che vogliono assicurarsi i quattro piatti a tavola, e i dolci, e le frutta, io mi rassegnavo, io dicevo: -- Aspettiamo. -- Quanto io ero mutata da quella d'un giorno! In questa maniera passò il 1850, e, pare impossibile, anche il 1851. Io non avevo più riveduto il mio fidanzato. -- Non ti capiterò innanzi agli occhi, -- egli mi aveva scritto, -- che quando potrò farlo in modo da scancellare nell'animo di tuo padre la sinistra impressione del giorno funesto, in cui ci siamo lasciati.... -- A me sembrava che tanti scrupoli non fossero molto a proposito; eppure soffrivo e tacevo. Nei primi mesi del 1852 fui a un punto di guastarmi col notaio Anastasi, il quale mi rivelò il suo famoso progetto per rimettere in piedi le fortune commerciali della mia casa. Era nel banco un giovane Savoiardo assai probo, assai intelligente d'affari, assai ben veduto dal padre mio. Egli veniva talvolta a desinare con noi, e mi usava quelle cortesie dozzinali che ogni uomo usa ad una ragazza che non sia brutta. Il vedermi sovente gli avea fatto acquistare una tal quale dimestichezza, e perciò qualche parola che da altri mi sarebbe sembrata un po' troppo arrischiata, da lui mi sembrava uno scherzo e nulla più. Non so che castelli in aria si facesse il notaio: so che un bel giorno, presami da parte con quel fare tra il misterioso e il solenne ch'egli assumeva in certe occasioni, mi disse: -- Se quel vostro benedetto cuore non volesse essere impegnato per forza, io farei una gran bella cosa. Voi avreste un marito, vostro padre un socio e.... -- Non lo lasciai finire, o almeno egli vide sulla mia fronte qualche cosa che lo dissuase dal terminare il periodo. -- Non se ne parli più, -- ripigliò egli dopo una pausa, e mi stese la mano per far pace.... -- A condizione, -- io risposi, -- -che non se ne parli proprio più-. -- Quantunque noi siamo il sesso gentile, io credo che non ci troviamo mai imbarazzate nel commettere un'asinaggine, allorchè ci piaccia commetterla. Trattai il mio Savoiardo con insolita e immeritata sgarbatezza, sebbene mi accorgessi che i miei modi spiacevano assai a mio padre e al notaio. Ma, Dio buono! Io avevo rinunciato a tutto: dovevo rinunciare anche al mio cuore? Una mattina il giovane non si fa vedere in banco, e invece mio padre ne riceve una lettera, ov'egli con molte scuse e molte proteste gli confessa che ha ceduto alla tentazione di una vita più avventurosa e che sta per imbarcarsi per Montevideo. Nulla più di così. Ma la posta del giorno dopo recò un messaggio per me, che conteneva all'incirca le seguenti parole: -- -Signora Adelaide! Non vi avrei domandato cosa alcuna, ma voi non potevate proibirmi di amarvi. Pure, poichè la mia presenza turbava la vostra pace, ho deciso di partire per l'America, ove ho uno zio che da più anni mi desidera seco. Siate felice.- Lacerai la lettera, indispettita, confusa, irritata contro quest'uomo, contro Gustavo, contro me stessa. Ciò che specialmente io non sapevo perdonare al Savoiardo era la nobiltà della sua condotta. Dacchè Gustavo era caduto (e quanto!) dall'ideale ch'io me n'ero fatto, non volevo che altri al mondo mi paresse migliore di lui. Oh Gustavo, Gustavo, di che amore t'ho amato! Questo avvenimento fu una contrarietà gravissima per mio padre. Non solo egli aveva preso a voler bene al suo commesso, ma ne aveva bisogno, e non sapeva adattarsi alla sua mancanza. E m'era agevole intendere ch'egli, pur tacendo e astenendosi da ogni allusione, mi faceva colpa dell'accaduto. Così, in mezzo a tante amarezze, con tanto bisogno che io aveva di conforti, mi vedevo negata l'ultima gioia delle soavi espansioni domestiche, e nella solitudine della mia stanza io andavo spesso chiedendo a me medesima se il mio sacrificio ad altro non dovesse riuscire che a togliermi la tenerezza paterna. Intanto la mia costanza era serbata a una novella e durissima prova. Gustavo mi scrisse che essendogli proposto l'ufficio di segretario d'ambascerìa a Londra, ufficio estremamente onorifico, perchè mostrava la fiducia riposta in lui dall'eminente diplomatico che doveva recarsi colà qual ministro degli Stati Sardi, egli aveva deliberato di accettarlo, fermo però nel proposito di non rimanere assente che un anno. Reduce in patria, avrebbe pensato davvero a farmi sua. Ch'io non mi sgomentassi.... egli mi amava sempre, egli sapeva i suoi obblighi, ma poichè sventuratamente la nostra unione era stata differita, tant'era portarla al momento ch'egli sarebbe stato in grado di offrirmi tutti gli agî della vita. Questo viaggio avrebbe giovato molto alla sua carriera e alla sua istruzione; ch'io ne accogliessi dunque la notizia senza troppo rammarico. Era suo desiderio di venire in Milano: ma non osava. La parte da lui presa in alcuni recenti fatti politici avrebbe potuto cagionargli impicci serî. Mi mandava un bacio per lettera. Mi guardai intorno tutta trasognata. Era possibile? Un altro anno d'attesa! Ma non era meglio licenziarmi addirittura? Sennonchè mio padre e il notaio strepitarono siffattamente contro Gustavo, che non potei a meno di prenderne le difese, e tanto mi vi scaldai, che finii col persuadermi che non solo essi avevano torto nell'insultare il mio sposo, ma che avevo torto io stessa nel dubitare di lui. E a quella guisa che intorno al letto di un infermo si moltiplicano le parole di conforto e di speranza, quanto più si fa grave e minacciosa la malattia; così io mi mostravo più ostinata nella mia fede, quanto più sentivo malato il mio povero cuore. Era una fede sospettosa, irritabile, che non ammetteva le obbiezioni e che quindi mi rendeva anelante alla solitudine ed al silenzio. Oh come si appassivano in siffatte angustie la mia gioventù e la mia bellezza! Oh com'erano divenuti sconfortanti i responsi del mio specchio, già così lusinghiero e cortese! Non sono le lagrime abbondanti quelle che solcano il viso; è la stilla che lentamente s'imperla sul ciglio e cola tarda e furtiva giù per la gota sin che viene a morire sugli orli d'un labbro infocato: non è la sventura che giunge, colpisce e passa, quella che affretta il corso degli anni; è l'ambascia d'ogni giorno, è l'assiduo pensiero del futuro, è la desolata certezza che dallo spuntar del mattino al cader della sera non verrà mai una buona novella a consolare lo spirito.... E tutte le cose volgevano in peggio; gli affari, l'umore e perfino la salute di mio padre. Non credo ch'egli corresse a rovina (chè s'era astenuto da ogni speculazione arrischiata), ma i lavori scarsi e meschini non bastavano a coprire lo spese. Altro che rifar la mia dote! La piccola somma che ci era rimasta dopo la liquidazione, erasi già notevolmente assottigliata, e in pochi anni se ne sarebbe ito anche il resto. Eravamo simili a naufraghi che vanno consumando le loro provvigioni senza che una striscia bruna nell'orizzonte gli affidi nella speranza di toccare la spiaggia. E certo deve venire il momento, in cui que' poveri naufraghi, perduti nell'immensità dell'Oceano, sentano gelarsi il sangue al pensiero della vita che fugge, e delle care cose che non vedranno mai più. Allora l'energia del volere non supplisce più alla lena delle braccia affralite: essi depongono il remo, e ristanno dagli inutili sforzi e s'abbandonano ai capriccî dell'onda. Così mio padre, impotente a vincere, era a poco a poco soverchiato dall'idea che tante sue fatiche non riuscissero a nulla, e rimaneva le lunghe ore taciturno, inoperoso, perplesso. E quando io mi inchinavo su lui per iscuoterlo e per dargli coraggio, egli diceva: -- Io t'ho rovinata, figliuola mia, ma v'è qualcheduno più colpevole di me. -- Indi ripigliava: -- Oh potessi perdonargli prima di morire! -- Morire! Questa parola sinistra veniva ormai spesso sulle labbra del babbo; sembrava ch'egli volesse addomesticarsi con l'idea della morte e prepararvi quelli che l'amavano. E invero egli era invecchiato di parecchî lustri in due anni. Camminava curvo della persona, era sparuto e pallidissimo, e la voce gli si era fatta cupa e cavernosa come di chi soffre per qualche malattia organica. I medici dicevano non esservi nulla da temere pel momento; ma insistevano sulla necessità di molti riguardi, giacchè v'era una seria minaccia alla -spina dorsale-. Quantunque egli mal volesse concederlo, quel suo bisogno di una vita riposata rese necessario di andar man mano liquidando gli affari, e potete credere se ciò si facesse senza sacrificî. -- A conti chiusi -- mi disse l'Anastasi -- io credo che le cinquantamila lire si saranno ridotte appena a ventimila. -- Bella prospettiva per l'avvenire. Ormai io non ero più sicura nemmeno che non mi toccasse a lavorare per vivere. Pur troppo quel tanto che avevamo sarebbe stato più che sufficiente fin che campasse mio padre. Dico pur troppo, giacchè la salute di lui peggiorava con molto maggiore rapidità che i medici non avessero previsto, e se non si riusciva a porre argine al male, la crisi sarebbesi fatta attendere ben poco. S'ebbe un consulto con quel costrutto che potete credere. Si crollò molto il capo, si dissero molte parole lunghe ch'io non intesi, e finalmente ci si prescrisse di partire senza indugio per uno Stabilimento idropatico assai rinomato del Piemonte. Il recarmi in quel paese, il passar presso Torino, ove tre anni addietro (chè in mezzo a queste tristezze eravamo giunti sino alla primavera del 1853) avrei dovuto andare sposa adorata e felice, mi destava, ve lo confesso, un senso invincibile di repulsione. Ma io non potevo nemmeno esitare e feci subito i miei preparativi di viaggio. Scrissi a Gustavo che mi dirigesse le sue lettere (erano divenute così rare!) allo Stabilimento di***, concertai col notaio Anastasi che ad ogni urgenza lo avrei avvisato, affinchè non mi lasciasse sola nei pericoli e nelle angustie, e poi con volto sereno mi accinsi al mio ufficio di guida e d'infermiera al povero malato. Nello scrivere a Gustavo non potei a meno di pingergli la tristezza del mio stato, e la solitudine dolorosa che l'avvenire mi preparava, e gli ricordai i suoi giuramenti e la mia costanza e la necessità di troncare sì lunghi indugî e di farmi sua. Era la prima volta ch'io mi abbassavo a pregare, ma la sventura aveva spezzato il mio orgoglio, ed io più non riconoscevo me stessa. Lo Stabilimento ove ci recammo era in una situazione assai pittoresca e, più che amena, maestosa. Sorgeva sopra un'altura, in mezzo a una corona di monti, quali vestiti di abeti e di castagni, quali aridi e coperti di neve. Da una rupe vicina scendeva a balzi capricciosi una cascata limpidissima e fredda come il ghiaccio, una parte della quale, sviata dal suo letto, veniva ad alimentare le docce dello Stabilimento. E lo strepito dell'acqua, e il fischiare del vento tra i rami dei faggi che ombreggiavano la parte superiore del colle, erano i soli romori di quei luoghi tranquilli e deserti. Il villaggio, che consisteva in un gruppo di casolari intorno a una chiesa, stava a un quarto di miglio più basso, ed era nascosto da una svolta della strada, nè dava altro segno di sè che mediante i rintocchi della campana che batteva le ore o chiamava i fedeli alla preghiera. E qua e là, o nel fondo della vallata, o sulla pendice di un monte, altri gruppi di case ed altri campanili rendevano testimonianza della presenza dell'uomo che, convien confessarlo, in mezzo a quella natura superba pareva la più piccola e meschina cosa del mondo. I gioghi a levante erano poco elevati, e perciò lo sguardo misurava da quella parte un largo spazio di cielo e l'alba veniva a salutarci assai presto. Una montagna dirupata ed altissima chiudeva invece la vallata a ponente, affrettandoci almeno di due ore il tramonto. Ed era uno strano spettacolo il vedere il sole sfolgoreggiar lungamente sul cocuzzolo di quell'alpe e dardeggiare i suoi raggi sulle cime prospettanti, passando sopra i nostri capi e lasciandoci nelle tenebre. Così, mentre una parte della vallata era involta dal mite e vaporoso chiaror del crepuscolo, la parte opposta si trovava immersa già nella notte, e qualche lumicino, che si moveva silenzioso come lucciola errante, empiva l'anima di malinconìa e di mistero. Allo Stabilimento non ci si andava senza cagioni piuttosto serie, ed esso non era quindi uno di quei ritrovi romorosi, nei quali convengono tutti gli sfaccendati, e le occupazioni della galanterìa pigliano buona parte della giornata. Ivi si pensava davvero a curarsi, e il sussiego e il riserbo degli ospiti rispondevano perfettamente al regime claustrale che ci era imposto. Tanti rintocchi di campanello per la doccia, tanti per la colazione, pel desinare, per la cena, tanti per la passeggiata. Dalle una alle due tutti coloro che si reggevano sulle gambe andavano su e giù lungo il viale d'ipocastani che fiancheggiava l'edifizio, silenziosi come Certosini e avviluppati nel loro mantello a ogni alito di vento che spirasse fra gli alberi. Un po' più d'espansione v'era, come al solito, dopo il desinare. Allora parecchî dei commensali si raccoglievano nel salotto vicino a leggere i giornali e a chiacchierare alquanto. Nello stesso salotto faceva mostra di sè anche un pianoforte vecchio e polveroso, ma guai a toccarlo! c'era sempre qualcheduno dei presenti soggetto al mal di nervi o al dolore di capo, che minacciava d'andare in convulsioni se non lasciavate in pace la tastiera. Alle 9 e mezzo della sera poi si spegnevano tutti i lumi, e di buono o mal grado ciascuno doveva ridursi nella propria stanza. Sono pochi i malati, ai quali i primi giorni di una nuova cura non paiano recar giovamento. Giova soprattutto il mutar cielo e clima e abitudini. Lo svago dello spirito, la speranza di riafferrare la vita che fugge, esercitano una influenza benefica sul corpo fievole e affranto, e gli ridonano un soffio dell'antico vigore. Anche mio padre, poichè fu riposato dalle fatiche del viaggio, sentì alquanto scemate le sue sofferenze, e nella settimana che succedette al nostro arrivo potè uscire più volte appoggiato al mio braccio e venire a pranzo alla tavola rotonda e mangiare con discreto appetito. Invero il medico dello Stabilimento avea crollato il capo con piglio serio e pensoso dopo aver visitato l'infermo, e udito da me la descrizione della sua malattia; ma chi non sa che il desiderio riesce ad aggiustare a suo modo i più tristi pronostici? E poi l'animo mio era improvvisamente disposto a veder tutto color di rosa. In un giornale di Torino io avevo letto che il plenipotenziario piemontese a Londra avrebbe lasciato il suo posto entro due mesi, e ciò significava per me il ritorno di Gustavo e l'adempimento della sua promessa. Era strano invero che Gustavo non s'affrettasse a darmi la lieta novella, era strano che, dopo la descrizione da me fattagli del mio misero stato, egli non mi mandasse una riga; ma forse la lettera era stata diretta a Milano, o si era smarrita per via, o si era intercettata alla posta austriaca. In quel tempo siffatti sconci accadevano spesso. Comunque sia, il bisogno di credere a giorni meno sconsolati mi aveva racceso in cuore la fede, e m'era persino riuscito d'infonderla nel padre mio, già così pertinacemente ostile a Gustavo. -- Lo vedrai, babbo, -- io dicevo, -- egli tornerà, egli mi farà sua, e tu non avrai più a turbarti pel mio avvenire. -- Povera illusa! Quanto presto il disinganno doveva tener dietro a questi augurî baldanzosi e felici! Il dì seguente a quello in cui mi cadde sott'occhio l'annunzio, cagione per me di tanta allegrezza, mio padre respirava le dolci aure del tramonto, seduto su una poltrona a ruote ch'io avevo sospinta nel giardinetto su cui riusciva il salotto da pranzo. Egli era un po' taciturno, ma sereno; io, ritta dietro a lui e appoggiata coi gomiti alla spalliera della poltrona, contemplavo in silenzio la cresta acuminata della montagna che ci sorgeva dinanzi, e volavo col pensiero oltre a quei gioghi, oltre ai confini d'Italia, affrettando col desiderio il ritorno del mio sposo. Tre o quattro signori sedevano a pochi passi di là intorno a un tavolino, sorseggiando il caffè e discorrendo di politica. Era tra loro il marchese di Villa Gioconda, un vecchio aristocratico piemontese, fornito di alquanta boria patrizia, ma, in fondo, vero gentiluomo nell'aspetto e nei modi. Egli aveva presa più volte cortese parte allo stato di mio padre, ed era fra' pochi ospiti dello Stabilimento, con cui si fosse ricambiata qualche parola. Ma quel giorno (era il 15 di maggio, nè dimenticherò mai quella data) doveva venirmi da lui lo strale che mi ferì senza speranza di salvezza. -- Sapete ciò che mi si scrive da Torino? -- diss'egli rivolto al gruppo che lo circondava. -- Che il conte*** nostro ambasciatore a Londra, dopo essergli andati falliti i matrimonî principeschi che sognava per la figliuola, stia per concludere una -mésalliance-, dandola in isposa al suo segretario. -- E lo nominò. Quest'annunzio così improvviso ed inaspettato mi piombò addosso come un fulmine. Un grido era sul punto d'irrompermi dal petto, ma con uno sforzo potente seppi frenarlo, e si convertì in un gemito cupo, sordo, profondo. Non caddi, perchè fui in tempo di afferrare con ambe le mani la spalliera della poltrona, alla quale io ero appoggiata, e tenermivi stretta, mentre tutti gli oggetti circostanti mi traballavano intorno vertiginosamente. Mio padre, pallido come uno spettro, s'era girato con mezza la persona sulla scranna, e mi guardava con occhi stravolti, e tentava balbettar qualche parola che il labbro non riusciva ad articolare. La commozione destata in noi dal suo discorso non era certo sfuggita al marchese, ed io lo intesi soggiungere in fretta: -- Del resto è un pettegolezzo che probabilmente non avrà nulla di vero. -- Indi, scostatosi da' suoi interlocutori, ci si fece dappresso, e con nobile delicatezza fingendo ignorar la cagione del nostro turbamento, e volendo per quanto fosse in lui riparare al male che ci aveva fatto, mi disse: -- Parmi, signorina, che suo padre soffra più del consueto. S'egli non isdegna il mio appoggio per risalire alle sue stanze, eccomi agli ordini suoi. -- Nello stesso tempo si chinò verso il malato offrendogli il braccio, e poichè quegli non oppose resistenza, lo portò, più che non lo accompagnasse, sino all'uscio del nostro quartiere. -- Ora le manderò il medico, -- riprese prima di accomiatarsi. -- E dacchè ella è sola e angustiata, povera signorina, io la prego che voglia disporre in questi giorni del marchese di Villa Gioconda. -- Per quanto io ammirassi siffatto riserbo, non potei a meno di prorompere: -- Marchese, ciò ch'ella diceva a' suoi amici, è proprio vero? -- -- Le giuro sull'onor mio, -- egli rispose, -- ch'io non ne so nulla di certo. È forse una chiacchiera di caffè riferita per lettera, e da me stolidamente ripetuta. Si faccia animo, ottima signora, e non mi serbi rancore. -- Io non chiesi, egli non disse di più. Scese le scale, e di lì a pochi minuti fu da noi il dottore dello Stabilimento. Cominciò col domandarmi se questo peggioramento repentino fosse da ascriversi a cause morali, e concluse che se non c'era modo di tranquillare l'animo evidentemente agitato dell'infermo, era pur troppo assai difficile di stornare una prossima crisi. Questi suoi presagî erano, ben s'intende, annacquati in molte parole che miravano a temperarne l'effetto: io però non m'illusi un istante. Poscia il medico mi confessò ch'io pure ero molto stremata di forze, e avevo il polso febbrile. Sorrisi amaramente, e risposi: -- Non ho tempo io d'esser malata. -- E invero che cosa erano le sofferenze del mio corpo in paragone di quelle dello spirito? Io ero dunque ingannata, tradita, abbandonata per sempre! La mia gioventù era ormai sul tramonto, la mia bellezza era sfiorita, io ero alla vigilia di rimaner orfana e derelitta nel mondo, e l'uomo ch'io avevo tanto amato ricambiava così la mia fede! La sera stessa spedii una lettera all'Anastasi, supplicandolo di accorrere senza indugî. E lì dinanzi alla mia scrivanìa m'accinsi più volte a vergare un altro foglio, senza che mai mi riuscisse venirne a capo. Era in me tanto dolore, tanto sdegno e tanto disprezzo, che il mio stile mi pareva a vicenda troppo appassionato, troppo offensivo e troppo sarcastico. Anche in questo caso la notte portò consiglio. Che notte! Il marchese di Villa Gioconda volle a tutti i costi che un suo fidato domestico vegliasse al letto di mio padre. Era uno di quei vecchi servi delle case patrizie che tengono cara la loro livrea come un soldato tien cara la bandiera del reggimento, e che si getterebbero a dirittura nel fuoco pei loro padroni. Egli aveva assistito nelle loro malattie non so quanti dei Villa Gioconda, e aveva imparato quelle previdenze che non sogliono avere gl'infermieri di professione. Mio padre fu straordinariamente agitato. Le parole: -infame, traditore.... povera Adelaide-, gli uscivano continuamente dal labbro, e quando io m'accostavo al suo capezzale, non voleva saperne di conforti, e finiva sempre col dirmi: -- Sono io la causa di tutto; -- oppure: -- Quell'uomo mi fa morir disperato. -- Era una pena indicibile il vederlo così, e il medico anch'esso ne fu dolorosamente colpito. Oh che non avrei fatto pur di renderlo più quieto e tranquillo, a quali sacrifizî non mi sarei mostrata disposta! Certo gli avevo anch'io i miei rimorsi. Perchè ostinarmi in un amore impossibile, perchè non indovinare i desiderî del mio genitore, perchè non seguire i consigli dell'Anastasi, porgendo benevolo ascolto al giovane commesso di studio che mi aveva dimostrato un affetto tanto pieno di riverenza e di dignità? Ma ormai come espiare le mie colpe? A che mezzi, a che pietosi inganni appigliarsi, perchè mio padre chiudesse gli occhi con l'anima meno angosciata? Solo Gustavo avrebbe potuto rasserenarlo, smentendo la notizia del suo matrimonio; ma come ricorrere a lui, ma come invitarlo a smentire ciò che pur troppo il cuore mi diceva esser vero? Eppure, o Lina, appunto a lui io ricorsi. Albeggiava appena quand'io, profittando di un breve sonno dell'infermo, mi posi al tavolino, e con mano rapida e convulsa vergai questa lettera: -- -Gustavo! Si è diffusa qui la novella che stiate per prender moglie. Non ti chiedo per me nè spiegazioni nè scuse. Ma se volete ch'io vi perdoni, se vi resta qualche dolce memoria dei giorni trascorsi, non mi negate un'ultima grazia. Mio padre, affetto da malattia insanabile, è agli estremi di vita, e il pensiero del mio avvenire, che, ve lo prometto, saprò affrontare da donna coraggiosa ed onesta, raddoppia gli spasimi della sua agonia. Gustavo, secondatemi. Appena vi giunga questo foglio scrivetemi una lettera, negando quanto si è affermato di voi, e promettendo che non mi abbandonerete giammai, e mi farete vostra fra poco. In quella lettera che, se mi giunga in tempo, io mostrerò a mio padre, acchiudetene un'altra che contenga la verità pura, senza reticenze e senza comenti, e vivete certo che, quale ella sia, saprò sopportarla con animo gagliardo e virile.... Non temete di frodi.... Adelaide vi par nata a siffatte bassezze? E, soprattutto, affrettatevi. Ogni indugio può tornare funesto e rendere inutile la pietosa bugìa. Io vi giuro che non vi domanderò nulla più sulla terra e che ricambierò con augurî di lunga felicità quello che mi avete fatto soffrire. Che se non consentiste alla mia preghiera, io direi, o Gustavo, che ogni senso di compassione è spento nell'animo vostro.- Non vi descriverò uno per uno i giorni che seguirono all'invio di questo messaggio, ond'io non aveva confidato il tenore che al notaio Anastasi, il quale, fedele alla sua promessa, era accorso al mio invito. Il prezioso amico vegliò meco al letto paterno, tentando invano di sollevare lo spirito del povero malato, a cui il pensiero del mio abbandono non lasciava più tregua. -- O come mai, Anastasi, -- diceva mio padre, -- voi che non avevate fede in Gustavo, quando ancora si poteva averne, come mai volete ora lottare contro l'evidenza?... Mia sventurata Adelaide, -- egli soggiungeva poi indirizzandosi a me, -- -quell'uomo- ha saputo annebbiare la tua intelligenza serena, e tu speri ancora in lui, tu l'ami ancora. Ma non t'avvedi ch'è inutile?... Senti, Adelaide, non è la morte che mi fa paura; ma vorrei che il -codardo- fosse punito.... vorrei, morendo, poter dire: -mia figlia è vendicata-. -- -- No, padre mio, -- io rispondevo, -- tu non morrai, ma se pur ti piace fermarti su questa lugubre idea, non alimentare pensieri di vendetta: non son degni di te che nella tua esistenza non hai fatto che il bene: credilo ad Adelaide tua, il conforto giunge sovente quand'è meno atteso, e ho qualche cosa in cuore che mi dice: -il conforto è vicino-. Una parola sfuggita al marchese di Villa Gioconda, una parola, alla quale egli stesso non attribuisce importanza veruna, avrà dunque potere di conturbare siffattamente il tuo spirito? Ho scritto io stessa a Gustavo, sai? e la sua risposta non tarderà molto a venire.... -- Questi e simili discorsi io andavo facendo dì e notte, con che sforzo, con che angoscia dell'animo lascio a voi il pensarlo. Quando la stanchezza mi vinceva, il notaio Anastasi prendeva il mio posto presso mio padre e si studiava egli pure di ripetergli con altre parole le assicurazioni ch'io gli aveva date. Pietosa cospirazione intorno al letto di un moribondo! Eravamo già al decimo giorno dacchè io avevo spedita la mia lettera per Londra, nè la malattia aveva fatto progressi rapidissimi. L'abbattimento morale pareva forse più grande del fisico. Non per questo il medico rasserenava la fronte, nè mi confortava a sperare. -- È un'esistenza che pende da un filo, -- egli mi diceva talora, -- può durare dei mesi, e può spezzarsi quando men si crede. -- Quella mattina noi stavamo, l'Anastasi ed io, ciascuno da una parte del letto intenti a distrarre l'infermo assorto ne' consueti pensieri. -- Voi mi perdonerete, Anastasi, -- diceva mio padre, stendendo al notaio la mano tremula e scarna; -- voi mi perdonerete se non fui sempre giusto con voi. Ho errato, lo so, e riconosco l'errore. Quand'io non sia più (non vale ribellarsi a ciò ch'è inevitabile), fate le mio veci presso la mia figliuola. Ch'ella non sia derelitta nel mondo, abbandonata da -tutti-. E tu, poveretta, non voler persistere in una fede ch'è cecità. Prima che tu senta il peso degli anni, apri il cuore agli affetti.... O chi non amerebbe la mia Adelaide, sol che sperasse di esserne riamato? -Uno solo- poteva tradirla, ed ella ha scelto quell'uno!... Codardo.... egli non osa nemmeno confessare il suo fallo.... non osa nemmeno risponderti! -- Io chinai il capo tacendo. Era vero! In quella, mi giunse all'orecchio un suono di passi affrettati. Si bussò alla porta; corsi io stessa ad aprire. Un cameriere mi consegnò una lettera al mio indirizzo, sopra cui stava scritto -urgentissima-. Veniva da Londra: era -sua-. Non vi so dire quel ch'io provassi: so che la lettera ch'io attendevo da tanti giorni era nelle mie mani, e che io non aveva il coraggio di porvi gli occhi. Nondimeno, fattami forza, ne infransi il suggello, e ne scivolò un piccolo bigliettino che andò a cadere a' miei piedi. Lo raccolsi avidamente nascondendolo in seno, giacchè prima di apprendere la mia sentenza io volevo vedere se Gustavo mi avesse reso l'ultimo servigio, di cui lo avevo pregato. E invero Gustavo nella sua lettera aveva pressochè trascritto le mie parole: cattivo augurio per me. Allora, quasi lacerandolo con le dita tremanti, apersi il bigliettino: non conteneva che tre righe: -- -Avete ragione: sono indegno di voi. Il destino ha voluto dividerci; ma voi, lo so, non potete, non dovete perdonarmi. Eccovi la lettera che desiderate: l'affido alla vostra lealtà.- -- Mi sfuggi un grido, onde il notaio mi fu tosto vicino, e mio padre, che non poteva vedermi a cagione di un paravento tra il suo letto e l'uscio, chiamò due volte angosciosamente: -- Adelaide! Adelaide! -- Ripigliai possesso di me, e fingendo che la mia commozione derivasse da soverchio di gioia, risposi: -- Babbo, c'è una lettera di Gustavo! -- Indi, fattami al suo letto, e abbandonandomivi quasi con la persona, abbenchè mi si velasse la voce e le pupille mi si annebbiassero, lessi tutto di seguito: -- -Cara Adelaide, ciò che ti si disse di me è falso. Non isposerò altra donna che te. Io ti ho amata sempre, io non ho mutato propositi e sarò presto in Italia e ti farò mia. Che il tuo genitore rassereni lo spirito e non dubiti che tu non abbia ad esser felice col tuo Gustavo.- -- Mio padre, che in questo frattempo s'era ritto sui guanciali facendosi puntello di un braccio, mi strappò la lettera di mano esclamando: -- Vuoi tu ingannarmi? -- Poscia gridò con voce affannata: -- Un po' di luce, un po' di luce! -- Il notaio, appressatosi alla finestra, ne sollevò alquanto la tendina, dimodochè un raggio di sole attraversò la stanza, venendo a morire nella corsìa del letto dalla parte opposta a quella in cui io mi trovavo. Due volle il malato si soffregò le palpebre col dosso della mano sinistra, mentre la destra teneva aperto il foglio avvicinandolo agli occhi. Il sudore che gli stillava dalla fronte rendeva testimonianza di quanto gli costasse quello sforzo supremo, quella lotta della volontà contro i sensi ormai riluttanti all'antico ufficio. Era uno spettacolo angoscioso che teneva sospese in me tulle le potenze dell'anima, che m'impediva in quell'istante di pensare ad altro, di veder altro, di rammentare altra cosa nel mondo. Tutto ad un tratto un sorriso celeste trasfigurò il volto dell'infermo; egli aveva distinto le parole della lettera: -sarò presto in Italia e ti farò mia-, e le ripeteva con accento ineffabile. E, come parlando fra sè, soggiungeva: -- Gustavo, mi hai fatto molto soffrire, ma oggi ti perdono, e muoio felice. -- Grazie, -- sclamai, cadendo in ginocchio a' piedi del letto, e nascondendo la faccia tra le coltri, -- grazie per -lui-. -- Le mani di mio padre si posarono sul mio capo, e non so perchè il loro contatto mi facesse rabbrividire. Alzai gli occhi; le pupille di lui brillavano di una luce che non era terrena, la sua testa era piegata alquanto dalla mia parte con una immobilità spaventosa. Misi un urlo di raccapriccio.... Il notaio lasciò cadere il lembo della tendina ch'egli tenea sollevato: una mezza oscurità verdognola come il colore dei cortinaggi involse la stanza e il letto del malato, rendendone più sinistro il pallore.... L'Anastasi mi trascinò nell'anticamera e adagiatami sopra un sofà, esclamò: Povera Adelaide, -egli- è morto -credendovi- felice! -- Felice! Ed io torcevo ancora fra le dita convulse il bigliettino che segnava irrevocabilmente la mia condanna. Le forze umane hanno un limite, e quel limite le mie forze lo avevano toccato. Orbata del padre, tradita dal fidanzato, e a ventisett'anni sola nel mondo, oh era questo un cumulo di sventure che avrebbe prostrato omeri più vigorosi de' miei! Or che accadesse di me io non so dirvi se non per quello che me ne dissero gli altri, tanto ho di quel tempo una confusa visione, una reminiscenza confusa. Come io abbandonassi quella stanza funerea, come da quelle solitudini alpine ritornassi a Milano, come languissi colà malata più mesi, ve lo giuro, o Lina, io non sarei in grado di narrarvelo. A me parve di uscire da un lungo sonno, d'essermi addormentata ancora giovane e bella per destarmi vecchia e cadente e grinzosa. L'Adelaide vispa, petulante, leggiadra se n'era ita per sempre: in vece sua v'era una donna oppressa dal peso delle memorie, col cuore tanto disingannato da non poter provare un novello amore, col volto così sfiorito da non ispirarne. A ventott'anni io ne mostravo poco men di quaranta, a ventott'anni qualche capello bianco m'inargentava la chioma. Talora io chiedevo a me stessa come l'età mi avesse sorpresa, e come le gioie di sposa e le dolcezze di madre, e tutto ciò che dà pregio all'esistenza femminile, fossero cose ch'io dovevo ignorare per sempre. Nella mia casa, che il mio scarso peculio aveva resa ancor più modesta, io non vedevo, per così dire, che il notaio Anastasi. Fedele alla promessa da lui fatta a mio padre moribondo, egli mi teneva in conto di figlia, e veniva a passar la sera, addormentandosi sovente, bisogna ch'io lo confessi, mentre io leggevo un libro o attendevo a un lavoro. La bontà squisita dell'animo suo e le prove d'amicizia verace ch'io ne avea ricevute, rendevano quell'uomo sacro per me: ma il suo dialogo non bastava a dissetare il mio spirito, nè ad alleggerire il tedio che mi pesava sul capo. Egli aveva ripreso la vecchia abitudine di parlare delle sue faccende e de' suoi clienti, e per quanto io cercassi di dare un'altra piega al discorso, egli con mille giravolte artificiose sapeva ritornare al suo tema prediletto. Procedendo di questo passo sentii ch'io sarei diventata una mummia; temetti, vi dico la verità, di perdere sino il desiderio d'una vita meno monotona, meno vuota d'affetti, e sovra ogni altra sventura mi atterrì il pensiero di questo intorpidirsi dell'ingegno e del cuore. Intanto l'Anastasi venne a morire, e mi si fece intorno un vero deserto. Fu allora che, per un'avventurosa sorte, ebbi agio di conoscere la vostra famiglia. Vidi i vostri genitori, coppia mirabile per sensi dilicati e gentili, vidi voi che in quei tempi eravate una bionda e gracile pargoletta, e mi rammento come si stringesse presto amicizia fra noi due, e come spesso correste festosa a pigliarmi pel lembo dell'abito e a nascondere fra le mie ginocchia la vostra testina ricciuta. E rientrando in casa mia, le stanze mi parevano più fredde, più squallide, più deserte che mai, e io mi corrucciavo di quel silenzio, e tornavo a chieder ricetto nella vostra dimora, come torna al suo nido la rondine. La vostra mamma, scorgendo la simpatia che legava voi e me, mi disse una mattina, con quella sua cara schiettezza: -- Signora Adelaide, voi che siete tanto.... (e qui c'era un complimento ch'io non voglio ripetere) sareste disposta ad assumervi l'educazione della mia Lina? -- Io risposi di sì, e.... il resto voi lo sapete. Ero rimasta senza famiglia, ed ebbi la vostra; ero senza uno scopo nell'esistenza, e il pensiero di svolgere in voi le facoltà dell'animo e dell'ingegno riempì il vuoto del mio cuore; ero senza ambizioni, ed ebbi quella della vostra riuscita. Ai molti disinganni della mia giovinezza potei contrapporre l'affetto vostro costante, la fiducia, non ismentitasi mai, di chi vi confidò alle mie cure. Ora voi mi lasciate, e m'è tolta con voi sì larga parte di consolazioni e di compiacenze. Ma ho imparato frattanto che anche le vecchie zittelle possono trovare un posto nel mondo, quando invece di chiudersi nel guscio dell'egoismo, sanno spendere quei tesori d'affetto che si raccolgono in cuore a ogni donna. Ai miei quarantatrè anni, che a prima vista paion sessanta (state quieta con quella vostra testina che fa segno di no), io mi sento meno desolata, men vecchia di quello ch'io non fossi a ventotto ed a trenta, e poichè di questo mutamento io vo debitrice a voi ed ai vostri, vedete se potevo far meno, per ricambiarvene, che raccontarvi la mia storia. -- Ma.... e -di lui-, -- chiese sommessamente la giovinetta, -- avete mai saputo nuova? -- Oh Lina! Egli è salito assai alto, e salirà ancora di più, perchè non gli manca nè l'ambizione che aspira ai grandi successi, nè l'ingegno che sa conseguirli. Io non l'ho riveduto. Però, sono ormai undici anni, in una delle nostre gite a Milano, essendo con voi fanciulletta ai Giardini Pubblici, fui colpita dalla leggiadria di due bambini vestiti con rara eleganza. Uno d'essi correndo venne a urtare contro di me, onde la governante, una francese, lo ammonì severamente. Io le chiesi chi fossero quelle vispe creaturine che la tenevano in tante faccende. Ella ne proferì il nome. Era il nome di -lui-.... Avrebbero potuto esser miei figli!... Il dì seguente noi partimmo di Milano.... -- La signora Adelaide proferì queste parole con voce tremula e velata, e si alzò repentinamente dalla sedia per non lasciarsi vincere dalla commozione.... -- O la splendida sera! -- soggiunse tosto levando gli occhi al firmamento. Ed era infatti una splendida sera. La luna nel pieno suo disco erasi levata nitida e argentea sopra le brune masse del boschetto di carpini, una brezza soavissima temperava gli ardori estivi e faceva dondolare voluttuosamente le tuberose sul gracile stelo. Una sola nuvoletta piccola, candida, sottile come un fiocco di cotone che un bambino solleva con l'alito, seguiva a poca distanza l'astro malinconico: sarebbesi detto che la regina delle notti si faceva portar dietro il suo velo da invisibili ancelle. Tra le fronde del boschetto gli usignoli gorgheggiavano a piena gola, coprendo coi loro trilli armoniosi il gracchiar monotono delle cicale sparse per la campagna. Lina intese il tacito invito della signora Adelaide, e sorta in piedi, e copertosi il capo con una pezzuola bianca per ripararsi dalla rugiada, pose il braccio sotto il braccio di lei e si avviò seco lungo i capricciosi sentieri del giardino. Noi non seguiremo le due donne nella loro passeggiata notturna; chè, se alla leggiadra Lina piace di sentirsi ripetere le confidenze della sua compagna, noi crediamo che ai lettori basterà di aver inteso una volta -il racconto della signora Adelaide-. -1869.- UN RAGGIO DI SOLE. NOVELLA. L'ultimo lembo dello strascico d'un vestito di seta spariva dietro l'uscio del salotto di casa Mellari. Una signora innanzi negli anni, ma con la fisonomia piena di vivacità giovanile, seguiva il dileguarsi di quello strascico con uno sguardo lungo, tenero, appassionato; uno sguardo, quale non hanno se non le madri per le loro figliuole e le nonne per le loro nipoti. Ed era appunto una nipote della padrona di casa colei che aveva lasciato in quel momento la stanza. La signora Anna, moglie del professore commendatore Everardo Mellari, sola in un angolo della camera, sedeva ad un tavolino, su cui stavano alcuni libri legati, un servizio da tè, un astuccio da lavoro e un moderatore di porcellana acceso; perchè, se non lo abbiamo ancor detto, lo diciamo adesso, erano le dieci di sera. Intorno ad un tavolino molto più grande, collocato proprio nel mezzo dell'ampio salotto, rischiarato da una lucerna appesa al palco, e tutto sparso di opuscoli e di giornali, discutevano di economia e di giurisprudenza sei uomini, con certe inflessioni nasali e una maestosa solennità degna di chi è socio di cinque Accademie almeno. Le sentenze si succedevano a regolari intervalli come le cento e una salve d'artiglieria alla nascita d'un principino. Vuole però giustizia che si facciano in quel gruppo le debite distinzioni. Delle sei persone ivi raccolte quattro avevano aspetto fossile, e il più fossile di tutti era un giovine non ancora trentenne, uno di quei gingillini della scienza che camminano servilmente sulle orme altrui, e si credono dotti, quando hanno letto una memoria papaverica dinanzi a un'assemblea sonnacchiosa. A costoro par grave non avere che venti a trent'anni, e simulano i modi e la posatezza dell'età matura, gonfi, pettoruti, noiosissimi. Sul loro labbro non v'è sorriso, nei loro occhi non v'è luce, nella loro parola non v'è affetto, mummie prima di nascere. Il professore commendatore Everardo Mellari, che al momento della nostra narrazione passava la sessantina, aveva avuto anch'egli il gran torto di non prendere la vita che da un lato solo, dal lato cioè dello studio e della meditazione, trascurando quella verità detta senza reticenze dal Giusti: Se fa conoscere -- le vie del mondo, Oh buono un briciolo -- di vagabondo! Però in lui una intelligenza elevata, una dottrina profonda e un cuore ottimo e tenace nelle amicizie, facevano perdonare quel po' di compassato e di convenzionale che era nel suo carattere. Quanto alla persona, ella somigliava all'indole ed all'ingegno, ed era quindi piuttosto poderosa che graziosa. Dissimile affatto dagli altri, e tale che si sarebbe detto una stuonatura in quel concerto di dottoroni, stava in piedi appoggiando una mano alla spalliera della seggiola del professore Everardo, e tenendo con l'altra dinanzi agli occhi un giornale, senza apparire troppo concentrato nella lettura, il signor Maurizio Dardi, il più vecchio e fidato amico di casa Mellari. Anch'egli fra i sessanta e i settanta, ma ritto, sottile, aitante delle membra, con una fisonomia briosa ed ironica spesso, con uno sguardo vivo, intelligente, pieno di fuoco, con capelli che ormai quasi bianchi del tutto conservavano la curva elegante della giovinezza e si arricciavano di tratto in tratto con una tal quale aria di provocazione come se volessero dire: -- Oh se sapeste quante manine gentili ci hanno fatti scorrere fra le loro dita. -- Dal complesso poi della persona tuttora attraente e dal vestire lindo ed accurato si vedeva l'uomo che aveva molto vissuto nella più eletta parte della società. Il signor Maurizio aveva egli pure seguìto con lo sguardo il dileguarsi del vestito di seta, e quando l'uscio si fu richiuso, con un movimento rapidissimo si fece accosto alla signora Anna, trasse un profondo sospiro dal petto come chi si sente sollevato da un peso, e, avvicinando una sedia al tavolino, disse: -- Si può fare un po' di conversazione con voi, signora Anna? -- Ella che se ne stava fantasticando si scosse, e con un sorriso pieno di benevolenza: -- Figuratevi! -- rispose. -- Vi confesso anzi che mi pareva impossibile di vedervi in mezzo a tanti uomini serî. -- Grazie del complimento. Però, ve lo dico col cuore in mano, vostro marito solo lo digerisco, ma in compagnia con quegli altri no e poi no. Everardo mi va ripetendo sempre che io sono uno scapato come a vent'anni, e che egli stesso non sa spiegarsi come, tanto dissimili d'indole, noi abbiamo potuto rimanere amici tutta la vita. E in verità la cosa fa meraviglia anche a me.... Ma, vedete, ad Everardo io perdono tutto. -- Oh bella! siete voi che perdonate? -- interruppe la signora Anna. -- Certo, perchè, in fin dei conti, queste esistenze seppellite in mezzo alla polvere delle biblioteche sono esistenze sbagliate. Bandire il sorriso dalla vita val quanto bandire il sole dall'universo. -- Oh diamine! Siete sentenzioso.... Su via, cattiva lingua, di chi avete a dir male stasera? -- Di molte persone; ma, se non vi dispiace, mi contenterò di una sola. -- Molti i chiamati e pochi gli eletti. -- osservò sorridendo la signora Anna. -- E chi è oggi l'eletto? -- È una -eletta-. -- Una donna? -- Per l'appunto. -- E chi dunque? -- Voi stessa. -- Io! -- Sì signora.... Credete davvero ch'io sia stato ad ascoltare in tutto questo frattempo le dissertazioni sulle imposte indirette di quell'amenissimo dottor Belgini, che, se si sta alla fede di nascita, ha ventinove anni e se si vede e si sente, ne ha almeno sessanta? -- Ma via, screanzato, parlate piano. -- Oh! siate certa che non ci odono; -- rispose il signor Maurizio, accostando però la sedia a quella della sua interlocutrice e abbassando alquanto la voce. Indi continuò: -- O vi par forse probabile ch'io abbia prestato una grande attenzione agli apoftegmi giuridici partoriti con tanta disinvoltura dal consigliere Marino, il quale, allorchè ha parlato, si volta a destra e a sinistra come per dire: -avete mai inteso nulla di simile?- -- La signora Anna fece uno sforzo per non ridere, e con un tuono malizioso soggiunse a mezza voce: -- Non c'è forse il commendatore Brullo? -- Oh! -- proruppe il signor Maurizio -- quello è un bell'originale. Non v'è cosa che non gli sia accaduta, non v'è paese, in cui egli non sia stato, non v'è idea che prima di venire agli altri non fosse venuta a lui. In casi eccezionali egli fa delle transazioni. Stasera, per esempio, si discorreva della Groenlandia. Egli osservò: -io dovevo andarvi-. Maravigliato d'un tuono tanto rimesso: -eppure io tenevo per fermo-, diss'io, -che ci foste già stato-. Credete forse ch'egli abbia capito ch'io mi burlassi di lui? Tutt'altro. Prese le mie parole per un complimento. -- In fin dei conti poi c'è Everardo, -- concluse la signora Mellari con accento serio e senza ironia di sorta. -- Ah sì, c'è Everardo, -- rispose con l'accento medesimo il signor Maurizio, -- e ad Everardo faccio di cappello; ma, ve lo ripeto, a quattr'occhi, e quando posso levargli la crosta dell'accademico. Via, non v'impazientite. Ricevendo in casa sua de' pedanti gli tocca divenir qualche volta pedante anche lui per ospitalità.... Ma, insomma, voi mi fate parer maldicente.... -- Oh poveretto, non siete mica tale! -- esclamò la signora Anna. -- E, a proposito, non dovevate dir male di me? -- Ah! questo sì, e comincio subito. -- La signora Anna avanzò alquanto la sedia, e appoggiando il gomito al tavolino fece puntello al mento con l'avambraccio, e si pose in atto di benevola aspettazione. -- Dovete dunque sapere -- principiò il signor Maurizio con un tuono scherzoso che temperava l'asprezza apparente delle parole -- dovete dunque sapere, mia cara amica, che io ho inteso gran parte del vostro colloquio con vostra nipote, e che fra voi e lei avete detto delle solenni corbellerìe. -- O sentiamole un po' queste solenni corbellerìe. -- Non mi negherete che la Evelina vi dicesse male di suo marito. -- Male poi no.... Faceva alcune rimostranze. -- Or bene: quanto a me che del matrimonio.... -- Risparmiatemi le vostre teorie. Già si sa che voi l'avete a morte col matrimonio. -- Falsissimo. Io la credo un'ottima istituzione a benefizio dei celibi. Che cosa farebbero i celibi se non vi fossero gli ammogliati? -- Eh! vergognatevi di questo cinismo. -- Sono meno cinico di quel che credete, amica mia, e mi sarebbe facile il provarlo. Ma ora ripiglio il filo del discorso. Quanto a me, dunque, che sono un celibe ostinato ed impenitente, non ho nulla a ridire, se una moglie si lagna di suo marito. Ciò sta nell'ordine naturale delle cose. Ma io mi pongo dal lato vostro, di una donna cioè che ha un culto per l'istituzione del matrimonio, e non posso a meno di strabiliare vedendo come voi lasciate tener quei discorsi a vostra nipote, e abbiate anzi tutta l'aria di secondarli. -- Oh! se non avevate che a farmi questo sermone, mio venerabile signor censore, potevate davvero risparmiarvi la briga. In primo luogo, io non ho secondato niente affattissimo; e poi, appunto perchè tengo che il matrimonio e la famiglia sieno cose sacrosante, m'irrito quando ne vedo fraintesi gli obblighi dall'una parte o dall'altra. -- Queste sono frasi. Io credo invece che il matrimonio, per non finire in una catastrofe, debba essere un lungo esercizio di reciproca tolleranza. Tolleranza, intendiamoci, non già del vizio e della dissolutezza, ma di tutti quei difettucci, di tutte quelle imperfezioni che ciascuno dei due coniugi vede certamente nell'altro. Or via, veniamo al fatto: di che cosa si lagna vostra nipote? -- Sapete che siete curioso? Io potrei mandarvi pei fatti vostri, e non dirvi nulla: ma voglio esser tre volte buona, e vi risponderò schiettamente che Evelina ha ragione. Un uomo che ha una sposa come Evelina, un fiore di gioventù, di bellezza, un angelo di bontà e d'innocenza; un uomo che possiede una donnina siffatta e la trascura, e non le consacra tutto ciò che v'è di migliore nella sua anima e nel suo ingegno, meriterebbe.... eh! lo so io che cosa meriterebbe. Il meno che possa toccargli è che sua moglie si dolga di lui. -- Voi siete una Vestale che conserva il fuoco sacro. Ancora bollente come a vent'anni! Io vi ammiro. -- Eh! ammiratemi meno, e ascoltatemi più. O che vi pare che Evelina avrebbe ad esser contenta? A sedici anni appena la maritano (e un po' di colpa ne ho anch'io) a un giovane sui cinque lustri, operoso, distinto, onesto; ma tutto pieno della sua ambizione, tutto occupato dei suoi buoni successi. Egli è ora di qua, ora di là, oggi a Firenze, domani a Milano, doman l'altro a Napoli, sempre a raccogliere applausi e a mietere allori, a proferir discorsi, a tener conferenze, e che so io; e dopo quindici mesi di matrimonio è molto se sta tre giorni la settimana presso sua moglie per annoiarla con racconti delle sue glorie e de' suoi trionfi. Oh! caro mio, non v'è nulla di più egoista dei così detti uomini grandi, non v'è nulla di più gretto e meschino. Nel santuario della casa che dovrebb'essere aperto agli affetti, alle confidenze, alla celia, essi portano la loro vanità personale; al pettegolezzo senza malizia e senza conseguenze della vita domestica essi sostituiscono il pettegolezzo pieno d'acrimonia e di fiele della vita pubblica e letteraria, e fanno cento volte desiderare il modesto impiegato, l'umile uomo d'affari che, dopo adempito il suo ufficio quotidiano, reca alla sua famiglia la parte migliore di sè; il sorriso del suo labbro, la poesia schietta della sua anima. Perchè questa è la gran differenza tra gli uomini comuni e quelli di maggior levatura: che i primi cercano di piacere alla moglie, perchè sanno che non possono avere applausi da nessuno fuori di lei; gli altri, abbagliati dallo splendore che li circonda, non vedono che tenebre e squallore nelle pareti domestiche. -- Per bacco! -- proruppe il signor Maurizio -- stasera voi siete più eloquente del Mirabeau. Ma mi permettete di rispondervi?... In quello che voi dite c'è molto di vero, non v'ha dubbio, ma l'arma che avete brandita è un'arma a due tagli, e badate di non ferirvi da voi. Quando una giovane possiede, come Evelina, uno sposo di un merito superiore, ella non ha che un mezzo per non divenire infelice. Ella non può impedirgli di raccogliere i frutti del suo ingegno e della sua dottrina e di essere acceso dalla febbre del buon successo: ella deve lasciarsi irradiare dalla sua luce, ella deve associarsi alle sue ambizioni. La neutralità l'è proibita, perchè nella moglie l'esser neutrale vuol dire essere ostile. S'ella non si riscalda pei trionfi del marito, il marito la trascura, ed ella finisce coll'odiar quella gloria che avrebbe dovuto riflettersi su di lei. I due coniugi vivono allora in due mondi diversi, le loro anime non hanno punto di contatto, e, credetemelo pure, mia ingenua amica, quando i corpi sono costretti a stare insieme senza che le anime si confondano, non può nascerne altro che il tedio scambievole.... Ma via, siamo giusti; come volete che un uomo, esposto a tutte le seduzioni del mondo, blandito, accarezzato in mille guise, riesca a trasformarsi di punto in bianco, e diventi semplice, modesto, spensierato, appena egli abbia varcato la soglia domestica? Ma una moglie saggia previene i pericoli, e poichè non può mutare il marito, muta sè stessa. -- Oh! volete farne un'erudita? -- Che! Voi sapete meglio di me come una donna di garbo possa prender parte agli studî di suo marito senza perder nulla della grazia e della semplicità nativa. Tutto sta che la sua trasformazione le sia dettata dall'affetto verso il consorte, e non dalla smania di sdottorare con gli altri: chè in quest'ultimo caso non avete già dinanzi a voi una persona colta, ma una noiosa pedante sul fare di quelle che si vedono spessissimo nella società italiana, così diversa dalla società inglese e tedesca, ove l'eleganza dei modi, le aspirazioni ad un ideale elevato sono le cose più naturali e spontanee del mondo. -- Ma voi parlate sempre degli obblighi della donna: l'uomo non ne ha dunque nessuno? -- Sì che ne ha; ma io vi ragiono dal lato della felicità e della pace coniugale. E vi dico con la convinzione più profonda che l'uomo, anche se fallisce a' suoi obblighi, può trovar nella gloria, nell'ambizione, nel buon successo mille compensi; ma la donna, se non sa crearsi la felicità nel tetto domestico, non vi trova che la sventura o la colpa. -- Di che frasi sonore mi rintronate il capo! La colpa! Le donne virtuose sanno rimaner tali anche nell'infelicità. -- Nell'infelicità sì, -- rispose vivamente il signor Maurizio, sorridendo a fior di labbro, -- e quando un grande dolore, quando un grande disinganno occupa l'animo, io credo che la donna abbia in questo disinganno e in questo dolore una salvaguardia contro le tentazioni. Nel -Paolo Forestier- dell'Augier v'è un tipo di donna, la quale, per vendicarsi dell'uomo che adorava e che l'ha abbandonata, si getta nelle braccia di un altro ch'ella disprezza, appunto nel giorno e nell'ora, in cui deve accadere il matrimonio del suo primo amante. È un concetto bizzarro che si fonda sopra l'ipotesi d'un fatto possibile forse, ma non verosimile. Ciò che invece, a mio parere, mette la donna sempre al limitare della colpa si è quella condizione malaticcia dell'animo che non è la gioia e non è il dolore, vaga, indefinita, vaporosa come il crepuscolo, piena di desiderî che non sanno acquistar forma e contorno, piena di malinconìe che non hanno nome e non saprebbero spiegarsi a sè stesse. Una donna che dice -- -sono incompresa-, -- molte volte comincia col non comprender sè stessa, ed è in quello stato di perplessità che costituisce un eterno pericolo. Chi non sa che cosa si voglia accetta facilmente gli esperimenti, perchè suppone che l'ideale sognato possa capitare quando meno si crede. Gli è appunto il caso della vostra Evelina. L'è sfuggita una frase ch'io colsi benissimo: -- Capisco -- ella disse -- che fra lui e me non c'è modo d'intendersi. Ora, questa frase, sia che racchiuda un profondo scoramento o una smisurata superbia, rivela in vostra nipote l'intenzione di lasciare che le cose vadano per la loro strada. La sua anima non è più occupata da suo marito.... -- Ma chi vi dice queste cose? -- Lasciatemi finire. Il suo cuore è una casa vuota, e una casa vuota può sempre trovare un pigionale nuovo. -- Oh! Maurizio, -- sclamò la signora Anna alquanto risentita, e facendo atto di alzarsi in piedi. -- Basta di ciò. Voi sapete quanta libertà abbiate in questa casa, e come io vi consideri più che di famiglia: ma ogni confidenza ha un limite, e io non posso concedervi queste supposizioni sul conto di Evelina. Sermoneggiate me quanto vi piace, ma lasciate stare quell'angiolo. -- Via, non siate cattiva, -- rispose il vispo vecchietto, tenendo la signora Anna pel lembo dell'abito, e non permettendole di muoversi dalla seggiola. -- Rispetto la vostra tenerezza di nonna, e non vi dirò per questa sera nulla più sul conto di Evelina. Ma, senza insistere sul caso speciale, vi ripeto che degli angeli ne ho visti perder l'ali parecchî, e molte virtù naufragare, e molte altre salvarsi per un accidente; che so io? per un soffio di vento o per un raggio di sole. -- Che cosa c'entrano il vento ed il sole? -- Oh se c'entrano! -- soggiunse il signor Maurizio, stropicciandosi le mani -- volete proprio che ve la racconti la storia d'un raggio di sole? -- La signora Anna sorrise, diè una rapida occhiata all'orologio che stava sulla -consolle- e segnava le 10½, e poi, voltasi al suo interlocutore: -- Avete una voglia matta -- rispose -- di narrare una delle vostre storielle che sono assai più numerose de' giorni dell'anno. Posso concedervi tre quarti d'ora. Ma patti prima, mio caro. Voi avete l'abitudine delle impertinenze, e io non ne voglio; avete certi frizzi di cattivo genere, e io non amo sentirli; onde, o voi state nei termini, o andate a raccontare le vostre frottole al caffè od al casino. -- Accetto le condizioni. E anzi perchè non vi sia il caso che io le dimentichi, vi prego, ogni volta ch'io stessi per uscire di strada, di richiamarmi all'ordine come se voi foste il presidente di un'assemblea. -- Si guardò attorno, e, adocchiato sul tavolino un paio di forbici, le sospinse fino alla signora Anna, dicendole: -- Questo sarà il vostro campanello. Quando voi alzerete queste forbici, capirò che bisogna ch'io renda più castigate le mie espressioni. -- Siete pure il gran fanciullone, -- sclamò la signora Anna. -- Ora parlate. -- Adagino, adagino. Ho pur io una condizione da imporvi. -- Sentiamola un po'. -- Che quando io serbi quei modi di gentiluomo che mi prescrivete, voi mi lascerete andare sino al fondo della mia storia, anche se per avventura si trattasse di cosa che vi fosse già nota. -- O come potrebbe essere? -- Chi sa? Non è poi impossibile che l'abbiate udita raccontare da qualchedun altro. -- E in questo caso vi sta proprio a cuore di farne la seconda edizione? -- Mi sta. -- Ebbene, sia pure come vi aggrada. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000