alle ginocchia con infantile voluttà. Dalla cima del monte scende
un'abbondante cascata.
A mano a mano che tu procedi, la corrente ti move incontro più rapida
e vedi passarti innanzi con la celerità della slitta le zattere uscite
dall'uno o dall'altro degli opificî che si succedono lungo tutta la
via.
Ed ecco lentamente le pendici di quelle alture si imboscano, e l'aria
odorata di resina ti venta sul viso, e ti sorgono maestosi dinanzi allo
sguardo l'abete ed il larice. Chi non conosce questi due bellissimi
alberi, a cui toccò in sorte la forza e la grazia? Chi non conosce
il colore delle loro foglie, e la simmetria mirabile di quei rami
che vanno lentamente digradando sino al vertice e danno alla pianta
l'aspetto della piramide? L'abete col suo verde cupo ha qualche cosa
di più maestoso e fantastico: la pallida tinta del larice ti attrae e
ti riposa più dolcemente la pupilla. Sono alberi aristocratici, e per
dirti una mia bizzarra similitudine, a vederli l'uno vicino all'altro
e' mi rendono immagine di svelte coppie di ballerini che s'avanzano a
passo di -quadriglia-. L'abete è il -cavaliere- in cerimonioso abito
nero, il larice è la -dama- che tiene sollevate le falde del bianco
vestito per non averne impaccio alla danza. Non mescetevi ai loro
convegni, o semplici e modeste piante della pianura e del colle: se
vedeste com'essi guardano dall'alto del loro blasone perfino i tassi e
le mughe, che pur sono della famiglia! Son proprio patrizi puro sangue:
sin nel bisbiglio delle loro fronde v'è qualche cosa di compassato, sin
nel dondolarsi delle loro cime v'è un tal quale riserbo aristocratico
che non vuol saperne di troppa dimestichezza. Però badiamo bene: essi
non appartengono ad una nobiltà frolla e degenere, ma hanno la tempra
robusta delle stirpi privilegiate che si rinvigoriscono nei disagi
e nelle fatiche. Durano imperterriti i rigidi inverni del Cadore, e
in mezzo all'imperversare di quella natura selvaggia ed indomita ben
puossi applicar loro il verso di Dante:
. . . . . . . . . non mutò aspetto,
Nè mosse collo, nè piegò sua costa.
L'abete conserva intatto il suo color verde cupo, che fa vivo contrasto
col bianco della neve raccolta sopra i rami a festoni; il larice rimane
anch'egli ritto e impassibile, e solo perde una parte delle sue foglie
che diventano rossicce. Superbi come sono, anelano però ad una cosa,
a un raggio di sole; e come colui che tra la folla si mette in punta
di piedi per godere d'uno spettacolo gradito, così l'albero cresciuto
in plaga meno propizia o tenuto nell'ombra dal libero germoglio di più
felici compagni si schiude faticosamente il varco in mezzo a tutti gli
ostacoli, e, sia pur con l'ultima cima, riesce a confortarsi nel tepore
e nella luce dell'astro desiderato.
O che villaggio è questo, mezzo arso e distrutto, ma che pur non
porta i segni nè d'incendio, nè di devastazione recente? È Rivalgo;
e questo nome richiama una folla di pensieri alla mente. Son corsi
vent'anni, dacchè l'austriaca ferocia mise a ferro ed a fuoco quella
povera villa, e i Cadorini non vollero più riedificarla, pensando che
all'efferatezza straniera non potesse rizzarsi condegno monumento
che lasciando intatta l'opera sua. Ebbene: intorno a quelle travi
annerite, a quelle muraglie sconnesse, si agita una fantasmagoria
varia e grandiosa, e il severo paese d'intorno ti si anima tutto, e
la breve, ma splendida, epopea della difesa del Cadore ti si affaccia
dinanzi come cosa viva e presente. E odi i canti patriottici del 1848,
e le campane che suonano a stormo, e vedi i gagliardi alpigiani con la
coccarda tricolore sul petto, armati di fucili irrugginiti o di falci
correre alla difesa delle valli native, ed ogni gola di monti essere
una nuova Termopili, ed ogni scontro un trionfo. E allorchè il nemico
s'avanza, li vedi arrampicarsi sui greppi, appiattarsi dietro gli abeti
ed i larici, e di là tempestar l'invasore, o sfracellandolo sotto i
massi di pietra divelti alla roccia, o prendendolo di mira coi loro
moschetti. L'acqua della Piave riconduce verso il Bellunese i cadaveri
dei soldati austriaci, nefasto presagio a coloro che devono prenderne
il luogo, e che nel lasciare il quartiere sogliono farsi raccomandare
l'anima dal prete, disperati ormai del ritorno. È muto lungo le sponde
il romor delle seghe, è muto nelle foreste l'alterno picchiar della
scure; ma l'eco ripete di valle in valle gl'inni di guerra, e le urla
selvagge dei Croati che d'ogni sconfitta si vendicano, portando la
rovina ove passano. Così fu arso Rivalgo il 28 maggio 1848.... Ma chi
è che ha disciplinato quella massa d'uomini, di donne, di fanciulli,
chi è che ha ordinato quella eroica difesa? Tutta la popolazione
combatte, è vero; ma i soldati non sono che quattrocento, ma il duce
che li guida a Venas, alla Chiusa, a Rucorvo, alla Tovanella non è
che uno solo, Pietro Fortunato Calvi. È giovane, è bello di virile
bellezza, e il suo spirito indomito raddoppia in tutti coloro che lo
circondano l'ardimento e la fede. E per quaranta giorni l'oste nemica
si frange contro la cittadella inespugnabile delle valli cadorine,
sinchè un passo mal guardato le consente d'irrompere entro quella terra
di prodi, e di render vane le previdenze e gli sforzi dei difensori.
Onde, nell'umile borgo di Lorenzago, Pietro Fortunato Calvi s'accomiata
dai suoi, e ne scioglie la generosa falange per correre altrove a nuove
battaglie. È il 4 giugno 1848. Sette anni ed un mese dopo quel giorno,
il 4 luglio 1854, Pietro Fortunato Calvi lasciava la vita in Mantova
per mano del boia. Egli scontava col capestro le sublimi impazienze
dell'amor di patria, sdegnoso di proferire una parola che l'avrebbe
salvato. Per ventidue lunghi mesi pregustò a sorso a sorso la morte
nelle tetre carceri, ove l'avevano preceduto il Poma, il Tazzoli, lo
Zambelli, il Canal, e tanti altri che suggellarono la loro fede col
sangue; nè mai gli venne meno il coraggio, nè mai lo vinse il dubbio
nell'avvenire d'Italia. I giudici restavano stupefatti di questa tempra
d'uomo così dissimile dalla loro, e gli ufficiali della fortezza,
nei quali la disciplina militare non avea spento il senso delle cose
nobili e grandi, parlavano con riverenza del martire intemerato. Narra
il prete Martini[2] che, quando Pietro s'avvicinò alla carrozza che
doveva condurlo al supplizio, molti di loro gli si fecero intorno e
lo abbracciarono teneramente. Tanto poteva in quegli animi l'invitta
costanza del Calvi, il nome del quale è ormai raccomandato alla
storia![3]
Ma della difesa memorabile del Cadore non rimane che la tradizione
serbata gelosamente nei cuori di quegli alpigiani: nessuno si curò, e
pare impossibile in una popolazione che ha senso e fantasia d'artista,
di raccogliere gli sparsi frammenti della gloriosa epopea; nessuno
si curò di evocar la leggenda, che in questo caso sarebbe più vera
del diario d'un fedele cronista, perchè riprodurrebbe la vita e gli
entusiasmi di un popolo. I monti del Cadore, le sue valli, i suoi
torrenti, il suo cielo, che bel fondo ad un quadro, entro il quale si
moverebbero le animose schiere dei volontarî, stretti intorno alla
maschia figura del Calvi! Giova almeno sperare che, come la difesa
dei Vosgi nel 1814 ebbe un'eco lontana negli stupendi racconti degli
Erkmann-Chatrian, così i fasti del Cadore nel 1848 troveranno di qui a
cinquant'anni chi gl'illustri con le scritture e ne divulghi la notizia
a' meno versati nella patria storia. Però non potrebbe essere narratore
efficace chi prima non avesse percorso da capo a fondo quei siti
pittoreschi, chi non tingesse la sua penna nel colore locale. Onde, o
lettore, continuiamo la nostra gita, e chi sa ch'essa non t'invogli a
rifarla da te a miglior agio, per attingervi le ispirazioni del poeta e
del romanziere.
La strada da Termine a Perarolo costeggia per la massima parte la
Piave, ed è in continua salita. Se non che i viaggi di montagna
han sempre dell'inaspettato, e quando credi di toccare il vertice
d'un'alpe, t'avvedi d'essere alle falde di monti assai più elevati,
e quando stimi di esser giunto al fondo d'una vallata, ti trovi sopra
un altipiano donde scopri a' tuoi piedi nuove valli e nuove pianure.
Così, ascesa l'erta che ti conduce a Perarolo, anzichè misurare con lo
sguardo un immenso orizzonte, ti vedi stretto entro una cinta di monti.
Ed è forse quest'angusta cornice che ti scolpisce nell'animo più vivo
che mai il bel paese di Perarolo. Ponendoli sulla spianata dinanzi alla
chiesa, moderna opera dell'architetto Negrin, vedi irrompere frettolosa
la Piave e accogliere il tributo d'un largo torrente che si precipita
dalla tua sinistra e porta il nome di Boite; indi piegar leggermente
a levante e perdersi fra le montagne, seguendo la via che hai prima
percorsa. Due ponti traversano i due torrenti antecedentemente al loro
connubio; quello gettato sulla Piave riesce ad un gruppo di capanne di
legno, nere, affumicate, con le scale e i ballatoi esterni alla foggia
svizzera, che producono un effetto assai pittoresco, sospese come sono
su quelle acque biancastre e mugghianti, e contrastano coi pochi, ma
lindi fabbricati di Perarolo, ove si trovano alcune dimore di signorile
eleganza, come quella del senatore Costantini. I monti d'intorno sono
tutti vestiti di pini, d'abeti, di larici, di mughe, ed hanno una tinta
cupa che dà maggior risalto a qualche striscia di neve che ne incorona
le cime.
Dopo Perarolo si sale nuovamente e gli orizzonti s'allargano. Dalla
strada che gira intorno al monte domini ancora per un buon tratto
Perarolo, il Boite, Caralte, e sempre giù giù, serpeggiante fra balze
e dirupi come un nastro che si svolge capriccioso, vedi la Piave. E
appunto nella Piave scorgi la chiusa dei legnami detta -Cidolo-, sulla
quale ti dirò due parole di spiegazione. Allorchè l'albero è reciso
dal ceppo, esso viene assoggettato alla così detta operazione dei
-segni-, la quale consiste nell'incidere sopra ogni tronco un'impronta
particolare che serva a indicarne il proprietario. Indi, dai boschi,
i singoli pezzi sono gettati nel fiume e affidati alla corrente. Si
raccolgono entro il -Cidolo- o la chiusa; e di là a certi tempi vengono
rimessi in libertà e procedono nel loro viaggio. A mano a mano che
passano davanti agli opificî di seghe, ciascuno riconosce dal segno
i pezzi che gli spettano, o li prende, lasciando che gli altri tirino
innanzi. È dogma del commercio cadorino di rispettare religiosamente i
-segni-, nè accadde mai a memoria d'uomo che alcuno facesse suo un solo
tronco d'albero che non gli appartenesse.
Ma ecco il campanile di Pieve e le rovine del vecchio castello, antica
sede del Governo cadorino. Due castelli sono lo stemma del Cadore:
l'uno è appunto questo di Pieve; l'altro sorgeva nell'ultimo lembo del
territorio cadorino, ora in potestà dell'Austria.
Però quando credi d'esser vicinissimo a Pieve, la via se ne dilunga
piegando a sinistra, e ti trovi invece nel piazzale di Tai, ove
sboccano altre due strade, quella che viene da Pieve ed Auronzo, e
quella di Cortina d'Ampezzo. Sebbene fra Tai e Pieve corra circa un
mezzo chilometro, pure questi paesi sogliono confondersi insieme e sono
realmente riguardati come una sola cosa. Fa il conto che Tai e Pieve
formino la Buda-Pest del Cadore. Tai è la città commerciale. Pieve è la
città politica. Tai è la città degli alberghi (veramente non ve n'ha
che uno). Pieve è la città dei pubblici ufficî, quando se ne eccettui
però l'ufficio telegrafico, che ha la sua ultima stazione a Tai. Come
Longarone, ch'è alle porte del Cadore, v'introduce le derrate che
riceve dalla pianura, così Tai, che si trova nel centro, è il fondaco
naturale di tutti quei distretti, pei quali Longarone è situata troppo
lontana. Convengono colà gli abitanti dei comuni dell'Ampezzano e di
quelli d'Auronzo, e sul piazzale dinanzi all'osteria, all'insegna del
Cadore, vedi arrestarsi sovente il biroccino del Tirolese, che con la
piuma bianca al cappello viene a spendere le sue -Bank-Noten- e ad
aggiungere dell'altra carta alla carta, da cui è inondato il Regno
d'Italia. Oh! l'osteria all'insegna del Cadore, co' suoi letti di
ferro e le lenzuola di bucato, con le cortine diligentemente inamidate
e bianchissime, col soffitto senza ragnateli e con le pareti senza la
inevitabile vaschetta dell'acqua santa che ti perseguita nelle locande
di villaggio, può esser davvero maestra di decenza a certi alberghi
di città! Vi si conservano poi singolari abitudini patriarcali. Per
esempio, un forestiere di riguardo, e capisci che a Tai io passavo
per tale, può esser certo che durante il pranzo avrà la compagnia
dell'oste, il quale è anche il negoziante del luogo, uomo dalla
faccia rubiconda e serena, che ti esilara l'animo, e ha i caratteri
dell'onestà e dell'agiatezza. Intanto una delle padrone ti serve a
tavola, la saliera di lusso esce dallo scaffale della credenza, e ti
si ammanniscono porzioni di carne da farti credere uno di quegli eroi
d'Omero che sotto le mura di Troia si divoravano placidamente grossi
quarti di vitello e di bove. Tra un boccone e l'altro discorri di
politica, del ministero Menabrea, del corso forzoso e del prezzo della
rendita; poi, se sei uomo d'affari, cerchi d'insinuarti destramente
nell'animo del tuo interlocutore, che, come ti dissi, è persona
facoltosa, e gli esalti le mille virtù della tua casa di commercio,
e gli parli del petrolio, dello zucchero d'Olanda e di quello di
Germania, e tenti di concludere qualche negozio. Ma l'oste, ch'è
persona riflessiva, si mette in guardia e si riserba di esaminare,
vedere, ponderare, ec. ec.; si lagna degli scarsi consumi, nega di aver
moneta, e chiude il discorso con la frase consueta: -- -Pochi affari,
signor mio, pochi affari.- -- In questo mezzo arriva la posta, recando,
fra le altre cose, anche la -Gazzetta di Venezia-. L'oste naturalmente,
da quell'uomo saggio e stagionato ch'egli è, ha una grande venerazione
per questo periodico; nondimeno, per uno speciale atto d'ossequio, si
dà premura d'offrirtelo prima ancor di spiegarlo, e t'invita a leggerlo
all'aria aperta sopra uno dei sedili di paglia, che, il dopo pranzo, si
mettono fuori della locanda. Ivi si riuniscono, all'imbrunire, alcuni
fra' più notabili personaggi dei luoghi vicini e tengono conferenze
politiche e sociali, mentre altri più giovani e vigorosi giocano la
partita alle bocce, il -cricket- degl'Italiani. I giuocatori non son
tutti del paese; vi si mescolano due o tre impiegati d'altre provincie
addetti agli ufficî di Pieve. L'impiegato, gracile vegetale del Regno
d'Italia, non è difficile a ravvisarsi fra mille. Io l'ho riconosciuto
a Tai da un distintivo infallibile, il cappello a cilindro unto alla
base. L'osservatore filosofo sa che il cappello di quel genere è
richiesto dalla dignità dello Stato, e che nel luccicare dell'unto sta
scritto in lettere cubitali: -- -Il mio stipendio non mi permette di
comperarmi un cappello nuovo.- -- Mentre le bocce rotolavano saltellando
sullo stradale, que' poveri impiegati discorrevano fra loro di
emolumenti, di traslocazioni e delle altre miserie di -monsù Travet-.
L'oste assisteva in piedi al progresso della partita, con le gambe
aperte come quelle d'un compasso che vuol descrivere un circolo, e con
le mani unite dietro la schiena, tenendo in pugno un grosso bastone di
legno che con la punta radeva il suolo: di tratto in tratto accorrevano
a fargli festa le nipotine, che poi sguizzavano rapidissime entro
un orto chiuso da un basso steccato e posto a fianco della locanda.
In verità, a me pareva d'assistere alla bella scena dell'-Ermanno e
Dorotea- del Goethe, quando l'oste del -Leon d'oro-, insieme coi più
ragguardevoli cittadini, s'intratteneva delle cose del giorno.
L'osteria -al Cadore- è per Tai un edifizio cospicuo, a cui non saprei
quale altro potesse agguagliarsi fuori dell'ufficio telegrafico che
vi sorge dappresso. È l'ultima stazione telegrafica di questo lembo
d'Italia, e ad allontanarsene si prova un senso d'infinito rammarico.
Sinchè quel filo misterioso ci segue, non v'è terra così remota ove noi
non ci sentiamo in famiglia; quand'esso ci abbandona, siamo assaliti
da una nostalgia inquieta e profonda: ogni stormire di foglia ci pare
debba annunziarci qualche sventura. Al davanzale d'una delle finestre
dell'ufficio stava appoggiata e sporgente con mezza la persona una
giovane vestita con eleganza cittadinesca; aveva, se non m'inganno,
un succinto abito bigio, il camicino e i polsini inamidati, e una
fettuccia di seta rosa intorno al collo. Era, senza dubbio, la moglie
dell'ufficiale telegrafico, e assisteva con una certa aria di tedio
alla partita che si giuocava sulla spianata davanti all'albergo;
tantochè, se non fosse una temerità poco lodevole a voler leggere in
viso alla gente, io avrei trovato scritto sulla fronte di lei: -- -A
Tai mi ci annoio moltissimo.- -- E, diciamola schietta, se per chi vi
passa due o tre giorni, quelli son luoghi d'incanto, chi vi rimane per
lunghi mesi ha bisogno di possedere la scienza della vita in sommo
grado. Non portando le abitudini e le raffinatezze della città, si
può passarsela tollerabilmente in mezzo ai monti: conviene diventar
panteisti, immedesimarsi con quella natura splendida ad un tempo e
selvaggia, attendere alla cascina e al verziere, e saper tenere lunghi
ragionamenti con la pecora che torna dal pascolo e con la pèsca che
s'indora sul ramo. Signora -telegrafista-, la mi perdoni, ma mi sembra
che con la sua leggiadrìa, e co' suoi polsini, e col suo camicino
bianco, e con la sua fettuccia rosa, ella questa scienza della vita non
l'abbia.
A un passo dall'ufficio telegrafico trovi una viuzza che sale sul
monte. Da una parte e dall'altra di questa via angusta e fangosa
sorgono le abitazioni di Tai. Sono di legno, e di quell'architettura
che abbiamo già osservata a Perarolo; i tetti di cortecce d'albero
sovrapposte sporgono in fuori per un buon metro, e hanno una pendenza
notevole, come suolsi nei paesi nordici ove bisogna agevolare lo
scolo alle nevi. I fumaiuoli non si usano, e il fumo esce dalla porta
annerendo le gallerie, le pareti esterne e le scale, ciò che, a dire
il vero, non coopera a dare un aspetto di decenza al villaggio.
Il pian terreno d'ogni casa è una specie d'arca di Noè, ov'hanno
domicilio gli animali domestici, e si vede che la popolazione di Tai
partecipa piuttosto ai gusti del Michelet che non segua i precetti del
Mantegazza, e concede sotto il suo tetto un posticino alle bestie.
-- -Chicchirichì.- -- Dal pollaio senti la nota misurata ed acuta del
vigile gallo, mentre vi risponde in chiave di baritono il paziente
e rassegnato bove dalla sua stalla, il porco grugnisce a mezza voce,
e l'asino, il tenore dei quadrupedi, innalza al cielo il suo raglio
patetico. Qua e là passeggia dinanzi al noto abitacolo il grave
tacchino, impettito come un senatore, la gallinella con passo leggiero
di danzatrice va beccando rasente alle siepi.
Però, anzichè occuparsi della gallina, sarà miglior consiglio alzare
il capo e fissare lo sguardo al monte Antelao, il re di quella catena,
la cui cima torreggia dominatrice sopra altri monti minori. Dicono i
Cadorini che, se il suo comignolo è vestito di nubi, la pioggia non è
lontana, e non conviene avventurarsi a troppo lunghe gite. Io, dopo
le debite osservazioni, ridiscesi la via percorsa e lasciai passare
un breve acquazzone camminando su e giù pel vestibolo dell'albergo,
e gettando di tratto in tratto l'occhio nella cucina, ove parecchî
uomini, vestiti a foggia di montanari, seguivano attenti il bollire
del riso nella pentola, e il giro uniforme dello spiedo sopra le
brage. Piovigginava ancora quando uscii all'aperto, e deliberai di
fare una passeggiata dalla parte che mena a Cortina d'Ampezzo. Le
nuvole s'erano diradate alquanto; non così però che il grigio non
prevalesse ancor all'azzurro. Le montagne s'erano liberate il capo
dalla benda che le teneva nascoste; ma, anzichè spiccare sulla curva
d'un orizzonte limpido e trasparente, disegnavano i loro contorni sopra
un fondo cinereo, mentre larghe falde biancastre si appiccicavano ai
loro fianchi come brandelli di una vesta sdrucita. Talora lasciavano
vedere soltanto le cime, e a mirarle così isolate, con quella loro
tinta fredda d'inchiostro di China punteggiata qua e là dalle nevi,
avevano qualche cosa di lugubre e di sinistro. Le avresti dette spettri
giganteschi che, celata la persona in un ampio lenzuolo, si fossero
alzati dalle loro tombe per godere ancora una volta lo spettacolo di
questo piccolo mondo. Il vento scomponeva gli ordini di quelle masse
di nubi che ora procedevano serrate, ora sciolte, ora s'incontravano
evitandosi rapidamente, ed ora cozzavano e si mischiavano insieme.
Dalle pensili selve usciva un gemito malinconico, malinconico come il
cielo velato, malinconico come l'ora che transita fra il giorno e la
notte. E io andavo innanzi senza avvedermene, lasciavo alla mia destra
Nebiù, piccola villa tutta fra i monti, e in faccia mi si prospettava
Valle, grosso paesotto, e un po' più in là Venas, posta sul ciglione
d'un monte non elevato, da cui si direbbe volesse spiccare il salto di
Saffo. Stupendo paese, abbenchè ivi tu non senta il romoreggiare della
Piave, e la strada sia meno variata, e le pendici dei monti, coltivate
a frumento o a praterìa, non abbiano punto dell'arido come in altri
luoghi del Cadore. Voci di fanciulli si sollevavano dietro a quegli
alberi, gruppi festevoli ruzzolavano pel verde declivio di quelle
alture, e qua e là le campane suonavano l'-Ave Maria-. È l'ora dei
raccolti pensieri, è l'ora in cui l'anima sospira affannosamente alle
cose lontane o perdute. Come se la brezza increspa la superficie d'un
lago, discerni solo confusamente ciò che vi dorme nel fondo, così nella
lotta diuturna della vita talora il passato si nasconde o si vela. Ma
come se l'acqua si spiana, gli oggetti ch'ella ricopre si disegnano con
netti contorni, così nella solitudine e nel silenzio acquistano rilievo
le memorie dei tempi fuggiti. E l'anelito che ti fa evocare i diletti
estinti sembra pago un instante, e li vedi affacciarsi al tuo sguardo
e sorriderti, e schiudere le braccia all'usato amplesso. Oh! non così,
immagine fuggitiva ed eterea, non così io credevo incontrarti su questi
monti, mia sorella, mia sposa, Emma mia. Anima soavemente innamorata
del bello, perchè non eri tu meco a ritrar sulla tela i varî aspetti di
questa natura sublime? Poveretta! I tuoi pennelli giacciono polverosi
nel loro cassetto, i tuoi disegni sono intatti nella cartella; ma la
tua mano bianca e gentile non mescerà più i colori sulla tavolozza,
non prenderà più la matita. Mia buona Emma, mia perduta da un anno!
Così giovane, così leggiadra, così pura, perchè involarti da me?
Non eravamo sempre vissuti insieme, non avevamo cominciato ad amarci
bambini, giocando insieme nella sala o sul terrazzo della tua dimora?
Il tuo nome non chiudeva per me ogni dolcezza? Ed ecco, oggi io non so
più scriverlo senza che la guancia mi si bagni di pianto, non so più
sentirlo proferire dagli altri senza che un fremito mi corra tutte le
membra. E vorrei che la mia prosa negletta acquistasse, parlando di
te, un inusato fascino, onde come in nitido cristallo vi si potesse
specchiar la tua immagine e invaghire di sè chi svolge le carte di
questo volume. Nè ti dolga, schiva com'eri di lodi, s'io consacro alla
tua memoria questa pagina disadorna, e faccio pubbliche le tue virtù e
il nostro amore. No, io non disturberò la tua pace con vanti superbi;
mi basti richiamare sulla tua tomba un sospiro e una lagrima di chi
sente la religione della famiglia, e sa che vuoto lasci nel mondo il
dileguarsi d'una di queste dee casalinghe, ministre di sacrificî e di
affetti. O giovani madri, che vi vedete saltellare intorno una nidiata
di bambini, e li vedete crescere dal vostro soffio nudriti, dall'ombra
vostra difesi, come teneri arbusti che isolati non reggerebbero nè
all'impeto del vento, nè alla sferza del sole, possa un Nume tutelare
serbarvi a que' cari angioletti. Ma se voi li lasciate, chi prenderà il
vostro posto? Di che canzoni culleremo i loro sonni, di che racconti
intratterremo la loro infanzia? Dalla -ninna nanna-, con cui la
balia addorme il lattante, fino al volumetto di novelle, sul quale il
fanciullo impara a sillabare, per tutto è il nome materno: il mondo
non ha previsto il caso che i bambini non avessero madre. Miei poveri
orfanelli, aprendo il libro della vita, voi troverete lacerata una
pagina; la pagina che vi avrebbe compensato di tante altre, o stolte, o
ingannatrici, o nefande; la pagina, su cui avreste riposato lo sguardo
nei giorni dell'abbattimento e dello sconforto; la pagina, nella quale
era scritto a lettere d'oro: -- -Amore materno!...- --
E tu perdona, o lettore, s'io ti parlai de' miei lutti. Vi sono tanti
che riempiono interi volumi dei loro panegirici vanitosi, ch'io spero
meritare indulgenza se ho consacrato poche parole al mio dolore....
III.
Una modesta dichiarazione. -- La leggenda del Cristo. -- L'asina di
Balaam e i bovi cadorini. -- La capitale del Cadore. -- Aspetto della
natura dopo Pieve. -- Le donne al lavoro dei campi. -- Il torrente
Molinà e la villa di Calalzo. -- I cimiteri di villaggio. -- Lozzo
di Cadore e le sue rovine. -- I Tre ponti. -- Fatto d'armi del 14
agosto 1866. -- Il patriottismo dei Cadorini. -- Auronzo. -- Un modo
primitivo di dibattere la cosa pubblica. -- Un gabinetto di lettura
fra i monti. -- La questione dei boschi. -- Un ripiego da capocomico.
Come puoi credere, il paese di Tai non offre trattenimenti serali.
Il viaggiatore non ha da far nulla di meglio che coricarsi per esser
vigile e pronto ai primi chiarori dell'alba.
Una delle gite più frequenti pei forestieri che vengono a Tai è
quella sul monte Antelao. Si alzano per tempissimo e vanno a vedere
dalla pendice del monte il levarsi del sole. Potrei fartene anch'io
una descrizione di fantasia, piena d'entusiasmi a freddo, e di punti
ammirativi concepiti nel calamaio; ma, nell'accingermi a questa breve
monografia, ho giurato a me stesso di non compiacere in nulla ai
capriccî della immaginazione, e di non descrivere che quello che ho
veduto realmente. Ora la mia gita in Cadore fu così precipitosa, ch'io
non potei dilungarmi dalla strada postale, e mi dichiaro di per me
un -touriste- di terzo o quarto ordine. Viaggiare presto, viaggiare
in carrozza seguendo l'itinerario della diligenza, è rinunziare
spontaneamente ad ogni azione sopra i lettori che vorrebbero sentirsi
narrare le cavalcate sull'asino, le ardue discese giù per i greppi, le
colazioni sull'erba, le cacce al camoscio, e che so io? Io mi scuserò
co' due versi di messer Lodovico Ariosto:
Nè che poco io vi dia da imputar sono,
Chè quanto posso dar tutto vi dono.
Credo del resto che il carattere di quel paese, il colorito naturale di
que' luoghi possano colpirsi anche senza gite troppo particolareggiate.
Intanto non fa punto mestieri di abbandonar la strada maestra per
recarsi al famoso santuario del Cristo di Cadore. È una delle poche
superstizioni di un paese che nel suo complesso è sveglio, e può valer
la pena di spendervi alcune parole.
Salendo da Tai a Pieve, e quando hai fornito per tre quarti il tuo
cammino, t'imbatti in una chiesetta bianca con peristilio romano e
con un affresco di pessimo gusto sulla facciata. Se domandi che cosa
sia quella chiesa e che cosa significhi quell'affresco, ti guardano
strabiliati, come se l'ignorarlo fosse una grandissima colpa, e poi ti
raccontano questo edificantissimo avvenimento. Accadde una volta che
de' bifolchi aravano in quel sito la terra co' loro buoi, quand'ecco i
laboriosi quadrupedi arrestarsi ad un tratto, nè voler più muover passo
per quanto i loro conduttori li evangelizzassero con buone ragioni e
con la dialettica persuasiva delle bastonate. L'asina di Balaam, narra
la Bibbia, si trovò essa pure in condizioni uguali; ma, da quella
bestia di spirito ch'ell'era, seppe almeno, per adoperare una frase del
volgo, -dire i suoi sentimenti-. Citerò un brano del dialogo (-Numeri
XXII-): -.... Ed ella disse a Balaam: Che t'ho io fatto che tu m'hai
percossa già tre volte?-
-E Balaam disse all'asina: Io t'ho percossa, perchè tu m'hai beffato;
avessi pure in mano una spada che ora t'ucciderei.-
-E l'asina disse a Balaam: Non sono io la tua asina, che sempre hai
cavalcata per addietro fino a questo giorno? Sono io mai stata usata di
farti così? Ed egli disse: No.-
Non sembra che i bovi cadorini sfoggiassero una sì persuasiva
eloquenza; sembra invece che, sordi ad ogni maniera d'argomenti,
s'inginocchiassero con grande compunzione, onde la loro pietà inusitata
insospettì gravemente i pastori, che si accinsero a scavare la terra in
quel punto. Scava, scava, trovano, oh meraviglia! una cassa di legno.
La schiodano, ed ecco, composto fra gli assiti del cataletto, un Cristo
in croce, coi capelli lunghi, con la testa china alquanto sul petto. E
quei capelli sono ancora cresciuti, e quella testa s'è chinata ancora
di più, quasi a dar testimonianza della sua natura miracolosa. Fu
quindi deciso che quello era Cristo crocifisso in persona, e si lasciò
all'altro Cristo di Betlemme la briga di accertare la propria identità,
cosa della quale egli non pare essersi finora occupato. Intanto nel
luogo, ove successero questi fatti singolari, si eresse un tempietto
votivo, il Cristo vi venne collocato con grandissima pompa, e cominciò
a rimeritare i devoti con una buona quantità di prodigi. Occorreva la
pioggia? S'invocava il Cristo, ed ecco egli disserrava le cateratte
del cielo. Occorreva il sole? Ed ecco il Cristo col suo soffio
onnipotente diradava le nuvole e faceva apparire il più bel sereno che
si potesse desiderare. Quindi un pellegrinaggio continuo al santuario,
quindi una miriade di offerte che, a quanto mi disse argutamente
un Cadorino, consentono al Cristo miracoloso di vivere di rendita.
I pellegrini vengono anche di lontano, e sogliono lasciar le loro
bisacce nel peristilio ed entrar nel tempietto umili e scalzi; prima
di partire, se non appartengono ai 17 milioni d'illetterati, scrivono
il loro nome sulla facciata della Chiesa, accompagnandolo talvolta con
iscrizioni ascetiche. Sono, qual più qual meno, portenti di sintassi e
d'ortografia, e mi colpì fra le altre la seguente:
QUI BALDASSARE CHELLI TOSCANO DI PRATO COL FILIO EMILIO E SUA
CONSORTE NINA VENNE PER DEVOSIONE.
Nello scorrere queste righe in istile epigrafico non potei a meno di
chiedere a me stesso se per avventura il signor Baldassare Chelli,
toscano di Prato, fosse salito in Cadore a spargervi -notizia della
buona lingua-, secondo il desiderio di Alessandro Manzoni e del
ministro Broglio.
Comunque sia, queste singole leggende de' varî paesi, nel mentre
attestano lo spirito superstizioso dei volghi, tendono al grande
accentramento cattolico, a cui mira la Chiesa. È il municipalismo
introdotto nella fede, è un tentativo di autonomia nel campo
dell'unità. Il giorno che si forma uno di questi miti nel cuore del
popolo, la gerarchia ecclesiastica non può a meno di sentirsene
scossa: la fede esce di carreggiata, e anzichè tenersi entro i
margini prescritti, cerca i suoi conforti nelle creazioni avventicce
del momento e del luogo. Ma come opporvisi? Il prete di campagna,
o partecipi egli pure alla credenza comune, o cerchi farne suo
pro per uscire alquanto di tutela e sottrarsi alle ferree spire
che lo costringono, e acquistar maggiore importanza presso i suoi
parrocchiani, si leva assai di rado a combattere le superstizioni
nascenti, e con animo volonteroso ministra all'altare dedicato
all'idolo che sorge. La Chiesa lo sa e lascia correre. Talora fa le
viste di non avvedersene, talora concede il diritto di cittadinanza
a questa o quella delle nuove leggende, e impone a' suoi dugento
milioni di fedeli la fanfaluca che ha dovuto accettare da un gruppo di
cinquanta pastori. Sottili arti d'impero, nelle quali Roma è maestra.
Dal santuario del Cristo a Pieve corrono appena cinque minuti.
Pieve è quasi per intero costrutta di pietra, e sebbene i vetturali,
che vogliono risparmiare ai loro ronzini un buon tratto di salita,
sostengano che non vi si alloggia nemmeno per idea come nell'-osteria
al Cadore-, ella ha un aspetto molto più signorile di Tai. Ha
guarnigione [cinquanta o sessanta bersaglieri], ha pubblici ufficî, e
quindi impiegati; ha Pretura, e quindi avvocati e legulei. La piazza è
sufficientemente ampia e regolare; ha un carattere antico e contiene
i due monumenti più ragguardevoli di Pieve, la casa di Tiziano e la
chiesa. Della casa ove nacque il grande pittore dell'-Assunta- e del
-San Pietro Martire-, non saprei dirti nulla, tranne ch'ella serve
a una vendita di vino al minuto, ciò che non mi sembra invero troppo
dicevole. Quanto alla cattedrale, che contiene due dipinti di Tiziano,
essa è piccola, ma non inelegante.
Chi viaggia con la diligenza non può recarsi più in là di Pieve, perchè
l'impresa che aveva cominciato con lo spingere le corse fino ad Auronzo
non vi trovò il suo utile, e dovette far le sue colonne d'Ercole della
capitale del Cadore. Però la strada, sebben più deserta, non è meno
varia e pittoresca: anzi, quanto più t'inoltri, tanto più folto di
abeti e di larici è il dorso dei monti, e più spesso lo sguardo ti
si riposa sopra il molle declivio degli altipiani coltivati parte a
cereali, parte a prateria. E là su quelle praterie e su quei campi vedi
disegnarsi i gruppi dei contadini e delle villanelle intenti al lavoro.
Delle donne moltissime sono adoperate pei trasporti, o della legna, o
del concime, o del fieno, o anche di pesantissime pietre che servono
alle costruzioni, e tu le vedi curve sotto la rustica -gerla- contesta
di vimini, che devi certo conoscere, se ricordi le povere femmine
che dall'Alto Friuli scendono fra noi a limosinare, portando in quel
recipiente di paglia ciò che le madri hanno di più prezioso, i loro
bambini. Nel Cadore trovi -gerle- di tutte le dimensioni, e parrebbe
che anch'esse avessero la loro infanzia, tanto ve n'ha di piccine,
adatte a fanciulletti di cinque o sei anni. Quando non attendono a'
trasporti, le donne si mescono invece ne' campi al lavoro degli uomini.
Nella prima giovinezza, chè la fatica affretta in loro il corso degli
anni, sono bellissime di aspetto e di forme. Vestono semplici assai: le
ripara dal sole, o un cappello di paglia a larghe falde, o una pezzuola
avvolta intorno al capo, o rossa o celeste; un corpetto turchino senza
maniche fa spiccare le giuste proporzioni del busto; la gonnella più
oscura sollevata intorno alle anche, mentre vangano la terra, lascia
scoperta la sottana bianca come le maniche e come gli orli della
camicia ch'escono fuori del corpetto. Per lo più vanno scalze, o,
secondo il costume contadinesco, camminano portando i sandali in mano
per calzarli sulla strada maestra o ne' siti di maggiore riguardo.
Dopo Pieve il passaggio di carrozze è assai limitato, e perciò, come
i contadini del piano, quando guizza dinanzi a loro un convoglio di
strada ferrata, così quelle leggiadre montanine si fanno uno spettacolo
del transito d'un cocchio, e incrociate le mani sopra la zappa, oppure
tenendo il rustico arnese con la destra e appoggiando sul manico il
gomito sinistro, piegano la testa sull'avambraccio e guardano in
vaghissimo atteggiamento. Ho anch'io un'estetica esclusiva, e non
so idearmi la donna bella e poetica altro che splendida di seta,
o circonfusa di veli; ma gli è che le figure della nostra fantasia
aristocratica si disegnano tutte sopra un fondo convenzionale: o fra la
mezza oscurità di un salotto elegante, o fra i sentieri odorati di un
parco: ma la bella alpigianina, in mezzo a quei monti, a quel cielo, a
quelle pietre, sta bene vestita così; il paese che la circonda fa parte
del suo abbigliamento.
Ma eccoci a uno de' punti più pittoreschi del Cadore. A una svolta
della strada ti si apre inaspettato al fianco un angusto e profondo
burrone, stretto fra due coste del monte, entro il quale devolvesi
romoreggiante il torrente Molinà. Strepitano al basso i molini messi
in giro dall'acqua, e fa singolare contrasto col candor delle spume,
con la tinta fredda dei sassi e col malinconico colore degli abeti, il
verde vivo di qualche falda di terra coltivata a praterìa proprio al
lembo ultimo della sponda. In alto e alla sinistra di chi si affaccia
al parapetto della strada, il villaggio di Calalzo con la sua chiesetta
candida di neve, col suo campanile coperto di lavagna, pensile sulla
pendice d'un monte, pare intenda l'orecchio al gorgogliare dell'onda.
Indi la via prosegue con un'alternativa di salite e discese. Per lunga
pezza scorgi Pieve, di là da una vallata, o da monti più bassi; poi
incontri Vallesella, Donnegge, e ti additano il campanile di Lorenzago,
ove il Calvi s'accommiatò dagli amici, e quinci e quindi altre villette
vagamente sparse, quali sul vertice, quali sulla china d'un monte. Mi
ricordo una cosa semplicissima che mi colpì. A pochi metri da ciascuna
di quelle ville miri un recinto rettangolare chiuso da un muro bianco
e basso. È il cimitero. Quanto più commovente e più bello delle moli
superbe che raccolgono migliaia di estinti l'uno all'altro ignoti!
Colà almeno dormono insieme quelli che un giorno lavoravano insieme,
e la zolla senza nome è distinta fra mille più che il marmo istoriato
dei sontuosi cimiteri. Colà almeno, se qualche fremito di vita corre
attraverso le fredde reliquie, i defunti sentono le care e note favelle
nella capanna vicina, e nelle lunghe sere d'inverno, quando la neve
imbianca le povere croci, odono il ronzìo del consueto -filò- entro
la tepida stalla, e indovinano la primavera al tintinnìo delle capre
erranti pei monti, e la state all'allegra canzone dei mietitori. Colà
almeno la religione della famiglia, sopravvissuta al naufragio di
tutti gli Olimpi, ha più facili i suoi riti pietosi, e l'alpigiano che
sfronda gli abeti o mena la vaccherella su pegli scoscesi sentieri,
vedendosi a' piedi il tranquillo recinto del camposanto, pensa a' suoi
diletti che ivi dormono l'eterno sonno, e tempra con soave malinconìa
la fierezza dell'animo.
L'aspetto d'un cimitero dispone lo spirito a tetri pensieri; ma v'è
qualche cosa di molto più lugubre, ed è l'aspetto della devastazione
e della rovina. Esso ti si presenta a Lozzo, villa distrutta poco men
che da capo a fondo da un incendio il 15 settembre 1867. Lo spettacolo
che essa mostrava nel maggio successivo, in cui gli abitanti erano già
innanzi nell'opera di ricostruzione, poteva darti un'idea della orrenda
catastrofe, facile del resto a immaginarsi, quando si pensi che le case
erano pressochè tutte di legno e che l'incendio divampò nella notte.
Facevano ingombro alla via le travi carbonizzate e i monti di sassi
destinati a rifabbricare più solidamente il villaggio, e alcuna delle
abitazioni di pietra non soggiaciute a quella ruina portava i segni
del guizzo capriccioso della vampa intorno alle muraglie sgretolate.
Le case erano ancor senza tetto; la popolazione viveva di giorno
sulla strada, e la notte trovava ricovero in qualche capanna ospitale
nelle vicinanze. Così quelle genti, colte dalla sventura in autunno,
avevano dovuto lasciar trascorrere i lunghi mesi del verno, avevano
dovuto lasciar che le nevi coprissero le macerie del loro paese, prima
di poter ricomporre di propria mano il povero nido. E fu davvero per
un miracolo di carità dei luoghi vicini, che riuscirono a durare i
rigori della stagione e a serbar vigorose le braccia e non accasciato
lo spirito. In mezzo a quella scena che ti ricorda le irruzioni
barbariche, causa di tanti lutti all'Italia, vedi ancora volti sereni,
odi le voci festive delle fanciulle che attingono al fonte, e le risate
clamorose dei bambini che giuocano sopra i mucchi di sassi.
A poche miglia da Lozzo trovi una specie di chiusa detta dei Treponti.
La strada si biforca: il braccio destro entra nel Comelico, il sinistro
va verso Auronzo. Dalla destra viene impetuosissima la Piave e in
quel sito accoglie le acque d'un altro torrente, che scende dal lato
opposto, l'Ansei. Il nome dato a quel luogo è dovuto appunto a tre
ponti di pietra, o, a meglio dire, a un ponte che si tripartisce e
con due delle arcate traversa le fiumane ancora divise, con la terza
le valica dopo il loro connubio. Tutto intorno sorgono monti alti
e scoscesi, fitti d'abeti sulla sponda dell'Ansei, aridi e nudi su
quella della Piave, quantunque chi penetri nel cuore del Comelico veda
nuovamente imboscarsi il terreno. In questa gola si combattè nel 14
agosto 1866 l'ultima scaramuccia fra Italiani ed Austriaci. Venivano
questi da Auronzo sotto il comando del generale Mensdorff Pouilly, ed
erano in numero di 4000, impazienti di forzare il passaggio, ignari
ancora dell'armistizio concluso due giorni innanzi. Avevano a fronte
pochissimi volontari cadorini, male vestiti e male armati, che, sebbene
colti alla sprovveduta, opposero una pertinace resistenza, spargendosi
qua e là dietro gli abeti lungo il dorso del monte che bagna le falde
nell'Ansei, e mantenendo un fuoco micidiale da bersaglieri contro le
masse nemiche. Vi furono da ambo i lati morti e feriti, vittime inutili
d'una lotta che non aveva più scopo. Un oste del luogo, vecchio coi
capelli bianchi, certo più che sessantenne, che quel giorno aveva
anch'egli brandita la sua carabina e preso parte alla pugna, me ne
disse le vicende con ardor giovanile, e l'inatteso approssimarsi
degli Austriaci, e lo sgomento delle donne, e il piglio risoluto dei
-nostri-, e il primo sangue versato, e il giungere al campo austriaco
d'una staffetta portante la novella dell'armistizio. Come mi piaceva
sentire in bocca al valoroso vegliardo quella frase -- -i nostri!- --
Com'era bello quel suo infiammarsi nel racconto del breve conflitto!
Certo nell'animo di lui non era sceso ancora lo scoramento, onde quasi
menano vanto tanti Italiani. La luna di miele della libertà dovrebbe
durare secoli: a noi sembrò più dicevole di chiuderla nella cerchia
coniugale d'un mese e di atteggiarci poscia a mariti noiati.
In Cadore il patriottismo è sano e vigoroso, convinto che dopo aver
toccato una mèta
Ch'era follia sperar
sarebbe delitto il mettere a repentaglio gli acquistati beni con le
discordie intestine e con le violenti diatribe, convinto che non v'è
gloria passata che basti a far perdonare la colpa di porre a cimento
le sorti della propria contrada. Perciò in quella terra veramente
eroica, in mezzo a quegli uomini veramente d'azione, non mi accadde di
sentir vituperato il Governo come solevasi dell'austriaco, nè di veder
fatti segno al pubblico sprezzo tutti coloro che sorsero a qualche
rinomanza in Italia. I difetti delle nostre amministrazioni e de'
nostri uomini si conoscono in Cadore non meno che altrove; ma i lamenti
che se ne muovono non prendono quel tuono d'acrimonia che distingue
in molte parti della Penisola le opposizioni, nè indossano quel manto
d'intolleranza che nega il patriottismo a chiunque si faccia lecito
di non osteggiare l'Autorità. E ciò che più conforta chi giunge dalle
città atrabiliari e dalle campagne indifferenti della pianura, si è
la pienezza della fede nei patrî destini, si è il sentirsi affollati
d'interrogazioni sulle vicende politiche e sull'avvenire economico del
paese; non già da ricchi possidenti del luogo, ma da poveri coloni, che
una cinquantina di miglia più in giù non saprebbero se non assordarci
di piagnistei sulla malattia delle uve e la gravezza delle imposte.
Oserò io dirlo? A quest'ultimo lembo della Penisola che, in ogni
moto di popolo, fu o un covo d'insorti, o un rifugio di profughi, a
questa regione alpina, ove dai 1848 al 1866 si congiurò in ogni casa,
giovò forse non esser gonfiata dagli articoli del giornalismo e dalle
arringhe dei -meetings-. Che pur troppo sinora in Italia pubblicisti
e tribuni fecero più male che bene alla patria. Come que' membri dei
consigli di disciplina della Guardia Nazionale che vestirono la divisa
di giudici, perchè non volevano aver le noie di militi, così una gran
parte di essi assunsero l'ufficio di dispensatori di luce per ismettere
l'uniforme di cittadini, per sottrarsene ai doveri, per giustificare
coi fremiti furibondi i tepidi e patologici affetti.
E adesso, chiudendo la parentesi, rimettiamoci in via, e dai Treponti
dirigiamoci al punto estremo del nostro pellegrinaggio, ad Auronzo.
Dopo Treponti si perde la compagnia della Piave, che, come abbiam
visto, vien giù dal Comelico, e la strada solitaria costeggia sempre
l'Ansei, passando in mezzo a un bosco di abeti. Uscendo dal fitto degli
alberi, ti si apre al guardo un altipiano di ricca e bella verdura,
cinto, ma non oppresso da monti, in mezzo al quale spiccano le candide
muraglie della chiesetta d'Auronzo e i tetti bassi ed affumicati delle
capanne di legno. Pieve arieggia uno de' soliti borghi della pianura,
Tai è composta di poche case, Calalzo non è che un gruppo di meschini
tugurî; ma Auronzo, paesotto piuttosto grosso e diviso in due parti
(-villa piccola- e -villa grande-), ha un suo aspetto particolare con
quelle abitazioni quasi tutte di legno, con que' vicoli che salgono
con leggiero declivio sul pendio d'un monte, con quei mulini che vi
romoreggiano mossi dalla corrente, con quell'abbondanza di acqua che
vi zampilla in fontane, vi scorre in ruscelli, vi mugge in torrenti.
Nella mia qualità di cittadino delle lagune, al veder tanta ricchezza
di fonti, intorno alle quali le fanciulle d'Auronzo, ignude le
braccia, piegata la persona, s'affaccendano a fare il bucato, pensai
all'interminabile questione dell'acquedotto veneziano, lunga come
quella d'Oriente, complicata come quella dello Schleswig-Holstein, e
invocai sulla mia patria una vena della linfa cadorina per far tacere
una volta il cicaleccio e spegnere gl'incendi del nostro giornalismo.
Chi lo direbbe? Anche Auronzo «la divisa dal mondo ultima -Auronzo-»
ha una questione municipale. Qua e là vidi scritto col gesso --
-Abaso il segetario-, -- e deplorai vivamente che nessun giornale del
luogo potesse con sagge e temperate polemiche, come si costuma fra
noi, illuminare l'opinione pubblica, e che gli abitanti d'Auronzo
non avessero alcun -organo indipendente-, su cui far valere le loro
ragioni. È davvero una cosa umiliante, tanti secoli dopo Panfilo
Castaldi e il Guttemberg, di non possedere un torchio e una scatola di
caratteri di stampa, coi quali annunziare a tutti i popoli della terra
che i propri concittadini son ladri e balordi, egoisti quando rifiutano
i pubblici uffici, impudenti quando gli accettano.
Frattanto alcuni degli abitanti d'Auronzo cercano consolarsi della
grave mancanza, formando un nucleo di società, che per sì piccola villa
è veramente prezioso. Si radunano in dieci o dodici in una specie di
gabinetto di lettura, ove ricevono i giornali di Venezia e di Firenze,
e così, giuocando e ciarlando, ingannano le lunghissime sere d'inverno,
e non si coricano che a mezzanotte, cosa da fare stupire chi consideri
che in alcuni mesi dell'anno il sole non rischiara quella valle per più
di tre ore al giorno, e una lastra di ghiaccio copre costantemente le
vie.
Una questione ben più grave della municipale tiene sospesi gli animi in
Auronzo, ed è quella della divisione dei boschi. In tutto il Cadore la
maggior parte della proprietà boschiva è in mano ai Comuni, ma tra i
Comuni più ricchi v'è quello d'Auronzo, ove, per singolare contrasto,
la popolazione è poverissima, e s'è avvezzata ormai a vivere di
sussidî. Ivi noi vediamo una miniatura del -pauper- inglese, dell'uomo
cioè che, nella piena vigorìa dell'età, rinunzia alle compiacenze
del lavoro per chiedere burbanzoso i sussidî del suo Comune, come si
chiede una imposta. Perciò alcuni opinano che sarebbe saggio consiglio
di venire a un riparto dei boschi, i quali, dicendosi comunali,
sono, a rigore, proprietà dei singoli abitanti. Ma un provvedimento
sì radicale incontra gagliardi oppositori, mentre sembra a molti che
questa specie di legge agraria rovinerebbe il paese, affidando la
conservazione dei boschi a gente cupida di farne danaro, e improvvida
quindi dell'avvenire, e dimentica, o per accidia, o per ignoranza, di
quelle cure che un tal genere di proprietà richiede. I boschi sarebbero
distrutti, e con essi la principale, l'unica fonte di ricchezza del
luogo, e i coloni tornerebbero al vecchio mestiere di poveri, senza
poter affidarsi all'antica liberalità del Comune, ormai esausto di
mezzi. Vorrebbesi quindi da molti che la proprietà rimanesse indivisa
qual'è nelle mani del Municipio; ma che questo, anzichè volgerne i
profitti a mantenere un accattonaggio legale, sapesse convergerli a
far sorgere fonti di lavoro agli abitanti, a promuovere, per esempio,
l'industria mineraria, ristretta ora alle vicine cave di zinco. Di
tale questione, che si dibatte in Cadore con una vivacità che sente
dell'acrimonia, io mi son fatto semplice espositore: confesso però che
mi sembrerebbe incauto non poco un riparto di beni fra una popolazione
che non diede caparra alcuna di alacrità, ma fu avvezza sinora ad
aspettare la manna dal cielo.
Ed ora, giunto al termine della mia rapida corsa, dedicherò brevi
pagine, se il lettore me lo assente, ad alcune considerazioni generali,
le quali suppliranno alle immense lacune descrittive della mia
monografia. Nella medesima guisa, quando al teatro, per una ragione
o per l'altra, il capocomico non può far rappresentare l'ultimo atto
d'una commedia, manda uno dei suoi subalterni ad annunziare al colto
pubblico e all'inclita guarnigione che vi supplirà con una farsa non
compresa nel programma. Per solito il pubblico fischia; io ti prego, o
lettore, di non fare altrettanto, se in luogo di condurti in Comelico,
o al bosco di Somadida, o al pensile lago di Mesurina, dove si mangiano
di ottime trote, ti ammannisco una piccola dissertazione economica.
Tu non ignori che ormai l'economia politica è diventata uno di quei
pascoli comunali, ove una volta ciascuno menava gli armenti senza
pagar nulla a chicchessia. Come cent'anni fa si scriveva un sonettino
od un madrigale, così adesso si scrive una Memoria sul pauperismo, sul
risparmio e sul sistema cooperativo. Lasciami pagar questo tributo al
mio secolo.
IV.
Un'erudizione a buon mercato. -- La proprietà e l'amore dei litigî
in Cadore. -- I boschi. -- L'oligarchia dei negozianti di legname.
-- Loro spirito stazionario. -- La -tariffa- dei legnami. -- I
-punti neri- del commercio cadorino. -- Progetti per arrestarne
la decadenza. -- La pastorizia. -- Necessità di diffonderla. --
Una dissertazione economica a proposito di un -beefsteak-. -- Le
attitudini dei Cadorini. -- Perorazione finale.
Comincio con facilissima erudizione. Il Cadore, come tutti sanno, è
situato nel Settentrione delle provincie venete, e forma parte del
Bellunese. Posto sulla pendice delle Alpi Rezie, è una delle cittadelle
naturali d'Italia. Dopo varie vicende, fece nel 1420 atto spontaneo
di dedizione alla Repubblica di San Marco, dalla quale ebbe in cambio
ampli privilegî ed una larghissima autonomia, che avvezzando il
popolo al governo della cosa pubblica ne acuì maggiormente la pronta
e sottile intelligenza. Può dirsi anzi che Venezia non esercitasse
sopra il Cadore che un semplice protettorato. Il paese si reggeva
con leggi proprie: la sua -Magnifica Comunità-, eletta per centurie a
suffragio di popolo, radunavasi in Parlamento ogni mese e costituiva
il potere legislativo, mentre il potere esecutivo era affidato a
quattro -Consoli- e ad un -Vicario-, nominati dallo stesso -Consiglio-.
Rappresentava la Repubblica un -Capitano- residente nel Castello di
Pieve, il quale assisteva bensì alle adunanze del -Consiglio-, ma
senza diritto di voto. Quest'ordine di cose durò fino al 1797. Indi
i Cadorini seguirono le alterne fortune di Venezia, alla quale li
stringe inalterabile affetto e dal cui risorgimento economico molto
s'aspettano. Il numero degli abitanti è ora di circa 40,000, ripartiti
in cinquanta villaggi, gente robusta di membra e di spirito, calda
di nobili sensi, immaginosa, faconda, ospitale; vero fenomeno per chi
conosce il gretto contado della pianura veneta. È raro il Cadorino che
non sappia leggere, e, cosa mirabile, il Comune di Pieve manteneva
scuole pubbliche fino dal 1300! Ed è pur difficile trovar quivi chi
non possieda un campicello e una casa, tanto vi è divisa la proprietà.
Ne derivano vantaggi e danni: citerò fra questi lo scarso progresso
dell'agricoltura e la smania de' litigî, che pare congenita nel
piccolo possesso e che qui s'alimenta dalla sottigliezza dialettica
della popolazione, la quale cita il Codice a memoria e ne discute
gli articoli; tantochè se il Racine fosse stato in Cadore, si direbbe
ch'egli vi avesse trovato i tipi dei suoi -Plaideurs-. A tante cause
non bastano i pochi avvocati, e un discreto numero di legulei va
ronzando intorno ai bisticciantisi, e soffia nel fuoco, e prolunga le
questioni fuor di misura.
La produzione agraria del Cadore supplisce appena al consumo di due o
tre mesi, onde non è concesso agli abitanti di vivere dei frutti del
possesso, e devono impiegarsi nei boschi o negli edificî di seghe.
I boschi fanno la vera ricchezza del Cadore e occupano una superficie
di pertiche censuarie 718,089:44.[4] Sono per la massima parte
proprietà dei Comuni o delle Chiese: alcuni sono di privati: uno
solo, quello di Somadida, appartiene all'Erario, per dono fattone
dalla Comunità cadorina alla Repubblica veneta nel 1463. I Comuni,
di triennio in triennio, aprono le aste per vendere i loro prodotti
boschivi, e negli anni addietro i negozianti che vi concorsero, vi
fecero immensi profitti, onde in mezzo al possesso frastagliato, alle
consuetudini democratiche del Cadore, si costituì un'oligarchia di
famiglie opulenti. Sennonchè le dovizie assai rapidamente accumulate
hanno seco gravi inconvenienti, quello fra gli altri grandissimo
di assopire le ardite iniziative, di non tener desto lo spirito ai
bisogni e alle mutazioni dei tempi. Questo è un rimprovero che, salvo
alcune eccezioni, può farsi ai ricchi negozianti del Cadore. Essi
non hanno inteso la legge di progresso che governa tutte le cose, e
videro in ogni innovazione un'insidia alla loro supremazìa. Citerò un
fatto. Per insinuazione di alcuni di loro venne, durante il dominio
austriaco, sospesa per qualche tempo la linea telegrafica di Tai,
la quale, rendendo di pubblica ragione giorno per giorno il listino
della Borsa di Vienna, li disturbava in certi loro affari di cambio.
Le così dette -tariffe- dei legnami sono uno specchio fedele della
stazionarietà cinese di questa gente. Quali erano cinquant'anni fa,
tali sono adesso. La loro unità di valore è la lira austriaca, la loro
unità di misura è il -bollo- e l'-oncia-, la loro lingua è il dialetto
veneziano, tantochè vi vedi scritto -Refudi- invece di -Rifiuti-,
-Roversi- in luogo di -Rovesci-. Le cifre sono immutabili; ma siccome
anche i legnami vanno soggetti alla legge dell'offerta e della domanda,
così le variazioni di prezzi si convertono in aumenti o ribassi dalla
tariffa. I legnami scelti che vanno per la Puglia subiscono un aumento,
che oltrepassò qualche anno fa il 22 per cento, ed oggi è dal 15 al 20:
la massa però va soggetta a un ribasso, che talvolta supera il 26 ed
il 30. Comunque sia, un forestiero che consulti la tariffa, principia
col non intendere l'idioma, in cui essa è scritta, e, quando se l'è
fatta spiegare, termina col saperne quanto prima, perchè gli manca
il dato regolatore dell'aumento e del ribasso. Così una -tariffa- di
legnami, assurda nel suo titolo, perchè tariffa significa immobilità,
assurda nella sua lingua, nelle sue misure e nella sua moneta, che non
sono nè la lingua, nè le misure, nè la moneta italiana, esige almeno
altrettanti commenti, quanti ne voglia uno de' canti più astrusi della
-Divina Commedia-.
È naturale che con tanta grettezza e con tanti intralci un commercio
non possa a lungo prosperare, ed infatti il commercio cadorino è
seriamente minacciato. Su molti degli antichi mercati il legname del
Cadore trova la concorrenza formidabile di quello della Stiria, della
Carintia, del Tirolo, della Norvegia, e persino dell'America, e non
è che la robustezza della sua fibra, e un po' anche la tradizione,
che gli consentano di mantener con decoro la lotta. Qui pure la
strada ferrata ha prodotto una rivoluzione. I legnami della Carintia
e del Tirolo, appena recisi, vengono messi nella strada ferrata,
e non subiscono quindi nè la perforazione ai due capi, che produce
una perdita per ogni pezzo, nè i ritardi d'un viaggio fluviale, nè
i danni della troppo lunga immersione; a quelli della Norvegia e
dell'America giova il modico prezzo, a tutti il sistema più semplice di
contrattazione.
Credo sarebbe vana speranza quella di rimettere nell'antico suo fiore
il commercio dei legnami cadorini. Nel Levante, nelle Isole Jonie ed
altrove, esso godeva di una specie di monopolio, perchè le tradizioni
onnipotenti della Repubblica di San Marco ne incatenavano il commercio
alle antiche vie, e perchè i mezzi imperfetti di comunicazione
rendevano o difficile, o impossibile la concorrenza straniera. Ma è
opera gettata l'affannarsi sulle tracce dei monopolî perduti. Ormai
non si può impedire che Trieste, la quale, favorita per tanti anni dal
Governo austriaco, e, diciamolo pure, anche dalla maggiore operosità
de' suoi abitanti, sorse vigorosa a fronte della nostra Venezia,
continui ad approfittare della strada (-Südbahn- e sue diramazioni)
che la congiunge alla Carintia e alla Stiria, ed a spargere co' suoi
vapori i legnami lungo le coste adriatiche e mediterranee; nè si può
arrestare la concorrenza dell'America, che, sbarazzandosi con la scure
il cammino verso l'Oceano Pacifico, slancia in Europa le reliquie delle
foreste che le facevano impaccio, e vince col basso prezzo gli ostacoli
delle distanze e dei noli. Il commercio dei legnami in Cadore ha tre
-punti neri-; il prezzo superiore a quello delle altre provenienze,
la lentezza del trasporto, la perforazione delle tavole. La prima
difficoltà è forse la meno ardua a superarsi, perchè i Comuni possono
ribassare il prezzo dei loro prodotti boschivi, e i negozianti devono
contentarsi di men lauti profitti in un tempo, nel quale ogni traffico
vede assottigliati i proprî utili, ed è legge inesorabile lavorar molto
per guadagnar poco. Più malagevole sarà l'accelerare il trasporto e il
lasciare intatte le tavole, perchè ad ottener ciò converrebbe poter
valersi della strada ferrata. Ora un tronco di strada ferrata che da
Conegliano per Vittorio si spingesse direttamente attraverso il Cadore
e andasse ad unirsi col ramo della Pusteria, divisato dall'Austria per
arrivar poscia alla linea del Brennero, sarebbe certo cosa immensamente
proficua, ma non conviene dimenticare gli ostacoli e il dispendio
d'una tale impresa, che dovrebbe far superare ai convogli pendenze
assai forti. Nondimeno varrebbe certamente la pena che gli uomini
dell'arte studiassero il problema, e vedessero se i vantaggi di questa
linea ferroviaria non ne compenserebbero in larga misura la spesa.
Un altro disegno, assai degno di menzione, è quello di fondare in
Venezia un grandioso edificio di seghe a vapore. Con un deposito sempre
compiutamente assortito, con un lavoro non interrotto, esso ovvierebbe
al gravissimo inconveniente del ritardo che soffrono ora le commissioni
date in Cadore pegl'intralci naturali della fluitazione, aumentati
talora o dai ghiacci, o dall'improvviso ingrossamento delle acque;
tantochè, mentre chi si provvede in Stiria, in Carintia, in Tirolo, sa,
per così dire, il giorno preciso, nel quale riceverà la sua merce, chi
l'aspetta da Perarolo o da Longarone deve acconciarsi a imprevedibili
indugî. Non fa mestieri di spender molte parole per dimostrare che un
opificio di questo genere produrrebbe una rivoluzione nel commercio del
Cadore. L'esattezza e la celerità del lavoro, il risparmio della mano
d'opera dovuto all'azione dei grandi motori meccanici, basterebbero
di per sè soli a dar la prevalenza al nuovo opificio in confronto di
quelli ch'esistono lungo la Piave: vi si aggiungerebbero però altri
vantaggi di non minore importanza. Sparirebbe la perforazione, perchè
il legname, anche arrivando ugualmente per via fluviale, sarebbe
affidato alla corrente in tronchi anzichè in tavole, e i singoli
pezzi potrebbero quindi venir commessi insieme in modo diverso:
si conserverebbe la bianchezza apprezzata su molti mercati, e, per
ultimo, sarebbe evitato il deperimento che la tavola subisce per la
fluitazione sino a Venezia. Ma, d'altro canto, non v'ha dubbio che
interessi particolari verrebbero offesi, e il capitale fisso investito
negli edificî di seghe soffrirebbe un subitaneo deprezzamento. Quanto
ai lavoranti, essi potrebbero o trasferirsi in Venezia, ove il nuovo
opificio offrirebbe loro più larghe mercedi, o attendere ai depositi
di legname, che rimarrebbero in Cadore. Comunque sia, ammettendo pure
la possibilità d'una crisi passeggiera, non sarebbe da combattersi a
questo titolo un'utile iniziativa; solo converrebbe provvedere a quei
modi che rendessero meno penosa la transizione.
A tal uopo nulla sarebbe più opportuno che il vivificare le altre
fonti di ricchezza del Cadore. Chi percorre questa regione alpina,
ammira, negl'intervalli lasciati dai boschi, la bella e ricca verdura
stendentesi talvolta sino alle estreme giogaie dei monti elevati, e
non sa intendere come non abbia ad esservi in fiore la pastorizia, e
come il paese non sia la cascina del Veneto. La Scozia e la Svizzera
s'affacciano spontanee al pensiero del viaggiatore; la Scozia e la
Svizzera, che hanno col Cadore tanta analogia di paese e sono entrambe
sì rinomate pei loro pascoli e per la bontà delle carni, del latte,
dei burri e dei formaggi che producono. Il Cadore non può, certo,
aspirare a gareggiar con esse da questo lato, perchè sarebbe follìa
che esso atterrasse i boschi per coltivare a prato i terreni; ma forse
gli converrebbe sfruttar meglio i pascoli esistenti, importando nuovo
bestiame, e soprattutto fornendosi delle razze migliori che gli mancano
affatto. La pastorizia, la quale rappresenta uno dei primi passi della
giovane umanità, è tornata in singolare onore presso i popoli più
innanzi nell'incivilimento, dappoichè gli scienziati hanno scoperto
che le nazioni sono tanto più potenti, quanto maggiore è la quantità
di -beefsteaks- che consumano. E siccome è impossibile esigere che il
cittadino mangi -beefsteak- solo per patriottismo, conviene che gli
si ammanniscano carni abbastanza saporite da mettere d'accordo il suo
palato con la sua coscienza. Queste ed altre considerazioni io faceva
meco medesimo al cospetto del -beefsteak- che vidi portarmi alla
locanda di Tai e che, fisiologicamente, sarà stato un buon riparatore
di forze, ma, gastronomicamente, non era un buon cibo; ciò che prova
che l'allevamento del bestiame è ancora indietro in Cadore.
Un progresso razionale, continuato, in questa industria non può
certo operarsi dal più della popolazione cadorina che ha un possesso
omeopatico, e gran parte dell'anno sta nei boschi, o per le -taglie-
o pei -segni-. oppure è occupata nelle seghe; ma bisogna che vi si
accinga di proposito alcuno di que' ricchi che sono in istato di
portarvi un sussidio di tempo, di capitali e di studi. Io sono di
parere che chi si ponesse all'opera, oltre a recare un beneficio al
paese, otterrebbe un largo compenso alle proprie fatiche, e mi figuro
talvolta ciò che, col solo pungolo dell'interesse individuale, farebbe
un gruppo d'Inglesi che dovesse soggiornare in questa contrada, e come
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