Egli mi porse la mano: io ritirai la mia e feci atto d'uscire. Però
mi rivolsi un momento indietro, e dissi con voce ferma: -- Silenzio con
tutti, s'intende.
-- Si figuri! -- rispose; poi mi precesse nell'andito e richiamò il servo
in livrea che m'aveva fatto discendere dalla carrozza. Ci accomiatammo
con un semplice cenno del capo.
Dopo il banchiere, il notaio. In pochi minuti il cocchio mi mise alla
porta dell'Anastasi: in pochi secondi fui nel suo studio.
Quand'io, senza punto farmi annunciare, me gli presentai dinanzi,
egli era tutto assorto nell'esame di alcune carte che stavano sul suo
tavolino. Al fruscìo della mia veste alzò il capo, e sul suo volto si
dipinse una sorpresa che confinava con lo sgomento.
-- Voi qui?
-- Io stessa, -- risposi; -- e mettendo il chiavistello all'uscio,
soggiunsi: -- Ho bisogno d'un abboccamento da sola a solo con
voi. --
La fisonomia del notaio si scomponeva sempre più: egli si levò gli
occhiali, mi piantò in viso uno sguardo indagatore, e accostando una
scranna alla sua poltrona m'invitò a sedere.
Non vi ripeterò il nostro colloquio ne' suoi particolari. Io, donna
e inesperta, io, la cui sorte pendeva da un filo, ero tranquilla e
serena; egli, uomo d'affari, era invece agitato come se avesse avuto la
febbre. Fu più volte sul punto d'interrompermi; ma io lo trattenni d'un
gesto, e narrai tutto, tutto ciò ch'io avevo inteso la sera precedente,
tutto ciò che avevo detto allora allora al banchiere Miragli, tutti
gl'impegni ch'io aveva presi con l'incrollabile determinazione di
mantenerli ad ogni costo.
Quand'ebbi finito, il buon uomo si portò ambe le mani al capo in atto
di profonda disperazione.
-- Adelaide, -- egli proruppe, chiamandomi confidenzialmente per nome,
come gliene dava diritto la lunga dimestichezza, -- ciò che avete
fatto è una pazzia, sublime forse, ma sempre pazzia, e io non posso
e non debbo esserne complice. Via, calmatevi, -- soggiunse, prendendo
nelle sue le mie mani agitate da un tremito nervoso; -- state a sentire
anche me, come io stetti a sentir voi. -- Egli allora, riacquistata
tutta la lucidezza della sua mente, fredda e ordinata come le carte
del suo archivio, mi svolse una serie di considerazioni, in cui era
innegabilmente un lato di giusto, ma che m'irritavano appunto per
quello di giusto che contenevano. -- Io volevo immolarmi per salvare
l'onor di mio padre, -- egli diceva; -- ma quest'onore non era punto
in questione. Checchè avvenisse, tutti avrebbero saputo che mio padre
soccombeva a un rovescio di fortuna, e il suo passato n'era la miglior
guarentigia. Col mio sacrificio io mettevo a repentaglio la sua
pace, la sua vita forse. Ma io ignoravo adunque che, più ancora della
sventura imminente, lo turbava il pensiero ch'io di questa sventura
potessi esser partecipe prima di aver assicurato il mio avvenire?
Inoltre, era egli in mia potestà il disporre così delle mie sostanze?
Legalmente non v'era dubbio: io non rimanevo padrona assoluta di me che
nelle poche ore, le quali scorrevano tra il momento in cui io compivo
i ventiquattr'anni, e quello in cui andavo a marito, e di quelle poche
ore io potevo dispor da sovrana. Ma, alla fine dei conti, libera al
cospetto del Codice, era io tale moralmente? Non appartenevo io già
all'uomo che doveva viver meco, meco formare una famiglia? Non dovevo
io per lo meno consultarlo prima di prendere una deliberazione di tanto
rilievo? Era in facoltà mia di consumare, lui assente ed ignaro, un
patrimonio destinato a' nostri figliuoli? E poichè prima delle nozze
era per me un debito sacrosanto di dirgli ogni cosa, non avevo io
considerato quanto fosse più delicato, più nobile il far precedere la
confessione al fatto, che farla seguire? --
I suoi argomenti non mi commossero. Io non sapevo che una cosa: che mio
padre era sull'orlo del fallimento, e che io avevo i mezzi di salvarlo.
Ogni irresolutezza era per me, più che una colpa, un delitto. Pure io
non potevo a meno di chiedere a me stessa, perchè mi ripugnasse in modo
così strano e invincibile l'idea di confidare tutto a Gustavo. Io non
ne avevo il tempo per lettera, è verissimo; ma Gustavo sarebbe stato
in Milano il mattino del dì successivo, e poichè il banchiere Miragli
era deciso a non protestar le cambiali sino al lunedì, nella giornata
di sabato, prima dell'ora delle nozze, v'era agio di accomodare ogni
cosa. In tal modo io mi sarei risparmiata la giusta accusa di mancare
di fiducia verso l'uomo ch'io amavo più sulla terra, ed avrei associato
quest'uomo all'adempimento del mio dovere. Tutto ciò era evidente:
nondimeno io mi sentivo incrollabile nel mio proposito. Era forse il
dubbio che Gustavo mi distogliesse dall'adempiere un obbligo sacro? Era
la vanità di serbarmi intera la lode di una nobile azione, e di farmene
una specie di manto, entro cui presentarmi teatralmente atteggiata
innanzi al mio sposo? Non vi maravigli, Lina, il mio dire. Voi siete
una natura schietta ed ingenua, io ero invece un carattere pieno di
bizzarrie e di contraddizioni, uno di quei caratteri che amano la
virtù, ma la vogliono cinta d'un apparato scenico.
Ad ogni modo, gli è certo che tutte queste ragioni cospiravano per
mantenermi irremovibile nel mio proponimento. -- O siatemi complice, --
dissi all'Anastasi, -- o mi avrete nemica. Che cosa io farò, l'ignoro io
medesima; ma voi mi avrete ferita, provocata per modo da spingermi ad
ogni pazzia. E, invero, se per poche ore io son libera da ogni potestà,
se sono padrona assoluta di me, dovrò forse cadere sotto la sovranità
vostra? Quali sono i vostri titoli? Voi vi rifiutate di assistermi?
Ebbene, io cercherò chi tenga le vostre veci. Mancano forse altri
uomini di legge in Milano? E mi credete così spoglia d'ogni energia da
non saper far valere i miei diritti? io mi ero rivolta a voi come ad un
amico, a cui si confida ciò che si è fatto, non come a un consigliere,
a cui si chiede ciò che deve farsi. Voi mi conoscete, sapete la
tenacità de' miei propositi. Ve lo chiedo per l'ultima volta, volete
assistermi? --
L'Anastasi giunse fino alle lagrime. Egli mi disse, piangendo, che
il secondarmi gli costerebbe l'amicizia di mio padre, mi scongiurò di
attendere almeno sino alla venuta di Gustavo; ma tutto invano. Quando
mi vide così risoluta si alzò, e con una spontaneità di movimento, e
una delicatezza di parola, di cui non l'avrei creduto capace, mi stese
ambe le mani e mi disse:
-- Ebbene, poichè lo esigete, sia pure così. Io vi ho veduta nascere, vi
tenni fra le braccia bambina, e non posso lasciarvi in questo istante
della vostra vita. Voi siete una ragazza ammirabile di virtù e di
sacrificio, ma avete giocato sopra una carta il vostro avvenire. Voglia
il cielo che abbiate a vincere la partita. --
Suggellammo la pace, convenendo sul modo d'incontrarci la sera. Era
cosa facilissima. L'Anastasi doveva farmi conoscere il mio stato
economico; bastava quindi fissare il nostro abboccamento per la
mezzanotte.
Giunsi in casa a tempo della colazione e trovai mio padre un po'
maravigliato, ma non inquieto della mia assenza. Io ero in quel
primo momento ancora più ansiosa di veder riuscito il mio disegno
che trepidante per l'avvenire. Intanto i preparativi per le nozze
procedevano con affannosa alacrità. Servi ed operai erano tutti intesi
a dar l'ultima mano al salotto da pranzo e a quello di ricevimento:
per le scale e pegli anditi si disponevano acconciamente vasi di
sempreverdi; nella cucina s'udiva il brulichìo d'un laboratorio
chimico, e il cuoco di casa in berretto e giubba bianca andava su e
giù trafelato, impartendo ordini concisi e assoluti a' suoi quattro
aiutanti. Ad ogni istante un servo in livrea capitava da parte dell'una
o dell'altra delle nostre conoscenze a portare o un biglietto di
visita, o un mazzo di fiori, o un astuccio con qualche regalo per
me. Ed io ero la regina della festa, e dovunque io passavo era un
inchinarsi rispettoso, un sospendere momentaneamente il lavoro per
farmi ossequio. Io ero la gran tormentata, ed ora la crestaia mi
provava l'acconciatura, ora la sarta mi accomodava in dosso il vestito
da nozze, un vestito di seta bianco, accollato, con uno strascico
lungo due braccia. Tutti avevano una parola di congratulazione, una
parola d'augurio per me: io dovevo avere un sorriso per tutti. E
quando la cameriera mi fece passare in rassegna il mio corredo, un
corredo de' più ricchi e assortiti che mai una sposa avesse recato
seco, e quand'ella mi chiese quali oggetti dovesse riporre nella
valigia pel mio viaggio di nozze, mi toccò risponderle con fronte
serena, e dissimulare la tremenda agitazione dell'animo. Oh Lina, vi
sono battaglie che non si vedono, eppur sono più difficili a vincersi
di quelle che decidono le sorti degl'Imperi! Soffocare un gemito
che sta per irrompervi dal petto, frenare una lagrima che sta per
discendervi dal ciglio, supplire con l'energia della volontà alla forza
delle membra che vi abbandona, ecco una serie d'imprese che non danno
gloria, ma costano sudori di sangue. Io quel giorno di martirio senza
confine potete credere, se la petulanza di mio suocero mi producesse
un effetto gradevole. Egli mi era sempre attorno canticchiando e
saltellando, nonostante i suoi settant'anni, e dicendo sempre: -- Gran
bella cosa il matrimonio per una ragazza, non è vero? Più bella per
loro che per noi, poveri uomini, che ci lasciamo prendere al laccio.
-- E rideva sgangheratamente. Sua moglie poi non sapeva staccarsi
dall'esame del mio corredo e mi faceva di tratto in tratto le sue
critiche. I fazzoletti di -battista- non erano abbastanza fini, i
collarini non erano tutti di buon gusto. Se avessi veduto il corredo di
lei, trent'anni addietro! Bisogna dir proprio che allora si lavorasse
meglio!...
Ma non ci perdiamo in minuzie. Dopo pranzo, secondo il nostro accordo,
venne il notaio Anastasi. Bisbigliò alcune parole all'orecchio di mio
padre, che parve annoiato, e sclamò a voce alta: -- Che ora siete andato
a scegliere! -- L'altro insistette con qualche calore, onde mio padre si
rimosse dalle sue obbiezioni. Venne verso di me, mi trasse in disparte
e mi disse: -- Lo sai? stasera compi ventiquattr'anni. Ho piacere che
tu riveda da te stessa i tuoi conti. Quell'originale dell'Anastasi
afferma di non esser libero che alle undici e mezzo, onde convien fare
il comodo suo. Per quell'ora ho già ordinato la carrozza. Vuoi essere
accompagnata?... --
Ci sarebbe mancato altro! Risposi subito che sarei andata sola, e il
pericolo fu sventato.
Di lì a qualche minuto l'Anastasi si mosse facendomi un cenno. Io
l'accompagnai all'uscio della scala e seppi che il banchiere Miragli
era stato nello studio di lui, e che ogni difficoltà era rimossa. Non
restava che firmare. Nel lasciarmi, il notaio mi disse con amarezza:
-- È la prima volta in vita mia ch'io inganno un uomo; e quest'uomo
è un amico, è vostro padre, e siete voi che mi avete indotto a
ingannarlo.... --
Io esultavo all'idea che tutto era appianato: ogni altra cosa
scompariva pel momento a' miei sguardi. Rientrai nel salotto col passo
più elastico, con la fisonomia più serena, onde mio suocero mi piantò
in viso gli occhi e mi chiese: -- Ehi, sposina, che vuol dire quell'aria
di trionfo? --
Mi schermii alla meglio, e andai a sedere proprio dirimpetto
all'orologio a pendolo ch'era collocato sulla mensola. La sfera dei
minuti procedeva abbastanza sollecita, ma come mi pareva tarda quella
delle ore! Alla fine scoccarono le undici. Mi dileguai in silenzio dal
salotto, mi acconciai in fretta uno scialle e un cappello, e scesi nel
cortile, ove la carrozza era pronta ad aspettarmi. Non erano ancora
le undici e mezzo quando io fui nello studio del notaio. I suoi due
commessi sonnecchiavano nell'anticamera; egli era solo dinanzi allo
scrittoio col capo appoggiato ai gomiti e nascosto fra le mani. Una
lampada, la cui campana era rivestita di un paralume di color verde,
concentrava tutta la sua luce sulle carte del tavolino lasciando in
ombra la stanza, che così buia, così silenziosa, aveva qualche cosa
di lugubre che vi stringeva l'animo. Il -tic-tac- uniforme di un
orologio infisso alla parete contribuiva a quell'insieme di tristezza,
inesplicabile, eppur gagliarda e profonda.
Quand'io entrai, l'Anastasi si scosse, guardò l'orologio e disse:
-- Avete anticipato. Però il banchiere non tarderà a giungere.
Intanto vostro padre m'incaricò di farvi vedere il conto della sua
amministrazione. --
E mi squadernò dinanzi una pagina irta di cifre. Io la rispinsi senza
nemmeno gittarvi l'occhio. -- Ciò che fu fatto da mio padre e da voi --
risposi -- non ha bisogno della mia approvazione. Solo permettetemi di
chiedervi ancora una volta: la mia sostanza basta a salvarlo? --
-- Basta. Ora ecco la vostra fede di nascita, -- soggiunse il notaio.
-- Era necessario levarne una copia per dare al cavalier Miragli una
guarentigia della validità de' vostri atti. Le pratiche occorrenti
per liberare il vostro avere, che è depositato presso il Tribunale,
non esigeranno che un mese tutto al più, per cui abbiamo convenuto
col signor cavaliere che voi sottoscriverete delle obbligazioni pel
15 aprile; ma che, ove mi riesca d'aver prima il danaro, io gliene
anticiperò il pagamento. Questa poi -- continuò il notaio, mostrandomi
un'altra carta -- è una istanza di vostro padre, con cui si dichiara
che siete divenuta maggiore, e si domanda che sia messa a vostra piena
disposizione l'eredità materna.... --
Un rumore di passi annunziò l'arrivo del banchiere Miragli. Era
umile come un agnello e dolce come uno zuccherino; nè rifiniva mai di
scusarsi pel breve ritardo, e di attestarmi la sua ammirazione pel mio
affetto filiale. Contemporaneamente egli scorreva con lo sguardo le
carte che il notaio andava passandogli, leggendone in fretta alcuni
tratti. Udii una frase della fede di nascita, che suonava così.... -Nei
primi istanti del giorno 3 marzo 1826, e precisamente pochi secondi
dopo scoccata la mezzanotte del 2 nell'orologio di Piazza dei Mercanti,
la signora Maria Dossi, moglie del signor Giorgio Nerli, banchiere di
questa città, diede alla luce una creatura di sesso femminile, a cui
venne imposto il nome di Adelaide.- Il cavaliere Miragli trasse di
tasca il suo cilindro, dicendo: -- Non sono che le undici e tre quarti,
-- e ripose il documento sul tavolo. Indi soggiunse: -- Vediamo il
resto. --
Di mano in mano ch'egli aveva esaminato una carta, la riconsegnava al
notaio che alla sua volta me la metteva sotto agli occhi, affinchè
io ne prendessi cognizione. Vidi così le quattro obbligazioni ch'io
dovevo sottoscrivere e che importavano 50 mila lire per ciascheduna,
più gl'interessi, e vidi pure una minuta di procura, con la quale io
abilitavo l'Anastasi a ritirare per conto mio la sostanza depositata
presso il Tribunale.
Scoccò la mezzanotte all'orologio dello studio. A quel suono tanto
naturale e tanto aspettato parve che tutti e tre fossimo sotto
l'influsso di una scossa elettrica, e invero tutti e tre ad un punto ci
alzammo dalla sedia. Il notaio si approssimò alla finestra e l'aperse,
quantunque soffiasse un vento umido e freddo. Gli orologi della città
ripetevano ad uno ad uno i dodici rintocchi, che segnano il termine
di un giorno e il principio del dì vegnente, e il suono dell'orologio
di Piazza dei Mercanti, ch'era fra i più vicini, spiccava distinto
dagli altri. Nessuno di noi proferiva parola. Quando furono trascorsi
oltre dieci minuti dopo l'ultimo squillo, il notaio Anastasi richiuse
l'imposta, e rompendo pel primo il silenzio, disse laconicamente: -- È
tempo. --
Si fece all'uscio della stanza, e chiamò più volte i suoi due commessi
che entrarono barcollando e stropicciandosi gli occhi, e s'addossarono
alla stufa in aspettazione di nuovi ordini. Quindi mi pregò di sedere
al suo tavolino e di apporre la mia firma alle quattro obbligazioni,
ciocchè io feci senza esitare. Allora, ad un cenno, si avanzarono i
due così detti giovani di studio, due veri automi, e sottoscrissero
una dichiarazione con cui si certificava che, alla presenza di loro,
-testimoni validi e idonei-, io avevo firmato le obbligazioni il giorno
3 marzo 1850, venti minuti dopo lo scoccare della mezzanotte del 2. In
questo intervallo, il banchiere Miragli estraeva dal portafoglio alcune
cambiali e le stendeva spiegate dinanzi al notaio. Questi si alzò, e
inforcati gli occhiali che aveva deposti alcuni minuti addietro, prese
a considerarle accuratamente e a confrontarle con un polizzino ch'egli
teneva nella mano sinistra. Parve che l'esame riuscisse soddisfacente,
perchè l'Anastasi disse: -- Va bene. -- Allora il banchiere, tuffata la
penna nel calamaio, scrisse con la massima rapidità una o due parole
sul dorso di ciascuna di quelle cambiali e le passò al notaio, che
gli consegnò alla sua volta le mie quattro obbligazioni. Il più era
fatto: non mi rimase che a sottoscrivere la procura all'Anastasi,
alla presenza dei due soliti testimonî sonnacchiosi ed -idonei-. Dopo
di ciò, il banchiere prese commiato dichiarandosi lietissimo che la
faccenda si fosse composta senza scandalo, e attestando la sua alta
stima per mio padre e per me. Rimasi sola col notaio. La sua fisonomia
era pallidissima e stravolta.
-- Che avete, per amore del cielo? -- gli chiesi.
-- Adelaide, voi siete contenta, non io. Abbiamo salvato il negoziante,
ma abbiamo tradito il padre. E di voi, povera giovane, che cosa
avverrà?
-- Oh amico mio, -- risposi, -- la notte scorsa a quest'ora voi avete
difeso Gustavo: e oggi, innanzi a me, dubitereste di lui? --
Eppure un dubbio tremendo mi si era insinuato nell'animo, e il domani
mi appariva pieno di funesti presagi.
Il notaio mi consegnò le cambiali di mio padre e mi accompagnò sino
alla carrozza. Allorchè fui per salirvi, nulla più mi rattenne;
compresi di quanto io andava debitrice a quest'uomo, e gli porsi la
mano sclamando: -- Grazie, di quanto avete fatto per me. --
Egli mi baciò in fronte commosso; indi, simulando un sorriso, mi disse:
-- Addio, addio; a rivederci domani. --
A casa mia tutti erano coricati da mio padre in fuori. Io seppi
infingermi ancora e rispondere adeguatamente alle sue inchieste. Egli
mi ricondusse nella mia stanza dicendomi: -- È l'ultima sera che tu
dormi nella tua cameretta: che tu possa esser felice nella nuova dimora
quanto fosti qui. -- La sua voce tremava, i suoi occhi erano pieni di
lagrime; io mi sentivo scoppiare il cuore, pensando ai diversi affetti
che dovevano combattersi in lui, allo sforzo titanico col quale egli mi
nascondeva le sue angosce, e fui a un punto per rivelargli ogni cosa.
Ma io avevo giurato a me stessa che il primo che avrei posto a parte
del mio segreto sarebbe stato Gustavo, e non mi lasciai sfuggir parola
dal labbro. Però s'egli si fosse confidato meco, se in quell'istante
supremo mi avesse resa manifesta l'intima cagione delle sue pene,
avrei potuto dal canto mio nascondergli il vero? Questo io temevo
grandemente, poichè ormai il dado era gettato e io volevo condurre
ad effetto il mio proposito. Sennonchè le idee di mio padre presero
subitamente un altro indirizzo.
-- Vedi, Adelaide mia, -- egli mi disse, facendomi sedere accanto a sè,
dinanzi a un mio tavolino da lavoro, -- io penso adesso a trentanni
fa, allorchè quella, che fu poi la tua povera mamma, venne confidente
e serena nelle mie braccia. Ell'era bella, sai? la tua mamma, e
ti somigliava non già in tutte le linee del viso, ma negli occhi e
qui specialmente, nell'arco delle sopracciglia. Del resto devi ben
rammentartela, ch'eri ormai grandicella quando l'è morta, sebbene da
lungo tempo la sua avvenenza fosse andata a male. Oh! bisognava vederla
da fidanzata.... -- Si passò il fazzoletto sugli occhi, e poi trasse
di tasca un astuccio che conteneva un ritratto in miniatura. -- Questo
ritratto -- soggiunse, sorridendo in mezzo alle lagrime -- mi ricorda
un curioso incidente. Prima ancora che tra la povera Maria e me ci
fossimo spiegati, io frequentavo la casa di lei insieme con un mio
amico pittore, il quale, essendo la giovane bellissima, la corteggiava
anch'egli alcun po', quantunque senza frutto e senza speranza. Una
sera, più per celia che per altro, mentre eravamo seduti attorno ad un
tavolino, si mise a gettar giù alcuni segni, come volesse ritrarla;
ma parendogli di non riuscirvi, slanciò lunge da sè la matita con
impeto subitaneo, e ripiegato il pezzo di carta che conteneva quegli
abbozzi stava per metterlo in tasca. Io invece avevo calcolato che
quelle quattro linee resterebbero a me, e con la rapidità del lampo
posi la mano a impedire ch'egli mandasse ad effetto il suo divisamento,
onde ne nacque una piccola lotta fra noi. Tira di qua e tira di là,
la carta si lacerò, ma la vittoria fu mia, perchè a lui non rimase
che una scantonatura del foglio. La ragazza battè le mani e si lasciò
scappare un -bravo- che mi fece diventar rosso come una bragia.
Usciti che fummo, il pittore mi disse: -- Lo sai ch'io sono un poco
superstizioso. Quanto è accaduto stasera è per me un avvertimento di
lasciarti il campo libero affatto con la Maria. Però, siccome la mia
riputazione d'artista mi preme e due fiaschi son troppi, m'impegno,
ove tu operi da senno e la giovane diventi tua fidanzata, a fartene un
ritratto coi fiocchi, dovessi pur metterci un mese di lavoro. -- Allora
ne risi e diedi del visionario al mio interlocutore; ma la faccenda
andò proprio così. Dopo gli sponsali, l'amico mio volle ad ogni costo
mantenere la sua promessa, e in pochi giorni condusse a termine questa
miniatura, veramente ammirabile e somigliante per modo che più non si
potrebbe desiderare. -- In mezzo a queste parole, egli aveva sollevato
la sua cara reliquia sino all'altezza della fiamma della candela, e la
contemplava in soavissimo rapimento. Ed io pure ero assorta in quella
visione così inaspettatamente evocata, in quella stupenda figura di
donna dalle labbra vermiglie su cui scherzava il sorriso, dagli occhi
azzurri, profondi, espressivi, dai capelli che parevano oro filato.
Era ben la mia mamma, però molto più fresca e più lieta e più bella
di quando io l'avea conosciuta. Dunque mio padre l'aveva amata molto,
abbenchè ne parlasse di rado, e io non mi rammentassi mai una eguale
espansione. Oh! con che leggerezza si accusa alcuno di aver obliato
le persone più caramente dilette! Non è vero: esse riposano intatte
nel santuario delle memorie, e sdegnano mescersi al tumulto quotidiano
dell'esistenza, alle cose che vengono e passano; ma negl'istanti
solenni, ma nei raccoglimenti profondi, o noi andiamo a svegliarle, o
di per sè stesse si svegliano, e sono là più giovani, più vive degli
affetti vivi e recenti, e ci conducono in quel mondo di sogni che (chi
lo sa?) è forse la patria dell'anima. Potete credere che nell'emozione
di quei ricordi noi piangemmo lungamente insieme, mio padre ed io. Egli
sorse pel primo, svincolandosi dall'amplesso. A un tratto si percosse
la fronte con la mano, e sclamò: -- Smemorato ch'io sono: ho in tasca
una lettera del tuo sposo e dimenticavo di consegnartela: la portò un
forestiero or ora arrivato da Torino: eccola. --
E, come se non volesse disturbare il colloquio di due amanti, uscì
frettoloso.
-- -Domattina alle otto sarò in Milano, sarò da te, la mia diletta
Adelaide- -- così cominciava la lettera di Gustavo. Indi seguiva un
racconto vivace, animato, del suo dibattimento ch'era finito con un
vero trionfo per lui. La Corte aveva dichiarata innocente la donna da
lui difesa, i giudici si erano congratulati seco della sua eloquenza,
il pubblico, nonostante le ingiunzioni del Presidente, si era lasciato
andare all'entusiasmo più clamoroso. -Ma non degli applausi ricevuti-,
-- egli concludeva, -- -ma non della popolarità di un giorno: ciò di cui
mi compiaccio si è l'idea di aver fatto il mio dovere.-
Oh! s'egli aveva un concetto tanto elevato del proprio dovere,
poteva egli fallirmi il domani? Se mi amava ricca e felice, poteva
abbandonarmi povera e sventurata?
I pensieri che sogliono turbare il sonno alla fanciulla che sta per
mutare destino non angustiarono i miei riposi. Io invece pensavo che il
giorno dopo a quell'ora sarei sommamente lieta, o sommamente misera e
derelitta. Se Gustavo apprezzava il mio sacrifizio, se pur di farmi sua
egli consentiva a mantenermi col suo lavoro, a rinunciare agli agî che
dà l'opulenza, qual ventura era da paragonarsi alla mia? La coscienza
di aver salvato mio padre, la certezza di possedere un uomo di cuore
uguale all'ingegno, sarebbero bastati a riempirmi l'animo di dolcezza
ineffabile. Ma se il contrario accadeva? Oh povera me, povera la mia
fede nel bene, la mia fede nella virtù!
La temperatura erasi nella notte fatta più rigida, e nella mattina
cadeva a fiocchi la neve. Che brutto giorno di nozze! Prima delle otto
io ero in piedi, aveva indossato uno de' più eleganti vestiti del mio
corredo, m'ero acconciata i capelli con insolita cura, e lo specchio
lusinghiero mi diceva: -- Sei bella. -- Oh! io volevo esser bella
davvero, volevo esser seducente, incantevole. Io non avevo ormai altre
armi che la grazia della parola, che il fascino dell'avvenenza: mi
sarebbero esse bastate? Sopra il divano della mia stanza da letto stava
il mio bianco vestito di sposa, stava la mia candida ghirlanda di fiori
di cedro: chi avrebbe saputo dirmi s'essi erano là come una promessa, o
come un'ironìa?
Avevo appena terminata la mia -toilette-, quando una carrozza
s'arrestò nel cortile. Era desso: era Gustavo. Tutte le porte si
aprivano dinanzi allo sposo, dinanzi al re della giornata. Mi mossi
ad incontrarlo; ma le forze che mi avevano sorretto fino a quel punto,
che mi avevano aiutato a superare le commozioni angosciose delle ultime
quarantott'ore, mi vennero meno ad un tratto, e allorchè Gustavo entrò
nella stanza io caddi, più che non mi gettassi, nelle sue braccia.
Sgomento, sorpreso, egli mi adagiò sopra una scranna e fu per chiamare
soccorso. Almeno mi parve, poichè questo pensiero mi restituì il
vigore perduto, compresi la necessità di rimaner sola con Gustavo, e
ricomponendomi tosto, e provandomi a sorridere, dissi: -- Sto bene, sai?
fu un capogiro. --
Egli mi guardava con inquietudine, e mi prendeva la mano, e mi
carezzava i capelli, e a poco a poco quasi senz'avvedersene era in
ginocchio a' miei piedi, coi suoi begli occhi fissi nei miei, con
l'anima non distratta da altri pensieri, ma conversa in me tutta
quanta.
Oh come io mi sentivo felice! Oh perchè quei momenti dovevano passar
così rapidi?
Io stessa ruppi l'incanto. -- Gustavo, debbo parlarti.
-- Ah! dunque tu hai qualche segreto, -- egli rispose impallidendo -- Per
amor del cielo, Adelaide, levami da questa incertezza. --
Egli era sempre inginocchiato dinanzi a me; io gli posi una mano
sull'omero, e con voce più ferma ch'io non avrei creduto, gli rivelai
ogni cosa, soffermandomi anche sulla subitaneità dell'accaduto che
m'aveva impedito di attenderlo a concertarmi seco. Mentre io parlavo,
il suo volto esprimeva un misto d'ammirazione, d'ansietà, di dolore. --
Gustavo, -- conclusi, -- io non sono più la fidanzata di ieri: sono una
nuova Adelaide povera, derelitta, infelice, che non può costringerti a
farla tua sposa. Ecco, essa ti rende la tua libertà.... --
-- La mia libertà? -- egli interruppe. -- Oggi che mi ti mostri più
grande che mai, oggi che la sventura ti ha colpito, presumi ch'io
t'abbandoni? --
Oh! queste parole erano dolci, soavi, ineffabili; ma la fisonomia
di Gustavo svelava un pensiero affannoso, profondo che ne scemava il
valore.... Infatti egli tosto soggiunse: -- Mio padre sa nulla, gli hai
detto nulla? -- E si alzò, girando intorno uno sguardo perplesso come
chi vede crescersi in mano le difficoltà....
-- A tuo padre? -- risposi; -- ma se non ho nemmeno parlato al mio? Ma non
dovevo io a te la mia prima confidenza? --
Gustavo camminava su e giù per la stanza. Di tratto in tratto la sua
fisonomia prendeva un'espressione singolare, come di chi si vergogna
di qualche proprio pensiero, e vuol far prevalere in sè stesso più
generosi consigli. Dopo alcuni secondi mi si arrestò dinanzi e mi
disse:
-- Adelaide, tu hai salvato tuo padre, posso io tradire il mio? --
Io tremai. Che significava questo preambolo?
Egli continuò. -- Posso io tacergli il vero? --
Non l'affetto, non l'angoscia, non lo sgomento dell'avvenire, che già
mi si pingeva coi più tetri colori, valsero a frenare in me un senso
d'ira e di dispetto. -- E chi ti chiede questa viltà? -- interruppi con
amara alterezza, sorgendo io pur dalla sedia. -- O sono io forse tale
che accetterei d'esser tua a prezzo d'un inganno? Gustavo, così mi
conosci? --
Egli mi si accostò e mi susurrò nell'orecchio: -- Adelaide, quanto sei
migliore di me! -- Poi ricadde nella sua incertezza, e soggiunse in
tuono di domanda: -- Non è meglio discorrergli subito?...
-- Ma sì, ma sì, -- risposi mal dissimulando la mia impazienza. -- Usciamo
per carità da queste angustie. --
Si avviò con passo deciso, ma prima di richiuder l'uscio dietro a sè,
mi rivolse ancora la parola: -- Non ti sgomenterai se mio padre fa un
po' di strepito. Ha un carattere tanto bisbetico!... --
E senz'attendere altra risposta s'incamminò rapidamente verso il
quartierino ch'era assegnato alla sua famiglia.
Quando fui sola mi gettai sul canapè nascondendo la faccia tra i
guanciali. Sino da quel punto tutto era finito per me. Nel turbamento,
nelle incertezze di Gustavo io vedevo scritta la mia sentenza. Io
ero giovane, non avevo quell'abitudine dell'abnegazione onde uno
s'immola quasi senza avvertirlo: io sentivo la grandezza del sacrificio
compiuto, e mi pareva che l'uomo destinato ad esser mio sposo dovesse
pagarmi largo tributo di entusiasmo e di ammirazione. Nel caso suo,
io sarei caduta ai piedi di chi mi si fosse rivelato capace di tanto;
avrei detto: Questa donna non mi reca più una fortuna, ma essa mi
scopre il tesoro del suo cuore; nel caso suo avrei provato un senso
d'orgoglio nel farla mia a malgrado di mio padre, di tutti. L'affetto
vero non teme la lotta: esso forse la cerca e giganteggia in mezzo agli
ostacoli. Ma Gustavo aveva paura; bisogna ben dirla questa parola,
per quanto aspra ella sia, egli aveva paura della rampogna paterna.
E nell'ora che io m'aspettavo di vederlo deliberato a combattere
col proponimento di vincere, lo scorgevo invece timido, incerto,
oscillante, chiedente a me inspirazioni e consigli. Oh Lina! e ci
dicono il sesso debole?
Non so quanto io rimanessi così. So che alla fine l'impazienza mi
vinse, e provai il bisogno di scacciare con commozioni forse più tristi
e violente i pensieri che mi tormentavano. Uscii della stanza, dopo
aver preso meco le funeste cambiali ch'io dovevo restituire a mio
padre. Tant'era ch'io mi aprissi pienamente seco. Io avevo appena messo
piede in un salottino, sul quale riuscivano le camere dei miei suoceri
quando una porta si spalancò e ne uscì Gustavo con gli occhi stravolti,
con la chioma disordinata, con un pallore di morte sul viso. Quando
avvertì la mia presenza, mi si gettò incontro esclamando: -- Che hai tu
fatto, Adelaide?
-- Il mio dovere, -- risposi risoluta.
Io non avevo ancora terminate queste parole, quando comparve il padre
di Gustavo, altrettanto infiammato nel volto quanto suo figlio era
pallido.
-- Ah! siete qui, signorina, -- egli gridò in tuono brutale; -- voi che
avete aspettato d'aver preso il merlo alla rete prima di rivelargli che
appartenete ad una famiglia rovinata. --
V'era tanta sfrontatezza in quest'affermazione, ch'io sollevai il capo
sdegnosamente senza rispondere.
Però anche Gustavo sentì che suo padre aveva soverchiato la misura, e
disse vivamente: -- Questa è una menzogna.
-- Sì, sì, -- riprese l'altro senza scomporsi; -- ma intanto si vorrebbe
ch'io dessi il mio consenso al matrimonio di Gustavo con la figliuola
d'uno spiantato....
-- Non ve ne date pensiero, -- interruppi; -- è Adelaide che ritira il suo.
-- Che dici mai? -- esclamò Gustavo avvicinandomisi.
-- O Gustavo, -- gli risposi con amarezza, -- la vostra facondia l'avete
lasciata ieri al Tribunale di Torino: per difendere una donna colpevole
avete trovato accenti che non sapete più trovare per difendere la
vostra fidanzata. Siete sempre così, voi avvocati: avete l'eloquenza
del sofisma, non quella dell'affetto. Andatevene, andatevene, o
Gustavo, Adelaide vi ha reso la vostra parola....
-- No, Adelaide, tu deliri, -- egli proruppe; -- io solo sono padrone
della mia volontà, e saprò farla trionfare. --
Vi confesso la mia debolezza. Ho fin da bambina tanto usato e abusato
del verbo -volere-, che mi accostumai a crederlo la parola più nobile
del dizionario. Un uomo che dice -voglio- si è sempre rialzato al mio
cospetto, e perciò questo lampo inaspettato d'energia nel linguaggio di
Gustavo mi aveva racceso un fioco lume di speranza nell'anima.
-- Ah! si pretende fare la volontà propria, -- gridò il vecchio con
piglio ironico, -- si pretende ribellarsi. Va benone; ma allora il
signorino penserà anche a trovarsi una casa propria, a mantenersi da
sè.... La dev'esser bella davvero con le sue abitudini da sibarita,
con la sua delicatezza; oh! la dev'esser bella a vederlo misurare le
spese con la sua signora consorte e abituarsi alle privazioni... Alle
privazioni, lui! Povero grullo. Via, datti pace, le non son virtù per
te, cresciuto fra due guanciali. Oh! recitare un discorsone da far
piangere i sassi, scrivere un paio di colonne su quei fogli di carta
sporca che si chiaman giornali, questo sì lo saprai fare; ma lavorare
per vivere come ho fatto io nella mia gioventù, ma patire.... via,
levatela dal capo.... Se non ti mancassero che le frutta a tavola,
sarebbe anche troppo per te.... --
Guardai in viso Gustavo. Io temevo che insulti sì bassi e triviali
gli facessero smarrire la ragione e dimenticare che l'insultatore
era suo padre. Io temevo di vederlo slanciarsi contro l'uomo che lo
feriva nella sua dignità, e che aggiungeva il sarcasmo all'offesa.
Ma Gustavo era impassibile. Le sue membra tremavano, le sue labbra si
erano contratte; però egli non si lasciò sfuggire nè un accento, nè un
gesto.... In verità io non capisco gli uomini, talora audaci fino alla
temerità, talora timidi fino alla vigliaccherìa.
Nondimeno ignoro se Gustavo si sarebbe scosso, quando apparve mio padre
attratto dal suono di quell'alterco. Io sentii, più che non vedessi,
i suoi occhi fissi in me per interrogarmi, e corsi a lui dicendogli: --
Babbo, usciamo di qui, la dignità di entrambi lo vuole.
-- No, -- egli rispose con fermezza, quantunque una tremenda ansietà
gli fosse dipinta nel volto, -- no; a me occorre sapere prima di tutto
la cagione di questo diverbio nel mattino d'un giorno di nozze. E
se s'insulta mia figlia, -nè altri sorge a difenderla-, -- e calcò su
queste parole ch'erano rivolte a Gustavo, -- non voglio mancare io al
mio dovere. --
Ciò ch'io paventavo sopra tutto, accadde. Il vecchio sordido ed
egoista, che avrebbe dovuto diventare mio suocero, si svincolò da
Gustavo che voleva trattenerlo e avanzandosi di qualche passo, e
gestendo furiosamente, urlò a piena gola:
-- Ve lo dirò io di che si tratta, o signore. Gli è ch'io non voglio
esser vittima d'una truffa; gli è ch'io non voglio consentire al
matrimonio di Gustavo con la figlia d'un fallito.
Rinuncio a descrivervi la scena che successe. Mio padre cadde fulminato
sopra una seggiola. Gustavo accorse in suo aiuto, ed egli lo respinse,
non volendo vicino altri che me. I servi, quali col pretesto di portar
soccorso, quali senz'altra scusa che la curiosità, si affollarono
nella stanza. Era comparsa allo spiraglio dell'uscio anche la madre di
Gustavo in gran cuffia coi nastri color di rosa e abito di seta verde,
senza decidersi nè a venire innanzi nè a ritirarsi, combattuta com'era
tra l'istinto femminile e la paura del marito che le faceva segno di
rientrare. Nel mentre che io spruzzavo d'acqua la fronte di mio padre,
andavo susurrandogli con rotti accenti: -- No, babbo, sai? non sei
fallito.... È una vile menzogna.... Fui informata di tutto e ho salvato
tutto.... --
Egli si scosse, e sollevandosi con mezza la persona sulla sedia, e
afferrandomi per le braccia: -- Hai salvato tutto!... tu?... Ma come?...
Spiegati.... --
Io mi liberai a fatica da quella stretta e trassi di tasca le cambiali,
aggiungendo: -- Il Miragli è pagato.
-- Pagato? -- egli riprese -- ma da chi? -- Ebbe una subitanea intelligenza
della cosa, e presami per mano con un movimento convulso, nervoso: --
Saresti tu forse? -- egli gridò con voce tremante per la commozione....
E perchè io non facevo motto, soggiunse: -- Tu che ti saresti rovinata
per me? Adelaide, dimmi che non è vero, che non può esser vero....
-- Ne parleremo più tardi, -- risposi. -- Ora ripiglia l'usata
tranquillità.... --
Ma mio padre non mi lasciò finire, e fattosi innanzi per modo che io
sentivo l'ardor della sua fronte.... -- Tu non lo neghi, -- proruppe,
-- dunque è così, dunque io ho spezzato il tuo avvenire, dunque tu
sei povera?... Ora, ora intendo ogni cosa. -- Ma io non lo permetterò
giammai,... io ricorrerò al Tribunale contro siffatta mostruosità. Chi
abusò della tua buona fede dovrà pagarne il fio....
-- No, padre mio, -- dissi con accento tranquillo e sicuro, -- no; nessuno
abusò di me, io non fui ingannata da nessuno. Il Tribunale non potrebbe
trovar la menoma irregolarità in ciò ch'io feci, perchè operai sempre
d'accordo col notaio Anastasi.
-- Col notaio! -- gridò mio padre fuori di sè. -- Ah sciagurato! --
Questa rivelazione parve produrre sull'animo suo un effetto ancora
maggior della prima, ed egli si abbandonò ad una collera, di cui io non
sapevo intendere la ragione. Si alzò per rientrare nella sua stanza,
ma le gambe non fecero l'ufficio loro, e convenne sostenerlo. Non volle
però, cosa incredibile, nemmeno esser sorretto da me, e si appoggiò al
braccio di un vecchio servo di famiglia. A un tratto si volse indietro,
e: -- Che cosa fate qui? -- chiese a Gustavo e a suo padre. -- Questa non
è casa per voi, è la casa di un uomo rovinato. --
Gustavo gli si avvicinò con piglio sommesso, dicendo: -- Voi mi
giudicate male, signor Giorgio. --
Un amaro sorriso sfiorò le labbra di mio padre, che non si degnò
nemmeno rispondere; ma soggiunse: -- E dire che mia figlia lo amava
tanto! --
Io seguivo macchinalmente mio padre lungo gli anditi che conducevano
alla sua stanza, lo seguivo oppressa, sbalordita dalle commozioni
accumulate sull'animo mio, simile a chi dopo una grave caduta sente
un dolore per tutta la persona, ma non sa ancora discernere che membro
abbia contuso o ferito.
Prima ch'io giungessi alla soglia della stanza paterna, sentii una mano
toccarmi leggermente la spalla. Era Gustavo.
-- Adelaide, -- egli mi disse, -- puoi tu credere ch'io ti lasci
così? Puoi credere che il nostro bel sogno sia svanito per sempre?
Io partirò, ma per poco; io partirò per farmi uno stato libero,
indipendente, per poter offrirti una casa -mia-, ove -nessuno- osi
insultare alla santità del tuo sacrificio, alla grandezza della tua
povertà. Adelaide, mi aspetterai, mi ridonerai la tua stima?... --
Io sentivo scorrermi per le vene una insperata dolcezza; ma fui forte,
e risposi:
-- Gustavo, voi lo sapete, io vi ho reso la vostra libertà.... --
Egli mi pose vivamente una mano sulle labbra, è interruppe: -- No,
Adelaide, non parlarmi così. Dammi ancora del -tu-, come quando mi
amavi, come un'ora fa. Oh! non volgere gli occhi altrove. Non sono
poi tanto colpevole. Dio buono! È egli possibile che un'ora sola abbia
distrutto un amore come il nostro? --
Non dissi parola, ma le lagrime che mi scendevano giù per le gote
attestavano la mia debolezza. Egli era là presso di me, l'alito del
suo respiro si confondeva col mio, la mia mano aveva tentato invano di
sottrarsi alla sua, un bacio ardente sfiorò la mia bocca.... Mi scossi
svincolandomi dalle sue braccia, e accennando a Gustavo che partisse,
sclamai: -- A rivederci. --
Egli si portò alle labbra la mia mano che teneva stretta, e col volto
raggiante mi disse: -- Grazie, Adelaide, a rivederci. --
Si dileguò. Immobile dietro i cristalli della finestra vidi la carrozza
che lo conduceva lontano.... Intorno a me era un silenzio di morte;
solo la neve a piccoli fiocchi gelati flagellando i vetri dava un suono
simile al battito di un orologio.... Uno strato candidissimo copriva
il davanzale della finestra e i tetti delle case circostanti....
le guglie acuminate del Duomo tutte vestite di bianco spiccavano
fantasticamente sul cielo grigio e uniforme.... Nella via sottoposta
la gente affaccendata passava e ripassava senza strepito alcuno....
pareva come un muoversi d'ombre in un mondo di sogni.... Oh! certo io
sognavo.... Era quello il mio giorno di nozze, il mio giorno di festa e
di trionfo?... Avevo io inteso veramente echeggiare le stanze d'insulti
e di minacce brutali?... Il mio sposo era egli veramente partito?...
Eppure io sentivo ancora sulle labbra il suo bacio, e mi suonava
nell'orecchio la sua voce amorosa....
Io andavo vaneggiando così, quando intesi chiamarmi a nome: -- Adelaide,
povera Adelaide! --
Mi volsi in sussulto, staccandomi dalla finestra. Era il notaio
Anastasi. Le lagrime che mi si erano cristallizzate negli occhi
irruppero a un punto e m'abbandonai a un pianto sfrenato. Caddi nelle
braccia dell'amico fedele, e obbedendo al mio pensiero dominante,
esclamai in mezzo ai singhiozzi: -- Oh! tornerà, sapete, tornerà.
-- Sì certo, Adelaide, -- egli mi rispose con dolcezza; -- ma vostro
padre? --
Mio padre! Io l'avevo dimenticato. Ed egli febbricitava nella stanza
vicina.
III.
Il mio racconto è ormai così lungo, che mi conviene stringerne le fila
e non discendere a troppo minuti particolari. Non vi dirò adunque dello
scompiglio della mia casa in quel giorno, finito tanto diversamente
da ogni ragionevole previsione; non vi dirò delle chiose petulanti
dei servi, delle indiscrete ambasciate dei maligni, delle visite
inesorabilmente rispinte, dei regali rinviati ai donatori, delle tavole
levate prima d'imbandirle, dei pretesti con cui tentammo coprire
il vero e far credere che si trattasse soltanto di una brevissima
proroga, non vi dirò nulla di tutto ciò; chè la vostra imaginazione può
formarsene un'idea e indurre quello che dovesse passarmi nell'animo.
Nondimeno, come accade assai spesso, i miei pronostici della vigilia
non s'erano avverati. O sommamente felice, o misera sommamente, era
stato il mio presagio. Ebbene, la fortuna, pur volgendomi avversa, non
mi aveva tolto ogni raggio di speranza; tant'è vero che il cuore umano
assai di rado ha disseccate le fonti del conforto, e, come il naufrago
all'alghe, s'aggrappa ai più deboli appoggi per non sommergere affatto.
Io ho osservato che la logica rigida ed inflessibile ci abbandona nella
pratica della vita, ed è gran ventura, perchè essa ci condurrebbe agli
estremi nei nostri atti e nei nostri sentimenti. La contraddizione
qualche volta ci salva da noi medesimi: essa è l'ultimo nostro rifugio,
quando il dolore ci uccide, o la fatalità ci trascina alla colpa.
Disprezzare, odiare il mio sposo, s'egli esitava a farmi sua per
la mutata fortuna, ecco ciò ch'io avevo creduto agevole e naturale.
Stolta! Non si disprezza e non si odia così presto, quando si è amato
davvero. Il cuore si ribella contro questo proposito della volontà, e
lungamente e tenacemente resiste, e co' suoi mille artifizî scompiglia
gli argomenti della ragione. Pensando a Gustavo, e potete immaginarvi
ch'io vi pensavo sempre, io non ne rammentavo la perplessità, le
indecisioni colpevoli, non ne rammentavo la timidezza codarda al
cospetto della brutale arroganza paterna; ma ne ricomponevo con la
fantasia le ultime parole e le carezze prima di lasciarmi, quando, in
fine, nessuno lo costringeva a promettermi ciò che non avesse in animo
di mantenere. Io sentivo che non era abbastanza, sentivo che Gustavo
non era più l'uomo che avanzava per me tutti gli altri, e nondimeno io
volevo riacquistar la mia fede, volevo sperare. Una lettera di Gustavo
ricevuta il giorno dopo la catastrofe era discesa come un balsamo sulle
mie piaghe: un mese addietro avrei desiderato molto di più, un mese
addietro quella lettera mi sarebbe parsa troppo concisa, troppo fredda,
ma il dolore è tanto meno esigente quanto è più grande.
Sennonchè io avevo ben altre cagioni d'affanno. Lo stato di mio
padre m'angustiava fuor di misura. Egli non sapeva perdonarmi di
averlo salvato a spese della mia felicità, ed era poi inesorabile
verso il notaio Anastasi. Quello ch'io feci per riconciliarlo con
l'uomo, il quale aveva mostrato tanta abnegazione, tanto affetto per
noi, è incredibile. Eppure andò molto prima che le mie sollecitudini
riuscissero a buon fine, e spesso mi accadde di dover ricevere io
sola il notaio, perchè mio padre rifiutava di vederlo. Il povero
Anastasi, avvezzo a riguardare la casa nostra come casa sua, avvezzo
ad esservi accolto a braccia aperte, non sapeva darsi pace di così
ingiusto trattamento, e se ne doleva meco e mi rimproverava quasi di
avergli usato violenza. Nondimeno egli occupavasi alacremente della
liquidazione de' nostri affari.
E qui era per me una sorgente di umiliazioni giornaliere, continue.
V'è qualche cosa assai più doloroso che l'esser poveri: è il divenir
tali, è il dover rinunciare ad uno ad uno a tutti quegli agî della
vita, che la lunga consuetudine ci fa credere altrettante necessità.
La sostanza di mio padre bastava a supplire ad ogni suo debito, ma
ad un patto soltanto, quello cioè di dare a tal uopo tutto il nostro
avere, di vendere ciò che avevamo più caro. La nostra bella casa di
Milano, le nostre carrozze, i nostri cavalli, il nostro villino sul
lago, pieno per me di ricordanze soavi a un tempo ed amare, erano tanti
amici, da cui faceva mestieri staccarsi. Mi ricordo sempre le lagrime
che ho versato, quando il notaio mi annunziò la vendita della villa,
dicendomi che se aveva qualche oggetto che mi stesse più a cuore,
potevo andarmene a prenderlo. Egli mi accompagnò nella mestissima
gita, e invero io avevo bisogno di qualcheduno che mi desse coraggio,
tanto ero divenuta negli ultimi tempi impressionabile e sensitiva.
Era sullo scorcio d'aprile. I tepidi fiati di primavera avevano già
desta la natura sopìta, e le pendici ammantate di verde, e i giardini
odorosi di fiori facevano bella mostra di sè sul morbido specchio
del lago incantevole. Ella era lì la bianca casetta testimonio de'
miei giuochi, confidente del mio amore; ella era lì sul suo piccolo
promontorio vestito di muschi, e pareva protendersi per veder meglio
la barca che le riconduceva ancora una volta l'ospite antica. Le
imposte erano tutte spalancate, e alcuni uomini andavano disponendo
sopra il terrazzo i vasi di limoni che avevano passato l'inverno
nello stanzone degli agrumi. Quando toccai la riva, visitatrice
inattesa, fu un grido di meraviglia: -- La signorina, la signorina! --
Tonio, il vecchio giardiniere, mi corse incontro, e mi baciò la mano,
tentando dirmi chi sa quante cose, ma non riuscendo ad aprir bocca
per la commozione. L'ispido cane di guardia si mise a scuotere con
tale violenza la sua catena, e a mettere un guaìto così lamentevole,
che convenne scioglierlo e lasciarlo venire a farmi festa. Grande e
grosso com'era, mi seguiva sommesso come un pulcino, alzando di tratto
in tratto i suoi occhioni verso di me, quasi volesse interrogarmi.
Percorsi in silenzio tutto il giardino, sospingendo col piede i
ciottoli degli ombrosi sentieri, ove avevo tante volte passeggiato
con -lui-, riposandomi sui rustici sedili di legno, ove sì spesso ci
eravamo soffermati insieme in soavi colloquî, contemplando la superba
-magnolia-, i cui fiori giganteschi, agitati dal vento d'autunno,
avevano versate sul nostro capo sì deliziose fragranze; mi trattenni
un quarto d'ora, indovinate davanti a che? davanti a una lunga fila
di formiche che, traversando diagonalmente un piccolo viale, andavano
e venivano frettolose da due punti ignoti del pari per me. Dacchè io
villeggiavo sul lago, avevo veduta quella singolare processione, che
m'era stata sempre oggetto di curiosità e di maraviglia. Un giorno,
passando di là con Gustavo, egli mi aveva descritto assai per disteso
i costumi di quei mirabili insetti, e adesso io richiamavo al pensiero
l'istruzione ricevuta. Mossami alfine, salii nella casa, e rividi
la mia nitida stanza di vergine e la contigua cameretta da studio,
intorno alla cui finestra s'arrampicava una pianta d'oleandri fioriti,
e il salottino co' suoi vetri a colori che davano al giardino sì
vaghi e fantastici aspetti, col suo pianoforte, sul quale stavano i
quaderni di musica ammonticchiati l'uno sull'altro, con le sue belle
litografie appese alle pareti; indi ridiscesi, e visitai la cucina
e il pollaio. Il giardiniere mi pregò che entrassi un istante nella
sua abitazione, ove sua moglie malaticcia avrebbe voluto vedermi, e
avendo io acconsentito all'inchiesta, non vi so dire che dimostrazioni
d'affetto mi facesse la povera donna. L'assisteva la più giovane delle
sue figliuole, una ragazza che contava due o tre anni meno di me, e a
cui io aveva insegnato a leggere e a scrivere. Lasciò per un minuto
la madre, e corse a prendere i suoi scartafacci per mostrarmi che,
anche me assente, si manteneva in qualche esercizio. -- O signorina, --
soggiunse congiungendo le mani, -- quanto, quanto le debbo! E adesso chi
ripasserà le mie lezioni? -- Abbi pazienza, -- risposi, -- anche i nuovi
padroni piglieranno a volerti bene. -- Fece una smorfia col labbro e
crollò le spalle in segno d'incredulità; poi, passandosi la mano sugli
occhi, riprese: -- Oh! chi l'avrebbe potuto prevedere? -- La malata le
fece segno che tacesse, ed io uscii di là dopo aver voluto a ogni costo
lasciare un piccolo ricordo a lei e alla figliuola.
La nostra villa era stata venduta con tutte le sue suppellettili; ma
il notaio Anastasi, nello stipulare il contratto, mi aveva riservato il
diritto di ritirarne qualche oggetto, che, senza avere un valore reale
pei nuovi proprietarî, avesse per me un valore morale grandissimo.
Presi cose di poco pregio, come reliquie di un passato irrevocabile....
Oh! io avrei voluto portar meco le piante, i sassi, le aiuole di
quel mio paradiso! Tonio un po' imbarazzato, un po' confuso e tenendo
il cappello per la falda e facendolo andare attorno fra le due mani
come una girandola, mentre io mi disponevo alla partenza, mi disse: --
Signorina, forse sono troppo ardito, ma ho pensato.... ho creduto che
non le spiacerebbe portar seco un altro ricordo del giardino. Un bel
vaso di geranî, di quelli, sa? che abbiamo piantato l'anno scorso....
l'ho messo da parte per lei.... sicchè.... se crede.... lo collochiamo
in barca. -- E vedendo ne' miei occhi il più ampio consenso alla sua
gentile richiesta, si allontanò un paio di minuti, e fu tosto da me col
magnifico vaso di fiori.... -- Che bel colore, non è vero? -- soggiunse,
esaminando la pianta con compiacenza d'artista. -- Io credo che a
cinquanta miglia d'intorno non vi siano geranî simili a questi. -- Indi
col passo d'un giovane di venticinqu'anni scese alla riva, e gettatosi
in barca vi accomodò il suo tesoro, raccomandando ai remiganti che
lo tenessero d'occhio e non lo urtassero col piede. Ci allontanammo
rapidamente. Udii ancora per qualche minuto il vecchio cane abbaiare
sulla scalinata, ravvisai il giardiniere e la sua figliuola che
sporgevano con la persona dal parapetto del terrazzo per accompagnarmi
più lontano con lo sguardo; poi la sponda si ripiegò su sè stessa,
e la barca, che andava via via costeggiando, perdette di vista la
villa. -- Addio, mio bel lago, -- potevo esclamare anch'io come Renzo e
Lucia, quando solcavano le acque di Lecco, -- addio, pendici ridenti,
addio, montagne incoronate di nubi, addio, isolette confortate dal
profumo degli aranci e dei cedri; forse vi vedrò ancora, ma l'anima
infantilmente serena che s'inebbriò al vostro aspetto, ma l'anima
innamorata che vi confidò i suoi battiti più segreti, ma l'antica
Adelaide è morta e nessuno potrà farla risorgere... --
Il mio viaggio era compiuto; io avevo, mesta pellegrina, risalutato il
mio tempio, ed ora mi attendevano nuovi fastidî e nuove amarezze.
-- Siete più forte di quello che crediate voi stessa, -- mi disse il
notaio Anastasi, allorchè, il giorno seguente, mi ricondusse alla mia
casa in Milano. -- Abbiate coraggio; chi la dura la vince. --
Intanto, anche in Milano convenne ridursi in un'abitazione più conforme
al nuovo stato. Non più i soffitti dipinti, non più le pareti a
stucco, non più le porte con fregî dorati, non più i morbidi tappeti.
Or tutto era decente, ma modesto e dimesso, e le poche mobiglie di
lusso, che rammentavano lo sfarzo di un tempo, nuocevano alla simmetria
dell'insieme.
Nella nuova casa come nell'antica, nel nuovo come nell'antico stato,
la mia volontà faceva legge, e mio padre, che anche quando aveva piena
la sua energia e il suo vigore non attentava al mio scettro domestico,
ora poi si lasciava dirigere in ogni cosa da me. Io ripagavo l'autorità
che m'era concessa con un assiduo tributo di cure, di sollecitudini, di
previdenze. A ventiquattr'anni si può cangiare abitudini e sfidare le
strettezze e i disagî; ma una esistenza non si ricomincia a sessanta,
non si avvezza l'animo alle privazioni nell'età che si fanno più
sentire i bisogni.
Quando, mercè l'opera infaticabile del notaio Anastasi, fu condotta
a termine la liquidazione dei nostri affari, e i creditori di mio
padre ebbero incassato fino all'ultimo centesimo, ci rimase del gran
naufragio una sostanza di cinquantamila lire. Era più assai ch'io non
avessi sperato; era un'esistenza, se non comoda, almeno tranquilla,
assicurata a mio padre. Ma qui io aveva contato soverchiamente sul mio
potere.
Mio padre aveva un'idea fissa; rifarmi la dote. Approfittando del
poco capitale che gli era rimasto, delle sue estese relazioni e del
credito che non poteva mancargli dopo sì evidenti prove d'integrità,
egli voleva slanciarsi novellamente negli affari e ritentar la
fortuna. Questa sua deliberazione mi faceva terrore. Allorchè si può
contrapporre alle cresciute difficoltà la baldanza della giovinezza,
è lecito ripromettersi il buon successo; ma come sperarlo quando si va
alla battaglia con lo spirito e con le membra affralite? L'esperienza
non basta. Ella insegna talvolta ad evitare gli scogli, ben di rado
ci guida nel porto, ella ci toglie le illusioni, ma non ci assicura
il trionfo. Che non feci e non dissi per rimuovere mio padre dal
suo proposito? In altri tempi l'alleanza del notaio mi sarebbe
stata preziosa, ma l'Anastasi non godeva più in casa mia dell'antico
credito: si diffidava di lui, perchè egli aveva cooperato a salvarci
dal disonore e dalla rovina. Certo questa del babbo era una grande
ingiustizia, nè io potevo non riconoscerlo, sebbene mi fosse facile
intendere ch'ella dipendeva da uno sviscerato amore per me e dalla
pietà del mio destino compromesso così da quanto era accaduto.
Comunque sia, le mie esortazioni non valsero, e mio padre vinse il
suo punto, e tornò ad aprire il suo banco. Ma, Dio buono, quanto le
cose erano diverse da prima, come tutto procedeva lento e stentato,
come gli affari erano tardi a ravviarsi! Io ne discorrevo sovente con
l'Anastasi, che crollava il capo sfiduciato. -- È una nobile idea quella
di vostro padre, -- egli diceva, -- ma ci vorrebbero vent'anni di meno
per condurla ad effetto. Forse non ci sarebbe che un modo; ma io sono
uno scimunito, ed è inutile parlarne. --
E per quanto io insistessi, non potevo cavargli una sillaba di più.
Solo una volta egli soggiunse: -- Può darsi che venga un giorno, in cui
ve lo dica. --
Ma bisogna pure ch'io torni a favellarvi del mio amore. Esso si era
trasformato, ma, quale pur fosse, non occupava il mio cuore meno
di prima. Ora c'era dentro un po' d'orgoglio offeso, e quindi un
po' di puntiglio e di amarezza, e la mia pertinacia nello sperar la
vittoria s'accresceva della sfiducia e della disapprovazione degli
altri. Anzi io non so dirvi nemmeno se la mia fede fosse tutta vera
e spontanea; poichè il mio animo era sempre in guardia contro tutti e
contro sè stesso. -Tornerà-: ecco la parola ch'io avevo pronta sulle
labbra ad ogni inchiesta che mi fosse rivolta, ad ogni sguardo che
m'interrogasse.
Le lettere di Gustavo giungevano non sempre puntuali, ma pure
abbastanza frequenti. Talora erano brevi, ma egli si scusava con le
occupazioni che gli crescevano in mano e ch'egli non poteva trascurare,
perchè ne andava di mezzo il nostro avvenire. Io pensavo che, s'egli
era così occupato, non ci sarebbe poi voluto tanto a conquistarsi
questo benedetto stato ed a farmi sua; ma se io gliene scrivevo, egli
trovava sempre una buona ragione per tirare in lungo la faccenda.
Non bisogna farsi una famiglia se non si è in grado di farla vivere
comodamente, egli mi andava ripetendo, ed è meglio aspettare qualche
anno che rovinarsi per troppa fretta. Chi m'avrebbe indotta a credere
alcun tempo addietro che siffatte dichiarazioni così fredde, così
positive, non mi avrebbero impazientita e tolta ogni illusione? Eppure,
sebbene io mi fossi già persuasa che l'amore di Gustavo era di quelli
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