E le disse con affetto: «Addio, figlia mia, io non ti rivedrò più, ma
poichè ti ho fatto il segno della croce, sarai benedetta dal Signor
nostro, che morì, per noi, crocifisso: raccomando a lui l’anima tua,
mia povera piccina, giacchè stanotte, per colpa mia, dovrai morire.»
Io credo, che neppure la pietà di una balia reggerebbe a vedersi
portar via il bambino: pensi quindi ciascuno, che cosa avrebbe dovuto
fare la misera madre, eppure, tanta era la sua fermezza, che tutto
sopportò con pazienza, e disse a quell’uomo: «Eccovi, la bambina,
prendetevela.»
E consegnandogli la piccina, soggiunse: «Andate, fate ciò che il signor
mio vi ha comandato di fare; solamente fatemi questa grazia, se egli
non ve lo ha proibito: sotterrate il suo corpicino, in qualche luogo,
affinchè le bestie e gli uccelli non lo divorino.» Ma quegli, senza
nemmeno rispondere, prese la bambina e se ne andò.
E recatosi dal marchese, gli raccontò per filo e per segno, in poche
parole, quello che aveva detto e fatto Griselda; indi gli consegnò la
bambina. Gualtieri provò un senso di compassione, ma non si mosse dal
suo proposito, come quegli che voleva fatta la sua volontà.
Ordinò al suo scudiero di fasciare, di nascosto, e coprire adagino
e con ogni cura la creaturina, e di metterla dentro una cesta o
avvolgerla in una veste, senza che alcuno, pena la sua testa, scoprisse
donde egli veniva, e dove andava.
La portasse, così nascosta, a Bologna, in casa della sorella di lui,
ch’era allora contessa di Pavia; e mettendo costei a parte di tutto,
la pregasse di allevare con ogni cura la bambina, senza mai dire, a
qualunque costo, di chi fosse figliuola.
Questi andò, e fece, scrupolosamente, quanto gli era stato ordinato.
Ma torniamo al marchese. Egli andava sempre fantasticando, se mai
potesse capire dall’aspetto, o dalle parole della moglie, ch’ella fosse
cambiata. Ma la trovava sempre ugualmente affabile e gentile.
La stessa bontà, la stessa dolcezza, la sua solita attività nelle
faccende domestiche, lo stesso amore per lui: insomma, in tutto e per
tutto era savia come prima. Non fece mai parola della sua bambina, e
non si provò neppure a nominarla. Per grandi che fossero le sue pene e
le sue sventure, non mostrò alcun cambiamento.
PARS QUARTA
Passarono così quattro anni, prima che Griselda di nuovo ingravidasse;
ma questa volta, come a Dio piacque, fece al suo Gualtieri un maschio,
che era un miracolo di grazia e di bellezza. Di ciò non solo il padre
fu lietissimo, ma il paese tutto n’ebbe sì gran gioia, che levò
preghiere di ringraziamento al Signore.
Il bambino aveva due anni, e già da qualche tempo era stato divezzato,
quando un giorno venne l’estro al marchese, di tentare un’altra volta
la pazienza della moglie. A inutile prova era messa, ahimè! ma i mariti
son senza discrezione, quando trovano una poveretta che sopporta.
«Moglie mia, le disse un giorno, sai bene che il mio popolo è sempre
stato scontento del nostro matrimonio: ma dal giorno che partoristi
questo maschio, le cose sono andate di male in peggio; e corrono, ora,
delle voci così brutte, che sono proprio sgomento, e sento sanguinarmi
il cuore.
--Dunque (dicono tutti), morto Gualtieri, gli succederà il nipote di
Giannucole, e lo avremo nostro signore?--Ora, non v’ ha dubbio che io
debbo darmene pensiero: poichè, sebbene nessuno osi parlare in presenza
mia, la cosa mi dispiace.
Io voglio, finchè è possibile, godere la mia tranquillità; perciò sono
disposto assolutamente a fare del bambino ciò che ho fatto, di notte e
senza che nessuno se ne sia accorto, della sua sorella. Te ne avverto,
perchè la cosa riuscendo improvvisa, non debba esserti troppo dolorosa;
cerca, dunque, di aver pazienza anche questa volta.»
«Vi ho detto, rispose Griselda, e sempre ve lo ripeterò, che io non
voglio, e non vorrò mai, che ciò che a voi piace: io non mi risento, se
per ordine vostro mi vengono uccisi i figliuoli. Rinunzio volentieri
alla gioia che avrei avuto dalle mie due creaturine: come ho sofferto
per averle, soffrirò per perderle.
Voi siete il signor mio; fate quello che vi piace, e non vi curate di
me: con le mie povere vesti io ho lasciato a casa la mia volontà e
la mia libertà; perciò potete fare quello che volete, sicuro che vi
obbedirò.
Se io potessi leggervi nell’animo, vorrei soddisfare ogni vostro
desiderio prima che voi parlaste: quando poi so che cosa desiderate,
immaginatevi se faccio di tutto per contentarvi. Quando sapessi che vi
fosse cara la mia morte, morirei ben volentieri, per farvi piacere.
L’amore che ho per voi è più potente della morte. «Il marchese vedendo
la costanza della moglie, abbassò gli occhi, meravigliandosi che una
donna potesse sopportare tutto questo; e con aspetto burbero, ma invece
lieto in cuor suo, uscì.
Il solito omaccio si presentò a Griselda, e nello stesso modo col quale
le aveva portato via la figliuola (e più crudelmente, se fosse stato
possibile) le prese anche il bellissimo fanciullo. Sempre con la stessa
pazienza, e senza scomporsi, essa lo lasciò fare, baciando il suo
bambino, e benedicendolo.
E come aveva fatto la prima volta, pregò costui se nulla glie lo
vietasse, di voler dare sepoltura alle tenere membra del suo piccino,
che erano così graziose, affinchè non rimanessero preda di qualche
uccellaccio, o di qualche brutto animale. Ma anche questa volta rimase
senza risposta: chè quegli di niente curandosi, e secondo gli ordini
ricevuti, prese il bambino e lo portò, con ogni cura, a Bologna.
Il marchese sempre più ammirava la pazienza di Griselda; e se non fosse
stato più che sicuro, che essa voleva un gran bene ai suoi figliuoli,
avrebbe creduto che fosse in lei, non fermezza d’animo, ma astuzia,
malizia, e cattivo cuore.
Ma invece egli sapeva bene che Griselda, dopo di lui, nulla aveva così
caro al mondo, quanto i propri figli. Ditemi voi, donne, per favore, se
queste prove non sarebbero state sufficienti! Che cosa avrebbe potuto
ancora immaginare la rigida ostinazione di un marito, per provare la
virtù e la pazienza di sua moglie?
Ma c’è, pur troppo, certa gente, che quando si ficca in capo un’idea,
non se la leva più, a nessun costo: così appunto, si era ostinato
Gualtieri nel proponimento fatto, di tentare la pazienza e la costanza
della moglie.
Teneva sempre d’occhio Griselda, per vedere se una parola, uno sguardo,
rivelasse, in lei, qualche cambiamento: ma la trovava sempre dello
stesso umore, e col suo solito aspetto. Anzi, ogni giorno che passava,
essa si mostrava sempre più amorosa e più piena di cure per lui.
Di guisa che sembrava che avessero un sol volere in due; piacendo
a lei tutto quello che piaceva a Gualtieri. E di ciò sia lodato il
Signore: giacchè così doveva essere per il bene di tutti. Pareva che i
suoi affanni non fosser suoi; non aveva altra volontà che quella del
marito.
Ma un bel giorno si cominciò, da per tutto, a parlare delle stranezze
di Gualtieri; e a mormorare ch’egli crudelmente aveva fatto uccidere,
di nascosto, i suoi bambini, pentito di avere sposato una povera
contadina. Nessuno sapeva che tutti e due erano vivi.
E queste voci fecero sì, che mentre prima tutti lo amavano,
cominciarono a non poterlo più vedere, sotto l’orribile accusa di
assassino. Non ostante questo, egli non abbandonò, nè punto nè poco, il
suo proponimento, di mettere ancora alla prova la moglie.
Allorchè la sua bambina ebbe compiuto il dodicesimo anno, mandò un
suo ambasciatore alla Corte di Roma (che aveva prima informata del
suo disegno), perchè gli procurasse in qualche modo delle carte, che
dovevano servire al suo crudele scopo; dalle quali risultasse che il
papa gli permetteva, per ristabilire la pace nel popolo di Saluzzo, di
sposare un’altra donna.
Ordinò, insomma, che si falsificasse una bolla papale, nella quale si
dicesse ch’egli era libero di abbandonare la prima moglie, col permesso
del papa, per far cessare i malumori che erano nati fra lui e i suoi
sudditi. La bolla, in questi termini precisi concepita, fu tosto
pubblicata.
Il popolo, ignorante com’è, vi credè subito; Griselda ne fu, c’è da
immaginarselo, addoloratissima: ma ormai con la sua solita pazienza, la
poveretta era disposta a sopportare in pace l’avversa fortuna.
Le bastava di sapere sempre contento colui, al quale aveva dato il
suo cuore, e tutta se stessa. Ma per farvela corta, il marchese,
intanto, scrisse una lettera, in cui esponeva tutto il suo disegno;
e di nascosto la spedì a Bologna al conte di Pavia, marito di sua
sorella, pregandolo vivamente di riportargli, con gran pompa, i suoi
due figliuoli; senza dire ad alcuno chi fosse il padre loro.
Dicesse, invece, che la fanciulla doveva sposare il marchese di
Saluzzo. Così, infatti, fece il conte di Pavia; e verso sera si mosse,
con gran seguito di cavalieri, alla volta di Saluzzo, per scortare la
fanciulla; accanto alla quale cavalcava il giovine fratello.
La bella giovinetta, tutta adorna di pietre preziose, era vestita come
se andasse veramente a nozze; anche il fratello, un fanciulletto di
sette anni, era riccamente vestito e tutto elegante. Così in gran pompa
e con gran festa cavalcando, si avvicinavano, di giorno in giorno, a
Saluzzo.
PARS QUINTA
Intanto Gualtieri, persistendo nel suo crudele proposito di sottoporre
a un’ultima e più dura prova la moglie, per essere pienamente sicuro
ch’ella fosse sempre paziente come prima, un giorno, in presenza di
tutti, le disse risentito:
«Griselda, io sono stato contentissimo, senza dubbio, di averti
sposato, per la tua bontà, per la tua fedeltà, e per la tua obbedienza:
non così però pel casato che porti, e per la tua dote. Ho dovuto
convincermi, s’io non m’inganno, che la nobiltà e la potenza hanno pur
molte schiavitù.
Io non posso fare come un bifolco qualunque: i miei sudditi mi
costringono a prendere un’altra moglie, e il papa stesso lo permette,
perchè tutto torni in pace. Ti dico dunque sinceramente, che la mia
nuova moglie è già in viaggio.
Fatti coraggio, e lasciale il suo posto; ti concedo, come grazia,
di riprenderti tutta la dote e tutta la roba che mi hai portato.
Ritorna alla casa di tuo padre, e pensa che in questo mondo non si può
sempre essere contenti. Io, per conto mio, non posso fare altro che
consigliarti a sopportare di buon animo i capricci della fortuna.»
Ed essa con la sua solita pazienza rispose: «Signor mio, io lo sapevo
benissimo, e sempre lo pensavo, che la mia povertà non poteva stare
accanto alla vostra ricchezza; e non mi sono mai creduta degna di
essere, non dico la moglie vostra, ma neppure la vostra cameriera.
E Dio può essere testimone, per l’anima mia, che io in questa casa,
della quale voi mi avete fatto signora, non mi sono mai considerata nè
signora nè padrona, ma sempre umile serva vostra; e tale sarò più di
ogni altro finchè il cielo mi darà vita.
Della bontà che avete avuto, di tenermi per così lungo tempo in tanto
onore e in tanta nobiltà; mentre io ne ero indegna, ringrazio Dio e
voi, pregando che siate ricompensato. E senz’altro me ne ritorno,
volentieri, a casa di mio padre, per rimanere con lui finchè vivrò.
Là ho vissuto bambina, e sono cresciuta; e là finirò, vedova e senza
altri affetti, la mia vita. Poichè dal momento che ho dato a voi la mia
gioventù, e sono la vostra legittima moglie, Dio mi guarderà bene dal
prendere un altro marito.
Il Signore possa concedervi fortuna e prosperità con la vostra nuova
moglie, alla quale io cedo, di buon animo, il mio posto, dove sono
stata sempre felicissima. Giacchè vi piace che la mia felicità sia
finita, e che io me ne vada, me ne andrò quando vorrete.
In quanto alla concessione che mi fate, di lasciarmi andar via con la
dote che vi ho portato, capisco bene che voi intendete parlare dei miei
poveri panni, che non erano niente di bello davvero: ma non ostante ben
difficilmente io potrei ora ritrovarli. Buon Dio! eravate così cortese
e gentile il giorno del nostro matrimonio!
Ma è ben vero quel che si dice (lo so per prova):--amore non è mai tanto
vecchio, come quando è nuovo.--Siate sicuro, però, signor mio, che per
amor vostro non mi sarebbe grave neppur la morte: e non sarà mai che io
mi penta, in alcun modo, di avervi dato, con me stessa, tutto il mio
cuore.
Vi ricorderete, signor mio, che prima di condurmi in casa vostra, mi
faceste strappare di dosso le mie povere vesti, e mi regalaste voi
stesso degli abiti ricchissimi; quindi io non vi portai altra dote,
senza dubbio, che la mia fedeltà, la mia povertà, e la mia gioventù.
Eccovi i vostri abiti e il vostro anello: ve li restituisco per sempre.
Tutte le altre gioie, posso assicurarvelo, sono in ordine in camera
vostra. Io uscii nuda dalla casa di mio padre, ed è giusto che vi
ritorni nuda. Son pronta a fare tutto ciò che volete: ma spero che non
vorrete farmi uscire di casa vostra senza camicia.
Voi non farete una cosa tanto indegna, e non permetterete che io,
tornandomene a casa, mostri nudo il corpo, che ha creato i vostri
figli. Non vogliate, per pietà, cacciarmi nella strada come un cane:
pensate che per quanto indegnamente, io sono stata la moglie vostra.
In ricompensa della verginità che pur vi ho portato, e non mi è
concesso riportar via, lasciatemi almeno la camicia che ho indosso;
affinchè possa coprirne il corpo di colei, che fu vostra moglie: ed
ora, signor mio, me ne vado, perchè non vi abbiate a seccare.»
«La camicia che hai indosso, rispose Gualtieri, lasciatela pure, e
portala via con te.» E tosto uscì dalla stanza, perchè la pietà e la
compassione gli impedivano quasi di parlare. Griselda lì stesso si
spogliò, e in camicia, scalza e senza niente in capo, s’incamminò verso
la casa di suo padre.
La gente la seguiva, con le lagrime agli occhi, lungo la via, e
imprecava, andando, al destino. Ma essa non piangeva e non parlava. Il
padre, che ne fu subito avvisato, malediva il giorno e l’ora in cui
egli era venuto al mondo.
Il povero vecchio aveva sempre sospettato di questo matrimonio; e
pensò sempre, fin da principio, che il marchese, soddisfatto il suo
capriccio, avrebbe considerato la sconvenienza di essere sceso così in
basso, e un bel giorno all’improvviso l’avrebbe mandata via.
Avendo sentito che la sua figliuola ritornava a casa in camicia, in
fretta in fretta le andò incontro, portando seco la vecchia veste che
essa aveva lasciato, e piangendo amaramente, cercava di coprirla, alla
meglio, con quella; ma non potè mettergliela indosso: che era troppo
mal ridotta pel molto tempo trascorso, dal giorno che Griselda era
andata a nozze.
Questo fiore di vera pazienza, ritornata per qualche tempo col padre
suo, in tal modo si diportò, che mai, nè in presenza d’altri nè sola,
mostrò di sentirsi offesa; e non disse mai parola, non fece mai cenno,
che ricordasse il suo antico stato.
E non c’è da meravigliarsene, poichè in mezzo alla nobiltà e alle
ricchezze si mostrò sempre umilissima: ghiottonerie, raffinatezze,
lusso, magnificenza, non seppe mai che cosa fossero. E fu sempre buona,
paziente, modesta, rispettosa, e sempre sottoposta e obbediente al
marito.
Tutti parlano di Giobbe e della sua pazienza, perchè i dotti scrivono
degli uomini quello che vogliono; ma in realtà, per quanto ai dotti
piacciano poco le donne, non c’è uomo che abbia la pazienza di una
donna; ed è un caso proprio raro, trovare uno che abbia solo la metà
della costanza femminile.
PARS SEXTA
Il conte di Pavia giungeva ormai da Bologna, e già si era sparsa da
per tutto la notizia del suo arrivo: e tutti sapevano, anche, ch’egli
portava con sè la nuova marchesa di Saluzzo, con una pompa così
splendida, che nessuno aveva mai visto l’uguale in tutto l’occidente
della Lombardia.
Gualtieri che aveva preparato tutto questo, e sapeva tutto, prima che
arrivasse il Conte, mandò a chiamare la povera e semplice Griselda,
che subito venne, ed umile e con volto sereno, senza alcun rancore
nell’animo, s’inginocchiò davanti a lui, salutandolo rispettosamente e
con bel garbo.
«Griselda, le disse egli, io voglio che la giovinetta che dovrà
essere unita in matrimonio con me, domani sia ricevuta in casa mia più
splendidamente che sia possibile: e desidero che ognuno, secondo il
suo grado, sia trattato e servito come si deve, e in modo da restarne
soddisfatto.
Certamente le donne che ho non mi bastano per mettere in ordine le
stanze a modo mio; perciò vorrei che a tutto questo ci pensassi tu, che
sai da molto tempo, come io voglio fatte le cose. Il tuo abbigliamento
è brutto e poco conveniente, ma non vuol dir nulla, purchè tu faccia il
tuo dovere.»
«Signore, rispose Griselda, io non solo sono contenta di fare cosa
grata a voi, ma desidero di servirvi sempre con tutta la mia volontà,
in quello che posso: e non mai, per nessuna ragione, cesserò di amarvi
con tutta la sincerità e tutta la passione dell’anima mia.»
Ciò detto cominciò ad ornare la casa, a preparare le tavole, e
rifare i letti, e con tutto l’impegno cercò di fare del suo meglio;
raccomandandosi ai servi che per lo amore di Dio facessero presto, e
senza perder tempo spazzassero e spolverassero. E lei stessa dandosi da
fare più di tutti, mise in ordine le stanze e la sala.
Verso le nove il conte di Pavia, arrivato coi due ragazzi, scendeva con
essi da cavallo, e tutti correvano a vedere il loro ricco e splendido
abbigliamento: e dicevano che Gualtieri non l’aveva pensata male a
cambiare moglie, giacchè il cambio non era cattivo.
Questa, secondo il giudizio di tutti, era più bella e più giovane di
Griselda, e avrebbe messo al mondo dei figliuoli più belli e più cari
a tutti per l’alto suo lignaggio. Anche il fratello che l’accompagnava
era così bello che tutti lo guardavano con piacere, approvando la
risoluzione di Gualtieri.
«O popolo irrequieto, incostante e sempre infido, scontento e volubile
come una banderuola, sempre amante del torbido e del nuovo! Tu fai come
la luna che cresce e cala: sempre largo di applausi che non valgono un
soldo; il tuo giudizio è falso, la tua costanza non regge alla prova,
ed è un gran pazzo chi si affida a te.»
Così dicevano alcuni assennati cittadini, guardando meravigliati la
gente che correva di qua e di là, tutta contenta solamente all’idea di
avere una nuova signora. Ma torniamo a dire di Griselda, e della sua
pazienza.
Essa era tutta affaccendata a preparare per la festa, e senza punto
vergognarsi delle sue povere vesti, che in qualche posto erano anche
stracciate, corse insieme con gli altri alla porta, allegra e contenta,
a salutare la marchesa; poi se ne ritornò alle sue faccende.
Con tutta serenità di animo riceveva gli ordini di Gualtieri, e con
tanta sollecitudine li eseguiva, che non c’era mai nulla da ridire;
e tutti si meravigliavano come mai potesse essere vestita tanto
poveramente, mentre dimostrava un fare così nobile e tanta educazione;
e non potevano fare a meno di lodare la sua virtù.
Griselda intanto non finiva mai di ammirare, con tutta la schiettezza
dell’animo suo, la giovinetta e il fratello; e le lodi che ne faceva
erano così sincere, che tutti le trovavano giuste. Finalmente, giunta
l’ora di andare a tavola, Gualtieri fece chiamare Griselda, che era
tutta affaccendata nel salotto.
E le disse, quasi motteggiando: «Griselda, che te ne pare di questa mia
nuova moglie; è bella?» «È bellissima, signor mio, rispose: in fede mia
io non ho mai visto un’altra più bella di lei. Dio possa farvi felici e
contenti per tutta la vita.
Ma una cosa vorrei chiedervi e consigliarvi: non fate soffrire, coi
tormenti che avete inflitto a me, anche questa giovinetta; essa
è abituata più delicatamente, e forse non potrebbe sopportare la
sventura, come una disgraziata cresciuta nella miseria.»
Gualtieri, conosciuta ormai la pazienza, la serenità, e la semplicità
di Griselda, e convinto che per quanto egli faceva la poveretta, con
la sua solita innocenza, obbediva senza ribellarsi, cominciò a sentire
compassione di tanta femminile fermezza.
«Basta, Griselda mia, egli disse, lascia ogni dolore, e sii alfine
ricompensata; tu mi hai dato prova che la tua fedeltà e la tua bontà,
in qualunque condizione tu sia, sono quali nessun’altra donna ebbe
mai; vedo bene, cara moglie, quanto è grande la tua costanza.» E
stringendola fra le braccia, cominciò a baciarla.
Griselda, mezza trasecolata, non sentiva e non raccapezzava più nulla:
le pareva come di destarsi, ad un tratto, da un lungo sonno; fin che
a poco per volta, si scosse dal suo stupore. «Griselda, soggiunse
Gualtieri, per quel Dio che morì per noi, ti giuro che tu sei la moglie
mia; e che io non ne ho, e non ne ho mai avuta (salvi il Signore
l’anima mia, se è vero) nessun’altra.
Questa che tu hai creduto mia moglie, è la tua figliuola; questo
fanciullo è il mio vero erede, l’una e l’altro sono frutto del nostro
amore: io li ho fatti allevare a Bologna, nascostamente. Riprendili con
te, che non hai perduto nessun dei due.
Sappiano coloro che mi hanno accusato, che io non ho fatto questo
a fine di male, o per crudeltà, ma solamente per conoscere la tua
virtù: sappiano che io non ho fatto uccidere (Dio me ne liberi) i
miei figliuoli, ma li ho tenuti nascosti, per poter conoscere il tuo
carattere e la tua volontà.»
Griselda sentendo questo, venne meno dalla commozione e dalla gioia,
indi riavutasi un poco, chiamò a sè i suoi figliuoli, e in gran pianto
li abbracciava, e li baciava, con quella tenerezza che è propria di una
madre, bagnando loro di amare lagrime, il volto e i capelli.
Oh scena veramente pietosa, vederla cadere priva di sensi, e sentire la
sua voce sommessa! «Grazie, diceva al marito, grazie, signor mio: Iddio
possa ricompensarvi di avermi lasciato i miei figliuoli; or non mi
curo più di morire, poichè mi è ridonato il vostro affetto e il vostro
amore. Nessuna morte mi fa paura.
Cari, teneri, bei figliuoli miei, la vostra povera mamma vi aveva
creduti morti, divorati da rabbiosi cani o da qualche brutto animale;
ma Dio misericordioso, e il vostro amoroso babbo, vi hanno lasciati a
me.» E sì dicendo cadeva di nuovo in abbandono.
E abbracciando nel deliquio i suoi figliuoli, con tanta passione li
stringeva, che ci volle del buono e del bello, per levarglieli dalle
braccia. Quante anime pietose, in quel momento, dovettero piangere di
compassione! quanti furono costretti a farsi forza, per poter rimanere
vicino a Griselda!
Mentre Gualtieri cercava di calmarla e di farle dimenticare il suo
dolore, essa si alzò tutta confusa; e in mezzo alla gioia e alle feste
di tutti ritornò in sè. Fu allora una cosa, davvero, commovente, vedere
i modi affettuosi di Gualtieri, e la felicità che dimostravano tutti e
due, per essere ritornati insieme.
Le dame di corte le furono subito attorno, e la portarono in camera; e
spogliatala dei suoi poveri panni, le misero indosso un vestito tutto
d’oro che risplendeva come il sole. Indi con una corona di pietre
preziose in testa, la condussero nella sala, dove tutti con grande
onore l’ossequiarono.
Così finì in mezzo alla gioia questo pietoso giorno; e ognuno fece del
suo meglio per passarlo più lietamente che fosse possibile, fin che le
stelle cominciarono a brillare in cielo. Tutti trovarono questa festa
più bella e più splendida, di quella con la quale era stato celebrato
il matrimonio di Griselda.
Molti e molti anni felici passarono insieme Gualtieri e Griselda,
sempre d’amore e d’accordo; e Gualtieri, maritata la figlia a uno de’
più ricchi e nobili signori d’Italia, prese con sè alla sua corte il
vecchio Giannucole, perchè vi passasse tranquillo e contento il resto
della sua vita.
Morto Gualtieri, gli successe il figlio, il quale regnò in mezzo alla
pace e alla concordia; e fu fortunato nel suo matrimonio, anche senza
sperimentare la pazienza di sua moglie. Oggi il mondo non è più quello
di prima. Al quale proposito sentite che cosa dice l’autore della
novella.
Questa novella non è raccontata per mostrare che le mogli dovrebbero
avere la pazienza di Griselda, poichè non basterebbe tutta la loro
volontà per riuscirvi: ma per far vedere che ciascuno, nella propria
condizione, dovrebbe, come Griselda, saper sopportare fermamente la
sventura. Solo per questo dettò il Petrarca, in alto stile, la sua
novella.
Chè se Griselda ebbe tanta pazienza con un uomo, tanto più noi uomini
dobbiamo sopportare in pace quello che ci viene da Dio. Il quale ha
tutto il diritto di sperimentare ciò che ha creato; e non tenta,
infatti, come dice S. Giacomo nella sua epistola, se non gli uomini
ch’egli ha messo al mondo; e tutto il giorno, senza dubbio, ne mette
alla prova qualcuno.
Egli ci affligge colle più grandi sventure, per abituarci alla
sofferenza, e per farci, in qualche modo, migliori. Nè lo fa,
certamente, per conoscere la volontà nostra; poichè la nostra debolezza
gli è nota prima che noi veniamo al mondo. Giacchè adunque tutto egli
fa pel nostro bene, viviamo per sopportare virtuosamente.
Ed ora, signori miei, un’altra parola e ho finito: sarebbe ben
difficile, oggi, trovare in tutta una città due o tre donne che
avessero la pazienza di Griselda; poichè l’oro del quale esse rilucono,
è di così cattiva lega, che messo alla prova si spezzerebbe subito in
due parti.
E giacchè è così, io, per amore della donna di Bath[1] (che Dio salvi
lei e tutta la sua discendenza, poichè la sua morte sarebbe una gran
perdita), vi dirò allegramente, e con tutta la mia vena, una canzone
che vi metterà, se non m’inganno, di buon umore. Lasciamo, dunque, ogni
argomento serio, e state a sentire la mia canzone, che incomincia così.
Griselda è morta, e con lei anche la sua pazienza: l’una e l’altra
giacciono sepolte in Italia: perciò, lo dico a tutti, a nessun marito
venga in mente di sperimentare la pazienza di sua moglie, nella
speranza di trovarla una Griselda: chè certamente resterebbe deluso.
E voi, signore mogli, se siete davvero prudenti, non lasciate che
l’umiltà vi inchiodi la lingua: e non fate che un letterato debba
scrivere anche di voi una storia così meravigliosa, come quella
della buona e paziente Griselda; altrimenti finirete in bocca a
Chichevache[2].
Fate come l’eco, che ha sempre pronta la risposta: guardate di non
essere vittime della vostra innocenza, e sappiate farvi valere con
energia: questa lezione, imparatevela a mente pel bene vostro, giacchè
potrà esservi utile.
Se la vostra condizione è tale da rendervi forti al pari di un
cammello, difendetevi, e non sopportate offese. Se siete deboli per
sostenere la battaglia, mostrate i denti come una tigre delle Indie: e
strepitate, ve lo consiglio, come un buratto.
Non abbiate paura del marito, non vi lasciate imporre: anche s’egli
sarà chiuso in un’armatura di ferro, la punta della vostra aspra parola
gli passerà il petto e anche la testa. Lo volete mansueto come un
agnello? Stringetelo nei nodi della gelosia.
Se siete belle, mostratevi in società, e fate sfoggio dei vostri
abbigliamenti; chi è brutta, sia di manica larga, e cerchi di farsi
delle amicizie. Non vi abbandoni mai il buon umore: lasciate che il
marito si secchi, pianga, si arrabbi, e brontoli a piacer suo.
NOVELLA DEL MERCANTE D’INDULGENZE
PROLOGO
Il nostro oste si mise a gridare come un matto: «Capperi! Per i chiodi
della croce, e pel sangue del nostro Signore, che razza d’imbroglione
era quel giudice! Potessero morire arrabbiati i giudici come quello,
insieme con tutti i loro avvocati! Insomma quella povera innocente fu
ammazzata[1]! La pagò salata la sua bellezza. Ma non lo dico sempre
io? I doni del caso e della natura tutti i giorni costano la vita a
qualcheduno. Fu proprio la sua bellezza che l’ammazzò, non c’è che
dire. Poverina! Che brutta fine fece! S’ha un bel dire: quei doni che
dicevo dianzi, sono più un male che un bene.
Padron mio carissimo, la tua è stata davvero una pietosa storia. Basta,
non c’è che fare: tiriamo avanti. Dunque, caro dottore, io prego Dio
che ti conservi la salute, e protegga, insieme col tuo Ippocrate e il
tuo Galeno, anche le tue boccette d’orina e i tuoi barattoli. Prego
Dio e Maria Vergine che s’abbiano in gloria tutte le tue scatole di
pillole. La mia osteria faccia affari d’oro, quant’è vero che tu sei
una persona proprio come si deve, e alla pari di un prelato, per S.
Roniano[2].
Dico bene! Compatiscimi, sono un povero oste, e parlo come so: volevo
dire, insomma, che la tua novella mi ha fatto proprio male. Mi sento
un non so che qui al cuore. -Corpus Domini-, se non ci rimedio con un
buon bicchiere di birra, e se qualcuno non racconta subito una novella
un po’ più allegra, va a finire che mi viene il crepacuore per quella
povera ragazza. Mio -bel amy-, mercante di indulgenze, questa volta
tocca a te. Da bravo: raccontaci qualche barzelletta che ci metta un
po’ di allegria.»
«Subito, per S. Roniano. Ma prima permettetemi di bere, a questa
birreria, un bicchiere di birra e di mandar giù un boccone di
schiacciata.»
«Oh, intendiamoci, signor mercante: non vogliamo sentir
sguaiataggini. Vogliamo un po’ di morale: una novella dalla quale si
possa imparare qualche cosa. Allora sì che staremo tutt’orecchi.» «Va
bene (rispose), vi contenterò: lasciatemici pensare mentre bevo.»
NOVELLA
DEL MERCANTE DI INDULGENZE
Signori (cominciò egli a dire), dovete sapere, prima di tutto, che io,
quando predico in chiesa, cerco di farmi sentire più che posso, e la
mia parola vibra piena e sonora, come una campana; perchè oramai quello
che dico lo so tutto a memoria. L’argomento delle mie prediche è, ed è
sempre stato, questo qui: RADIX MALORUM EST CUPIDITAS.
Appena salito il pulpito, comincio col dire ai miei fedeli da qual
luogo vengo: poi faccio vedere che ho tutte le mie carte in regola,
e che la mia patente porta il bollo del nostro augusto sovrano. Lo
faccio, s’intende, per salvarmi le spalle, caso mai qualche chierico si
credesse di potermi disturbare nella sacra funzione di Cristo. Quindi
vuoto il sacco delle mie solite storielle. Tiro fuori bolle di papi, di
cardinali, di patriarchi e di vescovi, borbottando ogni tanto qualche
parola in latino, perchè la mia predica sia più saporita, e induca più
facilmente gli uomini alla devozione. Poi metto fuori i miei scatoloni
di vetro pieni di stracci e d’ossa, che passano per reliquie. Prendo in
mano un mozzicone di metallo a forma di scapola, e battezzandolo per
la spalla di una pecora che appartenne ad un giudeo divenuto santo,
comincio a dire: «Buona gente, fate attenzione alle mie parole. Vedete
quest’osso? Chiunque di voi ha una vacca, un vitello, una pecora, un
bue, con la pancia gonfia per aver mangiato, nell’erba, qualche verme
velenoso o per esserne stato morso, basta che tuffi quest’osso in una
fonte e lavi la lingua alla sua bestia con un po’ di quell’acqua, e la
bestia è bell’e guarita. Ma questo è poco: qualunque persona beverà a
quella fonte, guarirà subito del vaiolo, della tigna, e di ogni altra
malattia. State bene attenti, che non è mica finito!
Se chi ha del bestiame, tutte le settimane prima che il gallo faccia
chicchirichì beve, a digiuno, un sorso di quell’acqua miracolosa, in
capo all’anno avrà le stalle piene ed i granai zeppi. E queste non
sono frottole: fu quel santo giudeo che l’insegnò ai nostri nonni.
Finalmente, signori, quell’acqua ha un’altra virtù: è un rimedio
contro la gelosia. L’uomo per natura più pazzamente geloso bevendo di
quell’acqua non avrà mai alcun sospetto della moglie, quand’anche sia
sicuro che lei quel difettaccio ce l’ha. Lascerà che essa bazzichi
magari due o tre fratacchiotti, senza farci nemmeno caso.
Però vi debbo avvertire di una cosa: se per caso qui fra voi c’è
qualcuno che ha sulla coscienza uno di quei peccatacci che la vergogna
impedisce di confessare; se fra quante siete qui giovini e vecchie c’è
qualche cattiva moglie che ha fatto al marito ... quel brutto scherzo,
se ne può andare. Poichè a gente come quella io non permetto di venire
qua a fare offerte alle mie reliquie. Chi ha la coscienza tranquilla
si faccia pure avanti, e venga su ad offrire nel nome di Dio, che lo
assolverò di tutti i suoi peccati, con quella facoltà che mi è concessa
dalle carte che dianzi vi ho mostrato.»
Con questo gioco, da che faccio il mercante d’indulgenze, mi sono
sempre guadagnato cento marchi all’anno. Me ne sto bravamente nel mio
pulpito come un chierico, e quando vedo che la folla ha preso posto,
faccio la mia predica in quel modo che vi ho detto, infilzando almeno
un altro centinaio di frottole. Mentre parlo allungo il collo più che
posso fuori del pulpito, e accenno ora a questo ora a quello con la
testa, dimenandola a destra e a sinistra come fanno i colombi quando
tubano sul tetto del granaio. Le mie mani intanto volano per l’aria
gesticolando, e la lingua non canzona. Credete a me, dev’essere proprio
una bella scena vedermi almanaccare a quel modo! La mia predica non
tratta che del maledetto peccato dell’avarizia, per indurre i fedeli
ad essere liberali col prossimo, e prima di tutto con me. Poichè il
mio scopo non è quello di salvare gli uomini dal pericolo, ma quello
di far quattrini. Che cosa me ne importa a me, se quando sono morti
l’animaccia loro se ne va al diavolo!
Certo le mie prediche hanno spesso un fine che non è troppo santo:
alcune, per esempio, sono fatte per dare nel gusto alla gente, per
lusingarla e approfittarne a forza d’ipocrisia; altre per vanagloria,
ed altre in fine per odio. Poichè quando non posso vendicarmi con
altre armi, di chi ha offeso me e i miei confratelli, adopero la
lingua, e nelle mie prediche gli affibbio certe bottate che arrivano
fino all’osso. State sicuri che non può sfuggire ad una pubblica
diffamazione. Senza nominare alcuno io so toccare certi tasti, che
tutti capiscono subito, di chi parlo. Così sono solito pagare chi
ci dà noia; e santamente sputo il veleno che ho in corpo, senza
compromettermi. Insomma, ve lo ripeto, le mie prediche sono tutte
figlie della cupidigia, e perciò il mio tema è sempre quello: radIX
MALORUM EST CUPIDITAS.
Io predico come vedete, contro l’avidità, cioè contro il peccato che
tutti i giorni commetto. Ma per quanto grande peccatore mi sia, posso
distogliere gli altri dalla colpa, e farli pentire amaramente di averla
commessa. S’intende che non ne ho nessun merito, perchè io non parlo
che per cupidigia. Ma di questo, ormai, ne avrete abbastanza: andiamo
avanti.
Dunque, dicevo, la mia predica finisce sempre con una filza di esempi,
presi dalla storia dei tempi antichi. Perchè alla gente ignorante piace
sentir raccontare cose successe Dio sa quando; e se le ripetono e le
imparano a memoria con grande piacere. Ah! Credevate che io mi volessi
condannare, proprio da me, alla miseria, mentre posso guadagnarmi da
vivere onestamente insegnando agli altri? No, no, non mi è passato mai
neppur per la contraccassa del cervello. Io predico, e domando qualche
cosa qua e là dove vado, perchè per campare non ho voglia di adoperare
le mani, e di mettermi a far canestri. Non vado mica attorno per nulla,
come facevano gli Apostoli: vogliono essere quattrini, lana, cacio, e
grano, anche dal più povero servo, e dalla vedova più miserabile di
tutto il villaggio. Nè debbo sapere se i suoi figliuoli muoiono dalla
fame. Dovunque vado voglio trovare del buon vino, e una donnetta che mi
tenga allegro.
Ma veniamo alla conclusione, signori miei. Voi desiderate che vi
racconti una novella? Ebbene, ora che ho mandato giù un bel bicchiere
di birra, di quella forte, spero di raccontarvi un fatto, per Dio, che
vi piacerà di certo. Appunto perchè io sono un uomo pieno di vizi,
voglio raccontarvi una storia molto morale, che di solito ficco in
tutte le mie prediche per fare più effetto. Ed ora state zitti, che
comincio.
Una volta c’era nelle Fiandre una combriccola di giovinastri i quali
passavano la vita in una continua baldoria, dandosi al gioco e alla
crapula, e frequentando il bordello e la taverna, dove stavano dalla
mattina alla sera a ballare al suono di arpe e di liuti, o a giocare ai
dadi, o a gozzovigliare e a bere senza vedere mai il fondo. E in questo
modo, abbandonati ad un turpe stravizio, sacrificavano maledettamente
al diavolo, nel tempio del diavolo, tirando dei moccoli così grossi ed
infernali che facevano paura. Straziavano, con le loro bestemmie, il
corpo del nostro Signore benedetto, come se non lo avessero straziato
abbastanza i giudei; e più uno le diceva grosse, più gli altri ridevano.
Ad un tratto venivano le ballerine, tutte ragazze ben fatte e dalla
vita snella, e insieme con esse entravano cantanti con le loro arpe,
ruffiane e venditori ambulanti di schiacciate. Tutta gente mandata dal
diavolo ad accendere il fuoco della lussuria e a soffiarvi dentro,
giacchè la lussuria è sempre compagna della crapula e del vino, come ci
insegna anche la sacra scrittura.
Basti l’esempio di Loth, il quale, ubriaco fradicio, giacque
inconsciamente con le due figliuole, commettendo un incesto.
Chiunque ha studiato bene la storia, sa che Erode, stando a banchetto,
pieno di vino fino agli occhi, ordinò prima di alzarsi da tavola, che
fosse ucciso Giovan Battista, il quale era innocentissimo.
Seneca ha ragione davvero quando dice che egli fra un uomo che ha
perduto il cervello ed uno che è ubriaco non vede altra differenza che
questa: che la pazzia, quando coglie un disgraziato, dura più a lungo
della ubriachezza[3].
O maledetta gola, tu fosti la prima causa della nostra rovina, tu
fosti l’origine della nostra dannazione, finchè Cristo ci riscattò col
suo sangue. Guardate un po’, per farla corta, come ci costò salata
la maledetta colpa di Adamo, per causa della quale tutto il mondo fu
corrotto.
Il padre nostro Adamo fu cacciato insieme con sua moglie dal paradiso,
e costretto a lavorare e a soffrire, proprio per la gola che lo vinse.
Perchè fino al giorno in cui restò digiuno, egli rimase in paradiso; e
ne fu cacciato, per andare in mezzo ai guai e alle pene, solo quando
assaggiò il frutto proibito di quel tale albero. O ingordigia, non
senza ragione gli uomini dovrebbero lamentarsi di te!
Se essi sapessero di quanti mali sono cagione l’intemperanza e la
crapula, a tavola misurerebbero un po’ più l’appetito. Ma purtroppo il
gozzo e il palato li spingono a girare da un capo all’altro del mondo,
per terra, per mare, per aria, in cerca di un boccone ghiotto e di
una bevanda squisita. E tu ne sai qualche cosa, o S. Paolo! Egli dice
infatti: «Dio distruggerà il cibo del ventre e il ventre del cibo.»
Ah! Fa proprio ribrezzo, in fede mia, il pensare che l’uomo beve, del
bianco e del rosso, fino al punto da fare della gola uno strumento
di turpe stravizio. Sentite che cosa dice l’Apostolo, piangendo:
«Passeggiano molti su questa terra, come vi dicevo (e parlandone, ora
mi viene da piangere), che sono nemici della croce di Cristo: fine
dei quali è la morte, e Dio il ventre[4]». O ventre, o pancia, tu sei
un fetido sacco pieno di sterco e di putridume. Da ogni tua parte non
si sprigiona che un rumore schifoso. Quanta fatica e quanto denaro ci
vuole per trovare il tuo fondo! Povero cuoco, quanto deve affaccendarsi
a pestare, spremere, tritare, per ridurre e trasformare la sostanza
che deve saziare il tuo ingordo appetito! A forza di colpi fa uscire
il midollo dai duri ossi (poichè il cuoco non butta via nulla), e con
quell’unto fa sì che il boccone sgusci dolcemente giù per la strozza.
E per stuzzicarti sempre più l’appetito, bisogna che cacci nella salsa
spezie, odori, e radici di ogni genere, che la rendono piccante. Ma chi
va in cerca di tante leccornie, è lo stesso che sia morto, poichè vive
nel vizio.
Il vino è un pericoloso eccitante, e l’ubriachezza è causa di molte
colpe e di molte sciagure. O briacone, la tua faccia è stravolta, il
tuo respiro è affannoso, sei un essere che fa schifo. Dal tuo naso,
rosso come un peperone, ronfa un suono che par tu voglia dire: Sansone,
Sansone. Mentre Dio sa se Sansone bevve mai una goccia di vino. Tu
traballi, e cadi per terra come un maiale ferito. Non hai più la
lingua per parlare, ed hai perduto il pudore, poichè l’ubriachezza è
la sepoltura dell’intelletto e dell’onestà. Chi si fa schiavo del vino
perde assolutamente il giudizio: perciò guardatevi tanto dal bianco
quanto dal rosso, e più di tutti da quello bianco di Lepe[5] che si
vende in Via del Pesce e in Chepe[6]. Perchè dovete sapere che la vite
che produce questa qualità di vino spagnuolo, striscia piano piano
accanto alle altre viti più vicine; e l’uva per causa di quel contatto
fa un vino così generoso, che sale subito alla testa. Immaginatevi che
bastano tre bicchieri, di quel vino, perchè un disgraziato il quale
crede di tornare a casa sua in Chepe, a forza di viaggiare colla testa
arrivi nella Spagna, e si trovi proprio nella città di Lepe invece che
a Rochelle o a Bordeaux. E intanto dagli, col naso, a ronfare: Sansone,
Sansone.
Ma, Signori, abbiate la compiacenza di ascoltarmi ancora un altro
poco. Tutti gli atti più belli e gloriosi di cui si legge nel vecchio
Testamento, come furono compiuti? Con l’aiuto di Dio onnipotente,
furono compiuti per mezzo dell’astinenza e della preghiera. Leggete la
Bibbia e ve lo imparerete.
Sapete voi come finì Attila il famoso conquistatore? Morì in modo
vergognoso e turpe, soffocato da un travaso di sangue mentre era
ubriaco. Un capitano, veramente, avrebbe dovuto essere più sobrio.
Guardate, soprattutto che cosa fu comandato a Lamuele[7]. Dico
Lamuele, state attenti, non Samuele. Leggete la Bibbia, e vi troverete
qualche cosa a proposito del dare a bere il vino ai giudici che devono
amministrare la giustizia[8]. Ma basta oramai di questo, perchè ne ho
parlato anche troppo.
Ora che vi ho detto dell’ingordigia, vi metterò in guardia contro
il giuoco. Il giuoco è il vero padre della menzogna e dell’inganno;
insegna il turpiloquio e a bestemmiare Cristo. Spinge all’omicidio,
e fa perdere denari e tempo: senza contare, poi, che l’essere tenuto
per un volgare giocatore è cosa riprovevole e disonorante. E quanto
più uno è di elevata condizione, tanto più sciagurato diventa agli
occhi di tutti. Un principe il quale ha il vizio del giuoco, perde,
nell’opinione pubblica, il suo prestigio di regnante e di uomo politico.
Stilbone[9] il quale era una persona savia, mandato da Sparta,
con onorevole incarico, ambasciatore a Corinto per trattare la
pace, avendo trovato tutti i primi cittadini della città intenti a
giocare turpemente, se ne ritornò subito a Sparta, e disse ai suoi
concittadini: «Io non voglio macchiare il mio nome col disonore di
farvi stringere alleanza con un popolo di volgari giocatori. Non sarà
mai detto che voi, i quali avete un nome così glorioso e rispettato,
per mia volontà e per opera mia siate alleati di una gente dedita al
giuoco». Queste furono le parole di quel saggio filosofo.
Ricordatevi anche del re dei Parti, il quale, come racconta la storia,
sapendo che il re Demetrio aveva avuto la passione del giuoco, gli
mandò, per ischerno, in regalo un paio di dadi d’oro, mostrando di
non fare alcun conto della gloria e del nome di lui. Le persone che
stanno in alto dovrebbero trovare qualche modo più onesto di passare la
giornata.
Ora vi dirò due parole di ciò che dicono i libri a proposito della
bestemmia e dello spergiuro. La bestemmia è una cosa abbominevole, ma
il falso giuramento è ancora peggio. Dio proibì assolutamente ogni
spergiuro, e n’è testimone S. Matteo; ma in modo speciale ne parla
Geremia, il quale dice: «Giura il vero, e non giurar mai il falso. Non
giurare a caso, ma sempre pensatamente, poichè giurare per cosa da
nulla è peccato».
Non dimenticate i sacri comandamenti di Dio nella prima comunione, e
troverete, appunto, che il secondo è questo. «Non pronunziate il mio
nome in vano». Vedete, egli proibisce più severamente tali spergiuri,
dell’omicidio stesso e di tante altre colpe. E che questo sia proprio
il secondo dei comandamenti di Dio, se ne può persuadere chiunque
conosce gli altri. Vi dico poi, chiaro e tondo, che la vendetta
del cielo colpisce, prima e poi, la casa di chi offende Dio le sue
bestemmie. Eccoli i frutti del giuoco: «Pel sacro cuore di Dio, pei
chiodi coi quali fu crocifisso, pel sangue di Cristo in Hailes[10],
io ho fatto sette e tu cinque e tre. Se giuochi da imbroglione ti
spacco il cuore con una pugnalata!» Questo è il frutto di chi passa
la giornata con quei due pezzacci di osso: bestemmie, ira, menzogna,
omicidio.
Dunque per amore di Cristo che morì per noi sulla croce, guardatevi
tutti, grandi e piccoli, dalla bestemmia. Ma signori, è tempo ormai che
io riprenda la mia novella.
Quei tre scapestrati, dei quali vi parlavo, un giorno, prima assai che
le campane annunziassero l’alba, se ne stavano a bere in una taverna:
quando ad un tratto, mentre erano seduti a tavola, sentirono un
campanello nella strada, il quale annunziava il passaggio di un morto
che veniva portato al cimitero. Uno di loro, allora disse al garzone:
«Presto, va’ a domandare chi è il morto che passa. Sappici dire, per
bene, il suo nome».
«Signore, rispose il ragazzo, non c’è bisogno che io vada a
domandarlo: me l’hanno detto due ore prima che voi tre veniste qua.
Il morto, per Dio, era un vostro antico compagno. È stato ucciso
improvvisamente stanotte. Il disgraziato se ne stava seduto, mezzo
ubriaco, su di una panca, quando un ladro, chiamato per soprannome
“Morte” il quale uccide chiunque gli capita fra le mani, gli è saltato
addosso all’improvviso con la sua lancia, e dopo avergli fatto il cuore
in due pezzi, se ne è andato zitto e cheto. Quest’uomo tremendo ha
ucciso, qui in paese, un centinaio di persone: credete pure, signor
mio, che bisogna stare bene attenti di non capitargli davanti senza
saperlo. State in guardia, che non l’aveste ad incontrare. Così,
almeno, mi è stato detto dalla mia padrona».
«Per Maria santissima, soggiunse il padrone della taverna, il ragazzo
non dice bugie: quest’anno, in un grosso villaggio a più di un miglio
di qui, costui ha ucciso moglie, marito, il bambino, il servitore e il
garzone. Credo che di casa stia laggiù. È prudenza stare in guardia e
prevenirlo prima che ci abbia a fare qualche brutto scherzo.»
«Per le braccia di Dio, disse allora il giovinastro accattabrighe,
ma è proprio un pericolo così grande incontrarsi con costui? Ebbene,
io non ho paura, e lo anderò a cercare per la campagna, per la città,
dovunque egli sia. Lo giuro sulle sacre ossa di Dio. Sentite, amici,
soggiunse ai suoi compagni, noi tre siamo stati sempre d’accordo;
diamoci ora la mano, e mettiamoci, da buoni fratelli, all’opera:
vedrete che non tarderemo ad uccidere questo vigliacco che si fa
chiamare “la Morte.” Sull’onore di Dio, lui che ha ucciso tanta gente,
prima di notte cadrà morto.»
Dopo aver giurato, tutti e tre, di aiutarsi come fratelli e di non
separarsi mai, vivi o morti, si alzarono per andarsene. E briachi e
furibondi si avviarono verso il villaggio, del quale, poco prima, aveva
parlato il padrone della bettola; e per via non fecero che lacerare il
povero corpo di Cristo con orribili bestemmie. «Se possiamo agguantarlo
non ci scapperà vivo dalle mani.»
Avevano fatto quasi mezzo miglio di strada, quando, mentre stavano
per passare una siepe, s’imbatterono in un povero vecchio, il quale
salutandoli garbatamente disse: «Dio vi accompagni, signori.»
Il più prepotente di quei tre soggettacci rispose: «Che? Brutto
straccione, perchè sei tutto imbacuccato a cotesto modo, che ti si vede
appena il viso? Com’è che non ti vergogni a vivere ancora, così vecchio
come sei?»
«Egli è, rispose il vecchio guardandolo in faccia, che per quanto abbia
girato tutto il mondo, perfino l’India, non posso trovare un cane, in
nessun villaggio, il quale voglia cambiare la sua gioventù con la mia
vecchiaia. E devo tenermela fin che piacerà a Dio, e finchè la Morte,
ahimè, non mi venga a prendere! Così povero disgraziato, me ne vo
girando pel mondo, e mattina e sera batto col mio bastone la terra, che
è la porta la quale chiude mia madre, e dico:
--Madre mia, aprimi. Non vedi che ogni giorno mi consumo sempre di più
e la carne se ne va col sangue e con la pelle? Ahimè, quando avranno
pace le mie ossa? Madre mia, quanto volentieri cambierei con te la
cassetta dei miei risparmi, così a lungo custodita nella mia camera,
per quel panno che ti avvolge sotterra!--Ma lei non mi vuol far questa
grazia, e la mia faccia si fa sempre più pallida e smunta.
Ma a voi, signori, non fa onore offendere in questo modo un povero
vecchio, il quale non vi ha offeso nè con parole nè con atti.
Ricordatevi di quello che dice la bibbia: “Davanti a un vecchio canuto
alzatevi in piedi.” Perciò io vi consiglio a non voler fare del male a
un povero vecchio quale sono io, come voi non vorreste fosse fatto a
voi un giorno, se vi sarà dato di campare tanto.»
«No, vecchio straccione, rispose tosto l’altro giocatore; non sarà
detto che tu la passi così liscia per S. Giovanni. Dianzi tu parlavi di
quel vile traditore soprannominato “la Morte” che uccide in paese tutti
gli amici nostri: ci scommetto che tu sei una sua spia. Di’ dunque,
dove si trova, o per Dio e pel santissimo Sacramento tu ce la pagherai.
Poichè certo tu sei d’accordo con lui, traditore ladro, nel dare la
caccia a noi per ucciderci.»
«Se non desiderate che questo, signori miei, cioè di trovare “la
Morte” rispose il vecchio, vi contento subito. Voltate per questa
strada: l’uomo che voi cercate io l’ho lasciato, in fede mia, in quel
bosco laggiù sotto un albero. Andate che ve lo troverete, e vedrete che
non avrà paura di voi. Vedete quella quercia? È proprio là. Andate,
e Dio il quale ci ha redenti dai nostri peccati, vi accompagni e vi
faccia migliori.» Così disse il vecchio.
E tutti e tre quei manigoldi si misero a correre finchè giunsero alla
quercia, ai piedi della quale trovarono circa otto staia di fiorini
d’oro coniati splendidamente. Allora non si curarono più di andare in
cerca di “Morte”; ma fu tale la loro gioia nel vedere tutte quelle
belle monete luccicanti, che restarono atterriti davanti al prezioso
tesoro. Il primo a parlare fu il più malvagio.
«Fratelli, disse, sentite quello che vi dico. È vero che mi piace
scherzare e fare il chiasso, ma in fondo un po’ di testa ce l’ho
anch’io. Con questo tesoro che ci ha dato la fortuna noi ce la potremo
passare allegramente per tutta la vita, spendendo senza risparmio
giacchè a noi questo danaro non ci costa nulla. Stamattina, per Iddio
immortale, chi di noi avrebbe pensato a tanta fortuna? Per potercelo
godere in pace, tutto quest’oro, bisognerebbe portarlo via di quì, in
casa mia o in casa vostra, giacchè è nostro: ma come si fa a portarlo
via di giorno? Se ci vedessero ci prenderebbero per ladri, e anche di
quelli grossi, e il nostro tesoro finirebbe per mandarci alla forca.
Però bisogna portarlo via di notte e con la più grande accortezza e
precauzione. Io proporrei, quindi, che si tirasse alla paglia più
corta,[11] per vedere chi di noi debba andare in fretta in città a
comprare (senza dar nell’occhio alla gente) del pane e del vino per
tutti. Gli altri due intanto resteranno a guardia del tesoro, e se
colui che va in città si sbrigherà presto, giunta la sera porteremo
via il tesoro, e lo nasconderemo, d’amore e d’accordo, dove crederemo
meglio».
Così dicendo strinse egli stesso nel pugno tre fili di paglia, e fece
tirare agli altri due per vedere su chi cadeva la sorte. Toccò al più
piccolo, il quale andò subito in città. Appena si fu allontanato un
poco, uno degli altri due rimasti a guardia del tesoro disse: «Senti,
tu hai giurato di essermi fratello, perciò io ti voglio fare una
proposta che sarà utile anche a te. Il nostro compagno se n’è andato, e
ci ha lasciati qui con tutto quest’oro, che dovrebbe essere diviso in
tre parti: se io avessi trovato il modo di dividerlo, invece, fra noi
due soli, non ti pare che ti avrei reso un servizio proprio da amico?».
L’altro rispose: «Io non vedo come tu possa far questo. Poichè egli
sa bene che l’oro l’abbiamo in consegna noi: quindi che cosa potremo
fare? Come ce la caveremo?» «Mi posso fidare, soggiunse allora il primo
malandrino? Se me lo prometti, ti dirò in poche parole quello che
dovremo fare e che condurremo, senza dubbio, a buon fine». «Ti giuro
sulla mia parola, rispose l’altro, che io non ti tradirò mai davvero».
«Or bene, riprese il primo, noi siamo in due: due hanno più forza di
uno solo. Tu dunque sta attento appena egli si sarà messo a sedere
in terra per mangiare: allora alzati in piedi, e vagli addosso come
per fare uno scherzo, ch’io intanto lo colpirò con la mia spada ai
fianchi. Tu poi, fingendo sempre di scherzare, tienlo fermo a terra, e
cerca di colpirlo anche tu con la spada, e vedrai, mio caro amico, che
tutto quest’oro ce lo divideremo fra noi due. Allora sì che potremo
godercela davvero, e levarci la voglia di giuocare ai dadi.» Così i due
1
2
3
4
5
6
7
8
9
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11
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