Egli mi porse la mano: io ritirai la mia e feci atto d'uscire. Però mi rivolsi un momento indietro, e dissi con voce ferma: -- Silenzio con tutti, s'intende. -- Si figuri! -- rispose; poi mi precesse nell'andito e richiamò il servo in livrea che m'aveva fatto discendere dalla carrozza. Ci accomiatammo con un semplice cenno del capo. Dopo il banchiere, il notaio. In pochi minuti il cocchio mi mise alla porta dell'Anastasi: in pochi secondi fui nel suo studio. Quand'io, senza punto farmi annunciare, me gli presentai dinanzi, egli era tutto assorto nell'esame di alcune carte che stavano sul suo tavolino. Al fruscìo della mia veste alzò il capo, e sul suo volto si dipinse una sorpresa che confinava con lo sgomento. -- Voi qui? -- Io stessa, -- risposi; -- e mettendo il chiavistello all'uscio, soggiunsi: -- Ho bisogno d'un abboccamento da sola a solo con voi. -- La fisonomia del notaio si scomponeva sempre più: egli si levò gli occhiali, mi piantò in viso uno sguardo indagatore, e accostando una scranna alla sua poltrona m'invitò a sedere. Non vi ripeterò il nostro colloquio ne' suoi particolari. Io, donna e inesperta, io, la cui sorte pendeva da un filo, ero tranquilla e serena; egli, uomo d'affari, era invece agitato come se avesse avuto la febbre. Fu più volte sul punto d'interrompermi; ma io lo trattenni d'un gesto, e narrai tutto, tutto ciò ch'io avevo inteso la sera precedente, tutto ciò che avevo detto allora allora al banchiere Miragli, tutti gl'impegni ch'io aveva presi con l'incrollabile determinazione di mantenerli ad ogni costo. Quand'ebbi finito, il buon uomo si portò ambe le mani al capo in atto di profonda disperazione. -- Adelaide, -- egli proruppe, chiamandomi confidenzialmente per nome, come gliene dava diritto la lunga dimestichezza, -- ciò che avete fatto è una pazzia, sublime forse, ma sempre pazzia, e io non posso e non debbo esserne complice. Via, calmatevi, -- soggiunse, prendendo nelle sue le mie mani agitate da un tremito nervoso; -- state a sentire anche me, come io stetti a sentir voi. -- Egli allora, riacquistata tutta la lucidezza della sua mente, fredda e ordinata come le carte del suo archivio, mi svolse una serie di considerazioni, in cui era innegabilmente un lato di giusto, ma che m'irritavano appunto per quello di giusto che contenevano. -- Io volevo immolarmi per salvare l'onor di mio padre, -- egli diceva; -- ma quest'onore non era punto in questione. Checchè avvenisse, tutti avrebbero saputo che mio padre soccombeva a un rovescio di fortuna, e il suo passato n'era la miglior guarentigia. Col mio sacrificio io mettevo a repentaglio la sua pace, la sua vita forse. Ma io ignoravo adunque che, più ancora della sventura imminente, lo turbava il pensiero ch'io di questa sventura potessi esser partecipe prima di aver assicurato il mio avvenire? Inoltre, era egli in mia potestà il disporre così delle mie sostanze? Legalmente non v'era dubbio: io non rimanevo padrona assoluta di me che nelle poche ore, le quali scorrevano tra il momento in cui io compivo i ventiquattr'anni, e quello in cui andavo a marito, e di quelle poche ore io potevo dispor da sovrana. Ma, alla fine dei conti, libera al cospetto del Codice, era io tale moralmente? Non appartenevo io già all'uomo che doveva viver meco, meco formare una famiglia? Non dovevo io per lo meno consultarlo prima di prendere una deliberazione di tanto rilievo? Era in facoltà mia di consumare, lui assente ed ignaro, un patrimonio destinato a' nostri figliuoli? E poichè prima delle nozze era per me un debito sacrosanto di dirgli ogni cosa, non avevo io considerato quanto fosse più delicato, più nobile il far precedere la confessione al fatto, che farla seguire? -- I suoi argomenti non mi commossero. Io non sapevo che una cosa: che mio padre era sull'orlo del fallimento, e che io avevo i mezzi di salvarlo. Ogni irresolutezza era per me, più che una colpa, un delitto. Pure io non potevo a meno di chiedere a me stessa, perchè mi ripugnasse in modo così strano e invincibile l'idea di confidare tutto a Gustavo. Io non ne avevo il tempo per lettera, è verissimo; ma Gustavo sarebbe stato in Milano il mattino del dì successivo, e poichè il banchiere Miragli era deciso a non protestar le cambiali sino al lunedì, nella giornata di sabato, prima dell'ora delle nozze, v'era agio di accomodare ogni cosa. In tal modo io mi sarei risparmiata la giusta accusa di mancare di fiducia verso l'uomo ch'io amavo più sulla terra, ed avrei associato quest'uomo all'adempimento del mio dovere. Tutto ciò era evidente: nondimeno io mi sentivo incrollabile nel mio proposito. Era forse il dubbio che Gustavo mi distogliesse dall'adempiere un obbligo sacro? Era la vanità di serbarmi intera la lode di una nobile azione, e di farmene una specie di manto, entro cui presentarmi teatralmente atteggiata innanzi al mio sposo? Non vi maravigli, Lina, il mio dire. Voi siete una natura schietta ed ingenua, io ero invece un carattere pieno di bizzarrie e di contraddizioni, uno di quei caratteri che amano la virtù, ma la vogliono cinta d'un apparato scenico. Ad ogni modo, gli è certo che tutte queste ragioni cospiravano per mantenermi irremovibile nel mio proponimento. -- O siatemi complice, -- dissi all'Anastasi, -- o mi avrete nemica. Che cosa io farò, l'ignoro io medesima; ma voi mi avrete ferita, provocata per modo da spingermi ad ogni pazzia. E, invero, se per poche ore io son libera da ogni potestà, se sono padrona assoluta di me, dovrò forse cadere sotto la sovranità vostra? Quali sono i vostri titoli? Voi vi rifiutate di assistermi? Ebbene, io cercherò chi tenga le vostre veci. Mancano forse altri uomini di legge in Milano? E mi credete così spoglia d'ogni energia da non saper far valere i miei diritti? io mi ero rivolta a voi come ad un amico, a cui si confida ciò che si è fatto, non come a un consigliere, a cui si chiede ciò che deve farsi. Voi mi conoscete, sapete la tenacità de' miei propositi. Ve lo chiedo per l'ultima volta, volete assistermi? -- L'Anastasi giunse fino alle lagrime. Egli mi disse, piangendo, che il secondarmi gli costerebbe l'amicizia di mio padre, mi scongiurò di attendere almeno sino alla venuta di Gustavo; ma tutto invano. Quando mi vide così risoluta si alzò, e con una spontaneità di movimento, e una delicatezza di parola, di cui non l'avrei creduto capace, mi stese ambe le mani e mi disse: -- Ebbene, poichè lo esigete, sia pure così. Io vi ho veduta nascere, vi tenni fra le braccia bambina, e non posso lasciarvi in questo istante della vostra vita. Voi siete una ragazza ammirabile di virtù e di sacrificio, ma avete giocato sopra una carta il vostro avvenire. Voglia il cielo che abbiate a vincere la partita. -- Suggellammo la pace, convenendo sul modo d'incontrarci la sera. Era cosa facilissima. L'Anastasi doveva farmi conoscere il mio stato economico; bastava quindi fissare il nostro abboccamento per la mezzanotte. Giunsi in casa a tempo della colazione e trovai mio padre un po' maravigliato, ma non inquieto della mia assenza. Io ero in quel primo momento ancora più ansiosa di veder riuscito il mio disegno che trepidante per l'avvenire. Intanto i preparativi per le nozze procedevano con affannosa alacrità. Servi ed operai erano tutti intesi a dar l'ultima mano al salotto da pranzo e a quello di ricevimento: per le scale e pegli anditi si disponevano acconciamente vasi di sempreverdi; nella cucina s'udiva il brulichìo d'un laboratorio chimico, e il cuoco di casa in berretto e giubba bianca andava su e giù trafelato, impartendo ordini concisi e assoluti a' suoi quattro aiutanti. Ad ogni istante un servo in livrea capitava da parte dell'una o dell'altra delle nostre conoscenze a portare o un biglietto di visita, o un mazzo di fiori, o un astuccio con qualche regalo per me. Ed io ero la regina della festa, e dovunque io passavo era un inchinarsi rispettoso, un sospendere momentaneamente il lavoro per farmi ossequio. Io ero la gran tormentata, ed ora la crestaia mi provava l'acconciatura, ora la sarta mi accomodava in dosso il vestito da nozze, un vestito di seta bianco, accollato, con uno strascico lungo due braccia. Tutti avevano una parola di congratulazione, una parola d'augurio per me: io dovevo avere un sorriso per tutti. E quando la cameriera mi fece passare in rassegna il mio corredo, un corredo de' più ricchi e assortiti che mai una sposa avesse recato seco, e quand'ella mi chiese quali oggetti dovesse riporre nella valigia pel mio viaggio di nozze, mi toccò risponderle con fronte serena, e dissimulare la tremenda agitazione dell'animo. Oh Lina, vi sono battaglie che non si vedono, eppur sono più difficili a vincersi di quelle che decidono le sorti degl'Imperi! Soffocare un gemito che sta per irrompervi dal petto, frenare una lagrima che sta per discendervi dal ciglio, supplire con l'energia della volontà alla forza delle membra che vi abbandona, ecco una serie d'imprese che non danno gloria, ma costano sudori di sangue. Io quel giorno di martirio senza confine potete credere, se la petulanza di mio suocero mi producesse un effetto gradevole. Egli mi era sempre attorno canticchiando e saltellando, nonostante i suoi settant'anni, e dicendo sempre: -- Gran bella cosa il matrimonio per una ragazza, non è vero? Più bella per loro che per noi, poveri uomini, che ci lasciamo prendere al laccio. -- E rideva sgangheratamente. Sua moglie poi non sapeva staccarsi dall'esame del mio corredo e mi faceva di tratto in tratto le sue critiche. I fazzoletti di -battista- non erano abbastanza fini, i collarini non erano tutti di buon gusto. Se avessi veduto il corredo di lei, trent'anni addietro! Bisogna dir proprio che allora si lavorasse meglio!... Ma non ci perdiamo in minuzie. Dopo pranzo, secondo il nostro accordo, venne il notaio Anastasi. Bisbigliò alcune parole all'orecchio di mio padre, che parve annoiato, e sclamò a voce alta: -- Che ora siete andato a scegliere! -- L'altro insistette con qualche calore, onde mio padre si rimosse dalle sue obbiezioni. Venne verso di me, mi trasse in disparte e mi disse: -- Lo sai? stasera compi ventiquattr'anni. Ho piacere che tu riveda da te stessa i tuoi conti. Quell'originale dell'Anastasi afferma di non esser libero che alle undici e mezzo, onde convien fare il comodo suo. Per quell'ora ho già ordinato la carrozza. Vuoi essere accompagnata?... -- Ci sarebbe mancato altro! Risposi subito che sarei andata sola, e il pericolo fu sventato. Di lì a qualche minuto l'Anastasi si mosse facendomi un cenno. Io l'accompagnai all'uscio della scala e seppi che il banchiere Miragli era stato nello studio di lui, e che ogni difficoltà era rimossa. Non restava che firmare. Nel lasciarmi, il notaio mi disse con amarezza: -- È la prima volta in vita mia ch'io inganno un uomo; e quest'uomo è un amico, è vostro padre, e siete voi che mi avete indotto a ingannarlo.... -- Io esultavo all'idea che tutto era appianato: ogni altra cosa scompariva pel momento a' miei sguardi. Rientrai nel salotto col passo più elastico, con la fisonomia più serena, onde mio suocero mi piantò in viso gli occhi e mi chiese: -- Ehi, sposina, che vuol dire quell'aria di trionfo? -- Mi schermii alla meglio, e andai a sedere proprio dirimpetto all'orologio a pendolo ch'era collocato sulla mensola. La sfera dei minuti procedeva abbastanza sollecita, ma come mi pareva tarda quella delle ore! Alla fine scoccarono le undici. Mi dileguai in silenzio dal salotto, mi acconciai in fretta uno scialle e un cappello, e scesi nel cortile, ove la carrozza era pronta ad aspettarmi. Non erano ancora le undici e mezzo quando io fui nello studio del notaio. I suoi due commessi sonnecchiavano nell'anticamera; egli era solo dinanzi allo scrittoio col capo appoggiato ai gomiti e nascosto fra le mani. Una lampada, la cui campana era rivestita di un paralume di color verde, concentrava tutta la sua luce sulle carte del tavolino lasciando in ombra la stanza, che così buia, così silenziosa, aveva qualche cosa di lugubre che vi stringeva l'animo. Il -tic-tac- uniforme di un orologio infisso alla parete contribuiva a quell'insieme di tristezza, inesplicabile, eppur gagliarda e profonda. Quand'io entrai, l'Anastasi si scosse, guardò l'orologio e disse: -- Avete anticipato. Però il banchiere non tarderà a giungere. Intanto vostro padre m'incaricò di farvi vedere il conto della sua amministrazione. -- E mi squadernò dinanzi una pagina irta di cifre. Io la rispinsi senza nemmeno gittarvi l'occhio. -- Ciò che fu fatto da mio padre e da voi -- risposi -- non ha bisogno della mia approvazione. Solo permettetemi di chiedervi ancora una volta: la mia sostanza basta a salvarlo? -- -- Basta. Ora ecco la vostra fede di nascita, -- soggiunse il notaio. -- Era necessario levarne una copia per dare al cavalier Miragli una guarentigia della validità de' vostri atti. Le pratiche occorrenti per liberare il vostro avere, che è depositato presso il Tribunale, non esigeranno che un mese tutto al più, per cui abbiamo convenuto col signor cavaliere che voi sottoscriverete delle obbligazioni pel 15 aprile; ma che, ove mi riesca d'aver prima il danaro, io gliene anticiperò il pagamento. Questa poi -- continuò il notaio, mostrandomi un'altra carta -- è una istanza di vostro padre, con cui si dichiara che siete divenuta maggiore, e si domanda che sia messa a vostra piena disposizione l'eredità materna.... -- Un rumore di passi annunziò l'arrivo del banchiere Miragli. Era umile come un agnello e dolce come uno zuccherino; nè rifiniva mai di scusarsi pel breve ritardo, e di attestarmi la sua ammirazione pel mio affetto filiale. Contemporaneamente egli scorreva con lo sguardo le carte che il notaio andava passandogli, leggendone in fretta alcuni tratti. Udii una frase della fede di nascita, che suonava così.... -Nei primi istanti del giorno 3 marzo 1826, e precisamente pochi secondi dopo scoccata la mezzanotte del 2 nell'orologio di Piazza dei Mercanti, la signora Maria Dossi, moglie del signor Giorgio Nerli, banchiere di questa città, diede alla luce una creatura di sesso femminile, a cui venne imposto il nome di Adelaide.- Il cavaliere Miragli trasse di tasca il suo cilindro, dicendo: -- Non sono che le undici e tre quarti, -- e ripose il documento sul tavolo. Indi soggiunse: -- Vediamo il resto. -- Di mano in mano ch'egli aveva esaminato una carta, la riconsegnava al notaio che alla sua volta me la metteva sotto agli occhi, affinchè io ne prendessi cognizione. Vidi così le quattro obbligazioni ch'io dovevo sottoscrivere e che importavano 50 mila lire per ciascheduna, più gl'interessi, e vidi pure una minuta di procura, con la quale io abilitavo l'Anastasi a ritirare per conto mio la sostanza depositata presso il Tribunale. Scoccò la mezzanotte all'orologio dello studio. A quel suono tanto naturale e tanto aspettato parve che tutti e tre fossimo sotto l'influsso di una scossa elettrica, e invero tutti e tre ad un punto ci alzammo dalla sedia. Il notaio si approssimò alla finestra e l'aperse, quantunque soffiasse un vento umido e freddo. Gli orologi della città ripetevano ad uno ad uno i dodici rintocchi, che segnano il termine di un giorno e il principio del dì vegnente, e il suono dell'orologio di Piazza dei Mercanti, ch'era fra i più vicini, spiccava distinto dagli altri. Nessuno di noi proferiva parola. Quando furono trascorsi oltre dieci minuti dopo l'ultimo squillo, il notaio Anastasi richiuse l'imposta, e rompendo pel primo il silenzio, disse laconicamente: -- È tempo. -- Si fece all'uscio della stanza, e chiamò più volte i suoi due commessi che entrarono barcollando e stropicciandosi gli occhi, e s'addossarono alla stufa in aspettazione di nuovi ordini. Quindi mi pregò di sedere al suo tavolino e di apporre la mia firma alle quattro obbligazioni, ciocchè io feci senza esitare. Allora, ad un cenno, si avanzarono i due così detti giovani di studio, due veri automi, e sottoscrissero una dichiarazione con cui si certificava che, alla presenza di loro, -testimoni validi e idonei-, io avevo firmato le obbligazioni il giorno 3 marzo 1850, venti minuti dopo lo scoccare della mezzanotte del 2. In questo intervallo, il banchiere Miragli estraeva dal portafoglio alcune cambiali e le stendeva spiegate dinanzi al notaio. Questi si alzò, e inforcati gli occhiali che aveva deposti alcuni minuti addietro, prese a considerarle accuratamente e a confrontarle con un polizzino ch'egli teneva nella mano sinistra. Parve che l'esame riuscisse soddisfacente, perchè l'Anastasi disse: -- Va bene. -- Allora il banchiere, tuffata la penna nel calamaio, scrisse con la massima rapidità una o due parole sul dorso di ciascuna di quelle cambiali e le passò al notaio, che gli consegnò alla sua volta le mie quattro obbligazioni. Il più era fatto: non mi rimase che a sottoscrivere la procura all'Anastasi, alla presenza dei due soliti testimonî sonnacchiosi ed -idonei-. Dopo di ciò, il banchiere prese commiato dichiarandosi lietissimo che la faccenda si fosse composta senza scandalo, e attestando la sua alta stima per mio padre e per me. Rimasi sola col notaio. La sua fisonomia era pallidissima e stravolta. -- Che avete, per amore del cielo? -- gli chiesi. -- Adelaide, voi siete contenta, non io. Abbiamo salvato il negoziante, ma abbiamo tradito il padre. E di voi, povera giovane, che cosa avverrà? -- Oh amico mio, -- risposi, -- la notte scorsa a quest'ora voi avete difeso Gustavo: e oggi, innanzi a me, dubitereste di lui? -- Eppure un dubbio tremendo mi si era insinuato nell'animo, e il domani mi appariva pieno di funesti presagi. Il notaio mi consegnò le cambiali di mio padre e mi accompagnò sino alla carrozza. Allorchè fui per salirvi, nulla più mi rattenne; compresi di quanto io andava debitrice a quest'uomo, e gli porsi la mano sclamando: -- Grazie, di quanto avete fatto per me. -- Egli mi baciò in fronte commosso; indi, simulando un sorriso, mi disse: -- Addio, addio; a rivederci domani. -- A casa mia tutti erano coricati da mio padre in fuori. Io seppi infingermi ancora e rispondere adeguatamente alle sue inchieste. Egli mi ricondusse nella mia stanza dicendomi: -- È l'ultima sera che tu dormi nella tua cameretta: che tu possa esser felice nella nuova dimora quanto fosti qui. -- La sua voce tremava, i suoi occhi erano pieni di lagrime; io mi sentivo scoppiare il cuore, pensando ai diversi affetti che dovevano combattersi in lui, allo sforzo titanico col quale egli mi nascondeva le sue angosce, e fui a un punto per rivelargli ogni cosa. Ma io avevo giurato a me stessa che il primo che avrei posto a parte del mio segreto sarebbe stato Gustavo, e non mi lasciai sfuggir parola dal labbro. Però s'egli si fosse confidato meco, se in quell'istante supremo mi avesse resa manifesta l'intima cagione delle sue pene, avrei potuto dal canto mio nascondergli il vero? Questo io temevo grandemente, poichè ormai il dado era gettato e io volevo condurre ad effetto il mio proposito. Sennonchè le idee di mio padre presero subitamente un altro indirizzo. -- Vedi, Adelaide mia, -- egli mi disse, facendomi sedere accanto a sè, dinanzi a un mio tavolino da lavoro, -- io penso adesso a trentanni fa, allorchè quella, che fu poi la tua povera mamma, venne confidente e serena nelle mie braccia. Ell'era bella, sai? la tua mamma, e ti somigliava non già in tutte le linee del viso, ma negli occhi e qui specialmente, nell'arco delle sopracciglia. Del resto devi ben rammentartela, ch'eri ormai grandicella quando l'è morta, sebbene da lungo tempo la sua avvenenza fosse andata a male. Oh! bisognava vederla da fidanzata.... -- Si passò il fazzoletto sugli occhi, e poi trasse di tasca un astuccio che conteneva un ritratto in miniatura. -- Questo ritratto -- soggiunse, sorridendo in mezzo alle lagrime -- mi ricorda un curioso incidente. Prima ancora che tra la povera Maria e me ci fossimo spiegati, io frequentavo la casa di lei insieme con un mio amico pittore, il quale, essendo la giovane bellissima, la corteggiava anch'egli alcun po', quantunque senza frutto e senza speranza. Una sera, più per celia che per altro, mentre eravamo seduti attorno ad un tavolino, si mise a gettar giù alcuni segni, come volesse ritrarla; ma parendogli di non riuscirvi, slanciò lunge da sè la matita con impeto subitaneo, e ripiegato il pezzo di carta che conteneva quegli abbozzi stava per metterlo in tasca. Io invece avevo calcolato che quelle quattro linee resterebbero a me, e con la rapidità del lampo posi la mano a impedire ch'egli mandasse ad effetto il suo divisamento, onde ne nacque una piccola lotta fra noi. Tira di qua e tira di là, la carta si lacerò, ma la vittoria fu mia, perchè a lui non rimase che una scantonatura del foglio. La ragazza battè le mani e si lasciò scappare un -bravo- che mi fece diventar rosso come una bragia. Usciti che fummo, il pittore mi disse: -- Lo sai ch'io sono un poco superstizioso. Quanto è accaduto stasera è per me un avvertimento di lasciarti il campo libero affatto con la Maria. Però, siccome la mia riputazione d'artista mi preme e due fiaschi son troppi, m'impegno, ove tu operi da senno e la giovane diventi tua fidanzata, a fartene un ritratto coi fiocchi, dovessi pur metterci un mese di lavoro. -- Allora ne risi e diedi del visionario al mio interlocutore; ma la faccenda andò proprio così. Dopo gli sponsali, l'amico mio volle ad ogni costo mantenere la sua promessa, e in pochi giorni condusse a termine questa miniatura, veramente ammirabile e somigliante per modo che più non si potrebbe desiderare. -- In mezzo a queste parole, egli aveva sollevato la sua cara reliquia sino all'altezza della fiamma della candela, e la contemplava in soavissimo rapimento. Ed io pure ero assorta in quella visione così inaspettatamente evocata, in quella stupenda figura di donna dalle labbra vermiglie su cui scherzava il sorriso, dagli occhi azzurri, profondi, espressivi, dai capelli che parevano oro filato. Era ben la mia mamma, però molto più fresca e più lieta e più bella di quando io l'avea conosciuta. Dunque mio padre l'aveva amata molto, abbenchè ne parlasse di rado, e io non mi rammentassi mai una eguale espansione. Oh! con che leggerezza si accusa alcuno di aver obliato le persone più caramente dilette! Non è vero: esse riposano intatte nel santuario delle memorie, e sdegnano mescersi al tumulto quotidiano dell'esistenza, alle cose che vengono e passano; ma negl'istanti solenni, ma nei raccoglimenti profondi, o noi andiamo a svegliarle, o di per sè stesse si svegliano, e sono là più giovani, più vive degli affetti vivi e recenti, e ci conducono in quel mondo di sogni che (chi lo sa?) è forse la patria dell'anima. Potete credere che nell'emozione di quei ricordi noi piangemmo lungamente insieme, mio padre ed io. Egli sorse pel primo, svincolandosi dall'amplesso. A un tratto si percosse la fronte con la mano, e sclamò: -- Smemorato ch'io sono: ho in tasca una lettera del tuo sposo e dimenticavo di consegnartela: la portò un forestiero or ora arrivato da Torino: eccola. -- E, come se non volesse disturbare il colloquio di due amanti, uscì frettoloso. -- -Domattina alle otto sarò in Milano, sarò da te, la mia diletta Adelaide- -- così cominciava la lettera di Gustavo. Indi seguiva un racconto vivace, animato, del suo dibattimento ch'era finito con un vero trionfo per lui. La Corte aveva dichiarata innocente la donna da lui difesa, i giudici si erano congratulati seco della sua eloquenza, il pubblico, nonostante le ingiunzioni del Presidente, si era lasciato andare all'entusiasmo più clamoroso. -Ma non degli applausi ricevuti-, -- egli concludeva, -- -ma non della popolarità di un giorno: ciò di cui mi compiaccio si è l'idea di aver fatto il mio dovere.- Oh! s'egli aveva un concetto tanto elevato del proprio dovere, poteva egli fallirmi il domani? Se mi amava ricca e felice, poteva abbandonarmi povera e sventurata? I pensieri che sogliono turbare il sonno alla fanciulla che sta per mutare destino non angustiarono i miei riposi. Io invece pensavo che il giorno dopo a quell'ora sarei sommamente lieta, o sommamente misera e derelitta. Se Gustavo apprezzava il mio sacrifizio, se pur di farmi sua egli consentiva a mantenermi col suo lavoro, a rinunciare agli agî che dà l'opulenza, qual ventura era da paragonarsi alla mia? La coscienza di aver salvato mio padre, la certezza di possedere un uomo di cuore uguale all'ingegno, sarebbero bastati a riempirmi l'animo di dolcezza ineffabile. Ma se il contrario accadeva? Oh povera me, povera la mia fede nel bene, la mia fede nella virtù! La temperatura erasi nella notte fatta più rigida, e nella mattina cadeva a fiocchi la neve. Che brutto giorno di nozze! Prima delle otto io ero in piedi, aveva indossato uno de' più eleganti vestiti del mio corredo, m'ero acconciata i capelli con insolita cura, e lo specchio lusinghiero mi diceva: -- Sei bella. -- Oh! io volevo esser bella davvero, volevo esser seducente, incantevole. Io non avevo ormai altre armi che la grazia della parola, che il fascino dell'avvenenza: mi sarebbero esse bastate? Sopra il divano della mia stanza da letto stava il mio bianco vestito di sposa, stava la mia candida ghirlanda di fiori di cedro: chi avrebbe saputo dirmi s'essi erano là come una promessa, o come un'ironìa? Avevo appena terminata la mia -toilette-, quando una carrozza s'arrestò nel cortile. Era desso: era Gustavo. Tutte le porte si aprivano dinanzi allo sposo, dinanzi al re della giornata. Mi mossi ad incontrarlo; ma le forze che mi avevano sorretto fino a quel punto, che mi avevano aiutato a superare le commozioni angosciose delle ultime quarantott'ore, mi vennero meno ad un tratto, e allorchè Gustavo entrò nella stanza io caddi, più che non mi gettassi, nelle sue braccia. Sgomento, sorpreso, egli mi adagiò sopra una scranna e fu per chiamare soccorso. Almeno mi parve, poichè questo pensiero mi restituì il vigore perduto, compresi la necessità di rimaner sola con Gustavo, e ricomponendomi tosto, e provandomi a sorridere, dissi: -- Sto bene, sai? fu un capogiro. -- Egli mi guardava con inquietudine, e mi prendeva la mano, e mi carezzava i capelli, e a poco a poco quasi senz'avvedersene era in ginocchio a' miei piedi, coi suoi begli occhi fissi nei miei, con l'anima non distratta da altri pensieri, ma conversa in me tutta quanta. Oh come io mi sentivo felice! Oh perchè quei momenti dovevano passar così rapidi? Io stessa ruppi l'incanto. -- Gustavo, debbo parlarti. -- Ah! dunque tu hai qualche segreto, -- egli rispose impallidendo -- Per amor del cielo, Adelaide, levami da questa incertezza. -- Egli era sempre inginocchiato dinanzi a me; io gli posi una mano sull'omero, e con voce più ferma ch'io non avrei creduto, gli rivelai ogni cosa, soffermandomi anche sulla subitaneità dell'accaduto che m'aveva impedito di attenderlo a concertarmi seco. Mentre io parlavo, il suo volto esprimeva un misto d'ammirazione, d'ansietà, di dolore. -- Gustavo, -- conclusi, -- io non sono più la fidanzata di ieri: sono una nuova Adelaide povera, derelitta, infelice, che non può costringerti a farla tua sposa. Ecco, essa ti rende la tua libertà.... -- -- La mia libertà? -- egli interruppe. -- Oggi che mi ti mostri più grande che mai, oggi che la sventura ti ha colpito, presumi ch'io t'abbandoni? -- Oh! queste parole erano dolci, soavi, ineffabili; ma la fisonomia di Gustavo svelava un pensiero affannoso, profondo che ne scemava il valore.... Infatti egli tosto soggiunse: -- Mio padre sa nulla, gli hai detto nulla? -- E si alzò, girando intorno uno sguardo perplesso come chi vede crescersi in mano le difficoltà.... -- A tuo padre? -- risposi; -- ma se non ho nemmeno parlato al mio? Ma non dovevo io a te la mia prima confidenza? -- Gustavo camminava su e giù per la stanza. Di tratto in tratto la sua fisonomia prendeva un'espressione singolare, come di chi si vergogna di qualche proprio pensiero, e vuol far prevalere in sè stesso più generosi consigli. Dopo alcuni secondi mi si arrestò dinanzi e mi disse: -- Adelaide, tu hai salvato tuo padre, posso io tradire il mio? -- Io tremai. Che significava questo preambolo? Egli continuò. -- Posso io tacergli il vero? -- Non l'affetto, non l'angoscia, non lo sgomento dell'avvenire, che già mi si pingeva coi più tetri colori, valsero a frenare in me un senso d'ira e di dispetto. -- E chi ti chiede questa viltà? -- interruppi con amara alterezza, sorgendo io pur dalla sedia. -- O sono io forse tale che accetterei d'esser tua a prezzo d'un inganno? Gustavo, così mi conosci? -- Egli mi si accostò e mi susurrò nell'orecchio: -- Adelaide, quanto sei migliore di me! -- Poi ricadde nella sua incertezza, e soggiunse in tuono di domanda: -- Non è meglio discorrergli subito?... -- Ma sì, ma sì, -- risposi mal dissimulando la mia impazienza. -- Usciamo per carità da queste angustie. -- Si avviò con passo deciso, ma prima di richiuder l'uscio dietro a sè, mi rivolse ancora la parola: -- Non ti sgomenterai se mio padre fa un po' di strepito. Ha un carattere tanto bisbetico!... -- E senz'attendere altra risposta s'incamminò rapidamente verso il quartierino ch'era assegnato alla sua famiglia. Quando fui sola mi gettai sul canapè nascondendo la faccia tra i guanciali. Sino da quel punto tutto era finito per me. Nel turbamento, nelle incertezze di Gustavo io vedevo scritta la mia sentenza. Io ero giovane, non avevo quell'abitudine dell'abnegazione onde uno s'immola quasi senza avvertirlo: io sentivo la grandezza del sacrificio compiuto, e mi pareva che l'uomo destinato ad esser mio sposo dovesse pagarmi largo tributo di entusiasmo e di ammirazione. Nel caso suo, io sarei caduta ai piedi di chi mi si fosse rivelato capace di tanto; avrei detto: Questa donna non mi reca più una fortuna, ma essa mi scopre il tesoro del suo cuore; nel caso suo avrei provato un senso d'orgoglio nel farla mia a malgrado di mio padre, di tutti. L'affetto vero non teme la lotta: esso forse la cerca e giganteggia in mezzo agli ostacoli. Ma Gustavo aveva paura; bisogna ben dirla questa parola, per quanto aspra ella sia, egli aveva paura della rampogna paterna. E nell'ora che io m'aspettavo di vederlo deliberato a combattere col proponimento di vincere, lo scorgevo invece timido, incerto, oscillante, chiedente a me inspirazioni e consigli. Oh Lina! e ci dicono il sesso debole? Non so quanto io rimanessi così. So che alla fine l'impazienza mi vinse, e provai il bisogno di scacciare con commozioni forse più tristi e violente i pensieri che mi tormentavano. Uscii della stanza, dopo aver preso meco le funeste cambiali ch'io dovevo restituire a mio padre. Tant'era ch'io mi aprissi pienamente seco. Io avevo appena messo piede in un salottino, sul quale riuscivano le camere dei miei suoceri quando una porta si spalancò e ne uscì Gustavo con gli occhi stravolti, con la chioma disordinata, con un pallore di morte sul viso. Quando avvertì la mia presenza, mi si gettò incontro esclamando: -- Che hai tu fatto, Adelaide? -- Il mio dovere, -- risposi risoluta. Io non avevo ancora terminate queste parole, quando comparve il padre di Gustavo, altrettanto infiammato nel volto quanto suo figlio era pallido. -- Ah! siete qui, signorina, -- egli gridò in tuono brutale; -- voi che avete aspettato d'aver preso il merlo alla rete prima di rivelargli che appartenete ad una famiglia rovinata. -- V'era tanta sfrontatezza in quest'affermazione, ch'io sollevai il capo sdegnosamente senza rispondere. Però anche Gustavo sentì che suo padre aveva soverchiato la misura, e disse vivamente: -- Questa è una menzogna. -- Sì, sì, -- riprese l'altro senza scomporsi; -- ma intanto si vorrebbe ch'io dessi il mio consenso al matrimonio di Gustavo con la figliuola d'uno spiantato.... -- Non ve ne date pensiero, -- interruppi; -- è Adelaide che ritira il suo. -- Che dici mai? -- esclamò Gustavo avvicinandomisi. -- O Gustavo, -- gli risposi con amarezza, -- la vostra facondia l'avete lasciata ieri al Tribunale di Torino: per difendere una donna colpevole avete trovato accenti che non sapete più trovare per difendere la vostra fidanzata. Siete sempre così, voi avvocati: avete l'eloquenza del sofisma, non quella dell'affetto. Andatevene, andatevene, o Gustavo, Adelaide vi ha reso la vostra parola.... -- No, Adelaide, tu deliri, -- egli proruppe; -- io solo sono padrone della mia volontà, e saprò farla trionfare. -- Vi confesso la mia debolezza. Ho fin da bambina tanto usato e abusato del verbo -volere-, che mi accostumai a crederlo la parola più nobile del dizionario. Un uomo che dice -voglio- si è sempre rialzato al mio cospetto, e perciò questo lampo inaspettato d'energia nel linguaggio di Gustavo mi aveva racceso un fioco lume di speranza nell'anima. -- Ah! si pretende fare la volontà propria, -- gridò il vecchio con piglio ironico, -- si pretende ribellarsi. Va benone; ma allora il signorino penserà anche a trovarsi una casa propria, a mantenersi da sè.... La dev'esser bella davvero con le sue abitudini da sibarita, con la sua delicatezza; oh! la dev'esser bella a vederlo misurare le spese con la sua signora consorte e abituarsi alle privazioni... Alle privazioni, lui! Povero grullo. Via, datti pace, le non son virtù per te, cresciuto fra due guanciali. Oh! recitare un discorsone da far piangere i sassi, scrivere un paio di colonne su quei fogli di carta sporca che si chiaman giornali, questo sì lo saprai fare; ma lavorare per vivere come ho fatto io nella mia gioventù, ma patire.... via, levatela dal capo.... Se non ti mancassero che le frutta a tavola, sarebbe anche troppo per te.... -- Guardai in viso Gustavo. Io temevo che insulti sì bassi e triviali gli facessero smarrire la ragione e dimenticare che l'insultatore era suo padre. Io temevo di vederlo slanciarsi contro l'uomo che lo feriva nella sua dignità, e che aggiungeva il sarcasmo all'offesa. Ma Gustavo era impassibile. Le sue membra tremavano, le sue labbra si erano contratte; però egli non si lasciò sfuggire nè un accento, nè un gesto.... In verità io non capisco gli uomini, talora audaci fino alla temerità, talora timidi fino alla vigliaccherìa. Nondimeno ignoro se Gustavo si sarebbe scosso, quando apparve mio padre attratto dal suono di quell'alterco. Io sentii, più che non vedessi, i suoi occhi fissi in me per interrogarmi, e corsi a lui dicendogli: -- Babbo, usciamo di qui, la dignità di entrambi lo vuole. -- No, -- egli rispose con fermezza, quantunque una tremenda ansietà gli fosse dipinta nel volto, -- no; a me occorre sapere prima di tutto la cagione di questo diverbio nel mattino d'un giorno di nozze. E se s'insulta mia figlia, -nè altri sorge a difenderla-, -- e calcò su queste parole ch'erano rivolte a Gustavo, -- non voglio mancare io al mio dovere. -- Ciò ch'io paventavo sopra tutto, accadde. Il vecchio sordido ed egoista, che avrebbe dovuto diventare mio suocero, si svincolò da Gustavo che voleva trattenerlo e avanzandosi di qualche passo, e gestendo furiosamente, urlò a piena gola: -- Ve lo dirò io di che si tratta, o signore. Gli è ch'io non voglio esser vittima d'una truffa; gli è ch'io non voglio consentire al matrimonio di Gustavo con la figlia d'un fallito. Rinuncio a descrivervi la scena che successe. Mio padre cadde fulminato sopra una seggiola. Gustavo accorse in suo aiuto, ed egli lo respinse, non volendo vicino altri che me. I servi, quali col pretesto di portar soccorso, quali senz'altra scusa che la curiosità, si affollarono nella stanza. Era comparsa allo spiraglio dell'uscio anche la madre di Gustavo in gran cuffia coi nastri color di rosa e abito di seta verde, senza decidersi nè a venire innanzi nè a ritirarsi, combattuta com'era tra l'istinto femminile e la paura del marito che le faceva segno di rientrare. Nel mentre che io spruzzavo d'acqua la fronte di mio padre, andavo susurrandogli con rotti accenti: -- No, babbo, sai? non sei fallito.... È una vile menzogna.... Fui informata di tutto e ho salvato tutto.... -- Egli si scosse, e sollevandosi con mezza la persona sulla sedia, e afferrandomi per le braccia: -- Hai salvato tutto!... tu?... Ma come?... Spiegati.... -- Io mi liberai a fatica da quella stretta e trassi di tasca le cambiali, aggiungendo: -- Il Miragli è pagato. -- Pagato? -- egli riprese -- ma da chi? -- Ebbe una subitanea intelligenza della cosa, e presami per mano con un movimento convulso, nervoso: -- Saresti tu forse? -- egli gridò con voce tremante per la commozione.... E perchè io non facevo motto, soggiunse: -- Tu che ti saresti rovinata per me? Adelaide, dimmi che non è vero, che non può esser vero.... -- Ne parleremo più tardi, -- risposi. -- Ora ripiglia l'usata tranquillità.... -- Ma mio padre non mi lasciò finire, e fattosi innanzi per modo che io sentivo l'ardor della sua fronte.... -- Tu non lo neghi, -- proruppe, -- dunque è così, dunque io ho spezzato il tuo avvenire, dunque tu sei povera?... Ora, ora intendo ogni cosa. -- Ma io non lo permetterò giammai,... io ricorrerò al Tribunale contro siffatta mostruosità. Chi abusò della tua buona fede dovrà pagarne il fio.... -- No, padre mio, -- dissi con accento tranquillo e sicuro, -- no; nessuno abusò di me, io non fui ingannata da nessuno. Il Tribunale non potrebbe trovar la menoma irregolarità in ciò ch'io feci, perchè operai sempre d'accordo col notaio Anastasi. -- Col notaio! -- gridò mio padre fuori di sè. -- Ah sciagurato! -- Questa rivelazione parve produrre sull'animo suo un effetto ancora maggior della prima, ed egli si abbandonò ad una collera, di cui io non sapevo intendere la ragione. Si alzò per rientrare nella sua stanza, ma le gambe non fecero l'ufficio loro, e convenne sostenerlo. Non volle però, cosa incredibile, nemmeno esser sorretto da me, e si appoggiò al braccio di un vecchio servo di famiglia. A un tratto si volse indietro, e: -- Che cosa fate qui? -- chiese a Gustavo e a suo padre. -- Questa non è casa per voi, è la casa di un uomo rovinato. -- Gustavo gli si avvicinò con piglio sommesso, dicendo: -- Voi mi giudicate male, signor Giorgio. -- Un amaro sorriso sfiorò le labbra di mio padre, che non si degnò nemmeno rispondere; ma soggiunse: -- E dire che mia figlia lo amava tanto! -- Io seguivo macchinalmente mio padre lungo gli anditi che conducevano alla sua stanza, lo seguivo oppressa, sbalordita dalle commozioni accumulate sull'animo mio, simile a chi dopo una grave caduta sente un dolore per tutta la persona, ma non sa ancora discernere che membro abbia contuso o ferito. Prima ch'io giungessi alla soglia della stanza paterna, sentii una mano toccarmi leggermente la spalla. Era Gustavo. -- Adelaide, -- egli mi disse, -- puoi tu credere ch'io ti lasci così? Puoi credere che il nostro bel sogno sia svanito per sempre? Io partirò, ma per poco; io partirò per farmi uno stato libero, indipendente, per poter offrirti una casa -mia-, ove -nessuno- osi insultare alla santità del tuo sacrificio, alla grandezza della tua povertà. Adelaide, mi aspetterai, mi ridonerai la tua stima?... -- Io sentivo scorrermi per le vene una insperata dolcezza; ma fui forte, e risposi: -- Gustavo, voi lo sapete, io vi ho reso la vostra libertà.... -- Egli mi pose vivamente una mano sulle labbra, è interruppe: -- No, Adelaide, non parlarmi così. Dammi ancora del -tu-, come quando mi amavi, come un'ora fa. Oh! non volgere gli occhi altrove. Non sono poi tanto colpevole. Dio buono! È egli possibile che un'ora sola abbia distrutto un amore come il nostro? -- Non dissi parola, ma le lagrime che mi scendevano giù per le gote attestavano la mia debolezza. Egli era là presso di me, l'alito del suo respiro si confondeva col mio, la mia mano aveva tentato invano di sottrarsi alla sua, un bacio ardente sfiorò la mia bocca.... Mi scossi svincolandomi dalle sue braccia, e accennando a Gustavo che partisse, sclamai: -- A rivederci. -- Egli si portò alle labbra la mia mano che teneva stretta, e col volto raggiante mi disse: -- Grazie, Adelaide, a rivederci. -- Si dileguò. Immobile dietro i cristalli della finestra vidi la carrozza che lo conduceva lontano.... Intorno a me era un silenzio di morte; solo la neve a piccoli fiocchi gelati flagellando i vetri dava un suono simile al battito di un orologio.... Uno strato candidissimo copriva il davanzale della finestra e i tetti delle case circostanti.... le guglie acuminate del Duomo tutte vestite di bianco spiccavano fantasticamente sul cielo grigio e uniforme.... Nella via sottoposta la gente affaccendata passava e ripassava senza strepito alcuno.... pareva come un muoversi d'ombre in un mondo di sogni.... Oh! certo io sognavo.... Era quello il mio giorno di nozze, il mio giorno di festa e di trionfo?... Avevo io inteso veramente echeggiare le stanze d'insulti e di minacce brutali?... Il mio sposo era egli veramente partito?... Eppure io sentivo ancora sulle labbra il suo bacio, e mi suonava nell'orecchio la sua voce amorosa.... Io andavo vaneggiando così, quando intesi chiamarmi a nome: -- Adelaide, povera Adelaide! -- Mi volsi in sussulto, staccandomi dalla finestra. Era il notaio Anastasi. Le lagrime che mi si erano cristallizzate negli occhi irruppero a un punto e m'abbandonai a un pianto sfrenato. Caddi nelle braccia dell'amico fedele, e obbedendo al mio pensiero dominante, esclamai in mezzo ai singhiozzi: -- Oh! tornerà, sapete, tornerà. -- Sì certo, Adelaide, -- egli mi rispose con dolcezza; -- ma vostro padre? -- Mio padre! Io l'avevo dimenticato. Ed egli febbricitava nella stanza vicina. III. Il mio racconto è ormai così lungo, che mi conviene stringerne le fila e non discendere a troppo minuti particolari. Non vi dirò adunque dello scompiglio della mia casa in quel giorno, finito tanto diversamente da ogni ragionevole previsione; non vi dirò delle chiose petulanti dei servi, delle indiscrete ambasciate dei maligni, delle visite inesorabilmente rispinte, dei regali rinviati ai donatori, delle tavole levate prima d'imbandirle, dei pretesti con cui tentammo coprire il vero e far credere che si trattasse soltanto di una brevissima proroga, non vi dirò nulla di tutto ciò; chè la vostra imaginazione può formarsene un'idea e indurre quello che dovesse passarmi nell'animo. Nondimeno, come accade assai spesso, i miei pronostici della vigilia non s'erano avverati. O sommamente felice, o misera sommamente, era stato il mio presagio. Ebbene, la fortuna, pur volgendomi avversa, non mi aveva tolto ogni raggio di speranza; tant'è vero che il cuore umano assai di rado ha disseccate le fonti del conforto, e, come il naufrago all'alghe, s'aggrappa ai più deboli appoggi per non sommergere affatto. Io ho osservato che la logica rigida ed inflessibile ci abbandona nella pratica della vita, ed è gran ventura, perchè essa ci condurrebbe agli estremi nei nostri atti e nei nostri sentimenti. La contraddizione qualche volta ci salva da noi medesimi: essa è l'ultimo nostro rifugio, quando il dolore ci uccide, o la fatalità ci trascina alla colpa. Disprezzare, odiare il mio sposo, s'egli esitava a farmi sua per la mutata fortuna, ecco ciò ch'io avevo creduto agevole e naturale. Stolta! Non si disprezza e non si odia così presto, quando si è amato davvero. Il cuore si ribella contro questo proposito della volontà, e lungamente e tenacemente resiste, e co' suoi mille artifizî scompiglia gli argomenti della ragione. Pensando a Gustavo, e potete immaginarvi ch'io vi pensavo sempre, io non ne rammentavo la perplessità, le indecisioni colpevoli, non ne rammentavo la timidezza codarda al cospetto della brutale arroganza paterna; ma ne ricomponevo con la fantasia le ultime parole e le carezze prima di lasciarmi, quando, in fine, nessuno lo costringeva a promettermi ciò che non avesse in animo di mantenere. Io sentivo che non era abbastanza, sentivo che Gustavo non era più l'uomo che avanzava per me tutti gli altri, e nondimeno io volevo riacquistar la mia fede, volevo sperare. Una lettera di Gustavo ricevuta il giorno dopo la catastrofe era discesa come un balsamo sulle mie piaghe: un mese addietro avrei desiderato molto di più, un mese addietro quella lettera mi sarebbe parsa troppo concisa, troppo fredda, ma il dolore è tanto meno esigente quanto è più grande. Sennonchè io avevo ben altre cagioni d'affanno. Lo stato di mio padre m'angustiava fuor di misura. Egli non sapeva perdonarmi di averlo salvato a spese della mia felicità, ed era poi inesorabile verso il notaio Anastasi. Quello ch'io feci per riconciliarlo con l'uomo, il quale aveva mostrato tanta abnegazione, tanto affetto per noi, è incredibile. Eppure andò molto prima che le mie sollecitudini riuscissero a buon fine, e spesso mi accadde di dover ricevere io sola il notaio, perchè mio padre rifiutava di vederlo. Il povero Anastasi, avvezzo a riguardare la casa nostra come casa sua, avvezzo ad esservi accolto a braccia aperte, non sapeva darsi pace di così ingiusto trattamento, e se ne doleva meco e mi rimproverava quasi di avergli usato violenza. Nondimeno egli occupavasi alacremente della liquidazione de' nostri affari. E qui era per me una sorgente di umiliazioni giornaliere, continue. V'è qualche cosa assai più doloroso che l'esser poveri: è il divenir tali, è il dover rinunciare ad uno ad uno a tutti quegli agî della vita, che la lunga consuetudine ci fa credere altrettante necessità. La sostanza di mio padre bastava a supplire ad ogni suo debito, ma ad un patto soltanto, quello cioè di dare a tal uopo tutto il nostro avere, di vendere ciò che avevamo più caro. La nostra bella casa di Milano, le nostre carrozze, i nostri cavalli, il nostro villino sul lago, pieno per me di ricordanze soavi a un tempo ed amare, erano tanti amici, da cui faceva mestieri staccarsi. Mi ricordo sempre le lagrime che ho versato, quando il notaio mi annunziò la vendita della villa, dicendomi che se aveva qualche oggetto che mi stesse più a cuore, potevo andarmene a prenderlo. Egli mi accompagnò nella mestissima gita, e invero io avevo bisogno di qualcheduno che mi desse coraggio, tanto ero divenuta negli ultimi tempi impressionabile e sensitiva. Era sullo scorcio d'aprile. I tepidi fiati di primavera avevano già desta la natura sopìta, e le pendici ammantate di verde, e i giardini odorosi di fiori facevano bella mostra di sè sul morbido specchio del lago incantevole. Ella era lì la bianca casetta testimonio de' miei giuochi, confidente del mio amore; ella era lì sul suo piccolo promontorio vestito di muschi, e pareva protendersi per veder meglio la barca che le riconduceva ancora una volta l'ospite antica. Le imposte erano tutte spalancate, e alcuni uomini andavano disponendo sopra il terrazzo i vasi di limoni che avevano passato l'inverno nello stanzone degli agrumi. Quando toccai la riva, visitatrice inattesa, fu un grido di meraviglia: -- La signorina, la signorina! -- Tonio, il vecchio giardiniere, mi corse incontro, e mi baciò la mano, tentando dirmi chi sa quante cose, ma non riuscendo ad aprir bocca per la commozione. L'ispido cane di guardia si mise a scuotere con tale violenza la sua catena, e a mettere un guaìto così lamentevole, che convenne scioglierlo e lasciarlo venire a farmi festa. Grande e grosso com'era, mi seguiva sommesso come un pulcino, alzando di tratto in tratto i suoi occhioni verso di me, quasi volesse interrogarmi. Percorsi in silenzio tutto il giardino, sospingendo col piede i ciottoli degli ombrosi sentieri, ove avevo tante volte passeggiato con -lui-, riposandomi sui rustici sedili di legno, ove sì spesso ci eravamo soffermati insieme in soavi colloquî, contemplando la superba -magnolia-, i cui fiori giganteschi, agitati dal vento d'autunno, avevano versate sul nostro capo sì deliziose fragranze; mi trattenni un quarto d'ora, indovinate davanti a che? davanti a una lunga fila di formiche che, traversando diagonalmente un piccolo viale, andavano e venivano frettolose da due punti ignoti del pari per me. Dacchè io villeggiavo sul lago, avevo veduta quella singolare processione, che m'era stata sempre oggetto di curiosità e di maraviglia. Un giorno, passando di là con Gustavo, egli mi aveva descritto assai per disteso i costumi di quei mirabili insetti, e adesso io richiamavo al pensiero l'istruzione ricevuta. Mossami alfine, salii nella casa, e rividi la mia nitida stanza di vergine e la contigua cameretta da studio, intorno alla cui finestra s'arrampicava una pianta d'oleandri fioriti, e il salottino co' suoi vetri a colori che davano al giardino sì vaghi e fantastici aspetti, col suo pianoforte, sul quale stavano i quaderni di musica ammonticchiati l'uno sull'altro, con le sue belle litografie appese alle pareti; indi ridiscesi, e visitai la cucina e il pollaio. Il giardiniere mi pregò che entrassi un istante nella sua abitazione, ove sua moglie malaticcia avrebbe voluto vedermi, e avendo io acconsentito all'inchiesta, non vi so dire che dimostrazioni d'affetto mi facesse la povera donna. L'assisteva la più giovane delle sue figliuole, una ragazza che contava due o tre anni meno di me, e a cui io aveva insegnato a leggere e a scrivere. Lasciò per un minuto la madre, e corse a prendere i suoi scartafacci per mostrarmi che, anche me assente, si manteneva in qualche esercizio. -- O signorina, -- soggiunse congiungendo le mani, -- quanto, quanto le debbo! E adesso chi ripasserà le mie lezioni? -- Abbi pazienza, -- risposi, -- anche i nuovi padroni piglieranno a volerti bene. -- Fece una smorfia col labbro e crollò le spalle in segno d'incredulità; poi, passandosi la mano sugli occhi, riprese: -- Oh! chi l'avrebbe potuto prevedere? -- La malata le fece segno che tacesse, ed io uscii di là dopo aver voluto a ogni costo lasciare un piccolo ricordo a lei e alla figliuola. La nostra villa era stata venduta con tutte le sue suppellettili; ma il notaio Anastasi, nello stipulare il contratto, mi aveva riservato il diritto di ritirarne qualche oggetto, che, senza avere un valore reale pei nuovi proprietarî, avesse per me un valore morale grandissimo. Presi cose di poco pregio, come reliquie di un passato irrevocabile.... Oh! io avrei voluto portar meco le piante, i sassi, le aiuole di quel mio paradiso! Tonio un po' imbarazzato, un po' confuso e tenendo il cappello per la falda e facendolo andare attorno fra le due mani come una girandola, mentre io mi disponevo alla partenza, mi disse: -- Signorina, forse sono troppo ardito, ma ho pensato.... ho creduto che non le spiacerebbe portar seco un altro ricordo del giardino. Un bel vaso di geranî, di quelli, sa? che abbiamo piantato l'anno scorso.... l'ho messo da parte per lei.... sicchè.... se crede.... lo collochiamo in barca. -- E vedendo ne' miei occhi il più ampio consenso alla sua gentile richiesta, si allontanò un paio di minuti, e fu tosto da me col magnifico vaso di fiori.... -- Che bel colore, non è vero? -- soggiunse, esaminando la pianta con compiacenza d'artista. -- Io credo che a cinquanta miglia d'intorno non vi siano geranî simili a questi. -- Indi col passo d'un giovane di venticinqu'anni scese alla riva, e gettatosi in barca vi accomodò il suo tesoro, raccomandando ai remiganti che lo tenessero d'occhio e non lo urtassero col piede. Ci allontanammo rapidamente. Udii ancora per qualche minuto il vecchio cane abbaiare sulla scalinata, ravvisai il giardiniere e la sua figliuola che sporgevano con la persona dal parapetto del terrazzo per accompagnarmi più lontano con lo sguardo; poi la sponda si ripiegò su sè stessa, e la barca, che andava via via costeggiando, perdette di vista la villa. -- Addio, mio bel lago, -- potevo esclamare anch'io come Renzo e Lucia, quando solcavano le acque di Lecco, -- addio, pendici ridenti, addio, montagne incoronate di nubi, addio, isolette confortate dal profumo degli aranci e dei cedri; forse vi vedrò ancora, ma l'anima infantilmente serena che s'inebbriò al vostro aspetto, ma l'anima innamorata che vi confidò i suoi battiti più segreti, ma l'antica Adelaide è morta e nessuno potrà farla risorgere... -- Il mio viaggio era compiuto; io avevo, mesta pellegrina, risalutato il mio tempio, ed ora mi attendevano nuovi fastidî e nuove amarezze. -- Siete più forte di quello che crediate voi stessa, -- mi disse il notaio Anastasi, allorchè, il giorno seguente, mi ricondusse alla mia casa in Milano. -- Abbiate coraggio; chi la dura la vince. -- Intanto, anche in Milano convenne ridursi in un'abitazione più conforme al nuovo stato. Non più i soffitti dipinti, non più le pareti a stucco, non più le porte con fregî dorati, non più i morbidi tappeti. Or tutto era decente, ma modesto e dimesso, e le poche mobiglie di lusso, che rammentavano lo sfarzo di un tempo, nuocevano alla simmetria dell'insieme. Nella nuova casa come nell'antica, nel nuovo come nell'antico stato, la mia volontà faceva legge, e mio padre, che anche quando aveva piena la sua energia e il suo vigore non attentava al mio scettro domestico, ora poi si lasciava dirigere in ogni cosa da me. Io ripagavo l'autorità che m'era concessa con un assiduo tributo di cure, di sollecitudini, di previdenze. A ventiquattr'anni si può cangiare abitudini e sfidare le strettezze e i disagî; ma una esistenza non si ricomincia a sessanta, non si avvezza l'animo alle privazioni nell'età che si fanno più sentire i bisogni. Quando, mercè l'opera infaticabile del notaio Anastasi, fu condotta a termine la liquidazione dei nostri affari, e i creditori di mio padre ebbero incassato fino all'ultimo centesimo, ci rimase del gran naufragio una sostanza di cinquantamila lire. Era più assai ch'io non avessi sperato; era un'esistenza, se non comoda, almeno tranquilla, assicurata a mio padre. Ma qui io aveva contato soverchiamente sul mio potere. Mio padre aveva un'idea fissa; rifarmi la dote. Approfittando del poco capitale che gli era rimasto, delle sue estese relazioni e del credito che non poteva mancargli dopo sì evidenti prove d'integrità, egli voleva slanciarsi novellamente negli affari e ritentar la fortuna. Questa sua deliberazione mi faceva terrore. Allorchè si può contrapporre alle cresciute difficoltà la baldanza della giovinezza, è lecito ripromettersi il buon successo; ma come sperarlo quando si va alla battaglia con lo spirito e con le membra affralite? L'esperienza non basta. Ella insegna talvolta ad evitare gli scogli, ben di rado ci guida nel porto, ella ci toglie le illusioni, ma non ci assicura il trionfo. Che non feci e non dissi per rimuovere mio padre dal suo proposito? In altri tempi l'alleanza del notaio mi sarebbe stata preziosa, ma l'Anastasi non godeva più in casa mia dell'antico credito: si diffidava di lui, perchè egli aveva cooperato a salvarci dal disonore e dalla rovina. Certo questa del babbo era una grande ingiustizia, nè io potevo non riconoscerlo, sebbene mi fosse facile intendere ch'ella dipendeva da uno sviscerato amore per me e dalla pietà del mio destino compromesso così da quanto era accaduto. Comunque sia, le mie esortazioni non valsero, e mio padre vinse il suo punto, e tornò ad aprire il suo banco. Ma, Dio buono, quanto le cose erano diverse da prima, come tutto procedeva lento e stentato, come gli affari erano tardi a ravviarsi! Io ne discorrevo sovente con l'Anastasi, che crollava il capo sfiduciato. -- È una nobile idea quella di vostro padre, -- egli diceva, -- ma ci vorrebbero vent'anni di meno per condurla ad effetto. Forse non ci sarebbe che un modo; ma io sono uno scimunito, ed è inutile parlarne. -- E per quanto io insistessi, non potevo cavargli una sillaba di più. Solo una volta egli soggiunse: -- Può darsi che venga un giorno, in cui ve lo dica. -- Ma bisogna pure ch'io torni a favellarvi del mio amore. Esso si era trasformato, ma, quale pur fosse, non occupava il mio cuore meno di prima. Ora c'era dentro un po' d'orgoglio offeso, e quindi un po' di puntiglio e di amarezza, e la mia pertinacia nello sperar la vittoria s'accresceva della sfiducia e della disapprovazione degli altri. Anzi io non so dirvi nemmeno se la mia fede fosse tutta vera e spontanea; poichè il mio animo era sempre in guardia contro tutti e contro sè stesso. -Tornerà-: ecco la parola ch'io avevo pronta sulle labbra ad ogni inchiesta che mi fosse rivolta, ad ogni sguardo che m'interrogasse. Le lettere di Gustavo giungevano non sempre puntuali, ma pure abbastanza frequenti. Talora erano brevi, ma egli si scusava con le occupazioni che gli crescevano in mano e ch'egli non poteva trascurare, perchè ne andava di mezzo il nostro avvenire. Io pensavo che, s'egli era così occupato, non ci sarebbe poi voluto tanto a conquistarsi questo benedetto stato ed a farmi sua; ma se io gliene scrivevo, egli trovava sempre una buona ragione per tirare in lungo la faccenda. Non bisogna farsi una famiglia se non si è in grado di farla vivere comodamente, egli mi andava ripetendo, ed è meglio aspettare qualche anno che rovinarsi per troppa fretta. Chi m'avrebbe indotta a credere alcun tempo addietro che siffatte dichiarazioni così fredde, così positive, non mi avrebbero impazientita e tolta ogni illusione? Eppure, sebbene io mi fossi già persuasa che l'amore di Gustavo era di quelli 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000