Il Castellano e madonna Ermenegilda, sua moglie, erano pagani, e tutto il paese era pagano; ma Ermenegilda voleva bene a Costanza come alla sua vita. Costanza intanto durante il suo soggiorno in questo luogo, con amare lagrime pregava sempre il Signore, finchè Gesù convertì la moglie del Castellano. In tutta quella terra nessun cristiano aveva osato mai mettere piede; i cristiani erano stati cacciati di là dai pagani, che conquistarono tutto il Nord per mare e per terra. I cristiani fuggirono tutti a Wales, rimanendo in quest’isola, dove per qualche tempo trovarono un sicuro asilo. Ma ancora i Brettoni cristiani non erano stati espulsi così radicalmente, che non si trovasse qualcuno il quale in cuor suo venerasse Cristo, ingannando la gente pagana. E proprio vicino al castello ve ne erano tre, uno dei quali era cieco, e non vedeva altro che con gli occhi della mente, i soli occhi che restano ai ciechi per vedere. Il sole risplendeva come in un giorno d’estate. Il Castellano e sua moglie insieme con Costanza, presero la via dritta al mare, per circa un quarto di miglio, girando per diporto qua e là, quando per caso incontrarono quel povero cristiano cieco, e curvo dagli anni. «Nel nome di Cristo (disse il vecchio Brettone), madonna Ermenegilda, fate ch’io riacquisti la vista.» La moglie del Castellano si spaventò a queste parole, per timore che il marito, sentendo che si era fatta cristiana, volesse ucciderla. Allora Costanza le fece coraggio, e le ordinò di fare la volontà di Cristo, come figlia della santa chiesa. Il Castellano non raccapezzando che cosa succedesse in quel momento domandò: «Ma come va questa faccenda?» E Costanza rispose: «Signore, è la potenza di Cristo, che salva gli uomini dalle insidie del demonio!». E preso a recitare il nostro credo, prima che fosse sera ebbe convertito anche il Castellano, il quale cominciò a credere in Cristo. Costui non era però il signore di questo luogo, dove aveva trovato Costanza; ma lo governava semplicemente, da molti anni, sotto il regno di Alla, re di Northumberland, uomo molto savio e dabbene come sentirete, e potente nemico degli Scozzesi. Ma ritorniamo al nostro racconto. Satana che sta sempre pronto per ingannarci, vide tutta la perfezione di Costanza, e cercò subito il modo di farle scontare l’opera buona da lei compiuta. E fece sì che un giovine cavaliere che abitava in quella città, si innamorò di lei così sensualmente, che egli sentiva che sarebbe morto se non riuscisse a sfogare le sue sozze voglie. Egli dunque le si mise intorno, ma non riuscì a nulla, perchè Costanza non volle peccare a nessun costo: allora, indispettito, pensò, per vendicarsi, di farla morire vergognosamente. Aspettò infatti che il Castellano fosse fuori del paese, e di nascosto, una notte, entrò nella camera dove dormivano Ermenegilda e Costanza. Stanca per aver a lungo vegliato nelle sue orazioni, Costanza riposava tranquillamente, ed Ermenegilda lo stesso. Il cavaliere allora, tentato da Satana, si avvicinò piano piano al letto, e in un momento tagliò la gola ad Ermenegilda; e lasciato il coltello insanguinato vicino a Costanza, fuggì via, che Dio gli dia del male! Poco dopo ritornò il Castellano insieme con Alla re di questa terra, e trovata sua moglie così barbaramente uccisa, cominciò a piangere e a torcersi le mani dalla disperazione. Quando ad un tratto, ahimè, vide vicino a Costanza il coltello sanguinoso! Che cosa poteva dire la disgraziata? Dal gran dolore svenne. Il triste fatto fu subito riferito ad Alla. Il quale udito quando e come la povera Costanza era stata trovata nel bastimento, ebbe un senso di compassione, per una creatura così buona, caduta in tanto dolore e tanta sventura. Poichè quell’innocente andò davanti al re, come l’agnello che è condotto alla morte. Il cavaliere mentitore che aveva commesso il delitto l’accusava dicendo che lei sola, manifestamente, aveva assassinato Ermenegilda! Ma nonostante, sorse un grande mormorio fra il popolo, e tutti dicevano che non potevano immaginarsi come Costanza avesse potuto commettere una sì grande malvagità. Poichè l’avevano sempre veduta virtuosa, e affezionata a Ermenegilda quanto alla propria vita: e di ciò tutti facevano testimonianza, eccetto colui che aveva ucciso Ermenegilda col suo coltello. Questo gentile re tenne molto conto di queste deposizioni, e pensò di studiare a fondo la cosa, per riuscire a scoprire la verità. Ahi! povera Costanza, tu non hai un campione, e non puoi combattere da te! Ma Colui che morì per la nostra redenzione, e vinse Satana, Colui che porta pace dovunque con la sua presenza, sia oggi il tuo forte campione. Poichè se Cristo non fa, per te, un miracolo, tu, senza colpa alcuna, sarai tosto uccisa. Essa dunque si gettò in ginocchio e disse: «O Dio immortale che salvasti Susanna dalla calunnia, o pietosissima vergine Maria, figlia di S. Anna, tu il cui figlio è salutato dall’Osanna degli angeli: se io sono innocente soccorretemi, o io morrò.» Avete mai veduto, in mezzo ad una folla di gente, un uomo condotto al supplizio, senza speranza di grazia? È così pallido, che chiunque, appena lo vede, capisce anche fra mille persone, che quello è il condannato a morte. Tale era appunto l’aspetto di Costanza, mentre smarrita si guardava attorno. O regine che vivete beatamente nella vostra reggia, o duchesse e voi altre tutte, nobili dame, abbiate pietà della sventurata Costanza: la figlia di un imperatore si trova in tal modo abbandonata, senza che ci sia un’anima pietosa, alla quale possa chiedere aiuto. Ahi, tu figlia di sangue reale, in mezzo a tanto spavento e a tanto pericolo, non hai vicino un solo amico! Il re Alla sentiva tanta compassione (giacchè un cuore gentile è sempre pietoso), che piangeva dirottamente. «Or via, disse ad un tratto, andate in cerca di una bibbia, e se questo cavaliere giurerà che fu proprio costei che uccise la donna, allora decideremo in qual modo dovremo fare giustizia.» Fu portata una bibbia che conteneva gli Evangeli scritti in lingua brettone, ed il cavaliere giurò sul sacro libro che Costanza era rea. Ma improvvisamente una mano misteriosa lo colpì fra il capo e il collo con tanta forza, ch’egli cadde a terra come una pietra, e gli occhi gli schizzarono via dalla testa in presenza di tutti quelli che erano lì. Nello stesso tempo si senti una voce che disse: «Tu hai calunniato davanti a Dio la innocente figlia della santa Chiesa. Tanto hai osato: non dico altro.» La folla rimase stupefatta di questo miracolo, e tutti, fatta eccezione di Costanza, rimasero come sbalorditi per paura della vendetta divina. Grande fu il timore e il pentimento di quanti avevano indegnamente sospettato della povera, innocente Costanza. E finì che dopo questo miracolo, e per opera di Costanza, il re e molti altri del paese (la bontà di Cristo sia lodata!) si convertirono subito al Cristianesimo. Il cavaliere spergiuro giudicato lì per lì da Alla, fu ucciso per la sua indegna falsità. Costanza, tuttavia, sentì molta compassione della sua morte. Dopo questo miracolo Gesù, colla sua bontà, fece sì che il re Alla sposasse solennemente questa santa donna, così buona e bella, la quale per opera di Cristo divenne una regina. Chi non gioì di questo avventurato matrimonio? Donegilda la madre del re, lei sola che era trista e malvagia. Il pensiero di quanto era avvenuto, spezzò il cuore maledetto di quella cattiva donna, la quale non voleva che il figlio, a suo dispetto, avesse preso per moglie una straniera che nessuno conosceva. Ed ora, siccome non mi piace farla tanto lunga, vi risparmio la descrizione delle feste. Perchè dovrei stare a raccontarvi lo splendore con cui furono celebrate le nozze, e dirvi, per esempio, chi giunse primo nelle corse che ebbero luogo, e magari chi suonava la tromba e chi il corno? Tanto, si sa, le novelle finiscono sempre ad un modo: tutti mangiarono e bevvero allegramente, ballarono, cantarono, si divertirono, e gli sposi finalmente se ne andarono a letto. E infatti anche i nostri sposi ci andarono, e ne avevano, d’altronde, tutto il diritto. È vero che il candore di una sposa è una cosa santa: ma, come si fa? Vien la notte in cui essa deve piegare la testa davanti a certe piccole necessità, che piacciono a chi le ha dato l’anello di sposa; e allora non c’è rimedio: per un poco bisogna mettere da una parte la santità. Dopo qualche tempo Costanza rimase incinta, e Alla, dovendo andare a combattere contro la Scozia, affidò la moglie al suo Castellano e alle cure di un vescovo. La bella Costanza, la moglie umile ed affabile del re, andò innanzi con la sua gravidanza, finchè un giorno, aspettando il volere di Cristo, si mise in letto coi dolori. Venne il momento, ed essa partorì un maschio che fu battezzato col nome di Maurizio. Il Castellano mandò subito un messaggio, e scrisse al re Alla, dandogli la fausta novella insieme ad altre notizie. Il messo prende la lettera, e se ne va per la sua strada. E con la speranza di guadagnare qualche cosa, va in fretta e in furia dalla madre del re, e dopo averla salutata cortesemente, le dice: «Signora, potete bene essere felice e contenta, e ringraziare mille e mille volte Dio: la regina ha partorito un maschio, che senza dubbio sarà la gioia e la benedizione di tutto il regno.» Ho qui la lettera sigillata che devo portare al re al più presto possibile: se desiderate qualche cosa per vostro figlio, io sono a vostra disposizione giorno e notte.» Donegilda rispose: «Per ora non ho bisogno di nulla: voglio solo, che tu passi qui la notte per riposare. Se avrò da darti qualche ordine, te lo darò domani.» Il servo prima di andare a letto si bevve birra e vino senza discrezione, e mentre dormiva, briaco, gli fu rubata la lettera dalla tasca. Fu astutamente scritta un’altra lettera, imitando il carattere del Castellano, la quale dava al re una notizia ben diversa, come sentirete. Questa lettera diceva dunque: «che la regina si era sgravata di una creatura così orribile e mostruosa che nessuno nel castello aveva il coraggio di guardarla solo per un momento. La madre che l’aveva partorita doveva essere certo una strega capitata là per qualche incantesimo o per qualche stregoneria, e nessuno la poteva soffrire.» Il re provò un grande dolore, quando lesse questa lettera, ma non manifestò a nessuno la ragione del suo grave dispiacere, e rispose di proprio pugno: «Sia ben venuto per sempre ciò che Cristo ha mandato a me che professo ormai la sua dottrina. Signore, sia ben venuto il tuo volere, e ciò che a te piace: io sottopongo ai tuoi ordini ogni mio desiderio. Abbiate cura di questo fanciullo, bello o brutto che sia, ed anche di mia moglie finchè io ritorni; Cristo, ove gli piaccia, potrà mandarmi un erede che mi sia più caro di questo.» Egli suggellò la lettera, piangendo di nascosto, e la fece consegnare subito al messo il quale, senz’altro, se ne tornò via. O messaggio briacone, il tuo respiro è affannoso, le gambe non ti reggono più e tu tradirai ogni segreto. La mente è svanita, tu balbetti come una gazza, il tuo viso ha cambiato colore. Quando c’è l’ubriachezza, non ci sono più segreti davvero. O Donegilda, l’inglese nel quale io parlo non può descrivere la tua cattiveria e la tua tirannia: e perciò ti abbandono al tuo demonio, il quale penserà lui a far conoscere il tuo infame tradimento. E tu sei un essere umano? No, affè di Dio, io mento: tu sei uno spirito diabolico, io oso dire che sebbene tu cammini in questo mondo, l’anima tua è giù nell’inferno. Il messaggio, dunque, si congeda dal re, e si ferma, anche al ritorno, alla corte della madre di lui, la quale ne fu molto contenta, e cercava soddisfarlo in tutto quel che poteva. Egli bevve, e si rimpinzò bene la pancia, e quindi cominciò a dormire e a russare, da pari suo, tutta la notte, fino a che si levò il sole. Anche questa volta gli fu rubata la lettera del re, che fu sostituita da una contraffatta, nella quale il re domandava al Castellano, sotto la pena di impiccarlo per punizione, che non permettesse a Costanza di rimanere nel suo regno più di tre giorni e la quarta parte di una marea. Aggiungeva che la mettesse, col bambino e con tutta la sua roba, nello stesso bastimento in cui era stata trovata, e la spingesse lungi da terra, ordinandole di non farsi più vedere.--O mia Costanza, ben doveva l’animo tuo sentir paura e soffrire sognando, allorchè Donegilda macchinò quest’infamia. Il messaggio la mattina svegliatosi prese la via pel castello, e portò la lettera al Castellano, il quale quando la lesse non potè fare a meno di dire: «Ahimè, ahimè! Cristo Signor nostro, come può durare questo mondo con gente così piena di malvagità? Dio possente, se questo è il tuo volere, poichè tu sei giudice infallibile, come puoi tu permettere che muoia l’innocenza, e la gente malvagia regni in prosperità?--O buona Costanza, ahimè, povero me, io debbo essere il tuo carnefice, o morire di una vergognosa morte, senza scampo.» Tutti, giovani e vecchi, quando seppero che il re aveva mandato quella maledetta lettera, si misero a piangere: Costanza con la faccia pallida come quella di un morto, il quarto giorno si avviò verso il bastimento. E nonostante il suo dolore sopportò di buon animo il volere di Cristo, e inginocchiatasi sulla spiaggia, disse: «Signore, sia sempre ben venuto ciò che tu mi mandi. Colui che mi salvò dalla falsa accusa mentre ero qui fra voi in questa terra, mi può proteggere dal male e dalla vergogna in mezzo al mare salato, sebbene a me non sia dato ora di vedere come potrà salvarmi. Ma Egli è ancora potente come è stato sempre, ed io ho fede in Lui e nella sua cara Madre. Egli è la mia vela e il mio timone.» Il bambino le piangeva fra le braccia; allora lei inginocchiatasi, amorosamente gli disse: «Taci, figliolino mio, io non ti farò alcun male.» Indi si levò di testa il fazzoletto, e con quello gli coprì il viso, e cominciò a cullarlo tra le braccia, in fretta, levando gli occhi al cielo. Poi disse: «Madre, vergine santa Maria, per colpa purtroppo della donna, il genere umano fu perduto e condannato a morte, e per questo il figlio tuo fu messo in croce. Gli occhi tuoi benedetti videro tutto il suo tormento: perciò non c’è paragone fra il tuo dolore e quello che qualunque donna può sopportare. Tu ti vedesti uccidere il figlio davanti gli occhi: invece il figlio mio, il mio bambino, se Dio vuole, è ancora vivo: dunque, Vergine santa, a cui si raccomandano tutti gli addolorati, tu gloria di tutte le donne, tu Vergine bella, tu cielo di rifugio, tu splendida stella del giorno, abbi compassione del mio bambino, tu che col tuo cuore gentile senti pietà di ogni sofferente.» Poi soggiungeva: «Povero bambino, ahimè! che cosa hai tu fatto, tu che fino ad ora, affè di Dio, non commettesti alcun peccato! Perchè il crudele tuo padre ti vuole morto? Oh, abbiate compassione, caro Castellano: lasciate che il mio bambino resti con voi; e se non osate salvarlo, almeno baciatelo una volta in nome di suo padre.» E volgendo lo sguardo alla città disse: «Addio marito spietato!» Quindi si alzò, e camminò lungo la riva verso la nave, dove l’accompagnò tutta la folla. E sempre cercava di quetare il bambino, poi salutò tutti, e col pensiero di una santa benedì tutti e salì nella nave. La nave fu caricata di viveri abbondantemente, e in modo che durassero per lungo spazio: ed altre cose necessarie di cui aveva bisogno le furono questa volta concesse, per favore di Dio. Infatti Dio onnipotente le mandò un aiuto e un tempo favorevole. Non posso dirvi se il vento la riconduceva a casa: ma il fatto è che la nave filava dritta a vele gonfie nel mare. Subito dopo questo fatto, il re Alla ritorna al Castello, e domanda della moglie e del figlio. Il Castellano si sentì ghiacciare il sangue; e tosto raccontò tutto quello che era successo (voi lo sapete senza ch’io lo ripeta), e mostrò al re il suo sigillo e la sua lettera. «Sire, egli disse, io ho fatto senza dubbio quello che voi mi comandaste di fare sotto pena di morte.» Allora fu messo alla tortura il messaggio, e costretto a confessare, e a dire recisamente e senza bugie, dove si era fermato a dormire notte per notte. Così a forza di indagini e accurate ricerche, si potè raccapezzare chi era stato la causa di tanto male. Fu riconosciuta non so in qual modo la mano che aveva scritta la lettera, e tutto il veleno di questa opera infame. La fine però fu questa: il re Alla uccise sua madre, perchè aveva tradito la sua fede; così Donegilda andò a finire male come si meritava. Il dolore al quale Alla si abbandonava notte e giorno, per la moglie e pel figlio suo, nessuna lingua può ridirlo. Ma ritorniamo a Costanza, che errò pel mare afflitta e addolorata, per cinque anni e più, come piacque a Cristo, prima di toccare terra. Finalmente il mare la gettò insieme col figlio suo ai piedi di un castello pagano, di cui non ricordo il nome. Dio potente, che salvò tutto il genere umano, non li abbandoni ora che sono andati a cadere in mano dei pagani e stanno per lasciarci la vita. Giù dal castello vengono molte persone a vedere il bastimento e Costanza: e poco dopo, una notte, scese giù anche il maggiordomo del padrone (Dio gli dia male), un ladrone che aveva rinnegato la nostra fede, il quale, entrato solo nella nave, disse a Costanza che voleva, ad ogni costo, essere il suo amante. Così la povera donna cominciò da capo col dolore: il bambino suo piangeva, ed anche lei piangeva in modo da fare pietà. Maria benedetta allora le corse in aiuto, e per opera del suo forte volere e della sua potenza, il ladrone cadde improvvisamente dalla nave, ed affogò, per vendetta del cielo. In tal modo Cristo mantenne Costanza immacolata. O sozzo desiderio della lussuria, ecco quale è la tua fine: tu non solo consumi la mente dell’uomo, ma ne distruggi anche il corpo. L’ effetto dell’opera tua, o per meglio dire, della tua cieca libidine, è triste: quanti uomini non per altra ragione che per essere caduti in questo peccato sono stati uccisi, od hanno fatto una brutta fine! Questa povera donna, debole com’era, come poteva avere la forza di difendersi da se sola contro quel rinnegato?--O Golia, gigante smisurato, come potè annientarti Davide? Come potè egli, così giovane e senza armi, avere solamente coraggio di guardarti in faccia?--– Ognuno capisce bene che fu per grazia di Dio. Chi dette a Giuditta il coraggio e l’ardire di uccidere Oloferne nella sua tenda, salvando dalla sventura il popolo di Dio? Io dico che, come Dio mandò loro forza e coraggio salvandoli dal male, così mandò forza e coraggio a Costanza. Il suo bastimento, dunque, spinto dalle onde, si rimise in cammino, e uscì per lo stretto di Gibilterra e per Ceuta, andando sempre senza direzione ora ad Occidente ora a Nord e a Sud, e ora ad Oriente, per molti lunghi giorni, finchè la madre di Cristo (che sia sempre benedetta) pensò colla sua infinita bontà, di mettere un fine alle pene di Costanza. Ma lasciamo andare per un poco Costanza, e torniamo all’Imperatore di Roma, il quale apprese, per mezzo di lettere dalla Siria, la strage del popolo cristiano, e l’obbrobrio fatto a sua figlia da una vile traditrice, voglio dire la maledetta infame Sultana, che alla festa aveva fatto uccidere tutti i cristiani fino ad uno. Per questo fatto, dunque, l’Imperatore mandò subito uno dei suoi senatori con un seguito regale, e molti altri signori (Dio sa quanti) in Siria, a fare vendetta: e costoro infatti bruciarono, uccisero, e torturarono per quindici giorni di seguito il popolo di Siria e quindi, per non farla tanto lunga, si prepararono a tornare a Roma. Mentre il senatore, ritornava vittorioso a Roma, veleggiando con gran pompa, s’imbattè nella nave, che scorreva pel mare, come già sapete, e nella quale stava tutta afflitta la povera Costanza. Egli ignorava chi essa fosse, e per quale ragione si trovasse in quello stato. E Costanza non volle dire nulla, a costo di morire. Egli però la portò a Roma, e la consegnò col piccolo bambino alla moglie, con la quale ella visse per qualche tempo. In questo modo nostra Signora la Madonna, levò di mezzo ai dolori la povera Costanza; e, come lei, può liberarne molte altre ancora. Per molto tempo dunque ella rimase in quel luogo, sempre dedicata alle opere pietose, come era suo piacere. La moglie del senatore era zia di Costanza, ma non per questo la riconobbe. Io non voglio andare ancora molto per le lunghe, e ritornerò senz’altro al re Alla, del quale ho parlato molto prima, che ancora piange e si dispera per la moglie; lasciamo dunque Costanza sotto la protezione del senatore. Il re Alla, che aveva ucciso la madre, fu preso un giorno da tale pentimento, che sentì il bisogno di andare a Roma per fare penitenza, umiliandosi al papa e pregando ardentemente Gesù Cristo di perdonargli il turpe misfatto. Intanto corse la voce per tutta la città che Alla sarebbe venuto a Roma in pellegrinaggio; e la notizia si sparse per mezzo della sua gente che lo precedette per procurargli l’alloggio. Il senatore, saputo di questo arrivo, gli andò incontro a cavallo, come era uso, insieme con molti della corte, per mostrargli la sua alta stima, e per il rispetto dovuto ad un re. Egli accolse con molta festa il re Alla, che se ne mostrò lietissimo, e tutti fecero a gara per onorarlo. Ora accadde, dopo qualche giorno, che il senatore andò, insieme col figlio di Costanza, ad una festa data al re Alla. Alcuni dicono, che egli portasse con sè alla festa il bambino per preghiera di Costanza; io non posso accertare ogni particolare, ma, comunque sia, il fatto è che il bambino vi si trovò e che, sempre per desiderio di sua madre, durante il pranzo sedeva di fronte al re. Il re Alla guardava con grande ammirazione il figliuolo di Costanza, e disse ad un tratto al senatore: «Di chi è quel bel bambino lì seduto?» «Io non lo so davvero per Dio e per S. Giovanni; ha la madre, ma non ha padre ch’io sappia.» E in poche parole raccontò ad Alla tutta la storia del fanciullo. «Dio sa, soggiunse il senatore, se io ho mai veduto in tutta la mia vita una creatura virtuosa come quella, o se ho mai sentito parlare in questo mondo di altre donne, ragazze, maritate o vedove, che avessero tanta virtù. Io sono sicuro che essa preferirebbe una coltellata nel petto, prima di venir meno all’onestà, al quale passo nessuno potrebbe indurla, a nessun costo.» Il fanciullo somigliava alla madre quanto è possibile ad un figlio somigliarla: cosicchè il re Alla guardandolo rivedeva nella sua mente la sua Costanza, e con grande tristezza pensava se per avventura la madre del bambino non fosse la moglie sua. E di nascosto sospirando, ad un tratto si alzò da tavola per dare libero sfogo al suo dolore. «Per bacco, egli pensava, mi viene in mente una cosa: è vero che io dovrei con ragione pensare che mia moglie fosse morta nelle acque del mare: ma chi sa che Cristo non l’abbia condotta qui, come prima, abbandonata in mezzo al mare, la condusse nel mio paese?» La sera, dopo pranzo, Alla se ne andò a trovare il senatore, per esaminare un po’ meglio il suo caso meraviglioso. Questi, per fare onore ad Alla, dette una gran festa, e subito mandò a chiamare Costanza: ma ognuno capisce che la disgraziata non aveva certo voglia di ballare. E quando sentì che la volevano ad una festa, non ebbe più la forza di reggersi in piedi. Alla appena la vide la salutò cortesemente, e non potè trattenere le lacrime dalla commozione, poichè al primo sguardo che gittò su di lei la riconobbe subito. Costanza, riconosciutolo, rimase muta come un albero, tanto il cuor suo fu sopraffatto dal dolore al pensiero della crudeltà con cui egli l’aveva trattata. Due volte svenne davanti a lui che piangeva e cercava di giustificarsi dicendo: «Dio e tutti i santi del cielo abbiano pietà dell’anima mia, se è vero che io sono innocente, del male che tu soffristi, come Maurizio, il figliolino mio, che tanto ti somiglia. Se non è vero, il diavolo mi porti via subito di qui.» Lungo fu il singhiozzare, e amaramente soffrirono tutti e due, prima che il loro cuore addolorato si calmasse. I loro lamenti e i loro pianti facevano pietà. Vi prego quindi di dispensarmi dal racconto di questa scena dolorosa, poichè per oggi io sono ormai stanco di cose tristi. Finalmente riconosciutasi la verità e l’innocenza di Alla, moglie e marito si baciarono almeno un centinaio di volte, e tutti e due furono così felici, che la loro felicità è paragonabile solo alla gioia eterna del paradiso, che fino ad ora nessuno ha visto e goduto in questo mondo. Costanza poi pregò il marito, in ricompensa della gran pena che le aveva innocentemente cagionato, a voler domandare, come speciale grazia, all’Imperatore che volesse degnarsi di desinare un giorno con loro; e lo pregò anche di non dirgli nulla di lei. Alcuni dicono, che l’invito lo portasse al babbo di Costanza lo stesso Maurizio: ma io credo che Alla non fosse così sciocco da mandare un bambino ad un personaggio così grande, come colui che era il fiore dei cristiani. Però è più probabile che Alla vi andasse da sè. L’Imperatore promise, gentilmente, di fare quanto il re Alla desiderava: ed io penso che egli guardasse con un certo interesse il piccolo Maurizio pensando alla sua Costanza. Alla intanto andò a far preparare tutto per bene e più inappuntabilmente che gli riuscì. Venuto il giorno stabilito, Alla e sua moglie si prepararono per andare a ricevere l’Imperatore: e in gran festa e pieni di gioia uscirono a cavallo. Costanza, appena rivide, finalmente, suo padre che veniva nella via, saltò giù da cavallo e gli cadde ai piedi. «Babbo, diss’ella, la tua giovane Costanza, dunque, non la riconosci più, e l’hai dimenticata? Io sono la figlia tua, la tua Costanza che tanto tempo fa tu mandasti in Siria; io sono colei che fu abbandonata in mezzo al mare, e condannata a morte. Ora, padre mio, per pietà non mandarmi più in nessuna città di pagani, e ringrazia questo signore, il quale è mio marito, della sua bontà.» Chi può ridire la gioia di tutti e tre al loro primo incontro? Ma è ora che io venga alla fine della mia novella, giacchè il giorno passa rapidamente, ed io non voglio seccarvi più a lungo. Lasciamoli dunque, tutti a pranzo, felici e contenti mille volte più di quello che io potrei dire, e andiamo avanti. Il piccolo Maurizio, in seguito, fu fatto Imperatore dal papa, e visse da cristiano, onorando devotamente la santa chiesa. Ma io non voglio occuparmi di lui: la mia novella racconta solamente di Costanza. La storia della vita di Maurizio, chi la vuole sapere, la può trovare nelle antiche -Gesta Romanorum-; io non me la ricordo più. Il re Alla, quando gli parve opportuno, prese la via per l’Inghilterra con la sua buona e diletta moglie, e là vissero tranquilli e contenti. Ma, credete a me, la gioia di questo mondo dura poco: si cambia dalla mattina alla sera, come il mare. Chi mai è vissuto, un giorno solo, in una felicità così completa, che per un momento non gli abbia turbato l’animo o l’ira, o un desiderio, o un altro stimolo qualunque come l’invidia, l’orgoglio, una passione, o una offesa? E tutto questo lo dico perchè appunto anche la gioia di Alla con Costanza non durò che poco tempo. Poichè la morte che fa i conti con tutti ugualmente, grandi e piccoli, e da tutti, a scadenza fissa, riscuote il frutto e il capitale, dopo circa un anno (se io non erro) tolse da questo mondo Alla; di che Costanza ebbe grandissimo dolore. E giacchè Alla è morto, preghiamo Dio che voglia benedire l’anima sua. Costanza, per venire alla fine, se ne ritornò a Roma. Dove questa santa creatura ritrovò tutti i suoi amici vivi e freschi; e finalmente fu salva da tutte le sventure. Ritornata dal padre, si gettò ai suoi piedi, piangendo di gioia, e lodando centomila volte Iddio. Così vissero tutti santamente e pieni di misericordia, e non si separarono mai più fino a che non li divise la morte. Ed ora statevi bene, chè la mia novella è finita. E Cristo, che può mandare a noi la gioia dopo il dolore, ci abbia nella sua grazia, e ci protegga tutti quanti ci troviamo qui. NOVELLA DEL CHIERICO DI OXFORD PROLOGO Signor chierico di Oxford, disse il nostro oste, voi cavalcate così zitto e vergognoso, che sembrate una sposina seduta a tavola: ancora non vi ho sentito aprir bocca. Sarete, m’immagino, dietro a qualche sofisma; ma ogni cosa a suo tempo, dice Salomone. Per l’amore di Dio! state un po’ più allegro; ora non è tempo di studiare. Su, raccontateci una novella che ci metta addosso un po’ d’allegria; quando si è in ballo bisogna ballare[1]. Però non uscite fuori con una predica, come quelle che fanno i preti in quaresima, da farci scontare tutti i nostri peccati; e guardate che la vostra novella non finisca per farci addormentare. Raccontateci qualche piacevole avventura; le vostre frasi, i vostri fronzoli, e le vostre figure rettoriche, tenetevele in serbo per quando sarà il caso di fare dello stile sublime, come quando si scrive a qualche re. Per ora, ve ne prego, parlate in modo che noi possiamo intendere quello che dite.-- Il valente chierico rispose benignamente, e disse: «Signor oste, io sono sotto la vostra autorità; noi tutti siamo affidati alle vostre mani; perciò eccomi pronto, senza dubbio, ad obbedirvi in tutto quello che posso. Vi racconterò una novella che ho imparato a Padova da un’illustre letterato, parlatore e scrittore famoso, il quale ora, Dio gli dia pace, è morto e sotterrato. Questo letterato si chiamava Francesco Petrarca; ed era precisamente il poeta laureato che con la sua dolce parola irraggiò di poesia tutta l’Italia, come Liniano[2] la illustrò con la filosofia, la legge, ed altre scienze speciali; ma la morte che non vuole lasciarci stare in questo mondo per più di un batter d’occhio, li ha uccisi tutti e due; e tutti, come loro, dobbiamo morire. Ora, perchè sappiate qualche cosa di questo brav’uomo che mi insegnò, come vi ho detto, la novella che vi voglio raccontare, vi dirò ch’egli (prima di cominciare a scrivere il suo racconto) detta in alto stile un proemio, nel quale descrive il Piemonte e la città di Saluzzo, e parla degli alti gioghi dell’Appennino che formano i confini occidentali della Lombardia; e più particolarmente poi, del Monviso dove il Po ha le sue origini, e d’onde scaturisce da una piccola sorgente, che camminando verso levante cresce e s’ingrossa, traversando l’Emilia, Ferrara, e Venezia; ma troppo lungo sarebbe tener dietro a questo proemio. E in verità io credo, che mentre al Petrarca servì per preparare il suo racconto, ora sarebbe una cosa fuori di proposito. Ma state a sentire la novella. NOVELLA DEL CHIERICO DI OXFORD PARS PRIMA Proprio nella parte occidentale dell’Italia che rimane giù alle falde del freddo Monviso, si estende una rigogliosa e fertile pianura, dove si scorgono molte città e molte torri, fondate in tempi antichissimi dai nostri padri, e donde si godono molte deliziose vedute; Saluzzo è il nome di questa nobile terra. Della quale fu già signore un marchese, che l’aveva avuta in retaggio dai suoi illustri antenati; tutti i cittadini, chi più e chi meno, erano obbedienti e pronti al suo comando: cosicchè egli visse felicemente e per lungo tempo, amato e temuto, in mezzo ai favori della fortuna, tanto dai nobili quanto dal resto della cittadinanza. Questo giovane signore si chiamava Gualtieri, ed era, per parlare del suo lignaggio, la più nobile persona che mai fosse nata in Lombardia; bello e forte della persona, e pieno di dignità e di cortesia, si dimostrava assai savio nel governo del suo paese; se non che in una cosa era degno di biasimo. Ed ecco perchè: egli non si dava il menomo pensiero di ciò che in avvenire sarebbe stato di lui, ma badava solo al piacere presente, che consisteva nell’andare uccellando col falco e nel cacciare di qua e di là senza curarsi d’altro, nè (ciò che era il peggio) volendo sapere, a nessun costo, di prender moglie. Delle quali cose tanto si affliggevano i suoi cittadini, che un giorno si presentarono a lui in gran comitiva, e uno di loro, il più saputo (se non quegli dal quale Gualtieri più di buon grado avrebbe ascoltato il desiderio del popolo, o che, in fine, fosse più adatto ad esporre la cosa come stava), disse al marchese in questo modo: «Nobile marchese, la vostra bontà ci rassicura e c’incoraggia, ogni volta che è necessario, a confessarvi il nostro malcontento: voglia dunque la gentilezza vostra permetterci di farvi un’umile preghiera, e non vi sdegnate di dare ascolto alle mie parole. Sebbene io non abbia più degli altri il diritto di mischiarmi in questa faccenda, tuttavia per quel favore e quella grazia che mi avete sempre dimostrato, oso domandarvi udienza, per esporvi ciò che noi desideriamo; voi poi, signor mio, farete quello che crederete. Or dunque, signore, sappiate che noi siamo così soddisfatti di voi, di quello che fate ed avete sempre fatto, che non sapremmo, davvero, immaginare noi stessi come vivere più felicemente: se non che, il vostro popolo riposerebbe più tranquillo, se voi vi mostraste disposto a prender moglie. Piegate il collo a quel beato giogo, che non è servile ma sovrano, il quale gli uomini chiamano sponsali o nozze; e pensate, signore, fra le altre cose savie, che i giorni o in un modo o in un altro passano: chè il tempo non aspetta nessuno, e fugge via per chi dorme, per chi veglia, per chi viaggia, e per chi cavalca. Sebbene siate ancora nel fiore della gioventù, pensate che la vecchiaia zitta e cheta c’entra in casa, e la morte tutti minaccia, tutti colpisce, di qualunque età, di qualunque condizione, senza che alcuno le possa sfuggire. Tutti siamo così sicuri di dover morire, come incerti del giorno in cui la morte ci colpirà. Accettate dunque da noi, che vi abbiamo sempre obbedito in tutto e per tutto, il sincero consiglio; e se vi aggrada, noi stessi vi sceglieremo al più presto una degna moglie, fra la più eletta nobiltà di questa terra, e penseremo a far cosa che onori Dio e voi. Liberateci da questo gran pensiero, e prendete moglie, per amor del cielo: chè se dovesse accadere, Dio non voglia, che la vostra discendenza si estinguesse con voi, e un successore straniero ereditasse il vostro regno, per noi, ahimè, sarebbe meglio la morte; perciò affrettatevi, ve ne preghiamo, a prender moglie.» La rispettosa preghiera e il loro umile aspetto mosse a compassione il marchese. «Miei cari, egli disse, voi mi costringete a fare una cosa alla quale non avrei mai pensato. Io ho goduto fino ad ora una libertà che ben di rado si trova nel matrimonio; debbo farmi schiavo mentre prima ero libero. Tuttavia io vedo la sincerità del vostro consiglio, ed ho fiducia (e sempre l’ho avuta) nella prudenza vostra: cosicchè di mia spontanea volontà acconsento ad ammogliarmi, più presto che sarà possibile. Ma in quanto alla profferta che oggi stesso mi fate di scegliermi la moglie, ve ne dispenso, e pregovi di non darvene pena. Poichè Dio sa quante volte i figli crescono indegni del padre loro; la bontà è un dono di Dio; e non si eredita da chi ci ha generato e messo al mondo: io ho fiducia nella bontà di Dio, e perciò a lui affido il mio matrimonio, il mio stato, e tutto il resto; sia fatta la sua volontà. Lasciatemi libero nella scelta della moglie; io solo voglio averne la responsabilità: voi invece, vi prego, assicuratemi, e giuratelo sulla vita vostra, che qualunque sia la donna che io prenderò per moglie, l’amerete, per tutta la sua vita, con le parole e coi fatti, qui e in qualunque luogo, come se fosse la figlia di un imperatore. E dovete giurarmi inoltre, che non avrete nulla da ridire e da opporre alla mia scelta. Giacchè io per contentarvi sacrifico la mia libertà per tutta la mia vita, intendo di sposare quella che al mio cuore piacerà: ove non vogliate accettare queste condizioni, vi prego di non parlarmene più.» Tutti fino ad uno assentirono e giurarono; pregandolo però, prima di tornarsene, a voler fissar loro un giorno determinato, e più vicino che fosse possibile, dentro il quale si sarebbero celebrate le sue nozze. Poichè altrimenti al popolo resterebbe ancora un po’ di paura, che il marchese non si dovesse risolvere ad ammogliarsi. Egli fissò loro un giorno, a suo piacimento, nel quale immancabilmente sarebbe andato a nozze, dicendo di volerli anche in questa cosa contentare; ed essi inginocchiatisi pieni di umiltà e di rispetto, lo ringraziarono, e, ottenuto il loro intento, se ne ritornarono a casa. Il marchese intanto ordina ai suoi funzionari di fare i preparativi per la festa; e ne commette l’incarico a quelli dei suoi più intimi cavalieri e signori della corte, a cui più gli piace affidarsi: i quali pronti ad ogni suo comando, mettono tutto il loro impegno per fare onore alla festa. PARS SECUNDA Non molto lontano dal bel palazzo nel quale il marchese faceva i preparativi pel suo matrimonio, sorgeva un ameno villaggio, dove alcuni contadini avevano i loro bestiami e la loro casa, vivendo di quello che con le loro fatiche ricavavano in gran copia dalla terra. Fra questa povera gente viveva un uomo, il quale era ritenuto per il più povero di tutti: ma talvolta sopra una misera stalla di bovi l’Altissimo fa piovere la sua grazia; nel villaggio lo chiamavano Giannucole. Egli aveva una figliola molto bella, che si chiamava Griselda. Ma per parlare di una bellezza piena di virtù, giacchè era la più bella che esistesse sotto la cappa del sole, costei era venuta su pura quanto si può essere: senza grilli pel capo; beveva più spesso al pozzo che al tino, e perchè amava la virtù sapeva bene che cosa fosse il lavoro, e non conosceva l’ozio. Sebbene giovanissima, racchiudeva nel virginale suo petto un animo serio e forte: stava attorno al povero vecchio di suo padre con mille cure e mille tenerezze, menava a pascere pel campo un piccolo gregge, filando; insomma non si fermava che quando dormiva. Spesso, tornando a casa, portava cavoli ed altre erbe, che tagliava e metteva a bollire per farci il suo desinare; poi rifaceva il suo letto, tutt’altro che soffice, e attendeva al padre con tutto l’amore e tutte le cure, con cui un figliolo può venerare il proprio genitore. Già più di una volta il marchese aveva messo gli occhi sulla povera Griselda, che per caso incontrava nel recarsi, cavalcando, alla caccia: e allorchè la poteva spiare, non la guardava con ardente cupidigia, ma ne osservava il volto con una certa mestizia, considerando in cuor suo il carattere e la virtù di lei, non comuni, insieme con tanta bellezza, in una fanciulla così giovane. E sebbene comunemente non sia facile riconoscere la virtù, egli apprezzò bene la bontà di costei, e determinò che nessun’altra donna che Griselda sposerebbe, se mai dovesse prender moglie. Arrivò il giorno stabilito per le nozze, e nessuno sapeva ancora chi doveva essere la sposa; di che molti si meravigliavano, e dicevano fra loro: «Che il signor nostro voglia persistere ancora nella sua ostinatezza? che non voglia più ammogliarsi? Ahimè! perchè ingannare se stesso e tutti noi in questo modo?» Ma intanto Gualtieri aveva fatto fare per Griselda gioie ed anelli di pietre preziose legate in oro e lapislazuli; e avea fatto prendere la misura dei vestiti, e degli altri ornamenti necessarii pel giorno delle nozze, sulla persona di una giovanetta che aveva presso a poco la statura di Griselda. Si avvicinavano le nove di questo stesso giorno, stabilito per lo sposalizio, e tutto il palazzo era preparato per la festa: sale e stanze, tutte erano addobbate come meglio si conveniva. Si vedevano camere piene di squisita roba da mangiare, in così grande quantità, da bastare per quanto durasse l’Italia. Il marchese riccamente vestito, e con lui i gentiluomini e le dame che erano stati invitati alla festa, e tutti i cavalieri del suo seguito, si incamminarono, in mezzo a suoni di variata melodia, verso il villaggio del quale ho parlato. Griselda nulla sapendo (e Dio n’è testimone) che tutta questa festa si faceva per lei, era andata a una fonte vicina a prendere l’acqua, e tornava allora in fretta; poichè aveva sentito dire che il marchese in quel giorno sarebbe andato a nozze; e voleva vedere qualche cosa. Camminando, infatti, pensava: anch’io starò con le altre mie compagne sull’uscio di casa, a vedere la marchesa; ma bisogna che sbrighi in un batter d’occhio tutte le mie faccende: così se per andare al castello passerà di qui, potrò vederla con tutto il mio comodo. Mentre stava per mettere il piede sulla soglia, Gualtieri le fu vicino, e cominciò a chiamarla; essa posò allora in terra la brocca sulla soglia della stalla lì accanto, indi si lasciò cadere in ginocchio; e così stette seria seria, finchè ebbe sentito che cosa voleva il marchese. Il quale pensoso in sembianti le rivolse poche parole, e disse: «Griselda, dov’è tuo padre?» Ed essa con rispetto e tutta umile rispose: «È qui in casa, signore.» E senz’altro, entrò e chiamò il padre. Gualtieri allora prese per mano il pover’uomo, e trattolo in disparte gli disse: «Giannucole, io non so nè voglio tenerti più a lungo nascosto un mio desiderio; se tu vi acconsenti, qualunque cosa possa succederne, io uscendo di casa tua porterò via con me tua figlia, e la terrò come mia moglie per tutta la sua vita. So che tu mi vuoi bene e sei il più fedele dei miei sudditi; e son sicuro che sei pronto a volere tutto quel che a me piace: però rispondimi francamente a ciò che ti ho detto, cioè se sei disposto ad accettarmi per tuo genero.» L’inaspettata domanda colpì talmente il pover’uomo, che fattosi rosso, e tutto confuso, non potè profferire che queste parole: «Signore, il vostro volere è il mio, nè io voglio cosa che a voi non piaccia; fate dunque, anche in questo, a modo vostro.» «Allora, soggiunse il marchese dolcemente, andiamo con Griselda in camera tua; ch’io vo’ domandarle se è contenta di divenire mia moglie, e di stare con me. Tutto deve essere stabilito in tua presenza: io non dirò parola che non sia da te sentita.» Mentre se ne stavano in camera per combinare la faccenda, come poi sentirete, la gente si faceva dentro, ed osservava meravigliata con quanta proprietà e quanta cura la fanciulla tenesse il padre suo; ma ben poteva meravigliarsi Griselda, che non aveva mai veduto succedere simil cosa. Ed è naturale ch’essa rimanesse stupefatta, a vedere in casa sua un avvenimento così insolito; pel quale guardavasi attorno tutta pallida. Ma per farvela corta, ecco le parole che il marchese rivolse alla buona, sincera, ed onesta fanciulla. «Griselda, sappi che tuo padre ed io abbiamo stabilito che tu divenga mia moglie; anche tu, credo, ne sarai contenta: ma prima voglio domandarti alcune cose, alle quali, poichè tutto si concluderà in fretta e in furia, bisogna che tu mi dica subito se acconsenti. Sei disposta a fare di buon animo ogni mio piacere, per modo che io sia padrone, a mio capriccio, di farti ridere o soffrire, senza che tu ti risenta mai; senza che tu dica di no a quello che vorrò io, o te ne mostri adirata? Giurami questo, ed io concluderò qui stesso, con giuramento, la nostra unione.» Piena di meraviglia all’inaspettata proposta, e tutta tremante per la paura, rispose essa: «Signore, io sono indegna dell’onore che voi volete farmi, ma il vostro volere è il mio: e vi giuro che mai di mia voglia io farò, o penserò, cosa contraria alla vostra volontà; anche se voi vorrete la mia morte, sebbene mi dispiaccia di morire, io non vi disobbedirò.» «Basta così, Griselda mia» rispose Gualtieri; e sì dicendo, tranquillamente uscì sulla porta di casa seguito da lei, e disse al popolo: «Questa qui è la moglie che mi sono scelto; abbiatela in reverenza, e amate, vi prego, lei che vuole a me tanto bene. Non ho altro da dirvi.» E perchè nulla della sua antica roba ella portasse nella casa maritale, ordinò che lì stesso la spogliassero, tutta, alcune dame del suo seguito. Le quali non furono molto liete di dover toccare le vesti che Griselda aveva indosso: ma nondimeno vestirono tutta di nuovo, da capo a piedi, la bella fanciulla. Le ricomposero col pettine i capelli, che senza alcuna cura le piovevano sulle spalle, indi con le gentili mani le misero la corona in testa, e adornaronla con bei fermagli. Ma perchè farvi una storia solamente del suo abbigliamento? Il popolo a mala pena la riconosceva, tanta era la sua bellezza, così riccamente vestita. Il marchese con un anello che all’uopo aveva portato la sposò, e fattala montare sopra un cavallo bianco come la neve, e di bella ambiadura, subito, in mezzo alla gioia del popolo che la accompagnava e veniva ad incontrarla, la menò al suo palazzo. Così passarono tutto il giorno, fino alla sera, in gran festa. Or dunque, per affrettare la novella alla sua fine, tanto arrise il cielo alla nuova marchesa, che non pareva possibile che fosse nata e cresciuta fra mezzo a contadini, in una capanna o in una stalla di buoi; ma sembrava educata alla corte di un imperatore. E a tutti era divenuta così cara, tutti avevano per lei una venerazione così grande, che quelli stessi del villaggio ov’essa era nata, i quali l’avevano veduta crescere d’anno in anno fino da bambina, non credevano più agli occhi propri, e avrebbero giurato che non era la figlia di Giannucole, tanto la trovavano diversa da quella di prima. Per quanto fosse stata sempre virtuosa, acquistò subito un fare così squisito, dimostrò un’indole così buona e mite, così bei modi di parlare, tanta affabilità, e a tal segno seppe cattivarsi la stima e l’affetto di tutti, che chiunque la vedeva se ne innamorava. La fama della sua bontà non si era sparsa solamente nella città di Saluzzo; anche in molti altri luoghi non si faceva che parlarne: e si divulgò tanto, che uomini e donne, giovani e vecchi, andavano apposta a Saluzzo per vedere Griselda. Così Gualtieri con umile matrimonio, ma virtuoso e felice, viveva tranquillo nella pace domestica, e godeva il favore della sua gente: la quale vedendo com’egli avesse conosciuto tanta virtù nascosta sotto così povere vesti, lo stimava uomo savio, e raro. Non solo alle faccende di casa rivolgeva Griselda tutte le sue cure, ma al bisogno sapeva anche provvedere alle pubbliche cose; non c’era discordia, rancore, o querela in tutta la sua terra, ch’essa non riuscisse a quietare e comporre prontamente. Presente o lontano il marito, se gentiluomini o altre persone del paese venivano in lite, subito sapeva mettere la pace fra di loro; tale virtù e maturità di consiglio possedeva, e tanta equità di giudizio, che ognuno pensava che il cielo l’avesse mandata per il bene del popolo, e per correggere ogni errore. Non trascorse lungo tempo dal giorno delle nozze, che Griselda dette alla luce una bambina; tutti avrebbero preferito un bambino; pure il marchese e i suoi sudditi furono lieti del parto. Giacchè sebbene Griselda avesse cominciato con una femmina, c’era tutta la possibilità, dal momento che non era sterile, che facesse anche un maschio. PARS TERTIA Or accadde, quando la bambina era ancora lattante, che a Gualtieri venne così vivo desiderio nell’animo, di tentare la fermezza di sua moglie, che non seppe liberarsi da sì strana voglia; e pensò, Dio sa quanto ingiustamente, di volerle fare grande paura. Altre volte aveva messo alla prova Griselda, e sempre ne era rimasto soddisfatto; perchè dunque tentarla ancora, e sempre con più dure prove? Per quanto alcuni trovino da lodare, in ciò, un’alzata d’ingegno, a me sembra cosa molto crudele, tormentare senza ragione una povera moglie, con angosce e paure. Ma ecco che cosa pensò di fare; una sera si presentò a lei, e mostrandosi serio e turbato nel volto, le disse: «Griselda, non avrai dimenticato, son sicuro, che un giorno ti tolsi dalla miseria, per farti diventare una nobile signora. L’alta posizione nella quale ti ho messo, spero che non ti abbia fatto scordare, che io ti ho levato da una condizione molto bassa: devi ben ricordarlo. Fa attenzione, ora, alle mie parole, che nessuno sentirà, poichè siamo soli. Tu sai, come ti dicevo, in qual modo sei venuta, or non è molto, in casa mia; non ostante a me sei carissima: ma non così, per altro, ai gentiluomini della mia corte. I quali dicono che è per loro gran vergogna e dispiacere, l’essere sudditi e dipendenti di una donna del volgo. Da quando è nata la bambina, hanno incominciato a spargere queste voci; io desidero di vivere in pace con tutti, e non posso, quindi, fare a meno di esserne preoccupato. E son costretto a fare della figlia tua, non quello che piace a me, ma quello che vogliono loro. Dio sa quanto mi costa il dirtelo: ma d’altra parte non voglio fare cosa senza che tu lo sappia, e voglio, anzi, che tu vi acconsenta. È giunto per te il momento di mettere in opera tutta la pazienza, che mi giurasti di avere il giorno stesso che sposammo in casa tua.» Griselda non si scosse minimamente a queste parole, e tranquilla e serena (pareva che non se ne desse alcun pensiero), rispose: «Signore, come vi piace: io e la bambina siamo cosa vostra; e di ciò che è vostro voi potete fare quello che credete. Purchè Dio salvi l’anima mia, non c’è nulla che a voi piaccia, che possa dispiacere a me. Nessuna cosa desidero di conservare, nessuna temo di perdere fuor che voi: questo è il proponimento che ho fatto, dal quale nè il tempo nè la morte potranno rimuovere l’animo mio.» Gualtieri fu tutto contento della risposta della moglie, ma fece finta di essere arrabbiato; e stette tetro e pensieroso, finchè fu fuori della stanza. Quindi uscito di casa, e allontanatosi quasi un quarto di miglio, confidò tutto il suo disegno a uno scudiere, e tosto lo mandò dalla moglie. Questi aveva dato prova più volte di grande fedeltà in affari di grave importanza, ed amava e venerava il suo signore: ma pur troppo questa gente deve prestarsi, qualche volta, anche al male. Secondo l’ordine ricevuto, adunque, si presentò zitto e cheto in camera di Griselda. E le disse: «Signora, perdonatemi, ma io faccio una cosa alla quale sono costretto: voi che siete tanto savia, capite meglio di me che gli ordini del marchese bisogna eseguirli appuntino; crudeli e da biasimare quanto si voglia, ma è necessario obbedire. E così farò senz’altro. Ho avuto ordine di prendere questa bambina,» soggiunse, e subito la prese con cattiva maniera, e prima di andarsene fece atto che dovesse ucciderla. Griselda sopportava tutto senza dir nulla: e timida come un agnello se ne stava tranquillamente a sedere, lasciando che il barbaro scudiere facesse tutto ciò che voleva. Il cattivo nome e la faccia di quell’uomo le erano sospetti; la sua parola e il momento nel quale egli faceva tutto questo le mettevano paura: ahimè! la sua bambina, alla quale voleva tanto bene, glie l’avrebbe, certamente, fatta morire. Tuttavia senza un sospiro, senza una lacrima, si sottopose alla volontà del marchese. Finalmente ruppe il silenzio, e tutta umile (come se avesse dovuto trattare con un vero gentiluomo) pregò il servo che le permettesse di baciare la sua bambina, prima che glie la facessero morire: e presala, con grande mestizia, in collo, le dette la sua benedizione; poi cominciò a cullarla fra le sue braccia, e a baciarla. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000