non torrà suoi passi?
Per certo anco le fere, ed anco i sassi.
XLII
Ella così contrasta; e non per tanto
Ne la nobile impresa Irene è forte,
E soggiungea: non invidiar mio vanto;
Io son fermata di condurmi a morte,
Or tu disgombra il duol, disgombra il pianto,
E l'incauto pensier volgi a tua sorte,
Acerbissima sì, ch'ella ti mena;
S'io nol divieto, a miserabil pena.
XLIII
Dono i miei giorni a queste squadre armate;
E perchè l'Asia nostra alma s'onori;
E perchè sian di te l'ore beate
Godendo i regni, e d'Ottoman gli amori,
Le rimembranze, che ciascuna etate
Per chiara fama ascolterà maggiori
Il grido, il rimbombar de i pregi miei
Fiami quel ben, che più vivendo avrei.
XLIV
De l'umano passaggio i dì son corti;
Solo n'eterna, e ne mantien virtute;
Vivete lieti, e ne i maggior conforti
Me rammentate, onde vi vien salute.
Sultana a quel parlar sembianti smorti,
Occhi avea tenebrosi, e labbra mute,
Venuta a men nel duol che la trafisse,
Allora Irene in ver Sangario disse:
XLV
Mentre che di se stessa il duol la toglie,
Ed ogni senso passion le fura,
Andiam; chè le sue strida, e le sue doglie
La morte a sofferir mi farian dura;
Tu de l'inferno ad appagar le voglie
Con l'arte occulta, e col saper procura,
Io darò 'l sangue, e serberovvi in vita
Il gran signor con la mortal ferita.
XLVI
Ciò disse a pena, e con altier sembianti
Trasporta il piè fuor de le regie tende
Succinta in gonna d'or, che di diamanti
E di gran perle variata splende;
Allor Sangario le trapassa avanti,
E d'atra pece sette faci accende,
E va nel campo ove giaceansi estinti
De la battaglia, e vincitori e vinti.
XLVII
Quivi tra mille brandi un ferro scelse
Ancor stillante, e con dimessi accenti
Da l'immondo terren l'erba divelse,
Ed impresse su lui segni possenti;
Poscia rivolto in ver le stelle eccelse,
E verso i regni de l'inferno ardenti
Col mormorio, che più tra' maghi è forte,
L'alta donzella consegnava a morte.
XLVIII
Al fin le porge il ferro; ed ella franca
Pur col bel guardo a rimirar sereno
Strinselo ne la destra, e con la manca
I ricchi manti si squarciò dal seno;
Mostrò quel petto, che se l'alpe imbianca
Candida neve in paragon vien meno;
Indi le belle ciglia al ciel converse,
E poi le labbra a questi detti aperse:
XLIX
Se 'n vece sua, perch'Ottoman non mora,
Alma trafitta volentier s'accetta,
Questa, che per mia man sen vola fuora,
Numi eterni del ciel, non sia negletta;
Plachinsi vostri sdegni, e da quest'ora
Sovra Rodi per noi scenda vendetta,
Nè vestigio di gloria in lei rimanga,
E sotto il giogo turco ululi, e pianga.
L
Regni Sultana; e ne la patria terra
Non pure il pregio suo sen vada altiero,
Ma di quanto l'Egeo nel grembo serra
Al legnaggio di lei si faccia impero;
Ei tenda l'arco, e minacciando in guerra
Italia il tremi, e l'orgoglioso Ibero;
Questo cheggio da voi, questo dimando,
E con queste preghiere il sangue spando.
LI
Fornito il dir, de l'essecrabil spada
Pon l'else in terra, e con crudel furore
Sovra lei s'abbandona, e fa che vada
L'orrida punta a ritrovarle il core;
L'alma, che se ne uscì per l'empia strada,
Le guancie asperse di mortal pallore,
E quegli occhi ammorzò, ch'al mondo furo
Lampi di viva luce, un nembo oscuro.
LII
Tepido ancora, e de le piaghe molle
Era il bel corpo, e sanguinava il lito,
Quando tra forti turbini s'estolle
Ed a gli amici sguardi ecco è rapito;
Froda fu di demon, che mostrar volle
Esser l'atto terribile gradito,
E che s'era adempiuto il fier decreto,
Ed il cor di Sangario indi fu lieto.
LIII
Ei calcando il sentier rapidamente
A la tenda real fece ritorno,
Che vicina a' zafir de l'Orïente
Omai l'aurora precorreva il giorno;
E già guerniti d'arme, inclita gente,
Erano i duci ad Ottomano intorno,
Ed ei volto a gli assalti omai vicini,
Sbandito il sonno, abbandonava i lini.
LIV
Ivi disse del re l'ore perverse,
E ciò che per suo scampo il ciel promise;
E ch'a morte magnanima s'offerse
La bella Irene e di sua man s'ancise.
Verso il nunzio crudel l'alme converse
Teneano i Turchi in miserabil guise,
E 'l sovrano signor, come l'intese,
Tra pietoso ed irato, a parlar prese:
LV
Omai di Rodi soggiogar l'impero
Posso a mia voglia, ed oscurar sua gloria,
Ma gioir poco, e poco andarne altiero
Mio nome unqua potrà per la vittoria,
Che non sol ci costò sangue guerriero
Ne l'universo durerà memoria
Lasso, ma si dirà, ch'io fui costretto
Di real donna a lacerare il petto.
LVI
Ah che nulla ne seppi; e certo in vano
Per me salvar ti condannasti a morte;
Nè permesso l'avrei, ch'era mia mano
D'ogni nemico a trionfar ben forte;
Ma se tu sul fiorir per Ottomano
Non paventasti formidabil sorte,
Che dee fare egli intra Cristiani armato,
Perch'al nome di te non sembri ingrato?
LVII
Poi che Rodi atterrata, e di sue mura
Fia cosparso l'incendio oltra le stelle;
Vecchi ed infanti entro prigione oscura,
E fian le madri vilipese ancelle,
Io per vendetta di tua morte dura
Scannerò con mia man cento donzelle,
Ed ergerò sepolcro, in cui si miri
Lunga memoria di tuoi bei martiri.
LVIII
Non mento, Irene, i Rodïan dolori
Con altra prova affermeran mio detto;
E tu ben lunge da gli umani errori
Discerni appien quanto richiudo in petto;
Sì dice; e va dove i notturni orrori
Suoi Sultana passar sovra aureo letto;
Ivi seco disfoga i casi amari
Finchè l'ore notturne il sol rischiari.
FINE DEL CANTO XI.
ANNOTAZIONI
AL CANTO XI.
L'argomento del poeta è brevissimo:--Nel XI si sacrifica Irene sorella
di Sultana per lo scampo di Ottomano.--Ma le osservazioni critiche del
Cav. d'Urfé sono copiose. Nota in primo luogo che il poeta «descrit
l'habitation de Sangario, comme si c'estoit en sa propre demeure avec
les paremants et horreurs qui sont dans les effroyables cavernes de
telles gens.» La qual cosa sembra non convenevole al censore; perchè
cioè -ils sont devant de Rhodes-, non già nella patria di Sangario, il
quale -nacque sul Nilo, poi giunse in Asia- ed ottenne -il favore- di
Ottomano. La censura è verissima; se non che nella stampa non si trova
la descrizione della casa del Mago e de' -paramenti- che orribilmente
l'ornavano. Vero è che il Poeta dice l'-orribil stanza- parlando del
luogo, nel quale chiudevasi Sangario per operare i suoi studj di
magia; ma oltre che il Chiabrera non fa descrizione di paramenti,
ognuno ben vede che il mago doveva avere una tenda, o trabacca, o cosa
simile, dov'esercitarsi ne' suoi incantesimi. Adunque diremo che il
Poeta togliesse dall'opera sua quella descrizione che giustamente
spiaceva al censore.
Seguita a dire il Cav. d'Urfé che «la Sultane parle a Sangario de
l'action que Amedee avoit fait le mesme jour comme s'il y avoit des
mois et des annees; -venne de l'alma Italia; fece di- -sangue ogni
sentiero-.» L'osservazione è giustissima; e duolmi che il Chiabrera
non abbia tolto dal poema questa dissonanza; nè anche nel MS. che
lasciò emendato per la seconda edizione.
La terza censura riprende il Poeta per avere mal conosciute le regole
de' magici scongiuri: «Sangario au commancemant de sa coniuration
outrage le Demon qu'il invoque et l'appelle cruel et meschant, ce qui
n'est pas suivant le reigles de samblables enchanteurs, qui au
contraire les louent toujours.» Io confesso la mia ignoranza assoluta
del cerimoniale de' Maghi quando parlano a' demonj; ma dico che nel
poema, qual è nella stampa, non veggio che Sangario sul bel principio
manchi di rispetto a' signori del regno tenebroso; che anzi li prega e
dà loro il titolo di -Numi possenti-. Forse il MS. venne riformato dal
Chiabrera, dopo d'aver imparato, dal suo censore il Galateo de'
diavoli.
Profonda è l'osservazione seguente, per coloro che riguardassero le
magiche frodi come un'arte vera fondata sopra regole sicure: «Mais il
faut noter icy une chose; que je ne say comme l'Auteur a osé mettre
les paroles mesmes des quelles le magicien se sert; chose qui est
encores sans exemple, car c'est aprandre a faire le mesme sortilege.
Et tous les autres poetes qui en ont parlé, s'ils mettent les
circostances et les choses qu'ils font, ils ne mettent point les
parolles, mais disent seulement, il murmura certains vers ou certaines
parolles; et s'ils mettent les parolles, ils passent sous silance les
circostances, mais celuy cy a mis touttes le deux. Et ce qui est cause
que cela ne se doit pas, c'est que ou lon aprand (-sic-) a etre
sourcier si la recette est vraye; ou bien si quelque curieux la
vouloit espreuver et ne le trouvant pas vray (-sic-), il peut
convaincre l'auteur de faux.»
Veramente io penso che non dorrebbe gran cosa al Poeta d'esser
convinto di falso in arti magiche; ma se il Chiabrera voleva
introdurre magie nell'Amedeide, doveva conformarsi a ciò, che secondo
l'opinione di coloro che prestano fede a' sortilegj e simili sciocche
ribalderie, è proprio dell'arte magica; specialmente avendone gli
esempj d'altri poeti.
Un'altra censura non sarà quì trascritta, perchè nel poema stampato
non apparisce la contraddizione notata dal Cav. d'Urfè; ed è la
seguente: Irene s'offre a morire per placare gli spiriti infernali; ma
nell'atto di darsi la morte prega gli spiriti celesti ad esser paghi
di tal sacrifizio. Se così era nel MS. ottimamente fece il Poeta a
riformare questa parte dell'opera.
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