Avvenne col tempo ciò che suol sempre accadere in siffatti casi. Stimolato con più sapiente energia, il suolo rese di più: le derrate riuscirono di miglior qualità e trovavano prontissimo spaccio su tutti i mercati. Quindi si raddoppiò la lena, e allo sciopero del momento tenne dietro un'attività non interrotta. A poco a poco macchine e contadini finirono col mettersi d'accordo, quasi diremmo col prendere ad amarsi. È noto come nei paesi industriali gli artigiani nutrano una speciale affezione per le loro macchine: la celerità, la precisione, con cui que' complicati congegni accudiscono al loro ufficio, hanno qualche cosa che seduce ed affascina, e l'artigiano nell'accarezzare la manovella che gli sta dinanzi, tributa un omaggio indiretto alla potenza dello spirito umano. I rozzi coloni della villa, per quanto venissero sollecitati a respingere le -invenzioni del demonio-, non poterono alla lunga sottrarsi ad un certo senso di riverenza, il quale, se non altro, valse a ridare la pace a quei luoghi, un di sì tranquilli e allora agitati da sì bollenti passioni. X. E da questa pace il conte Alberto trasse animo a proseguire nel suo generoso apostolato. Non ultima cagione della miseria dei contadini è il loro difetto di previdenza e la mala abitudine di prendere a fido le derrate necessarie al loro mantenimento. È una consuetudine doppiamente funesta: prima di tutto perchè espone que' poveri villici alle frodi de' trafficanti, i quali sanno risarcirsi ad usura del ritardo posto ai rimborsi; poi perchè quel comperare senza spendere seconda maggiormente gl'istinti dello scialacquo, e solletica in certo modo la vanità personale del contadino che ci mette amor proprio nel -trovar credito-. Non si può dir quante famiglie siansi ridotte all'estremo dell'indigenza mettendosi su questa via sdrucciolevole. Le polizze ingrossano, il merciaio ne esige il pagamento, e si rifiuta a fornire i suoi generi al debitore tapino; poi vengono gli atti, le oppignorazioni, ec., ec. Come nell'infanzia dei popoli, così nei primi rudimenti dell'educazione individuale convien far precedere l'idea e la pratica del risparmio a quella del credito; se no, fa d'uopo rassegnarsi alla giudiziosa interpretazione de' nostri villici, i quali sono singolarmente mortificati, quando non restino oppressi sotto il peso dei debiti. A sottrarre i suoi coloni alle conseguenze del funesto sistema, Alberto si fece iniziatore d'una di quelle istituzioni che in Inghilterra, in Francia, in Germania sorgono per impulso spontaneo del popolo, e fondò nella tenuta un deposito di derrate alimentari, che dovevano spacciarsi ai contadini della villa con un piccolo soprappiù di prezzo del costo. V'era però fissa la norma che non vi si farebbe mai credito. Dopo ciò, nuovi cicalecci e nuovi clamori. Il nobilume, che vegetava tristamente nei dintorni sospirando invano il tempo che fu, levò un grido di scandalo allorchè vide scender sì basso un successore dei ***. -- Oh nipoti degeneri! Quando mai un aristocratico puro sangue, un castellano dal blasone incontaminato avrebbe accudito all'umile ufficio di bottegaio? È questa la beneficenza spilorcia, subentrata alla larghezza di quelli che profondevano l'oro sul loro cammino? Un giorno i nobili, abbassando il guardo dai cocchi dorati, inebriavano le plebi con un benigno sorriso, e le plebi si stimavan felici per un solo accento ad esse rivolto. Ormai questi novatori hanno rotto la diga che li separava dal popolo; le acque del torrente si son rovesciate sui campi: quando sarà che si arrestino? -- Così parlava, profetando sventure, il partito -legittimista- del luogo, il quale, visto la mollezza del parroco e dell'altre autorità paesane, raccoglievasi nei mesi d'autunno presso la baronessa Marina, ch'era la più -coduta- fra le -bestie ragionevoli- del villaggio. Però niuno sapeva proporre un modo di mettere argine al male, per opporsi alla propaganda -diabolica- del conte Alberto sarebbe stato mestieri di spender quattrini, e allorchè si toccava questa corda raffreddavasi d'assai lo zelo de' campioni dell'altare e del trono. I -moderati- avevano anch'essi la loro paroletta di biasimo circa l'ultimo provvedimento del conte. -- E' bisogna vivere e lasciar vivere, -- dicevano alcuni; -- che ragione c'era di levar gli avventori a' bottegai del villaggio, i quali son qui da tanto tempo e non hanno altra entrata che la loro industria? Perchè cacciarsi dappertutto? Sarà a fin di bene, lo vogliamo credere; ma in questo caso, per esempio, gli è certo che si fa del male a delle famiglie.... -- Quanto a' due bottegai che avevano a subire la pericolosa concorrenza della nuova istituzione, essi stimarono di non poter prendere miglior partito che quello di domandare l'immediato rimborso de' loro crediti a quelli fra i villici che gli avevano privati della loro ricorrenza, minacciandoli di ogni sciagura ove non fossero pronti a pagare. E la minaccia avrebbe sortito il suo effetto, se Alberto, senza por tempo in mezzo, non avesse liquidato egli stesso le polizze de' suoi coloni, mandando a vuoto la tattica degli avversari e insieme placandone l'ire con l'insperato rimborso. A fin d'anno il conte chiamò a sè i suoi contadini. -- Miei cari, -- egli disse, -- quando io ho fondato quel magazzino di derrate alimentari, che diede tanto a discorrere, io non lo feci davvero per guadagnarci; mi premeva soltanto che trovaste da vivere più a buon mercato, e vi persuadeste con l'esperienza della virtù del risparmio. Se nello stesso tempo ho pagato i vostri debiti a' bottegai, di cui eravate avventori, lo feci perchè mi sembrava cosa dicevole e per gl'interessi altrui e per la reputazione vostra, non perchè intendessi farvi una carità; secondo me, la carità non deve farsi che quando non vi sia proprio altro modo di giovare al suo prossimo, e la mia era un'anticipazione, non un regalo. Voi cessavate di esser debitori degli altri divenendo debitori miei. Non ve ne sbigottite, ve ne scongiuro. In primo luogo io sono un creditore che aspetta; poi questo vostro debito è per alcuni annullato, per tutti diminuito. Ed ecco in qual modo. A malgrado de' prezzi mitissimi, a' quali si vendevano i generi nel mio magazzino, a malgrado delle mercedi che ho dovuto pagare, pure ne rimaneva un discreto utile, e questo utile veniva a voi, perchè, vi ripeto, io mi sono assunto l'ufficio di vostro mandatario e non più. Or bene, ripartendo il profitto in ragione delle somme spese da ciascuno di voi, ho posto le singole quote a fronte del vostro debito nel modo che vedrete dai conti che vi saranno consegnati or ora. Quelli tra voi che non avevano alcun debito da soddisfare, sono invece miei creditori e io pagherò loro l'importo ch'essi devono avere. Io spero che voi non sarete malcontenti della mia amministrazione, quantunque io la creda imperfetta da molti lati e soprattutto nel riparto degli utili. Vorrei che voi stessi poteste mettere insieme tanta moneta quanta bastasse a fare la speculazione da voi; allora in fin d'anno il profitto andrebbe diviso proporzionatamente alla somma da voi investita nell'operazione, e ciò sarebbe molto più giusto che non proporzionarla alla spesa. Ma chi principia convien si rassegni a far le cose a mezzo, e l'essenziale è per me di mettervi sulla buona strada. -- Ora concedetemi di ribatter le accuse che mi si fanno per essermi ingerito in siffatta bisogna. V'assicuro ch'io non ne sono pentito punto. Due o tre bottegai ne saranno stati danneggiati, lo ammetto; ma, d'altra parte, quante persone non n'ebber vantaggio? Gli è un conto semplice. Voi qui della villa siete, mettiamo, cinquanta famiglie. Ora se ogni famiglia ha potuto risparmiare 20 centesimi al giorno comperando gli alimenti più a buon mercato, ne viene che fra tutti ci avete guadagnato in 360 giorni 3,600 lire. È come se vi fossero state regalate, ma con la differenza massima che le vi vengono per diritto e non avete a ringraziarne nessuno. Però tiriamo innanzi. Queste 3,600 lire le avete forse nascoste sotterra? No: ve ne siete valsi per procurarvi qualche agiatezza di più, per provvedere a bisogni meno urgenti delle vostre famiglie; ma a tal uopo vi fu pur necessario di fare degli acquisti; onde vedete che se una o due botteghe ne hanno sofferto, ve ne sono invece che se ne avvantaggiarono, dimodochè pensando all'utile vostro non avete fatto il male altrui. Può darsi invero che alcuno di voi, anzichè spendere tutto il danaro risparmiato, lo abbia messo a frutto, ed io non potrei che approvare questo pensiero. Ma non crediate che una somma messa a frutto voglia dire una somma resa inoperosa: tutt'altro. Tanto le Casse di Risparmio quanto i privati che ricevono tali depositi, sanno trarne partito e farlo circolare con utilità generale. Inoltre non si dà un capitale in mano di terze persone se non per ritirarlo al momento opportuno, e comprendete quindi che verrà tempo in cui, adoperando il vostro danaro, alimenterete in proporzione delle vostre forze qualche industria, dando da guadagnare ad altri. In conclusione, statevi con animo riposato, e abbiate per fermo che quegli, il quale con modi onesti attende a migliorare le sue condizioni, non nuoce, ma giova sempre alla società. -- XI. Era cosa naturalissima che nel villaggio di *** non vi fossero libri. Il solo stampato reso di pubblica ragione era il giornale ufficiale di ***, il quale era letto da tre persone per tre differenti motivi. Il dottore lo scorreva per istare in giorno delle faccende politiche, il deputato comunale per iscarico di coscienza, e il farmacista, che aveva un figlio nella carriera de' pubblici impieghi, vi cercava la rubrica delle nomine.... Pur troppo il foglio ufficiale era molto scemo, e se i contadini non avessero avuto prospettiva di miglior lettura potevano far a meno di andare alla scuola. Questa condizione deplorabile suggerì al conte un pensiero arditissimo: quello cioè di fondare una biblioteca popolare ad uso de' suoi coloni. Si procurò a poco a poco alcune operette semplici ed istruttive, alcuni romanzi morali, e gli andava prestando a quelli tra i villici che ne mostrassero desiderio, offrendosi ad un tempo a spiegar loro quelle cose che non potessero intendere. Non fu opera d'un giorno il destar l'amore della lettura in quegli spiriti rozzi, usi a volgari sollazzi; ma chi propugna una causa buona non può fallire allo scopo quando abbia pazienza, giacchè il bene ha in sè una virtù indistruttibile che lo fa germogliare alla lunga ne' terreni più sterili e più disadatti. E la lettura d'un buon libro pone in movimento tante corde dell'anima, che chi ha cominciato a prendervi gusto non può vincere il fascino e smettere la contratta abitudine. Veder de' contadini con un libro in mano è cosa sì rara, ed era una novità di tal fatta nel paese di *** che se ne fecero mille commenti. -- Guarda che dotti, -- dicevano; -- adesso sì che lavoreranno la terra per bene. -- Ma che brava gente, -- bisbigliava un altro; -- prima maestri di musica, adesso dottori. L'è proprio la strada per diventar contadini di garbo! -- Però a queste accuse rispondeva trionfalmente la florida condizione della tenuta, la quale e per la varietà delle culture e per la quantità dei prodotti era raddoppiata di pregio, dacchè il conte l'aveva avuta in retaggio. E quando fu annunciata un'esposizione agraria in una città non molto discosta dalla villa, il conte Alberto volle egli pure concorrervi, quantunque nel paese non vi fosse idea veruna di siffatte cose, e nessun altro prima di lui avesse mandato i suoi prodotti ad alcuna esposizione. Ed anche nella città di *** parve singolarissimo che venisse un espositore da ***, e più singolare ancora ch'egli fosse degno di premio: onde nel conferirgli la medaglia i giudici si rallegrarono vivamente col giovane signore per la coraggiosa iniziativa. Il conte nel parlarne a' suoi contadini: -- È una lode, -- disse, -- che viene in gran parte a voi, mentre tutte le mie idee sarebbero morte infeconde se mi aveste negato l'opera vostra. E ormai ch'io spero avervi convinto delle necessità di dare un altro indirizzo all'agricoltura, della necessità di non respingere i nuovi trovati, è mio intendimento di lasciare in vostra mano gran parte di questa faticosa bisogna, e a quelli tra voi che vorranno tentare la prova io concederò in affitto parte delle mie terre. Vi sono dei paesi ove lo stato di fittaiuolo è oltre misura lieto e vi si ammassano fortune notevoli: ivi l'agricoltura è tenuta in onore, e le campagne non sono meno incivilite delle città, perchè si è compreso come la diffusione dei lumi giovi tanto ai superbi quanto agli umili, e come in ogni sfera sociale -sapere è potere-. Io desidero che per merito vostro questa sentenza si avveri anche fra noi, e mi stimerò ricompensato a dovizia delle mie fatiche se, saliti a miglior fortuna, vorrete avermi ancora per consigliero ed amico. -- La profferta del conte inanimò all'esperienza alcuni di quelli che avevano raggranellato qualche danaro, e conforto tutti nella speranza d'un migliore avvenire. Tanto più che Alberto, ben sapendo quanto bisogno di capitali abbia una florida agricoltura, offrì di anticipare egli medesimo, contro un tenue interesse, le somme necessarie, e appianò quindi il formidabile ostacolo che suole rendere inutili le assidue fatiche dei campagnuoli, la mancanza del credito. Nè a questo male grandissimo si ripara efficacemente cogli aristocratici istituti di credito fondiario: conviene scendere un gradino più basso, conviene oltre ai possidenti assistere i fittaiuoli. Se no, è un bel dire: o perchè non fate questo, o perchè non seguile l'esempio della Scozia, dell'Inghilterra? Nerbo di tutto è il capitale, e se gli agricoltori non han modo di procurarselo, bisogna turarsi la bocca e lasciar che le cose vadano di male in peggio. XII. I modi del conte Alberto; la saviezza de' suoi consigli, l'operosità intelligente con cui egli presiedeva alle più minute bisogne, la sua costanza nell'istruire il popolo e nel beneficarlo senza avvilirlo, non potevano a meno di guadagnargli alla lunga la stima e l'affetto de' suoi coloni, a malgrado dei pregiudizî ch'egli aveva feriti, a malgrado dell'ire ch'egli aveva attizzate nei retrivi e nei pigri, i quali non la perdonano mai a chi con l'attività e la pertinacia mette in maggior risalto la loro indole molle, la loro inerzia fastosa. Ma pareva che il conte dovesse eternamente appagarsi del ristretto campo della sua tenuta, pareva che fra lui e il villaggio avesse a sorger perenne una insuperabil barriera, quando un avvenimento, di certo mollo doloroso, giunse a rompere il ghiaccio, a vincere tutte le prevenzioni che tenevano sospesi gli animi di que' rozzi contadini. Era un autunno squallido assai pegli ardori eccessivi del caduto agosto; l'aria era grave e pesante, la natura, ci si conceda la frase, pareva invecchiata innanzi tempo. E in mezzo a quella malinconia di suolo e di cielo cominciò a manifestarsi in *** un'epidemia, la quale, rincrudelita dal caro dei viveri, dal difetto dell'acqua, minacciava di mietere a larga mano le vittime. I vari signori delle vicinanze, quantunque ascritti a un'infinità di confraternite pie, non indugiarono un momento a darsela a gambe, il deputato comunale morì, nè v'era alcuno che provvedesse con sollecitudine ai bisogni del popolo, dove le processioni e lo scampanìo ordinato dal parroco non si credano mezzi sufficienti ad arrestare la diffusione d'un morbo. Il conte Alberto, stimolato dalla gravità del caso a non domandar licenza a chicchessia, prese in mano le redini di quel povero comune abbandonato; cercò con serî provvedimenti di ovviare al contagio; richiamò dalla città un medico di vaglia perchè assistesse il dottore del luogo, obbligandosi a pagarlo egli medesimo; dispose che ogni giorno per tutta la dorata del morbo i più poveri del villaggio avessero dalla sua fattoria una libbra di buona farina, e non esitò a deviare per un istante da' suoi rigidi principî circa la carità. Una donna giovane e bella, la quale perchè moglie e madre mirabilmente intendeva l'ufficio di consolatrice, non peritavasi di entrare nelle case degl'infermi, prodiga di beneficî e di dolci parole; e il suo apparire era salutato come l'apparir d'un raggio di sole fra le tenebre, poichè la bontà è una luce perpetua, è un perpetuo sorriso. Questa donna era la contessa Matilde. Com'ella assistesse i malati, come confortasse gli afflitti, lo dicevano l'amore e la riverenza di que' poveri campagnuoli, i quali, appena il morbo scomparve, si associarono per farle un presente, nè certo la buona signora ebbe regalo più gradito di quello. Nello stesso tempo non appena si trattò di rieleggere il deputato comunale, che moltissimi misero innanzi il nome di Alberto; e sebbene la consorteria retriva menasse un clamore d'inferno, pure non potè far prevalere la propria influenza, e il conte fa acclamato a grande maggioranza di voti. La commozione del sacrestano fu tale all'udir la dolorosa novella, che per due giorni consecutivi egli dovette abbandonar le campane in balìa dei ragazzotti del villaggio, i quali ne facevano il più mal governo del mondo. Il parroco, che essendo nato neutro non aveva la possibilità di diventare apostata, complimentò il nuovo eletto con la stessa effusione che avrebbe manifestato pel Khan dei Tartari, ove questi fosse sorto alla prima dignità politica del paese. Quanto all'organista, convertito ormai all'idee liberali, egli applaudiva a questa nomina come ad una propria vittoria e, a chi gli ricordava le sue opinioni d'un tempo, rispondeva che forse le apparenze lo avranno fatto giudicare a sproposito, ma che nel fondo dell'anima egli aveva sempre amato, desiderato e servito il progresso. I maligni ne dubitavano. Esser deputati comunali d'un magro villaggio non è certo tal carica da insuperbirne. Ma del bene si può farne dappertutto, e chi sdegna di fecondare un piccolo lembo di suolo dicendosi nato a coltivar intere contrade, o trova un comodo appiglio, o presume follemente di sè. Ma, gran Dio! perchè vi sentite l'attitudine a qualche azione grandissima, non farete una opera buona? Gli è come se alcuno non volesse salvare un uomo che affoga, e si scusasse dicendo: -- -Se fossero due!- -- Nel suo ufficio il conte si adoprò ad utili scopi. Ripose su migliori basi la scuola; provvide al miglioramento delle strade esistenti ed alla costruzione di strade novelle; ottenne che la Cassa di Risparmio d'una città vicina affidasse al comune una specie di succursale; istituì una società di mutuo soccorso e una banca mutua fra' contadini, quantunque l'amministrazione avesse estreme difficoltà; estese insomma a tutto il villaggio la propaganda nobile ed illuminata, ch'egli aveva fatto sino allora nella sua tenuta. Fu per le sue sollecitudini che un tronco di strada ferrata venne a passare a poca distanza dal villaggio; fu per suo impulso che parecchî possidenti di que' dintorni si unirono per fondare una società di credito agrario; fu infine per merito suo che sorse nel paese una piccola bottega di caffè, ove un foglio di migliori intendimenti suppliva alla papaverica gazzetta. Guai al nostro lettore se dovessimo descrivere per lungo e per largo tutte le difficoltà che incontravano questi provvedimenti in apparenza sì semplici: la non si finirebbe più. Lo -statu quo- è così dolce, certe idee hanno così profonde radici, che chi vuol combatterle deve prepararsi a lunghe ed ardue battaglie. XIII. Come il conte Alberto e sua moglie potessero viver contenti sepolti là in quel paesuccio, senza rallegrarne almeno la solitudine con le feste e coi lauti banchetti, era un problema per molti. Esser ricchi e non isfoggiare il lusso di fastosi equipaggi, e non udire i trilli modulati delle -prime donne-, e non vedere i voluttuosi atteggiamenti delle ballerine; esser ricchi e non sentirselo dir mille volle al giorno dalla turba parasita dei cortigiani, e non profondere il suo negli specchî di Francia, nelle porcellane di Sèvres e nei vasi del Giappone, e non far la carità al suon di tamburi e trombe; esser ricchi e non andare almeno due volte all'anno a Parigi per ammirarvi i -boulevards- che vengono su come funghi, e la costruzione del nuovo edifizio dell'-Opéra-, è invero un modo assai gretto di comprendere l'opulenza. Peccato che il conte Alberto fosse d'un diverso parere! -- Egli diceva che allietare la propria tavola con la presenza d'un amico è cosa dolcissima, ma mutar la casa in -restaurant- è un assurdo; diceva che le gambe delle ballerine e le gole delle cantanti hanno il loro merito, ma che non val la pena di mutar soggiorno apposta per esse; diceva che i cortigiani sono come le mosche, le quali si danno più pensiero delle vivande che delle persone; diceva che sfarzo non vuol dir eleganza, e carità non vuol dir benefizio; diceva finalmente che gli uomini non devono essere girovaghi come gli organi di Barberia, e che dopo aver viaggiato quanto basta per estendere le proprie cognizioni, fa d'uopo fermarsi stabilmente in un sito, giacchè se movendosi si reca diletto e utile a sè, soltanto stando fermi si giova agli altri. -- Quanto alla Matilde, ella non diceva nulla.... ella era felice. Le sue gioie maggiori erano l'amore di suo marito e de' suoi tre figlioletti; le sue occupazioni erano divise tra le cure della famiglia, il dipingere, l'attendere in parte all'amministrazione della tenuta, l'educare le sue contadinelle. Passava ore dolcissime nel bello e vasto giardino, rallegrato a vicenda dalle limpide acque correnti e dall'ombra di piante vetuste e dall'aperto delle praterie smaltate di fiori. Oh! i fiori ella gli aveva tanto cari e li coltivava ella medesima con sollecito affetto, ma non li voleva spiccati mai dall'aiuole: erano così leggiadri a vedersi là sul loro gracile stelo, era così misteriosa quella lor vita d'un giorno! perchè renderla ancora più breve, perchè scolorire anzi tempo quei petali, su cui la luce si riposava sì varia? All'imbrunire la famigliuola soleva raccogliersi sul margine della riviera che traversava il giardino; i bimbi giocavano sul pendio d'una collinetta vicina, empiendo l'aria di grida festevoli e correndo di tratto in tratto presso i lor genitori a chiedere un bacio o un sorriso. Oh! senza dubbio, i venerabili predecessori d'Alberto, che avevano fatto della villa un convegno galante e qualche volta un nascondiglio delle loro sozzure, sarebbero rimasti a guisa di smemorati vedendo quel tenero idillio. Che cosa -bourgeoise- è la vita domestica! Lo schiamazzo di fanciulli indomiti rintrona l'aria che anni fa mormorava dolcemente alle promesse d'amore: promesse sempre fallite, ma che importa? Fuori che nell'autunno, in cui qualche amico della città veniva a interrompere la solitudine di quel soggiorno, le sale, già echeggianti all'armonie del cembalo e alle cadenze regolate dei balli, risuonavano soltanto dei vagiti d'un bimbo in fasce e degli amplessi d'una madre che gli porgeva le poppe; e la sera, invece del baglior delle faci splendenti su cento bei volti, un'unica lampada concentrava tutto il suo chiarore sopra una tavola, ove una donna lavorava con l'-ago torto- o un uomo era assorto in un libro. Ma qualche volta gli sguardi di quelle due persone s'incontravano, e un sorriso ne irradiava le fronti.... e pensare ch'erano marito e moglie.... che prosa! Eppure Alberto e Matilde vivevano felici. Le anime che vanno in traccia di grandi e continue commozioni, non sono, a nostro credere, le più ricche, ma le più povere. Se ci si concedesse l'immagine, vorremmo assomigliarle a camere disarmoniche, ove la musica più sublime passa inavvertita, senza risonanza, senza eco. Si, vi sono anime che non hanno risonanze. Nessuna impressione è in esse durevole, nessun affetto vi lascia un solco profondo; perciò si trovano sempre vuote e girano scapigliate pel mondo, implorando qualcosa che le scuota, che le ravvivi. L'implorano dai ghiacci del monte Bianco e dall'immensità dell'Oceano, dalle -grisettes- di Parigi e dalle rovine del Campidoglio, dai gorgheggi della Malibran e dalle danze della Cerrito. Ma invano! Il mondo esterno ci appare come un cadavere, se l'anima nostra non sa comunicargli il suo fuoco: qual melodia potrà riprodursi da un'arpa, a cui mancan le corde? Se un giorno la patetica cornamusa non sapesse più rendere i semplici canti della sua Scozia, la crederemmo forse capace d'intuonarci la sinfonia della Semiramide? Oh! davvero chi lascia spegnersi la fiamma interna del cuore e dell'intelligenza e cerca altre fonti di vita, ci ricorda il re Davide che chiamava la bella Sulamite a scaldargli la coltrice, nè pensava che nulla tempera la rigidezza della morte. Quest'orrore d'una esistenza tranquilla, questa smania dell'apparato scenico non è piccola piaga per un paese. È essa che fa convergere tutte le forze verso le capitali, e assottiglia quella schiera d'uomini laboriosi senza schiamazzo che forniscono il loro ufficio coscienziosamente per iscarico d'un dovere, non per sete di plauso. A somiglianza degli edificî la società ha d'uopo soprattutto di fondamenti. Ora ella non si appoggia nè sui facondi avvocati, nè sui medici egregi, nè sui pubblici ufficiali, e nemmeno sugl'ingegni grandissimi. Gli archi maravigliosi del Partenone non rapirebbero d'entusiasmo il pellegrino, ove il genio della Grecia non avesse loro infuso l'attica grazia; ma e' non si reggerebbero sotto il peso di tanti secoli, se non fossero costruiti di solida pietra. Guai alle nazioni se, richieste delle loro glorie, non potessero rispondere che con una filastrocca di nomi; guai alle città se, oltre ai campanili, non potessero additare le case! Date a un popolo agricoltori intelligenti, negozianti ricchi d'iniziativa e d'onoratezza, industriali che abbiano lo spirito aperto alle nuove idee; dategli volghi illuminati che s'inchinino meno innanzi a sconcie superstizioni, ed abbiano una fede più viva nei loro destini, un senso più alto dei loro doveri; dategli donne che plebee o patrizie intendano il loro santo ministero d'amore, e avrete fatto davvero un popolo grande. Onoriamo intanto tutte le opere virtuose, onoriamo l'attività umana in qualsiasi campo ella si eserciti, quando le sia guida la rettitudine degl'intendimenti; bando ai superbi disdegni: come leggera polvere d'oro mista alle sabbie dei fiumi del tropico, forse v'è un filo di poesia in ogni cosa onesta, v'è una musica in ogni onesta parola. Sapete ove non è poesia e non è musica? In quel gelido scherno che anzichè sferzare l'adulazione, l'ipocrisia, la bassezza, getta a piene mani il ridicolo sulle nobili iniziative, e arresta i timidi e conturba i gagliardi: in quel gelido scherno che irride alle dolcezze della vita domestica, e finge ignorare che prima base delle virtù cittadine sono le virtù casalinghe, che soltanto dove la famiglia è rispettata, dove è inviolato il santuario dei lari, sorgono e durano le libere istituzioni: in quel gelido scherno, che mentre mette in celia le aberrazioni dei volghi grida ai pensatori -- -Utopia-, -- quand'essi con ardimento di eroi, con fede di martiri, si scagliano per rovesciare le vetuste carceri dell'intelletto e del cuore.... XIV. E questa è forse la morale del nostro -Signore possibile-. Egli non ha vinto battaglie, non ha soggiogato popoli, nè impiccato ribelli; egli non ha ritratto con sublime pennello l'estasi dell'Assunta o la tenerezza materna della Madonna della Seggiola, non ha cantato la fame d'Ugolino o i begli occhi di Laura, non ha scoperto la rotazione della terra intorno al sole; ma ha fatto del bene, perchè credeva nel bene, perchè non gli era mai venuto in mente quell'aforismo: -- -O esser tutto o esser nulla-; -- gli è bastato essere qualcosa e giovare a' suoi simili. Perciò noi lo proponiamo a modello a tutti coloro che non possiedono nè l'indole di Tamerlano (citiamo esempi antichi per non comprometterci), nè l'ingegno di Dante, del Petrarca, del Tiziano, del Copernico; ma che pur sentono di poter essere in questo dramma della vita personaggi meno inutili de' -servi che non parlano-. Che se tornassimo per un istante al nostro protagonista, diremmo ch'egli coll'andare degli anni vendette parte delle sue terre ad alcuni tra' suoi coloni più onesti e più abili, e a questa piccola proprietà, sorta per opera di lui, fu largo di consigli e d'aiuti; che al diffondersi di nuove macchine non tardò ad introdurle nella sua tenuta; che divenne membro d'una importante associazione agraria; che infine dopo avere, tra la sua famiglia, le sue occupazioni, i suoi studî, vissuto come molti non fanno, fece quello che fanno tutti, morì.... E se non fosse vissuto mai? Oh! allora il nostro scritto avrebbe almeno un elemento di originalità; anzichè essere la biografia d'un morto, sarebbe quella di un nascituro. -1864.- ABNEGAZIONE. NOVELLA. I. In un giorno piovigginoso di novembre un baroccio carico di masserizie era fermo dinanzi all'abitazione del signor Bernardo Mauri, onesto negoziante della città di***. Intento a ricevere la consegna di quelle suppellettili stava il signor Bernardo medesimo, e aveva seco una donna attempatella e piagnucolosa, che ogni occhio esperto avrebbe giudicato per una di quelle fantesche, le quali dal lungo vivere in una casa acquistano una certa aria di padronanza insieme con un affetto molto reale e molto efficace per coloro che hanno servito da tanti anni. Però la Filomena, come si vedrà, non era fantesca di casa Mauri. In quel momento ella vigilava lo scarico dei mobili con l'atteggiamento di generalissimo che vede schierarsi in battaglia un esercito, dava ammonizioni e consigli ai facchini del baroccio, senza che ciò le impedisse di parlar continuamente col signor Bernardo. -- In parola d'onore, signor Bernardo, una ragazza d'oro. Così senza idee, brava in tutto.... Mah!... Ehi, lì, buon uomo, andate piano con quell'armadio. Io lo diceva sempre alla padrona buon'anima che gli era poco in sesto, ma lei eragli affezionata come a un vecchio amico di casa e non voleva staccarsene.... Adagino, adagino, mettetelo lì.... Ma, signor Bernardo, com'è andata quella famiglia!... A Ognissanti finirono tre mesi dalla morte del povero signor Antonio, suo fratello, che Dio lo abbia in gloria, e di lì a cinque settimane la signora si mise a letto, e non si alzò più... Ih! Ih!... Ehi, non vedete quello specchio come spenzola fuori del carro? Tiratelo giù a dirittura che non vada in frantumi.... Povera Angelina!... Io che l'ho vista nascere.... adesso doverla lasciare.... Oh! è una gran fatalità... meschinella che sono.... -- E la Filomena si mise a singhiozzare con tale un accento di verità, che il signor Bernardo ne fu commosso e le disse amorevolmente: -- Andiamo, Filomena, datevi pace, verrete spesso a trovarla, la non è mica fuori del mondo.... E noi non siamo punto il diavolo da farvi paura. -- Mi guardi il cielo dal pensarlo.... Ma l'è un'altra cosa, non l'avrò più dinanzi agli occhi da mattina a sera.... non la vedrò più venir su a poco a poco come un bocciuol di rosa.... Non posso proprio darmene pace. -- Nel mentre che la Filomena si andava così querelando, una bella e vispa ragazza di 16 anni era scesa dalle scale insieme con due omaccioni grandi e grossi che parevano pendere dai suoi ordini. -- Prendete su il pianoforte, -- diss'ella con la sua voce argentina, -- chè quando abbiam messo quello, la stanza è in assetto.... -- Dio mio, Matilde, come sei trafelata! -- esclamò il signor Bernardo con ansietà.... -- Va pianino, mia cara, non c'è poi ragione che tu ci buschi un riscaldamento. -- Oh! babbo, non son mica smorfiosa io; -- rispose sorridendo la cara fanciulla. Quand'ecco da un'altra parte dell'androne nascere un gran parapiglia.... Prima uno strillo acutissimo poi delle grosse risate, poi un gatto nero sguizzar fuori in istrada scomponendo e atterrando i mobili, mentre i facchini battendo le mani gli gridavano dietro -- acchiappa, acchiappa -- e una bambina settenne tutta sconcertata aggrapparsi al vestito della Matilde. -- Ah! briccona dell'Amaliuccia, che cosa hai fatto? E dove t'eri cacciata, chè non ti si vedeva nemmeno? -- La fanciulletta rispose ch'ella era scesa prima senza far rumore, perchè il babbo non la sgridasse, che si era messa a frugar di qua e di là, e che finalmente da un canterale era sbucato fuori soffiando e arruffando i peli quel brutto bestione che le aveva fatta tanta paura. Il racconto mise l'ilarità in tutti gli astanti, ad eccezione della Filomena, la quale n'ebbe anzi un raddoppiamento di affanno. -- Che cosa c'è da ridere? -- borbottava ella tra sè -- povero Micio! povero Micio! Anche per te l'è finita.... non mi verrai più intorno alle gambe dimenando la coda, non passerai più le notti tranquillamente sulla tepida cenere del focolare!... -- Ora se al lettore non ispiace salire due scale, noi seguiremo la Matilde che, precedendo i due facchini, i quali portavano il pianoforte, era entrata in una stanza ampia ed arieggiata, ove una donna di servizio andava spazzolando frettolosamente la mobilia. -- Così va bene, -- disse la Matilde con tuono di soddisfazione, quando vide anche il pianoforte al suo posto. -- Credo anch'io, -- soggiunse la serva, -- la signora Angelina deve starci da principessa. -- Eh! lascia andare, Teresa, che nessuno può darle più la sua casa e i suoi genitori. -- La stanza aveva nella sua semplicità un aspetto seducente davvero. Una carta messa di fresco rivestiva le pareti, il soffitto era dipinto d'un ceruleo chiaro con qualche arabesco turchino, le cortine ed il letticciuolo erano bianchi di bucato. Sopra il letto pendeva un bel ritratto a fotografia della madre dell'Angelina. La Teresa andava mormorando fra i denti che a quel posto ci sarebbe stata meglio un'immagine sacra, ma la Matilde le dava subito sulla voce: -- Non ti pigliar tanti affanni: ognuno la pensa a suo modo, e so che l'Angelina avrà più piacere così. -- Il pianoforte era messo tra l'intervallo delle due finestre, e le altre suppellettili, che consistevano in un armadio, uno scrittoio, un piccolo tavolino da lavoro, uno specchio e qualche seggiola di noce, erano disposte in bell'ordine tutto intorno alla stanza. Le finestre riuscivano sull'ultimo lembo del borgo, in cui era situata la casa Mauri, e dominavano anche un vasto tratto di campagna. Il fiume che attraversava la città, entrava appunto da quella parte: dall'argine sinistro una strada fiancheggiata di platani ne seguiva le volubili giravolte, e si perdeva nella pianura; a destra le rive erano più basse e formavano nel mattino il convegno animatissimo delle lavandaie che venivano a farvi il bucato, e dei carrettieri che vi abbeveravano i loro cavalli. Tutto intorno il terreno era frastagliato di case e d'ortaglie: lontan lontano una striscia fuggente di fumo e un fischio acutissimo annunziavano parecchie volte al giorno il passaggio di un convoglio di strada ferrata. Quando parve alla Matilde che la stanza fosse in perfetto ordine, le diede un'ultima occhiata di compiacenza, poi ne uscì insieme colla Teresa, e col passo leggiero e saltellante di chi è contento di sè, scese una scala di pochi gradini, spinse leggermente un uscio socchiuso, ed entrando con mezza la persona in un salottino, fece un cenno col capo e parve chiamar fuori qualcuno. Di lì a pochi secondi, una nobile e svelta figura di giovinetta tutta vestita a bruno risaliva insieme colla Matilde il breve tratto di scala, e preceduta da lei entrava nella stanza, che abbiamo veduto or ora prepararsi per la nuova ospite. L'Angelina, chè tale era il nome della fanciulla abbrunata, gettò nella camera un rapidissimo sguardo, e poichè la vide addobbata con sì amorevole cura, e ravvisò sopra il suo letto la dolce immagine materna, sentì inondarsi gli occhi di lagrime e, abbandonandosi fra le braccia della Matilde, esclamò con voce commossa: -- Qui c'è stato un angiolo.... e tu sei quello. -- Era commovente il vedere quelle due giovinette così avvinte in dolcissimo amplesso. Nell'età ch'è tutta sogni e speranze, nell'età, in cui si parla del dolore come di un paese remoto che s'è inteso nominare appena da qualche venturoso pellegrino, nell'età che ride e folleggia, que' due cuori battevano pure di compassione e d'angoscia. L'Angelina, maggiore d'età e più alta della persona, nascondeva nel seno della cugina la sua soave fisonomia malinconica, e per le gote della Matilde scendevano non rattenute grosse lagrime, che davano un'insolita espressione al suo volto fiorente di gioventù e di salute. In quell'istante stringevasi forse un tacito patto fra loro, un patto di sovvenirsi di vicendevole aiuto nelle traversìe della vita, di ricambiarsi secondo gli eventi le parti di confortata e confortatrice. E chi avesse detto loro: il destino insidierà la vostra gentile alleanza e, senz'ombra di colpa, una di voi spargerà di fiele l'esistenza dell'altra, sarebbe stato respinto da entrambe come un demone tentatore. Intanto si bussò all'uscio. Era la Filomena che tutta lagrimosa veniva a prender commiato dalla padroncina. L'Angelina frugò nell'armadio, e ne trasse un paio d'orecchini, che diede per memoria alla vecchia fantesca. -- Ci rivedremo, non è vero, mia buona Filomena? -- Oh! s'immagini, padroncina.... -- rispose la povera donna; poi, abbassando la voce in modo che la Matilde non la sentisse, soggiunse: -- Tutto sta che questi qui di casa mi vogliano. La signora Clara mi pare una certa donna.... -- Zitta, Filomena, -- interruppe l'Angelina, mettendole il dito indice sul labbro e guardandola con un tuono fra la preghiera e il comando. -- Basta, basta, voglia il Signore ch'ella si trovi bene; -- borbottò l'altra. E, rinnovati gli amplessi, si avviò verso l'uscio singhiozzando, non senza notare in cuor suo che l'armadio non teneva perfettamente il mezzo della parete, che il letto sarebbe stato meglio dalla parte opposta, e che il pianoforte era due dita troppo distante dal muro. II. Ora, per istringere conoscenza con altre due persone della famiglia Mauri, andremo nel salotto, dal quale abbiamo visto uscir poco fa l'Angelina. Lettore, non t'è mai accaduto di studiare le relazioni che esistono fra l'addobbo d'un quartiere e la gente che vi abita? Il color delle stoffe, la natura delle litografie che pendono dalle pareti, la qualità dei gingilli che ornano le -étagères-, non t'hanno mai parlato allo spirito, non t'hanno aiutato a proferire un giudizio sui padroni e soprattutto sulle padrone di casa? Fa ora il conto di venir meco nel salotto da pranzo di casa Mauri, e di vedervi un sofà di damasco giallo a rabeschi vicino a sedie di lana violetta; cortinaggi bianchi a festoni color del mare, che danno alla stanza l'aspetto d'un uomo con gli occhiali verdi; un camminetto con sopra due candelabri di bronzo e una statuina di terra cotta rappresentante un arciere svizzero; e tutto all'intorno in certe cornici di legno, alle quattro dita, i ritratti di re Vittorio e del Garibaldi accomunati con quelli di Sua Santità, di monsignore reverendissimo vescovo della diocesi, e della celeberrima Diana di Poitiers: e poi dimmi se ti pare che la signora Clara Mauri abbia ad essere una donna assestata. Che se poi ti cadono sott'occhio i bicchieri grandi e piccini, e le stoviglie, messe in mostra nella credenza, e le massiccie posate d'argento che fanno sfoggio dì sè sulla tavola preparata accanto a tovagliuoli, i quali sembrano fregiati dell'Ordine della -Giarrettiera-, non potrai a meno di esclamare: -- Qui ci dev'esser danaro, ma non ci sono abitudini di eleganza e di buon gusto, ma la ricchezza non ha dirozzati gli spiriti. -- Vedi, lettore, come siam poco compiti! Abbiamo esaminato con una curiosità minuta tutte le suppellettili della stanza senza por mente a due donne che, sedute l'una di faccia all'altra ad un tavolino da lavoro, sono occupate caritatevolmente a dir male del prossimo. La signora Clara Mauri, ch'è la più attempata tra le due, è una portentosa mole di femmina. A cominciare da' capelli, che, tra suoi e non suoi, le fanno una montagna sulla fronte, per finire col piede che voluttuosamente riposa sopra un piumino, tutto è in lei grandioso, sovrabbondante. Il singolare si è che con questa esuberanza di forme la signora Clara si è fitta in capo di essere romantica e sovente trae profondi sospiri dal petto, il quale in siffatti suoi eccessi di sentimentalismo si contrae e si gonfia a guisa d'un mantice, producendo una rivoluzione nelle numerose pieghe del vestito ch'ella vorrebbe liscio e aderente alle membra come una buccia di cocomero, e che invece per colpa della sarta è sempre ondeggiante come Il fogliame d'un cavol fiore. La signora Clara è incrollabile nella convinzione di aver trentacinque anni e ama far cadere il discorso su questo argomento, e dice con aria compunta: -- Non son più giovane; ho trentacinque anni. -- Per mantenere le proporzioni di età, la Nella, che è la primogenita della famiglia, ha dovuto arrestarsi sui diciotto, con grande stupore della Matilde, la quale non sa intendere come in un paio d'anni ella diverrà coetanea della sorella maggiore, e con non meno grande meraviglia del signor Bernardo, che s'avvede d'esser solo a invecchiare nella casa. La signora Clara a' suoi tempi poteva passare per una bella donna. E invero il signor Bernardo che, mingherlino com'era, amava le femmine massiccie, l'aveva presa proprio per inclinazione. A sentir le male lingue, quel suo matrimonio era stato fatto -honestatis causa-, e per dare un editore responsabile a certa bambina che s'era presa la libertà di nascere senza il consenso de' superiori; ma noi non porgeremo benevolo ascolto alla maldicenza. Comunque sia, la Nella, ch'era appunto la bambina in discorso, si è ormai posta in regola col Codice civile, e queste investigazioni sul passato son vere indiscretezze. La Nella che, ufficialmente, ha 18 anni, ne conta invece 23 sonati ed è una ragazza tutta smorfie e caricatura, sempre a due dita dallo svenimento e dalle convulsioni, alta, smilza, pallida, di fisonomia piuttosto poco simpatica che brutta. È bionda, cogli occhi un tantino cisposi, e una bocca così grande che par la linea dell'equatore. Del resto con un po' di buona volontà si potrebbe metterla fra le donne passabili, se l'affatturato di ogni sua posa e d'ogni movenza non disgustasse profondamente. Tra madre e figliuola regna un accordo perfetto, in ispecie quando si tratti di dichiarare che nessuno le uguaglia in delicatezza di sentimenti. -- È fredda, anzi freddissima, -- esclamava con accento convinto la signora Clara. -- Io nelle sue condizioni avrei preso una malattia di tre mesi.... -- E poi -- rispondeva in tuono compunto la figliuola -- anche con noi non ti pare che dovrebbe essere più espansiva? Vedersi accolta con questa premura!... Invece appena risponde, appena ci guarda. -- Ma se non ha nemmeno notato ch'io mi son vestita a bruno da capo a piedi per andarle incontro. -- E quando le ho offerto di respirare un'ampolla di essenze, mi ha appena ringraziato coi denti stretti.... -- Eh! Nella mia, a questo mondo si semina il bene e si raccoglie il male.... Non tutti sentono nella stessa maniera.... -- Ehi! si va a pranzo si o no? -- Questa domanda prosaica era mossa dal signor Bernardo che si trovava nell'andito. -- Quel benedetto uomo di tuo padre è sempre lo stesso, -- sclamò la signora Clara, rivolta alla figlia; -- per me il pranzo è l'ultima cosa, per lui la prima. -- Oh! padrone mie riveritissime, -- esclamò con voce gioviale il signor Bernardo entrando nella stanza, in cui credeva di veder radunata l'intera famiglia. Ma quando s'accorse che non v'erano se non sua moglie e la Nella, allungò il muso e, cambiando registro, chiese: -- Ove sono la Matilde, l'Angelina e l'Amalia? -- Verranno, verranno, datevi pace, -- rispose la degna consorte; -- o che vi fa male trovarci sole? -- Per carità, non mi fate delle vostre solite, chè non ho punto voglia di piagnistei. -- Belle maniere, ammirabili.... Auff! che uomo!... Almeno in queste giornate dovreste avere un po' più di riguardo. -- Eh? -- proruppe con un accento di vera meraviglia il signor Bernardo, che non poteva intendere tanta afflizione della moglie per la perdita della cognata. Poi alzando le spalle si avviò verso l'uscio. Sennonchè in quel momento l'arrivo della minestra, e l'aspetto giocondo dell'Amaliuccia, che saltellante veniva dietro alla serva, mutarono il corso alle sue idee. Di lì a pochi secondi entrarono nella stanza anche la Matilde e l'Angelina, e tutti sedettero a tavola. L'Angelina prese posto fra la Matilde e il signor Bernardo. Aveva asciugato le lagrime e ravviati i capelli sulla fronte; era accurata del vestito e composta della persona, chè il dolore non poteva toglierle la grazia nativa. Ben se ne avvidero la signora Clara e la Nella, e si bisbigliavano all'orecchio: -- Che lusso! -- La Nella s'era accostumata a non credere più avvenente di lei la Matilde, e a giudicare effetto di quel suo fare poco rimesso gli sguardi che le rivolgevano a preferenza gli studenti della città nel passar sotto le finestre di casa Mauri per recarsi in campagna; ma la superiorità dell'Angelina era così visibile che ella non poteva, se non riconoscerla, non presentirla. Forse col tempo e con l'opera di sottili ed arguti ragionamenti la si sarebbe persuasa, come sempre, di esser la più bella e la più garbata tra le fanciulle del paese; ma adesso l'Angelina si atteggiava come una rivale pericolosa, ed è agevole immaginarsi se la Nella potesse farle buon viso. E madre e figliuola tacitamente consentivano di non risparmiarle, in quanto fosse da loro, umiliazione veruna. Il pranzo procedette silenzioso: l'Angelina mangiava pochissimo, e rispondeva solo con qualche cenno del capo alle domande che le venivano mosse. Sennonchè, quando si fu alle frutta, non so quale facezia del signor Bernardo, che usava ogni amorevolezza alla nipote, valse a rischiararle per un momento la fronte e a farla sorridere a fior di labbra. Aveva diciotto anni! Ma la benevola zia, che teneva in pronto lo strale, stimò giunto l'istante di slanciarlo e, rivolta al marito, gli disse: -- Come siete delicato, Bernardo! Vi paion giorni questi da tormentare l'Angelina co' vostri scherzi? -- La povera giovinetta intese il senso maligno di quelle parole; si fece rossa rossa in viso, allontanò con una mano il piatto di frutta che le stava dinanzi, e si pose l'altra sugli occhi per rattenervi le lagrime che ne scendevano copiosamente. -- Vedete che cosa ci avete guadagnato, l'avete fatta piangere; -- disse la signora Clara al marito, alzandosi di tavola, mentre la Nella estraeva di tasca la sua solita bottiglia di essenze. -- Che colpa ci ha il babbo? -- chiese ingenuamente l'Amalia, e il signor Bernardo proruppe anch'egli: -- Mi pare che potreste un po' tacere, mia cara signora moglie, e non farmi perdere la pazienza -- Che uomo! che uomo! -- borbottò la signora Clara, e uscì della stanza con la Nella, chiudendo dispettosamente l'uscio dietro a sè. La Matilde non aveva proferito parola; ma lo sguardo di rimprovero da lei lanciato alla madre palesava a sufficienza ciò che si passasse nell'animo suo. III. Di quanti fastidii dovesse essere amareggiata l'esistenza dell'Angelina nella sua nuova dimora, ognuno potrà di leggieri immaginarlo. Pure alla malignità della zia, alla invidia stizzosa della cugina maggiore, ella non opponeva che una calma amorevole, e cercava di confortarsi nell'affetto del signor Bernardo e in quello vivissimo che le portavano Matilde ed Amalia. L'intimità con la Matilde cresceva ogni dì, perchè la buona ragazza si mostrava tanto più sollecita verso la cugina, quanto più s'accorgeva dei bisbetici umori di sua madre e di sua sorella. L'Angelina non era per lei soltanto un'amica, una confidente; era un tipo, sul quale ella aspirava di modellarsi e che facea tanto contrasto con l'artificiale di alcune persone di sua famiglia, ch'ella, anima candida e ingenua, non poteva non sentirvisi attratta con un misto di tenerezza e di riverenza. E poi l'Angelina non poteva ella esser maestra alla Matilde? All'educazione di questa non aveva preseduto una madre ornata di tutti que' pregi onde acquista gentilezza la donna; nè il signor Bernardo, gran galantuomo, ma tutto assorbito dalle sue faccende e corto d'intelligenza anzichè no, poteva reggere al confronto del padre dell'Angelina riputatissimo, oltre che per la onesta operosità della sua vita, anche per la coltura generale del suo spirito. La Matilde, poveretta, uscita di collegio sapendo, come accade, un pochino di tutto e nulla bene, pendeva attonita dal labbro dell'Angelina, che non era certo un'arca di scienza, ma aveva cognizioni meglio digerite, e di cui ella sapeva meglio rendersi conto, perchè ne aveva inteso discorrere nella sua famiglia e vi aveva pensato nei silenzî della sua cameretta. Le due ragazze lavoravano insieme, insieme leggevano, e si ripassavano insieme le loro lezioni di musica. Avevano il medesimo maestro; ma l'Angelina era ormai espertissima sonatrice, e una sera in casa Mauri, dinanzi ad una ventina di persone, toccò il cembalo con tanta arte e tanta passione, che tutti ne rimasero attoniti e la Nella ne andò sulle furie. Perchè, in fatto di musica, ella presumeva assaissimo, in ispecie per una certa sinfonia degli -Arabi nelle Gallie-, ch'ella sonava a memoria e che faceva andare in visibilio sua madre. Ora gli elogi fatti alla cugina la punsero proprio sul vivo, e da quella volta non vi furono più trattenimenti musicali in casa Mauri, e la Nella si recava invece con la genitrice in qualche società amica a buscarsi applausi co' suoi -Arabi nelle Gallie-. Tutte cose che davano molto sui nervi alla Matilde e pochissimo all'Angelina, la quale presceglieva che la lasciassero cheta nella sua stanza e non le togliessero la cara compagnia della Matilde, della sua -indivisibile-, come ironicamente la chiamavano in famiglia. La piccola Amalia aveva preso anch'ella a volere un gran bene all'Angelina che si prendeva tanta cura di lei, e ogni mattina, prima ch'ella andasse alla scuola, le allacciava il vestito e il nastro del suo cappellino di paglia, e ogni sera le faceva leggere di così belle novellette e la sovveniva di consiglio e d'aiuto in quello scabroso affare delle -aste-, che le parevano il non -plus ultra- della scienza umana. Onde la vispa bambina, quando era in casa e non poteva correre e saltare pel cortile, saliva volentieri nella stanza dell'Angelina e vi passava delle buone mezz'ore, comunicando parte della sua schietta ilarità alle due ragazze, che stavano confidandosi i molesti sentimenti del loro animo. Così in casa Mauri s'eran disegnati due gruppi, uno della signora Clara e della sua primogenita, l'altro della parte più giovane della famiglia; ed a questo gruppo più giovane, più ingenuo, più franco, il signor Bernardo veniva a chiedere qualche minuto di distrazione. Pover'uomo! Ingolfato in un pelago d'affari superiori alla sua intelligenza ed alle sue forze, ignaro egli stesso se fosse ricco quanto alcuni credevano, il suo umore naturalmente gioviale aveva perduto il suo brio, e non sapeva più trarre argomento di riso dalle freddure della consorte. La quale ora più che mai lo infastidiva con le sue nenie, e lo diceva ironicamente ammaliato anch'egli dall'Angelina, e lo rimproverava a bassa voce di aver introdotto in casa una serpe, che con tutte le apparenze della dolcezza e della santità metteva la disunione in famiglia. Certo che se v'era accusa infondata l'era appunto questa. L'Angelina s'era mostrata buona, amorevole, piena di cortesie e di delicati riguardi per tutti di casa, e se l'accoglienza della zia le rendeva più cari i silenzî della sua stanza e la compagnia di quelli che veramente l'amavano, non una parola acerba l'era sfuggita dal labbro, non una rampogna, non un lamento. Forse ella non s'accorgea delle offese che perchè il cuore le diceva: -- Perdona. -- Ma soffermiamoci alquanto, se il lettore ce lo consente, a dipingere questa gentile fanciulla, che è pur la protagonista del nostro racconto, e della quale non ancora ci siamo occupati con un poco d'agio. Così un pittore che ha segnato nella mente i contorni d'una soave figura tiene in pronto per ritrarla la matita e il pennello, ma temendo sempre ch'ella non gli riesca quale l'ha nello spirito, si occupa intanto degli accessori del quadro e serba per ultimo la difficile prova. L'Angelina era alta della persona, ma non più che a donna si convenisse; bianchissima la carnagione, e ben tornite le membra; i folti capelli, di un biondo che traeva al castagno, le si spartivano docili sulla fronte nè ampia troppo, nè angusta; gli occhi avea bruni e profondi e leggermente velati da quella specie di nebbia vaporosa, che tanto dona di voluttà e di mistero; l'arco delle ciglia bello e corretto, quale avrebbe potuto desiderarlo uno spasimato dell'arte greca. Contuttociò l'Angelina non era una Venere. I critici più sottili avrebbero potuto notare in lei qualche linea del volto troppo rigida e risoluta, e la bocca, che pur si fregiava di candidissimi denti, un tantino più grande del necessario, e il mento non affatto perfetto. Sennonchè il migliore di lei veniva dall'anima. Un pensiero, un affetto, una passione che le colorasse le guance, o le strappasse un gesto, un sospiro, un sorriso, raddoppiava nella giovinetta i pregî della fisonomia e della persona. Lettore, tu se' troppo pratico di siffatte bisogne, e io non debbo ammonirti che, senza questi chiaroscuri della espressione, la bellezza è cosa statuaria e non più, è il marmo, in cui Pigmalione tenta invano d'infonder la scintilla vitale. E quale di noi, se fu colpito da un vago sembiante di donna, non attese con ansioso desiderio che il volto leggiadro o lampeggiasse d'un riso, o si ottenebrasse per cura importuna? V'ha però anche nell'espressione un confine, oltre il quale l'allegria diventa sguaiataggine, il dolore diventa spasimo e delirio. Soltanto in certe nature privilegiate, e l'Angelina era tra quelle, questa misura può serbarsi senza sforzo, senza violenza, per un innato istinto del bello e dell'armonia. L'Angelina era educata a tutte le squisitezze del sentimento, e le corde delicatissime dell'anima sua vibravano ad ogni tocco leggiero; pure la ingenua grazia, ch'era parte di lei, non si scompagnava mai da' suoi atti e dalle sue movenze. Ella non aveva d'uopo dello specchio per raccogliere entro la bruna rete di seta il fitto volume della sua chioma, senza che ne scappasse fuori un capello, o per allacciarsi il vestito senza tradire la fretta o la negligenza. Chi la vedeva di volo non poteva a meno di esclamare: -- Com'è elegante! -- Chi la osservava più riposatamente doveva dire: -- Com'è semplice! -- Una tinta di dolce malinconia soleva esserle diffusa pel volto, non di quella malinconia querula e dispettosa che tedia gli altri e sè stessi; ma di quella che trae origine da un'indole riflessiva, e non esclude le serene allegrezze della vita e la spontanea compartecipazione ai piaceri altrui. Saper partecipare ai dolori è nobilissima, ma non è compìta virtù; le anime elette sanno partecipare come agli affanni, alle gioie, come ai timori, alle speranze, come alle lagrime, al riso. Nel breve corso de' suoi diciott'anni l'Angelina aveva molto goduto e sofferto, e l'esperienza aveva nutrito in lei quella soave disposizione alla simpatia che stringe di cari nodi gli umani. Oh! la vita le si era pur dischiusa gioconda; nè carezze, nè agî erano mancati alla sua cuna. Ella si ricordava ancora la casa ove nacque, e il giardinetto ove correva bambina vigilata dall'attento occhio materno. Si ricordava l'allegro salottino del pian terreno, ove suo padre alzandola fra le braccia le faceva ammirare attraverso i vetri colorati delle imposte le aiuole bizzarramente tinte di giallo, di rosso, di violetto; mentre la genitrice, giovane, bella, elegante, moveva rapidissime le agili dita sui tasti del pianoforte, e la Filomena accomodava i fiori freschi nel vaso di -Sèvres- posto sul tavolino. Indi il pensiero le tornava a una notte angosciosa, nella quale certi figuri dal volto sinistro avevano frugato ogni angolo della casa, e condotto con loro il padre di lei, l'uomo amato, riverito da tutto il paese. E si ricordava di sedici lunghi mesi trascorsi in febbrile ansietà e della domanda da lei rivolta un giorno alla madre: -- Il babbo ha egli fatto qualche cosa di male che ce l'hanno condotto via con sì cattiva maniera? -- A cui quella, divinamente infiammandosi in viso, aveva risposto: -- Oh! no, fanciulla mia, tu non la puoi capire la ragione, per la quale il tuo babbo è tribolato; ma sappi ch'egli aveva in mente di gran belle cose, e che tu devi volergli più bene di prima. -- Ma tornerà presto? -- Oh se tornerà! -- Il dì del ritorno è venuto: oh, quanto era bello! Avvenimenti incredibili si erano successi con la rapidità della folgore, una vita nuova pareva commuovere la città, le bandiere tricolori sventolavano da ogni finestra, le piazze, le vie erano gremite di gente, era un abbracciarsi, un baciarsi, un correre, un saltare a guisa di forsennati. Quand'ecco tra il suono di allegre fanfare, tra le acclamazioni di un popolo immenso, avanzarsi, agitando i fazzoletti, un gruppo d'uomini dall'aspetto pallido e macilento, dal vestire dimesso, ma raggianti le fisonomie di commozione e di gioia. Ed ella e sua madre in mezzo a quel gruppo avevano ravvisato un caro volto, avevano segnato un punto in mezzo a quella mobile onda di teste, e correndo a precipizio giù dalle scale, e fendendo la folla che spontanea e riverente si apriva a far largo, avevano toccato quel punto, s'erano gettate fra le braccia dell'uomo sospirato affannosamente per sedici lunghi mesi. Come il babbo suo l'aveva trovata grande, e seria, e giudiziosa! Non era più la bambina che voleva ad ogni istante esser sollevata da terra per veder le aiuole del giardino attraverso i vetri colorati del salotto: quei sedici mesi ne avevano fatta un'altra persona, tutta riflessiva e pensosa. Pure così ella era cresciuta felice, piena l'anima d'affetti e d'armonie, adorando i suoi genitori e da loro trepidamente adorata. Delle sue amiche la più cara era la Matilde, quantunque avesse due anni meno di lei, e fosse d'indole più chiassosa e più inchinevole ai giuochi dell'età sua; ma la bontà dell'animo, la quale avevano comune, creava tra loro un vincolo indissolubile di simpatia. La Nella non le piaceva, nè ella piaceva a lei, e sua madre e sua zia erano di natura così diversa, che le due famiglie non potevano vivere in una certa intimità. Sennonchè, quando il padre venne a morire, e la genitrice ebbe l'interno presentimento che di corto dovrebbe seguirlo, un pensiero terribile angustiò la povera donna: quello dell'abbandono, in cui sarebbe restata la sua figliuola. E mandò pel cognato, tutore dell'Angelina fino dalla morte del fratello, e a lui raccomandò l'orfana derelitta, e che la prendesse in sua casa, e l'avesse in conto di una sua creatura. Di che, assicurata da lui, spirò più tranquilla. L'Angelina aveva una piccola sostanza, co' frutti della quale poteva supplire alle spese del suo mantenimento e provvedersi quel poco di vestiario che le occorreva; onde, seppur ella era ospite dello zio, non era però di peso a nessuno: chè, se fosse stato altrimenti, non v'ha dubbio che quell'anima caritatevole della signora Clara glielo avrebbe ricordato dieci volle al giorno; non senza spacciare a' quattro venti la propria magnanimità. Felice lei, chè così non apprese quanto sappia di sale lo pane altrui, e parendo beneficata le fu più agevole di essere benefattrice. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000