Il Professore Romualdo
Enrico Castelnuovo
ENRICO CASTELNUOVO
IL
PROFESSORE ROMUALDO
6º Migliaio.
ROMA
CASA EDITRICE A. SOMMARUGA E C.
1884.
PROPRIETÀ LETTERARIA
Tip. della Camera dei Deputati -- Stab. del Fibreno.
I.
Il dottor Romualdo Grolli, assistente alla cattedra di matematica in
una Università del regno, e dilettante di chimica nel suo privato
laboratorio, sedeva una mattina del maggio 1861 davanti alla sua
scrivania, intento a copiare una Memoria da leggersi nell'Accademia
scientifica e letteraria della città. Il tema, enunciato in un breve
preambolo, era il seguente: -Determinare il volume della porzione di
cono circolare retto che resta compreso tra un segmento circolare, un
segmento iperbolico avente comune col circolare la corda e la parte
del manto conico che la chiude.- Svolgendo il simpatico argomento, il
dottor Romualdo era giunto a questo punto interessantissimo del suo
lavoro:
-dal triangolo A H G avremo H G = x (sen y)/(sen α)-
e si compiaceva assai dell'evidenza di questa dimostrazione, quando
intese bussar leggermente all'uscio.
-- Chi è? -- egli gridò infastidito, tenendo sospesa in aria la penna.
-- La posta -- rispose una voce femminile alquanto fessa; e in pari
tempo la signora Salsiccini, vedova di un impiegato alle ipoteche e
padrona di casa del professore, entrò nella stanza e consegnò al suo
pigionale una lettera appena giunta. Il dottore prese quella lettera
distrattamente fra le dita e la posò sul tavolino, poi scrisse in
continuazione della sua Memoria: -Ne viene che l'area del segmento
parabolico che si projetta in G H sarà 2/3 2 y x (sen y)/(sen α).-
Posto qui un punto fermo, egli si degnò di slanciare uno sguardo
sull'epistola recatagli dalla sua padrona.
Intanto la signora Dorotea Salsiccini, che era una donnetta matura,
corta, asciutta e linda della persona, era uscita senza far rumore,
dopo aver abbassato le tendine di una finestra e aver spolverato la
spalliera di una seggiola col rovescio del grembiale.
-- Chi può scrivermi da Genova? -- disse il professore (lo chiameremo
spesso con questo titolo) quand'ebbe esaminato per dritto e per
rovescio la sopraccarta. È inutile soggiungere che egli non manteneva
una corrispondenza molto attiva. Ma la meraviglia e il turbamento
dell'egregio uomo furono assai maggiori allorchè gli fu noto il
contenuto del foglio. Eccolo:
«Genova, 12 maggio 1861.
-«Stimatissimo Signore-,
«Quantunque io non abbia l'onore di conoscerla, nè di essere da Lei
conosciuto, La prego di voler recarsi immediatamente a Genova per
ragioni di estrema importanza. Sarei venuto io stesso costì se mi fosse
stato possibile di assentarmi per un paio di giorni, ma mi è forza
attendere allo scarico del mio bastimento. D'altra parte, non credo
opportuno di affidare alla posta le comunicazioni che debbo farle e
le cose che debbo consegnarle. Io mi tratterrò in Genova per tutta la
settimana; poi salperò per le Indie. A sua maggior guarentigia faccio
autenticare la mia firma da questo Capitanato del porto.
«Appena giunto a Genova voglia cercar di me presso i signori Radice e
Lupini, sensali di noleggio in piazza Banchi.
«Le ripeto che la faccenda per la quale Le dirigo questa lettera è tale
da interessarla grandemente e da non poter essere confidata a terze
persone.
«Mi creda
«-Suo obbl.-
«ANTONIO RODOMITI
«-Capitano di lungo corso,
comandante la nave italiana
a tre alberi-, Lisa.»
Seguiva l'autenticazione indicata.
Il dottor Romualdo rimase di sasso. Chi era il capitano Rodomiti?
Che poteva voler da lui? Un pensiero gli balenò alla mente, ma non vi
si fermò più che tanto. Nondimeno tornò ad esaminare la lettera per
vedere se vi fosse una parola che accennasse al luogo donde veniva
la -Lisa-; ma non c'era nulla. Il capitano aveva stimato superfluo il
dirlo o lo aveva taciuto ad arte. Telegrafare o scrivere per domandare
schiarimenti era inutile. Su questo punto non c'era oscurità. Il signor
Rodomiti diceva schietto che non avrebbe fatto le comunicazioni,
nè consegnato le cose affidategli se non personalmente al professor
Grolli. C'era un altro partito. Non darsi nemmeno per inteso del foglio
ricevuto e continuare a svolgere l'elegante formula -x (sen y)/(sen
α)-.
No, no, quest'era impossibile. Il professor Grolli, quantunque avesse
testa di matematico e abitudini di misantropo, non era poi un pezzo
di marmo; egli sentiva che il capitano non gli aveva scritto senza una
grave ragione, e che non era lecito di considerare la sua lettera come
il capriccio del primo venuto. Che fare adunque? Prender la ferrovia,
e quanto più presto tanto meglio. Il professore aperse un orario
ch'egli aveva sul suo tavolino, e vide che a voler partire in giornata
per Genova non ci era tempo da perdere. Pose sospirando un calcafogli
sopra il manoscritto, buttò giù in fretta due righe pel rettore
dell'Università, diede a traverso lo spiraglio dell'uscio un'occhiata
al suo piccolo laboratorio per vedere se i fornelli erano spenti, poi
aperse un tiretto del suo cassettone, ne tolse una camicia da notte che
collocò in una sacchetta da viaggio, infilò un soprabito color pepe e
sale, calcò sulla testa un berretto di panno nero con visiera di cuoio,
prese sotto il braccio l'ombrello, e in questo elegantissimo arnese si
presentò all'attonita signora Dorotea.
-- Parte, professore? -- disse la buona donna, ch'era occupata a lavorar
di calze.
-- Sì... Faccia il piacere di mandare qualcheduno all'Università con
questo biglietto.
-- E... tornerà presto?
-- Domani, posdomani, di qui a due o tre giorni, non lo so di preciso.
-- E... scusi -- continuò la signora Salsiccini sempre più impensierita
-- ha preso con sè l'occorrente, calze, polsini, colletti?
-- Sì, sì, ho preso tutto... basta.
A vero dire, il professore non aveva preso altro che una camicia da
notte, ma rispose di sì per levarsi d'impiccio. Del resto, egli non
aveva mai brillato per una cura eccessiva della persona.
-- Un momento -- soggiunse la signora Dorotea, vedendo che egli si
avviava verso l'uscio. Si alzò dalla sedia, e staccata da un chiodo una
spazzola, se ne servì per ripulirgli il soprabito. -- Via, stia cheto un
minuto... Come vuol andar così?... Non c'è altri al mondo per sciupar
la roba in questa maniera...
Mentre la padrona di casa si affaccendava intorno al recalcitrante
scienziato, i due gatti -Mao- e -Meo-, inseparabili compagni di
lei, che dormivano rinvolti a spira ai due angoli di un canapè,
si rizzarono sulle quattro zampe, arcuarono la schiena a foggia di
cammelli, apersero la bocca ad un lungo sbadiglio, poi scesero dalla
loro posizione eminente e vennero a fregarsi intorno al vestito della
signora Dorotea.
Questo atto amorevole dei due quadrupedi fece perdere al professore la
poca pazienza che gli era rimasta.
-- Sempre le bestie fra i piedi -- egli disse con un grugnito, e,
svincolatosi dalla signora Salsiccini, lasciò la stanza e scese in
fretta le scale.
La signora Dorotea, rimasta sola, guardò prima -Mao- e poi -Meo-, e
dopo aver lisciato il pelo ad entrambi: -- C'è del torbido -- brontolò
-- c'è del torbido. -- -Mao- e -Meo-non seppero contraddire alle sue
previsioni e ripigliarono in silenzio il loro posto sul canapè.
Gli avvenimenti non tardarono a provare che la signora Dorotea si
apponeva al vero.
Erano scorsi due giorni dalla partenza del dottor Grolli, e l'ottima
signora, discesa al pianterreno nel camerino della portinaja,
comunicava a costei le sue inquietudini circa al proprio pigionale.
Ella aveva finito appena di tessere l'elogio del dottor Romualdo, il
quale, astraendo dalla sua misantropia, era un modello di puntualità
e di discretezza, quando un fattorino del telegrafo si presentò sulla
soglia e chiese -- In che piano abita la signora Dorotea Salsiccini?
La signora Dorotea, a sentir così inaspettatamente pronunciato il suo
nome, divenne prima bianca e poi rossa, ed ebbe appena la forza di
balbettare: -- Sono io... ma...
-- C'è un dispaccio per Lei. Favorisca farmi la ricevuta.
-- Un dispaccio!... Ma io...
-- Dorotea Salsiccini, casa Negrelli, è Lei, o non è Lei?
-- Ih! un po' di pazienza -- disse la portinaja, accorrendo in aiuto
della pacifica pigionale del quarto piano. -- Dacchè s'è fatta quella
maledetta invenzione delle lettere che corrono lungo i fili di ferro,
non c'è più pace per nessuno a questo mondo... e pei portinai meno che
per gli altri... Di giorno, di notte, -drlin-, -drlin-, chi è?... Il
telegrafo...
-- Insomma, non ho tempo da perdere -- interruppe il fattorino. -- Se non
vogliono il dispaccio, lo riporto in ufficio e me ne lavo le mani.
La signora Dorotea consultò con lo sguardo la signora Gertrude, e,
incoraggiata da questa, prese il piego misterioso e consentì a fare
col lapis, a piedi della ricevuta, uno sgorbio che doveva essere la sua
firma.
Il fattorino corse via rapido come una saetta, e la signora Salsiccini
col dispaccio chiuso in mano si abbandonò sopra una sedia, e pregò la
portinaja di darle subito un bicchier d'acqua.
-- Cara signora Gertrude... mi perdoni... ma non so proprio quello
ch'io m'abbia... Sarà una sciocchezza, ma mi fa un certo senso... Io di
questa roba non ne ho mai ricevuta.
-- Si faccia animo, non sarà nulla...
-- Domando io chi può telegrafare a me!... A me, che non m'impiccio
degli affari degli altri, a me che non faccio male a nessuno?
E intanto la signora Dorotea girava e rigirava il dispaccio nelle mani
senza osare di aprirlo.
La portinaja ebbe un'idea giudiziosa. -- Se lo aprisse, vedrebbe...
-- Dopo, quando sarò risalita... Non ho meco nemmeno gli occhiali...
-- Per questo, cara signora Dorotea, non si confonda... Forse potrà
accomodarsi coi miei... In ogni modo, se crede... io m'ingegno a
leggere... e potrei... Dico così... non certo per curiosità... ma, in
questi momenti... è forse meglio che ci sia una amica... Di me si fida,
non è vero?
-- Le pare?
-- Sa ch'io non sono donna da far chiacchiere...
Quest'affermazione non era esattissima; tuttavia la signora Dorotea
consentì di buon grado a lasciar aprire il dispaccio alla portinaja.
Costei ruppe audacemente la sopraccarta, e guardando la firma lesse:
-Grolli.-
-- Il professore!
-- Sicuro...
-- Che gli sia accaduta una disgrazia?
-- Or ora vedremo -- continuò la signora Gertrude, e con qualche
difficoltà decifrò l'intero tenore del telegramma:
«Dorotea Salsiccini, casa Negrelli. -- Arrivo stasera corsa otto e
mezzo. Pregola preparare minestrina in brodo e letto nel camerino
attiguo alla mia stanza per bimba di quattro anni.»
-- Bimba di quattro anni! -- sclamò esterrefatta la signora Dorotea --
Dice bimba?
-- Già... bimba.
-- Ah, signora Gertrude... io ritengo prossimo il finimondo...
Esposta questa opinione radicale, la signora Salsiccini volle esaminare
il dispaccio coi propri occhi aiutati dagli occhiali della portinaja.
Non c'era dubbio. Il professore arrivava con una fanciulla! Egli che
aveva un sacro orrore delle donne e dei bambini! E chi era costei? E
per quanto tempo veniva in casa?
-- Il professore ha fratelli, sorelle? -- domandò la signora Gertrude.
-- Ma no, ma no... nessuno... ch'io sappia... In tanti anni dacchè è
qui, non ho visto nelle sue camere che qualche studente... E poi... è
vero che parla poco, ma pure, diamine, se avesse parenti stretti, una
volta o l'altra li avrebbe nominati... Creda, signora Gertrude, sarebbe
da dar la testa nei muri....
Se un così disperato proposito fosse stato espresso sul serio, il
sospetto che la signora Gertrude era sul punto di manifestare non
avrebbe potuto a meno di affrettarne l'adempimento.
-- E se fosse una figlia tenuta finora nascosta?
La signora Dorotea scattò come una molla. -- Sua figlia! Figlia del
professore! Di un uomo che in fatto di femmine è un San Luigi...!
Signora Gertrude, che cosa dice?
-- Eh, cara signora Salsiccini -- replicò la portinaja battendole sulla
spalla -- -fidarsi è bene e non fidarsi è meglio-. In tempi nei quali in
una sola estrazione del lotto si levano quattro numeri in fila, 66, 67,
68, 69, non c'è da stupirsi di nulla.
-- Questo è vero -- osservò la signora Dorotea, colpita da una così
profonda riflessione. Però ella non poteva acconciarsi all'ipotesi
della sua interlocutrice e riprese: -- No, no... è impossibile...
Quando? Come? Con chi?
La portinaja aveva in serbo un'altra considerazione non meno profonda
della prima. -- Signora Dorotea, non si può credere come presto facciano
gli uomini ad avere una figlia.
Era evidente che la fede della signora Salsiccini era scossa. La
signora Gertrude ne approfittò per continuare. -- Non c'è timor di
Dio, e anche il professore con le sue storte e i suoi fornelli è più
del diavolo che di Cristo... Questa è la causa di tutto, cara signora
Dorotea, non c'è religione... -Libera nos, Domine, a morte aeterna- --
ella concluse, facendosi il segno della croce.
-- -Amen!- -- disse la signora Dorotea. Poi soggiunse: -- Figlia o no, col
signor professore ce la intenderemo... Io ho appigionato le stanze a
lui, e non voglio marmocchi... Ci mancherebbe altro.
-- Troppo giusto -- assentì la portinaja.
-- Dunque la cosa resta fra noi -- ripetè la signora Dorotea, quando, un
po' rinfrancata, s'indusse a risalire le scale.
-- S'immagini... Io non parlo sicuro.
Se la signora Gertrude parlasse, non si sa; fatto si è che la notizia
della fanciulla d'ignota provenienza, la quale doveva arrivare la sera
stessa col professor Grolli, si diffuse prestissimo fra gli inquilini
della casa.
II.
Quantunque non siasi finora accennato nemmeno di lontano all'età del
dottor Romualdo, scommetterei che il lettore rimarrà di sasso sentendo
che il nostro matematico e chimico non aveva, nel momento in cui
comincia questa storia, che ventitrè anni. Eppure era tanto vero che
egli aveva solo ventitrè anni, quanto era vero che ne mostrava poco
meno di quaranta. Nulla di giovanile nel suo aspetto. Rughe precoci
solcavano la sua fronte alta e spaziosa; l'incolta capigliatura e
l'ispida barba erano già punteggiate di bianco; agli occhi profondi,
ch'erano forse l'unica sua bellezza, mancava la fiamma; a ogni modo,
essi erano quasi sempre mezzo nascosti dagli occhiali. Sorrideva di
rado; di statura appena mezzana, camminava un po' curvo con le mani
intrecciate dietro la schiena sotto le falde del soprabito; vestiva
negletto, schivava la società e divideva la giornata fra la scuola, i
suoi libri di matematica e il suo laboratorio chimico. Nessuno l'aveva
mai visto a un teatro, a un pubblico ritrovo, a fianco d'una signora.
Tenersi lontano dalle donne era norma immutabile della sua condotta;
nè in ciò metteva affettazione, nè ostentava la sua ripugnanza come
sogliono quelli che furono vittime di qualche gran disinganno. Se era
proprio costretto a parlarne, diceva che, a parer suo, la donna era
un imbarazzo nella vita dello studioso, e soggiungeva ingenuamente
che quanto a lui non ne aveva mai sentito il bisogno. Forse era la
consapevolezza della sua inferiorità fisica, della sua goffaggine,
che lo rendeva così avverso al bel sesso. Noi non amiamo le cose nelle
quali siamo convinti di non poter riuscire.
Del resto, al dottore Romualdo bastava la scienza. Nel 1859, quando
tutta la gioventù era corsa alle armi, egli era rimasto nel suo
gabinetto a studiare; il rimbombo del cannone non lo aveva commosso.
Il giorno dell'ingresso delle truppe liberatrici, s'era mescolato alla
folla, aveva istintivamente agitato il cappello e gridato -viva- anche
lui; ma, al più presto possibile, s'era ridotto nelle sue stanze, e
per esilararsi un poco aveva fatto alcune esperienze col gas idrogeno.
L'alloggio da lui scelto si confaceva alla sua misantropia. Era
una casa di quattro piani, fuori d'una porta della città, guardante
da un lato la strada maestra, dagli altri tre lati la campagna. La
chiamavano, dal nome del proprietario, casa Negrelli, ed era tutta
abitata da gente tranquilla. Solo sul davanti c'era un po' di rumore
per effetto della strada, della vicinanza della porta, e del negozio di
granaglie e coloniali che occupava due locali terreni del fabbricato.
Questo negozio, appartenente al signor Gedeone Albani, andava lieto di
una numerosa clientela, così rustica come cittadina. Infatti parecchie
buone massaje mandavano a comprar le derrate dal signor Gedeone, il
quale, trovandosi col suo deposito fuori della cinta daziaria, poteva
usare notevoli agevolezze nei prezzi. La prosperità degli affari del
signor Albani si vedeva riflessa nella sua faccia piena e rubiconda e
nel suo umore scherzevole. Le guardie del dazio consumo venivano spesso
a bere un bicchierino da lui, e, grate alla sua cortesia, non badavano
tanto pel sottile se la sera, nel rientrare in città dopo aver chiuso
il negozio, egli portava seco qualche pane di zucchero o qualche pacco
di candele steariche.
In quanto al nostro valentuomo, egli conosceva appena l'esistenza del
signor Albani. Le finestre delle sue stanze davano sulla parte opposta
alla strada; non gli giungeva all'orecchio altro suono che la voce
dei bifolchi conducenti l'aratro, la canzone malinconica di qualche
villana intenta alle cure dell'orto, il muggito dei bovi sparsi per la
campagna; e, di notte, quand'egli vegliava sui libri, il gracidar delle
rane e il latrar dei cani da pagliaio.
Il quartierino della signora Dorotea era composto di un andito, una
cucina, quattro stanze grandi e tre gabinetti. L'andito rettangolare
aveva un uscio di fronte alla porta d'ingresso, e altri due usci, uno
per parte. A destra di chi entrava c'era la cucina, e dopo la cucina
un bugigattolo per la donna di servizio; a sinistra una stanza detta
pomposamente salotto da ricevere, e sulla stessa linea un camerino di
sbarazzo. Tutti questi locali avevano le loro finestre sul ballatojo
che girava intorno al cortile. L'andito solo riceveva luce dalla
portiera a vetri del salotto da pranzo, il quale metteva, a destra,
alla camera da letto della signora Dorotea, a sinistra, a quella
del dottore Romualdo. Un gabinetto annesso a quest'ultima camera
e comunicante, mercè una porticina, col luogo di sbarazzo, avrebbe
dovuto servire di studio, ma in realtà il Grolli studiava nella camera
da letto. Lo stanzino egli lo aveva ridotto a sue spese a uso di
laboratorio chimico. Le camere della signora Dorotea e del professore,
il salotto da pranzo e il laboratorio guardavano sulla campagna e
avevano aria e luce in quantità.
Il professore Romualdo alloggiava in casa della vedova Salsiccini
fin da quando aveva ottenuto il posto di assistente, vale a dire da
circa tre anni. Nè vi alloggiava soltanto, ma aveva indotto la vedova
ad assumersi anche la cura del suo mantenimento verso un modesto
correspettivo. Un caffè e latte la mattina, un parco desinare al tocco,
un pezzo di formaggio e un dito di vino la sera; il professore non
esigeva di più. In tutto, fra alloggio e vitto, egli non ispendeva
che centoventi lire al mese, una vera miseria. Così, a malgrado di
quello ch'egli doveva aggiungere per vestirsi, per comperar qualche
libro, per rifornir di storte e di lambicchi il suo laboratorio, gli
riusciva ancora di far piccoli risparmi sul non lauto stipendio di
assistente, e di avere un migliaio e mezzo di franchi raccolti presso
una Banca del paese. Lo dicevano avaro, ma in realtà non era; la sua
economia dipendeva dalla mancanza assoluta di bisogni. All'occorrenza
sapeva fare perfino le sue spese di lusso, e non era altro che un
lusso il suo laboratorio, poichè egli avrebbe potuto benissimo levarsi
all'Università il capriccio delle esperienze chimiche.
Nonostante la sua misantropia, il Grolli non era mal visto dalla
gioventù. In primo luogo si doveva stimarlo pel suo valore scientifico.
Il professore di cui egli era assistente godeva una fama europea, ma,
attempato e malaticcio come era, non veniva mai alla scuola. Ebbene;
la riputazione della Facoltà matematica dell'Università non aveva
punto sofferto dacchè il Grolli saliva ogni giorno la cattedra resa
già illustre dal titolare. Altro pregio universalmente riconosciuto
del dottor Romualdo era la sua scrupolosa equità; onde gli studenti
dicevano: -- Meglio la ruvidezza del professor Grolli che la melliflua
condiscendenza di tanti altri. Almeno il professor Grolli non ha
predilezioni.
Inoltre tutti sapevano che la sua adolescenza era stata piena di
amarezze, che, rimasto a quindici anni orfano e senz'appoggio, aveva
bastato a sè stesso dando ripetizione ai suoi condiscepoli, e che
s'egli era riuscito a conseguir giovanissimo un posto onorevole
nonostante la sua indole poco flessibile e la mancanza di tutte le doti
esteriori, egli non lo dovea a nessun patrocinio illustre, ma soltanto
al suo merito e alla sua perseveranza. Com'egli aveva studiato,
come studiava sempre! Studiava al tavolino, studiava camminando,
certo studiava anche dormendo. Le allegre brigate degli scolari lo
incontravano talvolta sui bastioni, ed egli appena si accorgeva di
loro, tanto era assorto nei suoi pensieri. -- Zitto! -- bisbigliava un
bello spirito all'orecchio dei compagni -- il professore Grolli è con
la sua amante. -- La sua amante! -- esclamava un ingenuo matricolino,
aprendo tanto d'orecchi. -- Già, la sua amante, la matematica. -- E tutti
a ridere e a dirsi -- In fatto d'amanti, valgon meglio le nostre. -- No,
no -- ripigliava misteriosamente qualche cattivo soggetto. -- La vera
amante del professore la conosco io. -- Un'amante in carne ed ossa?
-- Sicuro. Finirà collo sposarla. La sua padrona di casa. -- E nuovi
scrosci di risa sgangherate tenevano dietro alla insulsa facezia.
La signora Dorotea, come si vede, era conosciuta dalla scolaresca. Chi
si recava dal professor Grolli la trovava spesso in salotto seduta
davanti al tavolino con la calza in mano e gli occhiali sul naso, e
doveva assoggettarsi da parte di lei ad un succoso interrogatorio,
modellato sempre sul medesimo stampo.
-- Di chi domanda?
-- Del professor Grolli.
-- È uno studente?
-- Sissignore.
-- Vada pure avanti.
Non passava poi giorno che la signora Salsiccini non comparisse a
due o tre riprese nelle strade della città; la mattina per la spesa,
il dopopranzo per le visite, senza contar le volte ch'ella andava a
desinare da qualche famiglia amica. A malgrado de' suoi cinquantacinque
anni, ella camminava svelta e spedita, dimenando alquanto i fianchi
e rassettandosi di tratto in tratto la mantellina che le scivolava
giù ora da una spalla, ora dall'altra. Portava per solito un vestito
bigio di lana e un cappello di paglia scura con tese sporgenti, con
due barbine di fioretti artificiali, e con un velo celeste sul davanti,
sotto al quale la buona vedova passava frequentemente il fazzoletto per
soffiarsi il naso con gran romore.
-- Ecco la trombetta dei bersaglieri -- esclamò una mattina uno studente
di prim'anno, sentendo quel suono e vedendo quel passo marziale.
-- Questi studenti -- disse la signora Dorotea -- si prendono libertà
anche con le femmine più contegnose.
Del resto, la signora Salsiccini, quantunque fosse un po' pettegola,
quantunque avesse la passione del lotto, era una eccellente pasta
di donna. Pel professore aveva cure materne, ed ella lo avrebbe
giudicato un uomo perfetto se fosse stato più espansivo con lei e le
avesse concesso di metter lingua nelle sue faccende. Nondimeno ella lo
aveva sempre difeso e aveva sempre levato a cielo l'illibatezza de'
suoi costumi. Guai a lui s'egli le faceva far cattiva figura, guai a
lui se tanto apparato di virtù veniva a risolversi in una figliuola
clandestina!
III.
Era già tramontato il sole quando il treno che conduceva il dottor
Romualdo giunse alla stazione di Genova. Il nostro amico, la cui
inquietudine era andata crescendo di mano in mano ch'egli si avvicinava
al termine del suo viaggio, salì nel primo -omnibus- che gli si parò
dinnanzi, e si lasciò condurre ad un albergo di aspetto signorile, ove
ebbe la soddisfazione di esser preso pel servitore di una famiglia
inglese arrivata insieme con lui. Tolto l'equivoco, egli venne
affidato alle cure di un cameriere d'infima categoria, il quale, dopo
avere acceso una candela, lo accompagnò in una stanzuccia del quinto
piano. Lo scarso bagaglio e il vestito dimesso del viaggiatore non
meritavano maggiori riguardi. Era già molto ch'egli pagasse il conto.
Il cameriere, tanto per iscarico di coscienza, gli chiese s'egli avesse
bisogno di nulla, e senz'aspettar risposta, lasciò la stanza tirando
sgarbatamente l'uscio dietro a sè. Ma il professore non se n'accorse
nemmeno, assorto com'era in un solo pensiero: cercar subito del
capitano Rodomiti.
Onde, risciacquatosi alquanto per liberarsi dal caldo e dalla polvere,
scese le scale, e domandò subito la via per giungere in piazza Banchi.
Non gli fu difficile arrivarci, ma dovette convincersi che per quella
sera bisognava rinunciare all'abboccamento col capitano. Perchè
l'ufficio dei signori Radice e Lupini, -shipbrokers-, era chiuso, e non
si sarebbe riaperto fino alla mattina successiva. Il professore girò
un poco a caso; poi, facendo di necessità virtù, ritornò all'albergo,
ove si risovvenne che non aveva ancora desinato e mangiò un boccone
in fretta e senza appetito. Quando si ridusse nella sua cameruccia
al quinto piano, erano circa le dieci. Il dottor Romualdo spalancò la
finestra e s'accorse che la sua soffitta aveva il pregio inestimabile
di dominare il magnifico porto di Genova. Qua e là lungo la costa
brillavano, mutando di tratto in tratto colore, i fanali dei fari
lontani; più presso, la colossale lanterna disegnava sull'orizzonte
la sua mole maestosa, come un bruno fantasma cinto il capo di luce
spettrale; dalle oscure masse dei bruni navigli si levava al cielo una
selva d'alberi; il silenzio dell'ora era rotto dal gemito del vento che
investiva le sartie e dal suono dell'onda che veniva a frangersi sulle
carene. Dai mari del tropico e dai mari del polo, ora cullati sulle
acque tranquille, ora sbattuti dal flutto minaccioso, ora protetti
dal più bel padiglione d'azzurro, ora avviluppati fra nuvole dense di
pioggia e gravi di fulmini, attraverso bonacce, attraverso tempeste,
lottando, soffrendo, quei mille e mille navigli erano convenuti allo
stesso punto, e ora riposavano uno a fianco dell'altro dalle lunghe
fatiche, salvo a dividersi presto per non incontrarsi forse mai più. Ma
fra tanti legni quale era la -Lisa-? Gli occhi del professore cercavano
invano d'indovinarlo, mentre il cuore con battito affrettato gli diceva
che l'arrivo di quel bastimento, di cui ventiquattro ore prima egli
ignorava perfino il nome, non doveva rimanere senza influenza sui suoi
destini.
Il nostro Romualdo dormì poche ore di un sonno interrotto. Al primo
albeggiare calò impaziente dal letto, e si appoggiò di nuovo al
davanzale della finestra. Una nebbietta sottile si stendeva sul mare
e cingeva d'un tenue velo i legni ancorati nel porto; sotto, nella
via buia, principiavano a muoversi delle ombre, a levarsi dei suoni;
la città più operosa d'Italia si svegliava rapidamente. A poco a poco
cresceva il moto e lo strepito; il fischio acuto della locomotiva
fendeva l'aria; sui ciottoli della via si sentiva il rumore sussultorio
dei carri pesanti e lo scalpitar delle zampe ferrate dei cavalli e
dei muli; i ragli e i nitriti si mescevano al vociar dei facchini.
Indi il sole, alzandosi sull'orizzonte, pennelleggiava d'una bella
tinta di arancio le nuvolette sparse pel cielo; s'indoravano al caldo
raggio le punte delle antenne dei bastimenti, spiccavano i colori delle
allegre bandiere sventolanti da poppa, l'onda palpitante di voluttà
si colorava di sprazzi argentini; sgombre dal grigio vapore che le
avvolgeva si disegnavano con netti contorni le cupole delle chiese
e le guglie dei campanili, e le case, e le villette disseminate sui
colli, finchè i fasci luminosi invadevano anche le strade più anguste
portando dappertutto il movimento e la vita baldanzosa della giornata
che comincia.
Prima delle sette, il professore era già fuori dell'albergo e
passeggiava su e giù per la piazza Banchi aspettando che l'ufficio
dei signori Radice e Lupini si aprisse. Lo aspettava con impazienza, e
nondimeno, quando vide le imposte spalancate, e un signore dalla faccia
rubiconda (certo il signor Radice o il signor Lupini) dondolantesi
sulle punte dei piedi nel vano della porta, coi due pollici nelle
tasche del panciotto, col sigaro in bocca e col cappello in testa,
dovette fare altri tre o quattro giri prima di trovare il coraggio
necessario per presentarsi. Intanto alcuni individui, che al vestito
parevano gente di mare, vennero a scambiar poche parole col mediatore.
Poi si lasciarono con una stretta di mano, e il signor Radice, o
Lupini che fosse, gettò via il sigaro, aperse la bocca a un lungo
sbadiglio, stirò le braccia ed entrò nel suo banco. Il dottore
Romualdo, pensando che fra coloro i quali si allontanavano poteva
esservi anche il capitano Rodomiti e che con la sua esitanza egli aveva
forse perduto l'opportunità di veder subito il misterioso personaggio,
ruppe finalmente gli indugi, e affacciatosi all'uscio con la mano al
berretto: -- Di grazia -- chiese -- c'è qui il capitano Antonio Rodomiti?
Il signor Radice (o Lupini), vista l'esotica figura del professore, ne
fu esilarato, e, da quell'uomo faceto ch'egli era, prima di rispondere,
guardò sotto alle sedie, sotto ai banchi e perfino dietro le imposte di
un piccolo armadio infisso nella parete; poi disse con una risatina; --
Non lo vedo.
Sconcertato un po' da questo strano accoglimento, il Grolli ripensò con
desiderio alla sua cattedra, al suo laboratorio chimico e alla graziosa
formola -x (sen y)/(sen α)-; tuttavia rinnovò la domanda con altre
parole: -- Ma non viene qui il capitano Rodomiti?
-- Sicuro che viene, ma adesso non c'è.
-- E... scusi... a che ora posso...?
Il professor Grolli non aveva finito la frase quando il signor Radice
(o Lupini) scoppiò in una risata sonora. Gli è che l'ottimo sensale
di noleggi coglieva finalmente il frutto della sua facezia di pochi
minuti prima. Poichè sulla soglia dell'ufficio, dietro la personcina
esile e smilza del professore, era comparso un colosso alto quasi due
metri e grosso in proporzione, e questo colosso era precisamente il
capitano Rodomiti che il signor Radice (o Lupini) aveva fatto le viste
di cercare perfino negli scaffali d'un armadio.
-- Con permesso -- disse il capitano, il quale a cagione della sua mole
ciclopica non poteva entrare finchè il professore non gli cedesse il
posto.
Costui sentì a trenta centimetri sopra il suo capo la voce tonante
del nuovo arrivato, si voltò, guardò in su, e vide in mezzo a una
nuvola di fumo che usciva dal caminetto di una pipa, una bella testa
caratteristica con la carnagione abbronzita, la barba folta, gli occhi
azzurri e profondi e una cicatrice a sinistra della bocca.
-- Con permesso -- ripetè il capitano, e il dottor Romualdo si tirò da
parte più confuso che mai, mentre il signor Radice (o Lupini) rivoltosi
al colosso gli disse: -- Capitano, quel signore domanda di voi.
Il capitano Rodomiti squadrò d'alto in basso il signore piccino, si
tolse la pipa di bocca, mandò fuori un buffo di fumo e chiese: -- È lei
il professore Romualdo Grolli?
-- Appunto, sono io -- rispose il professore, alzando gli occhi in su
come se guardasse un campanile.
-- Lietissimo di far la sua conoscenza... Se non Le dispiace, potremo
andare in luogo tranquillo... a pochi passi di qui... A rivederci
allora -- continuò il capitano, salutando con la mano il sensale di
noleggi senza pronunziarne il nome, e lasciando così sospesa la grave
questione se il personaggio faceto fosse il signor Radice o il signor
Lupini. -- Eccomi con lei -- egli riprese quindi, abbassando lo sguardo
sul Grolli.
E i due uomini uscirono insieme sulla strada. Il professore, che durava
non poca fatica a misurare il suo passo su quello del capitano, gli
veniva a fianco senza parlare nella speranza che l'altro iniziasse
il discorso. Dal canto suo il Rodomiti avrebbe preferito di essere
interrogato; onde tacevano tutti e due, e tacendo si esaminavano a
vicenda. Una grande disparità fisica non suol generare a prima vista
una grande simpatia reciproca fra due individui. E fra il Rodomiti e il
Grolli la disparità non poteva esser maggiore. Il primo, come si disse
or ora, era veramente un bell'uomo, dalla fisonomia aperta e leale, ma
il dottor Romualdo lo considerava dal punto di vista onde gli uomini
troppo piccoli considerano gli uomini troppo grandi, e non poteva
guardare senza una certa diffidenza quella figura torreggiante, quelle
membra atletiche, il cui solo contatto pareva doverlo schiacciare.
Ed egli velava questa diffidenza con la unzione, con la timidezza che
sono proprie dei deboli quando si trovano al cospetto dei forti, e che
spiacevano singolarmente al capitano Antonio, già poco favorevole al
-topo di libreria-.
Il Rodomiti si determinò a romper pel primo il silenzio. E lo fece alla
marinaresca, senza preamboli. -- Io vengo da Montevideo, signore.
Quest'annunzio fu una rivelazione pel Grolli. Egli alzò gli occhi verso
il suo interlocutore, poi li chinò a terra e un vivo rossore si stese
su quella parte del suo volto che non era nascosta dalla barba o dai
capelli.
-- Da Montevideo -- egli soggiunse, come facendo eco alle parole del
capitano.
E cento memorie della fanciullezza si affacciarono alla sua mente, e
un nome scancellato quasi dal suo cuore gli tornò sulle labbra. Pur
sul punto di pronunziarlo si arrestò, come se pronunziandolo violasse
un voto, fallisse a un dovere. E si contentò di fare una domanda
indiretta:
-- È partito da un pezzo di là?
-- Da due mesi e mezzo.
-- E la cosa per la quale mi ha chiamato a Genova ha relazione con
questo suo viaggio?
-- Senza dubbio -- rispose il capitano, stanco di tutto questo armeggìo.
-- Ho un incarico della signora Elena Natali.
L'incanto era rotto. Il nome che da anni e anni il professor Grolli non
sentiva più menzionare d'intorno a sè tornava a ferirgli l'orecchio,
e la persona che portava quel nome stava forse per aver di nuovo una
parte nella sua vita.
-- Elena! -- balbettò il professore, più commosso ch'egli non volesse
parere. -- Non le sarà già accaduta sventura?
-- Povera signora! Se ella ebbe colpe verso la sua famiglia, le ha certo
espiate.
-- Sarebbe... morta?
-- Quando partii da Montevideo, ella viveva, ma pur troppo era ridotta
agli estremi... Basta, ora vedrà una sua lettera.
In quella, il capitano, invitando il dottor Romualdo a seguirlo, infilò
un portone spalancato, salì un paio di scale, spinse una porticina
ch'era solamente rabbattuta ed entrò insieme al suo compagno in un
andito stretto e buio.
-- Sei tu, Tonino? -- disse una voce femminile. E in pari tempo una donna
di mezza età aperse un uscio laterale dando un po' di luce all'andito
tenebroso.
-- Son io -- rispose il capitano -- È fatta la mia camera?
-- Sì, Tonino... Bada al fuoco... Mi raccomando, con quella pipa.
Il capitano Antonio fece spallucce, e chiese: -- La bimba?
-- Dorme ancora... Devo svegliarla?... Poni il piede su quella
favilla... Abbi riguardo, Tonino.
-- Lasciala dormire -- replicò il capitano, senza curarsi delle strane
paure di sua sorella Teresa circa al fuoco. -- Passi, passi.
Queste ultime parole erano rivolte al dottore Romualdo, che venne
introdotto in una camera modesta ma pulita, e fatto sedere davanti a un
tavolino.
Il Rodomiti offerse al suo ospite un sigaro che questi rifiutò, poi
tolse dal cassetto un grosso piego suggellato.
-- Ebbi queste carte dalla signora Elena -- egli soggiunse. -- Si
compiaccia di leggerle. Io la lascio solo, ma tornerò di qui a
mezz'ora... Intanto son di là con mia sorella. Se le occorre qualche
cosa, tiri il campanello.
E uscì inchinandosi alquanto per non urtar col capo sull'architrave.
-- Fumerà anche lui -- brontolava la signora Teresa nell'andito -- sicuro,
fumano tutti adesso, fumano perfino le donne.
E il capitano replicava infastidito: -- Sempre questa fissazione del
fuoco.... Non fuma, non fuma.
Poi si fece silenzio, e il dottore Romualdo aperse con mano tremante il
piego misterioso che gli stava davanti. Insieme con altre carte ch'egli
si riserbò di esaminare più tardi, c'era una lunga lettera scritta di
mano femminile.
IV.
«Fratello mio, -- diceva quell'epistola -- sono quasi dodici anni dacchè,
figlia disobbediente e cattiva sorella, io lasciai il tetto domestico,
ove avrei dovuto confortare la vecchiezza del babbo ed essere per
te una seconda madre. Una passione infelice mi acciecò. Seguii oltre
l'Oceano l'uomo che mi aveva ammaliata, e dopo essere rimasta senza
risposta a due lettere scritte a nostro padre, non volli ritentare la
prova; considerai che tutta la mia famiglia avesse cessato di esistere
per me. Ero superba, Romualdo; mi pareva di esser trattata in modo
indegno, e il mio cuore s'indurì nel dispetto e nell'ostinazione. Per
altro, da un'amica mia io ricevevo di tratto in tratto nuove di casa,
e da lei seppi della morte di nostro padre. Piansi, mi strappai i
capelli, mi accusai di avere con la mia condotta abbreviato i giorni
di quegli a cui dovevo la vita, e scrissi a te, fratello mio, a te che
avevo cullato tante volte su' miei ginocchi, a te cui avevo insegnato
a balbettare le prime parole. Ma certo tu mi credevi una triste donna,
e la voce della tua sorella non ebbe un'eco nel tuo cuore. Aspettai
per mesi e mesi una tua lettera intenerendomi all'idea di riceverla,
sperando di poter iniziar teco attraverso l'Oceano uno scambio di
assidue corrispondenze. Io dicevo: egli mi racconterà i suoi studi, mi
racconterà i suoi primi successi; perchè io ti sapevo pieno d'ingegno,
e non dubitavo che saresti riuscito; mi racconterà i suoi primi amori,
e quando amerà anche lui, oh allora, ne son certa, mi perdonerà... Ma
la tua risposta non venne, e l'orgoglio mi vinse di nuovo, e mi chiusi
nel mio silenzio, che durò fino adesso. L'amica che mi teneva informata
delle cose della mia famiglia, o è morta anch'essa, o si stancò di
scrivermi. È proprio vero, sai, quel proverbio: -lontan dagli occhi,
lontan dal cuore-. Per anni ed anni non seppi nulla di te. A malgrado
che vi sia una continua emigrazione dall'Italia a queste contrade, dal
nostro paese non è mai capitato nessuno. Finalmente arrivò qui, or son
dieci mesi, certo Zirlo, della Spezia, che non ti conosceva di persona,
ma che ti aveva sentito nominare perchè un suo nipote aveva studiato in
codesta Università. Avevi dunque seguìto la tua vocazione, eri divenuto
professore. Lo dicevano sempre in casa, a vederti immerso nei libri,
alieno dai divertimenti, dai chiassi. Ma io volevo notizie più precise,
e ottenni che il signor Zirlo scrivesse al nipote a questo scopo,
raccomandandogli però (vedi come il mio orgoglio fa sempre capolino)
di non farti saper nulla dell'incarico ch'egli aveva avuto. Il giovane
rispose diffusamente, parlando della stima di cui godi, della certezza
che hai di succedere in un termine non troppo lungo al professore
titolare, dalle tue abitudini ritiratissime, della gravità del tuo
carattere. Benedetto ragazzo! Sempre misantropo, fin da fanciullo!
Dal giorno in cui ebbi queste informazioni fui più tranquilla. Non ti
scrissi però; mi bastava saperti vivo, sano, onorato. Pensavo bensì che
ti avrei scritto se si avverava un mio presentimento.
«Questo mio presentimento sta per avverarsi. Io avrò presto fornito
il mio cammino nel mondo, o fratello, e oggi stesso il medico, ch'io
supplicai di dirmi la verità, mi confessò che non ho più che otto
o dieci giorni da vivere. Grazie al cielo, la mia energia non mi
abbandona nemmeno in quest'ultima prova. Bensì mi abbandona il mio
orgoglio, e ti mando un tenero addio e ti chiedo perdono di esserti
stata una cattiva sorella come fui una cattiva figlia ai nostri
genitori, e ti prego di cosa che confido non mi sarà negata da te.
«Ascoltami. Non t'intratterrò sulle vicende di quest'ultimi anni. Ho
profuso tesori d'affetto su chi forse non n'era degno, ma che importa
quando si ama? Saprai a ogni modo ch'-egli- mi aveva sposata pochi
mesi dopo il nostro arrivo qui, nel momento in cui ci nacque il primo
figliuolo. No, egli non era senza cuore; egli non voleva, dopo aver
disonorata una donna, abbandonarla; ma le avversità esacerbarono il
suo carattere naturalmente sospettoso, iracondo, e resero ben dura,
ben difficile la vita al suo fianco. Peggio poi quando vennero a
travagliarlo le sofferenze fisiche, e il suo corpo che pareva di
granito andò via via dissolvendosi come la cera al fuoco. Rimasi
vedova, povera, senz'appoggi, con tre bambini a cui provvedere. Non
mi perdetti d'animo, lottai contro tutti gli ostacoli, non isdegnai
nessuna onesta fatica, apersi un piccolo albergo ch'ebbe prospere
sorti, e riuscii, io donna debole e già cagionevole di salute, a
ricondurre un po' d'agiatezza nella mia casa. Ma la sventura aveva
preso a perseguitarmi. La febbre gialla mi portò via due de' miei
figli; non mi rimase che la mia Gilda, la mia ultima nata. Lo vedi,
ha il nome di nostra madre. E intanto il male che mi rodeva da gran
tempo le viscere fece progressi rapidi, spaventevoli; invecchiai
in pochi mesi più che non avessi invecchiato in dieci anni. Vedendo
nello specchio le mie guance smunte, il mio colorito terreo, i miei
occhi appannati, io non mi feci illusioni sul mio stato; pur lavorai
ugualmente, finchè potei reggermi in piedi. Da un mese non esco dalla
mia camera, da due settimane non lascio il letto. Oggi, te lo dissi
già, so che vivrò ancora pochi giorni. Oh non è triste morire, ma
è triste non poter più rivedere i cari volti delle persone amate, è
triste non poter risalutare una volta la patria. E, per una madre,
è triste sovra ogni altra cosa il dover lasciare una bimba di non
ancora quattr'anni, senza sapere chi veglierà sulla sua infanzia, chi
formerà il suo cuore e la sua mente. Qui ci sono molti italiani, e
non sarebbe impossibile di trovar fra essi qualche anima generosa, ma
siamo in paesi ove gli uomini vengono e passano; dall'oggi al domani la
fortuna può balzarli in qualche fattoria lontana centinaia e centinaia
di miglia, sul margine d'una foresta vergine, a poche ore dagli
accampamenti di popolazioni selvagge che anelano di vendicarsi di ciò
che noi europei facciamo loro soffrire. Poi la sete del guadagno sciupa
i migliori caratteri; non si parla d'altro, non si pensa ad altro.
Sì, forse nelle tiepide sere, sotto l'imponente padiglione azzurro di
questo cielo, stanchi dalle fatiche del giorno, si pensa talvolta al
luogo che ci ha visti nascere, all'orizzonte che i nostri occhi hanno
contemplato schiudendosi alla luce, alle voci che ci sono prime suonate
all'orecchio. E queste memorie tristi e soavi sono ancora la maggior
ricchezza morale che ci rimanga. Ma chi è nato qui di genitori europei
è un esule che non può ricordarsi la patria. Poichè qui si è esuli
sempre, anche quando ci si nasce... E tale sarebbe la condizione della
mia Gilda, se ella restasse in America... O Romualdo, questo pensiero
è più acerbo di tutti i miei dolori fisici! Aggiungi poi che il poco
denaro ch'io posso lasciare a mia figlia, sufficiente per mantenerla
alcuni anni in Europa, sarebbe qui esaurito in brevissimo tempo.
«Presi un partito decisivo, confortatavi anche dal consiglio e dalle
offerte di un amico onesto e leale, il capitano Antonio Rodomiti, il
quale, dacchè io mi trovo a Montevideo, fu qui più volte col suo legno,
e nel suo penultimo viaggio tenne a battesimo la Gilda. Vistami ora in
tante angustie e già spacciata dai medici, egli ebbe compassione di me.
Ecco ciò che risolsi. Rimandare in Europa la fanciulla, approfittando
della partenza per Genova del suo padrino, il quale se ne incarica
come d'una sua creatura e non vuole un centesimo di compenso, vendere
tutto il poco che ho e formare un peculio che accompagni la mia Gilda
e le permetta di non essere a carico di nessuno durante il tempo della
sua educazione; finalmente nominar te, fratello mio, tutore di questa
orfanella, e raccomandartela, e scongiurarti, quando tu non possa
(nè io certo lo pretendo) tenerla in casa tua, di metterla a pensione
presso gente fidata, e di invigilare sopra di lei sino al giorno in cui
ella sarà in grado di provvedere a sè stessa. No, tu non mi negherai
questa grazia. La mia Gilda non deve turbare la quiete dei tuoi studi,
ella non deve essere per te un peso o un ostacolo se tu hai già una
famiglia, o se stai per averla. Ma io morrò più tranquilla pensando
che uno di casa mia la sovverrà di consiglio ov'ella ne abbia bisogno,
accorrerà al suo letto ov'ella sia malata... e le parlerà qualche volta
di nostra madre. Oh sì, di me non importa che tu le parli, Romualdo; io
non le lascio esempi da imitare, ma conviene ch'ella onori la memoria
di nostra madre, di quell'angiolo che ci abbandonò mentre tu eri
fanciullo ed io entravo appena nell'adolescenza, di quell'angelo, che,
se fosse vissuto, mi avrebbe forse guarita delle mie pazzie...
«In questa lettera troverai alcuni documenti che potrebbero esserti
necessari: il mio atto di matrimonio, l'atto di morte di mio marito, la
fede di nascita della Gilda.
«Il capitano Rodomiti ha tutta la somma ch'io ricavai dalla vendita di
ciò che possedevo. Egli ne sa la cifra precisa, ed ha l'incarico di
convertirla in moneta italiana e di consegnartela. Credo si tratterà
di una decina di mila lire. Puoi fidarti ciecamente del capitano. Per
me ho serbato solo quel tanto che può bastare pei pochi giorni che mi
restano da vivere. Lo stesso Rodomiti portò seco anche una cassa con
alcuni vestiti per la Gilda e quanta più biancheria ho potuto radunare.
Ti mando infine un medaglione d'oro, che la mamma, morendo, mi pose al
collo e che non mi ha mai abbandonata. È inutile ch'io lo porti meco
sotterra. Tienlo per memoria della tua sorella? Te ne ricordi della tua
sorella? Di quando amavi arrampicarti sulle mie spalle, e gettandomi
le braccia intorno al collo, insistevi perchè ti portassi in giro per
le stanze? O di quando, più tardi, già in via di diventare un dottore,
sebbene così piccino, mi sgridavi perchè con le mie chiacchiere
disturbavo le tue lezioni?... Chi l'avrebbe detto allora che, poco
tempo dopo, l'Oceano ci avrebbe divisi per sempre?... Capricci dei
destino!... Ah se potessi, prima di chiudere gli occhi, vederti in
mezzo ai tuoi scolari!... Ma è inutile far castelli in aria.
«Lascerò l'ordine che ti mandino una copia del mio atto di morte.
Voglio che tu abbia tutte le carte in regola, che nessuno possa
sollevare dubbi sulle tue facoltà di tutore.
«Basta ormai, fratello mio, sono stanca, e le poche forze che mi
rimangono ho bisogno di serbarle pel momento terribile del mio distacco
dalla Gilda. Pochi giorni prima o pochi giorni dopo, tanto e tanto io
debbo presto lasciarla, e per lei è certo meglio separarsi dalla sua
mamma oggi, che assistere a una dolorosa agonia; ma non si ragiona
sempre, e allorchè saremo all'ultimo bacio, ho paura che il cuore mi
scoppi. Povera Gilda! La vedrai. È bella come un angioletto; è un po'
viva, ma giudiziosa, buona, e mi vuol tanto bene. Oh ne vorrà anche a
te, ne sono sicura... Le dissi che deve andar via per qualche giorno
col capitano Rodomiti, e quantunque ella adesso strepiti e pianga,
spero che finirà col rassegnarsi perchè il capitano ha saputo trovar la
strada del suo cuoricino. E poi ella si affeziona ben presto a quelli
che sono gentili con lei.
«Addio, Romualdo. Sono in procinto di comparire davanti al Signore, e
ho fede ch'egli mi perdonerà le mie colpe perchè ho molto sofferto.
E tu pure mostra di perdonarmi accogliendo il tesoro che ti affido.
Quando questo foglio giungerà nelle tue mani, io non sarò più tra i
vivi, ma chi sa, forse in quell'istante la tua sorella ti sarà più
vicina che non ti sia mai stata da undici anni a questa parte, forse,
passandoti accanto, spirito leggero e fuggitivo, ella deporrà un bacio
sulla tua fronte. Ancora una volta addio, Romualdo.
«-La tua- ELENA.»
V.
Il dottore lesse questa lettera tutta d'un fiato. Quando l'ebbe
finita, egli si trovò in una condizione d'animo nuova per lui. Avvezzo
a disciplinare i suoi sentimenti sotto l'impero della ragione, egli
s'accorse che oggi essi si ribellavano al solito freno. Egli aveva un
bel dirsi, che i legami di parentela, per intimi che siano, valgono
ben poco senza i legami dell'anima creati dalla convivenza, dagli
affetti, dai gusti comuni, aveva un bel dirsi che questa donna, di
cui egli appena rammentava la fisonomia e con la quale per undici
lunghi anni non s'era scambiato una riga, era per esso meno assai
dell'ultimo fra i suoi studenti. Aveva un bel dirsi che, dimenticando
i suoi doveri, Elena aveva perduto i suoi diritti e ch'ella non poteva
turbare la vita raccolta e studiosa di lui gettandogli sulle spalle
un cumulo di pensieri e d'inquietudini... Nonostante tutte queste
savie considerazioni, egli si sentiva commosso come non era stato da
un pezzo, si sentiva men fermo nel convincimento in cui era cresciuto
circa ai torti di sua sorella, e per la prima volta nella sua vita
dubitava di quella virtù arcigna che consiste nel soffocar le passioni
e che nulla perdona agli altri perchè nulla comprende. Certo l'idea
della povera Elena era stata ben singolare. Senza nemmeno sapere quali
fossero le abitudini di suo fratello, senz'avere alcun dato preciso
sul suo carattere, ella affidava a lui, morendo, la sua figliuola.
E spediva questa bambina oltre all'Oceano, esponendola ai rischi e
ai disagi di un lungo viaggio di mare, non preoccupandosi di ciò che
sarebbe avvenuto s'egli non avesse accettato l'ufficio onde a lei
piaceva di incaricarlo... Eppure, nella dolorosa situazione in cui ella
si trovava, che altro avrebbe potuto fare? A chi altri rivolgersi? Non
era egli il suo più stretto congiunto?
Il professore Romualdo girava su e giù per la stanza, ora con le mani
intrecciate dietro la schiena, ora gestendo, animatamente e cacciandosi
su pel naso qualche presa abbondante di tabacco. Positivista come gran
parte degli scienziati, egli non credeva ai viaggi fantastici d'oltre
tomba; tuttavia le ultime parole della lettera gli ronzavano agli
orecchi: -Forse in quell'istante tua sorella ti sarà più vicina che non
ti sia stata da undici anni a questa parte, forse passandoti accanto,
spirito leggero e fuggitivo, ella deporrà un bacio sulla tua fronte.-
-- È permesso? -- chiese dal di fuori una voce piena e sonora, ch'era
impossibile prendere in isbaglio.
Il Grolli trasalì. -- Chi è?
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