IV.
In verità, per quel che ne bisbigliavano gl'indiscreti, le faccende
del signor Bernardo Mauri prendevano una cattiva piega. Il credito
cominciava a sfuggirgli e la matassa de' suoi affari era divenuta
così arruffata, che non sarebbe riuscito forse nemmeno ad un uomo più
avveduto di lui di trovarvi il bandolo. Per rimediare a un operazione
cattiva se ne faceva una peggiore, e si camminava sul vuoto, come
avviene pur troppo a' negozianti, che, o non vogliono persuadersi
d'un primo sbilancio, o non sanno fermarsi a tempo. D'altra parte, lo
spreco della famiglia non iscemavasi punto. Senz'avere nè il gusto,
nè le abitudini della vera eleganza, la signora Clara possedeva il
segreto di spendere, per vestirsi male e per addobbare malissimo la sua
casa, più di quanto avrebbe speso una bella damina a mettere sè e il
suo quartiere all'ultima moda. Il signor Bernardo era un uomo debole
e nemico delle beghe domestiche: non istimava sua moglie, ma nemmeno
sapeva resisterle, e piuttosto che sentir le querimonie di lei e della
Nella, allentava i cordoni della borsa. Quelle due benedette donne gli
davano continua molestia per la preferenza da lui mostrata per Angelina
e Matilde, ed egli sperava di farle tacere appagando i loro capricci.
E poi accade assai volte che sull'orlo del precipizio non si badi alle
spese. Quando le cifre del -deficit- si contano per migliaia, che cosa
fa qualche centinaio di lire più o meno? Ne avvenne che proprio in quei
momenti critici casa Mauri s'era arricchita d'una nuova bestia, e una
carrozza a due cavalli aveva preso il posto del modesto biroccino usato
per tanti anni, e la signora Clara era occupatissima per far mettere un
gallone d'oro alto cinque dita intorno al cappello del suo cocchiere,
quando la bomba scoppiò, e il signor Bernardo dovette sospendere i suoi
pagamenti. Chi avesse veduto il pover'uomo nel giorno che per la prima
volta in sua vita gli toccò respingere una cambiale da lui accettata,
si sarebbe fatto un'idea di certi dolori che vanno a ferire quanto v'è
di più sacro -- l'onore. -- Il signor Bernardo era lì immobile, seduto
innanzi al suo scrittoio, con la testa fra le mani, pallido, sparuto,
senza lagrime e senza parola. Due commessi silenziosamente sommavano
cifre in due gran libroni aperti, e, dopo averne riportati i risultati
finali sopra un foglio di carta, li mettevano sott'occhio al loro
principale, che nè dava, nè chiedeva spiegazioni. Aveva sembianza di
automa, tanto avea fissa e cristallina la pupilla, tanto macchinali
i movimenti della persona. Nella mattina, appena ebbe sentore della
catastrofe, la signora Clara scese in banco, ma le prime parole che le
furono dette la fecero cadere in deliquio, onde fu mestieri che i due
commessi abbandonassero per un istante i loro libroni, e s'accingessero
a ricondurre ne' suoi appartamenti la venerabile padrona di casa.
Ma nè il deliquio della consorte, nè i baci della figliuola, nè i
conforti dell'Angelina valsero a scuotere il signor Bernardo dal suo
abbattimento. Convenne che la Matilde gli usasse amorevole violenza
per farlo salire al piano superiore nell'ora di pranzo. E che pranzo fu
quello! La signora Clara, presa dalle sue solite convulsioni, era nella
stanza assistita dalla Nella; l'Amalia, povera piccina, usa a correre e
a saltare, piangeva senza sapere il perchè; e la Matilde e l'Angelina
s'affaccendavano inutilmente per far prendere un pochino di brodo al
signor Bernardo, il quale non apriva bocca se non per esclamare: --
Povere creature mie! -- Povere creature mie! --
Il dì seguente l'Angelina si alzò per tempissimo, e appena lo zio scese
in banco vi si avviò anch'essa con passo lieve e sollecito, e prima
quasi ch'egli se ne avvedesse gli era seduta vicino e avea strette
nelle sue mani le mani di lui.
-- Angelina! -- diss'egli con accento di viva sorpresa, non senza fissare
con curiosa tenerezza il volto malinconicamente espressivo della bella
fanciulla.
-- Sì, zio, sono io stessa; -- rispose ella seria e composta. -- Vorrete
voi porgermi ascolto senza dirmi indiscreta?
-- Parla, nipote mia.
-- Zio, vorrei che m'insegnaste la maniera di farmi dichiarar
maggiore. --
Nella mente conturbata del signor Bernardo balenò in quell'istante un
pensiero ch'egli si peritava ad esprimere.
-- Potremo pensarvi, ragazza mia;... però, sai, le tue ventimila....
insomma quello che ti hanno lasciato i tuoi genitori, nessuno può
toccarlo:... è intatto. --
Una tristezza profonda, indescrivibile, quale di chi si vede mal
giudicato, si dipinse sul volto dell'Angelina. Ella chinò il capo e
disse con voce sommessa:
-- Zio, gli uomini devono esser molto cattivi, devono avervi fatto molto
male.
-- Angelina, spiegati per amor di Dio.
-- Scusate se sono importuna.... un'altra domanda....
-- Quale?
-- Potreste dirmi a quanto ascenda la somma che non siete in grado di
pagare ai vostri creditori? --
Il signor Bernardo tornò a figgere gli occhi nel viso dell'Angelina,
cercando inutilmente d'indovinare il senso arcano delle sue parole:
poi, reprimendo un sospiro, presa una carta ch'era sullo scrittoio,
la consegnò senza dir motto alla nipote, e si nascose la faccia tra le
mani.
La cifra segnata in fondo di quel foglio parve maravigliare
dolorosamente la giovine.
-- Non basta, -- diss'ella con l'accento di chi vede annientarsi un suo
disegno.
-- Ma che cosa non basta? -- chiese ansiosamente il signor Bernardo.
-- Ohi Dio mio! nulla: speravo che le cose nostre potessero accomodarsi,
e mi sono ingannata.... Non basta.
-- Ma dunque, -- proruppe il signor Bernardo colto da una subita idea; --
ma dunque tu avevi in animo qualche gran sacrifizio?
-- Io.... no... O non siete voi il fratello del mio povero babbo? Non
sono io della famiglia? La Matilde non è essa la mia migliore amica?
Io pensavo se vi era modo di rimettere in sesto le nostre faccende,
valendoci di quella piccola somma che mi appartiene. Pur troppo era
un'illusione.
-- Ma tu vaneggi, Angelina, -- sclamò lo zio. -- Tu credevi dunque che io,
tuo tutore, potessi consentire a travolgere nella mia rovina anche la
tua poca sostanza, il frutto di tanti anni di lavoro di tuo padre, di
tanti anni di economia della tua genitrice? Angelina, lo sei un vero
miracolo di bontà e d'abnegazione; ma quando pure ciò che tu mi offri
bastasse a pareggiare fin l'ultimo mio debito, no, Angelina, io non
l'accetterei, io non potrei accettarlo. O che è permesso a un uomo che
affoga di trascinar seco anche quelli che stanno a riva?
-- Ebbene, zio, se vi foste creduto umiliato da un mio dono, io vi
avrei pregato di accettare quel danaro come un imprestito. Me l'avreste
restituito più tardi col frutto del vostro lavoro.
-- Il mio lavoro! -- sclamò il signor Bernardo, soprappreso nuovamente da
funesti pensieri. -- E come ricomincierò io la vita a sessant'anni? dove
troverò l'energia che mi basti a superare tutte le difficoltà della
mia nuova esistenza? Oh! Angelina: le molle della mia attività sono
infrante; io lo sento che non sono più buono a nulla....
-- Zitto là, zio mio, -- interruppe l'Angelina, mettendogli la mano sulla
bocca. -- E sarà pure necessario che ci mettiamo tutti a far qualche
cosa, se si vuol campare.
-- Ma tu, Angelina, non hai bisogno di nulla. Bene o male, puoi vivere
del frutto di ciò che è tuo, inviolabilmente tuo, di ciò che formerà la
tua dote.
-- Oh, non vogliate mortificarmi! Prima delle vostre disgrazie m'avete
voi detto mai: -- Questo è tuo, questo è mio? -- Non m'avete voi accolto
come una figliuola? Quando io sono entrata nella vostra casa, io non
intesi di entrarvi come ospite, nè d'essere una cosa distinta dagli
altri di famiglia.... Ciò ch'è mio è di tutti.
-- Anche di quelli che non ti trattano bene?
-- Nessuno mi tratta male, -- rispose l'Angelina, abbassando gli occhi.
-- Orsù, Angelina, -- concluse il signor Bernardo alzandosi in piedi,
-- la tua visita mi ha fatto un gran bene.... ho visto che ho una
figliuola di più, e -- soggiuns'egli tristamente -- forse migliore
di qualchedun.... -- Ma qui uno sguardo dell'Angelina gl'impose di
troncare a mezzo la frase. -- Insomma, tu lo vedi, la tua offerta non è
accettabile: prima di tutto sarebbe una goccia nel mare; e poi quel tuo
danaro è un deposito sacro.
-- E non son forse sacri anche gli altri vostri debiti? --
Il signor Bernardo riflettè un istante, poi disse con voce sicura: --
Meno di questo. -- E poichè l'Angelina accennava a voler replicare, --
È proprio inutile che ne discorriamo, nipote mia; -- egli concluse. --
Metti in calma quella tua testolina,... e il cielo provvederà. -- Ciò
detto, le prese il capo con ambe le mani e la baciò in fronte.
Allorchè l'Angelina ebbe risalite le scale, pensando in quale altro
modo le sarebbe dato giovare alla famiglia dello zio, trovò nella sua
stanza una donna venuta a visitarla. Era la Filomena. Com'era naturale,
la catastrofe di casa Mauri fu il primo argomento dei suoi discorsi.
-- Giù quando in una casa non c'è ordine, nulla fa maraviglia.
Figuratevi! Con le idee della signora Clara sarebbe andato in rovina
anche il più ricco uomo di questa terra.... E quel grullo di suo
marito, scusi sa, che pur di levarsi le seccature le avrebbe dato anche
il Duomo di Milano! Oh! si doveva vedere. Già io lo diceva sempre. In
quella famiglia c'è venuto il capogiro.... la non può durare.... E ora,
padroncina, s'ella volesse badare a me, che pur troppo, con tutto il
rispetto, lei ha un cervellino che vuol fare a suo modo, s'ella volesse
badare a me, non ci starebbe più un momento in questa Babele....
-- Oh! Filomena...
-- Mi lasci dire... ella non ci starebbe più un momento, e col frutto
di quel po' di ben di Dio che ha ereditato da suo padre, ci sarebbe
da campare in santa pace.... Io verrei a servirla per nulla.... sì,
giuro alla Madonna santissima, che non vorrei un centesimo pur di stare
vicino alla mia padroncina.
-- Ma insomma, Filomena, finiamola.
-- Eh! capisco.... son gusti.... lei si trova meglio con quelli che la
maltrattano....
-- Basta così, Filomena, tu vaneggi....
-- Punto, punto, -- incalzò la fantesca, concitando la voce e piantandosi
le mani ai fianchi: -- o in fin dei conti crede che non sappia io come
stanno le cose? Me ne informo sempre dalla donna di casa, dalla Teresa,
che quella è una donna a modo.... seppur nelle spese qualche volta....
ma basta.... nessuno è senza peccato,... e so per filo e per segno
tutto quello che fanno, tutto quello che dicono, e tutto quello che
pensano....
-- Ma è una parte odiosa codesta....
-- Oh! quando ci va di mezzo il bene della mia padroncina! E la Teresa
mi dice che la trattano come un cane.... oh! non stupisca,... e che
soprattutto fra la signora Clara e quel bel mobile della Nelluccia,
per rincarare la dose, vanno dicendo male di lei.... sì signora.... e
spargono ai quattro venti che lei è un'egoista, e che non pensa che a
sè, e a guardar la luna, e a far venire delle ubbie in capo.... --
L'Angelina s'era ritta in piedi pallida pallida, e con tuono
tranquillo, ma risoluto, si rivolse alla Filomena:
-- Non una parola di più.... Checchè dicano, e checchè pensino sul conto
mio, io non voglio saperlo.... so quello che faccio io, e mi basta....
E se tu hai a venire a riferirmi de' pettegolezzi, senti, Filomena,
sebbene m'hai vista bambina, e mi hai tenuta fra le tue braccia, e hai
assistito i miei poveri genitori, te lo giuro, che non ti vo' veder più
in vita mia.... Per quello che hai detto oggi ti perdono, e va via. --
Ella stese la mano alla vecchia che la baciò tutta in lagrime, e usci
mortificata borbottando: -- Che bel compenso! Che bel compenso! Oh la
gioventù! --
Rimasta sola, l'Angelina si lasciò ricader sulla seggiola nei più
profondo abbattimento. Ella aveva avvilito, aveva quasi scacciato
da sè come calunniatrice e pettegola una donna, della cui fede non
poteva dubitare; aveva spezzato forse per sempre l'ultimo anello che
la ricongiungeva ai dolci giorni della sua fanciullezza, e quale era
il guiderdone de' suoi sacrificî? No, tutto ciò che quella donna avea
detto non era falso. In quella casa v'era alcuno che non l'amava,
che mentr'ella spontanea voleva immolare la sua fortuna al bene della
famiglia, la diceva egoista e insidiatrice della quiete domestica....
Ma a che pro dunque?... Questo dubbio s'affacciò un istante allo
spirito della giovinetta, ma l'indole generosa di lei prevalse ai
freddi calcoli della ragione, ed ella uscì dalla lotta più gagliarda
di prima. Si alzò con subito movimento per cercare della Matilde.
Sennonchè essa entrò in quel punto nella stanza, e l'Angelina con
affettuoso abbandono le gettò le braccia al collo.
-- Come va, Matilde?
-- Così.... sono stata fino adesso presso alla mamma, che è a letto co'
suoi soliti incomodi.... Ma tu che cos'hai?... mi sembri commossa.
-- Nulla.... ti do un bacio. -- E sorridendo fra le lagrime, soggiunse: --
Non te n'hai mica a male?... --
V.
Quando il signor Bernardo nel suo colloquio con l'Angelina disse di
non sentirsi più buono a nulla, il poveretto esprimeva una cosa che
era pur troppo vera. La difficoltà di comporre amichevolmente le sue
faccende, il contegno ostile di alcuni creditori, la diserzione de'
più fidati amici, e sopra tutto il pensiero del suo buon nome perduto,
gli travagliavano l'animo siffattamente da renderlo inetto ad ogni
lavoro. Non si riconosceva più. Aveva serbata la consuetudine di
scendere la mattina per tempo nel banco, ma ivi giunto abbandonavasi
sul suo seggiolone, rimanendovi immobile e muto, sinchè taluno non
venisse a scuoterlo. Alle domande che gli erano rivolte rispondeva con
monosillabi, i due commessi che attendevano ancora alla liquidazione
dell'azienda dovevano regolarsi di proprio capo, tanto ardua impresa
era quella di levargli una parola di bocca. Pur tratto tratto
pareva risentirsi, e cercava fermare la mente su qualche disegno
per l'avvenire, e si alzava, e gli si spianavano per un istante
le rughe della fronte; ma di lì a poco lo vinceva la diffidenza di
sè, e ritornava nel posto e nell'atteggiamento di prima. In casa,
e specialmente con le due figliuole minori e con l'Angelina, era
affettuoso, tenero come al solito: ma nè i baci dell'Amalia, nè
le carezze della Matilde, nè lo sguardo amorevole, nè la parola
confortatrice della nipote avevano virtù che bastasse a ravvivare le
sue fibre intorpidite. E quando mercè il sacrificio di tutto il suo
avere e per le cure operose di un legale, amico di casa, gli venne
fatto di accomodare le cose sue senza lo scandalo dell'azione dei
tribunali, il suo spirito anzichè sollevarsi si accasciò maggiormente.
Che se prima si cullava per qualche minuto nell'illusione di poter
riguadagnare un giorno a sè il nome d'un commerciante senza macchia,
alla sua famiglia gli agî di una tranquilla esistenza, ora che facea
d'uopo di romper gl'indugî e mettersi all'opera, si sentiva troppo
disuguale all'impresa, e dalla difficoltà di risorgere misurava la
profondità della caduta. E invero n'aveva ben donde. È agevole perdere
le abitudini della economia, non così quello dello scialacquo, e
in casa Mauri non v'era nè tanta forza d'animo, nè tanta virtù di
rassegnazione da sapersi acconciare alle vicende della fortuna. Le
facoltà della famiglia si riducevano ormai a qualche migliaio di lire
della dote della signora Clara e al frutto del piccolo patrimonio
dell'Angelina. Poco importa al lettore se la signora Clara per una
innocente dimenticanza affermava che tutto il dispendio pesava sulle
sue spalle, e che non vi sarebbe stata altra donna al mondo così pronta
a sacrificarsi pel bene altrui. Forse in cuor suo ella sentiva di
andar debitrice di moltissimo alla nipote, ma appunto per questo le si
mostrava più fredda che mai. Non dovrebbe essere, ma pure è così: a
venire in uggia ad una persona non c'è più sicuro modo che quello di
renderle servigio. Il beneficato sbuffa come Encelado sotto il peso
immane della riconoscenza e se ne sta all'erta per trovare i secondi
fini della liberalità altrui, e se può scoprire mille difetti al
benefattore, gli è come se avesse guadagnato un terno al lotto. Eppure
chi rinunzierà per questo alle dolcezze di sovvenire alle miserie, di
alleviare i dolori? Non certo anime soavi come l'Angelina, per le quali
l'abnegazione diventa un'abitudine, per guisa da non accorgersi nemmeno
ch'ella è una virtù. Il peggio si era che, alla lunga, con quelle
entrate riusciva impossibile di tirare innanzi. Dal signor Bernardo non
potevasi più sperar nulla: s'era provato, riprovato più volte, e non
gli reggevan le forze; egli lo diceva con indescrivibile malinconia: --
Sono diventato un mobile della casa e nulla più. -- Intanto gl'imbarazzi
crescevano; ogni giorno conveniva pensare a diminuire qualche spesa;
oggi licenziare il maestro di musica, domani rinunziare a un vestito,
un altro giorno a un piatto a tavola, e poi? Quando si fosse dato
fondo alla dote della signora Clara, che cosa sarebbe rimasto? Non un
centesimo fuori della sostanza dell'Angelina. Ora la giovinetta, che il
giorno dopo la catastrofe aveva offerto allo zio tutto il suo avere,
affinch'egli se ne servisse a pagare i suoi debiti e a ricominciare
con maggior lena la via, non si sentiva più l'animo inchinevole a tanto
sacrificio. Ella era pronta a dividere co' suoi ospiti anche l'ultimo
tozzo di pane, pronta a vivere in più umile dimora e a vestire più
dimessa; ma le ripugnava l'idea di veder travolta quell'ultima àncora
di salvezza, di veder dileguarsi senza frutto la scarsa eredità de'
suoi genitori. Aveva retto l'ingegno quanto buono il cuore, ed ella
intendeva che il dare tutto il suo non servirebbe che a procacciare
alla famiglia qualche anno di agiatezza, in fondo ai quale ed ella e
gli altri troverebbero la miseria e forse l'indigenza. È agevole però
immaginare se di questa sua saggezza non si mormorasse in famiglia.
La signora Clara pareva tutta trionfante di poter dire al marito: --
Vedete a che cosa si riduce la virtù della vostra protetta! Offerte
d'ogni maniera, quando sapeva che non avreste nulla accettato; ma ora,
al punto in cui siamo, non fiata nemmeno e la ci lascerà andare in
rovina senza tenderci una mano. Diavolo! La vuol serbare intatta la sua
dote. O che non l'ho sacrificata io la mia dote? Eh! l'ho sempre detto
io che non si doveva fidarsi, e che ci eravamo presi a riscaldare una
serpe.... Già voi non fate nulla, non tentate nemmeno di sollevare le
vostre creature, e questa è la causa più grande de' nostri guai....
-- Il pover'uomo, mortificato com'era e conscio de' suoi torti e della
sua impotenza, mal riusciva a difendere la nipote così ingiustamente
assalita, e forse mentre vedeva a pochi passi il precipizio e sentiva
di non poterne recedere, maravigliavasi anch'egli che l'Angelina,
la dolce Angelina, da lui stimata il buon genio della famiglia, non
accorresse sollecita a tendergli le braccia, ad aiutarlo nelle sue
nuove strette. Nè alla fanciulla sfuggivano siffatte mormorazioni sul
conto suo, ma ell'era tanto sicura della propria coscienza da non darvi
peso alcuno e da non far conto delle accuse. Anzi da qualche tempo
il suo volto s'era fatto più sereno, e le raggiava dagli occhi una
ilarità inconsueta. Usciva talvolta di casa soletta, e al suo ritorno
aveva sempre un sorriso sul labbro ed era tutta amorosa e scherzevole
verso la piccola Amalia, che le balzava incontro come bambino alla sua
nutrice. Figuratevi se di queste sue passeggiate la signora Clara e
la Nella facevan commenti: la Matilde stessa non ne sapeva lo scopo.
V'era certo qualche amorazzo, qualche scandalo, che il cielo ci scampi
e liberi, e la signora Clara aveva già deliberato di venire in chiaro
della tresca, allorchè tutto divenne palese. L'Angelina, profittando di
alcune antiche conoscenze di casa sua, s'era procurata delle lezioni di
musica, col frutto delle quali ella pensava sovvenire a' bisogni più
urgenti della famiglia, e se non l'aveva detto a nessuno, era perchè
nessuno ponesse ostacoli al suo divisamento. Non ambiva le lodi. Che il
signor Bernardo le rivolgesse uno sguardo amorevole, che la Matilde le
saltasse al collo baciandola in fronte, era sufficiente guiderdone per
lei. E che le importava se la bisbetica zia trovava da ridire in quel
suo atto d'indipendenza, e giudicava disdicevole a una ragazza fregiata
del nome Mauri di far la maestra di musica? e se ripeteva qua e là
che l'era un cervellino balzano e che voleva far le cose a modo suo, e
mentre non le mancava nulla di nulla, pur d'emanciparsi s'era buttata a
quel mestieraccio? Del resto la signora Clara soggiungeva: -- S'accomodi
pure, che in fin de' conti non è se non mia nipote, e il suo tutore è
quel grullo di mio marito; a me preme soltanto che la non si confonda
con le mie figliuole, le quali, finchè vivo io, non andranno certo a
guadagnarsi il pane in quella maniera.... Tutt'al più, se si trattasse
d'essere istitutrici in una famiglia principesca!... --
Eppure dal dì che, orfana e derelitta, aveva dovuto ricoverarsi sotto
un tetto che non era il suo, l'Angelina non si era mai sentita così
tranquilla come allora che una vita operosa occupava le sue giornate, e
la cresceva nella stima di sè stessa. Ella benediceva la memoria della
sua povera mamma, che aveva educato in lei la naturale inclinazione
alla musica e fin da bambina l'aveva tenuta per tante ore al suo
pianoforte, e ripensava con entusiasmo al precetto sì spesso ripetuto
dal padre suo: -- Non esservi nulla di più onorevole che il lavoro;
nulla che meglio del lavoro doni vigore al corpo, calma allo spirito,
dignità all'esistenza. -- Ella usciva ogni mattina alle otto, col suo
vestito semplice, ma decente e quasi elegante, col suo passo svelto
e sicuro, co' suoi diciannove anni sulla fronte, e percorreva senza
trepidanza le vie più popolose della città, guardata da molti, non
seguita mai da nessuno. I modi elettissimi e la rara abilità nell'arte
sua le procacciavano le più liete accoglienze nelle famiglie ov'ella
era introdotta, e le sue discepole, che la tenevano in conto d'amica,
facevano a gara per usarle ogni specie di cortesia, e chi l'avrebbe
voluta seco al teatro, e chi al ballo, e chi in villa. Però l'Angelina
non accettava nulla; chè per tutto l'oro del mondo non sarebbe entrata
in una società che non era la sua, nè avrebbe consentito a divertirsi,
mentre la sua buona Matilde se la passava malinconicamente nella
solitudine della sua stanza. Infatti se l'umore dell'Angelina s'era
da qualche tempo reso più giocondo che non fosse per l'addietro, un
mutamento contrario erasi operato nel carattere della Matilde. La
vispa fanciulla aveva perduto da un pezzo la sua ilarità clamorosa: il
suo spirito s'era per così dire accasciato sotto il peso di assidui
pensieri; e dagli atti, e dall'aspetto, e dalle parole le traspariva
un profondo disgusto degli altri e di sè. Vedere l'apatìa della sua
famiglia che lasciava ad una estrania l'incarico di riparare alle
proprie follie, e imbandiva sul desco il pane guadagnato dai sudori
altrui, era cosa che feriva nel vivo i suoi nobili istinti. Ed ella
sentiva in cuor suo che di queste colpe era complice, e ch'ella,
giovane e vigorosa, avrebbe dovuto seguire l'esempio della cugina e
porsi al lavoro. Ma una volta ch'ella aveva lasciato trasparire questo
suo pensiero, aveva sollevato contro di sè una tempesta di rimproveri e
di contumelie. La signora Clara aveva un'idea tutta sua sul decoro del
proprio casato, e perchè nella sventura altro non rimaneva che un nome
senza macchia, ella diceva sempre che non si avesse a compromettere
permettendo che le figliuole scendessero ad opere mercenarie. Inoltre
la Matilde non era di quelle nature energiche che negli ostacoli
rinvigoriscono i loro propositi, e, innanzi ad una opposizione così
risoluta, sentì fiaccarsi la sua volontà e divorò in silenzio le sue
lagrime. Invero ella era divenuta assai infelice. Dacchè l'Angelina
erasi fatta necessaria in famiglia, e con la tranquilla fermezza del
suo carattere aveva inspirato rispetto ne' più renitenti, gli umori
bisbetici della signora Clara e della sua primogenita si sfogavano
sulla Matilde, la quale non poteva scendere nel salotto comune senza
vedersi fatta bersaglio di mille accuse e mille punture. Le apponevano
a colpa la sua ammirazione appassionata per la cugina, quasichè in casa
non vi fosse altro di buono e di bello che quella ragazza, quasichè
fosse da imitarsi in tutto e per tutto. Già ora le pesava di non potere
starsene più l'intera giornata insieme colla sua indivisibile; le
pesava di dover lavorare in compagnia di sua madre e di sua sorella.
Figuratevi! Loro erano ignoranti, e l'Angelina era un'arca di scienza,
che a passar un'ora seco ci s'imparava lo scibile umano. E poi il
pianoforte dell'Angelina, che aveva trent'anni, era mille volte
migliore di quello della Nella, giunto recentemente dalla più reputata
fabbrica di Vienna, e per sonar bene bisognava proprio salire una scala
e andare nel santuario della Dea. Del resto, era d'uopo confessarlo,
l'Angelina aveva i suoi meriti; ma ella, la Matilde, di che cosa
tenevasi, quali erano le sue particolari virtù?... Così martoriavano
la povera giovinetta a colpi di spillo, ed ella intanto con febbrile
celerità passava l'ago attraverso il suo ricamo, battendo convulsamente
sullo sgabello il suo piccolo piedino e soffocandosi per non
piangere. Ma quando l'Angelina ritornava a casa verso l'ora di pranzo,
affaticata, eppur vispa e serena, col suo rotolo di musica sotto il
braccio, con le sue cartoline di dolci in tasca per la vezzosa Amalia,
la Matilde sentiva il bisogno di sfogare tra le braccia di lei il
dolore represso, e dirle quanto amaramente soffriva.... E l'Angelina,
che appena erasi accorta delle ingiustizie commesse a riguardo suo, non
poteva a meno di risentirsi delle offese fatte all'amica, e si andava
persuadendo che, fuori del suo povero zio e della Matilde, non v'era
altri in quella casa, cui mettesse conto di sacrificarsi.
VI.
Era circa un anno che l'Angelina trovavasi in casa Mauri, quando
un nuovo ospite venne a rompere la vita uniforme della famiglia e
a complicare alquanto le fila di questa troppo semplice istoria.
Un lontano congiunto del signor Bernardo, ricco possidente del
Bresciano, aveva un figliuolo, il quale, interrotti gli studî a cagione
dell'ultima guerra nazionale, desiderava ora riprenderli nella riputata
Università di ***. Il padre che teneramente lo amava, quantunque
avesse preferito di averlo compagno nella cura de' suoi beni, pure
non seppe opporsi alla sua volontà; e per affidare a buone mani il suo
Vittorio, e per fare un bene ai Mauri, di cui conosceva le strettezze,
deliberò di metterlo presso di loro, a pensione. E poichè egli era
uomo liberalissimo, le condizioni pattuite furono tali da recar non
piccolo sollievo agl'imbarazzi della famiglia, di che la signora Clara
si rallegrò, specialmente nell'idea di torsi alla uggiosa superiorità
dell'Angelina. La casa ove abitavano i Mauri, comoda e spaziosa
e loro conservata anche dopo i rovesci commerciali dalla benevola
indulgenza del proprietario, aveva una stanza isolata nell'appartamento
medesimo ov'erano le camere dell'Angelina e della Matilde, ma da
queste divisa dal pianerottolo della scala. Fu quella la stanza che
si destinò a Vittorio, dopo averla rimessa a nuovo e fornita in gran
parte con alcuni mobili che l'Angelina aveva portati seco e ch'ella
non adoperava. Non era la prima volta che Vittorio veniva in casa
Mauri. Orfano della genitrice in tenerissima età, egli aveva costume
di seguire il padre nelle sue frequenti escursioni, e così aveva
visitato ripetutamente la città di *** e i congiunti che vi dimoravano.
Sennonchè l'ultima sua venuta risaliva a due lustri addietro. Però
egli si ricordava benissimo della Matilde, di due anni più giovane di
lui, e della Nella che in quel tempo gli era alquanto superiore d'età
e sdegnava di mescolarsi coi piccini, e ora invece gli ripeteva con
particolare compiacenza di essere stata sua compagna negl'innocenti
giuochi infantili, quantunque a mala pena se ne rammentasse perchè era
bimba affatto. Comunque sia, Vittorio tornava presso i suoi parenti
grande di persona e tarchiato di membra, la fronte abbronzata dal sole
dei campi, il mento adombrato dalla prima lanugine, l'occhio nero,
espressivo, profondo. Lettori e lettrici, non turatevi le orecchie
per carità, se io vi dico che la sua venuta fece passare una corrente
elettrica attraverso quella nidiata di ragazze. E non perchè egli fosse
bello di virile bellezza, e gli accrescesse attrattiva la memoria dei
corsi pericoli; ma, lasciatemelo confessare, perchè egli era uomo,
era giovane. Non ribelliamoci alle leggi della vita, non cerchiamo lo
scandalo nelle più semplici rivelazioni del cuore, e per soverchio di
scrupolo non diamo all'arte l'incarico di ritrarci, anzichè creature
umane, figure velate e vaporose, che quando riescono a modo rendono
immagine di fantasmi, e, se il tocco dell'artista non è delicato,
hanno sembianza di accappatoi. Bando alle metafore! Quale di noi,
nella bella età tra i quindici e i venti, non popolò il suo mondo
ideale di leggiadre figure femminili, e se vagheggiò la gloria, e se
amò la virtù, e se si cullò nella speranza dei domestici idillî, non
evocò dal suo pensiero una donna che fosse di questa gloria compagna,
di questa virtù consigliera, di queste gioie casalinghe ministra? E
quale di noi al fruscìo di una veste, al disegnarsi di un'elegante
persona fra i crepuscoli della sera, non sentì un battito arcano che
gli fece amare la vita? O colpito per via da una di quelle apparizioni
vertiginose che non mancano mai all'adolescente, perchè acquistano il
loro fascino dallo stato febbrile del suo spirito, non credette per un
istante di aver trovato l'ideale de' suoi sogni, di aver dato forma e
sostanza alle sfumature della sua fantasia? Ebbene: mettiamoci un poco
nei panni dell'altra metà del genere umano, e facciamo a noi stessi
l'onore di credere che quelle medesime creature dell'immaginazione,
che turbano dolcemente i nostri sogni, agitano anche quelli delle
nipoti d'Eva; sennonchè, mentre a noi piace vestirle di lunghi abiti
bianchi e cingerne la fronte di fiori e di veli armonicamente commossi
dagli zeffiri, esse invece s'appagano d'una acconciatura meno poetica
e forse forse danno un posticino nelle loro visioni anche al cappello
alla -Metternich-, anche alla cerimoniosa -marsina-. Noi uomini, in un
accesso di galanterìa che svela il nostro orgoglio, abbiamo esclamato:
-- -L'ideale è donna- -- e atteggiandoci a tiranni persino nelle regioni
dell'arte, ci siamo dimenticati che le nostre gentili compagne potevano
proferire una diversa sentenza, e, pur lusingando la nostra vanità,
distruggere l'edificio da noi eretto con sì sicura baldanza.
Però lasciamo andare le digressioni e torniamo al nostro argomento.
Può darsi benissimo che la Nella vagheggiasse in Vittorio un marito:
nè la Matilde, nè l'Angelina vi avevano sul momento pensato. Era
senz'avvedersene che tutte e due mettevano un po' di più cura nel loro
abbigliamento; e prima del pranzo, e prima di uscire alla passeggiata,
a cui talvolta Vittorio le accompagnava, correvano frettolose allo
specchio a ravviarsi i capelli, ad aggiustarsi il vestito, e poi
vispe vispe e saltellanti scendevano la scala a raggiungere il loro
-cavaliere-. Era senz'avvedersene che l'Angelina era divenuta più
pensosa, e la Matilde avea racquistato parte dell'antica ilarità; così
diversamente operava su due cuori di giovinette l'arrivo d'un garzone
ventenne.
Vittorio era in quell'età che all'anime e agl'ingegni non affatto
volgari dona una esuberanza di orizzonti e di vita, in quell'età a
cui sorridono i sogni della gloria e dell'amore, e non v'è mèta così
sublime che il pensiero non la tocchi e non la oltrepassi. Le membra
sono giovani, spigliate, vigorose come l'intelletto, e a simiglianza
degli echi che si rispondono dalle varie parti d'una valle, le vario
facoltà dell'individuo s'intendono e armonizzano fra loro. Oggi è
voluttà senza pari arrampicarsi per l'erta d'un monte, e immobili e
con le braccia conserte ascoltare il muggito del torrente e i cento
romori della campagna: domani è fonte di entusiasmo ineffabile l'aprire
le pagine di un nuovo libro e avviarsi con un poeta amico ai dolci
pellegrinaggi della fantasia. Anni d'impazienze generose e di audaci
propositi, nei quali noi disegniamo, per così dire, il programma della
nostra esistenza, non dubitando nemmeno se ci verrà dato di mantenerlo.
Quanti sono allora che paiono grandi, e son tali davvero, perchè hanno
il sentimento delle cose belle, e nobili ed alte! Guardate un albero
al principiar della ridente stagione. Com'è largo di promesse, come
trapunto di fiori che possono divenir frutta! Si direbbe che i rami non
basteranno a reggerne il peso. Ebbene: guardate quell'albero stesso di
lì a qualche mese. Esso è grave invero e superbo del suo portato; ma
il numero delle frutta, che oggi lo fanno inchinare al suolo a guisa
d'ombrello, non può nemmeno paragonarsi al numero dei fiori che lo
adornavano a primavera. Delle frutta sperate molte non nacquero mai,
molte morirono tristamente, non si sa quando, non si sa come: un'ora
di tempesta, una notte di brina, sono le epidemìe della natura: molte
non seppero venire a maturità; o mancò loro un raggio propizio di sole,
o non ebbero forza di assorbire i succhi vitali; e si nascondono tra
foglia e foglia, pallide, rachitiche, dispettose come vecchie zittelle.
Saranno forse l'ultime che rimarranno sul ramo, perchè la morte poco
si cura di quelli che furono suoi insino dal nascere. Così è l'albero
della vita. I fiori a centinaia vi si contano nell'aprile: le frutta
belle, appetitose, mature, vi si contano appena a diecine nel luglio.
Come! di tanti che si mossero a un punto, e avevano tutti una stella
sulla fronte, un sorriso sul labbro, così pochi sono arrivati? La
morte, inesorabile mietitrice, ne ha tanti falciati sul suo cammino?
Oh! non era solamente la morte. A chi mancò l'energia dei propositi, a
chi la perseveranza contro le avversità; i più, quando videro spegnersi
la fiamma fulgidissima, ma passeggiera, che nell'alba degli anni
spande i suoi raggi per l'universo, non ebbero la virtù di accendere
la fiaccola modesta che non abbaglia, ma rischiara, che non lascia
forse indovinare in sulle prime la mèta, ma vi ci guida, segnando
di non dubbia luce il cammino. In tal guisa divennero le pallide e
tisiche frutta dell'albero, e invano, quando l'autunno farà più rare le
foglie, godranno senza contrasto il beneficio della pioggia e del sole:
l'esperienza sarà come un germe gettato sopra il duro macigno: vi si
posa, non vi s'insinua.
Noi non diremo a quale specie d'uomini appartenesse Vittorio, se a
quelli che toccano la mèta o a coloro che s'arrestano a mezza via;
chè dopo il periodo di tempo compreso in questa novella lo abbiamo
perduto d'occhio: certo ch'egli era tra i più promettenti; di fantasia
vivacissima, d'intelligenza pronta ed arguta. Sennonchè gli mancava
forse quella che gl'Inglesi chiamerebbero solidità di carattere, e
che si manifesta nella perseveranza de' propositi, nella tenacità
irremovibile in alcuni principî. Buono ed onesto, era però un tantino
incostante e leggiero, v'era un po' di fatuo ne' suoi entusiasmi,
un po' di sfumato nelle sue convinzioni. Ad ogni modo, era bello,
ardito, poetico, aveva una cicatrice sul petto, ricordanza di recenti
battaglie.... a venti anni che può desiderarsi di più? Il suo umore,
come in tutte le nature ricche, era dotato di una grande elasticità,
e passava più volte in un giorno dalla schietta giovialità a una
tal quale malinconia, che cresceva dolcezza ed espressione alla sua
fisonomia. Amava smisuratamente i versi, e aveva divorato i volumi
di quasi tutti i migliori poeti d'Europa, chè appunto per conoscere
alcuni capolavori nel loro idioma originale erasi accinto allo studio
delle lingue straniere. Versi ne faceva anch'egli, però nulla più
che mediocri, e anzi soleva alzarsi dal suo scrittoio con la fronte
annuvolata, ben sentendo come le idee gli morissero nell'inchiostro,
e la penna mal sapesse seguire la foga de' suoi pensieri. Del resto
chi non fa versi, e cattivi versi, a vent'anni? Quanto ai suoi codici,
chè Vittorio era studente di legge, egli non se ne dava troppo
pensiero, e assai più sovente vedevasi aperto sul suo tavolino un
volume del Leopardi, o del Musset, o del Byron, che non il Regolamento
di procedura penale o il Trattato di diritto romano del celebre
professore.... Molto spesso, dopo essersi quasi addormentato sopra
uno di que' grossi e sapientissimi libri, balzava dalla seggiola e
si recava nella stanza dell'Angelina, ove a certe ore convenivano la
Matilde e l'Amalia. L'Angelina era per solito al suo pianoforte, tutta
intenta in qualche musica nuova, e quella bricconcella dell'Amalia le
sedeva a fianco sopra un trespolo, facendo di tratto in tratto scorrere
le sue piccole dita sui tasti, con certi suoni scordati ch'era uno
spasso a sentirla; mentre la Matilde ricamava accanto alla finestra.
All'entrare di Vittorio, che, confessiamolo, amava meglio che gli altri
badassero a lui che non di badare agli altri, le due ragazze smettevano
le loro occupazioni, e anche l'Amalia lasciava in pace i tasti del
cembalo, e il giovane non si faceva pregare a declamare qualche strofa
o a narrare qualche avventura della sua campagna. Non sarà stato tutto
oro di zecca, ma perchè egli aveva l'arte del porgere, e poichè de'
rischi ne avea corsi davvero e ne avea toccata una buona ferita, le
fanciulle pendevano dalle sue labbra e lo tempestavano di domande. Ed
egli si compiaceva di tener viva la curiosità delle cugine, e l'affetto
destato in due leggiadre ed ingenue giovinette gli accresceva valore
ai suoi proprî occhi: era il mirto che s'intrecciava all'alloro.
Poi, diciamo le cose come sono, egli era soddisfattissimo che quelle
ragazze fossero due, invece di una sola. Non aveva intendimento nè di
sedurle, chè l'onestà del suo animo rifuggiva pur anco dal pensiero di
tale infamia; nè di sposarle, chè troppo gli era cara la sua libertà,
e troppo sentivasi alieno dal matrimonio. Ed egli, mostrandosi ad
un tempo cortese e galante verso di entrambe, teneva per fermo di
assicurare sè dalle tentazioni e loro dalle lusinghe, acquistandosi
intanto verso i suoi condiscepoli il vanto di giovane in grazia del bel
sesso.
VII.
Anzi un bello spirito della scolaresca lo chiamava Paride contrastato
dalle tre Dee, mettendo nel conto anche la Nella, che vi si sarebbe
acconciata assai volentieri, ma ch'era proprio fuori di combattimento.
Il suo sentimentalismo non aveva fatto che destare l'ilarità di
Vittorio. Gli piaceva in Matilde la franca giovialità del carattere,
in Angelina l'indole riflessiva e dolcemente meditabonda; ma la Nella
con que' suoi sospiri e quella sua facilità alle convulsioni gli
pareva in ritardo di un secolo. Era una provinciale che aveva preso
le mode della città cent'anni dopo che la città se n'era scordata,
una cameriera svenevole dei tempi di Luigi XV, trapiantata non si sa
come in mezzo al secolo XIX. La signora Clara che, come si è visto,
aveva una predilezione speciale per la sua primonata, non sapeva
darsi pace che il gusto degli uomini si fosse pervertito in guisa da
non apprezzare tanta squisitezza di modi e di sentimento, e le si
accresceva ognor più quel superbo disprezzo del mondo e dei tempi,
col quale ella confortava da un pezzo i disinganni amorosi della sua
Nella. E in verità, aver dato a una propria figliuola un nome così
romantico, e vederla costretta a sfogare la sua poesia in un eterno
monologo, è cosa da far venire la stizza anche a persone più tranquille
e assennate che non fosse la signora Clara. Chi subiva gli effetti
di queste beghe domestiche era pur sempre la Matilde; chè l'Angelina,
sebbene la più docile, e buona, e rimessa fanciulla del mondo, aveva
nell'aspetto e nei modi una certa quieta dignità, che faceva morire
sul labbro le rampogne e i sogghigni. Ahi! la Matilde non poteva più
dimenticare la freddezza materna nelle festose carezze del padre.
Fin da quando ell'era piccina, allorchè la sua mamma la sgridava,
ella scendeva in banco, ed era certa di veder farlesi incontro tutto
sorridente e amorevole il suo buon genitore, che la teneva seco e le
dava da scartocciare de' vecchi campioni, non senza visibile scandalo
del signor Menico, l'antico commesso. Ella metteva ogni cosa sossopra,
e più d'una volta il rispettabilissimo signor Menico, mentre stava
per intestare in bella scrittura rotonda le partite del suo registro,
mordendosi il labbro inferiore e facendo fare due giri in aria alla
sua penna d'oca, come uccello carnivoro che svolazza intorno alla
preda, ebbe a ricevere un urtone al gomito che gli scompose le idee,
e nel luogo delle cifre meditate mise una larga macchia d'inchiostro.
Erano dolori terribili pel signor Menico, ma la bambina dava in uno
scroscio di risa, e suo padre, pur rimproverandola, non poteva a
meno di parteciparne la ilarità. E adesso il banco era deserto e la
polvere si ammonticchiava sui vecchi scaffali, e ii librone, testimonio
delle arditezze calligrafiche del signor Menico, era chiuso forse per
sempre. Il povero signor Bernardo, nè abbastanza rassegnato contro le
ingiurie della fortuna, nè abbastanza energico da trovarsi nuove fonti
di lucro, menava la più misera vita che idear si possa. Errava senza
riposo di stanza in stanza, pallido, taciturno, con gli occhi bassi
e con le guance infossate: ora prendeva sulle ginocchia l'Amalia, ora
saliva nella cameretta della Matilde, ora moveva incontro all'Angelina,
quando il passo svelto e spigliato di lei facevasi sentire su per
le scale, ora infine mettevasi a sedere nel salotto da pranzo, ove
lavoravano sua moglie e la Nella; ma dappertutto lo inseguiva una cura
assidua e molesta. Così la Matilde, sola gran parte della giornata,
fatta segno all'ironia di sua madre e della sorella maggiore, non
vedendo da un lato che malignità, dall'altro che malinconia, sentivasi
oppressa dall'atmosfera in cui viveva. L'Angelina glielo aveva
susurrato più volte all'orecchio. -- Conveniva ch'ella desse uno scopo
alla sua esistenza, conveniva ch'ella dicesse: -- Io mi sacrifico
per rendere meno amari gli ultimi giorni del padre mio. -- Invece di
starsene immobile a subire rampogne immeritate, tentasse anch'ella
di render proficua la sua educazione, cercasse lezioni di ricamo;
ella, l'Angelina, gliele avrebbe procurate, e stesse pur certa che
sua madre avrebbe finito col darsene pace. Forse, chi sa? l'esempio
della figliuola avrebbe rianimato anche il signor Bernardo; forse la
Matilde, divenuta utile, operosa, avrebbe potuto dirgli quelle parole
che l'Angelina non aveva diritto di proferire, avrebbe potuto ravviarlo
sul cammino dell'attività e del lavoro.... -- La Matilde ascoltava
con affetto, con entusiasmo quasi, le ammonizioni della cugina, e
intendeva la saggezza de' suoi consigli e proponevasi di seguirli;
ma poi il pensiero delle difficoltà l'arrestava, e ricadeva scorata
nelle sue irresolutezze. Ella non voleva confessarlo a sè medesima,
ma pure un'altra idea meno generosa andava facendosi signora del suo
spirito; quella di uscire più presto che fosse possibile di casa sua,
di entrare in una nuova famiglia. Ognuno di noi ha un limite, oltre al
quale non giunge la sua potenza d'annegazione e di sacrifizio; finchè
non si tocchi quel punto, l'esercizio della virtù riesce facile e
dolce, e male acquista rilievo la diversità dei caratteri. Un'esistenza
tranquilla, dalle pacate commozioni e dai placidi affetti, avrebbe
reso malagevole al più acuto osservatore di giudicare se fosse maggiore
la bontà dell'animo in Angelina o in Matilde: erano entrambe piene di
simpatia per gli altrui dolori, entrambe create ad intendere la soavità
dell'amicizia e la consolazione di ricambiate confidenze. Sarebbero
state tutte e due ottime spose, ottime madri. Ma non bastava! La sorte
imponeva di più, e qui si fece palese la diversa tempra dell'animo
loro. L'Angelina resse alla prova; la Matilde lottò, lottò, e quindi
si lasciò trascinare dalla corrente. Accade poi, che chi tenia un
sacrifizio maggiore delle sue forze, se non gli vien fatto di compirlo,
subisce per rimbalzo una specie di reazione, che lo fa più sollecito
di sè stesso, men curante degli altri. Questa mutazione operavasi
lentamente in Matilde. Poichè s'avvide di non poter seguire gli esempi
e i consigli dell'Angelina, di non potere al pari di lei sfidar la
resistenza della famiglia, e i pregiudizî del mondo, e la fatiche
d'una vita affannosamente operosa, ella, senza saperlo, si ripiegò su
sè medesima, e cedette alla cura del proprio avvenire. Un sentimento
naturale alla sua età ed al suo sesso erasi impadronito di lei fin
da quando venne in casa Vittorio. Non era un sentimento tranquillo
come l'amicizia, nè febbrile come l'amore: era quel non so che di
vago e sfumato, che a vent'anni avvicina i giovani alle fanciulle e
le fanciulle ai giovani: era quella specie di crepuscolo ch'è ad un
tempo tramonto ed aurora, perchè in esso volge al suo termine l'età
ingenua e fidente, e sorge l'età delle gagliarde commozioni, ricca di
ebbrezze e di disinganni. Ed ora, dopo alcuni mesi che Vittorio le
stava dappresso, la giovinetta sentiva farsi ogni dì più tenace il
vincolo di simpatia che la legava all'ospite suo; e già le balenava
al pensiero di poter nel lontano avvenire associare la propria sorte
alla sorte di lui e diventare sua sposa. Oh! un cervellino di donna
va rapidissimo nelle sue immaginazioni.... Quanto a Vittorio, egli si
era messo a un giuoco assai imprudente. Per la vanità di farsi credere
ben accetto a due ragazze leggiadre ed oneste, egli aveva usato verso
le due cugine quei modi che, se non toccano i limiti della passione,
oltrepassano quelli della cortesia; aveva sperato che, corteggiandole
entrambe, nessuna delle due avrebbe preso troppo sul serio la cosa,
ed ora trovavasi al punto, che l'una lo vagheggiava già per marito,
e l'altra.... oh! entro il cuore dell'altra era ben più difficile
di leggere! L'Angelina non sapeva forse ella stessa veder chiaro nei
suoi affetti e nei suoi pensieri.... Pure la sua pace se n'era ita....
E perchè? Era forse una passione irresistibile che l'attraeva verso
Vittorio? -- No. -- Le aveva egli parlato d'amore? -- Schiettamente mai.
-- Erasi egli servito con lei di espressioni diverse da quelle ch'egli
usava con la Matilde? -- Nemmeno. -- Ad ogni modo era un fatto che certi
discorsi preferiva farli a lei anzichè alla cugina. Con la Matilde
rideva più spesso, è vero, e se nelle passeggiate del dopo pranzo la
volubile fanciulla, abbandonandosi a un accesso d'infantile allegria,
si metteva a correre per la campagna, egli la inseguiva scherzoso, e
cogliendo un fiore del prato glielo intrecciava nei bruni capelli. Con
lei invece aveva più di riserbo. Ma a lei amava discorrere dei suoi
studî e declamare i suoi versi; a lei più volentieri parlava della
sua casa e dei ricordi della sua infanzia. Con che minuta diligenza le
descriveva le varie parti della sua tenuta, le vaste praterìe irrigate
artificialmente, i vigneti che rivestivano il pendìo meridionale della
collina, i gelsi piantati attorno al verziere; le ampie sale, ove il
filugello compieva le maravigliose trasformazioni; l'uccellatolo, in
cui passava lunghe ore insieme con suo padre; la cascina, nella quale
era un moto, un andirivieni continuo, e le villanelle, cantando a
piena gola, preparavano i solidi pani di burro, che poi recavansi a
vender sul mercato della città. Un giorno Vittorio, nel chiudere il
suo discorso, disse sospirando: -- Sapete che cosa ci manca alla bella
tenuta di mio padre? Ci manca una donna ordinata, operosa, che tenga
le redini delle faccende, che si occupi un poco più de' coloni, che
pensi alla loro educazione, al loro avvenire. Mio padre è un uomo
angelico, ma è soprattutto un uomo d'affari, e certe cose non gli
vengono in mente.... oh! se fosse viva la mia povera mamma! Io avevo
sei anni quando l'è morta, e me ne ricordo come d'un caro sogno:
eppure ho presente un giorno che mi condusse seco alla scuola da lei
istituita pei figliuoli dei contadini.... Era in una sala terrena della
fattoria, era il giorno degli esami: ella vestiva un abito di lana
color cenere, a un dipresso come il vostro, e non aveva altro ornamento
che una dalia rossa nei capelli.... Com'era dolce il suo aspetto,
come insinuante la sua parola, come affettuoso il suo sorriso! Que'
piccini la guardavano con un misto di venerazione e di tenerezza, ed
io, seduto a' suoi piedi.... oh! me ne rammento come se fosse oggi....
provavo un senso d'orgoglio, che non sapevo spiegarmi. Ella morì poco
dopo, e fu un lutto profondo in tutta la villa. Ogni casolare ne pianse
come di affanno domestico, chè più non si vide nei giorni del dolore e
della malattia una pallida e bionda persona venirne ministra di soavi
conforti, e più non s'udì una voce amorevole intenta ad estirpare i
mille pregiudizî delle ignoranti contadinelle. La scuola rimase aperta
ancora per qualche tempo, ma nessuno più invigilava, acciocchè i
bambini la frequentassero, e in pochi mesi rimase deserta e fu chiusa.
La memoria della donna esemplare vive però tuttora nell'animo di
que' fidi coloni, e non si può parlarne senza spremer loro le lagrime
dagli occhi.... -- Ed erano lagrime sincere quelle che versava Vittorio
nel rammentare sua madre perduta da sedici anni. L'Angelina, orfana
anch'ella, mal poteva frenare la sua commozione. Pure quelle confidenze
le lasciavano un senso d'infinita dolcezza nell'animo: ella le serbava
gelosamente come si serba un tesoro, come si educa un fiore, nè v'era
dono al mondo che più di questo potesse esserle caro. Così almeno ella
pensava. Però una sera Vittorio, tornando a casa, portò un cartoccio di
chicchi all'Amalia, una polka nuova alla Nella, un mazzolino di gaggìe
alla Matilde e una dalia rossa all'Angelina. Tutti sorrisero di questo
singolare presente, ma l'Angelina si fece color di porpora, e si ritirò
nella sua stanza, mettendo la dalia in un bicchier d'acqua sopra il suo
tavolino. E immobile, e senza parola, seduta dinanzi a quel fiore, con
la mano sinistra abbandonata sulle ginocchia, e premendo con l'indice
della destra il labbro inferiore ed il mento a guisa di chi sta
meditando, si lasciò andare ai voli arditi della fantasia. E si ricordò
dei colloquî avuti con Vittorio, e di quanto egli le avea detto circa
il suo podere, e della dalia rossa che adornava, sedici anni addietro,
i capelli della madre di lui, e del bene che una donna, ordinata,
operosa, potrebbe fare nella vasta tenuta, e per un istante le venne
l'idea di essere ella medesima l'angelo tutelare di quei luoghi, di
prendere il posto della genitrice di Vittorio, tanto desiderata e
compianta.... Stolta ch'ell'era!... Vittorio godeva d'ogni agiatezza,
ed ella non possedeva che una tenue sostanza.... Vittorio, bello,
giovane, elegante, ben d'altro curavasi che di farla sua sposa. Pure
egli avrebbe fatto assai meglio a non recar con sè quella dalia!...
VIII.
Due giorni dopo, una delle migliori discepole dell'Angelina la
trascinava quasi a forza in un suo luogo di villeggiatura, poco
discosto dalla città, affinch'ella vi passasse una settimana.
L'Angelina non soleva accettare nessuno de' mille inviti che le erano
fatti: ma questa volta le istanze furono sì vive, che il rifiuto le
sarebbe parso troppo scortese. La famiglia della sua amica villeggiava
in una tenuta con vaste adiacenze, e nel visitarne lo varie parti
l'Angelina corse tosto col pensiero alla descrizione che dei suoi
poderi le avea fatta Vittorio. Anche qui v'erano le ampie praterie
cinte da lunghi filari d'alberi, anche qui le sale spaziose per
l'allevamento del baco da seta, anche qui la cascina col continuo
andirivieni delle gaie contadinelle. E quella vita sempre operosa,
eppur sempre tranquilla, della campagna le piaceva fuor di misura, e
senza volerlo ella andava dicendo a sè stessa, che ove si fosse dato
il caso improbabilissimo che si avverasse un certo suo sogno, avrebbe
avuto campo di far mostra della sua attività e delle sue abitudini
massaie. Allorchè queste idee le frullavano pel capo, ella diventava
riflessiva e meditabonda, e la sua scolara, vispa fanciulla di 14
anni, che le faceva da Cicerone, e ora la conduceva nel tepidario, ora
sulle sponde della riviera artificiale che attraversava il giardino,
ora nel boschetto d'acacie che fronteggiava la strada maestra, non
sapeva intendere la distrazione di lei e delicatamente gliene moveva
rimprovero. Ella risentivasi a guisa di chi si desta di balzo, e
sorrideva delle proprie fantasie. Pure quei pochi giorni le trascorsero
rapidissimi e deliziosi. Alla vigilia della sua partenza, il fattorino
della posta le recò una lettera della Matilde, che le mise nell'animo
una curiosità mista d'inquietudine. La lettera suonava così:
«Angelina mia cara,
«Vo contando le ore e i minuti che passeranno prima del tuo ritorno,
giacchè puoi immaginarti che vuoto ci sia in casa nostra quando ci
manchi. Ho visto il povero babbo bussare due volte all'uscio della tua
stanza, non ricordandosi più della tua assenza, e venirne via tutto
sconcertato. Egli ti tiene in conto di sua figliuola.
»E di me che dovrò dirti, cara Angelina? Sai ch'io ti voglio più bene
che a una sorella, e per questo serbo a te la prima confidenza d'una
grandissima novità.... una confidenza che non ebbero da me nè il babbo,
nè la mamma, nè nessuno al mondo. È vero che fo fondamento sul tuo
aiuto!... Sei stata tante volte il mio angelo tutelare, che tal sarai
certo una volta di più. Debbo dirti di che si tratta?... Ma no, ma no.
Vi sono cose che vengono più facilmente sul labbro che sulla penna.
Dunque a domani.
»Io non so se mi sia malinconica o allegra. È un misto curioso. Ora
vedo tutto bello, ora grossi nuvoloni mi passano innanzi agli occhi,
e mi viene una gran voglia di piangere. Quando tu mi sarai vicina,
prenderò da te un po' di quella calma, ch'è tanto necessaria allo
spirito.
»L'Amalia e il babbo ti mandano un bacio. La mamma e la Nella sono
sempre un pochino bisbetiche, ma ci vuol pazienza.
»A domani: fa di essere a casa per l'ora del pranzo.
»Un abbraccio
-dalla tua-
MATILDE.»
L'Angelina lesse e rilesse il singolare messaggio, sperando di trovarne
la chiave. Quale poteva essere questa gran confidenza, di cui la
Matilde serbava a lei le primizie? Era certamente un segreto del cuore,
era una passione amorosa. Ma per chi? Qui l'Angelina andava contando
sulle dita i giovani di qualche intrinsechezza con la Matilde; ma,
con sua grandissima noia, quando aveva portato l'indice della mano
destra sul pollice della sinistra e contato -uno-, non le veniva
fatto di andare più innanzi. E quell'uno era Vittorio. Dio buono! Di
tanti uomini che vi sono al mondo, doveva essere proprio Vittorio il
prescelto? E l'Angelina ritornava da capo, e si sforzava di richiamare
alla sua fantasia i nomi di tutti gli uomini al disotto dei trent'anni,
che aveva visti in casa Mauri; ma o non le venivano a mente, o li
ritrovava tutti inferiori a Vittorio. Però chi rassicurava che, ne'
sette giorni della sua assenza, la Matilde non avesse conosciuto
qualcuno, e non si fosse accesa subitamente di questo -incognito-?
Era una meschina scappatoia: pur l'Angelina facea di tutto per esserne
soddisfatta, e si infastidiva de' dubbî che ad ogni momento tornavano a
darle travaglio.
Il giorno appresso i suoi ospiti la fecero ricondurre in città in una
sontuosa carrozza, e adagiata sovra i morbidi guanciali di essa ella
lasciava libero il volo alla sua fantasia, e inebbriavasi ne' sogni
d'una felicità senza nube. Ma di tratto in tratto le si oscurava la
fronte come per cura molesta, e allora traeva dal taschino del suo
vestito la lettera della Matilde, e ne pesava ogni riga ed ogni parola,
cercando se di là donde le era venuta l'inquietudine, potesse venirle
il conforto. Fatica gettata: quel foglio non diceva nulla di più, e le
nuove letture non facevano che dar esca al fuoco.
Giunta in città, la prima persona ch'ella vide fu Vittorio. Egli
tornava a casa per l'ora del pranzo, e il romore delle ruote, e il
calpestio de' cavalli che s'appressavano, lo fecero trattenere un
istante sulla porta. Quando ravvisò l'Angelina, la sua fisonomia
manifestò il piacere grandissimo ch'egli aveva di rivederla, corse
sollecito ad aprir lo sportello della carrozza e con ambe le mani
l'aiutò a scendere.
-- Finalmente siete ritornata.
-- Finalmente? Se la mia assenza dura appena da una settimana!
-- Ebbene: perdonate ai vostri amici, se loro è parsa tanto lunga. --
L'Angelina si fece rossa: pur quell'accoglienza la rendea giubbilante
e dissipava i suoi dubbî. Ascese frettolosamente le scale, e sul
pianerottolo trovò la Matilde e l'Amalia che le saltarono al collo,
baciandola e ribaciandola con vivissimo affetto. Volse alla Matilde uno
sguardo scrutatore, ma quella, portando l'indice al labbro, le accennò
che tacesse. Ricambiati i saluti col resto della famiglia, e in ispecie
con lo zio che l'abbracciò teneramente, salì un istante nella sua
stanza a mutar di vestito e a ravviarsi i capelli. Sul davanzale della
finestra, e precisamente tra i vetri e le persiane, vide un bicchiere
con entro la dalia che le aveva regalata Vittorio nove giorni addietro.
La dalia non è de' fiori che appassiscano più presto, ma quella lì, che
stava da una settimana nella medesima acqua, può immaginarsi se fosse
languida ed avvizzita. Pur non le bastò il cuore di gettarla via, la
prese delicatamente fra le dita, la mise in una tazza d'acqua fresca
che era sul tavolino, e stette qualche minuto a contemplarla. Poi diede
un'altra occhiata allo specchio, e scese nel salotto da pranzo. Dopo il
desinare, che trascorse più silenzioso del solito, e durante il quale
le diede argomento di novella inquietudine l'imbarazzo dei commensali,
e in ispecie di Vittorio e della Matilde, ritornò nella sua stanza,
seguita dalla cugina, e, non senza mostrare nella voce e nel gesto una
certa commozione, sedette presso di lei alla finestra a ricevere la
confidenza del suo segreto.
La Matilde, come accade sempre in tali casi, era tutta confusa e non
trovava la via di principiare: eppure era dinanzi alla sua amica,
alla sorella del suo cuore. Finalmente fece uno sforzo supremo, e con
mille perifrasi, e chinando il capo, e arrossendo, proferì la solenne
parola. Ella amava Vittorio. Da quando? Non saprebbe dirlo: forse dal
primo giorno che lo vide. Come se n'era accorta? Nemmen questo sapeva:
quell'amore le si era insinuato dolcemente nell'anima, l'aveva cinta
d'una rete invisibile, ed ora ella lo sentiva, nessun altro partito
le rimaneva che quello di subirne le leggi. E del resto perchè avrebbe
dovuto sottrarvisi? era forse indecoroso questo suo affetto? No, cerio.
O forse il gelido soffio del disinganno minacciava distruggere le sue
speranze? No, il cuore le diceva ch'ella era riamata.
Mentre la Matilde parlava, l'Angelina erasi fatta bianca come la
pezzuola che teneva alla bocca e che andava logorando coi denti: a
guisa di nuvole varie di forma e di tinta, che passano rapidissime
sopra un cielo tempestoso, le sensazioni più diverse s'erano dipinte
sul suo pallido volto. Sennonchè la pietà naturale alle anime gentili
come la sua prevaleva agli opposti affetti, e atteggiava la sua
fisonomia ad una espressione malinconica, eppur rassegnata, a un
cordoglio profondo, eppure scevro di acrimonia e di rancore. Però alle
ultime parole della Matilde le sue guance si colorarono lievemente, gli
occhi, volti a terra ed immobili, si sollevarono con trepida ansietà, e
con voce tenue ed incerta ella chiese:
-- Ma quali prove hai tu del suo amore? --
Allora la Matilde cominciò una minuta descrizione di tutto ciò che
s'era passato fra lei e Vittorio sino dal giorno dell'arrivo di lui in
casa, e gli sguardi ricambiati, e le parole del giovane ora scherzose,
ora serie, ma sempre più che cortesi, e certe sue delicate attenzioni
che con le persone indifferenti certo non si usano, e di cui invece
egli era prodigo verso di lei. E disse come nell'ultima settimana
egli le si era mostrato più gentile che mai, e come l'aveva difesa
vivacemente in uno sciagurato diverbio nato una di quelle sere tra lei
e sua madre e sua sorella, e come essendosi ella rivolta a lui tutta
commossa e avendogli chiesto -- -Mi proteggerete voi sempre?- -- egli le
avesse risposto -- -Sempre-, -- e strettale la mano con tanta effusione
che un senso ineffabile di voluttà le avea ricercato tutte le fibre.
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