Avvenne col tempo ciò che suol sempre accadere in siffatti casi.
Stimolato con più sapiente energia, il suolo rese di più: le derrate
riuscirono di miglior qualità e trovavano prontissimo spaccio su tutti
i mercati. Quindi si raddoppiò la lena, e allo sciopero del momento
tenne dietro un'attività non interrotta. A poco a poco macchine e
contadini finirono col mettersi d'accordo, quasi diremmo col prendere
ad amarsi. È noto come nei paesi industriali gli artigiani nutrano una
speciale affezione per le loro macchine: la celerità, la precisione,
con cui que' complicati congegni accudiscono al loro ufficio, hanno
qualche cosa che seduce ed affascina, e l'artigiano nell'accarezzare
la manovella che gli sta dinanzi, tributa un omaggio indiretto alla
potenza dello spirito umano. I rozzi coloni della villa, per quanto
venissero sollecitati a respingere le -invenzioni del demonio-, non
poterono alla lunga sottrarsi ad un certo senso di riverenza, il quale,
se non altro, valse a ridare la pace a quei luoghi, un di sì tranquilli
e allora agitati da sì bollenti passioni.
X.
E da questa pace il conte Alberto trasse animo a proseguire nel suo
generoso apostolato.
Non ultima cagione della miseria dei contadini è il loro difetto di
previdenza e la mala abitudine di prendere a fido le derrate necessarie
al loro mantenimento. È una consuetudine doppiamente funesta: prima di
tutto perchè espone que' poveri villici alle frodi de' trafficanti,
i quali sanno risarcirsi ad usura del ritardo posto ai rimborsi; poi
perchè quel comperare senza spendere seconda maggiormente gl'istinti
dello scialacquo, e solletica in certo modo la vanità personale del
contadino che ci mette amor proprio nel -trovar credito-. Non si
può dir quante famiglie siansi ridotte all'estremo dell'indigenza
mettendosi su questa via sdrucciolevole. Le polizze ingrossano, il
merciaio ne esige il pagamento, e si rifiuta a fornire i suoi generi
al debitore tapino; poi vengono gli atti, le oppignorazioni, ec., ec.
Come nell'infanzia dei popoli, così nei primi rudimenti dell'educazione
individuale convien far precedere l'idea e la pratica del risparmio
a quella del credito; se no, fa d'uopo rassegnarsi alla giudiziosa
interpretazione de' nostri villici, i quali sono singolarmente
mortificati, quando non restino oppressi sotto il peso dei debiti. A
sottrarre i suoi coloni alle conseguenze del funesto sistema, Alberto
si fece iniziatore d'una di quelle istituzioni che in Inghilterra, in
Francia, in Germania sorgono per impulso spontaneo del popolo, e fondò
nella tenuta un deposito di derrate alimentari, che dovevano spacciarsi
ai contadini della villa con un piccolo soprappiù di prezzo del costo.
V'era però fissa la norma che non vi si farebbe mai credito.
Dopo ciò, nuovi cicalecci e nuovi clamori. Il nobilume, che vegetava
tristamente nei dintorni sospirando invano il tempo che fu, levò un
grido di scandalo allorchè vide scender sì basso un successore dei
***. -- Oh nipoti degeneri! Quando mai un aristocratico puro sangue,
un castellano dal blasone incontaminato avrebbe accudito all'umile
ufficio di bottegaio? È questa la beneficenza spilorcia, subentrata
alla larghezza di quelli che profondevano l'oro sul loro cammino? Un
giorno i nobili, abbassando il guardo dai cocchi dorati, inebriavano
le plebi con un benigno sorriso, e le plebi si stimavan felici per un
solo accento ad esse rivolto. Ormai questi novatori hanno rotto la diga
che li separava dal popolo; le acque del torrente si son rovesciate
sui campi: quando sarà che si arrestino? -- Così parlava, profetando
sventure, il partito -legittimista- del luogo, il quale, visto la
mollezza del parroco e dell'altre autorità paesane, raccoglievasi nei
mesi d'autunno presso la baronessa Marina, ch'era la più -coduta- fra
le -bestie ragionevoli- del villaggio. Però niuno sapeva proporre un
modo di mettere argine al male, per opporsi alla propaganda -diabolica-
del conte Alberto sarebbe stato mestieri di spender quattrini, e
allorchè si toccava questa corda raffreddavasi d'assai lo zelo de'
campioni dell'altare e del trono.
I -moderati- avevano anch'essi la loro paroletta di biasimo circa
l'ultimo provvedimento del conte. -- E' bisogna vivere e lasciar
vivere, -- dicevano alcuni; -- che ragione c'era di levar gli avventori
a' bottegai del villaggio, i quali son qui da tanto tempo e non hanno
altra entrata che la loro industria? Perchè cacciarsi dappertutto? Sarà
a fin di bene, lo vogliamo credere; ma in questo caso, per esempio,
gli è certo che si fa del male a delle famiglie.... -- Quanto a' due
bottegai che avevano a subire la pericolosa concorrenza della nuova
istituzione, essi stimarono di non poter prendere miglior partito che
quello di domandare l'immediato rimborso de' loro crediti a quelli fra
i villici che gli avevano privati della loro ricorrenza, minacciandoli
di ogni sciagura ove non fossero pronti a pagare. E la minaccia avrebbe
sortito il suo effetto, se Alberto, senza por tempo in mezzo, non
avesse liquidato egli stesso le polizze de' suoi coloni, mandando
a vuoto la tattica degli avversari e insieme placandone l'ire con
l'insperato rimborso.
A fin d'anno il conte chiamò a sè i suoi contadini. -- Miei cari, -- egli
disse, -- quando io ho fondato quel magazzino di derrate alimentari,
che diede tanto a discorrere, io non lo feci davvero per guadagnarci;
mi premeva soltanto che trovaste da vivere più a buon mercato, e vi
persuadeste con l'esperienza della virtù del risparmio. Se nello stesso
tempo ho pagato i vostri debiti a' bottegai, di cui eravate avventori,
lo feci perchè mi sembrava cosa dicevole e per gl'interessi altrui e
per la reputazione vostra, non perchè intendessi farvi una carità;
secondo me, la carità non deve farsi che quando non vi sia proprio
altro modo di giovare al suo prossimo, e la mia era un'anticipazione,
non un regalo. Voi cessavate di esser debitori degli altri divenendo
debitori miei. Non ve ne sbigottite, ve ne scongiuro. In primo luogo io
sono un creditore che aspetta; poi questo vostro debito è per alcuni
annullato, per tutti diminuito. Ed ecco in qual modo. A malgrado de'
prezzi mitissimi, a' quali si vendevano i generi nel mio magazzino,
a malgrado delle mercedi che ho dovuto pagare, pure ne rimaneva un
discreto utile, e questo utile veniva a voi, perchè, vi ripeto, io
mi sono assunto l'ufficio di vostro mandatario e non più. Or bene,
ripartendo il profitto in ragione delle somme spese da ciascuno di
voi, ho posto le singole quote a fronte del vostro debito nel modo che
vedrete dai conti che vi saranno consegnati or ora. Quelli tra voi che
non avevano alcun debito da soddisfare, sono invece miei creditori e
io pagherò loro l'importo ch'essi devono avere. Io spero che voi non
sarete malcontenti della mia amministrazione, quantunque io la creda
imperfetta da molti lati e soprattutto nel riparto degli utili. Vorrei
che voi stessi poteste mettere insieme tanta moneta quanta bastasse a
fare la speculazione da voi; allora in fin d'anno il profitto andrebbe
diviso proporzionatamente alla somma da voi investita nell'operazione,
e ciò sarebbe molto più giusto che non proporzionarla alla spesa. Ma
chi principia convien si rassegni a far le cose a mezzo, e l'essenziale
è per me di mettervi sulla buona strada.
-- Ora concedetemi di ribatter le accuse che mi si fanno per essermi
ingerito in siffatta bisogna. V'assicuro ch'io non ne sono pentito
punto. Due o tre bottegai ne saranno stati danneggiati, lo ammetto; ma,
d'altra parte, quante persone non n'ebber vantaggio? Gli è un conto
semplice. Voi qui della villa siete, mettiamo, cinquanta famiglie.
Ora se ogni famiglia ha potuto risparmiare 20 centesimi al giorno
comperando gli alimenti più a buon mercato, ne viene che fra tutti ci
avete guadagnato in 360 giorni 3,600 lire. È come se vi fossero state
regalate, ma con la differenza massima che le vi vengono per diritto e
non avete a ringraziarne nessuno. Però tiriamo innanzi. Queste 3,600
lire le avete forse nascoste sotterra? No: ve ne siete valsi per
procurarvi qualche agiatezza di più, per provvedere a bisogni meno
urgenti delle vostre famiglie; ma a tal uopo vi fu pur necessario di
fare degli acquisti; onde vedete che se una o due botteghe ne hanno
sofferto, ve ne sono invece che se ne avvantaggiarono, dimodochè
pensando all'utile vostro non avete fatto il male altrui. Può darsi
invero che alcuno di voi, anzichè spendere tutto il danaro risparmiato,
lo abbia messo a frutto, ed io non potrei che approvare questo
pensiero. Ma non crediate che una somma messa a frutto voglia dire
una somma resa inoperosa: tutt'altro. Tanto le Casse di Risparmio
quanto i privati che ricevono tali depositi, sanno trarne partito e
farlo circolare con utilità generale. Inoltre non si dà un capitale
in mano di terze persone se non per ritirarlo al momento opportuno, e
comprendete quindi che verrà tempo in cui, adoperando il vostro danaro,
alimenterete in proporzione delle vostre forze qualche industria,
dando da guadagnare ad altri. In conclusione, statevi con animo
riposato, e abbiate per fermo che quegli, il quale con modi onesti
attende a migliorare le sue condizioni, non nuoce, ma giova sempre alla
società. --
XI.
Era cosa naturalissima che nel villaggio di *** non vi fossero libri.
Il solo stampato reso di pubblica ragione era il giornale ufficiale di
***, il quale era letto da tre persone per tre differenti motivi. Il
dottore lo scorreva per istare in giorno delle faccende politiche, il
deputato comunale per iscarico di coscienza, e il farmacista, che aveva
un figlio nella carriera de' pubblici impieghi, vi cercava la rubrica
delle nomine.... Pur troppo il foglio ufficiale era molto scemo, e se
i contadini non avessero avuto prospettiva di miglior lettura potevano
far a meno di andare alla scuola. Questa condizione deplorabile
suggerì al conte un pensiero arditissimo: quello cioè di fondare una
biblioteca popolare ad uso de' suoi coloni. Si procurò a poco a poco
alcune operette semplici ed istruttive, alcuni romanzi morali, e gli
andava prestando a quelli tra i villici che ne mostrassero desiderio,
offrendosi ad un tempo a spiegar loro quelle cose che non potessero
intendere. Non fu opera d'un giorno il destar l'amore della lettura in
quegli spiriti rozzi, usi a volgari sollazzi; ma chi propugna una causa
buona non può fallire allo scopo quando abbia pazienza, giacchè il bene
ha in sè una virtù indistruttibile che lo fa germogliare alla lunga ne'
terreni più sterili e più disadatti. E la lettura d'un buon libro pone
in movimento tante corde dell'anima, che chi ha cominciato a prendervi
gusto non può vincere il fascino e smettere la contratta abitudine.
Veder de' contadini con un libro in mano è cosa sì rara, ed era una
novità di tal fatta nel paese di *** che se ne fecero mille commenti.
-- Guarda che dotti, -- dicevano; -- adesso sì che lavoreranno la terra
per bene. -- Ma che brava gente, -- bisbigliava un altro; -- prima
maestri di musica, adesso dottori. L'è proprio la strada per diventar
contadini di garbo! -- Però a queste accuse rispondeva trionfalmente
la florida condizione della tenuta, la quale e per la varietà delle
culture e per la quantità dei prodotti era raddoppiata di pregio,
dacchè il conte l'aveva avuta in retaggio. E quando fu annunciata
un'esposizione agraria in una città non molto discosta dalla villa, il
conte Alberto volle egli pure concorrervi, quantunque nel paese non vi
fosse idea veruna di siffatte cose, e nessun altro prima di lui avesse
mandato i suoi prodotti ad alcuna esposizione. Ed anche nella città
di *** parve singolarissimo che venisse un espositore da ***, e più
singolare ancora ch'egli fosse degno di premio: onde nel conferirgli
la medaglia i giudici si rallegrarono vivamente col giovane signore
per la coraggiosa iniziativa. Il conte nel parlarne a' suoi contadini:
-- È una lode, -- disse, -- che viene in gran parte a voi, mentre tutte
le mie idee sarebbero morte infeconde se mi aveste negato l'opera
vostra. E ormai ch'io spero avervi convinto delle necessità di dare
un altro indirizzo all'agricoltura, della necessità di non respingere
i nuovi trovati, è mio intendimento di lasciare in vostra mano gran
parte di questa faticosa bisogna, e a quelli tra voi che vorranno
tentare la prova io concederò in affitto parte delle mie terre. Vi
sono dei paesi ove lo stato di fittaiuolo è oltre misura lieto e vi
si ammassano fortune notevoli: ivi l'agricoltura è tenuta in onore, e
le campagne non sono meno incivilite delle città, perchè si è compreso
come la diffusione dei lumi giovi tanto ai superbi quanto agli umili,
e come in ogni sfera sociale -sapere è potere-. Io desidero che per
merito vostro questa sentenza si avveri anche fra noi, e mi stimerò
ricompensato a dovizia delle mie fatiche se, saliti a miglior fortuna,
vorrete avermi ancora per consigliero ed amico. -- La profferta del
conte inanimò all'esperienza alcuni di quelli che avevano raggranellato
qualche danaro, e conforto tutti nella speranza d'un migliore avvenire.
Tanto più che Alberto, ben sapendo quanto bisogno di capitali abbia
una florida agricoltura, offrì di anticipare egli medesimo, contro un
tenue interesse, le somme necessarie, e appianò quindi il formidabile
ostacolo che suole rendere inutili le assidue fatiche dei campagnuoli,
la mancanza del credito. Nè a questo male grandissimo si ripara
efficacemente cogli aristocratici istituti di credito fondiario:
conviene scendere un gradino più basso, conviene oltre ai possidenti
assistere i fittaiuoli. Se no, è un bel dire: o perchè non fate questo,
o perchè non seguile l'esempio della Scozia, dell'Inghilterra? Nerbo di
tutto è il capitale, e se gli agricoltori non han modo di procurarselo,
bisogna turarsi la bocca e lasciar che le cose vadano di male in
peggio.
XII.
I modi del conte Alberto; la saviezza de' suoi consigli, l'operosità
intelligente con cui egli presiedeva alle più minute bisogne, la sua
costanza nell'istruire il popolo e nel beneficarlo senza avvilirlo,
non potevano a meno di guadagnargli alla lunga la stima e l'affetto de'
suoi coloni, a malgrado dei pregiudizî ch'egli aveva feriti, a malgrado
dell'ire ch'egli aveva attizzate nei retrivi e nei pigri, i quali non
la perdonano mai a chi con l'attività e la pertinacia mette in maggior
risalto la loro indole molle, la loro inerzia fastosa.
Ma pareva che il conte dovesse eternamente appagarsi del ristretto
campo della sua tenuta, pareva che fra lui e il villaggio avesse a
sorger perenne una insuperabil barriera, quando un avvenimento, di
certo mollo doloroso, giunse a rompere il ghiaccio, a vincere tutte le
prevenzioni che tenevano sospesi gli animi di que' rozzi contadini.
Era un autunno squallido assai pegli ardori eccessivi del caduto
agosto; l'aria era grave e pesante, la natura, ci si conceda la frase,
pareva invecchiata innanzi tempo. E in mezzo a quella malinconia di
suolo e di cielo cominciò a manifestarsi in *** un'epidemia, la quale,
rincrudelita dal caro dei viveri, dal difetto dell'acqua, minacciava
di mietere a larga mano le vittime. I vari signori delle vicinanze,
quantunque ascritti a un'infinità di confraternite pie, non indugiarono
un momento a darsela a gambe, il deputato comunale morì, nè v'era
alcuno che provvedesse con sollecitudine ai bisogni del popolo, dove le
processioni e lo scampanìo ordinato dal parroco non si credano mezzi
sufficienti ad arrestare la diffusione d'un morbo. Il conte Alberto,
stimolato dalla gravità del caso a non domandar licenza a chicchessia,
prese in mano le redini di quel povero comune abbandonato; cercò con
serî provvedimenti di ovviare al contagio; richiamò dalla città un
medico di vaglia perchè assistesse il dottore del luogo, obbligandosi a
pagarlo egli medesimo; dispose che ogni giorno per tutta la dorata del
morbo i più poveri del villaggio avessero dalla sua fattoria una libbra
di buona farina, e non esitò a deviare per un istante da' suoi rigidi
principî circa la carità.
Una donna giovane e bella, la quale perchè moglie e madre mirabilmente
intendeva l'ufficio di consolatrice, non peritavasi di entrare nelle
case degl'infermi, prodiga di beneficî e di dolci parole; e il suo
apparire era salutato come l'apparir d'un raggio di sole fra le
tenebre, poichè la bontà è una luce perpetua, è un perpetuo sorriso.
Questa donna era la contessa Matilde. Com'ella assistesse i malati,
come confortasse gli afflitti, lo dicevano l'amore e la riverenza
di que' poveri campagnuoli, i quali, appena il morbo scomparve, si
associarono per farle un presente, nè certo la buona signora ebbe
regalo più gradito di quello. Nello stesso tempo non appena si trattò
di rieleggere il deputato comunale, che moltissimi misero innanzi il
nome di Alberto; e sebbene la consorteria retriva menasse un clamore
d'inferno, pure non potè far prevalere la propria influenza, e il
conte fa acclamato a grande maggioranza di voti. La commozione del
sacrestano fu tale all'udir la dolorosa novella, che per due giorni
consecutivi egli dovette abbandonar le campane in balìa dei ragazzotti
del villaggio, i quali ne facevano il più mal governo del mondo. Il
parroco, che essendo nato neutro non aveva la possibilità di diventare
apostata, complimentò il nuovo eletto con la stessa effusione che
avrebbe manifestato pel Khan dei Tartari, ove questi fosse sorto alla
prima dignità politica del paese. Quanto all'organista, convertito
ormai all'idee liberali, egli applaudiva a questa nomina come ad
una propria vittoria e, a chi gli ricordava le sue opinioni d'un
tempo, rispondeva che forse le apparenze lo avranno fatto giudicare
a sproposito, ma che nel fondo dell'anima egli aveva sempre amato,
desiderato e servito il progresso. I maligni ne dubitavano.
Esser deputati comunali d'un magro villaggio non è certo tal carica da
insuperbirne. Ma del bene si può farne dappertutto, e chi sdegna di
fecondare un piccolo lembo di suolo dicendosi nato a coltivar intere
contrade, o trova un comodo appiglio, o presume follemente di sè. Ma,
gran Dio! perchè vi sentite l'attitudine a qualche azione grandissima,
non farete una opera buona? Gli è come se alcuno non volesse salvare un
uomo che affoga, e si scusasse dicendo: -- -Se fossero due!- --
Nel suo ufficio il conte si adoprò ad utili scopi. Ripose su migliori
basi la scuola; provvide al miglioramento delle strade esistenti ed
alla costruzione di strade novelle; ottenne che la Cassa di Risparmio
d'una città vicina affidasse al comune una specie di succursale;
istituì una società di mutuo soccorso e una banca mutua fra' contadini,
quantunque l'amministrazione avesse estreme difficoltà; estese insomma
a tutto il villaggio la propaganda nobile ed illuminata, ch'egli
aveva fatto sino allora nella sua tenuta. Fu per le sue sollecitudini
che un tronco di strada ferrata venne a passare a poca distanza dal
villaggio; fu per suo impulso che parecchî possidenti di que' dintorni
si unirono per fondare una società di credito agrario; fu infine per
merito suo che sorse nel paese una piccola bottega di caffè, ove un
foglio di migliori intendimenti suppliva alla papaverica gazzetta.
Guai al nostro lettore se dovessimo descrivere per lungo e per largo
tutte le difficoltà che incontravano questi provvedimenti in apparenza
sì semplici: la non si finirebbe più. Lo -statu quo- è così dolce,
certe idee hanno così profonde radici, che chi vuol combatterle deve
prepararsi a lunghe ed ardue battaglie.
XIII.
Come il conte Alberto e sua moglie potessero viver contenti sepolti
là in quel paesuccio, senza rallegrarne almeno la solitudine con le
feste e coi lauti banchetti, era un problema per molti. Esser ricchi
e non isfoggiare il lusso di fastosi equipaggi, e non udire i trilli
modulati delle -prime donne-, e non vedere i voluttuosi atteggiamenti
delle ballerine; esser ricchi e non sentirselo dir mille volle al
giorno dalla turba parasita dei cortigiani, e non profondere il suo
negli specchî di Francia, nelle porcellane di Sèvres e nei vasi del
Giappone, e non far la carità al suon di tamburi e trombe; esser
ricchi e non andare almeno due volte all'anno a Parigi per ammirarvi
i -boulevards- che vengono su come funghi, e la costruzione del nuovo
edifizio dell'-Opéra-, è invero un modo assai gretto di comprendere
l'opulenza. Peccato che il conte Alberto fosse d'un diverso parere! --
Egli diceva che allietare la propria tavola con la presenza d'un amico
è cosa dolcissima, ma mutar la casa in -restaurant- è un assurdo;
diceva che le gambe delle ballerine e le gole delle cantanti hanno
il loro merito, ma che non val la pena di mutar soggiorno apposta
per esse; diceva che i cortigiani sono come le mosche, le quali
si danno più pensiero delle vivande che delle persone; diceva che
sfarzo non vuol dir eleganza, e carità non vuol dir benefizio; diceva
finalmente che gli uomini non devono essere girovaghi come gli organi
di Barberia, e che dopo aver viaggiato quanto basta per estendere le
proprie cognizioni, fa d'uopo fermarsi stabilmente in un sito, giacchè
se movendosi si reca diletto e utile a sè, soltanto stando fermi si
giova agli altri. -- Quanto alla Matilde, ella non diceva nulla....
ella era felice. Le sue gioie maggiori erano l'amore di suo marito e
de' suoi tre figlioletti; le sue occupazioni erano divise tra le cure
della famiglia, il dipingere, l'attendere in parte all'amministrazione
della tenuta, l'educare le sue contadinelle. Passava ore dolcissime
nel bello e vasto giardino, rallegrato a vicenda dalle limpide acque
correnti e dall'ombra di piante vetuste e dall'aperto delle praterie
smaltate di fiori. Oh! i fiori ella gli aveva tanto cari e li coltivava
ella medesima con sollecito affetto, ma non li voleva spiccati mai
dall'aiuole: erano così leggiadri a vedersi là sul loro gracile stelo,
era così misteriosa quella lor vita d'un giorno! perchè renderla ancora
più breve, perchè scolorire anzi tempo quei petali, su cui la luce si
riposava sì varia? All'imbrunire la famigliuola soleva raccogliersi sul
margine della riviera che traversava il giardino; i bimbi giocavano sul
pendio d'una collinetta vicina, empiendo l'aria di grida festevoli e
correndo di tratto in tratto presso i lor genitori a chiedere un bacio
o un sorriso. Oh! senza dubbio, i venerabili predecessori d'Alberto,
che avevano fatto della villa un convegno galante e qualche volta
un nascondiglio delle loro sozzure, sarebbero rimasti a guisa di
smemorati vedendo quel tenero idillio. Che cosa -bourgeoise- è la vita
domestica! Lo schiamazzo di fanciulli indomiti rintrona l'aria che
anni fa mormorava dolcemente alle promesse d'amore: promesse sempre
fallite, ma che importa? Fuori che nell'autunno, in cui qualche amico
della città veniva a interrompere la solitudine di quel soggiorno, le
sale, già echeggianti all'armonie del cembalo e alle cadenze regolate
dei balli, risuonavano soltanto dei vagiti d'un bimbo in fasce e
degli amplessi d'una madre che gli porgeva le poppe; e la sera,
invece del baglior delle faci splendenti su cento bei volti, un'unica
lampada concentrava tutto il suo chiarore sopra una tavola, ove una
donna lavorava con l'-ago torto- o un uomo era assorto in un libro.
Ma qualche volta gli sguardi di quelle due persone s'incontravano,
e un sorriso ne irradiava le fronti.... e pensare ch'erano marito
e moglie.... che prosa! Eppure Alberto e Matilde vivevano felici.
Le anime che vanno in traccia di grandi e continue commozioni, non
sono, a nostro credere, le più ricche, ma le più povere. Se ci si
concedesse l'immagine, vorremmo assomigliarle a camere disarmoniche,
ove la musica più sublime passa inavvertita, senza risonanza, senza
eco. Si, vi sono anime che non hanno risonanze. Nessuna impressione è
in esse durevole, nessun affetto vi lascia un solco profondo; perciò
si trovano sempre vuote e girano scapigliate pel mondo, implorando
qualcosa che le scuota, che le ravvivi. L'implorano dai ghiacci del
monte Bianco e dall'immensità dell'Oceano, dalle -grisettes- di Parigi
e dalle rovine del Campidoglio, dai gorgheggi della Malibran e dalle
danze della Cerrito. Ma invano! Il mondo esterno ci appare come un
cadavere, se l'anima nostra non sa comunicargli il suo fuoco: qual
melodia potrà riprodursi da un'arpa, a cui mancan le corde? Se un
giorno la patetica cornamusa non sapesse più rendere i semplici canti
della sua Scozia, la crederemmo forse capace d'intuonarci la sinfonia
della Semiramide? Oh! davvero chi lascia spegnersi la fiamma interna
del cuore e dell'intelligenza e cerca altre fonti di vita, ci ricorda
il re Davide che chiamava la bella Sulamite a scaldargli la coltrice,
nè pensava che nulla tempera la rigidezza della morte. Quest'orrore
d'una esistenza tranquilla, questa smania dell'apparato scenico non è
piccola piaga per un paese. È essa che fa convergere tutte le forze
verso le capitali, e assottiglia quella schiera d'uomini laboriosi
senza schiamazzo che forniscono il loro ufficio coscienziosamente
per iscarico d'un dovere, non per sete di plauso. A somiglianza degli
edificî la società ha d'uopo soprattutto di fondamenti. Ora ella non si
appoggia nè sui facondi avvocati, nè sui medici egregi, nè sui pubblici
ufficiali, e nemmeno sugl'ingegni grandissimi. Gli archi maravigliosi
del Partenone non rapirebbero d'entusiasmo il pellegrino, ove il genio
della Grecia non avesse loro infuso l'attica grazia; ma e' non si
reggerebbero sotto il peso di tanti secoli, se non fossero costruiti
di solida pietra. Guai alle nazioni se, richieste delle loro glorie,
non potessero rispondere che con una filastrocca di nomi; guai alle
città se, oltre ai campanili, non potessero additare le case! Date
a un popolo agricoltori intelligenti, negozianti ricchi d'iniziativa
e d'onoratezza, industriali che abbiano lo spirito aperto alle nuove
idee; dategli volghi illuminati che s'inchinino meno innanzi a sconcie
superstizioni, ed abbiano una fede più viva nei loro destini, un senso
più alto dei loro doveri; dategli donne che plebee o patrizie intendano
il loro santo ministero d'amore, e avrete fatto davvero un popolo
grande. Onoriamo intanto tutte le opere virtuose, onoriamo l'attività
umana in qualsiasi campo ella si eserciti, quando le sia guida la
rettitudine degl'intendimenti; bando ai superbi disdegni: come leggera
polvere d'oro mista alle sabbie dei fiumi del tropico, forse v'è un
filo di poesia in ogni cosa onesta, v'è una musica in ogni onesta
parola. Sapete ove non è poesia e non è musica? In quel gelido scherno
che anzichè sferzare l'adulazione, l'ipocrisia, la bassezza, getta a
piene mani il ridicolo sulle nobili iniziative, e arresta i timidi e
conturba i gagliardi: in quel gelido scherno che irride alle dolcezze
della vita domestica, e finge ignorare che prima base delle virtù
cittadine sono le virtù casalinghe, che soltanto dove la famiglia è
rispettata, dove è inviolato il santuario dei lari, sorgono e durano le
libere istituzioni: in quel gelido scherno, che mentre mette in celia
le aberrazioni dei volghi grida ai pensatori -- -Utopia-, -- quand'essi
con ardimento di eroi, con fede di martiri, si scagliano per rovesciare
le vetuste carceri dell'intelletto e del cuore....
XIV.
E questa è forse la morale del nostro -Signore possibile-. Egli non
ha vinto battaglie, non ha soggiogato popoli, nè impiccato ribelli;
egli non ha ritratto con sublime pennello l'estasi dell'Assunta o la
tenerezza materna della Madonna della Seggiola, non ha cantato la fame
d'Ugolino o i begli occhi di Laura, non ha scoperto la rotazione della
terra intorno al sole; ma ha fatto del bene, perchè credeva nel bene,
perchè non gli era mai venuto in mente quell'aforismo: -- -O esser
tutto o esser nulla-; -- gli è bastato essere qualcosa e giovare a'
suoi simili. Perciò noi lo proponiamo a modello a tutti coloro che non
possiedono nè l'indole di Tamerlano (citiamo esempi antichi per non
comprometterci), nè l'ingegno di Dante, del Petrarca, del Tiziano, del
Copernico; ma che pur sentono di poter essere in questo dramma della
vita personaggi meno inutili de' -servi che non parlano-.
Che se tornassimo per un istante al nostro protagonista, diremmo
ch'egli coll'andare degli anni vendette parte delle sue terre ad alcuni
tra' suoi coloni più onesti e più abili, e a questa piccola proprietà,
sorta per opera di lui, fu largo di consigli e d'aiuti; che al
diffondersi di nuove macchine non tardò ad introdurle nella sua tenuta;
che divenne membro d'una importante associazione agraria; che infine
dopo avere, tra la sua famiglia, le sue occupazioni, i suoi studî,
vissuto come molti non fanno, fece quello che fanno tutti, morì.... E
se non fosse vissuto mai? Oh! allora il nostro scritto avrebbe almeno
un elemento di originalità; anzichè essere la biografia d'un morto,
sarebbe quella di un nascituro.
-1864.-
ABNEGAZIONE.
NOVELLA.
I.
In un giorno piovigginoso di novembre un baroccio carico di masserizie
era fermo dinanzi all'abitazione del signor Bernardo Mauri, onesto
negoziante della città di***. Intento a ricevere la consegna di quelle
suppellettili stava il signor Bernardo medesimo, e aveva seco una donna
attempatella e piagnucolosa, che ogni occhio esperto avrebbe giudicato
per una di quelle fantesche, le quali dal lungo vivere in una casa
acquistano una certa aria di padronanza insieme con un affetto molto
reale e molto efficace per coloro che hanno servito da tanti anni.
Però la Filomena, come si vedrà, non era fantesca di casa Mauri. In
quel momento ella vigilava lo scarico dei mobili con l'atteggiamento
di generalissimo che vede schierarsi in battaglia un esercito, dava
ammonizioni e consigli ai facchini del baroccio, senza che ciò le
impedisse di parlar continuamente col signor Bernardo.
-- In parola d'onore, signor Bernardo, una ragazza d'oro. Così senza
idee, brava in tutto.... Mah!... Ehi, lì, buon uomo, andate piano con
quell'armadio. Io lo diceva sempre alla padrona buon'anima che gli era
poco in sesto, ma lei eragli affezionata come a un vecchio amico di
casa e non voleva staccarsene.... Adagino, adagino, mettetelo lì....
Ma, signor Bernardo, com'è andata quella famiglia!... A Ognissanti
finirono tre mesi dalla morte del povero signor Antonio, suo fratello,
che Dio lo abbia in gloria, e di lì a cinque settimane la signora si
mise a letto, e non si alzò più... Ih! Ih!... Ehi, non vedete quello
specchio come spenzola fuori del carro? Tiratelo giù a dirittura
che non vada in frantumi.... Povera Angelina!... Io che l'ho vista
nascere.... adesso doverla lasciare.... Oh! è una gran fatalità...
meschinella che sono.... --
E la Filomena si mise a singhiozzare con tale un accento di verità, che
il signor Bernardo ne fu commosso e le disse amorevolmente:
-- Andiamo, Filomena, datevi pace, verrete spesso a trovarla, la non
è mica fuori del mondo.... E noi non siamo punto il diavolo da farvi
paura.
-- Mi guardi il cielo dal pensarlo.... Ma l'è un'altra cosa, non l'avrò
più dinanzi agli occhi da mattina a sera.... non la vedrò più venir su
a poco a poco come un bocciuol di rosa.... Non posso proprio darmene
pace. --
Nel mentre che la Filomena si andava così querelando, una bella e vispa
ragazza di 16 anni era scesa dalle scale insieme con due omaccioni
grandi e grossi che parevano pendere dai suoi ordini.
-- Prendete su il pianoforte, -- diss'ella con la sua voce argentina, --
chè quando abbiam messo quello, la stanza è in assetto....
-- Dio mio, Matilde, come sei trafelata! -- esclamò il signor Bernardo
con ansietà.... -- Va pianino, mia cara, non c'è poi ragione che tu ci
buschi un riscaldamento.
-- Oh! babbo, non son mica smorfiosa io; -- rispose sorridendo la cara
fanciulla.
Quand'ecco da un'altra parte dell'androne nascere un gran
parapiglia.... Prima uno strillo acutissimo poi delle grosse risate,
poi un gatto nero sguizzar fuori in istrada scomponendo e atterrando
i mobili, mentre i facchini battendo le mani gli gridavano dietro
-- acchiappa, acchiappa -- e una bambina settenne tutta sconcertata
aggrapparsi al vestito della Matilde.
-- Ah! briccona dell'Amaliuccia, che cosa hai fatto? E dove t'eri
cacciata, chè non ti si vedeva nemmeno? --
La fanciulletta rispose ch'ella era scesa prima senza far rumore,
perchè il babbo non la sgridasse, che si era messa a frugar di qua e
di là, e che finalmente da un canterale era sbucato fuori soffiando e
arruffando i peli quel brutto bestione che le aveva fatta tanta paura.
Il racconto mise l'ilarità in tutti gli astanti, ad eccezione della
Filomena, la quale n'ebbe anzi un raddoppiamento di affanno. -- Che
cosa c'è da ridere? -- borbottava ella tra sè -- povero Micio! povero
Micio! Anche per te l'è finita.... non mi verrai più intorno alle gambe
dimenando la coda, non passerai più le notti tranquillamente sulla
tepida cenere del focolare!... --
Ora se al lettore non ispiace salire due scale, noi seguiremo
la Matilde che, precedendo i due facchini, i quali portavano il
pianoforte, era entrata in una stanza ampia ed arieggiata, ove una
donna di servizio andava spazzolando frettolosamente la mobilia.
-- Così va bene, -- disse la Matilde con tuono di soddisfazione, quando
vide anche il pianoforte al suo posto.
-- Credo anch'io, -- soggiunse la serva, -- la signora Angelina deve
starci da principessa.
-- Eh! lascia andare, Teresa, che nessuno può darle più la sua casa e i
suoi genitori. --
La stanza aveva nella sua semplicità un aspetto seducente davvero. Una
carta messa di fresco rivestiva le pareti, il soffitto era dipinto
d'un ceruleo chiaro con qualche arabesco turchino, le cortine ed il
letticciuolo erano bianchi di bucato. Sopra il letto pendeva un bel
ritratto a fotografia della madre dell'Angelina. La Teresa andava
mormorando fra i denti che a quel posto ci sarebbe stata meglio
un'immagine sacra, ma la Matilde le dava subito sulla voce:
-- Non ti pigliar tanti affanni: ognuno la pensa a suo modo, e so che
l'Angelina avrà più piacere così. --
Il pianoforte era messo tra l'intervallo delle due finestre, e le
altre suppellettili, che consistevano in un armadio, uno scrittoio, un
piccolo tavolino da lavoro, uno specchio e qualche seggiola di noce,
erano disposte in bell'ordine tutto intorno alla stanza. Le finestre
riuscivano sull'ultimo lembo del borgo, in cui era situata la casa
Mauri, e dominavano anche un vasto tratto di campagna. Il fiume che
attraversava la città, entrava appunto da quella parte: dall'argine
sinistro una strada fiancheggiata di platani ne seguiva le volubili
giravolte, e si perdeva nella pianura; a destra le rive erano più
basse e formavano nel mattino il convegno animatissimo delle lavandaie
che venivano a farvi il bucato, e dei carrettieri che vi abbeveravano
i loro cavalli. Tutto intorno il terreno era frastagliato di case e
d'ortaglie: lontan lontano una striscia fuggente di fumo e un fischio
acutissimo annunziavano parecchie volte al giorno il passaggio di un
convoglio di strada ferrata.
Quando parve alla Matilde che la stanza fosse in perfetto ordine,
le diede un'ultima occhiata di compiacenza, poi ne uscì insieme
colla Teresa, e col passo leggiero e saltellante di chi è contento
di sè, scese una scala di pochi gradini, spinse leggermente un uscio
socchiuso, ed entrando con mezza la persona in un salottino, fece un
cenno col capo e parve chiamar fuori qualcuno.
Di lì a pochi secondi, una nobile e svelta figura di giovinetta tutta
vestita a bruno risaliva insieme colla Matilde il breve tratto di
scala, e preceduta da lei entrava nella stanza, che abbiamo veduto or
ora prepararsi per la nuova ospite.
L'Angelina, chè tale era il nome della fanciulla abbrunata, gettò
nella camera un rapidissimo sguardo, e poichè la vide addobbata con sì
amorevole cura, e ravvisò sopra il suo letto la dolce immagine materna,
sentì inondarsi gli occhi di lagrime e, abbandonandosi fra le braccia
della Matilde, esclamò con voce commossa:
-- Qui c'è stato un angiolo.... e tu sei quello. --
Era commovente il vedere quelle due giovinette così avvinte in
dolcissimo amplesso. Nell'età ch'è tutta sogni e speranze, nell'età,
in cui si parla del dolore come di un paese remoto che s'è inteso
nominare appena da qualche venturoso pellegrino, nell'età che ride e
folleggia, que' due cuori battevano pure di compassione e d'angoscia.
L'Angelina, maggiore d'età e più alta della persona, nascondeva nel
seno della cugina la sua soave fisonomia malinconica, e per le gote
della Matilde scendevano non rattenute grosse lagrime, che davano
un'insolita espressione al suo volto fiorente di gioventù e di
salute. In quell'istante stringevasi forse un tacito patto fra loro,
un patto di sovvenirsi di vicendevole aiuto nelle traversìe della
vita, di ricambiarsi secondo gli eventi le parti di confortata e
confortatrice. E chi avesse detto loro: il destino insidierà la vostra
gentile alleanza e, senz'ombra di colpa, una di voi spargerà di fiele
l'esistenza dell'altra, sarebbe stato respinto da entrambe come un
demone tentatore.
Intanto si bussò all'uscio. Era la Filomena che tutta lagrimosa veniva
a prender commiato dalla padroncina. L'Angelina frugò nell'armadio,
e ne trasse un paio d'orecchini, che diede per memoria alla vecchia
fantesca.
-- Ci rivedremo, non è vero, mia buona Filomena?
-- Oh! s'immagini, padroncina.... -- rispose la povera donna; poi,
abbassando la voce in modo che la Matilde non la sentisse, soggiunse: --
Tutto sta che questi qui di casa mi vogliano. La signora Clara mi pare
una certa donna....
-- Zitta, Filomena, -- interruppe l'Angelina, mettendole il dito indice
sul labbro e guardandola con un tuono fra la preghiera e il comando.
-- Basta, basta, voglia il Signore ch'ella si trovi bene; --
borbottò l'altra. E, rinnovati gli amplessi, si avviò verso l'uscio
singhiozzando, non senza notare in cuor suo che l'armadio non teneva
perfettamente il mezzo della parete, che il letto sarebbe stato meglio
dalla parte opposta, e che il pianoforte era due dita troppo distante
dal muro.
II.
Ora, per istringere conoscenza con altre due persone della famiglia
Mauri, andremo nel salotto, dal quale abbiamo visto uscir poco fa
l'Angelina. Lettore, non t'è mai accaduto di studiare le relazioni che
esistono fra l'addobbo d'un quartiere e la gente che vi abita? Il color
delle stoffe, la natura delle litografie che pendono dalle pareti, la
qualità dei gingilli che ornano le -étagères-, non t'hanno mai parlato
allo spirito, non t'hanno aiutato a proferire un giudizio sui padroni
e soprattutto sulle padrone di casa? Fa ora il conto di venir meco
nel salotto da pranzo di casa Mauri, e di vedervi un sofà di damasco
giallo a rabeschi vicino a sedie di lana violetta; cortinaggi bianchi
a festoni color del mare, che danno alla stanza l'aspetto d'un uomo con
gli occhiali verdi; un camminetto con sopra due candelabri di bronzo e
una statuina di terra cotta rappresentante un arciere svizzero; e tutto
all'intorno in certe cornici di legno, alle quattro dita, i ritratti di
re Vittorio e del Garibaldi accomunati con quelli di Sua Santità, di
monsignore reverendissimo vescovo della diocesi, e della celeberrima
Diana di Poitiers: e poi dimmi se ti pare che la signora Clara Mauri
abbia ad essere una donna assestata. Che se poi ti cadono sott'occhio
i bicchieri grandi e piccini, e le stoviglie, messe in mostra nella
credenza, e le massiccie posate d'argento che fanno sfoggio dì sè sulla
tavola preparata accanto a tovagliuoli, i quali sembrano fregiati
dell'Ordine della -Giarrettiera-, non potrai a meno di esclamare: --
Qui ci dev'esser danaro, ma non ci sono abitudini di eleganza e di buon
gusto, ma la ricchezza non ha dirozzati gli spiriti. --
Vedi, lettore, come siam poco compiti! Abbiamo esaminato con una
curiosità minuta tutte le suppellettili della stanza senza por mente
a due donne che, sedute l'una di faccia all'altra ad un tavolino da
lavoro, sono occupate caritatevolmente a dir male del prossimo.
La signora Clara Mauri, ch'è la più attempata tra le due, è una
portentosa mole di femmina. A cominciare da' capelli, che, tra suoi
e non suoi, le fanno una montagna sulla fronte, per finire col piede
che voluttuosamente riposa sopra un piumino, tutto è in lei grandioso,
sovrabbondante. Il singolare si è che con questa esuberanza di forme
la signora Clara si è fitta in capo di essere romantica e sovente
trae profondi sospiri dal petto, il quale in siffatti suoi eccessi di
sentimentalismo si contrae e si gonfia a guisa d'un mantice, producendo
una rivoluzione nelle numerose pieghe del vestito ch'ella vorrebbe
liscio e aderente alle membra come una buccia di cocomero, e che
invece per colpa della sarta è sempre ondeggiante come Il fogliame d'un
cavol fiore. La signora Clara è incrollabile nella convinzione di aver
trentacinque anni e ama far cadere il discorso su questo argomento, e
dice con aria compunta: -- Non son più giovane; ho trentacinque anni.
-- Per mantenere le proporzioni di età, la Nella, che è la primogenita
della famiglia, ha dovuto arrestarsi sui diciotto, con grande stupore
della Matilde, la quale non sa intendere come in un paio d'anni
ella diverrà coetanea della sorella maggiore, e con non meno grande
meraviglia del signor Bernardo, che s'avvede d'esser solo a invecchiare
nella casa. La signora Clara a' suoi tempi poteva passare per una
bella donna. E invero il signor Bernardo che, mingherlino com'era,
amava le femmine massiccie, l'aveva presa proprio per inclinazione. A
sentir le male lingue, quel suo matrimonio era stato fatto -honestatis
causa-, e per dare un editore responsabile a certa bambina che s'era
presa la libertà di nascere senza il consenso de' superiori; ma
noi non porgeremo benevolo ascolto alla maldicenza. Comunque sia,
la Nella, ch'era appunto la bambina in discorso, si è ormai posta
in regola col Codice civile, e queste investigazioni sul passato
son vere indiscretezze. La Nella che, ufficialmente, ha 18 anni, ne
conta invece 23 sonati ed è una ragazza tutta smorfie e caricatura,
sempre a due dita dallo svenimento e dalle convulsioni, alta, smilza,
pallida, di fisonomia piuttosto poco simpatica che brutta. È bionda,
cogli occhi un tantino cisposi, e una bocca così grande che par la
linea dell'equatore. Del resto con un po' di buona volontà si potrebbe
metterla fra le donne passabili, se l'affatturato di ogni sua posa e
d'ogni movenza non disgustasse profondamente. Tra madre e figliuola
regna un accordo perfetto, in ispecie quando si tratti di dichiarare
che nessuno le uguaglia in delicatezza di sentimenti.
-- È fredda, anzi freddissima, -- esclamava con accento convinto la
signora Clara. -- Io nelle sue condizioni avrei preso una malattia di
tre mesi....
-- E poi -- rispondeva in tuono compunto la figliuola -- anche con noi non
ti pare che dovrebbe essere più espansiva? Vedersi accolta con questa
premura!... Invece appena risponde, appena ci guarda.
-- Ma se non ha nemmeno notato ch'io mi son vestita a bruno da capo a
piedi per andarle incontro.
-- E quando le ho offerto di respirare un'ampolla di essenze, mi ha
appena ringraziato coi denti stretti....
-- Eh! Nella mia, a questo mondo si semina il bene e si raccoglie il
male.... Non tutti sentono nella stessa maniera....
-- Ehi! si va a pranzo si o no? -- Questa domanda prosaica era mossa dal
signor Bernardo che si trovava nell'andito.
-- Quel benedetto uomo di tuo padre è sempre lo stesso, -- sclamò la
signora Clara, rivolta alla figlia; -- per me il pranzo è l'ultima cosa,
per lui la prima.
-- Oh! padrone mie riveritissime, -- esclamò con voce gioviale il signor
Bernardo entrando nella stanza, in cui credeva di veder radunata
l'intera famiglia. Ma quando s'accorse che non v'erano se non sua
moglie e la Nella, allungò il muso e, cambiando registro, chiese: -- Ove
sono la Matilde, l'Angelina e l'Amalia?
-- Verranno, verranno, datevi pace, -- rispose la degna consorte; -- o che
vi fa male trovarci sole?
-- Per carità, non mi fate delle vostre solite, chè non ho punto voglia
di piagnistei.
-- Belle maniere, ammirabili.... Auff! che uomo!... Almeno in queste
giornate dovreste avere un po' più di riguardo.
-- Eh? -- proruppe con un accento di vera meraviglia il signor Bernardo,
che non poteva intendere tanta afflizione della moglie per la perdita
della cognata. Poi alzando le spalle si avviò verso l'uscio. Sennonchè
in quel momento l'arrivo della minestra, e l'aspetto giocondo
dell'Amaliuccia, che saltellante veniva dietro alla serva, mutarono il
corso alle sue idee. Di lì a pochi secondi entrarono nella stanza anche
la Matilde e l'Angelina, e tutti sedettero a tavola. L'Angelina prese
posto fra la Matilde e il signor Bernardo. Aveva asciugato le lagrime
e ravviati i capelli sulla fronte; era accurata del vestito e composta
della persona, chè il dolore non poteva toglierle la grazia nativa.
Ben se ne avvidero la signora Clara e la Nella, e si bisbigliavano
all'orecchio: -- Che lusso! -- La Nella s'era accostumata a non credere
più avvenente di lei la Matilde, e a giudicare effetto di quel suo fare
poco rimesso gli sguardi che le rivolgevano a preferenza gli studenti
della città nel passar sotto le finestre di casa Mauri per recarsi in
campagna; ma la superiorità dell'Angelina era così visibile che ella
non poteva, se non riconoscerla, non presentirla. Forse col tempo e con
l'opera di sottili ed arguti ragionamenti la si sarebbe persuasa, come
sempre, di esser la più bella e la più garbata tra le fanciulle del
paese; ma adesso l'Angelina si atteggiava come una rivale pericolosa,
ed è agevole immaginarsi se la Nella potesse farle buon viso. E madre e
figliuola tacitamente consentivano di non risparmiarle, in quanto fosse
da loro, umiliazione veruna.
Il pranzo procedette silenzioso: l'Angelina mangiava pochissimo, e
rispondeva solo con qualche cenno del capo alle domande che le venivano
mosse. Sennonchè, quando si fu alle frutta, non so quale facezia del
signor Bernardo, che usava ogni amorevolezza alla nipote, valse a
rischiararle per un momento la fronte e a farla sorridere a fior di
labbra. Aveva diciotto anni!
Ma la benevola zia, che teneva in pronto lo strale, stimò giunto
l'istante di slanciarlo e, rivolta al marito, gli disse:
-- Come siete delicato, Bernardo! Vi paion giorni questi da tormentare
l'Angelina co' vostri scherzi? --
La povera giovinetta intese il senso maligno di quelle parole; si fece
rossa rossa in viso, allontanò con una mano il piatto di frutta che le
stava dinanzi, e si pose l'altra sugli occhi per rattenervi le lagrime
che ne scendevano copiosamente.
-- Vedete che cosa ci avete guadagnato, l'avete fatta piangere; --
disse la signora Clara al marito, alzandosi di tavola, mentre la Nella
estraeva di tasca la sua solita bottiglia di essenze.
-- Che colpa ci ha il babbo? -- chiese ingenuamente l'Amalia, e il signor
Bernardo proruppe anch'egli:
-- Mi pare che potreste un po' tacere, mia cara signora moglie, e non
farmi perdere la pazienza
-- Che uomo! che uomo! -- borbottò la signora Clara, e uscì della stanza
con la Nella, chiudendo dispettosamente l'uscio dietro a sè.
La Matilde non aveva proferito parola; ma lo sguardo di rimprovero
da lei lanciato alla madre palesava a sufficienza ciò che si passasse
nell'animo suo.
III.
Di quanti fastidii dovesse essere amareggiata l'esistenza dell'Angelina
nella sua nuova dimora, ognuno potrà di leggieri immaginarlo. Pure
alla malignità della zia, alla invidia stizzosa della cugina maggiore,
ella non opponeva che una calma amorevole, e cercava di confortarsi
nell'affetto del signor Bernardo e in quello vivissimo che le
portavano Matilde ed Amalia. L'intimità con la Matilde cresceva ogni
dì, perchè la buona ragazza si mostrava tanto più sollecita verso
la cugina, quanto più s'accorgeva dei bisbetici umori di sua madre
e di sua sorella. L'Angelina non era per lei soltanto un'amica, una
confidente; era un tipo, sul quale ella aspirava di modellarsi e
che facea tanto contrasto con l'artificiale di alcune persone di sua
famiglia, ch'ella, anima candida e ingenua, non poteva non sentirvisi
attratta con un misto di tenerezza e di riverenza. E poi l'Angelina
non poteva ella esser maestra alla Matilde? All'educazione di questa
non aveva preseduto una madre ornata di tutti que' pregi onde acquista
gentilezza la donna; nè il signor Bernardo, gran galantuomo, ma tutto
assorbito dalle sue faccende e corto d'intelligenza anzichè no, poteva
reggere al confronto del padre dell'Angelina riputatissimo, oltre che
per la onesta operosità della sua vita, anche per la coltura generale
del suo spirito. La Matilde, poveretta, uscita di collegio sapendo,
come accade, un pochino di tutto e nulla bene, pendeva attonita dal
labbro dell'Angelina, che non era certo un'arca di scienza, ma aveva
cognizioni meglio digerite, e di cui ella sapeva meglio rendersi conto,
perchè ne aveva inteso discorrere nella sua famiglia e vi aveva pensato
nei silenzî della sua cameretta. Le due ragazze lavoravano insieme,
insieme leggevano, e si ripassavano insieme le loro lezioni di musica.
Avevano il medesimo maestro; ma l'Angelina era ormai espertissima
sonatrice, e una sera in casa Mauri, dinanzi ad una ventina di persone,
toccò il cembalo con tanta arte e tanta passione, che tutti ne rimasero
attoniti e la Nella ne andò sulle furie. Perchè, in fatto di musica,
ella presumeva assaissimo, in ispecie per una certa sinfonia degli
-Arabi nelle Gallie-, ch'ella sonava a memoria e che faceva andare
in visibilio sua madre. Ora gli elogi fatti alla cugina la punsero
proprio sul vivo, e da quella volta non vi furono più trattenimenti
musicali in casa Mauri, e la Nella si recava invece con la genitrice
in qualche società amica a buscarsi applausi co' suoi -Arabi nelle
Gallie-. Tutte cose che davano molto sui nervi alla Matilde e
pochissimo all'Angelina, la quale presceglieva che la lasciassero
cheta nella sua stanza e non le togliessero la cara compagnia della
Matilde, della sua -indivisibile-, come ironicamente la chiamavano in
famiglia. La piccola Amalia aveva preso anch'ella a volere un gran bene
all'Angelina che si prendeva tanta cura di lei, e ogni mattina, prima
ch'ella andasse alla scuola, le allacciava il vestito e il nastro del
suo cappellino di paglia, e ogni sera le faceva leggere di così belle
novellette e la sovveniva di consiglio e d'aiuto in quello scabroso
affare delle -aste-, che le parevano il non -plus ultra- della scienza
umana. Onde la vispa bambina, quando era in casa e non poteva correre
e saltare pel cortile, saliva volentieri nella stanza dell'Angelina e
vi passava delle buone mezz'ore, comunicando parte della sua schietta
ilarità alle due ragazze, che stavano confidandosi i molesti sentimenti
del loro animo. Così in casa Mauri s'eran disegnati due gruppi, uno
della signora Clara e della sua primogenita, l'altro della parte più
giovane della famiglia; ed a questo gruppo più giovane, più ingenuo,
più franco, il signor Bernardo veniva a chiedere qualche minuto di
distrazione. Pover'uomo! Ingolfato in un pelago d'affari superiori
alla sua intelligenza ed alle sue forze, ignaro egli stesso se fosse
ricco quanto alcuni credevano, il suo umore naturalmente gioviale
aveva perduto il suo brio, e non sapeva più trarre argomento di riso
dalle freddure della consorte. La quale ora più che mai lo infastidiva
con le sue nenie, e lo diceva ironicamente ammaliato anch'egli
dall'Angelina, e lo rimproverava a bassa voce di aver introdotto in
casa una serpe, che con tutte le apparenze della dolcezza e della
santità metteva la disunione in famiglia. Certo che se v'era accusa
infondata l'era appunto questa. L'Angelina s'era mostrata buona,
amorevole, piena di cortesie e di delicati riguardi per tutti di casa,
e se l'accoglienza della zia le rendeva più cari i silenzî della sua
stanza e la compagnia di quelli che veramente l'amavano, non una parola
acerba l'era sfuggita dal labbro, non una rampogna, non un lamento.
Forse ella non s'accorgea delle offese che perchè il cuore le diceva:
-- Perdona. -- Ma soffermiamoci alquanto, se il lettore ce lo consente,
a dipingere questa gentile fanciulla, che è pur la protagonista del
nostro racconto, e della quale non ancora ci siamo occupati con un poco
d'agio. Così un pittore che ha segnato nella mente i contorni d'una
soave figura tiene in pronto per ritrarla la matita e il pennello,
ma temendo sempre ch'ella non gli riesca quale l'ha nello spirito,
si occupa intanto degli accessori del quadro e serba per ultimo la
difficile prova. L'Angelina era alta della persona, ma non più che
a donna si convenisse; bianchissima la carnagione, e ben tornite
le membra; i folti capelli, di un biondo che traeva al castagno, le
si spartivano docili sulla fronte nè ampia troppo, nè angusta; gli
occhi avea bruni e profondi e leggermente velati da quella specie
di nebbia vaporosa, che tanto dona di voluttà e di mistero; l'arco
delle ciglia bello e corretto, quale avrebbe potuto desiderarlo uno
spasimato dell'arte greca. Contuttociò l'Angelina non era una Venere.
I critici più sottili avrebbero potuto notare in lei qualche linea
del volto troppo rigida e risoluta, e la bocca, che pur si fregiava di
candidissimi denti, un tantino più grande del necessario, e il mento
non affatto perfetto. Sennonchè il migliore di lei veniva dall'anima.
Un pensiero, un affetto, una passione che le colorasse le guance,
o le strappasse un gesto, un sospiro, un sorriso, raddoppiava nella
giovinetta i pregî della fisonomia e della persona. Lettore, tu se'
troppo pratico di siffatte bisogne, e io non debbo ammonirti che, senza
questi chiaroscuri della espressione, la bellezza è cosa statuaria
e non più, è il marmo, in cui Pigmalione tenta invano d'infonder la
scintilla vitale. E quale di noi, se fu colpito da un vago sembiante
di donna, non attese con ansioso desiderio che il volto leggiadro o
lampeggiasse d'un riso, o si ottenebrasse per cura importuna? V'ha
però anche nell'espressione un confine, oltre il quale l'allegria
diventa sguaiataggine, il dolore diventa spasimo e delirio. Soltanto in
certe nature privilegiate, e l'Angelina era tra quelle, questa misura
può serbarsi senza sforzo, senza violenza, per un innato istinto del
bello e dell'armonia. L'Angelina era educata a tutte le squisitezze
del sentimento, e le corde delicatissime dell'anima sua vibravano ad
ogni tocco leggiero; pure la ingenua grazia, ch'era parte di lei, non
si scompagnava mai da' suoi atti e dalle sue movenze. Ella non aveva
d'uopo dello specchio per raccogliere entro la bruna rete di seta il
fitto volume della sua chioma, senza che ne scappasse fuori un capello,
o per allacciarsi il vestito senza tradire la fretta o la negligenza.
Chi la vedeva di volo non poteva a meno di esclamare: -- Com'è elegante!
-- Chi la osservava più riposatamente doveva dire: -- Com'è semplice! --
Una tinta di dolce malinconia soleva esserle diffusa pel volto, non di
quella malinconia querula e dispettosa che tedia gli altri e sè stessi;
ma di quella che trae origine da un'indole riflessiva, e non esclude
le serene allegrezze della vita e la spontanea compartecipazione ai
piaceri altrui. Saper partecipare ai dolori è nobilissima, ma non è
compìta virtù; le anime elette sanno partecipare come agli affanni,
alle gioie, come ai timori, alle speranze, come alle lagrime, al
riso. Nel breve corso de' suoi diciott'anni l'Angelina aveva molto
goduto e sofferto, e l'esperienza aveva nutrito in lei quella soave
disposizione alla simpatia che stringe di cari nodi gli umani. Oh!
la vita le si era pur dischiusa gioconda; nè carezze, nè agî erano
mancati alla sua cuna. Ella si ricordava ancora la casa ove nacque,
e il giardinetto ove correva bambina vigilata dall'attento occhio
materno. Si ricordava l'allegro salottino del pian terreno, ove suo
padre alzandola fra le braccia le faceva ammirare attraverso i vetri
colorati delle imposte le aiuole bizzarramente tinte di giallo, di
rosso, di violetto; mentre la genitrice, giovane, bella, elegante,
moveva rapidissime le agili dita sui tasti del pianoforte, e la
Filomena accomodava i fiori freschi nel vaso di -Sèvres- posto sul
tavolino. Indi il pensiero le tornava a una notte angosciosa, nella
quale certi figuri dal volto sinistro avevano frugato ogni angolo
della casa, e condotto con loro il padre di lei, l'uomo amato, riverito
da tutto il paese. E si ricordava di sedici lunghi mesi trascorsi in
febbrile ansietà e della domanda da lei rivolta un giorno alla madre:
-- Il babbo ha egli fatto qualche cosa di male che ce l'hanno condotto
via con sì cattiva maniera? -- A cui quella, divinamente infiammandosi
in viso, aveva risposto: -- Oh! no, fanciulla mia, tu non la puoi capire
la ragione, per la quale il tuo babbo è tribolato; ma sappi ch'egli
aveva in mente di gran belle cose, e che tu devi volergli più bene
di prima. -- Ma tornerà presto? -- Oh se tornerà! -- Il dì del ritorno è
venuto: oh, quanto era bello! Avvenimenti incredibili si erano successi
con la rapidità della folgore, una vita nuova pareva commuovere la
città, le bandiere tricolori sventolavano da ogni finestra, le piazze,
le vie erano gremite di gente, era un abbracciarsi, un baciarsi,
un correre, un saltare a guisa di forsennati. Quand'ecco tra il
suono di allegre fanfare, tra le acclamazioni di un popolo immenso,
avanzarsi, agitando i fazzoletti, un gruppo d'uomini dall'aspetto
pallido e macilento, dal vestire dimesso, ma raggianti le fisonomie
di commozione e di gioia. Ed ella e sua madre in mezzo a quel gruppo
avevano ravvisato un caro volto, avevano segnato un punto in mezzo a
quella mobile onda di teste, e correndo a precipizio giù dalle scale,
e fendendo la folla che spontanea e riverente si apriva a far largo,
avevano toccato quel punto, s'erano gettate fra le braccia dell'uomo
sospirato affannosamente per sedici lunghi mesi. Come il babbo suo
l'aveva trovata grande, e seria, e giudiziosa! Non era più la bambina
che voleva ad ogni istante esser sollevata da terra per veder le
aiuole del giardino attraverso i vetri colorati del salotto: quei
sedici mesi ne avevano fatta un'altra persona, tutta riflessiva e
pensosa. Pure così ella era cresciuta felice, piena l'anima d'affetti
e d'armonie, adorando i suoi genitori e da loro trepidamente adorata.
Delle sue amiche la più cara era la Matilde, quantunque avesse due
anni meno di lei, e fosse d'indole più chiassosa e più inchinevole
ai giuochi dell'età sua; ma la bontà dell'animo, la quale avevano
comune, creava tra loro un vincolo indissolubile di simpatia. La Nella
non le piaceva, nè ella piaceva a lei, e sua madre e sua zia erano
di natura così diversa, che le due famiglie non potevano vivere in
una certa intimità. Sennonchè, quando il padre venne a morire, e la
genitrice ebbe l'interno presentimento che di corto dovrebbe seguirlo,
un pensiero terribile angustiò la povera donna: quello dell'abbandono,
in cui sarebbe restata la sua figliuola. E mandò pel cognato, tutore
dell'Angelina fino dalla morte del fratello, e a lui raccomandò
l'orfana derelitta, e che la prendesse in sua casa, e l'avesse in conto
di una sua creatura. Di che, assicurata da lui, spirò più tranquilla.
L'Angelina aveva una piccola sostanza, co' frutti della quale poteva
supplire alle spese del suo mantenimento e provvedersi quel poco di
vestiario che le occorreva; onde, seppur ella era ospite dello zio, non
era però di peso a nessuno: chè, se fosse stato altrimenti, non v'ha
dubbio che quell'anima caritatevole della signora Clara glielo avrebbe
ricordato dieci volle al giorno; non senza spacciare a' quattro venti
la propria magnanimità. Felice lei, chè così non apprese quanto sappia
di sale lo pane altrui, e parendo beneficata le fu più agevole di
essere benefattrice.
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
32
33
34
35
36
37
38
39
40
41
42
43
44
45
46
47
48
49
50
51
52
53
54
55
56
57
58
59
60
61
62
63
64
65
66
67
68
69
70
71
72
73
74
75
76
77
78
79
80
81
82
83
84
85
86
87
88
89
90
91
92
93
94
95
96
97
98
99
100
101
102
103
104
105
106
107
108
109
110
111
112
113
114
115
116
117
118
119
120
121
122
123
124
125
126
127
128
129
130
131
132
133
134
135
136
137
138
139
140
141
142
143
144
145
146
147
148
149
150
151
152
153
154
155
156
157
158
159
160
161
162
163
164
165
166
167
168
169
170
171
172
173
174
175
176
177
178
179
180
181
182
183
184
185
186
187
188
189
190
191
192
193
194
195
196
197
198
199
200
201
202
203
204
205
206
207
208
209
210
211
212
213
214
215
216
217
218
219
220
221
222
223
224
225
226
227
228
229
230
231
232
233
234
235
236
237
238
239
240
241
242
243
244
245
246
247
248
249
250
251
252
253
254
255
256
257
258
259
260
261
262
263
264
265
266
267
268
269
270
271
272
273
274
275
276
277
278
279
280
281
282
283
284
285
286
287
288
289
290
291
292
293
294
295
296
297
298
299
300
301
302
303
304
305
306
307
308
309
310
311
312
313
314
315
316
317
318
319
320
321
322
323
324
325
326
327
328
329
330
331
332
333
334
335
336
337
338
339
340
341
342
343
344
345
346
347
348
349
350
351
352
353
354
355
356
357
358
359
360
361
362
363
364
365
366
367
368
369
370
371
372
373
374
375
376
377
378
379
380
381
382
383
384
385
386
387
388
389
390
391
392
393
394
395
396
397
398
399
400
401
402
403
404
405
406
407
408
409
410
411
412
413
414
415
416
417
418
419
420
421
422
423
424
425
426
427
428
429
430
431
432
433
434
435
436
437
438
439
440
441
442
443
444
445
446
447
448
449
450
451
452
453
454
455
456
457
458
459
460
461
462
463
464
465
466
467
468
469
470
471
472
473
474
475
476
477
478
479
480
481
482
483
484
485
486
487
488
489
490
491
492
493
494
495
496
497
498
499
500
501
502
503
504
505
506
507
508
509
510
511
512
513
514
515
516
517
518
519
520
521
522
523
524
525
526
527
528
529
530
531
532
533
534
535
536
537
538
539
540
541
542
543
544
545
546
547
548
549
550
551
552
553
554
555
556
557
558
559
560
561
562
563
564
565
566
567
568
569
570
571
572
573
574
575
576
577
578
579
580
581
582
583
584
585
586
587
588
589
590
591
592
593
594
595
596
597
598
599
600
601
602
603
604
605
606
607
608
609
610
611
612
613
614
615
616
617
618
619
620
621
622
623
624
625
626
627
628
629
630
631
632
633
634
635
636
637
638
639
640
641
642
643
644
645
646
647
648
649
650
651
652
653
654
655
656
657
658
659
660
661
662
663
664
665
666
667
668
669
670
671
672
673
674
675
676
677
678
679
680
681
682
683
684
685
686
687
688
689
690
691
692
693
694
695
696
697
698
699
700
701
702
703
704
705
706
707
708
709
710
711
712
713
714
715
716
717
718
719
720
721
722
723
724
725
726
727
728
729
730
731
732
733
734
735
736
737
738
739
740
741
742
743
744
745
746
747
748
749
750
751
752
753
754
755
756
757
758
759
760
761
762
763
764
765
766
767
768
769
770
771
772
773
774
775
776
777
778
779
780
781
782
783
784
785
786
787
788
789
790
791
792
793
794
795
796
797
798
799
800
801
802
803
804
805
806
807
808
809
810
811
812
813
814
815
816
817
818
819
820
821
822
823
824
825
826
827
828
829
830
831
832
833
834
835
836
837
838
839
840
841
842
843
844
845
846
847
848
849
850
851
852
853
854
855
856
857
858
859
860
861
862
863
864
865
866
867
868
869
870
871
872
873
874
875
876
877
878
879
880
881
882
883
884
885
886
887
888
889
890
891
892
893
894
895
896
897
898
899
900
901
902
903
904
905
906
907
908
909
910
911
912
913
914
915
916
917
918
919
920
921
922
923
924
925
926
927
928
929
930
931
932
933
934
935
936
937
938
939
940
941
942
943
944
945
946
947
948
949
950
951
952
953
954
955
956
957
958
959
960
961
962
963
964
965
966
967
968
969
970
971
972
973
974
975
976
977
978
979
980
981
982
983
984
985
986
987
988
989
990
991
992
993
994
995
996
997
998
999
1000