-- ella disse un giorno allo zio. -- Oh Gilda! -- esclamò con un gemito il professore. -- Forse per te no -- ella rispose -- Tu mi vorresti bene in ogni caso... Sei tanto buono, zio Aldo... Egli la guardò intenerito, e queste parole fecero vibrare in lui le più riposte corde dell'anima. Se Mario passava parecchie ore presso la malata, il professor Romualdo non se ne staccava nè giorno nè notte. Soverchiato dalla stanchezza, egli abbassava le palpebre, lasciava cader la testa sul petto, ma non si moveva dal suo posto, e il suo sonno era tanto leggero che la Gilda non lo chiamava mai inutilmente. Egli preveniva, indovinava tutti i suoi desiderii, le porgeva da bere, aiutava l'infermiera a mutarla di posizione, invigilava perch'ella prendesse i medicamenti all'ore prescritte. Non sapeva far altro, non sapeva pensar ad altro; sarebbe stato inetto a risolvere il più semplice teorema di geometria; si ricordava appena della sua Università, egli ch'era stato fino a quel tempo il più assiduo tra i professori. Invano gli si raccomandava la calma, gli si presagiva, che, tirando innanzi a quel modo, avrebbe finito coll'ammalarsi anche lui; egli non porgeva ascolto a nessuno. Vegliando, soffrendo al capezzale della Gilda, gli pareva d'espiare verso di lei, verso Mario, il gran delitto di aver invidiato la loro felicità. Nè la signora Dorotea era avara dell'opera sua. Le supreme necessità del momento le avevano ridonato una parte dell'antico vigore; era sempre in moto, aveva sempre un gran da fare a preparar i brodi succulenti per la malata, e, negli intervalli di riposo, brontolava contro il professor Romualdo che non le cedeva mai il posto al letto della nipote. La miglior prova delle preoccupazioni del suo animo era il suo oblìo quasi assoluto del gioco del lotto. E sì che gli straordinari accidenti successi in casa erano tali da suggerirle dei bellissimi -terni!- Si buccinava anzi che uno ne avesse guadagnato la portinaja, interpretando con acume il grave fatto dell'esplosione. Intanto la Gilda migliorava. Sul finire della terza settimana il medico dichiarò rimosso il pericolo ch'ella perdesse la vista, quantunque fosse più che probabile che le sarebbe rimasto leggermente offeso l'occhio sinistro. Di lì ad altri dieci giorni si dileguarono le ultime apprensioni circa allo stato generale dell'inferma. Cominciava il periodo della convalescenza, una convalescenza che sarebbe stata lunga, dicevano i medici, e che doveva esser piena di riguardi e di cure. Ma che importava tutto ciò, se c'era da gridar al miracolo pei risultamenti ottenuti? Per quanto sia una bella cosa lo star bene di salute, il guarire sarebbe una cosa ancora più bella, se non ci fosse il grave inconveniente che per guarire è necessario essere stati malati. Ciocchè mi richiama alla mente un romanzo francese, nel quale una signora, più arguta che costumata, dice a una amica: -- Credimi, la miglior condizione per una donna è quella di vedova. -- E l'amica, femmina della stessa risma, rincarando la dose con un frizzo ancora peggiore, risponde: -- Sì, se per esser vedova non bisognasse prima esser maritata. -- Discorsi immorali, che saranno meritamente riprovati dalle virtuose lettrici. Ma venendo a noi, quale pur sia il posto che le dolcezze della guarigione occupano tra le gioie, non troppo numerose, della vita, è certo che questo posto è molto elevato. Guarire è un rinascere con conoscenza di causa, e nello stesso tempo con la disposizione a rammentare tutto ciò che la vita ha di giocondo, a dimenticare tutto ciò ch'essa ha di triste. Ci pare che l'universo si adorni per farci festa; che gli uccelli cantin per noi; che per noi olezzino i fiori, e il sole c'inviti a bearci ne' suoi raggi. Noi ci affacciamo alla finestra e la rondine ci dice: -ben tornati-; usciamo all'aperto, e lo stormir delle foglie, e il mormorio del ruscello, e le mille voci della natura si fondono ai nostri orecchi in un saluto cortese. Anche gli uomini son buoni, ci sorridono, ci stendon la mano, ci parlano di cose allegre, di cose leggiere; non è tempo questo da malinconie e da grattacapi. Sotto ai nostri piedi è un tappeto di rose, sulla nostra testa è una danza d'astri lucenti. E nel nostro cuore? Tutto il meglio ch'è in noi s'agita, ribolle, scintilla; si svegliano i pensieri gentili, le fedi ardenti, le speranze baldanzose, e quella inesausta sete d'amore ch'è tormento e dolcezza dell'esistenza. Il mondo è nostro un'altra volta: avanti! Però, questa voluttà della vita che torna non brillava negli occhi della Gilda, quando col lento rimettersi delle forze si sgombravano le nebbie del suo spirito. Ella sentiva che un abisso la divideva dal passato; un istante aveva distrutto la sua beltà e la sua giovinezza. L'avvenire che l'aspettava non poteva esser più quello ch'ella aveva sognato nell'estasi de' suoi giorni felici; la figura di Mario, ch'ella mirava talvolta vicino al suo capezzale, le faceva l'effetto d'una visione d'altri tempi evocata dalla sua fantasia, la voce di lui le pareva l'ultima risonanza d'una musica che si perde lontano. Era strano, ma le sembrava d'esser più libera allorchè Mario non era presente, allorch'ella rimaneva sola con lo zio Aldo. L'affezione fida, discreta, inalterabile, al cui tepido soffio ella era cresciuta, non era stata scossa dalla tempesta che aveva sfrondato tante gioie e tante speranze della sua vita. Ella la trovava accanto a sè, sollecita, operosa come per lo addietro, più forse che per lo addietro, come se avesse attinto nuovo vigore dalle prove della sventura. Di quando in quando, simile a un'ombra, le si affacciava alla mente il ricordo d'un giorno in cui le parole e gli sguardi dello zio l'avevano sgomentata; ma oggi quel ricordo non valeva a turbarla, ad offenderla, a scrollar la sua fede. I suoi occhi non isfuggivano gli occhi del professore che sovente si volgevano in lei con una tenerezza piena d'ansietà, la sua mano tremula e scarna cercava volentieri la mano dello scienziato. E provava un senso di calma, di pace, che, in quella sua stanchezza dell'animo e della persona, era il miglior bene a cui potesse aspirare. Ma se arrivava Mario in uno di questi momenti d'abbandono, la Gilda arrossiva, il professore si tirava in disparte; l'incanto era rotto, le incertezze dell'avvenire penetravano nella camera insieme col giovine artista. Egli faceva del suo meglio per esser gentile, officioso; però, il tedio non tardava a dipingerglisi in viso, e la Gilda, con la chiaroveggenza dei malati, se ne accorgeva anche troppo. Allorchè ella sorprendeva il suo sguardo fisso su lei, le pareva ch'egli contasse le sue cicatrici a una a una, le pareva ch'egli dovesse domandarle in tono di rimprovero -- Perchè non sei più bella? -- Oh -- ella disse una mattina al professore Romualdo, che accampava mille pretesti per non darle uno specchio -- il mio vero specchio è Mario. Ho visto da gran tempo nei suoi occhi che son diventata bruttissima... Non sarà una novità, te lo assicuro, il vederlo in un pezzo di vetro... Già, presto o tardi, a questo bisogna venirci... Via, dammi lo specchio. Alla fine, un giorno in cui Mario era assente, bisognò appagare il suo desiderio. Prima però ella acconsentì a fare un po' di -toilette- e anche a lasciarsi tagliare i capelli che le cadevano in gran copia, come foglie secche dall'albero. -- Torneranno a crescere -- le si diceva per confortarla, mentr'ella con moto nervoso ravvolgeva le dita lunghe e sottili in quei bruni ricci ch'erano stati il suo orgoglio. Ella non rispondeva nulla. Poi che le forbici ebbero compìta l'opera loro, le si acconciò in capo un cuffietta bianca, le si fece infilare un corsetto di bucato, e la signora Dorotea, di sua propria mano, le annodò intorno al collo un fisciù di seta azzurra. La Gilda ruppe il silenzio. -- Qua lo specchio, e ch'io faccia la mia personale conoscenza -- ella disse con un'allegria forzata. Indi si voltò dalla parte dell'uscio. -- È ben chiuso? Le aveano portato uno specchietto ovale molto leggero che soleva stare appiccato a un chiodo infisso in uno dei regoli della finestra della camera del professore, il quale se ne serviva nel ravviarsi i capelli e la barba. La convalescente lo prese due volte in mano, e due volte lo depose sulle coperte prima d'avere il coraggio d'alzarlo al livello del viso. Ella tentò di volgere in celia le sue stesse esitazioni. -- È come quando dovevo prender l'olio da bambina... Se si potesse far come allora... Chiuder gli occhi, aprir la bocca, e giù... Adesso invece son proprio gli occhi che bisogna aprire... Coraggio... uno... due... tre... Nel bene la previsione va spesso oltre il vero, nel male avviene sovente il contrario. Gli è che non v'è triste previsione, la quale non sia temperata da una segreta speranza che il nostro spirito s'inganni, che le nostre paure siano esagerate. E talvolta anzi noi esageriamo a studio; fingiamo di prevedere un disastro ove secondo ogni probabilità non istà per succedere che un incidente sgradevole. Ma quando l'incidente sgradevole accade, non tardiamo ad accorgerci ch'esso ha superato, non la nostra aspettazione immaginaria, ma la nostra aspettazione reale. -- Devo essere orrenda, mostruosa -- aveva detto mille volte la Gilda, e, quantunque non fosse più bella, non era nè mostruosa, nè orrenda. Nondimeno il vedersi nello specchio fu per lei un colpo di fulmine. Era lei, era lei veramente quella donna pallida, tutta cicatrici e lividure, che la mirava tra attonita e costernata? Stette un momento muta ed immobile, soffocando gl'impeti tumultuosi dell'anima; poi si guardò intorno smarrita, quasi a persuadersi ch'era ben desta, lasciò cader di mano lo specchio, abbandonò il capo sui guanciali e si coperse il viso con le lenzuola. La sentivano piangere sommessamente. -- Hai avuto troppa fretta -- le ripetevano a gara il professore e la signora Dorotea. -- Di qui a un paio di settimane sarà tutt'altra cosa. Ella, rannicchiata sotto le coltri, si stringeva nelle spalle e diceva: -- Lasciatemi sola... Per carità, lasciatemi sola... Mi calmerò da me. Infatti, di lì a un'ora, ella era appieno ricomposta. Alla sera s'intrattenne a lungo col medico, e con aria disinvolta lo pregò di dirle quali tra i segni che le deturpavano la fisonomia il tempo farebbe sparire e quali le resterebbero sempre. L'interrogato si provò a dipinger tutto in rosa, ma la Gilda, che gli teneva inchiodati gli occhi addosso e gli leggeva le bugie in viso, lo riprese amorevolmente. -- Non la trattasse come una bimba, se anche quella mattina ella aveva fatto un capriccetto; ormai ella aveva messo giudizio e aveva diritto di conoscere la verità tutta intiera. Il medico si schermì quanto più potè, ma alla fine espose sinceramente il parer suo, soggiungendo però, che la natura sbugiarda spesso i pronostici della scienza e che in gioventù soprattutto si vedono dei miracoli. -- Grazie -- ella replicò, stringendo la mano al dottore. E il suo volto aveva l'espressione seria e tranquilla di chi, uscendo da molte incertezze, ha preso un partito decisivo. XXI. Da qualche giorno la Gilda aveva cominciato ad alzarsi, e, appoggiata al braccio dello zio, passava lentamente dalla sua camera in salotto, ove sedeva in una poltrona accanto alla finestra. Le Lorati non mancavano mai di venirle a tener compagnia un paio d'ore e le mostravano un'amicizia tanto più calda quanto maggiore era in loro la soddisfazione di veder avvilita quella famosa bellezza. Nell'andarsene esse facevano un'infinità di commenti. -- L'occhio sinistro è sciupato affatto. -- E il labbro inferiore? -- E quella cicatrice sulla fronte? -- E l'altra alla guancia? -- Povera Gilda, è proprio brutta. -- Bruttissima. -- Orribile. -- Vedete, ragazze -- osservava la savia genitrice -- come i pregi fisici possano svanire da un giorno all'altro. -- Se non trovava lo sposo prima di questa disgrazia.... -- Uhm! Il matrimonio non è ancora successo. Ci credo poco. -- Ella non ne parla mai... -- In ogni caso c'è tempo. Va così adagio a rimettersi... Il medico ha detto che prima di pensare alle nozze ci vorranno dei mesi. -- E Mario intanto è assente da oltre una settimana. -- Ma torna presto. -- Pover'uomo! Se cerca qualche svago, bisogna perdonargli. È toccata grossa anche a lui. -- Se la prende, non può essere che per rispetto alla sua parola.... -- Un po' per questo e un po' per compassione. -- Essere sposata per compassione... Io non mi degnerei certamente -- sentenziò la maestosa Ginevra. -- Povera Gilda! -- Ma! Chi avrebbe potuto immaginarselo? Lei che si credeva una Venere... Per Mario, reduce dal suo viaggetto, non fu piccola meraviglia trovar alzata la Gilda. Quando egli la vide adagiata nella poltrona, smunta in viso, col suo corpicino sottile perduto nell'ampia veste da camera, pensò alla stupenda e florida giovinetta che aveva incontrato sulle Alpi, e durò fatica a frenare una lagrima. Ella s'accorse del suo turbamento, abbassò gli occhi, e si passò rapidamente la mano sulla fronte. -- Devo parlarti -- disse poi -- fatti più vicino... No... anzi, prima chiudi quei due usci... quello che dà nell'andito, e quello che mette nella camera della signora Dorotea. Dall'altra parte non può venir nessuno... Mio zio è all'Università. Questi preparativi lo sgomentarono alquanto. Che rivolgeva ella nell'animo? -- Sii franco come sarò io -- ella principiò. -- Il dissimulare non giova... Nulla può mutare omai la mia risoluzione. -- La tua risoluzione?... Quale? -- Io non sarò più tua moglie. -- Che dici? Perchè? -- Oh! Non me lo domandare... Guardami. Egli comprese il significato delle sue parole, ed esclamò: -- È per questo? È per questo? -- Sì... Ci pensai fin dal primo giorno in cui mi colse la mia sciagura... Adesso ho deciso... inesorabilmente deciso. -- Ma tu credi dunque che io... Ella non lo lasciò finire. -- No, Mario, non credo quello che tu supponi... Tu mi sposeresti, ma saresti infelice. -- Oh Gilda... -- Sii sincero... Cento volte tu mi dicesti che non sai concepire la donna che non sia bella... Io ne tremavo allora, e tu per rassicurarmi mi protestavi ch'ero bellissima... Cento volte tu mi lasciasti intendere che, artista anzitutto, tu cercavi nella donna il tipo eterno della bellezza... e io ne tremavo e tu mi ripetevi che per te io ero quel tipo... Ero io che col mio sguardo, col mio sorriso, dovevo sprigionar dal tuo petto la sacra scintilla con cui si creano i capolavori... lo dicevi tu... e mi venivano le vertigini a sentirmi levata sì alto... Io mi chiedevo: -- Potrò reggermi dove egli mi ha posta? Potrò sempre dargli il segreto della linea e del colore? Sarò sempre giovine, sarò sempre bella? Oh Mario, quando mi angustiavano questi dubbi ero ancora vagheggiata, ammirata; adesso tu vedi ciò ch'è divenuta la Dea che avevi cinta d'un nimbo... Fissami bene, Mario; che ispirazioni potrai tu cercare su questo volto contraffatto? Mentr'ella parlava, la sua voce, sulle prime leggermente commossa, si faceva a grado a grado più limpida e sicura, e una espressione dolce ma risoluta si dipingeva sulla sua fisonomia. Mario l'ascoltava attonito, colpito dalla stoica fortezza di quella fanciulla di diciott'anni che rinunziava senza esitazioni e senza lamenti alle sue più care speranze. Com'egli si sentiva umile e piccino in confronto a lei! Come avrebbe voluto nasconderle il suo cuore, di cui ella metteva a nudo i segreti! Come si ribellava all'idea ch'ella dicesse il vero! E accumulava frasi su frasi, e tentava ingannar lei, e tentava ingannar sè medesimo, e chiamava stupida aberrazione il suo culto esclusivo della bellezza fisica, e giurava alla Gilda che standole vicino egli aveva imparato a pregiare in lei altre qualità e ad amarla per quelle. Ma per quanto facesse, non gli usciva dal labbro uno di quei gridi dell'anima che scendono all'anima e vincono ogni resistenza. Ella lo lasciò dire; poi riprese con un sospiro: -- Sì, Mario, tu devi parlar come fai, io tener fermo il mio punto... La mia schiettezza può parer dura oggi, ma verrà giorno in cui dirai: -- la Gilda aveva ragione. -- E sarà quel giorno nel quale, se ti dèssi retta, mi rinfacceresti il sacrifizio della tua libertà. -- Oh Gilda, Gilda, mi reputi dunque ben vile -- interruppe Mario, torcendosi le mani, tanto più turbato, tanto più confuso quanto più la fanciulla, discorrendo, coglieva nel segno. -- Non me lo rinfacceresti a parole, lo so -- ella riprese con soavità -- ma lo capirei a ogni modo... e allora... adesso soffro forse... ma allora sento che ne morrei di dolore... Bada a me, Mario, non insistere... eri sincero quando mi rivelavi le tue debolezze d'artista; in quel tempo non avevi ragione d'infingerti..., oggi sì... oggi hai pietà di me, e io devo difenderti contro te stesso.... Va, Mario, non è colpa tua; tu hai bisogno di moto, d'aria, di luce, hai bisogno di fare un viaggio; qui il tuo ingegno si sfibra; l'ozio, lo scoraggiamento ti uccidono. -- Ma sei tu che ti crei questi fantasmi... -- Non mentire, Mario... Io t'ho conosciuto nei tempi in cui la fiamma dell'arte ti splendeva negli occhi e movevi incontro all'avvenire con fronte alta e sicura... Allora la tua mente era piena di immagini, il tuo album era pieno di disegni... da più mesi tu non fai nulla... oh è inutile che tu accenni di sì col capo... Puoi mostrarmi, non dico un tuo quadro, ma un tuo schizzo, ma una linea segnata dalla tua matita?... Lo puoi? -- Tu eri malata, Gilda... -- Oh, le inquietudini sul conto mio sono cessate da oltre un mese. Che hai fatto in questo mese?... Lo vedi, tu taci... -- Sei un giudice inesorabile -- egli disse, quasi piangendo di dispetto e di rabbia. -- Sono un giudice clemente. Tu ti dibatti in una lotta tremenda fra ciò che stimi il tuo dovere e il desiderio immenso di libertà che ti affanna. Va, Mario; dal tuo dovere, s'è tale, io ti sciolgo; la tua libertà, io te la rendo... Va... io ti apro la gabbia, povero prigioniero. Mario si trovava in una condizione d'animo ben singolare. La libertà che gli era offerta egli la sospirava come l'assetato sospira una goccia d'acqua, eppure all'idea di accettarla gli salivano al viso i rossori della vergogna; egli doveva riconoscere che la Gilda aveva ragione, che l'amore ch'egli le aveva portato non era sopravvissuto allo strazio della sua bellezza, eppure sentiva che mai come adesso ella era stata degna di essere amata. E intanto lo sguardo della giovinetta non si staccava da lui e sembrava dovergli legger nell'anima i più riposti segreti. -- Ascolta -- egli le disse infine -- oggi, per quanto io facessi, le mie parole non ti persuaderebbero... Ma domani? -- Domani? -- ella ripetè distratta. -- Sì, consentimi di ritentar la prova... -- S'egli mi amasse davvero! -- pensò la Gilda. Ma seppe frenar la sua commozione, e rivoltasi a Mario con apparente tranquillità, lo licenziò con queste parole: -- Allora ci diremo addio domani. Per quel giorno ella non lasciò trapelar nulla del colloquio avuto col suo fidanzato, e deluse la curiosità della signora Dorotea, che voleva sapere il perchè di quella sconvenienza del chiudere gli usci per di dentro. Il giovine pittore partì di là che aveva la febbre addosso. Che fare?... Poteva esserci un dubbio su ciò che doveva fare?... Doveva dire alla Gilda: -- la sventura ha stretto di più il vincolo che ci unisce; ora più che mai voglio farti mia sposa... -- Ma se non l'amava, se non era in poter suo di amarla?... Se aveva questa fatalità di non saper amare che un bel viso? Se col suo eroismo non fosse riuscito che a sacrificar sè e a rendere infelice lei?... Era già dubbio se il matrimonio si conciliasse col suo spirito mobilissimo, anche quando si trattava di sposare una giovine avvenente, florida, vispa... ma il matrimonio con una malata?... Perchè la Gilda ormai era una malata e sarebbe stata tale per un pezzo... Invece di averla compagna nelle sue peregrinazioni artistiche, avrebbe dovuto vegliarla, assisterla... e queste qualità d'infermiere egli non le possedeva... In mezzo alle cure del nuovo suo stato si sarebbe spenta del tutto la sua ispirazione già illanguidita, e allora... che avvenire per lui, che avvenire per la Gilda! Quando noi rifuggiamo da un grave sacrifizio, ci piace assai spesso ripararci dietro l'idea che quel sacrifizio non gioverebbe neppure a quelli per cui dovremmo farlo, e così Mario concludeva volentieri i suoi ragionamenti col dirsi che la Gilda sarebbe stata infelice sposandolo. Pure una fiera lotta si agitò nel suo spirito, e ne portava le tracce il foglio pieno di pentimenti e di scancellature che la Gilda ricevette il dì appresso: -- «Crudele, crudele, perchè suscitar la tempesta nella mia anima? Io seguivo la via che mi pareva la sola buona, la sola onorevole; tu con amara schiettezza hai voluto mostrarmene le insidie e i pericoli, tu mi hai detto che non potrei percorrerla senza uccidere, qual ch'esso sia, questo mio ingegno d'artista. È un'idea che mi toglie la pace. Tutti devono essere qualche cosa nel mondo; io, che sarei se non sono un pittore?... Non auguro al mio peggior nemico la notte che ho passato... Ripensavo alle tue parole, e, a vicenda, ti adoravo, ti ammiravo, ti colmavo di vitupèri... Sì, la tua generosità è spietata... tu puoi darmi licenza d'essere un vile, non puoi impedirmi di credermi tale... Vedi in qual bivio m'hai messo. O restare, con l'incubo di non esser più atto a far nulla; o partire vergognandomi della mia condotta... Ebbene, parto, cerco il moto, l'aria, la luce, di cui, come dici, ho tanto bisogno, cerco la lena perduta. Se farò un capolavoro, lo dovrò a te. A ogni modo, non ripatrierò prima di aver assodata la mia riputazione d'artista. E tu, Gilda?... Non oso venire a stringerti la mano; sarò già in viaggio quando riceverai questo foglio... Tu meriti un uomo migliore di me, tu lo troverai senza dubbio... Ma, se tu fossi libera al mio ritorno, potrei sperare di non esser respinto?... Se ti riesce, non disprezzarmi, e fa che non mi disprezzi il tuo ottimo zio... È troppa audacia chiedere una tua lettera, almeno una, a Zurigo, ferma in posta? Addio, addio.» In conformità a quanto egli scriveva, Mario era partito con la prima corsa, diretto sulla linea di Modane. Giunto a Torino, vi si trattenne per poche ore affine di salutarvi suo padre, il quale si trovava colà per ragioni del suo commercio. L'ottimo signor Gedeone fu molto addolorato, non tanto delle nozze sfumate quanto della nuova partenza di Mario, ch'egli amava sinceramente. Nondimeno egli riempì di napoleoni d'oro la borsa del figliuol prodigo e s'impegnò a non fargli mancar danaro finchè non fosse in grado di mantenersi co' propri guadagni. -- Quattrini, e poi quattrini, e sempre quattrini -- borbottò tristamente il signor Gedeone. -- Senza contare la pigione del casino di Firenze e la spesa dell'ammobiliamento... È inutile, son fatto così; per questo figliuolo darei il sangue... con quel sugo... per averlo sempre lontano. E il signor Gedeone cercò un sollievo alle sue amarezze domestiche nell'acquisto di una partita di farina avariata che poteva servir benissimo per la sua fornitura agli Istituti Pii. XXII. Il professore Romualdo stava quella mattina rivedendo i suoi manoscritti che giacevano abbandonati da tanto tempo, e come succede a chi non è in vena di lavorare sul serio e pur vorrebbe poter dire a sè stesso che non è rimasto in ozio, collocava a posto le virgole dimenticate, arrotondava l'occhiello degli -e- e metteva i punti sugli -i-. Si può tuttavia giurare che la sua mente era assorta in altri pensieri ai quali non era certo estranea una persona la cui apparizione repentina ed inaspettata lo fece scattar dalla sedia. -- Tu, Gilda?... Alzata?... A quest'ora?... Che direbbe il medico? -- Oh! -- ella rispose -- bisogna ormai emanciparsi dal medico... Sto bene... Vedi come mi reggo da me... -- Stai bene e sei così pallida? -- esclamò il professore con inquietudine. -- Che hai? -- Nulla.... -- Non dirlo... Hai gli occhi gonfi, Gilda, sei agitata... Questa tua visita mattutina non è certo senza una grave ragione. -- Voglio riprender le mie antiche abitudini -- ella replicò, avvicinando una seggiola al tavolino -- voglio esser la tua assistente, il tuo segretario come una volta... La pecorella smarrita ritorna all'ovile... ecco tutto. Com'ella s'accorse che lo zio Aldo stentava a raccapezzare il senso delle sue parole, estrasse di tasca un foglio e glielo porse spiegato -- Leggi. Appuntò il gomito al ginocchio, fece con la mano sostegno al mento, e stette lì a capo chino senz'aprir bocca e senza batter palpebra. Pareva una figura scolpita nel marmo. Il professore intanto aveva divorato l'arruffatissima lettera di Mario. -- Parte? Ti lascia? -- egli gridò, appena l'ebbe finita. E balzò in piedi con impeto, schizzando fiamme dagli occhi. Ella si scosse, sollevò la testa, e rivolgendo allo zio uno sguardo soave e amorevole: -- Sono stata io -- gli disse -- egli non fece che ubbidirmi. -- Ubbidirti? -- egli proruppe passando di sorpresa in sorpresa. -- Gli hai imposto tu di partire? Ella gli riferì il colloquio avuto con Mario il giorno innanzi. Il professore durò fatica a non interromperla cento volte. -- Non difenderlo, non iscusarlo -- egli esclamò finalmente, misurando a lunghi passi la stanza. -- Che amore era il suo?... Ha potuto sentirti parlare come gli parlavi, e non è caduto a' tuoi piedi, e non si pentì delle sue esitazioni e non rinnovò i suoi giuramenti? T'ha abbandonata, è fuggito perchè le tue guance sono men floride, perchè i tuoi occhi sono meno scintillanti d'un tempo? E tu gli perdoni, e gli perdoneranno tutti, e la sua vigliaccheria resterà impunita? Oh come intendo in questo momento il piacere della vendetta!... Come disprezzo questa scienza vantata che sfibra le virtù del braccio e dell'animo!... Come volentieri la darei tutta quanta per essere un forte, per colpire inesorabilmente colui che ti rende infelice! -- Mio cavaliere -- rispose la giovinetta, atteggiando il labbro a un malinconico sorriso -- non voglio che tu mi vendichi... Non c'è offesa da vendicare... Mario era pronto a sposarmi, fui io che gli resi la sua parola... S'egli mi avesse resistito, sarebbe stato un eroe, e non si può pretender dagli uomini che siano eroi... Forse è stato meglio così. -- Ma pur tu lo amavi? -- Oh sì... Quando credevo di poter essere una valida alleata del suo ingegno, uno strumento della sua gloria. Appena cominciai a dubitare che gli sarei stata d'impaccio, cominciai anche ad amarlo meno... Sono orgogliosa... -- Gilda!... E l'avvenire? -- Starò qui come sono stata finora; mi rimetterò a studiare... le donne brutte studiano... copierò i tuoi manoscritti, ti aiuterò nei tuoi esperimenti... Egli le diede sulla voce. -- Non parlarmi dei miei esperimenti... Il mio laboratorio io l'abborro... Voglio distruggerlo... O almeno voglio chiuderne l'uscio per sempre... -- Lo riapriremo insieme, zio Aldo -- rispose la Gilda. -- Rammento ancora le mattine che vi ho passate, a bocca aperta, tempestandoti d'interrogazioni, ammirando la vastità del tuo sapere, e la infinita pazienza che avevi con me... Povera cameretta! Da due anni la trascuravo e ne fui punita... Oh se si potesse tornare indietro di due anni!... Proviamo, zio Aldo. -- Se si potesse -- egli ripetè, tentennando il capo con aria desolata. E soggiunse a mezza voce: -- È un nodo che non si scioglie. -- Indi si abbandonò sopra una sedia e si coprì il viso con le mani. -- Zio Aldo, tu mi nascondi qualche cosa -- proruppe inquieta la Gilda. -- I nostri guai non sono finiti? -- La fatalità ci perseguita, o fanciulla... Io vorrei pure che queste pareti ridivenissero per te il nido calmo e tranquillo della tua infanzia, vorrei poter dirti come una volta: Addormèntati fidente sulle mie ginocchia, appoggiati al mio braccio leale, lasciami esser tua guida nel campo della scienza... Ma no; un destino iniquo non lo permette; io sono un pazzo, io sono un malato. -- Se sei un malato, ti curerò -- interruppe con dolcezza la giovinetta. -- Non mi curasti tu per due mesi? Dovrei abbandonarti, se soffri? -- Eppure sarà necessario -- egli esclamò, agitandosi sulla seggiola. E proseguì: -- Non ho rimorsi... ho lottato... ho lottato tanto... Tutti gli argomenti che la ragione può suggerire io me li son detti... tutta l'energia d'un carattere avvezzo a vincer gli ostacoli, io l'ho spesa... e non è valso a nulla... -- Ma insomma, a che mirano le tue parole? Che vuoi fare di me? -- Pensiamo insieme, studiamo un modo... -- Non posso più viver sotto questo tetto come la tua pupilla, come la tua nipote, come la figlia dell'anima tua? -- Compiangimi, Gilda, non lo puoi. -- Come la tua sorella?... Vedi, i patimenti hanno in me affrettata l'età... Io posso esser la tua sorella. -- Non lo puoi, non lo puoi -- replicò il professore con l'accento della disperazione. Vi fu un istante di silenzio. Il dottor Romualdo teneva le mani intrecciate sulle ginocchia, lo sguardo immobile a terra. La Gilda, levatasi da sedere, gli si avvicinò lentamente. Un lieve rossore le tingeva le gote. -- Alza gli occhi -- ella disse -- fissami in viso. In questa casa dove non posso esser più nè pupilla, nè nipote, nè sorella, potrei almeno esser la compagna della tua vita, la tua sposa? -- Tu, Gilda? -- esclamò lo scienziato con un grido che veniva dal cuore. -- La mia sposa; L'hai detto? L'hai proprio detto, tu? L'hai detto sul serio? Non ti sei presa giuoco di me? Oh no! Il tuo volto onesto porta l'impronta della sincerità... Tu non vuoi uccidermi! Egli le afferrò tutt'e due le mani e le tenne strette nelle sue. -- Zio Aldo -- ella mormorò affettuosamente. -- Non chiamarmi più così... Chiamami Aldo... O piuttosto, no, sciocco ch'io sono... chiamami ancora zio Aldo... c'è tanta dolcezza in queste due parole pronunziate dalle tue labbra... Sentivo sempre dirmi -professore-, -professore-... e non ero che un professore arido, dotto, noioso...; tu mi dicesti zio e sono divenuto un uomo... Oh se la mia vita fosse cominciata da quando batte il mio cuore, io sarei ben giovine, o Gilda... Egli s'interruppe un momento; poscia riprese con un sospiro: -- Invece hai riflettuto che son vecchio, che ho diciannove anni più di te? Guarda la mia barba e i miei capelli segnati di bianco, guarda le rughe della mia fronte... La tua giovinezza è appassita per poco; essa risorgerà senza dubbio; ma la mia, oh la mia non torna mai più. La Gilda scrollò il capo. -- Tu mi porti un cuore che non ha amato altra donna che me... -- Nessun'altra, nessun'altra -- egli esclamò con enfasi. -- Lo vedi -- ella rispose. -- Il tuo cuore almeno è più giovine del mio -- Abbassò gli occhi e soggiunse arrossendo: -- E da quando... da quanto tempo mi ami? -- Lo so io forse? Fu nel giorno in cui lessi sulla tua fronte ch'era finita per te l'infanzia gioconda; fu prima, fu dopo? Lo ignoro. Sentivo il mio affetto trasformarsi a grado a grado, ma non sarei riuscito a dire a me stesso che cosa provavo... Non avevo mai amato... Ti cercavo e ti sfuggivo... Avevo un immenso desiderio e una paura immensa delle tue carezze... Nelle mie notti insonni la tua immagine mi appariva fra le tenebre... Nel giorno il fruscìo della tua veste, il suono della tua voce turbava le mie meditazioni. Mi sembrava qualche volta che non avrei avuto pace finchè tu non avessi abbandonato la mia casa, e talora mi sembrava invece che senza di te non avrei potuto vivere... Eppure era amore?... Non lo so, non lo so... Ma quando tu amasti un altro, oh allora sì m'accorsi che veramente t'amavo... -- Poveretto! Che strazio deve essere stato il tuo! E hai sofferto in silenzio? -- E potevo parlare? Eri bella come un angiolo, tutte le grazie della gioventù ti fiorivano in viso; eri innamorata di un uomo bello e giovine anche esso... parevate nati uno per l'altro... La vostra passione era così ragionevole, la mia così strana, così assurda! Parlare?... Darti un dolore, insidiare la tua felicità, io che t'adoravo?... Un giorno solo fui per tradirmi... oh quel giorno avrei voluto morire... -- Che rivelazione fu per me quella! -- esclamò la Gilda. -- Te n'eri accorta? -- Sì... Ero venuta ad annunziarti il prossimo arrivo di Mario... Si dovevano prendere i concerti per le nozze... -- Che pensasti di me, Gilda? -- Piansi tanto...; che non avrei fatto per consolarti? Tu ti sei chiuso nella tua camera, nel tuo laboratorio... La mattina dopo... -- Taci -- egli interruppe -- a pensarci mi corre un gelo per l'ossa... Più tardi io vegliavo al tuo letto... Avevi gli occhi bendati, eri tutta una piaga... Il tuo respiro era un rantolo, la tua voce era un gemito... I medici ti davano quasi per ispacciata; io volevo salvarti a ogni costo... -- E mi salvasti. -- Sì, ma la mia ferita si faceva più larga e profonda. Dal tuo alito infocato, dal tocco delle tue mani ardenti per la febbre, io aspiravo l'amore... E non avevo speranze, e non avevo altro desiderio che quello d'espiare un minuto d'oblìo... Non era per me ch'io ti conservavo in vita, era per l'uomo a cui tu avevi giurato la tua fede. Spesso mi pareva ch'egli non t'amasse abbastanza e me ne sdegnavo; ma pure (lo crederesti?) sentivo una specie d'orgoglio all'idea che il mio amore ignorato fosse più forte del suo... Accarezzavo col pensiero la mia infinita miseria. Quando non s'ha più che il dolore, si vuole almeno che il dolore sia grande... Intanto m'abbandonavo a occhi chiusi alla corrente, aspettando da un momento all'altro che tu mi fossi tolta per sempre... Ma no; tu non mi sei tolta, tu rimani; e io mi domando ancora se tutto ciò non è un sogno, mi domando se sono ben desto... Gilda, Gilda, sei tu sicura di non ubbidire a un impeto subitaneo, di non cedere a un movimento di pietà verso di me, di dispetto verso -un altro?-... Se ti pentissi domani! Se Mario tornasse! -- Uomo di poca fede!... Non è un capriccio il mio, non è un desiderio di vendetta... Quante volte, in mezzo ai patimenti di questi ultimi mesi, io confrontavo in silenzio l'amor tuo con quello dell'uomo che avrebbe dovuto sposarmi!... Quante volte, se eravate entrambi accanto al mio letto, io studiavo l'espressione diversa dei vostri volti; nel tuo una tenerezza infinita, in quello di Mario un tedio profondo! E dicevo: Mario amava la mia bellezza che è svanita; lo zio Aldo mi ama qual sono, mi ama forse di più dacchè cessai di esser bella... -- E vero, è vero... -- Dicevo: Mario non è un triste, non è un vile; egli terrà la sua parola, ma io avrò il rimorso di aver fatto una vittima... E così il mio cuore s'allontanava a mano a mano da lui e s'avvicinava a te... a te ch'eri stato la mia provvidenza, a te cui speravo di poter dar qualche gioia. Oh Mario non tornerà; egli è troppo lieto della libertà che gli è resa; egli insegue il suo ideale d'artista, va dove lo chiama la sua anima appassionata del bello... Se tornasse... -- Ebbene? Che faresti? -- Ebbene? Farei... così -- ella gridò gettandoglisi fra le braccia -- e ti direi: Son la tua sposa difendimi... Mi crederesti allora? -- Ti credo, ti credo -- proruppe il dottor Romualdo, stringendo al seno con impeto quel capo diletto. E mentre la copriva di baci, mormorava: -- Oh Gilda!... Amor mio! -- Non ci odii dunque più, noi povere donne? -- ella chiese con malizia. -- Adoro te -- egli rispose -- ecco quello ch'io so. XXIII. Pochi mesi dopo, una bella mattina di settembre, il professor Romualdo era affacciato alla finestra d'un albergo di Genova guardante il mare. Era l'albergo medesimo in cui, circa quindici anni addietro, egli aveva passato tante ore d'incertezza attendendo il suo misterioso abboccamento col capitano Rodomiti. Fra quelle pareti era cominciata per lui una nuova esistenza, eran cominciate le cure, i pensieri che dovevano far sbocciare la sua gioventù appassita prima di nascere, ed egli tornava oggi ai memori luoghi, allo stesso modo che l'egro risanato torna pellegrino alla fonte ond'ebbe il primo ristoro. Come quindici anni addietro, gli si stendeva davanti agli occhi lo splendido golfo riscintillante ai raggi del sole, e una selva d'antenne si levava al cielo, e mille barchette guizzavano sulle acque leggermente increspate, e s'alzava dai pensili giardini il profumo dei fiori, e dalle vie popolose l'allegro strepito del lavoro. Ma questa volta il dottor Romualdo non era solo. S'aprì l'uscio della camera attigua, e una giovine dalla persona snella e spigliata s'avvicinò con passo rapido alla finestra, e toccò lievemente la spalla del professore. -- Sei tu, Gilda? -- egli disse, voltandosi estendendole ambe le mani. -- Va bene così? -- ella chiese, mostrando la sua -toilette- d'una elegante semplicità. E soggiunse: -- Son curiosa di vedere che impressione gli faccio. -- Sei bella, Gilda -- riprese il professore. -- Sei troppo bella per me. -- Zitto -- ella interruppe, portando al labbro l'indice della mano destra -- Zitto, non voglio sentir coteste sciocchezze. La Gilda era sempre un po' magra, un po' pallida, ma il tempo andava via via scolorando le sue cicatrici e ricolmava lentamente le sue guance sparute, e faceva rinascere i suoi capelli, i cui ricciolini bruni spuntavano dagli orli della sua cuffia. In quanto al segno che l'era rimasto nell'occhio sinistro, esso non era percettibile a prima vista. Certo ella non era più, ella non sarebbe più ridiventata la splendida giovinetta che sollevava un mormorio di ammirazione sul suo passaggio, ma era chiaro che le conseguenze dell'accidente ond'ella era stata vittima avrebbero finito coll'essere assai minori di quanto s'era supposto. Ella s'accostò in punta di piedi all'uscio che metteva sul corridoio. -- Vien gente? -- domandò il professore. -- No... Del resto, siamo intesi... Prima ch'egli entri scappo di là... -- Cattiva! Vuoi lasciar me nell'imbarazzo... -- Voglio veder come ti levi d'impaccio... Non occorre una grande sagacità a capire che il professore e la Gilda aspettavano qualcheduno. Questo qualcheduno era il capitano Rodomiti, il quale aveva scritto a' suoi amici annunziando loro che sperava d'essere a Genova col suo legno entro il settembre, e che giunto colà avrebbe chiesto una licenza di alcuni mesi, e sarebbe intanto volato subito a far loro una visita. Il capitano sapeva della malattia e della guarigione della Gilda; non sapeva il resto, perchè le notizie posteriori non avrebbero potuto pervenirgli durante il viaggio. Non doveva esser piccola sorpresa per lui l'apprendere il matrimonio del professore Romualdo con la figlioccia, e questa sorpresa i novelli sposi avevano voluto anticiparla col venirgli incontro essi stessi. Invero essi sentivano un po' di rimorso a non averlo consultato prima delle nozze, ma si capisce d'altra parte che la condizione di due fidanzati i quali abitano sotto il medesimo tetto è troppo ambigua perchè essi non abbiano da affrettarsi a diventar marito e moglie. Comunque sia, il professore e la Gilda, che s'erano sposati appena ottenuto il decreto reale che toglieva l'impedimento della parentela, si trovavano a Genova da un paio di settimane, e il nostro matematico andava ogni mattina nel banco di noleggi del signor Egisto Giorgi successore dei signori Radice e Lupini, per informarsi del capitano. Alla fine, la vigilia del giorno di cui parliamo, il dottor Romualdo era tornato all'albergo con una importante notizia. Il legno comandato dal Rodomiti era in vista e sarebbe entrato in porto verso notte. Allora il professore, d'accordo con la Gilda, era ripassato nel banco del signor Giorgi a lasciarvi un bigliettino pel capitano così concepito: «Sono qui all'-Hôtel de la Grande Bretagne-, nº 36. Ho molte cose da dirvi. Vi aspetterò domani all'albergo fino a mezzogiorno.» Il signor Giorgi, ch'era un uomo assai più officioso dei suoi predecessori Radice e Lupini, non solo si incaricò della trasmissione del biglietto, ma fece aver la mattina seguente al professor Grolli la risposta del capitano: «Sarò da voi prima dell'ora indicata -- scriveva il Rodomiti; -- ma che diamine v'impediva di venirmi a trovare a bordo? E la Gilda?» Erano le undici quando un cameriere picchiò all'uscio del nº 36, e con un certo timore reverenziale introdusse il gigantesco marinaio. -- Oh Grolli -- disse costui, stringendo cordialmente la mano del professore. -- E la Gilda? -- Ormai sta bene. -- S'è sposata col suo Mario? -- No... -- Come? -- Or ora vi dirò. Accomodatevi. Il capitano prese una sedia. -- Non è la vostra camera da letto? -- egli domandò, girando intorno gli occhi. -- No... è un salottino... dormo di là -- rispose il Grolli in fretta, come se le parole gli scottassero la lingua. -- Cospetto! Siete in lusso ora -- esclamò il Rodomiti. E soggiunse: -- Su via, raccontatemi... Questo matrimonio? Quando il professore ebbe narrato che la Gilda aveva reso a Mario la sua libertà e che Mario aveva accettata l'offerta, il capitano si lasciò scappare una serqua di vigorose esclamazioni, le quali finirono con una domanda -ad hominem:- -- E voi? -- Io? Che cosa? -- E voi non avete data una buona lezione a quel bellimbusto che pianta la sposa perchè le è toccata una disgrazia?.. Oh lo so quel che volete dire... È stata lei... Grazie tanto... Ella non poteva fare altrimenti; ma un uomo che avesse avuto un filo d'onore non l'avrebbe presa in parola... Ah caro Grolli, se ero nei vostri panni, non l'andava a finire così... Gran che! Voi altri dotti non avete sangue nelle vene! A questo punto il capitano con un brusco movimento ruppe la spalliera della seggiola e si alzò di scatto facendo tremare i vetri della camera sotto i suoi passi pesanti e poderosi. -- È dunque diventata un mostro questa Gilda? -- egli ripigliò, dopo una breve pausa. -- Un mostro! -- esclamò il professore scandalizzato -- Che idee? -- Oh adesso vi riscaldate! Con me? Era meglio riscaldarsi con quell'altro... Via, scusate -- continuò il Rodomiti, mutando tono. -- Son certo che avete fatto tutto ciò ch'era possibile... Se la Gilda è sempre piacente, non dureremo fatica a darle un marito che valga più di quel vostro famoso pittore... Bisognerà pensarci insieme... Ma spiegatemi un po', perchè non l'avete condotta con voi a Genova? Il professor Romualdo, più confuso che mai, guardò istintivamente verso l'uscio della camera attigua. Questo imbarazzo non isfuggì al capitano, il quale chiese con una certa impazienza: -- Siete in compagnia? C'è qualcheduno di là?... Avete un'aria di mistero!... -- Benedette donne! -- pensò il Grolli. -- Hanno dei capricci!... Per secondar la Gilda mi convien fare questa commedia. -- Insomma -- egli disse a voce alta -- ho da raccontarvi una novità... -- Ed è? -- Ho preso moglie... Questo annunzio produsse al marinaio l'effetto dello scoppio d'una mina. -- Moglie?... Voi?... Scherzate? -- Niente affattissimo -- rispose il professore punto da queste esclamazioni -- Parlo sul serio... -- E il vostro odio per le femmine? -- È sfumato... -- Non c'è che dire -- osservò il marinaio, calmandosi a poco a poco -- voi siete il miglior giudice delle vostre azioni, e in quanto alla donna che vi sposò, ella può vantarsi d'avere sposato un gran galantuomo... -- Non credete quindi che questa donna abbia commesso uno sproposito imperdonabile? -- domandò il dottor Romualdo, alquanto rinfrancato. -- Tutt'altro... tutt'altro... Anzi vi chieggo perdono... Del resto, è vero... siete ringiovanito, e mi congratulo con voi. Ma che volete?... Penso alla mia figlioccia... Converrete meco che adesso è più urgente che mai di accasarla... Povera Gilda!... È necessario ch'io la veda... Abita sempre con voi? -- Sicuro... -- Non v'invidio... Due donne sotto il medesimo tetto... -- Ma mia moglie... -- Non intendo dir male di vostra moglie... Dio guardi... Ma in ogni modo... -- Volete conoscerla? -- insinuò il professore, che non vedeva l'ora di gettar giù la maschera. -- No, grazie... o almeno finchè non sia necessario. Non prendete in cattivo senso il mio rifiuto... Sapete che io sono un uomo alla buona, un uomo che si trova a disagio in mezzo alle nuove conoscenze... specialmente poi quando si tratta di signore... -- E se fosse una signora che si conoscesse da un pezzo? -- disse una vocina nota e melodiosa. In pari tempo la Gilda si precipitò nella stanza e si appese (qui la frase va a pennello) al collo del capitano. -- Come? Che?... la Gilda...? -- balbettò il Rodomiti nel colmo dello sbalordimento. -- Sì, signore, la Gilda... Sono un po' mutata, ma insomma... Il capitano guardava alternativamente la sua figlioccia e il professore, le cui guance s'erano fatte del color della porpora -- Sua moglie? -- egli disse infine. -- Sua moglie, sua moglie -- ripetè la giovine. -- Non è lo sposo ch'ella si meritava -- osservò Romualdo in tono rimesso, ma senza affettazione di umiltà. -- -Zio Tonino- -- disse la Gilda -- fallo tu finire una buona volta... Egli ha paura che tu disapprovi il nostro matrimonio... -- In verità, figliuoli miei -- esclamò il capitano, scotendo forte la mano ad entrambi -- in verità ch'io sarei una gran bestia se lo disapprovassi... Ma vi confesso che mi avete fatto cascar dalle nuvole... Ah professore, professore, siete più birichino di quello che credevo, voi... Basta... Intanto, Gilda, torno a dirti ciò che dicevo poco fa a lui... La donna che prese per marito questo signore ha sposato un fior di galantuomo... -- Grazie, amico mio -- interruppe il dottor Romualdo, raggiante di contentezza. -- Un fior di galantuomo -- continuò il capitano -- a cui bisogna voler bene sempre. -- Perdonandogli la sua età matura, il suo brutto visaccio, e i suoi capelli che imbiancano -- soggiunse il professore, compiendo la frase. -- Allora -- saltò a dire la Gilda -- io porterò in campo le mie cicatrici e il mio occhio sinistro... -- Zitti tutti e due -- gridò il capitano Antonio col suo vocione -- amatevi e fatemi presto diventare padrino d'un bel maschiotto... Questo è l'essenziale. -- Oh! -- bisbigliò la Gilda, arrossendo. E il professore, tanto per mutar discorso: -- E voi -- disse -- non penserete mai a farvi una famiglia? -- Io? A sessantadue anni?... Eh via, a trentotto, ne avete trentotto, non è vero? -- Sì. -- A trentotto la cosa va co' suoi piedi, ma a sessantadue poi... ho proprio paura ch'essa andrebbe coi piedi degli altri. * * * * * La storia è finita. Che se qualcheduno volesse sapere che cosa pensi di queste nozze la signora Dorotea, dirò soltanto ch'ella ne è felicissima, che sostiene d'avervi contribuito per gran parte, ma che non sa persuadersi come un così bel matrimonio non debba fruttarle una vincita al lotto. E sì ch'ella va giocando a ogni estrazione i numeri che le sono suggeriti dalla cabala e da persone sperimentate e 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000