ferrovia, nè telegrafo, nè telefono, nè gas, nè luce elettrica.
-- Questo ti prova -- insinuò Girolamo -- quanto sia giusta la nostra idea
di portar il babbo e la mamma in un luogo più civile.
Luciano però, scorgendo in queste parole un nuovo tentativo
d'immischiarlo in una faccenda noiosa, alzò le braccia e aperse le palme
nell'atto di chi vuol ripararsi da una tegola che stia per cadergli sul
capo.
-- -Arrangez vous.-
E con la scusa di andar a prender notizie dell'Angela uscì dalla stanza.
-- Era naturale ch'egli se ne sarebbe lavato le mani -- disse la Letizia.
-- A lui non conviene metter bastoni nelle ruote al suo figliuolo che
sarà quì ogni momento e si accaparrerà l'animo dei nonni, mentre noi,
che pure abbiamo interessi comuni, non riusciamo a concluder nulla.
-- Santo cielo! -- rimbeccò l'Adele. -- Sei tu con la tua ostinazione...
-- Io?... Come se voi foste remissivi.
-- Non ricominciamo adesso -- supplicò Girolamo. -- Un espediente si
troverà... Alla peggio torneremo alla mia prima idea... ch'è poi anche
quella di Luciano... Darsi il cambio a Villarosa, starvi quanto più sia
possibile, e tener tanto d'occhi aperti...
Ma la prospettiva di una lunga dimora a Villarosa era intollerabile a
tutt'e due le cognate. Rinunziar per mesi a Napoli, a Posilipo, alle
scarrozzate per la riviera di Chiaja, ai ricevimenti, ai teatri? --
pensava la Letizia. -- Rinunziar a Roma, alla Camera, alle conversazioni
politiche? -- pensava l'Adele.
-- Se poi vi pesa qualunque sacrifizio -- brontolò Girolamo alquanto
seccato della cattiva accoglienza fatta alla sua proposta -- non c'è
altro che lasciar correr l'acqua giù per la china.
XXIII.
Per la quinta o sesta volta Giulio Frassini si avvicinò, senza entrare,
alla camera della cognata.
L'Antonietta, ch'era nella stanza, lo riconobbe al passo e uscì in punta
di piedi.
-- Non ci sono peggioramenti -- ella disse. -- Ma tu, babbo, perchè non vai
a letto?
-- Potrei fare a te l'identica domanda -- replicò il padre.
-- Bisogna pure che qualcheduno stia alzato -- riprese la ragazza, con
quella cert'aria d'importanza che deriva dalla persuasione di prestar
opera utile. -- Non ho potuto lasciar i nonni che poco fa; ora il dottor
Vignoni mi prega di rimaner presso la zia... Va, va a dormire... Io
torno di là.
Egli la trattenne, e chiese: -- Ti conosce?
-- No, in apparenza no... E tuttavia il medico ha notato che quando ci
son io ha la fisonomia più composta, la respirazione più regolare.
-- E chi altri c'è?
-- C'è lo zio Cesare, c'è Tullio...
-- E il dottore non s'è mai mosso?
-- Ancora non si fida... È molto buono, Vignoni, è pieno di premura... Ed
è così affezionato alla zia Angela... Io giurerei che la salverà.
-- Dio lo voglia! -- sospirò Frassini. -- Ma non parla, non conosce...
Quanto tempo si può durare in questo stato?
-- Il dottore assicura che anche ventiquattr'ore, anche trent'ore si può
durarci... No, Vignoni non dispera, e non dobbiamo disperare neppur
noi... Ma mi sono indugiata troppo... Addio...
-- Aspetta... E tua madre?
-- Era prima con noi, dalla zia... Dev'essersi ritirata nella sua
camera..... Se tutti vegliano contemporaneamente, domani non ci sarà
nessuno che possa reggersi in piedi... Buona notte, babbo, buona notte.
E gli porse le labbra.
Frassini vi accostò le sue come a una fonte da cui sgorghi un'acqua
salubre. E dopo averla baciata le tenne strette ancora per un istante le
mani e la guardò umile, riconoscente, quasi intendesse dire: -- Mi vuoi
sempre bene? Mi compatisci?
-- Buona notte -- ella ripetè staccandosi con dolcezza dal padre e
tornando a prendere il suo posto al capezzale dell'Angela.
Egli ritraversò a capo chino la sala, e docile ai consigli della
figliuola entrò nella sua camera, si gettò mezzo vestito sul letto, si
ravvolse in una coperta di lana, chiuse gli occhi e cercò un'ora di
quiete e d'oblio. Ma fu invano. Due visioni lo perseguivano: quella
dell'Angela moribonda e quella della Marialì che riposava nella stanza
contigua alla sua e della quale, attraverso l'uscio chiuso per di
dentro, egli sentiva il placido, tranquillo respiro. Ah, Marialì,
Marialì! Che rivelazione di freddo egoismo e di spaventosa inconscienza
era, in quell'ora, in quel luogo, quel respiro placido e tranquillo! E
che tempesta esso scatenava nell'anima del consorte rejetto! Che vampe
d'odio feroce e d'amore bestiale agitava!... Oh s'egli avesse osato
abbatter con un colpo vigoroso la porta sottile che lo divideva dalla
donna perversa, e sorprenderla sola, indifesa, le belle membra allentate
nel sonno, e stringerla fra le sue braccia un'ultima volta, e un'ultima
volta succhiare il veleno della sua bocca; e poi trascinarla nuda,
palpitante ai piedi -dell'altra- che agonizzava, -dell'altra- ch'egli
aveva tradita per lei, e ucciderla, e darsi la morte... se avesse osato!
Quante colpe, quante vergogne e quante viltà si sarebbero lavate in quel
bagno di sangue!... Così egli si esaltava in proponimenti folli, e come
sogliono i deboli si vergognava ad un tempo e de' suoi pensieri cattivi
e della sua impotenza a tradurli in azione... Nè resse a lungo a quella
tensione estrema dei nervi... Balzò dal letto, tornò nella sala che un
lume appeso al soffitto rischiarava debolmente, si fermò pochi secondi,
trattenendo il respiro, presso l'uscio dell'Angela; indi scese al
pianterreno, e attratto da qualche rumore si diresse verso la cucina. Ma
la paura d'imbattersi nella Lisa lo arrestò sulla soglia, ed egli diede
invece una capatina nel salotto da pranzo ove non c'erano in quel
momento che Max e Fritz spediti colà dalla diplomazia della madre.
-- Su, su, ragazzi -- ell'aveva detto rientrando nelle sue camere dopo il
colloquio con Girolamo e con l'Adele. -- Tutti sono in moto stanotte e
non dovete esser da meno degli altri. Della zia Angela è inutile che
cerchiate d'andare, ma tenetevi pronti ad ogni chiamata dei nonni.
E i due fratelli, che non dormivano, s'erano affrettati a ubbidire, dopo
aver discusso alquanto fra loro sul genere di -toilette- richiesto dalle
circostanze. L'enorme baule ch'essi avevano portato con sè e che
addossato alla parete faceva l'effetto d'un'arca sepolcrale nella
cappella d'un tempio era fornito d'ogni ben di Dio; ma tutti i casi non
si possono prevedere, e nè il baule conteneva, nè il codice della moda
insegnava il vestiario che due giovinotti eleganti avrebbero dovuto
indossare alzandosi nel cuor della notte per una zia in fin di vita.
Stretti dall'urgenza, fermarono la loro scelta sopra un -tout de même-
di lana grigia, camicia di colore non inamidata, sciarpa di seta nera a
stelline bianche col nodo un po' a sghimbescio, tanto da tradir la furia
e l'agitazione della mano che l'aveva fatto. Avviatisi in questo arnese
senza un programma ben chiaro nella mente, incontrarono sul pianerottolo
il vecchio Giacomo che saliva con una brocca d'acqua calda e gli
chiesero chi vi fosse dai nonni.
-- Si son chetati da mezz'ora -- egli rispose. -- E del resto c'è la
Maddalena. -- Meglio lasciarli in pace... Forse troveranno in salotto da
pranzo il signor Girolamo con la signora Adele... Almeno c'erano prima.
In realtà, non c'erano più; anzi non c'era nessuno. Sulla tavola la
teiera fredda, due tazze con un fondo di tè, una bottiglia di cognac
quasi piena, un pajo di giornali sgualciti, le carte che avevano servito
al -solitario- di Luciano, un portacenere con dentro un mozzicone di
sigaro e tre o quattro fiammiferi spenti; in alto la lampada che
languiva e scoppiettava spargendo un odore sgradevole. Gli Alvarez si
guardarono in viso incerti se rimanere o tornarsene indietro... Ma
rimasero, e approfittarono del non aver testimonî per dibattere insieme
un argomento delicatissimo. Perchè non s'erano risentiti subito delle
insolenze di Tullio? Perchè avevano permesso alla genitrice di assumer
le loro difese? A ogni modo, chi impediva loro di risollevar la
questione entro il termine fissato dalle leggi cavalleresche e di
esigere dal cugino una spiegazione o una riparazione?
Slanciata questa idea, i due fratelli si grattarono entrambi la nuca.
-- Un duello? -- disse Max che pure aveva iniziato la discussione.
-- Io crederei di no -- replicò Fritz. -- Tullio darà spiegazioni
soddisfacenti.
-- Uhm! -- fece l'altro. -- È così poco gentiluomo.
Fritz rincarò la dose. -- È un bifolco.
-- E non essendo gentiluomo potrebbe anche rifiutare di battersi -- notò
Max.
-- Meglio! -- scappò detto a Fritz.
Max si accarezzò i baffi nascenti per attingerne forza e coraggio.
-- In ogni caso -- egli riprese -- nell'ipotesi del duello, toccherebbe a
me... Io sono il primogenito.
-- La mia opinione sarebbe -- obbiettò Fritz con magnanimità -- che la
sfida fosse collettiva com'è stata comune l'offesa. Poi la sorte
deciderebbe quale di noi due dovesse scender sul terreno.
-- Nemmeno per sogno. È chiaro che tocca al fratello maggiore -- insistè
Max. -- Piuttosto -- egli soggiunse col tuono di uomo colto da uno
scrupolo improvviso, -- piuttosto bisognerebbe riflettere, se dopo il
doloroso incidente della zia Angela, e dato lo scompiglio e l'agitazione
in cui si trova la famiglia, non fosse opportuno di soprassedere, di
evitare uno scandalo quì a Villarosa.
Fritz si mostrò compreso della gravità di queste ragioni.
-- Certo che per i nonni sarebbe un gran dispiacere.
-- E per nostra madre.
-- E per tutti.
-- Per la zia Angela poi, se, riacquistando la coscienza avesse il più
lontano sentore della cosa, sarebbe il colpo di grazia.
-- Verissimo, e noi saremmo responsabili della sua morte.
I due bravi giovinotti conclusero che fosse meglio frenarsi, salvo a
rintuzzare con energia qualunque nuova provocazione, e, lieti della
vittoria riportata sui loro istinti belligeri, si offersero
scambievolmente una sigaretta.
Allorchè lo zio Frassini entrò, essi fecero atto d'alzarsi con la
deferenza di nipoti che conoscono il Galateo; egli, stralunato secondo
il solito, li salutò appena e andò a sedere in un angolo.
-- Notizie? -- si arrischiò a chiedere Max.
Frassini scosse il capo come chi non ha nulla da dire; poi masticò fra i
denti: -- Che tempo!
-- C'era stata una sosta -- osservò Fritz.
-- Bella sosta! -- mugolò Frassini accennando col pollice alla finestra di
là dalla quale si sentiva scrosciar la pioggia e urlare il vento.
-- Ha ripreso -- disse Max in tuono conciliativo.
Il pittore non rispose; adocchiò la bottiglia del cognac sulla tavola e
alcuni bicchierini sulla credenza, ne riempì uno e lo trangugiò d'un
fiato. Indi tornò al suo cantuccio, ma non vi stette più di cinque
minuti, e balzato in piedi si fermò dinanzi a certe stampe del secolo
decimottavo ch'erano appese alle pareti e ch'egli si ricordava d'aver
viste a quel posto fin dalla prima volta ch'era venuto a Villarosa e che
l'Angela e la Marialì l'avevan condotto in giro per la casa. C'era anzi
stata, a proposito di quelle stampe, una piccola disputa fra le due
sorelle. -- Anticaglie! -- le aveva chiamate sprezzantemente la Marialì. E
l'Angela pronta: -- Anticaglie, sicuro... Quando il nonno comperò la
villa c'erano già, e io le amo appunto per questo, le amo perchè son
vecchie...
Come le parole, così, dopo tanto tempo e tante vicende, Giulio Frassini
rievocava l'accento con cui erano state pronunciate, rievocava la voce,
l'espressione malinconica e dolce del viso. Con la stessa voce, ma più
velata e più stanca, l'Angela gli aveva rivolto il discorso in quella
mattina; con la stessa espressione malinconica, ma d'una malinconia più
profonda, ell'aveva accolte le sue tristi confidenze. E forse ora la
voce era spenta per sempre, forse il viso s'irrigidiva nella sinistra
immobilità della morte... A questo pensiero, Frassini sentì le lacrime
gonfiargli gli occhi e i singhiozzi rompergli il petto, e si slanciò
fuori della stanza e salì di corsa al piano superiore nel bisogno
irresistibile di sottrarsi a quel dubbio angoscioso. Nella sala quasi
buja (la lampada sospesa era spenta e solo una candela posata sopra una
cassapanca gettava intorno una luce fievole e incerta) gli si parò
dinanzi qualcuno. Era Tullio, uscito allora dalla camera dell'inferma
per fissare un'imposta che il vento sbatacchiava. Frassini gli saltò
addosso prima che l'altro lo ravvisasse, lo afferrò per ambe le mani, e
con un gemito soffocato: -- È morta? -- chiese. -- Perchè esiti a
rispondere?
-- Oh zio! Sei tu? -- esclamò il giovine riavendosi dallo stupore. -- Che
hai?
-- Rispondi! È morta?
-- No. Se fosse morta, credi che sarei così calmo?... Vedrai anzi che non
morrà... C'è qualche segno di risveglio... qualche miglioramento.
-- Proprio? non m'inganni? Lo dice Vignoni? Dice ch'è fuori di pericolo?
-- Questo non può dirlo... Ma è contento del polso, del respiro; è
fiducioso insomma...
Frassini baciò e ribaciò il nipote per ringraziarlo dell'annunzio e
riprese con solennità:
-- È necessario che l'Angela guarisca. È necessario. Quella donna lì,
tientelo bene a mente, vale più dei suoi genitori, delle sue sorelle,
dei suoi fratelli; vale più di tutti noi...
Senza lasciar tempo al nipote di replicare una sillaba, il bizzarro uomo
rifece a precipizio la scala, infilò l'impermeabile ch'era appeso
all'attaccapanni nell'andito, se ne calò in testa il cappuccio, e come
se l'agitazione de' suoi nervi non potesse quietarsi che all'aria
libera, aperse la portiera a vetri, e giù d'un salto in giardino sotto
un diluvio di pioggia.
Max e Fritz, fin da quando lo zio li aveva piantati bruscamente, s'erano
scambiati un sorrisetto che voleva dire: -- Quello lì starebbe bene in
manicomio.
Però siccome anche dai matti si può imparar qualche cosa, i due bravi
giovani pensarono di seguir l'esempio di Giulio Frassini bevendo subito
un bicchierino di cognac. E dopo il primo ne bevettero un secondo, e
dopo il secondo s'addormentarono.
XXIV.
Verso mattina il dottor Vignoni si decise finalmente ad abbandonare per
poco il capezzale dell'ammalata e a portarne di persona le notizie al
commendatore Ercole e alla signora Laura che lo avevan fatto già
chiamare più volte. Non cantava vittoria; un nuovo aggravamento era
sempre possibile; una gran vigilanza era sempre necessaria; ma
nell'ultima parte della notte molto si era ottenuto; la signorina Angela
mostrava ormai di conoscere, di sentire, d'intendere, e solo l'estrema
debolezza le impediva di rispondere alle parole che l'erano indirizzate.
Ora ella riposava, e questo sonno tranquillo, tanto diverso dal letargo
di prima, apriva l'adito alle maggiori speranze. Nondimeno Vignoni
aspettava con impazienza il verdetto di Locresi.
-- E se non fosse a Milano? -- obbiettò l'ex Prefetto. -- Se non potesse
venire?
-- A Milano dev'essere -- replicò il medico. -- Le sue vacanze se le prende
dalla metà di Agosto alla metà di Settembre... Potrebb'essere
momentaneamente fuori di città per un consulto. In ogni modo avrà
ricevuto il nostro dispaccio e telegraferà, perchè quando egli si
assenta lascia sempre l'ordine di fargli proseguire i telegrammi che
arrivan per lui, e risponde a tutti... Del resto, io preferivo Locresi,
ma se non venisse, ci sarebbe il Fabiolo di Bologna.
Il commendatore si turbò.
-- Quello non si muove per meno di mille lire... Eh, ho avuto occasione
di conoscerlo sin da quando ero Prefetto, non per me, grazie a Dio... In
fin dei conti, a che cosa servono questi consulti?.. A dar la polvere
negli occhi... Noi abbiamo fiducia in lei, e se, come pare, c'è' un
miglioramento progressivo...
Ma Vignoni insistè. Il consulto era una garanzia e per la famiglia e pel
medico curante, ed egli, pur grato della fiducia, voleva sentir
l'opinione d'un collega che avesse più autorità e più esperienza di lui.
-- Bene, bene -- concluse il commendatore, -- se viene Locresi non c'è
nulla da dire. Se no, riparleremo.
Meno inquieti per la figliuola, i due vecchi Torralba avrebbero preteso
che il dottore si trattenesse da loro, ascoltasse con pazienza le loro
lamentazioni, suggerisse nuovi rimedi ai loro disturbi. La signora Laura
specialmente non la finiva più. Le fatiche di quei giorni avevano
esacerbato i suoi mali; lo spavento preso per l'Angela aveva fatto il
resto... Non aveva un punto della persona che non le dolesse... Ahi,
ahi, ahi!... E l'Angela sola aveva pratica, sapeva vestirla, spogliarla,
farle il massaggio, darle in tempo le sue pillole, le sue polverine...
Povera Angela!... Se pur guariva, chi sa quando sarebbe stata in grado
di ripigliare i suoi uffici?... Intanto le sorelle sarebbero partite...
Per quello che si curavano dei genitori!... E poi non avevano la mano
leggera... Neanche la Maddalena l'aveva... Era così goffa,
impacciata!... Bisognava assolutamente che del massaggio se ne
incaricasse lui, Vignoni, come nei primi tempi... O che non le dava
retta?... E sonnecchiava?... Bravo, Vignoni, bravissimo!... I vecchi
sono buoni pel camposanto, non è vero?
Occorse al dottore una bella dose di diplomazia per calmar la querula
signora, e per indurre lei e il marito a starsene in letto tranquilli e
a cercar di dormire sino a giorno fatto.
La Maddalena accompagnò il medico fuori della stanza.
-- Va meglio, proprio?
-- Ora va meglio. Speriamo che duri.
-- Dio lo voglia! -- soggiunse la cameriera. -- Non solo per lei ch'è una
santa, ma per tutti... Se muore la signorina Angela, il caso più
fortunato che possa toccare ai padroni è di morire anche loro... Se ne
accorgeranno, se ne accorgeranno... E non la tenevano mica nel conto che
merita, sa... La tormentavano... Sono, uno per un verso e l'altra per
l'altro, due temperamenti difficili...
-- Sono vecchi, mia cara, e a una certa età...
-- Adesso poi -- continuò la Maddalena accingendosi ad aprir le imposte --
se non c'è chi prenda il timone mi dirà lei come si tira innanzi... Il
commendatore fa di tratto in tratto la voce grossa, strapazza questo e
quello, minaccia punizioni e licenziamenti; ma tra perchè ci vede poco,
tra perchè va perdendo la memoria non può sognarsi di essere ubbidito e
di governar la casa; la signora è un automa e non si occupa che della
sua salute... Era la signorina Angela che, con la sua quiete, pensava a
tutto, disponeva tutto. Anche per l'assistenza ci vuole una regola...
Stanotte non s'è coricato nessuno, e per una notte tanto, passi... Ma in
seguito?... Bisognerà darsi il cambio, bisognerà che si sappia chi deve
dormire e chi deve vegliare...
-- È naturale -- rispose Vignoni -- e per metter ordine a questa faccenda
dell'assistenza son quà io... Come medico, ho diritto d'ingerirmene...
Pel rimanente non ho voce in capitolo.
E, portandosi una mano alla bocca per nascondere uno sbadiglio,
s'accostò alla finestra.
L'alba era fredda e triste. Non pioveva più ma il cielo era plumbeo e
l'aria satura di umidità; era cessato il vento, ma di tratto in tratto
gli alberi, scossi come da un brivido di febbre, rigettavano con un
rumore di piccole cascatelle l'acqua raccolta nel cavo dei rami. E dai
rami si staccavano, con l'inerzia di cose morte, ad una ad una le
foglie, e tacite e lente andavano ad aggiungersi a quelle che
infracidivano a piedi dei tronchi o che il turbine aveva disperse quà e
là. Sull'aiole devastate i virgulti, gli steli ed i fiori si fondevano
con la terra in una grigia poltiglia; solo in un punto alcune dalie
rosse giacenti in mezzo ai fusti abbattuti mettevano una nota più viva,
come di sangue rappreso.
-- Che nottaccia è stata! -- esclamò Vignoni. -- E oggi avremo poco di
meglio.
-- Vuol credere -- riprese la Maddalena -- che proprio nel cuor della
notte, quando pioveva a secchie rovescie, il signor Giulio si divertiva
a passeggiare in giardino?
-- Eh via!
-- Positivo. Sarà rientrato da un'ora, aprendo la portiera con tanto
fracasso che il padrone mi ha ordinato di andar subito a vedere cos'era
accaduto. Era lui, il signor Giulio, può immaginarsi in che stato. -- Un
po' di pioggia fa bene -- egli mi disse prevenendo le mie osservazioni.
Pover uomo! Bisogna compatirlo. Non ha il cervello a posto.
-- Doveva sposare la signorina Angela, non è vero?
-- Sì, e la sorella gliel'ha portato via.
-- Non è stata una gran perdita...
-- Eh, se avesse sposato la signorina Angela non si sarebbe ridotto
così... Era un giovine a modo, lui, ma -quella donna- è stata la sua
rovina.
-- Chi sa poi...
-- Gli uomini la difendono sempre -- protestò, stizzita la Maddalena. --
Una svergognata...
-- Tss, tss! -- fece il medico che subiva suo malgrado il fascino della
Marialì. Si riavvicinò alla finestra e disse abbottonandosi la
giacchetta: --
-- Il termometro dev'essersi abbassato di parecchi gradi... Bisognerà
riscaldare... almeno le stanze del commendatore e della signora Laura e
quella ove c'è la signorina... C'è stufa lassù?
-- C'è un caminetto che lascia il freddo che trova.
-- Alla peggio servirà per cambiar l'aria... Anche in questa sala c'è un
odore di chiuso!
-- E figuriamoci quì! -- soggiunse la cameriera mentre spalancava l'uscio
del salotto da pranzo.
Ma si tirò due passi indietro, respinta dal fumo e dal puzzo.
-- Misericordia!... C'è da morire asfissiati... Hanno lasciato spegnere
il lume... Già se non viene qualcheduno ad aiutarci...
E la Maddalena corse in cucina chiamando: -- Giacomo! Lisa! Marianna!
Dal salotto da pranzo intanto si levarono due -oh- strascicati come di
persone che si svegliano a fatica, e il dottor Vignoni vide agitarsi nel
fondo due ombre che avanzandosi poi fino sulla soglia presero le forme
dei due giovinetti Alvarez. Pallidi in viso, gli occhi gonfii e
cerchiati di turchino, i capelli arruffati, le vesti in disordine (essi,
i maestri dell'eleganza!) si fregavano le palpebre, si passavano e
ripassavano la mano sulle tempie pesanti, e parevano non capir bene nè
in che luogo fossero nè perchè vi fossero.
Fritz fu il primo ad aprir la bocca.
-- Oh diavolo! Abbiamo dormito!
Max si lamentava: -- È curioso... Tutto mi gira intorno... E il capo mi
martella orribilmente.
-- Anche a me -- disse Fritz. -- Mi sembra d'aver il mal di mare.
E Max riprese: -- Appunto... Come poi siamo quì?...
-- Non ricordi? -- replicò Fritz. -- Ci aveva mandati la mamma pel caso che
potesse occorrer l'opera nostra.
Max finalmente si raccapezzò.
-- Ah sì... è vero... E in causa della zia Angela.
E riconoscendo il dottore gli si rivolse per chiedergli: -- Come sta la
zia?
-- Non ci son guai -- rispose Vignoni. -- Speriamo che si rimetterà... E
loro due, signorini, vadano pure a letto, che la loro presenza non è
necessaria... Se vedessero che cera hanno!
Questa constatazione medica del loro pallore non valse certo a tinger in
roseo le gote dei due Alvarez. Più smorti in viso che mai, essi si
strinsero addosso a Vignoni balbettando: -- Ci trova in cattivo stato,
dottore? Ma che cosa crede che sia?
Vignoni si mise a ridere. -- Per carità, non si allarmino... Hanno il
capo ingombro e lo stomaco sconvolto perchè non si sono accorti che il
lume si spegneva e hanno dormito in un'atmosfera viziata... Due ore di
sonno nella loro camera, fra le loro lenzuola di bucato, basteranno a
rimetterli interamente... Vadano, vadano... Sono le sei e un quarto..
Alle nove saranno freschi come rose e in grado di rendersi utili.
Li accompagnò sino a piedi della scala, e vistili salir con bastante
disinvoltura andò in cucina a vedere se ci fosse un caffè pronto. Era
proprio sfinito.
Una contadinotta di mezza età, magra ed arzilla, con un fazzoletto rosso
avvolto intorno ai capelli, gli disse, voltandosi dai fornelli:
-- Buon giorno, dottore. Se ha pazienza un minuto glielo verso io.
-- Ah siete voi, Giuditta -- esclamò Vignoni che aveva riconosciuto la
moglie del giardiniere. -- Brava! Siete venuta a dare una mano...
-- Sfido! -- interruppe la donna. -- Se non ci si ajuta in questi
momenti... E si tratta della signorina Angela!... Si figuri chi non si
getterebbe nel fuoco!... Ma siamo in porto, non è vero?
-- Magari! Non m'arrischio a dir tanto... Spero bene, ecco tutto.
-- Io ho fede che la Madonna la salverà -- ripigliò la Giuditta, ritirando
il bricco dal fornello. E gridò verso la sbrattacucina di dove veniva un
tintinnio di porcellane acciottolate: -- Ehi, c'è una chicchera pulita ed
asciutta?
-- Sicuro -- rispose una voce squillante. E un braccio ritondetto e nudo
fino al gomito porse la chicchera richiesta.
-- È l'Eufemia, la nipote dell'ortolano che sta rigovernando le stoviglie
-- spiegò la Giuditta. -- La Marianna e la Lisa non si reggevano sulle
gambe e sono andate a buttarsi sul letto.
-- Troppo giusto... Anche quelli di là avrebbero diritto di riposare
un'oretta -- soggiunse il medico alludendo a Giacomo e alla Maddalena,
intenti a spazzare e spolverare l'attiguo salotto da pranzo.
-- Presto sarà quì Bortolo -- disse la Giuditta. -- Ha voluto far prima un
giro in giardino per verificare i guasti prodotti dal temporale... E poi
manderanno qualcheduno dalla fattoria...
-- Tanto meglio... Ma non è deposto questo caffè?
-- Cercavo la zuccheriera.
Il dottore fece un segno negativo col capo.
-- Niente zucchero.
-- Allora, eccomi quà -- ripigliò la Giuditta, riempiendo fino all'orlo la
tazza. -- Sarà troppo leggero.
Vignoni aspirò voluttuosamente l'aroma che si sprigionava dalla tazza
fumante, e dopo aver bevuto due sorsi dichiarò: -- Va benissimo...
Pretendono che sia un veleno, ma basta il profumo per rintonare i nervi.
-- E che bisogno... -- principiò la donna.
-- Zitto! -- interruppe il dottore. -- C'è gente di là, e mi par d'aver
sentito pronunziare il mio nome.
-- Ora lo cercheremo -- diceva una voce maschile.
-- Quest'è Bortolo -- osservò la Giuditta tendendo l'orecchio.
-- Era quì un momento fa -- replicava un'altra voce, quella della
Maddalena.
A rischio di bruciarsi la lingua e il palato, Vignoni vuotò in un colpo
la tazza, la posò sulla tavola e corse in sala.
-- Sono quì ancora. Che c'è?... Ah, un telegramma...
-- Viene da Milano -- disse il procaccia.
-- Lo so, lo so -- rispose tranquillamente il dottore ammaestrato
dall'esperienza a non chiedere l'osservanza del segreto telegrafico ai
piccoli uffici dei paesi di campagna. Dopo aver spiegato il foglio e
lettone il contenuto, trasse un respiro di soddisfazione, e riprese,
dirigendo la parola alla Maddalena: -- Quel medico che abbiamo chiamato a
consulto arriverà a San Vito con la corsa delle 11¾; gli andrò incontro
io alla stazione... Ma che la carrozza sia pronta per le 10... Così,
cammin facendo, mi fermerò dieci minuti a casa mia.
Diede un'occhiata a Bortolo e al procaccia ch'erano inzaccherati fino al
colletto della camicia, e soggiunse in tono interrogativo: -- Strade
pessime, non è vero?
-- Un orrore.
-- Impossibile servirsi della bicicletta?
-- Impossibile.
-- Pazienza! Tenterò più tardi, a piedi -- sospirò Vignoni che doveva far
due o tre visite nei dintorni.
Firmò la ricevuta del telegramma e risalì dalla sua ammalata.
XXV.
La carrozza che doveva riportare il dottor Locresi alla stazione di San
Vito era ferma davanti alla scalinata, e il celebre clinico, aitante
della persona malgrado i suoi sessantacinque anni, stava accommiatandosi
da quelli della famiglia (a eccezione dei due vecchi Torralba c'erano
tutti) che facevano cerchio intorno a lui nella sala d'ingresso.
-- A parer mio è scongiurato il pericolo -- egli ripeteva -- e non è
nemmeno probabile una ricaduta se non si rinnovano le condizioni che
hanno prodotto la crisi. Certo occorrono grandi riguardi nella
convalescenza. Le risparmino qualunque emozione, non stiano mai in
troppi nella sua camera, non la lascino parlar troppo, non la
contraddicano... La trattino un poco come si tratta una puerpera.
Poichè in quel momento gli sali al naso un acuto odore di muschio, il
dottor Locresi fece un sorrisetto e continuò: -- E appunto come dalle
puerpere, niente profumi...
I due Alvarez, i quali dopo un sonno ristoratore s'erano lavati,
pettinati e vestiti con la solita cura, arrossirono sentendosi in colpa
e si tirarono in disparte; ma la Marialì finse di credere che
l'allusione potesse colpire anche lei, e toltosi dal seno un innocente
mazzetto di gaggíe lo porse con garbo civettuolo a Locresi.
-- È l'unico profumo che ho addosso e ne faccio volentieri il sacrificio;
lo accetta?
Un lampo giovanile passò negli occhi del vecchio scienziato che in altri
tempi non era stato sordo ai dolci inviti d'amore. Egli infilò il
mazzolino nell'occhiello del soprabito, e stringendo nella larga mano
muscolosa le piccole dita affusolate da cui veniva l'offerta -- Questo
non avrebbe fatto male a nessuno -- rispose -- ma fa troppo bene a me
perchè io non lo accetti con gratitudine.
-- Quando torna, dottore? -- domandò Cesare Torralba.
-- È poi necessario ch'io torni? -- chiese, alla sua volta, Locresi. -- Il
nostro bravo Vignoni...
-- No -- interruppe questi. -- Una sua seconda visita mi sembrerebbe molto
opportuna.
-- Torni, torni -- soggiunse la Marialì.
E gli altri insistettero anch'essi: -- Torni, torni.
Dopo aver consultato il suo taccuino, Locresi ripigliò: -- Prima di
giovedì è impossibile...
-- Giovedì dunque -- disse la Marialì. -- Ci trova ancora...
-- Come? È sulle mosse?
-- Siamo tutti sulle mosse -- spiegò Cesare. -- Io però non abbandonerò
Villarosa fin che mia sorella non sia ristabilita.
-- E neppur io -- affermò con enfasi Tullio.
L'Antonietta si avvicinò carezzevole alla sua mamma. -- Anche noi
resteremo, non è vero?
Invece la Letizia Alvarez e Luciano e Girolamo, se le cose prendevano
una buona piega, sarebbero dovuti partir prestissimo. Anzi Luciano non
era nemmeno sicuro di rimanere fino a Giovedì.
Di là dalla portiera il cocchiere fece un segno con la frusta.
-- È tardi? -- chiese Cesare Torralba insinuando la testa fra i due
battenti.
-- No -- rispose Piero -- ma nello stato in cui sono le strade non si può
correr troppo.
-- In tal caso, buon giorno a tutti -- disse Locresi. E scambiate le
ultime strette di mano, scese frettoloso la scalinata e si cacciò nel
-coupé-.
-- A giovedì -- gli gridarono dietro, mentre la carrozza si metteva in
movimento, ed egli, abbassato a mezzo il vetro dello sportello, salutava
con replicati cenni del capo.
Indi il crocchio si sciolse. La Marialì e l'Antonietta entrarono nelle
stanze del commendatore Ercole e della signora Laura; Cesare e il dottor
Vignoni tornarono dall'Angela; Luciano, Girolamo e l'Adele si ritirarono
per attendere alla loro corrispondenza; la Letizia e i due figliuoli,
ancora tutti rimescolati dalle peripezie della notte, pensarono bene di
salir nelle loro camere per riposarsi; Giulio Frassini, che aveva già
fermato l'attenzione sopra un -motivo grigio- degno del suo pennello,
andò a piantare il suo cavalletto presso una finestra del primo piano,
luogo propizio per aver ogni momento notizie della cognata.
Tullio intanto scese in giardino con l'idea di fare una camminata fuor
della villa malgrado il cattivo tempo; poi, giunto al cancello, si
arretrò spaventato dal fango della strada maestra, e rimase a passeggiar
su e giù davanti alla casa, sulla ghiaja minuta che pareva sgretolarsi e
fondersi sotto i suoi piedi. Era stato sino a poco addietro così in
angustie per la zia Angela che avrebbe dovuto esser lieto delle
assicurazioni esplicite di Locresi; e certo -di queste- era lieto, ma
ora egli sentiva rinascere in sè un'altra pena, un altro cruccio; come
chi non si libera da un sogno angoscioso che per ricadere in una diversa
ma non men triste realtà. Gli tornava alla mente il suo ultimo colloquio
con l'Antonietta; gli risonavano all'orecchio gli amari sarcasmi ch'egli
le aveva slanciati a proposito dei due Alvarez, e non sapeva capacitarsi
che i suoi rapporti con la cugina dovessero, di punto in bianco, essersi
mutati a quel modo... Non eran trascorsi che due giorni, e nel giardino
pieno di fragranza e pieno di sole le loro anime s'erano intese, i loro
cuori s'erano promessi; e jeri, jeri invece l'Antonietta lo aveva
rispinto con quella sua dichiarazione di donna seria e matura che
rinunzia all'amore e al matrimonio... Per il padre, diceva lei... Ma
perchè? Il padre non era nè vecchio, nè infermo, era un -mattoide-
tranquillo, infatuato d'un'arte che nessuno capiva. Che poteva fargli
l'Antonietta? È vero, Giulio Frassini non aveva conforti dalla moglie,
sempre in traccia di nuovi galanti (e quì Tullio arrossiva rammentando
la vampata di desiderio che gli si era accesa in corpo al cospetto della
bella quadagenaria); ma correva pur voce che il marito si procurasse
anch'egli le sue distrazioni, e da quando in quà il libertinaggio dei
parenti è motivo sufficiente al sacrifizio delle figliuole? No, no; era
necessario che Tullio avesse con l'Antonietta una spiegazione più ampia,
ch'egli le strappasse di bocca le ragioni effettive della sua
condotta... S'ella era capricciosa, volubile, se le sue simpatie si
trasformavano in ripugnanze dall'oggi al domani, aveva l'obbligo di
confessarlo; egli avrebbe chinato il capo, perdonando forse,
allontanandosi certo per sempre; ma così no, così non doveva finire.
Rientrato in casa con questi propositi, Tullio ebbe la fortuna
d'imbattersi subito nell'Antonietta che usciva dalle camere dei nonni
per recarsi dall'Angela.
-- Dove vai?
-- Dalla zia -- ella rispose.
-- Non c'è lo zio Cesare?
-- Vado a dargli il cambio.
-- Aspetta... Vengo anch'io.
-- Non troppi in una volta... Hai sentito Locresi?
-- Troppi?... Saremo in due.
-- Meglio che tu venga più tardi... Arrivederci.
Tullio le sbarrò il cammino.
-- Un momento!
E assicuratosi che non c'era nessuno, ripigliò a voce bassa: -- Ieri, a
due riprese, ci siamo dette delle cose aspre...
-- Ieri?... Mi pare un secolo... C'è passata di mezzo la malattia della
zia.
-- Ora la zia sta meglio e possiamo ben ricordare -- notò il giovine. E
ripetè: -- delle cose aspre.
-- -Tu- le hai dette -- interruppe l'Antonietta arrossendo lievemente. --
Ma figurati s'io te ne serbo rancore.
Tullio s'irritò della calma con cui ella gli parlava; s'irritò di quel
suo atteggiarsi a regina offesa e clemente.
-- Può essere che il mio linguaggio fosse più acre nella forma -- egli
rispose. -- Il tuo era assai più grave nella sostanza... Perchè
distruggere quello che tu stessa avevi edificato?... Ti rammenti,
Sabato?
Ella s'imporporò in viso.
-- Rammento, sì.
-- Ti burlavi di me allora?
-- Oh Tullio -- ella supplicò giungendo le mani.
-- E se non ti burlavi, vuol dire che tu muti idea come muti vestito...
Pensa, Sabato, jer l'altro... Io avrei ben diritto di saper quel ch'è
accaduto in ventiquattr'ore...
-- Ma Tullio -- replicò l'Antonietta -- ho pur cercato di persuaderti...
-- Se non hai migliori ragioni? Quelli eran pretesti...
-- Non lo credere, Tullio... È la verità... Tu non puoi intendere...
-- Precisamente -- egli insistè. -- Non -posso- intendere... E -voglio-
esser messo in grado d'intendere... Mi sembra di non aver pretese
eccessive... Parla!...
-- Non ora, non ora -- pregava l'Antonietta guardandosi intorno. -- Siamo
soli per miracolo.
-- Quando dunque?
-- Oh Dio! Presto... Fra qualche giorno... Quando saremo proprio
tranquilli sul conto della zia Angela... Lasciami, via... Ecco, han
sonato al cancello... Visite, sicuramente... Ma oggi i nonni non
ricevono nessuno... Bisogna avvertire la mamma... È appunto di là, dai
nonni... Me lo fai tu questo piacere... Io salgo dalla zia Angela... Sii
buono, Tullio... Oh, anche tu sei molto cambiato da Sabato -- ella
concluse con quell'arte soprafina che hanno le donne di metter dalla
parte del torto chi discute con loro.
Riuscita così a liberarsi, infilò la scala, mentre Tullio rimaneva lì
con un palmo di naso, sapendone quanto prima e pure ammansato dal calore
di quello sguardo, dalla carezza di quella voce il cui eco gli vibrava
ancora nell'anima.
Su, nell'andito del primo piano, Giulio Frassini, seduto dinanzi al suo
cavalletto, chiamò la figliuola per mostrarle il suo schizzo.
-- Se riesce, lo destino alla zia Angela... Credi che lo accetterà?
-- Perchè non dovrebbe accettarlo?
-- Già non glielo offro se non è degno di lei... Che te ne pare?
L'Antonietta si schermiva.
-- Non me ne intendo, io.
-- Falsa modestia... Credi forse che se ne intendano gli accademici?... O
quei barbassori dei giurì di Venezia e di Monaco che rifiutano i miei
quadri?... Sono gli artisti di professione quelli che non se ne
intendono, guastati come sono dai loro preconcetti... Sentiamo... C'è il
-grigio-?
Che ci fosse il grigio non c'era dubbio, perchè anzi non c'era altro che
quello. E la ragazza non poteva non riconoscerlo.
-- Quando c'è il grigio -- ripigliò Frassini con una logica inappuntabile
-- non ci può non esser -l'effetto del grigio-... Mancherà qualche
pennellata.
L'Antonietta si abbrancava a questa tavola di salvezza. -- Ecco, bisogna
vederlo finito.
-- Sempre relativamente però -- ribattè il pittore le cui teorie
contraddicevano all'idea del -finito-. -- Sempre relativamente. Che cosa
c'è di finito a questo mondo?... Guarda quel cielo... Una nuvola e poi
un'altra... e poi ogni nuvola cambia d'aspetto... Dar l'idea di ciò ch'è
perpetuamente mutabile con segni che non mutano mai... ecco il cruccio
dell'artista... se l'artista c'è... Ma quanti ce ne sono?
-- Povero babbo! -- pensava l'Antonietta rinunziando a seguir lo
svolgimento delle complicate teorie paterne. -- Povero babbo!
Era persuasa anch'ella ch'egli fosse un cervello malato; e pure avrebbe
voluto aver torto, avrebbe voluto veder uscire dalle mani di lui il
capolavoro da tanto tempo promesso; vederlo trionfare de' suoi
dileggiatori e de' suoi nemici... Ah, quand'egli non fosse più un
debole, un perseguitato, ella non avrebbe più sentito il dovere di
sacrificarsi interamente a lui, di soffocare le proprie inclinazioni, di
spezzare il proprio avvenire.
Giulio Frassini accennò alla camera dell'Angela che si apriva in quella
saletta d'ingresso.
-- Seguita bene -- egli disse.
-- Spero... Ora vado...
-- Sì -- ripetè Frassini. -- Seguita bene... Lo so da Vignoni ch'è passato
dianzi di quì... È andato a riposarsi una mezz'oretta non so dove... Non
ha chiuso occhio in tutta la notte...
-- È una gran fortuna aver un medico così premuroso -- esclamò
l'Antonietta. -- Se la zia guarisce è merito suo.
Frassini tentennò la testa.
-- Noi gli dobbiamo certo molta riconoscenza. Ma il merito principale non
è suo...
-- O di chi dunque?
-- Sei tu che l'hai salvata!
-- Io?
-- Tu, tu... E hai fatto opera santa... Non c'è che lei in questa casa...
come non ci sei che tu nella nostra... se pur la nostra può dirsi una
casa...
Il pittore aveva deposto i pennelli e la tavolozza, e alzatosi in piedi
aveva cinto con un braccio la vita della figliuola quasi a difenderla da
un rapitore invisibile. I suoi occhi la covavano con un amore geloso,
egoista, esclusivo.
L'Antonietta scoppiò in singhiozzi.
-- Antonietta, Antonietta, perchè piangi? -- gridò Frassini fuori di sè.
-- Non è nulla, non ci badare -- ella rispose frenandosi. -- Sono i miei
nervi... Dopo tante emozioni... Non è nulla... Dalla zia mi quieto
subito.
-- Vuoi presentarti dalla zia così?
La ragazza s'asciugò in fretta gli occhi e si sforzò di sorridere.
-- Ecco, la crisi è passata... Lavora, babbo, lavora...
Egli la baciò in fronte e l'accompagnò fino all'uscio della camera
dell'Angela, senza entrare.
-- Dille che m'informo sempre di lei e che la saluterò domani...
XXVI.
Fu quella una giornata campale per la Marialì alla quale toccò far gli
onori di casa. E non c'è dubbio che quest'ufficio era più adattato a lei
che a sua sorella Letizia o a sua cognata Adele, tutt'e due scontrose
una peggio dell'altra. Ella almeno era amabile, vivace e priva d'ogni
sussiego. Le visite, si può immaginarselo, non mancarono. Tutti coloro
ch'erano accorsi jeri a festeggiar le nozze d'oro dei vecchi Torralba
accorrevano oggi a chieder notizie dell'Angela di cui s'era sparsa la
voce che fosse proprio agli estremi.
Tra i primi, s'intende, don Luca e don Antonio, sorpresi di non dover
adempiere alle funzioni del loro ministero, essi che avevano temuto di
arrivar troppo tardi.
-- È vero che se ci fosse stata urgenza ci avrebbero chiamati -- osservava
don Luca in tono agrodolce per ricordare alla famiglia i suoi doveri
verso la religione.
-- Meglio che non ce ne sia stato bisogno -- soggiungeva il conciliativo
don Antonio. E s'ingolfava in una discussione medica con la Marialì.
Secondo lui la signora Angela aveva avuto una semplice -stornità-
dipendente da imbarazzo di stomaco; e in questi casi non c'era nulla di
meglio che un bicchiere d'acqua di Janos.
Ma don Luca tagliò corto ai discorsi e prese congedo, tirandosi dietro
il facondo arciprete che non osava contraddire per due giorni di fila ai
desideri del suo superiore gerarchico.
-- Un sacerdote non ha nulla da guadagnarci a star con quelle donne --
notò, cammin facendo, l'austero curato.
-- Però -- obbiettava rispettosamente don Antonio -- sentimenti cristiani
li ha, e si potrebbe sperare con qualche buona parola a tempo e luogo...
-- Vorrebbe convertirla?... Lei? -- saltò su il parroco, fiutando una
grossa presa di tabacco e ficcando gli occhietti penetranti in viso
all'arciprete che arrossì fino alla radice dei capelli e balbettò: --
Io?... Non dico questo... Ma qualcheduno più degno...
Via via si succedettero a Villarosa il maestro di scuola con la
consorte, la signora Cesira, il segretario comunale, e l'assessore
anziano, e il farmacista, e il cavalier Soldani, e la moglie di Vignoni,
una donnetta timida, disseccata e invecchiata precocemente dai parti
numerosi, la quale avendo sentito magnificar dal marito questa sorella
della signorina Angela era stata colta da un principio di gelosia, e
ora, al cospetto della sirena, si consolava pensando che una dama così
bella ed elegante e d'apparenza così giovanile non poteva perdere il suo
tempo con un rozzo e maturo medico di campagna.
Il visitatore più zelante fu il povero -conte- Mazzi ch'era già stato la
mattina presto e tornò verso sera. Per disgrazia egli era più sordo che
mai e più che mai inetto ad accogliere nel piccolo cervello due idee in
una volta, tantochè essendo riuscito con fatica nella mattina a capire
che l'Angela stava male non sapeva intendere nel pomeriggio ch'ella
stesse meglio e seguitava a profondersi in condoglianze e lamentazioni.
-- Non me ne posso dar pace... Mi figuro lo stato del commendatore e
della signora Laura... Che colpo, che perdita!
La Marialì si spolmonava.
-- Ma scusi, non è mica morta.
Il vecchio conte che aveva côlto soltanto l'ultima parola alzò le
braccia al cielo: -- Morta!
La Marialì slanciò tre -no- consecutivi che suonarono come tre colpi di
revolver.
-- Ah, dicevo bene! -- esclamò il Mazzi. E Voleva aggiungere, ma la sua
timidezza glielo impedì: -- Perchè urla? Non sono poi sordo a quel punto.
-- Anzi migliora -- riprese la Marialì nello stesso diapason.
-- -Finora- -- interpretò il -conte- Mazzi. E l'avverbio parendogli strano
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