proposito. -- Non ischerziamo: lasciatemi creder piuttosto che i due personaggi del vostro racconto avevano entrambi abbastanza virtù da arrestarsi sull'orlo del precipizio.... -- Ma di che diamine andate discorrendo da mezz'ora a questa parte? -- uscì a dire il professore Everardo, che aveva chiuso in quel punto una sapientissima dissertazione sull'-habeas corpus- inglese, e che finalmente stava per alzarsi dalla seggiola. -- Oh bella, -- rispose sorridendo il signor Maurizio, -- si discorreva d'un milione di cose. E si diceva, oltre al resto, che il marito della tua nipote ha un grandissimo torto. -- E quale, di grazia? -- soggiunse Everardo avvicinandosi. -- Quello di somigliarti,... di ricordarsi di tutto, fuorchè di avere una moglie. -- Ma io di mia moglie me ne sono ricordato. -- Ah! sì, -- soggiunse la signora Anna, -- da quando ella si è risoluta a farti da segretario. -- E perchè Evelina non potrebbe far lo stesso con suo marito? -- Lo farà, lo farà; vedrò io medesima di persuaderla. Me ne ha consigliato Maurizio. -- Pare impossibile, -- osservò il professore; -- Maurizio con quell'affettazione di spensieratezza ha sempre buoni consigli da dare. -- Sicuro, e se fossi stato in tempo di darne uno a te e a tuo nipote, vi avrei dato quello di non prender moglie. -- E perchè? -- Perchè siete bravissime persone, arche di scienza, membri di più Accademie, insigniti di più Ordini, ma non siete nati per fare i mariti. Via, non ti corrucciare, -- concluse il signor Maurizio, levandosi da sedere, e mettendo una mano sulla spalla del professore Everardo; -- gli uomini grandi vedono troppo da lontano, son presbiti, e invece per esser mariti bisogna veder da vicino, esser miopi. -- L'ho sempre detto anch'io, -- osservò con gravità il commendatore Brullo, aspirando una grossa presa di tabacco. -- C'era da scommettere -- borbottò il signor Maurizio -- che l'aveva detta lui anche questa! -- Il dottor Belgini, imperturbabile come Farinata degli Uberti, disse dopo essersi raschiato in gola: -- Del resto, caro professore, io non sono interamente della vostra opinione sul carattere e le origini dell'-habeas corpus-.... -- La signora Anna guardò alla sfuggita l'orologio e stimò opportuno di chiamare a raccolta: -- Signor Belgini, del vostro -habeas corpus- parlerete un altro giorno: intanto, se non vi dispiace, venite tutti a bevere una tazza di tè. -- Si avvicinarono al tavolino, e con dottrinale posatezza sorbirono la bibita aromatica preparata dalla padrona di casa. Nell'uscire, Ugo si fece all'orecchio della signora Anna e con un tuono semiserio le disse: -- Ricordatevi del raggio di sole. -- -1870.- IL COLPO DI STATO DI CLARINA. NOVELLA. Quando Clarina se ne avvide, cominciò coll'esserne maravigliata, poi gliene dispiacque, e finalmente, a forza di pensarvi, giudicò che la cosa era naturalissima, che doveva farsi, e doveva farsi anzi col mezzo suo. -- Se ne avvide? E di che? E che modo di raccontare è questo? -- Il lettore ha ragione. Mi pento, e comincio secondo le regole. . . . . . . . Il salotto da pranzo non è nè troppo grande, nè troppo piccolo, è ammobiliato senza lusso, ma con discreta eleganza: un lume a petrolio in mezzo alla tavola vi spande un sufficiente chiarore. Regna un silenzio profondo, interrotto soltanto dal crepitar della fiamma nel camminetto. In una poltrona vicina alla tavola è sdraiato il signor Emilio, bell'uomo che a vederlo non mostra più di quarant'anni, sebbene abbia già qualche capello grigio in testa, e qualche piega un po' risentita sulla fronte. Del resto, ha fisonomia, oltre che simpatica, intelligente e leale. Tiene in bocca il sigaro, in mano una gazzetta, ma nè fuma, nè legge.... -il rêve-, come dicono i Francesi, o -el fila caligo-, come si dice espressivamente in Venezia. Dirimpetto a lui, e fissandolo ad ogni tratto senza lasciarsi scorgere, è seduta la Clarina, avvenente ragazza sui diciotto, seppure gli ha, con occhi pieni a un tempo di vivacità e di dolcezza, labbretti di rosa fatti apposta per sorridere e per dare e ricever baci, e folli capelli di color castagno; colore che dai poeti (ad eccezione dell'Aleardi nell'-Ora della mia giovinezza-) non si vuol celebrare, ma che incornicia in guisa mirabile un leggiadro visino. È pallida alquanto, ma non datevi pensiero, io non ho punto intenzione di farvela morir tisica, e se la fu malata, oggi sta perfettamente. Infine mi onoro di presentarvi l'Angelica, zittellona che ha compìto ormai i nove lustri, che tiene il -quid medium- tra la cameriera e la dama di compagnia, che ha visto nascere la Clarina e morir la povera mamma di lei, e che è trattata a buon dritto come un membro della famiglia. Oltre all'affetto sviscerato pe' suoi padroni, l'Angelica va distinta per tre qualità: un abborrimento smisurato pel matrimonio, una tenerezza grandissima per un pingue gatto soriano che porta il nome singolare di Artaserse (nome impostogli dalla padroncina in un momento di fervore per la storia di Persia) e un'abitudine inveterata di dormire tutte le sere d'inverno dalle sette alle otto col sullodato animale sulle ginocchia nella stanza ove stanno Clarina e suo padre, a cui l'Angelica dice di voler tenere compagnia. Altro che compagnia! Ella dorme come un serpente boa dopo che si è ben pasciuto. In questo momento però ella è tuttora svegliata, quantunque il capo cominci a divenirle grave, e il silenzio, in lei inusato, accenni all'approssimarsi di Morfeo. Artaserse con occhi semichiusi le sonnecchia in grembo, e solo di quando in quando mette fuori la lingua a leccarsi i baffi, umidi ancora di qualche ghiotto manicaretto. Le corse precipitose e un miagolìo erotico di altri gatti sul tetto delle case vicine rompono la quiete della stanza. L'Angelica dà un balzo sulla sedia con notabile incomodo del tranquillo Artaserse, il quale si sente minacciato nella sua posizione. Nondimeno la bestia, se oso chiamar così un quadrupede tanto stimato, ritrova presto il suo centro di gravità, e l'Angelica, cacciandogli la mano entro il morbido pelo e carezzandogli il muso con quell'espansione che non volle usare con nessun uomo al mondo, esclama: -- Beato te, Artaserse, che non hai di queste seccature! -- Il ben pasciuto animale non si dà pensiero dell'allusione offensiva, ma torna a socchiudere gli occhi e a russare. Il signor Emilio sorride fuggevolmente, e la fanciulla dà una scrollatina di spalle. Suonano le sette all'orologio dell'andito. È l'ora che l'Angelica e il suo micio sogliono addormentarsi davvero, è l'ora delle confidenze tra padre e figliuola. Ma stasera le labbra di entrambi sono suggellate. -Tic tac, tic tac-; battono i secondi, passano i minuti, le ultime bragie scoppiettano nel camminetto, i due dormienti empiono la stanza del loro grave respiro, ma la Clarina ed il signor Emilio non dicono una parola. Finalmente Clarina si alza dal suo posto, comincia col dare un'occhiatina al termometro appeso alla parete vicino alla credenza, poi fa un rapido cambiamento di fronte, e sfiorando appena il tappeto co' suoi piedini leggieri, va a sedersi accanto al signor Emilio, gli mette un braccio intorno al collo, gli leva di bocca il sigaro e di mano il giornale e bisbiglia: -- Babbo. -- Egli alza su lei il viso atteggiato a infinita dolcezza, le ravvia con la mano i bruni capelli sulla fronte, e dice: -- Clarina mia, ti senti proprio bene stasera? -- Come un pesce. O perchè sono un po' pallida mi crederesti ancora malata? -- Dunque non c'è proprio più nulla, nulla? -- Ma nulla affatto. Vuoi vedermi ballare? -- Eppure, via, non me lo nascondere, non sei del tuo umore consueto. -- Oh bella! A vederti così serio gli è naturale. Me ne sono accorta, sai.... -- Di che? -- interruppe il signor Emilio, arrossendo subitamente. -- Del tuo cangiamento d'umore, -- rispose Clarina, facendosi rossa anch'ella. -- Ah!... -- sclamò egli, come se fosse sollevato d'un peso. -- T'inganni, Clarina. -- No, babbo, è così.... Oh! ma io non sono indiscreta; so che non ami di essere interrogato su questo proposito, e mi taccio.... È un tuo difetto, ma ci vuol pazienza. Del resto, è vero, non son ilare nemmeno Io.... Penso.... -- A che cosa?... -- Non saprei spiegarlo, è una folla di pensieri che mi si accumulano in mente.... Ma, prima di tutto, penso ad -una- che non ho conosciuta.... -- A tua madre, povera Clarina? -- Si, babbo, e quando rifletto che sei rimasto così solo.... -- Solo, bimba mia? Non ci fosti sempre tu? -- Oh! l'è un'altra cosa, -- mormorò la fanciulla, chinando gli occhi a terra, e mettendosi un dito sul labbro. -- Chi sa ch'io non sia invece un inciampo?... -- Clarina, -- proruppe con accento severo il signor Emilio, -- t'ho io mai dato il diritto di parlarmi così? Vaneggi forse stasera? -- Babbo, babbo, non prendere in mala parte le mie parole; -- disse supplichevole la vezzosa giovinetta, chiudendogli la bocca con un bel bacio. -- Credimi, ho tanti peccati verso di te.... Voglio dire.... ma mi lasci proprio cominciar da principio? -- Su, parla, la singolare fanciulla che sei. -- Son quindic'anni e più, non è vero? da -quella sera-. La povera mamma così bella e buona e giovane domandava di me. -- -La Clarina dorme-, -- le dissero. Ella sorrise con mestizia, susurrò a fior di labbra: -- -Or ora dormirò anch'io-; -- si volse dolcemente sul fianco, portò la mano sotto il capo, e si -addormentò-.... per sempre.... Nella stanza contigua, pargoletta di due anni e mezzo, dormivo io pure, ma d'un sonno diverso.... Ero io pure piegata da un lato, avevo io pure la mano sotto la testa, precisamente come -lei-.... Me lo disse tante volte l'Angelica.... Tu, poichè tentasti invano di rianimar co' baci quella tua cara, ti trascinasti fino alla mia cameretta, e là, abbandonata la persona sopra una sedia vicino al mio letticciuolo, posasti il capo stanco sulla mia coltrice, cercando nelle linee del mio viso le sembianze della povera estinta, e sentendo nel mio respiro un alito della sua vita. L'Angelica, occupata in più tristi cure, non venne mai nella stanza, tanto solitaria, tanto fievolmente rischiarata, quanto la stanza vicina era piena di moto e di luce sinistra. L'alba, penetrando attraverso le persiane, trovò me dormente e te vigile accanto, e quand'io mi svegliai, fu per te il mio primo sorriso che, subito dopo, per quel che mi assicurano, si mutò in pianto dirotto. Vedendo poscia altri bimbi in condizioni simili, mi parve capire che in quell'età la sventura non s'intende, ma s'indovina.... non si sa perchè si pianga, ma si sente bisogno di piangere.... Tutti questi particolari io li ebbi in parte da te, in parte dall'Angelica; se non son veri, dimmelo.... -- Sono verissimi; ma non so perchè tu mi faccia questo discorso.... Sono ricordi penosi.... -- Devi permettermi di parlare: ho il cuore che mi trabocca.... Quando siamo rimasti così, tu ed io, tu avevi venticinque o ventisei anni: t'eri ammogliato giovanissimo. Eri bello, gagliardo, intelligente, operoso; potevi avere il mondo per te, potevi ricominciare la vita come si ripiglia una strada un momento interrotta.... ma c'ero io, così piccina, così gracile, eppure così insuperabile intoppo.... -- Oh! Clarina.... -- Sì, intoppo. Perchè nessuno si frapponesse tra noi due, tu hai voluto rimanere solo; perchè io non dovessi subire le vicende di una esistenza avventurosa, tu ti sei negato il soddisfacimento di ogni onesta ambizione: potendo essere, pur che tu lo volessi, felice e celebre, hai scelto di essere derelitto ed oscuro.... Oh! lo so, lo so quello che tu vuoi dire: che il mio amore ti compensava di tante altre cose.... E fino a un certo punto lo credo anche.... ma non è tutto.... io ero cresciuta amandoti di un amore appassionato, ma sospettoso, egoista. Non solo credevo di poter bastare a quanto v'era d'affetto nell'anima tua, ma mi pareva anzi che tu non avessi diritto a domandare di più; che tu dovessi appagarti de' miei sorrisi, divertirti de' miei giuochi, andar pazzo pe' miei capriccî. Ero superba, ma ero anche gelosa di te. I giorni che tu venivi a prendermi a scuola erano per me giorni di festa. Quando tu t'inchinavi a baciarmi in presenza delle mie compagne, io mi guardavo intorno pavoneggiandomi tutta, come se volessi dire alle altre: -- Quale è di voi che abbia un così bel babbo? -- Vedi; tu hai conservato la tua elegante persona, sei ancora un bell'uomo, non c'è che dire (non ridere!), ma c'è qualche impertinente filo bianco nella tua chioma, c'è qualche leggiero principio di rughe sulla tua fronte.... Allora, dieci o dodici anni fa, eri nel tuo pieno splendore.... -- Oh che bimba! -- disse il signor Emilio, carezzandole i capelli! -- Ma -- continuò imperturbata la Clarina -- ma se tu poi pigliavi sulle ginocchia un'altra fanciulla, e aneli' ella per quel tuo fascino arcano ti sorrideva festosa, non ti so dire quanta stizza io provassi. Già te ne sarai accorto, perchè io non facevo complimenti.... Un giorno solenne per la mia vita fu quello, in cui, divenuta oramai grandicella (avevo, credo, dieci anni), potei uscire di casa attaccata al tuo braccio. Mi conveniva stare un po' in punta di piedi, ma avrei fatto altro che quello! Io credo che mi sarei fatta volentieri precedere per le vie da un tubatore che annunziasse ai popoli la grande novella. Ben se ne rammenta l'Angelica, che sa quali esigenze io avessi in quel dì pel vestito e l'acconciatura. A forza di star dinanzi allo specchio mi persuasi (vedi vanità) che, se io andava superba del mio -cavaliere-, tu non potevi essere scontento della tua -dama-. Lungo la strada s'incontravano signori e signore, a cui tu facevi bellissime scappellate, mentre io salutavo con un sorriso di degnazione. Mi ricordo di aver tossito due volte passando dinanzi alla fruttaiuola che stava sul canto per richiamar la sua attenzione sull'importante spettacolo. Ma la volgarissima donna, occupata a smerciare un panierino di fragole, non se ne diede nemmeno per intesa. Dopo quel giorno io non credo d'averti lasciato tranquillo una settimana. Bisognava far sempre quella famosa passeggiata, bisognava sempre mostrarsi al colto pubblico. Già io non sapevo nemmeno concepire che tu potessi desiderarti un miglior trattenimento di quello del condurmi a passeggio, o quando tu mi adducevi un'occupazione o un impegno, io mi annuvolavo subitamente. Era però ben altra cosa, se qualche sera tu ti proponevi di rimanere in casa a tenermi compagnia. Allora, s'era d'estate, ci mettevamo sul bel terrazzo che dà in giardino, lì in mezzo a quelle piante di limoni che spandono una sì grata fragranza; e, s'era d'inverno, stavamo qui in questo salottino, proprio come adesso, sennonchè l'Angelica allora non pigliava sonno così facilmente. Ed io t'interrogavo sul passato, e tu mi parlavi della mamma, e me la descrivevi con tanta evidenza che mi pareva sempre d'averla dinanzi agli occhi, bella, elegante, gioconda. E ad ogni uscio che s'apriva e a ogni fruscìo di veste che mi feriva l'orecchio, mi pareva impossibile che non dovesse esser -lei-, proprio -lei- che mi venisse dinanzi e dicesse: -- Son qui, Clarina. M'hai aspettato un pezzo, non è vero? ma ormai starò sempre sempre con te. -- E così del suo soffio e della sua imagine io avevo popolata la casa, e spesso mi faceva l'effetto come s'ella fosse davvero con noi.... E allora m'accorsi che le mie gelosie eran per lei, che io doveva custodire in nome di lei le pareti domestiche da ogni intromissione profana. Con questo pensiero mi parve di nobilitare il mio ufficio di guardiana ombrosa ed arcigna. L'Angelica mi secondava benissimo, e tengo per fermo che due creature meno ospitali di noi non potessero trovarsi in tutta Italia, a cercarle col lumicino. Non puoi immaginarti che profonda antipatia io sentissi per quella signora Agliani, che è poi andata a stabilirsi in Torino. Con la scusa ch'eravamo condiscepole con la sua bimba, e che, per cagion nostra, vi eravate incontrati più volte alla scuola, ella t'invitò a farle visita.... che sfacciataggine!... e poi, sempre per accompagnare quella sua figliuola lunga e sottile come un giunco, ella veniva ogni momento nel nostro giardino, e raccontava ch'era vedova, senz'appoggi, col cuore vuoto, ec. ec. Che cosa me n'importava a me di questa roba? Basta, babbo, purchè tu non mi sgridi, ti confesserò che un giorno instigai l'Angelica a metterle farina invece di zucchero nella tazza di caffè.... -- Oh che sgarbata! -- disse il signor Emilio tra il serio e il faceto. -- Più tardi l'Angelica mi raccontò che la signora Agliani aveva messo gli occhi su te per farsi sposare, ma che tu non hai voluto nemmeno pensarvi per cagion mia.... Eppure, babbo, quando di fanciullina divenni ragazza, e si svegliarono in me nuove fantasie e nuove idee, e mi si affacciarono agli occhi i languidi barlumi d'un mondo ancora inesplorato, e sentii l'irrequietezza dei quattordici a' quindic'anni, principiai ad accorgermi che per te dovevano esservi altri orizzonti, altri desiderî, altre speranze. Ma il primo movimento dell'animo mio non fu generoso: fu un accrescimento di sospetti. Mi pareva sempre che tu dovessi dirmi da un momento all'altro: -- Cara la mia Clarina, io ti voglio un gran bene, ma tu non mi basti. -- E se tu parlavi a bassa voce con l'Angelica, e se facevi ridipinger le stanze, o ricevevi un'ambasciata inattesa, io ero lì con tanto d'occhi e d'orecchi con la paura di una rivelazione sgradevole. Oppure entravo nella mia cameretta, e pensavo alla mia mamma, e piangevo.... -- Sciocchina! -- interruppe il signor Emilio. -- Perchè immaginarti ciò che non era? O, in ogni modo, perchè non venir franca da me e dirmi: -- Babbo, -nessun altro- deve entrare in casa nostra: -Clarina non lo vuole!- -- Ah! perchè? perchè? Perchè in mezzo a tutto ciò io sentivo una specie di rimorso del mio egoismo; e avrei voluto esser più buona, più ragionevole, più generosa,... ma non c'era caso. -- Andiamo, bimba mia, datti pace, io ti voglio bene ugualmente, e se tu mi hai preso per confessore, io ti assolvo. Ti basta? -- Con queste parole, il signor Emilio diede un gran bacio a Clarina e fece atto d'alzarsi. Ma ella premendogli la mano sulla spalla gl'impedì di muoversi, dicendo.... -- Che! Che! Siamo ancora al principio.... -- Al principio, di che cosa? -- Oh bella! del mio racconto. -- Davvero? Parla allora. -- Ti ricorderai che la mia selvatichezza aveva qualche eccezione. Due anni fa io andavo ancora al Collegio. Ero una delle alunne più grandi e quindi più saggie, di quelle che ricevono le confidenze delle maestre e tentano d'isolarsi dalle loro condiscepole. In quel tempo appunto si allontanò dalla scuola per prender marito quella bella e sentimentale signora Adelina che c'insegnava il francese e la musica. Io ero vissuta con lei in qualche dimestichezza, e anzi ci fu un tempo che ella esercitava su di me un fascino irresistibile. Non so che cosa nasca in voi altri uomini quando siete adolescenti; so che in noi giovinette accade spesso di provare un non so che di romantico, d'ineffabile per qualche persona del nostro sesso che riempie alcune delle condizioni del nostro ideale. Ci dispiace quasi di non essere uomini per poter dirle: -- Se siete malinconica, io cercherò di farvi sorridere; se siete sola, io vi terrò compagnia; se avete bisogno d'affetti, io v'amerò; -- eccola la parola.... l'ho detta. -- Sai, Clarina, che stasera per una ragazza.... -- Parlo troppo, non è vero? Me ne accorgo anch'io, ma bisogna che tu mi lasci parlare.... Oh la signora Adelina! Con quella persona svelta, con quegli occhi neri, grandi, soavi, con quell'aspetto così gracile, con quel viso così pallido! Ah! il pallore e la gracilità, non lo nego, avevano gran parte nella mia simpatia. Ci sarebbe voluto poi di tratto in tratto qualche leggero colpo di tosse, e non già una malattia di consunzione (Dio guardi!).... ma una lontana minaccia. Da questo lato la signora Adelina era alquanto restìa a compiacermi, ella non aveva mai un dolore di capo, mai un po' di languore, ed era fornita di un grande appetito. Nondimeno io l'ero sempre ai panni, e m'aspettavo ogni giorno che dovesse accaderle qualche strepitosa avventura. Perciò, in mezzo a tutta la mia ammirazione, non volevo condurla troppo spesso a casa, parendomi che nulla dovesse resistere alla sua virtù affascinatrice.... Fetonte non ha fatto un maggior capitombolo di quello che io mi facessi un giorno, in cui la signora Adelina mi chiamò da parte annunciandomi ch'ella voleva dirmi qualche cosa in segreto. Mi preparai ad una rivelazione straordinaria, superba fuor di misura dell'onore, di cui mi si credeva degna. Supponevo che vi sarebbero lagrime, svenimenti e singhiozzi, o, quanto a me, ero già commossa in anticipazione. La signora Adelina mi condusse nel salotto, dove la direttrice soleva ricevere le famiglie delle alunne, e ivi con faccia più ilare che non avrei voluto mi disse: -- Dunque, la mia bimba, ci lasciamo. -- Oh! -- fec'io con voce tremula. -- Sì, cara, io mi marito. Il mio sposo non è nè troppo giovine, nè troppo bello; ma è benestante, ha fondi proprî, ha uno stato assicurato, e io non potevo aspettarmi meglio di così.... Che cos'hai, Clarina? -- Nulla.... il dispiacere della vostra partenza, -- balbettai confusa. -- Coraggio, coraggio! -- rispos'ella ridendo -- verrai a trovarmi a X*** nella nostra farmacia.... -- Di male in peggio. Quest'uomo nè bello, nè giovane, era anche farmacista! E Adelina consentiva a sposarlo, e Adelina non si strappava i capelli, e Adelina non isveniva nelle mie braccia! T'assicuro, babbo, che questo fu uno de' maggiori disinganni della mia vita. -- Senti, Clarina, -- interruppe il signor Emilio, -- tu racconti le cose con bastante buon garbo, ma io non so intendere ove tu voglia riuscire. -- Pazienza, e arriveremo. Quindici giorni dopo la partenza della signora Adelina giunse nella scuola la istitutrice che doveva sostituirla. Grande curiosità nelle alunne, soddisfazione poca. Già era impossibile agguagliare la signora Adelina. La nuova venuta, la signora Fanny, doveva essere più vicina ai trenta che ai venti, e dicevano anzi che anche i trenta la gli avesse passati. Il tipo di lei non era perfettamente italiano, e invero era nata di madre inglese. Era piuttosto alta della persona, aveva gli occhi azzurri, e i capelli biondi che le scendevano in lunghe anella sul collo. Questa dei capelli era forse la sua maggior bellezza, era certo l'unica sua vanità. Il suo volto era alquanto affilato, e aveva un fondo di malinconìa: sulla sua fronte era la traccia di molti dolori patiti, mista a un non so che di risoluto e virile che imponeva il rispetto. Vestiva semplice, quasi dimessa, e non mi ricordo d'aver visto mai un colore smagliante nel suo abbigliamento. Poichè ella adempiva egregiamente l'ufficio suo, e, da questo lato, convien dirlo senza reticenze, era di gran lunga superiore alla signora Adelina, non tardò a conciliarsi la stima di tutta la scuola. I suoi modi dolci, benchè un po' riservati, l'assennatezza de' suoi discorsi, da cui traspariva una cultura fuor del comune, ne facevano un perfetto contrapposto della signora Adelina così gaia, così giovanilmente spensierata, così proclive a scherzare con noi. Avvezza a chiedere la tua opinione in tutto, e a farne un grandissimo conto, t'interrogai anche riguardo alla signora Fanny, dopo un primo colloquio che tu avesti seco. Tu mi rispondesti con breviloquenza telegrafica. -- Ti pare una signora di garbo?... io chiesi. -- Molto, -- fu la tua risposta. -- E bella? -- Punto. -- Era quello ch'io desideravo. La signora Fanny, donna di assai garbo, ma punto bella, poteva essere ammessa in casa nostra. Clarina decideva così nella sua onnipotenza. E così avvenne. Siccome io lasciavo allora la scuola, la signora Fanny avrebbe continuato a darmi lezioni di lingua inglese e di musica. Più io la conoscevo, e più la compagnia di lei m'era gradita e istruttiva, e perchè tu pure avevi agio di apprezzarla nel frequenti colloquî, una certa dimestichezza si andò formando tra voi. Oh! quantunque siano passati ormai tanti mesi, non dimenticherò mai una sera del penultimo autunno.... -- Quale, Clarina? -- La signora Fanny veniva anche allora, come viene adesso spessissimo, a visitarci verso le otto. Quella sera faceva un tempo magnifico, spirava un'aria mite, il cielo era d'una limpidezza cristallina. Sedemmo tutti e tre sul terrazzo. Di discorso in discorso, tu fosti tratto a raccontare del tuo matrimonio e della tua felicità così presto svanita. Incuorata dalla tua espansione, la signora Fanny volle ricambiartene con uguale confidenza e ti narrò d'un suo unico amore finito miseramente. Ella era stata più infelice di te, perchè non aveva convissuto nemmeno un giorno con la persona diletta. Una palla a San Martino le aveva ucciso sul colpo il fidanzato: ella non aveva potuto nè chiudergli gli occhi, nè deporre un fiore sulla sua tomba. Era una storia semplice come la tua: nulla di singolare, nulla di fantastico; ma questi due dolori così schietti e sinceri che per un momento si mischiavano insieme nello sfogo delle confidenze reciproche, avevano in sè una potenza ammaliatrice, contro cui io non sapevo resistere. Mentre voi parlavate, io piangeva in un angolo del terrazzo. Tu ti alzasti il primo e porgendo la mano alla signora Fanny le dicesti: -- Abbiamo tutti e due delle memorie da custodire, una specie di fuoco sacro da alimentare: ciò forma fra noi un vincolo fraterno. -- Ella non rispose nulla, ma strinse la mano che tu le offrivi, passandosi il fazzoletto sugli occhi. Poi si alzò anch'ella dalla sedia, venne presso di me e mi baciò io fronte. Io le gettai le braccia al collo abbandonandole il capo sulla spalla, e lasciai sgorgare le mie lagrime liberamente.... Tu eri rientrato nella stanza..... Oh come io mi sentivo meglio dopo quel vostro colloquio! S'era formato tra voi un legame che nulla turbava, che non feriva nessuna delle mie ricordanze, che non destava nessuno dei miei timori. Il cammino della mia vita, dal quale tu avevi con tanta sollecitudine sviato gli ostacoli e le amarezze, mi era reso ancora più facile: io avevo un altro braccio, a cui appoggiarmi; un altro cuore, in cui versare ciò che traboccava dal mio.... Egoista! Egoista! Sciocca ed egoista! -- Perchè ti accusi in tal guisa, Clarina? Ciò che ti rese tanto felice non esiste egli ancora? Non siamo sempre ottimi amici, la signora Fanny ed io? Non ti vuol ella il bene d'una volta? E che può farti pentire se tu cerchi in sì caste commozioni la tua felicità? -- La mia felicità? Ma sono io sola sulla terra, ma non ho obblighi che con me stessa, ma non ho da guardare che a me sola? E tu non ci sei per nulla nella mia vita? -- O che c'entro io in tutto ciò? -- Senti, babbo, bisogna proprio che tu non mi giudichi male da quel che ho fatto sinora.... Adesso mi son ravveduta.... -- Ma tu parli per indovinelli, Clarina. -- Mi spiegherò, purchè tu mi lasci discorrere tutto d'un fiato, purchè tu non m'interrompa, e non faccia nè -ih- nè -oh- nè esclamazioni di sorta alcuna.... Tu ti ricordi benissimo il caso stragrande che si fece da te e dall'Angelica della mia ultima malattiuccia.... Quanto a me, credo che non ci fosse il menomo pericolo.... -- Oh! ce n'era, ce n'era; -- uscì a dir vivamente il signor Emilio, rannuvolandosi in viso, e stringendo a sè la ragazza come per tema di qualche novella insidia. -- Non lo disse forse anche il medico? -- Bella ragione! Ma ciò poco monta. Fatto si è che pareva non dovessero esservi nè cure nè riguardi sufficienti per me. E io te ne ringrazio, sai? e ne ringrazio anche l'Angelica, la quale per una figliuola non avrebbe potuto fare di più. In quei giorni la signora Fanny veniva spessissimo a informarsi di me, a salutarmi, e vedendo quante brighe tu e l'Angelica vi davate per amor mio, e come vi negavate il sonno e il riposo, s'offerse a partecipare in giusta misura con voi le fatiche e le veglie. O perchè ella cogliesse meglio nel segno, o perchè fosse di carattere meno apprensivo, fatto si è ch'ella era molto più tranquilla, e quindi poteva con minor dispendio di forze prestare opera efficacissima. Ella volle rimanere parecchie notti nella mia stanza, sempre fedele esecutrice delle prescrizioni del medico, sempre indovinando ogni mio desiderio. Quand'io la vedevo pender su me e rassettarmi le coltri, e bagnarmi le tempie infuocate dalla febbre e guardarmi con que' suoi occhi intelligenti e tranquilli, e calarsi giù giù sul mio capezzale fino a che qualche riccio de' suoi capelli biondi veniva a sfiorarmi la fronte, mi pareva come se fosse la povera mamma che vegliasse presso il mio letto.... Già la malattia aveva traversato quella che voi chiamate la crisi, e piegava verso una soluzione felice; nondimeno io mi sentivo immensamente debole: i miei giorni trascorrevano in lunghi sopori, i miei occhi s'aprivano a fatica, ond'io scorgevo, come attraverso un velo di nebbia, gli oggetti che mi passavano innanzi, e, pure avendo la coscienza di quanto mi avveniva d'intorno, non sapevo uscire della mia condizione d'inerte spettatrice.... Era una di quelle notti. La signora Fanny aveva a poco a poco lasciato cader la testa sulla sponda del mio letto: ella dormiva vicino a me: io sentivo il suo dolce respiro aleggiarmi tepidamente d'intorno, io sentivo la fragranza della sua morbida chioma diffusa.... La lampada da notte posta sopra un tavolino in un angolo spargeva una luce tremula e fioca nella stanza, allungando talora con guizzi improvvisi l'ombra delle sedie, degli armadî e del letto. L'uscio si aperse. Eri tu, nè me ne maravigliai: quelle tue visite erano cosa solita. Ti approssimasti in punta di piedi, mi mettesti la mano sulla fronte; poscia, inchinandoti lieve lieve su me, mi baciasti a fior di labbra la bocca. La signora Fanny era sempre assopita. Tu sei rimasto alcuni secondi immobile a contemplarci; poscia ti vidi abbassarti di nuovo, e deporre rapidamente un bacio sopra i capelli di lei. -- (Qui la Clarina pose la mano sulla bocca del signor Emilio che voleva parlare). -- Ti rizzasti con un moto subitaneo, sospettoso quasi, e uscisti della camera.... Quello ch'io provai non so dirtelo.... nel primo istante fu maraviglia.... -- E di che mai, Clarina? -- interruppe il signor Emilio, allontanando la mano, con la quale ella voleva chiudergli le parole in bocca. -- Seppur quello che credi aver visto non è un parto della tua fantasia, che cosa vi sarebbe da stupire se io mi fossi lasciato vincere dalla commozione vedendo un'estranea far teco le veci di madre? -- No, babbo.... Il dì appresso, quando il medico ti disse che potevi lasciare ogni apprensione, ti vidi nella tua contentezza baciar l'Angelica, quantunque avesse attorno un grande odor di cipolla, e perfino la zia Lena, quantunque fosse più brutta del consueto;... ma era un altro modo di baciare.... -- Orsù Clarina, tu fai discorsi inutili, e anche un poco sconvenienti ad una ragazza. -- Ci vuol pazienza. Ho cominciato, e bisogna che dica tutto, e che tu ascolti tutto. Descrivere lo stato dell'animo mio in quella notte, dopo che tu uscisti della mia stanza, sarebbe impresa assai ardua. Dissi che il mio primo sentimento fu di maraviglia. È vero. La dimestichezza formatasi tra la signora Fanny e te non aveva mai passato quel limite, oltre al quale comincia la galanterìa. V'era nella vostra amicizia un non so che di contegnoso che pareva dire: -- Fino a questo punto, sì; più in là, no. -- Alla maraviglia (perchè dovrei negarlo?) successe un granellino di rancore verso la signora Fanny. La donna ch'io amavo senza sospetto, la donna, alla quale io avevo parlato e contavo parlare tante volte ancora della mia mamma, s'intrometteva invece fra me e lei, distruggeva il mio bel sogno, diveniva una rivale di quella che io non avevo mai conosciuto, ma che avevo imparato da te ad amare con tutte le potenze dell'anima. Io sentivo sotto le palpebre chiuse gli occhi gonfiarmisi di lagrime, io sentivo affollarsi nella mia mente i rimproveri che avrei indirizzato alla signora Fanny, appena che ne avessi avuta la forza. Ma, in verità, questa forza l'avrei mai avuta? Non sarei stata disarmata dalla dolcezza e dalla serena mestizia del suo volto? Da quella fronte severa che il dolore aveva potuto solcare, ma che la vergogna non aveva mai fatto arrossire?... Nel mentre io m'abbandonavo a questa fantasia, ella si era svegliata, quasi vergognosa che il sonno l'avesse colta, e dopo d'essersi piegata su di me per veder s'io dormivo (e, tra per la mia debolezza, tra per gli affetti che si combattevano nell'animo mio, io fingevo davvero di dormire) guardò l'orologio, tolse la -veilleuse- dal tavolino e schiudendo le invetriate la posò sul davanzale e la spense: indi, aperti alquanto i registri delle persiane, lasciò entrare nella stanza un po' d'aria e di luce. Appoggiata allo stipite della finestra, stette colà qualche minuto, immobile, ritta, pensosa, stringendo sul petto la veste discinta.... I primi chiarori dell'alba facevano risaltare di più il pallor naturale del suo viso, la brezza mattutina agitava lievemente i suoi biondi capelli che le scendevano giù pel collo in vago disordine. Nel fissarla attentamente, con un occhio, a cui le inattese rivelazioni di quella notte accrescevano la virtù indagatrice, io m'accorsi che, se la signora Fanny non era bella, le traccie della bellezza v'erano ancor sul suo viso, ma sepolte, per dir così, sotto lo strato che vi avevano deposto i lunghi anni di patimenti. E non so s'io m'ingannassi, ma mi pareva che qualche lampo almeno di quell'avvenenza dovesse brillar nuovamente, solo che la gioia tornasse nell'anima alla poveretta. A che pensava ella in quell'istante? Forse a' bei sogni di fidanzata, quando ella intrecciava la ghirlanda pel suo giorno di nozze? Forse al campo sanguinoso di San Martino, ove il suo diletto cadeva per non rialzarsi mai più? O sospirava vedendosi omai al confine estremo di giovinezza, con le rose del volto sfiorite, con l'anima deserta d'affetti, e costretta a viver sempre d'una memoria? O sentiva un arcano bisogno d'amare, d'essere amata prima che il tempo inesorabile gliene contendesse perfino la speranza?... Povera signora Fanny! Una lagrima le colava lentamente dal ciglio: ella si passò la mano sulla guancia per asciugarla, poi si tolse bruscamente alla sua fantasia, e tornò da me. Io feci le viste di svegliarmi allora, e pentita d'aver, fosse pure un istante, accolto nel mio cuore sentimenti ingenerosi verso di lei, feci uno sforzo supremo, e presa la mano ch'ella mi tendeva, la portai alle labbra coprendola d'ardentissimi baci. -- Calmati, calmati, Clarina mia, -- mi diss'ella; -- perchè agitarti così? -- Perchè sento -- io risposi -- che non potrò mai rendervi la centesima parte di quello che avete fatto per me. -- E che ho fatto, piccina? Non è mica un merito quello di volerti bene. E poi, noi altre vecchie zittelle, dobbiamo pure affezionarci a qualcheduno. E quando vediamo soffrire creature giovani, leggiadre come tu sei, ci pare, assistendole, di assistere i figli che avremmo potuto avere. -- Sedette vicino a me, carezzando la mano che io lasciavo cader penzoloni dal letto, e non aggiunse parola. Io ero ancora troppo fievole per continuare il colloquio, ma fissavo con occhi intenti quel suo volto pensoso, e quand'ella si alzò nuovamente, e dinanzi allo specchio ricompose alquanto il suo abbigliamento e ravviò sulla fronte i capelli disordinati, io le tenevo sempre dietro con lo sguardo e, più ancora, con l'anima. E pensavo agl'incidenti di quella notte, e ad un'altra esistenza isterilita in gran parte per colpa mia. Sì, v'era un'altra persona che s'avvicinava a quello stadio della vita, in cui le maggiori dolcezze non sono più che una memoria ed un desiderio; v'era un'altra persona che per me aveva logorato i suoi anni più belli, compressi i suoi palpiti più ardenti, anticipato l'età, in cui ogni passione si spegne naturalmente.... Oh! babbo: ho bisogno di dirtelo? Quella persona eri tu. Espiare i miei torti, riparare a due sventure in un tempo, qual nobile impresa non era la mia? Quanto più io ero stata fino allora sospettosa, egoista, tanto più sentivo corrermi l'obbligo di essere ormai il buon angelo della casa, di farmi uno stromento di quella felicità che avevo voluto impedire. Ebbene, babbo, da quell'istante io non ebbi altro pensiero. Ciò che tu provassi per la signora Fanny ormai io lo sapevo.... -- Ma tu t'inganni, Clarina, ma tu deliri; -- proruppe il signor Emilio, visibilmente commosso. -- No, non m'inganno e non deliro, e nulla potrebbe sradicare questo convincimento dall'animo mio. Quello ch'io non potevo sapere ancora con ugual sicurezza era ciò che pensasse la signora Fanny. Da quell'istante, usando un'arte ond'io non mi credeva capace, spiai accortamente ogni suo atto, ogni parola, ogni sguardo.... e infine.... -- Infine, che cosa? -- chiese il signor Emilio, mal potendo nascondere la sua agitazione. -- Zitto! -- gridò Clarina, tendendo l'orecchio. Il campanello di strada aveva suonato, il gatto Artaserse con un immenso e incivile sbadiglio si era ritto sulle quattro zampe arcuando portentosamente la schiena, tanto da parere un dromedario, l'Angelica s'era scossa ella pure, dicendo con rara ingenuità: -- Oh!... hanno suonato.... Ero lì lì per addormentarmi.... -- intanto s'intese aprire e poi chiudere l'uscio della scala, e un passo di donna si fece sentire nell'andito. -- È proprio la signora Fanny che viene a farci la sua solita visita, -- disse Clarina, muovendosi in fretta per andarle incontro. -- Bada, Clarina, -- interpose serio serio il signor Emilio, -- che non voglio fanciullaggini. E tutta la cicalata di questa sera dev'esser come non avvenuta.... Già, io uscirò di casa.... E si alzò in piedi, inquieto, turbato. -- Un momento, un momento, -- susurrò la vispa ragazza con accento deciso. Era appunto la signora Fanny, vestita a bruno, e con una fascia di lana violetta intorno al capo e alla bocca. -- Come siete rossa in viso, signora Fanny! -- sclamò Clarina, aiutandola a levarsi d'intorno lo scialle e la fascia. -- Fa proprio freddo fuori? -- Si gela. -- Ebbene; mettetevi presso al camminetto. Su, Angelica, falle posto. -- La zittellona si levò un po' brontolando, e tenendo fra le braccia il preziosissimo micio che dava segni non equivoci di disapprovazione. Mentre la signora Fanny stava per sedersi, la Clarina disse con indifferenza e come se si trattasse d'una cosa da nulla: -- A proposito, signora Fanny, la sapete la notizia? -- Quale? -- Che il babbo è sul punto di riprender moglie. -- Queste parole caddero nella stanza come un fulmine, e gli effetti da esse prodotti ebbero un carattere di -contemporaneità- che non si può rendere nella narrazione. -- Misericordia! -- gridò l'Angelica esterrefatta, lasciando cadere il pingue Artaserse, che, sorpreso dell'insolito trattamento, corse a rifugiarsi sotto la credenza soffiando in un modo affatto ostile. Il signor Emilio diè un balzo, prorompendo in tuono di rimprovero: -- Clarina! -- Ma intanto la signora Fanny era divenuta bianca come un lenzuolo, e aveva afferrato convulsamente con una mano la spalliera della seggiola, mentre si passava e ripassava l'altra mano sugli occhi, come per diradare la nebbia che vi si andava addensando. Clarina le fu addosso in un attimo, e gettatele le braccia al collo (la signora Fanny s'era lasciata cader sulla scranna) le disse con lagrime dirotte: -- Oh! perdona; lo sapevo che tu dovevi essere la mia mamma. Era il babbo, cattivo! che, pur volendoti bene, non si persuadeva a niun costo di ciò ch'io avevo indovinato.... -- La signora Fanny mise un grido ineffabile, e questa volta svenne davvero. Le furono tutti attorno: l'Angelica che non capiva sillaba dell'avvenuto, il signor Emilio, ormai inabile a simulare, e di null'altro sollecito che di confermare le indiscrezioni della figliuola, e la Clarina finalmente, giuliva, trionfante, come un generale che ha vinto una battaglia. Il resto ve lo potete immaginare. Solo vi dirò che, al finire di quella sera così piena di commozioni, il signor Emilio, abbracciando teneramente Clarina, le disse: -- Sai che il tuo si può chiamare un -colpo di Stato?- -- Lo so, ma se fossero tutti di questo genere, il mondo non avrebbe a lagnarsene. -- La nuova famiglia è felicissima. L'Angelica tenne alquanto il broncio al nuovo ordine di cose, ma infine vi si è -ralliée-, come direbbero in Francia. Il più riluttante fu il gatto Artaserse, che per parecchi mesi si rinchiuse in un superbo -Non possumus- a simiglianza del Santo Padre, e non si riconciliò che per merito di un piumino assai soffice, sul quale la signora Fanny gli permise di fare il suo chilo. Quanto alla Clarina, ella ha adesso diciannove anni e mezzo ed è tuttora fanciulla. Non so s'io mi illudo, ma mi pare che non dovrebbe essere antipatica, e qualcheduno dei gentili lettori potrebbe farla sua moglie. Pel preciso indirizza rivolgersi.... ah! ma questa sarebbe un'indiscrezione, non voglio commetterla. -1870.- IL COGNATO DELLA COGNATA. BOZZETTO. -- È arrivato nessun telegramma all'indirizzo -Fausto Garleni-? -- chiesi, entrando nell'ufficio del capo stazione. (Qui l'autore apre una parentesi per avvertire che chi parla qui in prima persona non è lui, ma un suo amico che gli raccontò questa storia.) Il capo stazione discorreva con un signore tra i quaranta e i cinquanta, vestito da provinciale, ma non senza pretensione, che appena mi vide entrare si ritirò in disparte con un umile inchino come di chi vuol propiziarsi. Allorchè io pronunziai il mio nome, questo signore fece un gesto di piacevole sorpresa; pur non gli diedi retta, aspettando la risposta del funzionario da me interrogato. Questi, grosso, corto, con gran fedine nere, diede un'occhiata sul tavolino, chiamò l'impiegato del telegrafo, e mi domandò: -- Il dispaccio doveva proprio essere fermo in stazione? -- Certamente. -- Allora non v'è nulla. -- Ebbene, -- diss'io, -- pazienza. -- E feci atto di andarmene, riprendendo l'ombrello e il microscopico sacco da viaggio che aveva deposto in un angolo. Io non mancavo da casa mia che da pochi giorni, e dovevo ritornarvi appunto colla corsa della notte. Ma per una certa faccenda, che non ha nessuna importanza, avevo lasciato l'ordine che mi telegrafassero a X***, se per avventura m'era necessario di prolungar la mia assenza. -- Se capita, -- soggiunse il capo stazione, -- dove devo farglielo avere? -- Ah! non ci avevo pensato. E, in verità, essendo la prima volta ch'io mi recavo nella piccola X***, e non conoscendovi alcuno, ero proprio imbarazzato. Ma il signore, che parlava prima col capo stazione, volle togliermi d'impiccio e movendomi incontro: -- Mi perdoni, -- disse: -- ella è proprio il signor cavaliere Fausto Garleni? -- A' suoi comandi. -- (Che cosa volete? Sono cavaliere senza mia colpa. Fui nominato su proposta del Ministro dell'istruzione pubblica per aver sanificato alcuni terreni paludosi e presentato delle magnifiche barbabietole a un'Esposizione di orticultura.) -- Ma quando lei è il signor Fausto Garleni, -- continuò l'incognito con voce più insinuante, -- io sono Antonio Meravigli,... vale a dire, scusi, perchè capisco che non è spiegarsi bene,... vale a dire ch'io sono un po' suo parente. -- Invero questo nome di Meravigli non m'era nuovo, ma io non rammentavo più nè come nè quando avessi udito farne menzione. -- Vedo ch'ella non si raccapezza, -- egli ripigliò imperturbato, -- e mi spiego. Io sono cognato di sua cognata. Mia moglie è sorella della signora Angela che ha sposato il suo signor fratello, avvocato nella Pretura di ***. -- Ah! ora capisco, -- risposi. -- Senza dubbio ebbi occasione di sentir parlare di lei; ma sono così smemorato! -- Ed è un pezzo che non vede il suo signor fratello? -- Parecchi mesi. Siamo entrambi pieni di faccende. -- A ogni modo -- disse il signor Meravigli con un accrescimento di officiosità, e strappandomi a forza di mano il sacco da viaggio -- a ogni modo, ella mi permetterà di congratularmi di questo lieto caso che mi fa fare la conoscenza di una persona così distinta, e lascerà ch'io mi metta a sua disposizione piena ed intera in quanto possa occorrerle in questo paese. Intanto, se viene il dispaccio, si porterà a casa mia. Grazie al cielo, -- soggiunse poi pavoneggiandosi un poco, -- mi è lecito dire che sono qui ben visto da tutti, autorità e cittadini. Non è vero, Roberti? -- E si rivolse al capo stazione. -- Verissimo, -- riprese l'altro, ch'era conciso quanto il signor Meravigli era prolisso. -- Senta, signor Meravigli, -- dissi io un po' sconcertato da quell'onda d'offerte e desideroso solo di liberarmi da siffatto eccesso di cortesia: -- ella può credere s'io sia lieto di aver fatta la sua conoscenza (non ero punto, ma son cose che si dicono); però lo scopo, pel quale io mi trovo qui, è assai semplice e non permetterò certo ch'ella si scomodi per cagion mia. Ove mi occorra davvero, non dubiti ch'io farò conto delle sue gentili profferte. -- E così dicendo mi chinai per riprendere il mio sacco, ch'era divenuto il perno della battaglia. -- Ah! nemmeno per idea, nemmeno per idea; -- interruppe il degnissimo signor Meravigli, schermendosi con abilissima tattica. -- Non sarà mai detto che il fratello di mio cognato si trovi qui senza ch'io lo abbia introdotto presso mia moglie e la mia Romilda. -- Misericordia! pensai fra me e me, questo è un colpo di fulmine. E con molto poca galanterìa risposi: -- Sarebbe un onore; ma, com'ella sa, mi trovo qui per affari, e sarò occupato tutte le ore del mio breve soggiorno. -- Ma come? Se mi disse testè che non si tratta che di una bagattella.... Via, via, sia buono. E intanto mi conceda di offrirle la mia carrozza per andare in città.... Ci sono quasi due miglia, e c'è un sole che abbrucia e una polvere che sale fino al ginocchio. -- Così dicendo, il signor Meravigli mi prese per un braccio e, condottomi ad una finestra che riusciva sulla strada, alzò un momento la tendina verde che vi faceva riparo. Vista orribile! La strada si protendeva in linea retta, bianca, senz'alberi, animata soltanto da qualche nugolo di polvere sollevato dal vento. Un unico veicolo si trovava fermo dinanzi alla stazione con un cocchiere mezzo addormentato, e un ronzino che andava cacciandosi di dosso le mosche coi moti impazienti delle zampe e del capo. Quella era senza dubbio la carrozza del signor Meravigli. L'-omnibus- era partito subito dopo l'arrivo della corsa, e lo stesso dicasi dei pochi -fiacres- che si trovavano colà. Era colpa mia. Quella disgraziata fermata in stazione mi aveva rovinato, e oramai lo schermirsi era impossibile. Inoltre una passeggiata di tre quarti d'ora sotto un sole di giugno mi dava non poco sgomento. Accettai quindi l'offerta della carrozza, sperando di levarmi d'impiccio con una visitina a madama Meravigli e a quella Romilda, ch'io non sapevo ancora chi fosse. Il generale Moltke non sarà stato più superbo della riuscita de' suoi concetti militari che non fosse il signor Meravigli della mia sommissione. -- Sia lodato il cielo! -- egli esclamò con volto raggiante, porgendomi la mano che gli restava libera. -- Può dirsi che nessun forestiere di riguardo sia venuto a X***, senza mangiare una zuppa in casa Meravigli e conoscere la mia Romilda, e non ci sarebbe voluto altro che una persona, la quale mi è quasi parente, fosse passata di qui inavvertita. -- La situazione si aggravava fuor di misura. Non era più una visita da fare, ma una zuppa da mangiare; insomma un pranzo bell'e buono fra gente sconosciuta e, secondo tutte le apparenze, ridicola in grado superlativo. Deliberai di tentare un ultimo sforzo in carrozza, sperando che quand'io fossi seduto troverei quell'energia che mi mancava quand'ero in piedi. Intanto, ricambiato un saluto col capo stazione, al quale il signor Meravigli bisbigliò qualche parola all'orecchio, mi avviai o piuttosto mi lasciai condurre dal mio ospite verso il modesto veicolo che stava ad attendermi. Il cocchiere dormiva profondamente, e il cavallo ne aveva profittato per tirar la vettura verso il margine della via, dove c'era un po' d'erba da rosicchiare. Uno spintone al braccio ed una chiamata sonora di -Luigi! Luigi!- scossero il sonnacchioso auriga. Egli aprì una bocca enorme ad un enorme sbadiglio, si rizzò sulla cassetta della carrozza, mi guardò con occhio di curiosità senza nemmeno toccarsi il berretto, e prese in mano le redini che aveva abbandonate e che penzolavano sul dorso del tranquillo quadrupede. E così, dopo alcune delle frasi solite: -Passi Lei -- Anzi Lei -- Oh la prego-, ec. ec., mi trovai proprio nella vettura del signor Antonio Meravigli a fianco di questo degno cittadino. Che debbo dire? Faceva caldo, io ero un po' stanco dal viaggio di strada ferrata, e nell'assidermi sui guanciali della carrozza provai un sentimento insolito di benessere. Riflettei meco stesso che nemmeno un pranzo in casa Meravigli sarebbe stato il finimondo, e i miei propositi di resistenza andarono via via indebolendosi. Tutt'al più avrei combattuto per l'onore delle armi. -- Oh! che fortuna per me -- disse il signor Meravigli, stropicciandosi le mani per la contentezza -- di poter condurre dinanzi a Romilda un uomo come il signor cavaliere Fausto Garleni. -- E vedendo ch'io mostravo di non capir troppo chi fosse questa Romilda: -- Ah! scusi, -- proseguì; -- siccome siamo quasi parenti, mi pare impossibile che non ci conosciamo un po' più. La Romilda, diamine! è mia figliuola. -- E lo disse in modo da far vedere che se ne teneva grandemente. -- Un bel nome! -- interposi, tanto per non restarmene mutolo. -- Ah! ecco, -- soggiunse il signor Meravigli un po' imbarazzato. -- Il vero nome della mia figliuola non era questo. La si era battezzata per Orsola (capisce quei riguardi che si hanno in famiglia; era il nome della mia povera madre), ma la fanciulla, appena fu giunta all'età di ragione, mostrò una grande antipatia per esser chiamata così, e andava sempre gonfiandosi la bocca di certi nomi, belli se vuole, ma disusati, come Ermengarda, Ildegonda, Elettra, Antigone e simili. Finalmente s'incapriccì di questo di Romilda, e deliberammo secondarla. Le assicuro io, una figliuola che non si trova l'uguale a cercarla col lumicino. Già il suo forte è lo studio. Per le faccende di casa la non ci ha gusto, ma scrive come un angelo.... In versi poi.... 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